Tag: Vittoria Scanu

Viva i Santi! Tutti i Santi di Dio, compresi i nostri cari defunti che vivono alla luce del Risorto!

Viva i Santi! Tutti i Santi di Dio, compresi i nostri cari defunti che vivono alla luce del Risorto!

NON FESTEGGIO HALLOWEEN, MA TUTTI I SANTI!

Alle zucche vuote a forma di teschio, preferisco quelle piene di fiori e colori. A mostri e pipistrelli, preferisco Bambi, il piccolo scoiattolo disneyano. Al buio, preferisco la Luce. Alla paura, preferisco la gioia, l’abbraccio e il sorriso!

BUONA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI!

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Il Popolo ebraico: segno di Dio.

Il Popolo ebraico: segno di Dio.

Premessa

Federico il Grande, chiese a Jean Baptiste du Boyer, marchese d’Argent: “Può darmi un segno inconfutabile dell’esistenza di Dio?”. Il marchese, rispose: “Sì, Maestà, gli Ebrei!”.

“All’origine di questo piccolo popolo situato tra i grandi imperi di religione pagana che lo eclissano con lo splendore della loro cultura, vi è l’elezione divina. Questo popolo è invitato e guidato da Dio, Creatore del cielo e della terra… Si tratta di un fatto soprannaturale. Questo popolo persevera a dispetto di tutti perché è il popolo dell’Alleanza e perché, nonostante le infedeltà degli uomini, il Signore è fedele alla sua Alleanza”. (1)

“I cristiani sono legati agli ebrei da una speciale parentela spirituale: hanno in comune con loro un patrimonio religioso da mettere a frutto nel dialogo e nella collaborazione” (CdA, 449).  Il Catechismo degli Adulti della CEI: “La Verità vi farà liberi”, illustrando lo stretto legame che intercorre tra la Chiesa e gli Ebrei, tra l’Antica e la Nuova Alleanza, dice: “L’antica alleanza non è mai stata revocata, ma perfezionata dalla nuova. Gli ebrei, intimamente solidali con la comunità cristiana, rimangono popolo di Dio. Congiunti pertanto al mistero della Chiesa, che ha la pienezza dei mezzi di salvezza, cooperano anch’essi all’edificazione del regno di Dio; svolgono ‘un servizio all’umanità intera’Gli ebrei rimangono depositari e testimoni delle promesse di Dio(CdA, 443-444). Lo stesso Catechismo, enumera poi le componenti comuni che caratterizzano le due religioni: “Il comune patrimonio spirituale è grande: un solo Dio, creatore, signore della storia, trascendente e presente; bontà del mondo creato, sviluppo proteso a un compimento ultimo, risurrezione dei morti e vita eterna; tradizione orale accanto alla Scrittura; istituzioni ecclesiali derivate dalla sinagoga; etica dell’amore verso Dio e il prossimo, senso della famiglia, della giustizia e della solidarietà; liturgia come memoriale, lettura dell’Antico Testamento e preghiera dei Salmi, feste ebraiche come la Pasqua e la Pentecoste attualizzate con nuovo significato, elementi rituali di derivazione ebraica come il battesimo, la preghiera eucaristica di benedizione, la stessa struttura complessiva della Messa. Conoscere la religione ebraica giova a conoscere meglio anche la religione cristiana(CdA,447).

RELIGIONE EBRAICA  

  1. Un solo Dio.

Fondamento della religione ebraica è la professione di fede nell’unico Dio. Essendo il solo popolo monoteista, in mezzo a nazioni idolatre, il popolo ebraico è stato, fin dalla sua costituzione, combattuto e perseguitato proprio a causa di questa sua specificità.

Si può dire che la fede nel Dio unico, abbia reso unico anche il popolo d’Israele, e lo abbia separato, in un certo qual modo, dagli altri popoli politeisti. La professione di fede nell’unico Dio è espressa nello Shemà.

  • Shemà, Israel, Adonài Elohénu, Adonài Echàd” – “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico!”

La preghiera dello Shemà è la dichiarazione di fede e di appartenenza a Dio che caratterizza la vita di ogni ebreo, di generazione in generazione. Essa viene recitata mattina e sera ed è contenuta – scritta a mano su piccoli rotoli di pergamena – in astucci di cuoio, detti tefillin (filatteri), che si legano sulla fronte e sul braccio sinistro, prima della preghiera. Inoltre, una piccola pergamena con le parole dello Shemà – custodita in un astuccio detto mezuzàh – viene applicata sul lato destro della porta di casa delle famiglie ebree. Ciò avviene in ossequio al comando del Signore: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un frontale tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6, 4-9).

Ecco che cosa scrive l’ ebreo Alfonso Pacifici nei suoi Discorsi sullo Shemà: “In tutti i luoghi, sotto tutti i cieli, in tutti i tempi, sera e mattina, cantate e silenziose, nelle riunioni delle case di studio e delle case di preghiera, dalla culla del bimbo, dal fondo di una prigione, dall’arsura dei deserti, dai geli, dalla stiva delle navi, dal silenzio cupo delle trincee, dalla lenta carovana scampanante, dai treni in corsa pazza per la notte buia, si sono alzate verso il cielo quelle sei parole, tenui ed ostinate conferme di una verità suprema: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”, e sono state come piccole infinite luci accese nel buio di un’umanità ostinata a non vedere quel vero, a negarlo, ma talvolta anche a voler sopprimerlo, e allora non sono state più le miti parole addolcite dall’uso, ma sono diventate il grido di sfida, sorto dai roghi, la risposta alla spada omicida, il grido in cui si sono sublimati e confermati gli eroismi del martirio” (Ed.Israel 1953).

