Tag: Dialogo ebraico-cristiano

E’ il libro di Ester la guida per la XXX giornata del dialogo ebraico cristiano

E’ il libro di Ester la guida per la XXX giornata del dialogo ebraico cristiano

di Angela Ambrogetti  (ACI Stampa).-

E’ stato il libro di Ester la guida per la riflessione della giornata del dialogo ebraico cristiano che si è celebrato oggi 17 gennaio alla vigila dell’apertura della Settimana di Preghiera per l’ Unità dei cristiani.

Quella del 2019 è la XXX Giornata e come dice il vescovo Ambrogio Spreafico Presidente Commissione Episcopale per l’ecumenismo e il dialogo CEI è molto positivo “poter rilevare come in questi ultimi anni si sia andato rafforzando il comune impegno tra cattolici ed ebrei nel nostro paese”.

Molti gli incontri tra l’Ufficio CEI per l’ecumenismo e il dialogo inter religioso e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Comunità Ebraica di Roma, nelle persone del Rabbino Capo Riccardo Di Segni, della Presidente della Comunità Ruth Dureghello e della Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, Noemi Di Segni. L’idea di fondo è individuare un campo di collaborazione che possa “aiutare da parte cattolica la conoscenza dell’ebraismo come realtà vivente e non solo come memoria di fatti del passato; si è cercato di porre l’attenzione anche su alcuni documenti della Chiesa cattolica, che hanno certamente segnato profondamente la comprensione dell’ebraismo e la teologia della Chiesa stessa, ma che sono rimasti a volte ristretti a piccoli gruppi”.

Per la giornata è stato predisposto un sussidio con due note sul libro di Ester, una del Rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e una di  Don Dioniso Candido Responsabile dell’ apostolato biblico dell’ ufficio catechistico Nazionale CEI.

Rav Di Segni ricorda la storia di Ester come origine della festa di Purìmcon la vicenda della Regina Ester che salva il suo popolo, Israele. Nella celebrazione ancora oggi obbligo di lettura del rotolo di Ester, la sera d’inizio e la mattina dopo; scambio di doni alimentari; offerte ai poveri; ricco pasto festivo, con obbligo specifico di indulgere nel vino e bambini che si mascherano. “La storia del Purìm rappresenta nelle vicende ebraiche millenarie il prototipo di un clichè drammatico, quello di un popolo disperso nel mondo, sottoposto al capriccio dei governi, che da un momento all’altro rischia di essere massacrato; il lieto fine della storia (raro nelle vicende reali) dà un po’ di speranza, e tutto questo spiega la radicalità del coinvolgimento e dell’identificazione popolare intorno a questo ricordo, in apparenza tutto allegro, in sostanza dolce-amaro”.

Da parte cattolica Don Candido spiega che “il libro di Ester suggerisce di non accontentarsi della superficie degli eventi, ma di imparare ad andare oltre, fino a scorgere la creatività d’amore del Dio provvidente. Accorda inoltre ai personaggi concreti un ruolo decisivo: i benefici divini sono cioè strettamente legati alla responsabilità umana. Il Dio biblico non abbandona i suoi che scelgono con coraggio la giustizia e la vita: l’opera salvifica divina si coniuga con la collaborazione da parte dell’uomo. Qui il silenzio divino sollecita ed amplifica la voce umana: Dio arretra per lasciare che emergano le scelte umane di fronte alle variabili della storia”.

Una occasione per riprendere in mano ance il documento del 1985 della Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo: “Sussidi per una corretta presentazione degli ebrei nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica” o il testo della Pontificia Commissione Biblica “Il popolo Ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”.

Il sussidio per la XXX Giornata di approfondimento del dialogo tra cattolici ed ebrei  serve per “aiutare tutti i fedeli delle nostre comunità a riscoprire il legame con l’ebraismo nella sua storia e nel suo presente in mezzo a noi” conclude Spreafico.

Condividi con:
Benedetto XVI al Rabbino, la conclusione del dialogo ebraico-cristiano è solo di Dio.

Benedetto XVI al Rabbino, la conclusione del dialogo ebraico-cristiano è solo di Dio.

di Angela Ambrogetti

CITTÀ DEL VATICANO , 28 dicembre, 2018 / 10:00 AM (ACI Stampa).-

Il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto nel suo testo pubblicato da Communio in tedesco la scorsa estate che le due tesi proposte necessitavano di altro dibattito ed approfondimento. E’ così è stato. Soprattutto in Germania visto che il testo fino allo scorso ottobre era solo in tedesco e solo da poco è arrivata la provvidenziale traduzione francese, mentre l’italiano è ancora lontano.

Tra le risposte più interessanti e degne di nota quella del Gran Rabbino di Vienna Arie Folger che in un articolo su Jüdische Allgemeine lo scorso luglio si domanda se il dialogo sia in pericolo.

La sua è una prospettiva ovviamente diversa da quella di Benedetto XVI ed onestamente sottolinea che il testo è scritto “ad uso interno vaticano” ma aggiunge da “un eminente teologo conservatore”.

Benedetto però dimostra di essere tutt’altro che conservatore, proprio perché afferma che le tesi che affronta “ devono continuare ad essere elaborate in maniera critica”.

Il Rabbino riassume il testo del Papa emerito puntando solo a quello che non condivide. Ovviamente, proprio perché è un Rabbino.

Arie Folger scrive che la tesi di Benedetto che la teoria della sostituzione non ha mai fatto parte della dottrina della Chiesa è un “revisionismo antistorico”, a proposito del tema dell’Alleanza il Rabbino si chiede se gli ebrei debbano “subire delle missioni imposte” e sulla questione della Terra promessa e lo Stato di Israele si dice fortemente contrario alla “devalorizzazione teologica del sionismo”.

Il Papa risponde a questo articolo il 23 agosto del 2018 con una lettera personale al Rabbino. Un testo semplice che dimostra proprio la necessità di approfondimento delle tesi che Benedetto aveva anticipato.

Cristianesimo ed ebraismo si dividono nella accettazione di Gesù. Un dibattito che non è stato spesso o sempre condotto dai cristiani in modo rispettoso dell’altra parte.

Sul dibattito sulla interpretazione della Bibbia del Popolo ebreo Benedetto rimanda al testo del 2001 della Pontificia Commissione biblica “Il popolo ebreo e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”, e poi chiarisce il suo pensiero senza chiudere al dibattito, ma aprendo a nuove riflessioni.

La promessa messianica è sempre un oggetto di controversia. Mosè parla faccia a faccia con Dio come un amico, Gesù è figura centrale perché da del “tu” a Dio.