Gesù di Nazareth, allo scriba che gli chiede qual è il primo di tutti i comandamenti, risponde con le parole dello Shemà: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” ( Mc 12,29-30).

  1. Il Nome di Dio: (Yod, he,vav, he): JHWH *

“Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. E’ come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione, il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: “Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno” (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti: JHWH, dette “Tetragramma sacro”, citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “i tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: “La tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo “Adonai”, cioè “Signore” o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro” (CdA 48,6).

Anche il Papa ci invita, col suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome” , in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “Quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico” (Giovanni Paolo II – “Via Crucis” Venerdì Santo – 30 marzo 1986).

Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

* N.B.: La trascrizione “italiana” del nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

LE FESTE EBRAICHE

L’ebraismo è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo… Ci insegna a sentirci legati alla santità nel tempo, ad essere legati ad eventi sacri, a consacrare i santuari che emergono dal grandioso corso di un anno”. (2)

  1. Il Sabato: Shabbàth

Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il Sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di Sabato e lo ha dichiarato sacro” (Es 20,8-11).

Nella Genesi ( 1 e 2), di tutte le cose create, Dio dice che sono buone; dell’uomo dice che è: “molto buono”, ma soltanto il Sabato viene da lui benedetto e dichiarato sacro. Sabato, in ebraico Shabbàth, vuol dire: cessò, perché appunto nel settimo giorno, avendo compiuto la creazione, Dio si fermò, “cessò da ogni suo lavoro” (Cfr Gn 1,2). Egli ha voluto donare a Israele un giorno di riposo, di pace e di santificazione, in ricordo perenne dell’opera della Creazione.

Durante il giorno del venerdì, nelle case degli ebrei, fervono i preparativi per il Sabato, ‘signore e re di tutti gli altri giorni’. Viene adornata la casa, preparati i cibi, i vestiti della festa e fatto quanto è necessario per ricevere il Sabato con l’onore che gli è dovuto. Lo Shabbàth ha inizio la sera del venerdì e viene accolto con la preghiera nelle sinagoghe e nelle case. Mentre il padre di famiglia, con i figli maggiori, partecipa alla preghiera della comunità, in casa, la madre di famiglia, con i figli più piccoli, presiede alla liturgia domestica accendendo, prima del tramonto, le due candele che rappresentano i due volti del Sabato. Una di esse è chiamata “ricorda” e l’altra “osserva” (per ricordare e osservare il precetto di santificare il Sabato).

La madre di famiglia accende le candele e, coprendosi gli occhi con le mani, dice: “Benedetto sii tu, Signore Dio nostro, re dell’universo che ci hai santificati con i tuoi precetti e ci hai comandato di accendere i lumi del Sabato”.

Il padre di famiglia, al ritorno dalla Sinagoga, davanti alla tavola imbandita, in mezzo ai suoi cari, alza il calice col vino e recita un’antica preghiera di benedizione a Dio per il frutto della vite, per la santificazione di Israele mediante i precetti, per il dono del Sabato, memoria della Creazione e dell’uscita dall’Egitto. Segue la benedizione sul pane.

“Il vino rallegra il cuore dell’uomo” è scritto nei Salmi (104,15); per questo motivo la santificazione sul vino (Kiddush) fu introdotta nelle case come simbolo di gioia e di allegria nei Sabati e in tutte le festività.

Il Sabato è consacrato all’incontro con Dio, alla preghiera, allo studio della Toràh, alla festa in famiglia, alle riunioni con i parenti ed alle visite agli ammalati. “Il Sabato è un ricordo dei due mondi: questo mondo e il mondo futuro; esso è un esempio di entrambi i mondi. Il Sabato infatti è gioia, santità e riposo; la gioia è parte di questo mondo, la santità e il riposo sono del mondo futuro”. (3)

“I Sabati sono le nostre grandi cattedrali; e il nostro Santo dei Santi è un santuario che né i Romani, né i Tedeschi sono riusciti a bruciare”. (4)

Quando il giorno del Sabato sta per terminare, esso viene salutato con grande nostalgia, quasi a volerlo trattenere e a prolungarne la presenza. Il rito del saluto al Sabato esprime la speranza nel suo prossimo ritorno.