Così il “tempo della Chiesa” è un po’ come i quaranta anni nel deserto per Israele. Un tempo per esercitare la libertà dei figli di Dio.

A proposito delle obiezioni sulla questione dello Stato di Israele Benedetto aggiunge: si tratta di uno stato laico che ha dei fondamenti religiosi. Ma per i padri da Ben Gurion a Golda Meier era evidente che lo stato fosse laico semplicemente perché era il solo modo nel quale potesse sopravvivere.

E conclude con un passaggio interessante in risposta alla difesa della Halaka del Rabbino di Vienna. In materia di morale e di culto c’è una unità che possiamo vedere oggi più di prima, molto grande tra Chiesa e Israele. Anche se oscurata nei secoli dal rifiuto di Lutero alla Legge combinato con un un marcionismo pseudo religioso e con il quale il dibattito non è ancora iniziato. E lì il Papa vede una opportunità nuova di dialogo ebraico cristiano.

Rav Folger risponde a sua volta a Benedetto XVI il 4 settembre e parte proprio da questo terzo punto: la morale e il culto. Unire le forze, dice, contro la secolarizzazione.

Anche sulla natura dello Stato di Israele riconosce la necessaria laicità per poter meglio gestire la politica, ma certo ha un significato religioso per molti ebrei nella diaspora.

Infine il tema dell’Alleanza. Benedetto dice che il dialogo tra ebrei e cristiani non si conclude nella storia, la conclusione appartiene a Dio alla fine della storia.

Il Rabbino risponde che il tema dell’Alleanza mai revocata è utile per combattere l’antisemitismo e lega tutte le forme di antisemitismo anche nella Chiesa all’idea di “sostituzione”.

Conclude con l’augurio che questa corrispondenza “contribuirà a rafforzare e approfondire il dialogo” e fare crescere le azioni per una società migliore.

Condividi con:
Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Incontro a Venezia sulla religione ebraica

inchiesta di Giulio Meotti sul Foglio


Dall’11 al 16 settembre a Venezia, l’Associazione biblica italiana organizza un convegno con studiosi italiani ed europei che sembra uscito dalle ombre del primo Novecento. “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Niente meno. L’Associazione, riconosciuta dalla Cei, di cui fanno parte esponenti del clero cattolico e protestante, 800 studiosi e professori di cultura laica e che il Papa ha salutato a Roma lo scorso settembre, discuterà delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. Degeneranti? L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e “l’ assolutismo”. “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, recita il programma veneziano.

Non si è fatta attendere la risposta, durissima, dei rabbini italiani. Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana, ha scritto ai vertici dell’Associazione biblica, denunciandone le posizioni, ma senza ottenere risposta. “Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato!”, scrive Laras nella lettera che il Foglio anticipa qui. “Certamente, indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni, emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione: un sentore carsico di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo; una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo; un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica”.
Secondo Laras, “questo programma dell’Associazione biblica italiana è la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta. Personalmente registro con dolore che uomini come Martini e il loro Magistero in relazione a Israele in seno alla chiesa siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”. Questa teologia ha conseguenze politiche, dice Laras: “La causa dell’instabilità del medio oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica); la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa). Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti”.
D’accordo con Laras i principali rabbini italiani, a cominciare da Roberto Della Rocca, responsabile dell’educazione nelle comunità ebraiche italiane. “Non voglio fare il processo alle intenzioni”, dice al Foglio il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. “Ma o è uno scivolone o è qualcosa di preoccupante. Sono argomentazioni teologiche usate nel passato come arma antiebraica il Dio vendicativo degli ebrei, il Dio della giustizia contrapposto al Dio dell’amore, usate come propaganda antiebraica. Quando si usano argomentazioni del genere a noi si alzano le antenne. La chiesa cattolica nel dialogo ebraico-cristiano ha superato queste argomentazioni. Sembra che ora vengano riprese. L’idea dell’ebraismo elitario che si sente superiore è stata usata nel passato in maniera preoccupante. E’ chiaramente il sospetto che si voglia avere una ricaduta sull’attualità, su Israele”.
D’accordo con Arbib il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che al Foglio dice: “O è una cosa fatta con piena coscienza e quindi gravissima, oppure non si rendono conto. Non è solo una analisi teologica, biblica, ma un discorso che si presta a essere contestualizzato al medio oriente, con implicazioni micidiali in politica”. Alla stesura della lettera di protesta dei rabbini ha partecipato anche un laico, David Meghnagi, docente a Roma Tre, esperto di didattica della Shoah e membro dell’Unione comunità ebraiche italiane. “Sono convinto che il convegno sia l’indice che dentro la chiesa, fra gli intellettuali e gli studiosi, gli elementi di marcionismo che l’hanno corrotta non sono stati superati”, dice Meghnagi al Foglio. “E sono presenti anche nella cultura laica che legge la Bibbia. Lo si vede negli interventi di Eugenio Scalfari su Repubblica, la contrapposizione fra il Dio veterotestamentario e quello del Nuovo Testamento. Nel 1990, alla prima giornata dell’amicizia fra ebrei e cristiani della Cei, mentre piovevano i missili su Tel Aviv da parte dell’Iraq, mi si avvicina un vescovo e mi dice: Lo sa quanta fatica noi cristiani facciamo per nobilitare il Vecchio Testamento?’. Il linguaggio cristiano rispetto agli ebrei presenta diverse patologie, compresa la valutazione degli ebrei come popolo decaduto, di cui si eredita la primogenitura. Solo dopo la Shoah c’è stata una rivalutazione. Nella cultura più ampia di molti laici e democratici ci sono pregiudizi che arrivano da questa visione”.
Ecco allora che in tante, troppe guerre, Israele finisce per diventare “il nuovo Erode” e i palestinesi “il nuovo Gesù”. “Siccome non viviamo nel vuoto, la scelta di privilegiare questa riflessione si incontra con una teologia palestinese e di matrice cristiano-orientale, che trova ascolto nei movimenti pacifisti e terzomondisti, che tende a vedere l’attuale contrapposizione in medio oriente come la riedizione su più vasta scala della violenza del Dio biblico, l’ebraismo della carne contrapposto allo spirito, i valori della terra contro quelli dello spirito”, conclude Meghnagi. “Vorrei citare un articolo di Gianni Baget Bozzo uscito sul Manifesto sulla guerra di Israele come violenza biblica, o quello di Scalfari su Repubblica che parlò del Dio della vendetta. Lo si vede anche nelle vignette di Forattini. E’ un elemento che è passato nella cultura attraverso la demonizzazione del sionismo, la falsa innocenza della diaspora rispetto allo stato-nazione ebraico da esecrare”.