La vita dell’ebreo è come un pellegrinaggio che, di Sabato in Sabato, conduce verso il Sabato eterno, riposo perfetto nel Dio d’Israele. “L’ebraismo propugna una visione della vita intesa come pellegrinaggio verso il settimo giorno; l’aspirazione al Sabato durante tutti i giorni della settimana esprime l’aspirazione al Sabato eterno durante tutti i giorni della nostra vita”. (5)

  1. Capodanno: Rosh ha-shanà

Il Capodanno ebraico si celebra il 1° e 2° giorno del mese di Tishri (settembre – ottobre) esso segna l’inizio di un tempo di penitenza e di riconciliazione con Dio che dura dieci giorni, e termina con la solennità di Kippur. I due giorni del Capodanno vengono considerati un sol giorno, detto anche: giorno del Ricordo, in quanto Dio, in questo giorno, tiene presenti le azioni compiute dagli uomini durante l’anno e, in base al loro comportamento, ne fissa le sorti per l’anno che sta per iniziare: giorno del Giudizio, perché in questo giorno Dio, seduto sul trono della Giustizia, si accinge a giudicare il mondo, opera delle sue mani, decretando le sorti degli uomini e delle nazioni; Giorno del suono, perché in questo giorno è comandato di suonare lo Shofar (corno di ariete), per richiamare gli uomini a meditare su quanto è stato da loro compiuto durante l’anno passato, affinché non abbiano a ripetersi eventuali errori o azioni indegne. Il Capodanno ebraico si celebra, infine, per commemorare la Creazione del mondo. Il suono dello Shofar ha diversi significati: richiama alla memoria il sacrificio d’Isacco e ricorda la discendenza degli ebrei dagli antichi Patriarchi. Ricorda il suono dello Shofar che precedette il dono della Legge e, infine, il suono del grande Shofar che proclamerà il Giorno dell’avvento del Messia.

  1. Giorno dell’espiazione: Kippur

Il 10 di Tishri ricorre la solennità di Kippur, destinato al digiuno, alla preghiera e al sincero ritorno a Dio. Quale giorno di espiazione, esso è dedicato alla riparazione delle colpe e alla riconciliazione con l’Eterno. Detto anche “Sabato dei Sabati”, il Kippur ha la stessa importanza del Sabato, ed in esso è proibito anche il più piccolo lavoro.

In questo giorno sacro, i templi di tutto il mondo rimangono aperti per l’intera giornata, affinché tutti possano partecipare alla preghiera comune. Si recitano cinque preghiere, al termine delle quali si suona lo Shofar.

  1. Festa delle Capanne (o dei Tabernacoli): Sukkot

Il 15 del mese di Tishri ricorre la festa delle Capanne (Sukkot) che si celebra in memoria delle Capanne abitate dagli ebrei durante i 40 anni della loro permanenza nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Nel formulario di preghiere questa festa è chiamata ‘epoca della nostra gioia’, in quanto la Toràh raccomanda di celebrarla e di festeggiarla con allegria. Durante i sette giorni della festa, è comandato di abitare nella Capanna (Sukkà), elemento fondamentale della festa, costruita all’aria aperta ad imitazione di quelle utilizzate dagli ebrei nel deserto. Un’altra caratteristica di questa festa è il Lulav, composto da un lungo ramo di palma, insieme ad alcuni rami di mirto e di salice, accompagnati da un ramo di cedro. Il Lulav si tiene in mano durante le preghiere e il canto dell’Alleluia e degli Osanna.

  1. Festa della Riconsacrazione del Tempio: Channukkàh

La festa di Channukkàh dura otto giorni e si celebra in dicembre. La parola Channukkàh significa alla lettera “inaugurazione” e ricorda la riconsacrazione, ad opera dei fratelli Maccabei, del Santuario di Gerusalemme, che era stato profanato con statue di idoli. Durante la festa, si accende una lampada ad otto fiammelle, aumentandone una per ognuna delle otto sere. Gli otto giorni della festa sono considerati semifestivi e in essi è permesso qualsiasi lavoro.

Un’antica leggenda narra che allorché i fratelli Maccabei entrarono nel Tempio, la loro prima cura fu quella di riaccendere la lampada perenne (Ner tamid), spenta durante la profanazione. La leggenda vuole che nel sacro luogo essi trovassero una bottiglietta di olio puro, ancora sigillato, con il sigillo del Sommo Sacerdote, che sarebbe bastato appena per tenere acceso il lume soltanto fino all’indomani. Per un vero miracolo, però, l’olio bastò per ben otto giorni, il tempo necessario a preparare una provvista di nuovo olio per la lampada. E’ in ricordo di ciò che durante questa festa, detta anche Festa delle luci, si accendono le otto luci.

Il Candelabro ha otto bracci (più il nono usato per accendere le luci) e viene detto:Chanukkiyà.

  1. Festa delle sorti: Purìm

Questa festa si celebra in memoria della salvezza degli ebrei in Persia, per intercessione della regina Ester. Accogliendo la preghiera di costei, il re Assuero revocò il decreto mediante il quale si autorizzava l’uccisione in massa di tutto il popolo ebraico che risiedeva nelle 127 province del regno, dall’India all’Abissinia, secondo quanto è narrato nella Bibbia, nel Libro di Ester. Il giorno di Purim è destinato alla gioia e al divertimento; viene letto pubblicamente il rotolo di Ester, detto Meghillà e si scambiano doni fra amici e parenti. Inoltre, a Purim si inviano generose offerte ai poveri, affinché anche questi possano partecipare alla gioia comune, trascorrendo lietamente la festa e celebrare la giornata con un pasto festivo (Seudat Purim).

  1. Pasqua: Pèsach

La Pasqua è la prima e la principale festa ebraica. Essa ricorda il passaggio degli ebrei dallo stato di schiavitù a quello di libertà e la formazione del popolo ebraico come nazione unita ed indipendente, con usi, costumi e leggi proprie. La Pasqua commemora l’uscita degli ebrei dall’Egitto dopo 430 anni di dura schiavitù sotto il giogo faraonico. Il ricordo di questa miracolosa “uscita” è divenuto il punto centrale della legge e della vita degli ebrei, tanto che questo pensiero si trova un gran numero di volte espresso in molti passi della Bibbia e nei libri di preghiere.

Il nome della festa: Pèsach, deriva dal verbo pasoach, che significa “passare oltre”, perché l’Angelo, inviato dall’Eterno per colpire i primogeniti egiziani, “oltrepassò” le case abitate dagli ebrei, lasciandone in vita i primogeniti.

La festa viene anche chiamata “festa delle azzime” perché per tutta la durata della festa è vietato cibarsi di sostanze lievitate e si mangia pane azzimo, in ricordo del pane che gli ebrei in fuga non ebbero il tempo di far lievitare (Cfr Lv 23,6). La Pasqua ebraica dura otto giorni (sette in terra d’Israele). Le prime due sere, si fa una cena chiamata Sèder (ordine), appunto perché il suo svolgimento segue un determinato ordine, e si mangiano cibi simbolici che ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto e la dolcezza della libertà ritrovata. Durante il Sèder si recita il testo della Haggadà (racconto), libro contenente in forma edificante e leggendaria, commista a vari passi biblici, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. La notte di Pasqua, tutti, grandi e piccoli, celebrano la memoria di quella notte splendida e terribile, in cui Dio stesso scese a liberare Israele. Di generazione in generazione, partecipando al memoriale di Pèsach, ogni ebreo si sente salvato e liberato da Dio, rinnovato spiritualmente, come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto. Ai bambini che fanno domande, il padre di famiglia risponde spiegando perché la notte di Pasqua è unica, diversa da tutte le altre notti. Si cantano Salmi, Inni e il “grande Hallel” (Sal 136). Si bevono quattro coppe di vino durante la lettura dell’ haggadà, ma – al racconto di ogni piaga che ha colpito l’Egitto – ogni partecipante versa in una ciotola una goccia di vino, che verrà poi gettato. Essendo il vino segno di gioia, con questo gesto si vuol significare che, anche nella gioia più grande, non bisogna gioire per la morte di nessuno, neppure dei propri nemici.

  1. Pentecoste: Shavuòt

Il termine Shavuòt, alla lettera significa “settimane”, appunto perché la festa cade sette settimane dopo Pasqua. Questa festa si celebra in ricordo del dono dei dieci comandamenti, ricevuti da Mosè sul Monte Sinai e da lui trasmessi ed insegnati al popolo riunito ai piedi del monte. In ricordo di tale avvenimento, nel formulario ebraico di preghiere, la Festa viene definita “dono della Toràh”. La Toràh fu donata ad Israele dopo la sua liberazione dalla schiavitù perché soltanto un popolo libero può osservare la legge e gioirne. E’ anche festa della mietitura e delle primizie perché in questo giorno aveva termine in Israele il periodo della mietitura e venivano offerte al Santuario le primizie dei frutti e alcuni pani, confezionati con il nuovo frumento. Durante questa festa i Templi sono ornati di fiori, in omaggio ad una tradizione che insegna che nel giorno in cui Dio promulgò i Dieci Comandamenti, un grande profumo pervase il mondo intero.

 di Vittoria Scanu

Note:

(1) : Dal Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro di studio su “Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano” – 31 ott. ‘97.
(2) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi
(3) : Al Nakawa: Menorath ha-Maor, ed. Enelow
(4) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi
(5) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi

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La Stele di Merneftah

La Stele di Merneftah

Succede oggi al Cairo

Angela Polacco Lazar

Stele di Merneftah
La Stele di Merneftah e’ l’unico riferimento extrabiblico che si riferisce a ISRAELE.
Al Cairo le autorità del Museo ( e politiche), hanno deciso di cancellare nelle didascalie che spiegano la storia di questo reperto, ogni riferimento al termine geroglifico che si riferisce a Israele. La motivazione : non rendersi complici della storia inventata dai sionisti per giustificare a fini propagandistici la loro presenza in questa parte di mondo!
Secondo gli studiosi, il faraone Merneftah era il 13° figlio di Ramses II e regnò all’incirca dal 1212 al 1202 a.E.V., verso la fine del periodo dei giudici in Israele. Nelle ultime due righe della stele si legge: “Canaan è privato di ogni sua malvagità; Ashqelon è deportato; ci si è impadroniti di Ghezer; Yanoam è come se non fosse più; Israele è annientato e non ha più seme”.
Il saggista Hershel Shanks così si esprime circa l’importanza di questa iscrizione : “La stele di Merneptah mostra che nel 1212 a.E.V. esisteva un popolo chiamato Israele, e che il faraone d’Egitto non soltanto lo conosceva, ma riteneva pure un vanto il fatto di averlo sconfitto in battaglia”. William G. Dever, docente di archeologia del Vicino Oriente, commenta: “La stele di Merneptah dichiara inequivocabilmente: In Canaan esiste un popolo che chiama se stesso ‘Israele’ e che quindi è chiamato ‘Israele’ dagli egiziani, i quali in fin dei conti non sono certo influenzati dal testo biblico e non possono avere inventato questo specifico popolo chiamato ‘Israele’ unicamente per i propri scopi propagandistici”.
Nella Tora’- Pentateuco il termine “Israele” compare per la prima volta quando questo nome viene dato al patriarca Giacobbe. I discendenti dei 12 figli di Giacobbe furono chiamati “i figli d’Israele”. (Genesi 32:22-28, 32; 35:9, 10) Anni dopo, sia Mosè che il faraone d’Egitto usarono il termine “Israele” per indicare i discendenti di Giacobbe. (Esodo 5:1, 2)