Giulio Meotti sul FOGLIO

Condividi con:
DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

Modalità e obiettivi


Léon Duƒour


Quanta polvere inutilmente sollevata da coloro che, dialogando, non conoscono il loro interlocutore! Enumeriamo alcune di queste conoscenze indispensabili, preliminari a ogni dialogo. Ho letto, io cristiano, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sugli ebrei? So che dico una menzogna, una calunnia, che sono un persecutore, se continuo a parlare di “popolo deicida” a proposito del popolo ebreo? Persino il Concilio di Trento non aveva adoperato questo termine usato invece nelle traduzioni dei catechismi. Sappiamo che Paolo stesso non è passato dall’ebraismo al cristianesimo come è stato detto, ma è rimasto ebreo, fedele alla religione dei padri (Atti 24, 14)? E che i primi cristiani erano tutti ebrei? Sappiamo che l’ebraismo non si definisce con una fede dogmatica, ma con una pratica di vita?
  

Perché questa conoscenza sia comprensione profonda, devo uscire dal circolo chiuso in cui vivo. Qualcuno può obiettare che gli ebrei hanno messo, per primi, la siepe attorno alla Torà: l’hanno fatto per proteggerla contro perverse influenze.


Tocca a me lasciare il chiuso delle mie abitudini, del mondo in cui mi sono installato confondendo le pratiche religiose con la verità ultima, rigettando nel mondo delle tenebre gli ebrei che, per paura, si sono rinchiusi in se stessi.

Devo superare la frontiera: certamente troverò un mondo molto diverso dal mio.


Eppure quali ricchezze nuove da questo contatto!


Lungi dal criticare costumi che mi sembrano strani, come quello di tenere il capo coperto durante la preghiera o quello di cantare in modo diverso, ho pensato che Gesù di Nazareth ha pregato in quel modo, che i primi cristiani hanno vissuto così? Di più: ho osservato la somiglianza della prima parte della messa e dell’ufficio sinagogale?

Se mi reco al sèder di Pèsach (cena di Pasqua) o alla festa di Kippùr (dell’espiazione), non mi sono forse sentito più stimolato nella mia preghiera pasquale o nel mio comportamento penitenziale? E così per altre istituzioni.


Prima di percorrere le tappe di una autentica conoscenza, dobbiamo dissipare un pregiudizio che può causare mancanza di accordo. Quando si parla di amore nella conoscenza, ciò non significa solo provare visceralmente della compassione per un essere che soffre; a maggior ragione, non è neppure cercare di “convertire” l’altro alla propria verità. Rispetto forse la libertà cercando di imporre la mia fede?


Una delle riserve più profonde che gli ebrei fanno quando sono avvicinati dai cristiani, è di non voler essere considerati come una preda da conquistarsi alla verità cristiana. 
Secondo la precisa affermazione di André Neher, essi non vogliono essere dei “convertiti in potenza”. E’ quindi con spirito di autentica gratuità che devo avventurarmi alla conoscenza del mio fratello ebreo.