a cura di Vittoria Scanu
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AccaddeOggi:Roma/Tempio Maggiore-5 giugno 1944/5 giugno 2017

AccaddeOggi:Roma/Tempio Maggiore-5 giugno 1944/5 giugno 2017


Il 5 giugno del 1944, all’indomani della Liberazione di Roma, il soldato americano Aron Colub ruppe i sigilli che erano stati posti al Tempio Maggiore dai nazisti. Quattro giorni dopo, ripresero le funzioni religiose nella commozione di una Comunità dilaniata dalle persecuzioni e dalle deportazioni nazifasciste. 


Oggi la Comunità ebraica di Roma è la più numerosa e florida d’Italia, attaccata alle tradizioni, alla cultura e alla religione anche più di prima. Oggi la Comunità ebraica di Roma ha quintuplicato il numero di sinagoghe presenti nella Capitale, luoghi dove le preghiere predicano la pace e la cultura è protagonista.

A cura di Vittoria Scanu 
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Shavuòt (6 Sivan 5777 – 31 maggio 2017) di Antonio Tirri

Shavuòt (6 Sivan 5777 – 31 maggio 2017) di Antonio Tirri

Buona festa di Shavuòt !

LA LUCE DELLA TORA’

Shavuòt, festa della Rivelazione, tempo in cui ci fu data la Torà, è la consacrazione d’Israele a Sacerdote del mondo perché diffonda quelle Dieci Parole ascoltate nel deserto che, ancora oggi immutate, sono le leggi della morale universale. Consci di questa missione, auguriamoci che la luce della Torà illumini il buio di questo nostro mondo e di questo nostro vivere sedotto dall’indifferenza, dal potere e dal miraggio della ricchezza, affinché nello studio e nella riflessione si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.    Chag Shavuòt Sameach!

Le dieci parole/ I dieci comandamenti
1. Io sono il Signore tuo D-o che ti ho tratto dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavi.

2. Non avere altri dèi al Mio cospetto. Non farti scultura né alcuna immagine di ciò che è in cielo al di sopra, o in terra al di sotto, o nell’acqua, che sta al di sotto della terra. Non prostrarti ad esse e non adorarle, perché Io sono il Signore tuo D-o, D-o geloso, che tengo conto della colpa dei padri sui figli e sugli appartenenti alla terza e alla quarta generazione se essi Mi odiano, e che uso benignità fino alla millesima generazione per coloro che Mi amano e osservano i Miei comandi.

3. Non pronunciare il nome del Signore tuo D-o invano, perché il Signore non assolverà colui che pronuncerà il Suo nome invano.

4. Ricorda il giorno del Sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, e nel giorno settimo, Shabbat per il Signore tuo D-o, non fare alcun lavoro tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo schiavo, la tua schiava, il tuo animale, e il forestiero che è nel tuo paese, perché in sei giorni fece il Signore il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò nel giorno settimo; perciò il Signore tuo D-o benedisse e santificò il giorno di Sabato.

5. Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore ti dà.

6. Non uccidere.

7. Non commettere adulterio.

8. Non rubare.

9. Non parlare riguardo al tuo compagno come teste falso.

10. Non desiderare di impossessarti della moglie del tuo compagno. Non desiderare di impossessarti della casa del tuo compagno, del suo schiavo, della sua schiava, del suo bue, del suo asino, e di tutto
ciò che appartiene al tuo compagno. (Esodo 20, 2-14)



Dal film: “I DIECI COMANDAMENTI” Mosè riceve le tavole della Legge
A cura di Vittoria Scanu / Per Amore di Gerusalemme



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PESACH/ Pasqua ebraica

PESACH/ Pasqua ebraica

Seder pasquale: il bicchiere di Elia e la libertà.
di Augusto Segre

Haggadot di Pesach


“Nelle sere del Seder vi è nelle nostre case un’aria festosa, come se noi stessi, ci fossimo liberati dalla schiavitù egiziana. La Libertà non ha tempo, non ha limiti, non va cioè calcolata secondo gli anni o i secoli, ma secondo la nostra onesta capacità e sincera volontà di assumere su noi stessi questa grande, immensa responsabilità di renderci liberi e di continuare ad essere  tali per assolvere a tutti i nostri doveri verso Dio e verso gli uomini.


E’ noto a tutti che la sera di Pesach si prepara sul tavolo un quinto bicchiere, che viene chiamato il bicchiere di Elia, il profeta. Secondo la tradizione questo profeta è atteso perché deve venire ad annunciare la Gheullà finale, l’ultima definitiva liberazione da tutto ciò che si oppone alla giustizia e alla pace, a proclamare l’avvento dell’Era Messianica.


E’ interessante notare come i nostri padri abbiano collegato questi due concetti : la libertà dalla schiavitù egiziana con la libertà messianica.

La libertà del singolo porta alla libertà dei popoli e l’opera concorde di tutti i popoli porta e deve portare alla pace universale tanto attesa.


La libertà è sempre stata per tutti la grande necessaria premessa per il raggiungimento della pace universale, dell’Unità degli uomini neIl’Unità di Dio. La pace infatti giungerà per tutte le genti quando ciascun essere umano potrà vivere in libertà ed avere tutto ciò di cui ha bisogno, secondo le sue necessità. La pace, che per essere veramente tale, deve essere universale e duratura sarà realizzata se duratura ed universale sarà la libertà per tutti gli uomini.


Anche quest’anno noi prepareremo con immutata secolare speranza il quinto bicchiere di vino, in attesa dell’illustre ospite.


Non sappiamo esattamente quando, tanto difficile ed aspro è  il nostro cammino, ma sappiamo certamente che egli verrà per portarci questo grande dono del cielo, allorché tutti gli uomini di buona volontà sapranno e vorranno camminare per le vie della Giustizia, e i popoli, tutti concordi, collaboreranno in pace e in armonia, secondo la parola del Signore, per costruire la casa sicura dell’amore e della fratellanza umana”.



Schede illustrative del Seder (ordine) di Pesach


Foto delle Haggadot e Schede Illustrative del Seder: di Vittoria Scanu

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Gerusalemme: città davidica

Gerusalemme: città davidica

GERUSALEMME: luna piena

Gerusalemme per i biblisti è riferimento fon­damentale: la lingua ebraica è parlata, si può vivere la cultura giudaica, si possono compren­dere meglio feste come Sukkot, Pasqua, Penteco­ste… Si scopre un popolo ancora vivo che con­tinua a sperimentare la vocazione di Abramo. In secondo luogo, si costata che in Terra Santa è stupefacente, straordinaria per l’archeologia. Si nota che la Scrittura non è semplice composizio­ne di generi letterari, ma testimonianza di una realtà che gli archeologi stanno scoprendo ogni giorno. Uno degli ultimi scavi, ad esempio, ha interessato la città di Magdala, rinvenuta con la sinagoga, il foro, i bagni rituali, il porto, stu­penda meraviglia. Gli Ebrei ne hanno cercato sempre la parte del periodo di Davide, perché interessa dimostrare che la Terra promessa è stata data a loro già in quel periodo… Invece, dei resti dell’epoca del re Davide essi rinvengo­no quelli che riguardano il Figlio di Davide, con documentazione archeologica che si riferisce ai tempi di Gesù, cioè al periodo romano; ancora prima di trovare livelli più antichi. È questo il fascino di stare a Gerusalemme. Ogni anno ci sono scoperte archeologiche e si appura sempre più che il testo della Scrittura appartiene davve­ro alla terra e alla storia d’Israele. E che quindi c’è realmente una storia biblica, come una geo­grafia biblica, molto importante e sempre di più svelata e conosciuta”. 

Padre Frédéric Manns, biblista



A cura di Vittoria Scanu

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La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell’Associazione Biblica Italiana.

La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell’Associazione Biblica Italiana.

Rav Giuseppe Laras
Qui di seguito i punti salienti della lettera:


«1. Partiamo dalla frase finale (“La trattazione del tema generale del convegno, così delineata, intende evitare l’impressione che si voglia parlare della religione dell’Antico Testamento in luce negativa”): i latini solevano dire “excusatio non petita, accusatio manifesta”! E, per inciso, fa specie che, proprio dei biblisti, ad esempio, usino l’espressione A.T. e non Bibbia Ebraica, Primo Testamento o Scritture di Israele, indipendentemente dai Documenti Ufficiali redatti negli scorsi decenni dalla Chiesa Cattolica, da altre Chiese e dal dialogo ebraico/cristiano. (qui sono “conservatori” È certamente significativo, circa il punto 1, che non figuri (nemmeno pro forma o per portare acqua al loro mulino) neanche un ebreo biblista o rabbino in siffatte giornate di studio.

2. Si parla di “religione dell’AT”, introitando l’idea che l’ebraismo postbiblico rabbinico e il cristianesimo siano fratelli diversi e gemelli di una supposta religione biblica precedente (qui fanno i “progressisti”, recependo l’ultimo ambiguo documento vaticano sul dialogo ebraico-cristiano) di cui sarebbero egualmente eredi ebrei e cristiani.