Padre Léon Duƒourteologo gesuita

-Sefer- Ottobtre 1974

Condividi con:
Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma

Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma


«Oggi che il cristianesimo mostra di voler tornare alle origini»
Il contributo di Rav Elio Toaff al dialogo ebraico-cristiano
«La mia storia ha inizio a Livorno, la città dove sono nato e dove ho imparato a fare il rabbino. Mio padre, allievo di Pascoli e di Benamozegh, era un uomo di vasta e profonda cultura e dirigeva all’epoca il Collegio rabbinico livornese, in cui si erano formati, per oltre tre secoli, alcuni dei più famosi rabbini del mondo. Io fui l’ultimo allievo a terminare gli studi in quella scuola: divenni infatti rabbino nell’autunno del 1939, poco prima che il Collegio venisse chiuso a causa delle leggi razziali, dell’antisemitismo montante e della guerra»[1].
            Nella prima riga della sua autobiografia Rav Elio Toaff nomina Livorno, e subito dopo, insieme, suo padre Rav Alfredo Sabato Toaff e il di lui maestro Rav Elia Benamozegh. Come scrivevo riferendomi a Benamozegh ne I passi del Messia: «Riteniamo non sia un caso che proprio il discepolo di un suo discepolo, ossia Rav Elio Toaff, abbia accolto nel 1986 nella Sinagoga di Roma Giovanni Paolo II… Altri 14 anni, e il Papa sarebbe salito in Israele e a Yerushalayim…»[2].
            1. Intorno al 1867, nel preparare una relazione che accompagnava i programmi di studio del Collegio rabbinico livornese, Benamozegh scriveva: «Si comprese la necessità di porsi al livello dell’ebraismo europeo, ed anche che la scienza non è essenzialmente ereticale e che Livorno poteva sperare di serbarsi ortodossa diventando scientifica. […] Nei vari insegnamenti è intendimento dell’insegnante di porsi e porre a giorno i suoi scolari dello stato attuale e del progresso delle varie ebraiche discipline, sceverando in tutta la moderna cultura il grano dal loglio, segnatamente nella teologia e la filosofia in generale, e di combattere gli errori dominanti e più perniciosi»[3].
            L’indirizzo degli studi ebraici ideato e attuato da Benamozegh rimase invariato anche dopo di lui, portato avanti dai suoi discepoli, in primis Rav Samuele Colombo e Rav Dante Lattes. Così ricorda la Scuola benamozeghiana Rav Alfredo Sabato Toaff: «Per un quarto di secolo Samuele Colombo, nella scuola e fuori, insegnò e fece apprezzare con la parola e con l’esempio le teorie del Maestro; Dante Lattes, da quarant’anni, nella sua opera di giornalista e di scrittore dedica alla verità ebraica, di cui è banditore e apologista efficace, la sua viva intelligenza e le sue doti preclare di pensatore e polemista dotto e brillante». Subito dopo, Rav Alfredo Sabato Toaff ricorda il giorno in cui ricevette da Benamozegh il titolo di Maskil: «Quanto a me, ho presente sempre alla memoria quella mattina di Sabato del 1898 in cui Elia Benamozegh dette la Semichah a Dante Lattes del titolo di Hacham ed a me di quello di Maskil, né ho dimenticato le parole che Egli, ponendomi sul capo il taleth, mi sussurrava all’orecchio: “Ricordati che per me questa non è una formalità; conto molto su di te!”»[4].
            Nel 1900 il successore di Benamozegh a Livorno fu Rav Samuele Colombo[5], e nel 1923 fu Rav Alfredo Sabato Toaff  a succedergli a sua volta e a raccogliere l’eredità del Maestro.
            Elio Toaff conseguì la laurea rabbinica nel 1939, di fronte a una Commissione composta da Rav Augusto Hasdà di Pisa, Rav Ermanno Friedenthal di Verona e Rav Dario Disegni di Torino.
Colui che più di tutti aveva curato la sua preparazione era stato suo padre, e l’insegnamento continuò pure dopo il conseguimento del titolo. Anche in fuga, durante la guerra, nascosti a Nocette, tra Viareggio e Camaiore, la maggior parte del tempo la passavano studiando insieme.
Avvenne allora che, avvicinandosi Pesah, si dovevano preparare le azzime e il vino e procurarsi una Haggadah. Il padre ricordava la Haggadah a memoria, per cui gli riuscì di metterla per iscritto, un po’ di farina venne trovata, ma come fare per il vino? Anche in questo caso venne in aiuto l’insegnamento di Benamozegh: il padre  raccontò che il suo maestro gli aveva spiegato in che modo i suoi antenati, in Marocco, facevano il vino per la festa con l’uva passa. Elio riuscì a procurarsi due chili di uva passa, che venne messa per una settimana in un recipiente con quattro litri d’acqua, poi coperto con un velo: «Quando finalmente andammo a vedere cosa era successo, constatammo con grande meraviglia che nel recipiente c’erano bei chicchi d’uva che sembravano freschi. Li prendemmo e li pigiammo e poi li lasciammo là a fermentare. Quando il liquido cominciò a bollire, lo filtrammo e lo mettemmo in bottiglie. Vennero fuori tre bottiglie e mezza di vino»[6].
             Alain Elkann gli domandò una volta se era divenuto rabbino per vocazione, se aveva sentito una chiamata. Questa la sua risposta: «Le dirò, io ero affascinato da quello che faceva mio padre. Era l’esempio che io avevo di una vita ben vissuta: la sua dedizione, la sua conoscenza profonda, non soltanto dell’ebraismo, ma anche del mondo classico. Lui era un grecista di chiara fama, conosceva a memoria i lirici greci. […] Da lui ho avuto questo insegnamento: che l’ebraismo deve essere completato da una profonda conoscenza della civiltà, della letteratura, della storia del paese in cui viviamo, perché altrimenti mancherebbe qualche cosa e saremmo fuori dalla realtà»[7].
            Qualche anno più tardi Elkann gli chiese: «Cosa le ha insegnato suo padre?» e lui rispose: «Tutto. Io non sono mai stato nelle scuole pubbliche, sono sempre stato alle Scuole ebraiche e al Collegio rabbinico dove l’orario delle lezioni era questo: una lezione di italiano, una di Talmud, una di greco, un’altra di Bibbia, e così via. Questo ci ha fatto scoprire come ci fosse qualcosa che legava tutto, che la parte ebraica non era avulsa, che non era divisa, separata. Noi vivevamo in un mondo dove il mondo classico e l’ebraismo convivevano naturalmente»[8].
            Nel Dopoguerra, si trattava di ricostruire la vita ebraica in Italia dopo le devastazioni: ottomila deportati, Sinagoghe distrutte, Comunità disperse. A Roma viene riaperto il Collegio rabbinico italiano. Nominato nel 1946 Rabbino Capo di Venezia, Elio Toaff organizza una “Jeshivà Ozar ha-Torà” alla quale partecipano quasi tutti i Rabbini italiani. Le lezioni sono tenute da Rav Alfredo Sabato Toaff: «Mio padre fu un maestro eccezionale, sapiente, colto, instancabile, e seppe ridestare in noi l’interesse per la cultura ebraica, per cui alla fine del corso eravamo tutti soddisfatti, e felici di aver potuto ricominciare a dedicare il nostro tempo a quello studio che è sempre stato la base della vita di ogni ebreo»[9].
            Nel 1951 Rav Elio Toaff viene chiamato a Roma. Nella cerimonia per l’insediamento «io aprii il corteo dei rabbini e degli officianti e mi recai davanti all’Arca della Torà dove ad attendermi c’erano i membri della Consulta rabbinica italiana. Mio padre si fece avanti e con voce commossa pronunciò in ebraico queste parole: “In nome della Consulta rabbinica italiana io ti saluto Rabbino Capo degli ebrei di Roma”»[10].
            2. Tra gli insegnamenti ricevuti dal padre, Elio Toaff ricorda quello di non essere a priori diffidente nei confronti dei preti e della Chiesa: «Notoriamente gli ebrei hanno sempre provato una certa diffidenza nei confronti dei preti e della Chiesa, e la cosa appare abbastanza giustificata se si considera che per circa duemila anni la Chiesa li ha emarginati, perseguitati e persino mandati a morte a causa della loro fedeltà all’antica religione, trasformandoli in un popolo disprezzato e reietto. […] Da questa giustificabile diffidenza, però, mio padre mi aveva insegnato a prendere le distanze, sostenendo che dovunque c’è il buono e il cattivo, e che occorre valutare caso per caso se si vuole essere obiettivi e non cadere negli stessi errori di coloro che, giudicando gli ebrei, generalizzano mettendo tutti nello stesso calderone»[11].
            Il padre era amico del canonico Polese, con il quale aveva in comune la passione per i libri, del parroco di Santa Maria del Soccorso, che abitava nel loro stesso palazzo, e anche il Vescovo si intratteneva con lui per avere delucidazioni su passi biblici o rabbinici. Nel periodo delle persecuzioni «furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole»[12]. Nella primavera del 1949, nel periodo veneziano,  un parroco venne a informarlo che il Patriarca Agostini avrebbe avuto piacere di conoscerlo. L’invito fu accettato e così si incontrarono: «Il patriarca non sedette sul tronetto che era al centro della sala, ma in poltrona vicino a me. Parlammo di tanti argomenti, della mia Comunità, dell’Olocausto, della nascita dello Stato d’Israele, ed ero stupito nel vedere con quanta affabilità mi parlava e quanta comprensione dimostrava per i problemi così gravi che il popolo ebraico stava affrontando per la ricostruzione. Fu quella la mia prima positiva esperienza di un processo di distensione e di avvicinamento che nel corso degli anni doveva manifestarsi in tutta la sua ampiezza e importanza»[13].
            A Roma le occasioni d’incontro si moltiplicarono. Frequentando la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico conobbe padre Agostino Bea, poi ebbe modo di collaborare con padre Cornelius Adriaan Rijk, direttore del Sidic, ed ebbe anche frequenti contatti con padre Mariano, un cappuccino molto noto perché aveva una sua rubrica in televisione: «Questa fiducia, che tanti religiosi intelligenti e onesti mi dimostravano, mi dava soddisfazione e mi faceva piacere, perché era la prova che la mia azione nella Comunità ebraica, volta a dissipare sospetti e rancori secolari in vista di un futuro migliore di comprensione e di apprezzamento, stava dando i suoi frutti, abbattendo le difficoltà e lo scetticismo di chi non credeva che alle parole sarebbero seguiti i fatti»[14].
            La notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, Toaff sentì imperioso il bisogno di unirsi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza S. Pietro. Era un omaggio al Papa che aveva convocato il Concilio nel quale sarebbe stata approvata Nostra Aetate, un uomo «semplice, buono, sensibile e onesto» che un Sabato mattina si era fermato a benedire gli ebrei che uscivano dalla Sinagoga «ed era forse quello il primo vero gesto di riconciliazione»[15].
            Il primo incontro con Giovanni Paolo II ebbe luogo l’8 febbraio 1981 nella canonica di San Carlo ai Catinari. Era stato il Papa, in visita a quella Chiesa al confine con il Ghetto, a esprimere il desiderio di incontrarlo. Rav Toaff fu colto di sorpresa, ma dopo aver riflettuto decise di accettare: «Il doloroso passato dell’umiliante clausura nel ghetto, caratterizzato per noi ebrei di Roma dalla sofferenza e dalla emarginazione, seppure non può e non deve essere dimenticato, perché è nelle radici degli ebrei di questa città, e fa parte della loro storia come dei loro sentimenti, certamente deve cedere il passo di fronte alla nuova realtà che, a partire dal Concilio Vaticano II, sta riscoprendo i valori del giudaismo, raccomandando ai cristiani il ritorno alle loro origini per la ricerca della loro più profonda identità»[16].
            Proprio la fiducia in questi nuovi rapporti consentiva a Rav Toaff di trovare i canali giusti per far pervenire la sua protesta tutte le volte che qualche episodio a suo avviso contrastava con i nuovi orientamenti.
            All’inizio del 1986 con molta cautela mons. Mejia iniziò a sondare il terreno per vedere se sarebbe stata possibile una visita del Papa in Sinagoga. Anche questa volta Rav Toaff fu colto di sorpresa: «Ricordavo ancora con tristezza quando, al funerale di mio padre, il vescovo di Livorno non aveva potuto entrare nel Tempio per assistere alle preghiere perché – aveva spiegato – una regola secolare glielo impediva. Come avrebbe potuto farlo oggi il Vescovo di Roma?»[17].
            Toaff rifletté, si consultò con il Consiglio della Comunità, poi con la Conferenza dei rabbini europei, e la decisione fu presa. Il 13 aprile 1986 «alle 17.15 Giovanni Paolo II fece il suo ingresso nel giardino del Tempio, venne verso di me a braccia aperte e mi abbracciò. E mentre lui si accingeva  a entrare nella Sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni. […] Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me, ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento»[18].
            Dopo aver reso omaggio a Giovanni XXIII e a Jules Isaac, dopo aver ricordato i martiri ebrei di ogni tempo, dopo aver indicato alcuni punti di un lavoro comune a beneficio dell’umanità, Rav Toaff toccò quel tema che ancora oggi è problematico e di urgente attualità: «Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra è stato chiamato, dai nostri maestri, l’inizio dell’avvento della Redenzione. Esso deve essere riconosciuto come un bene e una conquista irrinunciabili per il mondo, perché prelude – secondo l’insegnamento dei Profeti – a quell’epoca di fratellanza universale a cui tutti aspirano e a quella pace redentrice che trova nella Bibbia la sua sicura promessa. Il riconoscimento a Israele di tale insostituibile funzione sul piano della redenzione finale, che Dio ha promesso, non può essere negato»[19].
            Sempre nel 1986, il 27 ottobre, venne organizzata ad Assisi la prima giornata interreligiosa di preghiera per la pace, alla quale Rav Toaff partecipò con una delegazione perché «pregare per la pace è un dovere preciso per ogni ebreo»[20].
            Nel 1993 vennero stabilite regolari relazioni diplomatiche tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e nel 2000 Giovanni Paolo II salì in pellegrinaggio a Gerusalemme, deponendo tra le pietre del Kotel una commovente richiesta di perdono:
«Dio dei nostri padri,
tu hai scelto Abramo e la sua discendenza
perché il tuo Nome fosse portato alle genti:
noi siamo profondamente addolorati
per il comportamento di quanti
nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli,
e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci
in un’autentica fraternità
con il popolo dell’alleanza.
Per Cristo nostro Signore»
3. Ricordando nel 1985 la figura di Yoseph Colombo, figlio di Rav Samuele Colombo, Elio Toaff scriveva: «Il mio desiderio, ed il suo, era quello di pubblicare nella rivista del Collegio rabbinico, un po’ alla volta, tutte le opere [di Benamozegh] rimaste inedite ma ora che egli non c’è più, la realizzazione di un tal programma diviene quasi impossibile»[21]. Eppure, negli ultimi vent’anni, sono stati pubblicati otto libri di Benamozegh: Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale (Marietti 1990); Morale ebraica e morale cristiana (Marietti 1997);  Israele e Umanità. Il mio Credo (ETS 2002); L’origine dei dogmi cristiani (Marietti 2002); Il Noachismo (Marietti 2006); Storia degli esseni (Marietti 2007); L’immortalità dell’anima (La parola 2008); Shavuot. Cinque conferenze sulla Pentecoste(Belforte 2009). Israele e l’umanità è stato tradotto in inglese (Paulist Press 1995) e in spagnolo (Riopiedras 2003), Morale ebraica e morale cristianaè stato ristampato nell’originale francese (In press 2000) e in traduzione inglese (Kessinger 2008 e Cornell 2009). E’ stata anche ripubblicata l’autobiografia del discepolo noachide di Benamozegh: A. Pallière, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo (Marietti 2005).
            Giustificato era il sereno ottimismo con il quale Toaff chiudeva la sua autobiografia: «Tramandare quella tradizione che era caratteristica della scuola in cui mi sono formato sotto la guida di mio padre, il quale a sua volta seguiva la tradizione del grande Benamozegh e di quelli che venivano chiamati nel mondo “Hachmè Livorno”, i saggi rabbini livornesi, è stato ed è lo scopo principale della mia vita. E non mi posso lamentare dei risultati, se mi soffermo a considerare la dottrina e la capacità dei miei allievi e l’affetto che mi dimostrano, cercando di collaborare con me con generoso slancio e filiale affetto»[22].
            4. E’ un pomeriggio freddo e umido del gennaio 2010. Un piccolo corteo si avvicina al portone di via Catalana dove un uomo anziano con un cappello nero, un cappotto nero, un talled sulle spalle è in piedi in attesa. Anche questa volta la prima persona a incontrare il Papa è lui, ora Rabbino Capo Emerito di Roma.
            Benedetto XVI gli stringe le mani dicendo: «Sono lieto di incontrare colui che ricevette il mio amato predecessore». La Sinagoga è illuminata, gli invitati seguono su due grandi schermi, non riescono a frenare l’applauso.
            Il corteo si congeda e si dirige verso il Tempio dove sta per avere inizio la cerimonia. Rav Toaff  prima di rientrare in casa si volge ancora una volta a guardare e, con occhi lucidi, mormora: «Bene, bene così… ».
            5. La sera di domenica 19 aprile 2015, il 30 nissan 5775, undici giorni prima del suo 100° compleanno, Rav Elio Toaff lascia questo mondo. Molti si raccolgono in preghiera nel Tempio maggiore appena la notizia si diffonde, altri giungono al mattino per un ultimo saluto prima che le spoglie mortali di colui che è stato per 50 anni Rabbino Capo di Roma raggiungano l’amata Livorno.
Marco Cassuto Morselli 
Presidende Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma 


[1] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, Milano 1987, p. 3.
[2] M. Morselli, I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, Marietti, Genova-Milano 2007, pp. 11-12.
[3] A. S. Toaff, Il Collegio rabbinico di Livorno, in «Annuario di studi ebraici», IX, 1977-79, pp. 119-120.
[4] ivi, pp. 120-121.
[5] Nel cinquantenario della sua scomparsa è stato ricordato nella «Rassegna Mensile d’Israel» XXXIX, 1973, con articoli e testimonianze.
[6] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 78.
[7] E. Toaff – A. Elkann, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, p. 20.
[8] E. Toaff – A. Elkann, Il Messia e gli ebrei, Bompiani, Milano 1998, p. 88.
[9] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 156.
[10] ivi, p. 168.
[11]ivi, p. 213.
[12] ivi, p. 214.
[13] ivi, p. 159.
[14] ivi, p. 219.
[15] ivi, p. 220.
[16] ivi, p. 228.
[17] ivi, p. 233.
[18] ivi, pp. 238-239.
[19] ibidem.
[20] ivi, p. 241.
[21] E. Toaff, Il pensiero di Elia Benamozegh rivive in Yoseph Colombo, in «Rassegna Mensile d’Israel», LI, 1985, p. 241.
[22] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 248.
Condividi con:
Giornata del dialogo ebraico-cristiano 2015