3. Circa codesta “religione dell’AT”, coincidente con ogni evidenza con la Torah (e difatti vi mettono in polemica Giobbe, che non ha connotazioni ebraiche così evidenti), costoro affermano a più riprese che essa è “ambivalente”, con “ambiguità” e una “rivelazione double-face”. È chiaro dai toni che, per questi lettori cristiani, vi è uno scarto e un’opposizione con la fede e gli scritti cristiani successivi (il che è contraddittorio però con il punto 3), di cui è detto infatti che ha avuto un rapporto “dialettico”, cioè come a dire che se ne sono “smarcati”. È evidente il marcionismo, con buona pace di Agostino di Ippona, che, nonostante il disastroso sostituzionismo, riuscì comunque a scrivere circa le Scritture ebraiche: «In vetere Testamento novum latet, in novo vetus patet» (Hept. 2, 73: PL 34, 623). Inoltre, cosa ancor più significativa, i termini “ambivalente” e “double-face” esprimono un chiaro giudizio assiologico negativo. Il marcionismo non è quindi più teologico, ma etico (cosa ancor più preoccupante). Probabilmente le persone che hanno organizzato il convegno (senza nemmeno l’ipocrisia di invitare un ebreo biblista) si sono sentite incoraggiate dai contenuti di vari Angelus e omelie dell’attuale Pontefice.

4. L’opposizione Profeti e Agiografi versus Torah, intesa come universalismo e profetismo contro moralismo e legalismo, ricalca il marcionismo tradizionale (e qui sono ancora “conservatori”)… e si tratterebbe di “biblisti”!

5. L’opposizione succitata rientra coerentemente con l’orrenda bozza di titolo: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Risuona nell’orecchio, per contrario, il titolo dello sciagurato scritto di A. V. Arnack “Marcione, il Vangelo del Dio Straniero”… È chiaro che “geloso” e “elitaria” sono caratteri etici, simbolici e politici negativi. E hanno una storia -che costoro sin nella bozza di titolo hanno fatto finta di ignorare- antisemita! E restano tra gli argomenti preferiti degli antisemiti odierni!

6. Il carattere binario della Torah (universalimo/particolarismo; Israele/ Popoli; ideale/concreto; estasi/normativa; misericordia/giustizia), degradato a “ambiguità double-fax”, sarebbe la base secondo costoro per la nascita del fondamentalismo e dell’assolutismo, qualora salti uno dei due termini delle polarità. Questo ammesso e non concesso, tuttavia ovviamente non viene analizzato l’altro caso in cui può manifestarsi la sconnessione dei termini delle polarità: cioè quello dell’utopia…come se nella storia dei singoli e delle collettività non sia stato un veleno altrettanto pericoloso,dilagato e dilagante abbondantemente nei vari universi cristiani per secoli (vd. sessualità, vita politica, riflessioni su guerra e pace)!

7. Pare evidente dai toni e dai contenuti dello scritto introduttivo che chi scrive (oltre a essere antisemita e marcionita) sia ateo, nel senso deteriore del termine (ci sono infatti atei che sono persone degnissime e rispettabilissime): la Scrittura cioè è intesa unicamente e solo come elaborazione di temi e idee, tra cui si può selezionare un’antologia ragionata di ciò che è oggi accettabile o meno, in base allo spirito del tempo. Questo non sarebbe accettabile se applicato a un’opera letteraria fondativa, smembrata e compresa con altri criteri esterni, come la Divina Commedia o l’Eneide, ma con la Bibbia sì. La domanda che si impone, oltre alla constatazione della loro non-credenza, è: perché? a cosa risponde questa loro esigenza?

8. È strano che questo “ateismo teologico”, peraltro poco rigoroso, non risponda, se assunto effettivamente, con la più semplice delle spiegazioni, ossia quella sociologica: la Bibbia sarebbe fatta così come loro la descrivono -sempre che ci si voglia muovere in questa prospettiva falsante- perché espressione di una minoranza assoluta determinata a resistere, che si vuole preservare e che vuole darsi un senso “per differenza” rispetto alle maggioranze in cui è nata e da cui era schiacciata.

9. La cosa drammaticamente significativa è che questa operazione sia portata avanti non da filosofi o teologi (e sarebbe grave ugualmente), che farebbero cioè un “meta-lavoro” su questi dati, ma da biblisti, ossia coloro che dovrebbero essere innamorati per professione del testo biblico e lontani per formazione dal marcionismo, il che è ancor più preoccupante. Come è molto preoccupante che questi signori, nel parlare dei rapporti e degli eventuali prestiti tra la “religione dell’Antico Testamento” (che espressione odiosa e assurda!) e le altre “religioni coeve”, non colgano -o non vogliano ammettere- quantomeno una folgorante differenza qualitativa tra queste ultime e il monoteismo abramitico e mosaico… e sarebbero biblisti!