Giornata del dialogo ebraico-cristiano 2015

Roma – Domenica 18 Gennaio 2015 (ore 16,30)
Riflessione su:
La Nona Parola:

“Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo”. (Esodo 2O,16)

Relatori:
Rav Cesare MoscatiRabbino Capo della Comunità ebraica di Verona.
Prof. Giovanni Odassobiblista, Professore di teologia biblica, Roma.

Moderatore: Dott. Stefano Ercoli

___________

L’incontro, organizzato dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma assieme al Gruppo romano del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), si svolgerà presso il Monastero delle Monache Camaldolesi, all’Aventino (Clivo dei Publicii, 2 – Roma).
Condividi con:
Buenos Aires (Argentina) – Dialogo Ebraico-Cristiano

Buenos Aires (Argentina) – Dialogo Ebraico-Cristiano


Dal 19 al 21 agosto avrà luogo in Buenos Aires (Argentina) l’annuale conferenza dell’ International Council of Christians and Jews (ICCJ) presieduta da Rav Abraham Skorka. Con la collaborazione dell’ American Interfaith Institute (AII), per la prima volta sarà possibile fruire, da parte di un auditorio on line, di otto Webinars (conferenze in live-streaming disponibili in Internet), che consentiranno una partecipazione virtuale ma interattiva ad alcune lezioni e gruppi di lavoro. 
Sarà possibile registrarsi alle pagine web dell’ American Interfaith Institute  http://www.americaninterfaith.org/iccj/
La conferenza dell’ ICCJ del 2015 si svolgerà a Roma, in occasione del 50° di “Nostra Aetate”.
Condividi con:
Giornata del Dialogo Gennaio 2014

Giornata del Dialogo Gennaio 2014

“LO TIGNOV – NON RUBARE” (Es 20,15)

L’Ottava Parola

Rav Alberto Abraham Sermoneta    
  • Dialogo ebraico-cristiano 

Il concetto di dialogo, fra due tradizioni diverse è quello di trovare un punto in comune, da dove iniziare un determinato discorso, che possa poi svilupparsi per un confronto, sano e onesto.
Le diversità, quando vengono affrontate con rispetto verso il prossimo, servono ad arricchire le esperienze di vita e soprattutto a far maturare gli esseri umani, che vogliono combattere rancori e discriminazioni.
Si racconta nel midrash, che quando furono pronunciati i Dieci Discorsi, le Dieci Parole o meglio conosciuti come Dieci Comandamenti, essi furono pronunciati in settanta lingue diverse, tanti si pensava che fossero i popoli dell’epoca, affinché nessun popolo, potesse rivendicarne la proprietà.
E’ per questo che gli esegeti, nel commentare il testo, hanno sentenziato dicendo: settanta volti ha la Torà; ossia essa è interpretabile in settanta modi diversi. Il termine davar: parola, cosa o discorso, singolare di devarim (nel caso specifico) indica anche il luogo dove essi sono stati dati: termine che indica anche il deserto midbar. In realtà con questo termine, noi esseri umani, vogliamo indicare il luogo della solitudine per eccellenza; il luogo dove non si sente alcuna voce, se non il sibilo del vento o il verso degli animali che lo abitano. Eppure di lì è uscita la Torà che è il simbolo per eccellenza, dello studio e dell’insegnamento; quindi del parlare la lingua degli uomini.
Le Dieci Parole contengono tutto il significato della Torà e la base del rapporto fra l’uomo e D-o, fra l’uomo e il suo prossimo.

  • Riflessione sull’Ottava Parola: “LO TIGNOV – NON RUBARE” (Es 20,15)

Moltissimi sono i casi in cui, in modo assai superficiale, si disquisisce su questo 8° Comandamento “Lo tignov – Non Rubare”.  Apparentemente, visto il contesto degli altri Comandamenti, emanati sul Sinai direttamente dalla voce divina, questo ottavo comandamento sembra essere meno in sintonia, meno rigoroso, rispetto agli altri che regolano il rapporto fra l’uomo ed il suo prossimo – ben adam le chaverò. Invece, analizzando attentamente il testo ed il contesto, possiamo asserire che esso racchiude i concetti fondamentali di tutti gli altri Comandamenti.
Infatti “Lo Tignov – Non Rubare” non è relegato esclusivamente al semplice e volgare furto di cose materiali seppur importanti, come possono essere danaro, beni preziosi o valori economici; in esso si concentra tutta la Giustizia sociale, in esso si  trova il “problema” della giustizia fra esseri umani e i rapporti civili che vigono all’interno della Società.

Nel libro della Genesi, al capitolo 31, si racconta della fuga di Giacobbe con le sue mogli, i figli e le concubine, da Labano, dopo 20 anni circa di vita vissuta nella sua casa.
Nei versetti 19 e 20 troviamo scritte due cose che non vanno sottovalutate; Labano è   stato visto dai commentatori come un impostore nei confronti di Giacobbe, uno  sfruttatore del lavoro altrui.
Leggendo questi due versetti, invece dobbiamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi:
V.19   “Labano era andato a tosare il suo gregge e Rachele deruba i Terafim di suo  padre”.
V.20  “E Giacobbe ruba il cuore di Labano l’ arameo, per il motivo che non dice a lui che stava fuggendo”.
Mentre Rachele commette un furto, sebbene di una cosa assai cara a suo padre, ma pur sempre materiale, Giacobbe, fuggendo deruba suo suocero delle “cose” a cui tiene di più: figli e nipoti.
Mentre riguardo il furto di Rachele, non ci sarà alcuna conseguenza, con Giacobbe si determinerà una grossa spaccatura nei rapporti famigliari fra i due.

Si parla di “ghenevà – furto” anche per una cosa “astratta” – l’affetto; che però provoca un effetto assai più devastante del semplice furto di beni materiali.

Nel trattato talmudico di Sanhedrin (86a) troviamo un’obiezione, riguardo  il Comandamento in questione: “…begonev nefashot ha catuv medaber, aval bignevat mamon harè hu omer lo tignovu – il testo parla di chi rapisce persone, perché per chi ruba danaro è detto  (Levitico 17) non ruberete”.
Questa obiezione talmudica vuole insegnare che il furto è inteso dalla maggior parte degli uomini, come il sottrarre a qualcuno qualcosa di materiale; viceversa è assai raro che si verifichi un furto di persone e questo è ben più grave dell’altro.
Più avanti nel testo, nel libro dell’Esodo cap. 21 v. 16, troviamo specificato dalla Torà, il comandamento in questione; è detto infatti: “ve gonev ish u mekharò ve nimzà be jadò mot jumat – colui che ruba (rapisce) un uomo e si trovino a suo carico le prove di ciò, dovrà morire”.
E’ tanto grave, secondo la Torà, il furto di un uomo che è prevista per esso, addirittura la pena di morte, trattamento riservato ad eventi di una gravita assoluta.
Il furto, infatti, equivale al confondere tutte le regole della società, a capovolgere ogni  regola della natura; non si possono confondere le regole che organizzano la vita su  questo mondo, ma soprattutto quelle che regolano il rapporto fra esseri umani.
In ogni caso, il furto, priva qualcuno di ciò che gli appartiene, dalla cosa più futile fino a ciò che più gli è caro, come la vita di un famigliare o addirittura, la propria vita.
Tutto ciò procurerà in colui che lo subisce una reazione che sconvolgerà per sempre la propria vita; quindi chi si macchia di questo grave reato è colpevole allo stesso modo di chi uccide.
A proposito di ciò, Dante Lattes scrive: “Qualunque attentato alla proprietà è furto: ma è mia proprietà, non solo la mia casa ed il mio campo, i miei gioielli e il mio denaro, ma anche la mia libertà finché non offende o tange la libertà degli altri, nei limiti universali ed eterni imposti dall’economia della vita e delle supreme leggi della vita; è mio il mio lavoro e i diritti del mio lavoro; è mio il sole e la poesia del cielo e della terra; è mio il frutto delle mie fatiche e il travaglio del mio pensiero e il sogno del mio spirito; è mio il mio popolo…”. ( fin qui D. Lattes) 

Tutto ciò che appartiene ad ogni essere umano è di sua proprietà; quindi, la negazione del diritto alla vita, al lavoro, allo studio, alla propria religione ed alle proprie tradizioni è FURTO! Esso è degno della peggior punizione.

Nel corso dei millenni della nostra storia, quante volte il popolo ebraico è stato derubato!
Dall’Egitto, inizio della nostra storia:  in cui fu derubato del più alto dei valori dell’essere umano – la libertà – fino all’ultima delle barbarie perpetrate nei nostri confronti, quando ogni famiglia del nostro popolo fu derubata dagli affetti più cari: padri, madri, fratelli, sorelle, mogli, mariti, figli, strappati barbaramente dalle proprie case e deportati ai confini della Terra, dove fu attuato il più grande oltraggio all’Uomo e ad un altro Comandamento – Non Uccidere, attraversando il Comandamento che vi è fra i due che suona con le parole – Non Commettere Adulterio.
Poiché non poche fra donne e bambine, prima di essere trucidate, passarono carnalmente per le luride mani di quegli atroci aguzzini.

Chi ruba profana in tutto e per tutto il Sacro nome di D-o, trasgredendo tutti gli altri Comandamenti.
Se il furto è la negazione della giustizia, la nostra tradizione ha come punto di riferimento, come simbolo della nostra società, questo Comandamento; esso è alla base di tutta la nostra vita, sociale e religiosa. Quante lotte sono state sostenute e combattute, nel corso dei secoli dal nostro popolo, contro l’ingiustizia verso ogni essere umano; lotte contro ogni tipo di frode, materiale o morale.
La Torà non una sola volta ammonisce di non commettere frodi nei confronti del prossimo; nel libro del Levitico c’è un infinito elenco di casi in cui la Torà aborrisce coloro che si comportano con frode nei confronti di un altro essere umano: dal famigliare allo straniero; dall’orfano alla vedova.
Ogni volta viene ribadito il ricordo della schiavitù egizia: “ve zakhartà ki eved haita be Mizraim – ricordati che fosti schiavo in Egitto” la stessa condizione che hai passato tu, non dovrai farla conoscere a chi potrebbe dipendere da te. “Quando uno straniero abitasse presso di te, nella tua terra, non ingannarlo; come uno dei vostri abitanti dovrà essere considerato; tu lo amerai come te stesso, poiché straniero fosti nella Terra d’Egitto”.