10. Cosa ancor più preoccupante, ancora così scrivono: “Questo aspetto andrà approfondito con attenzione, perché inciderà sulle religioni post-bibliche (sarà accentuato nel rabbinismo post-biblico, dialetticamente affrontato nel cristianesimo, globalmente assimilato nell’Islam). L’ambivalenza della Tôrāh si riscontra su due versanti.” Purtroppo non si tratta di una novità e sembrerebbero saldarsi pericolosamente qui “cattolicesimo filo-islamico”, “vecchio marcionismo” (specie ora in una prospettiva etico-intersoggettiva e non più teologica) e alcune tesi sostenute da non pochi islamologi occidentali: ossia che la parte fondamentalista del Corano sia in primo luogo e soprattutto un’eredità ebraica (la Bibbia Ebraica) e che gli eccessi della Sharia siano dovuti eminentemente ad opera di ebrei convertiti all’Islam nei secoli o di loro discendenti (come se le norme sofisticate e oppressive dell’impero cristiano bizantino non siano state recepite dalla normativa aggressiva teologico-politica islamica!). A titolo informativo ed esemplificativo ecco quello che scrive il docente C. Lo Jacono (Einaudi) nel suo “Storia del Mondo Islamico VII-XVI secolo”, un occidentale dunque e non un musulmano arabo (pg 8): “Un Dio clemente dunque, che ama le Sue creature e che indica loro, per Sua grazia, il Suo volere (e dunque il bene) e quanto gli dispiace (e dunque il male), compiendo ed evitando i quali l’uomo potrà francescanamente sperare “ka la morte secunda no ‘l farrà male”. Un Dio tremendo, però, Onnipotente e giusto, come il Dio degli Ebrei, che non tollera compagni da associarGli nella venerazione dovutaGli, con cui non è possibile alcun patteggiamento e che esige la totale sottomissione….” Ora, chiaramente nella bozza dell’ABI questo non è scritto, tuttavia non pare remoto il fatto che si voglia andare a parare esattamente lì. Il che culturalmente, religiosamente e politicamente significa andare a sollevare l’Islam e la sua tradizione da responsabilità primarie di sorta, in quanto erede passivo di tradizioni arcaiche negative (le nostre), ossia la Torah (peccato che questi biblisti si dimentichino che per i musulmani la Torah è erronea e alterata, e non da un punto di vista filologico bensì teologico-fondativo). Vi sarebbe infine da ricordare a costoro che non poche delle argomentazioni antigiudaiche presenti nel Corano e nella Sunna sono state da più studiosi ricollegate con estrema facilità all’antigiudaismo militante dei gruppi cristiani arabi locali ai tempi di Muhammad, molti dei quali convertitisi all’Islam nascente e imperante. Questo se proprio si vuol parlare di responsabilità remote….!

11. È interessante che, in tale senso, si voglia ledere proprio la base e il senso del Tanakh, spuntando o mettendo forti ipoteche sul suo concetto cardine, ossia quello teologico e pratico di libertà, ancora una volta addomesticando l’Islam svilendo la Bibbia.

12. Molti di noi hanno “toccato per mano” la scelta di certi ambienti cattolici di preferire l’abbraccio con l’islam al “trialogo” includente l’ebraismo e allo specifico dialogo ebraico-cristiano. Ma sappiamo anche che non tutti i cattolici vogliono quell’abbraccio. Non tutti i cattolici che vogliono ricondurre qualsiasi negatività all’ebraismo sanno però che sono stati proprio dei cristiani convertiti all’islam come Titus Burckhardt, René Guénon e altri che con i loro scritti hanno diffuso il concetto che, essendo l’ebraismo la religione della giustizia, e il cristianesimo quella dell’amore, l’islam è la religione della sintesi, la religione completa e perfetta (Era uno dei ritornelli contro i quali è stato necessario lottare negli anni Settanta e Ottanta). Forse tra i cattolici con cariche importanti alcuni hanno la consapevolezza che l’abbraccio con l’islam può condurre anche alle conversioni all’islam (per non parlare di tutti gli altri pericoli)”.

CONCLUSIONI

Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi promossa dalla Chiesa Cattolica o da sue parti rilevanti:

1) La causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);

2) La causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero Islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).

Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e Islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.

Questa strategia (peraltro a lungo termine cieca e suicida anche per il cristianesimo stesso, ammesso che costoro vogliano sopravvivere e il loro odio verso i loro padri, noi e loro stessi non travalichi troppo), mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazareth:

-non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia Natura etc etc), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;

-evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù Ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;

-parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: marcionismo etico (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo)».



Fonte: 



a cura di Vittoria Scanu






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Tu Bishvat / Capodanno degli Alberi

Tu Bishvat / Capodanno degli Alberi

Tu Bishvat / Capodanno degli Alberi

di Antonio Tirri

Sabato 11 febbraio si festeggia Tu Bishvat (15 del mese di Shevat), festa con la quale gli ebrei ringraziano il Signore per la fecondità della Terra d’Israele, com’è detto: “Paese di grano e di orzo, di uva, di fichi e di melograni, terra di olivi e di miele”. (Deuteronomio 8,8)
Viene chiamata anche Rosh Hashanà Lailanot (Capodanno degli Alberi). In Israele indica l’inizio della primavera ed è usanza mangiare le primizie e molti frutti di varie specie.
Tu Bishvat sameach e Shabbath Shalom.
 
 


D-o e una terra
binomio indissolubile
amore e tormento
d’Israele,
speranza nostalgica
di un popolo,
tenace messaggero
di un’idea universale
nata su un lembo
di terra
troppo piccolo
per contenerla tutta.
Terra dura e materna,
da amare
come la giustizia
da desiderare
come la bontà
da attendere
come un dono
da conservare
come la virtù.

(Antonio Tirri da “Ascolta, Israele” Giuntina, Firenze 1999)

 
a cura di Vittoria Scanu – Per Amore di Gerusalemme
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