La maggior parte dei Profeti di Israele, si scaglia contro il popolo ebraico, non per la trasgressione alle mizvot, bensì contro la frode commessa verso il prossimo; Isaia nel suo primo capitolo, ammonendo Israele per il suo comportamento, si scaglia contro i propri capi chiamandoli “sorerim, ve chevrè gannavim – traviati e compagnia di ladri” poiché non tengono conto in primo luogo della amministrazione della giustizia verso le classi più deboli di esso.

Ma la Giustizia, sarà l’elemento che farà in modo di riportare la salvezza al popolo e all’umanità intera: da Isaia fino all’ultimo dei profeti, oltre ad ammonire Israele, annunciano la sua redenzione attraverso la messa in pratica delle opere di giustizia.
Il giusto – lo zaddik – è colui che paga il conto del malvagio, è colui che non controbatte per pagare la sua parte; sin dalla notte dei tempi, lo zaddik è colui che parla poco e fa molto, mentre il malvagio è colui che attraverso i suoi lunghi e sentimentali discorsi, cerca di trovare il modo per defraudare chi gli sta davanti in quel momento.      

“Sion verrà riscattata con la giustizia e i suoi abitanti con la zedakà”.
                                       
II popolo di Israele, ha il dovere di comportarsi da zaddik agli occhi dei popoli e far sì che la giustizia prevalga sempre, affinché chi si trova in una condizione di sottomissione o di bisogno possa trovare nel suo amico un appoggio morale e materiale, degno del più alto livello di giustizia e di convivenza fra Uomini.
Rav Alberto Abraham Sermoneta 
Rabbino Capo di Bologna   

AMICIZIA EBRAICO – CRISTIANA
GIORNATA DEL DIALOGO – 12 GENNAIO 2014
Roma – Monastero delle Monache Camaldolesi

Condividi con:
17 Gennaio 2014 – Dialogo ebraico-cristiano

17 Gennaio 2014 – Dialogo ebraico-cristiano

Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo Ebraico – Cristiano

L’Amicizia Ebraico Cristiana di Roma e il Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), in occasione della Giornata della Celebrazione del Dialogo Ebraico – Cristiano propongono una riflessione sull’Ottava Parola: 

Dio allora pronunciò tutte queste parole: 

“Non ruberai”                                     
 (Esodo 20,1,15)

Relatori: Rav Alberto Sermoneta – Padre Giovanni Odasso

Rav Alberto Abraham Sermoneta
Rabbino Capo di Bologna

 

Padre Giovanni Odasso
Professore emerito di Sacra 
Scrittura presso la Pontificia 
Università Lateranense 

INVITO

 La S.V. è cordialmente invitata a partecipare all’incontro che si terrà  

Domenica 12 Gennaio 2014 alle ore 17

 presso il Monastero delle Camaldolesi all’Aventino, Clivo dei Publicii, 2 – Roma
 
Il Presidente dell’AEC Roma Marco Morselli 

Condividi con:
DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

Cristiano, conosci tuo fratello? 

 Léon Dufour

Quanta polvere inutilmente sollevata da coloro che, dialogando, non conoscono il loro interlocutore! Enumeriamo alcune di queste conoscenze indispensabili, preliminari a ogni dialogo.

Ho letto, io cristiano, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sugli ebrei?


So che dico una menzogna, una calunnia, che sono un persecutore, se continuo a parlare di “popolo deicida” a proposito del popolo ebreo?   

Persino il Concilio di Trento non aveva adoperato questo termine usato invece nelle traduzioni dei catechismi.

Sappiamo che Paolo stesso non è passato dall’ebraismo al cristianesimo, come è stato detto, ma è rimasto ebreo, fedele alla religione dei padri (Atti 24,14)? E che i primi cristiani erano tutti ebrei?  

Sappiamo che l’ebraismo non si definisce con una fede dogmatica, ma con una pratica di vita?

Perché questa conoscenza sia comprensione profonda, devo uscire dal circolo chiuso in cui vivo.

Qualcuno può obiettare che gli ebrei hanno messo, per primi, la siepe attorno alla Torah: l’hanno fatto per proteggerla contro perverse influenze.

Tocca a me lasciare il chiuso delle mie abitudini, del mondo in cui mi sono installato confondendo le pratiche religiose con la verità ultima, rigettando nel mondo delle tenebre gli ebrei che, per paura, si sono rinchiusi in se stessi. 

Devo superare la frontiera: certamente troverò un mondo molto diverso dal mio. Eppure quali ricchezze nuove da questo contatto!

Lungi dal criticare costumi che mi sembrano strani, come quello di tenere il capo coperto durante la preghiera o quello di cantare in modo diverso, ho pensato che Gesù di Nazareth ha pregato in quel modo, che i primi cristiani hanno vissuto così? Di più: ho osservato la somiglianza della prima parte della messa e dell’ufficio sinagogale?

Se mi reco al seder di Pèsah (cena di Pasqua) o alla festa di Kippur (dell’espiazione), non mi sono forse sentito più stimolato nella mia preghiera pasquale o nel mio comportamento penitenziale? E così per altre istituzioni.

Prima di percorrere le tappe di una autentica conoscenza, dobbiamo dissipare un pregiudizio che può causare mancanza di accordo. Quando si parla di amore nella conoscenza, ciò non significa solo provare visceralmente della compassione per un essere che soffre; a maggior ragione, non è neppure cercare di “convertire” l’altro alla propria verità.  


Rispetto forse la libertà cercando di imporre la mia fede?

Una delle riserve più profonde che gli ebrei fanno quando sono avvicinati dai cristiani, è di non voler essere considerati come una preda da conquistarsi alla verità cristiana. Secondo la recisa affermazione di André Neher, essi non vogliono essere dei “convertiti in potenza”. E quindi con spirito di autentica gratuità che devo avventurarmi alla conoscenza del mio fratello ebreo.

Padre Léon Dufour – teologo gesuita.
«Sefer» – Ottobre 1974

Condividi con: