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Roma // 5 aprile 2016 //

Roma // 5 aprile 2016 //

Il Talmud babilonese tradotto in Italiano per la prima volta!

Verrà presentato all’Accademia dei Lincei, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“Studio” è il suo nome in ebraico, ma “mare” è il nome con cui viene chiamato colloquialmente dal popolo ebreo. Si tratta del Talmud babilonese, 5422 pagine, pilastro dell’ebraismo insieme alla Bibbia, frutto del pensiero dei dottori di Babilonia tra il II e il V secolo dopo Cristo.


Scritto in ebraico e aramaico, non era mai stato tradotto finora in italiano. Martedì prossimo, nella sede dell’Accademia dei Lincei, il primo volume della traduzione italiana verrà consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il lavoro di traduzione, durato cinque anni, ha visto la collaborazione di Miur, Cnr e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, su impulso della Presidenza del Consiglio. Un’opera avviata nel 2011 e che proseguirà al ritmo di 13 saggi all’anno, che ha visto impegnati 50 studiosi di diversi rami del sapere. Emuli, in parte, dei 70 saggi che secondo la tradizione tradussero la Torah in greco in 72 giorni.

“La pace è per il mondo quello che il lievito è per la pasta” recita uno dei passi più citati ancora oggi dal Talmud. Ma il libro rappresenta soprattutto il bagaglio culturale che per secoli, a volte accettato a volte mandato al rogo, ha accompagnato gli ebrei nella diaspora. Si tratta di 63 trattati divisi in 517 capitoli che si occupano di regolamentare e spiegare tutti i diversi aspetti della vita spirituale, sociale, giuridica, etica e culturale della popolazione ebraica. La sua prima funzione è quella di interpretare e dettare l’applicazione delle norme scritte nella Torà, che e’ la vera fonte dei precetti della vita ebraica. Non per niente il Talmud e’ anche definito come Torà orale. Ma in esso sono fissate norme di vita che riguardano tutti gli aspetti dell’esistenza, oltre alla religione, dai rapporti sociali a quelli familiari, dalle ricette mediche ai consigli per una corretta alimentazione, dall’astrologia alla zoologia.

La stesura orale cominciò nel terzo secolo dopo Cristo a Babilonia e proseguì fino al V secolo, quando molto probabilmente vi fu la prima versione scritta. Nei secoli fu limato e accompagnato dal Talmud palestinese, più breve e circoscritto. Giunto in Europa nel tardo Medio Evo fu spesso osteggiato, vietato e bruciato ma papa Leone X ne concesse la pubblicazione a Venezia nei primi anni del ‘500. La prima edizione a stampa in Occidente fu dunque quella veneziana, del 1520-23, ancora oggi testo base per molti studiosi. La fortuna fu breve, poiché l’Inquisizione lo mise all’indice e nel 1553 ne ordinò il rogo, puntualmente avvenuto a Campo de’ Fiori il 9 settembre dello stesso anno, seguito a ruota da un rogo in piazza San Marco a Venezia. Fu poi riabilitato parzialmente dal Concilio di Trento che ne permise la pubblicazione a patto che si espungessero alcuni passi. 
Dopo tre secoli di silenzio fu nuovamente al centro di polemiche da parte di movimenti antisemiti nell’Ottocento.

Attualmente in Europa è stato tradotto in tedesco e inglese e quella che verrà consegnata la prossima settimana a Mattarella sarà la prima copia in italiano, corredata di commenti e testo a fronte. 

(AGI)




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Parole, preghiera e maldicenza

Parole, preghiera e maldicenza

di Rav Scialom Bahbout

Mentre la mente e lo spirito sono impegnati a riflettere per fare un esame di coscienza e analizzare le azioni fatte o non fatte nel corso dell’ultimo anno, la bocca – il tramite attraverso cui passano le parole – è impegnata nel recitare le preghiere e il viddui (la confessione delle colpe commesse). In ebraico, bocca si dice PE, una delle lettere dell’alfabeto ebraico che ha due forme: una chiusa? e una aperta? (che si usa in fine di parola).

Che la parola sia l’elemento che caratterizza l’uomo e lo differenzia dagli altri esseri, è messo in evidenza da Onqelos: nel racconto della creazione, egli traduce l’espressione vajehì haadam lenèfesh chajà (l’uomo divenne un essere vivente) con le parole “essere parlante”. Dopo aver osservato che anche gli animali vengono chiamati nefesh chajà, Rashi aggiunge che ciò che caratterizza l’uomo rispetto agli animali è il fatto che “gli è stata aggiunta la conoscenza e la parola”: l’uso corretto o meno di quest’ultima può portare l’uomo a realizzare se stesso, a raggiungere la missione assegnatali oppure farlo decadere dal ruolo assegnatogli da Dio.

Quanto sia rilevante la parola è dimostrato dall’affermazione che è “la parola dei bambini che sostiene il mondo”. Infatti questi, a differenza dei sapienti, sono liberi dal peccato. Secondo il Talmud (niddà 30b), il feto apprende tutta la Toràmentre si trova dentro il ventre materno, ma, al momento della nascita, un angelo lo colpisce sulla bocca e gliela fa dimenticare. Prima della nascita il feto non può esprimere i pensieri con le parole, ma al momento della nascita diventa “parlante” e dovrà essere capace di dominare tutta la Torà ed esprimerla con espressioni umanamente comprensibili.

La stessa forma della lettera PE accennerebbe proprio a questo: le sue due forme (quella chiusa? e quella aperta ?) possono essere paragonate al feto nelle due situazioni: prima della nascita – quando è in posizione fetale e non può parlare – e dopo la nascita, quando apre finalmente la bocca.

Qual è la funzione che ha la parola il giorno di Kippur? Il Talmud afferma che devarim shebalev enam devarim (“le parole che rimangono nel cuore non hanno effetto”, kiddushin 49b) e questo è almeno uno dei motivi per cui il viddui deve essere fatto enunciando le proprie colpe con la bocca. La stessa regola si applica, ad esempio, a Pesach, nell’annullamento delle sostanze lievitate (hametz), che si fa mediante una formula da recitare prima di Pasqua, oppure alla norma che stabilisce che il verbo zakhor, “ricorda”, va messo in pratica leggendo il passo biblico che inizia con le parole “ricorda cosa ti fece Amalek”.

Ma se c’è un tempo per parlare, c’è anche un tempo per tacere: vi sono momenti in cui il silenzio è da privilegiare alla parola.
Nei giorni di Kippur, in cui ci si prepara a fare un uso continuo della parola, è quindi importante e vitale riflettere sul proprio passato e vedere se si sia fatto un uso improprio della parola (lanciando calunnie, facendo maldicenza, usando lashon gassà – turpiloquio): come dice la Mishnà nel trattato di Iomà, il perdono divino non viene accordato se prima non si è richiesto e si è ricevuto perdono dal prossimo.

Vale la pena ricordare che questo tipo di trasgressione – la calunnia, la maldicenza, il turpiloquio – è oggi uno dei più comuni, a livello nazionale e comunitario (i pettegolezzi imperversano ovunque). Le norme della legge ebraica sulla maldicenza sono estremamente rigorose e, purtroppo, è facile incorrere anche involontariamente in questa trasgressione: si può fare maldicenza perfino nel comunicare un fatto vero.

Le leggi che riguardano la maldicenza coprono una vasta area e coinvolgono molte figure: gli editori dei giornali, i giornalisti, i tipografi, i giudici. Ognuno per le proprie competenze.

Negli ultimi mesi i media hanno sommerso la società con informazioni su personaggi politici (e non) di primo piano, provenienti spesso da indagini relative a processi ancora in corso o addirittura da indiscrezioni riservate e registrazioni la cui diffusione era proibita: ognuno è bene o male esposto a queste informazioni (giornali, telegiornali ecc). Ora, la Torà proibisce la diffusione per via orale di calunnie e maldicenza, e proibisce in linea di massima la presenza del pubblico ai processi, ma come si pone di fronte all’uso dei media?

Ecco alcuni problemi cui la Halakhà cerca di dare una risposta:

– si possono usare giornali, manifesti, trasmissioni radiofoniche e televisive per diffondere notizie e/o di nomi di persone incriminate, prima che sia emessa la sentenza?


– qual è la posizione del giornalista, del lettore, del telespettatore, dell’editore, della tipografia, dei giudici che diffondono sentenze passate in giudicato o informazioni su processi in corso o che prendono per buone delle voci senza averne verificato la veridicità mediante testimonianze?

Senza entrare in un’analisi dettagliata (per la quale rimandiamo a Torath Chajim, Quaderni di attualità ebraica n. 91), si possono indicare le seguenti linee generali:


*diffondere attraverso i media fatti riguardanti la vita privata di una persona è certamente più grave che farlo oralmente. Circa la diffusione di fatti privati, la Halakhàfa una netta distinzione tra le norme da applicare al caso in cui la rivelazione abbia effetto sul solo singolo o sulla collettività.

* se la diffusione di notizie riservate ha effetto solo sul singolo, questa può essere fatta a queste condizioni:

– che le accuse siano state analizzate in tutti i dettagli e sia stato chiarito al di fuori di ogni dubbio che esse sono vere;

– che la persona accusata di un comportamento spregevole sia stata prima ammonita in privato e non abbia accettato l’ammonizione;

– che la pubblicazione degli atti commessi comporti un vantaggio per la collettività e vi sia la fondata speranza che ciò possa indurre l’uomo a comportarsi bene per il futuro;

– che la diffusione tramite i media porti ai risultati di cui alla condizione precedente.
Se la pubblicazione riguarda questioni che hanno effetto sulla collettività, questa è permessa a queste condizioni:

– che la notizia sia fondata, ma è necessario comunicare su cosa sia basata (risultato di una indagine approfondita, o di un ascolto e visione diretta di chi la pubblica, o dall’averla ascoltata da una fonte assolutamente attendibile, o come conseguenza logica di azioni o di dichiarazioni fatte);

– che la persona accusata debba poter conoscere l’informazione prima che venga pubblicata e pubblicare una risposta attraverso lo stesso mezzo di comunicazione;

– che il mezzo di comunicazione utilizzato dalla persona accusata debba essere adatto al pubblico cui è diretto.

Le norme sulla maldicenza sono complesse e oggi, che i media hanno invaso la nostra vita, educare la nostra parola può evitare il degrado della vita privata prima e di quella pubblica. Può sembrare riduttivo dare tutta questa importanza all’educazione a un uso appropriato della parola: infatti potrebbe essere più opportuno cercare di cambiare la società educando la persona a comportarsi bene e a compiere le giuste azioni. Una risposta a questa domanda troviamo nel Midrash (Vajikrà Rabbà 16:2) :

E’ scritto: “Chi è l’uomo che desidera la vita e che ama vedere il benessere per molti giorni? Trattieni la tua lingua dalla maldicenza e le tue labbra dal dire cose ingannevoli. Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e corrile dietro (Salmi 34°, 13-15). Un venditore ambulante girava per i paesi vicini a Zipporì e proclamava: “Chi vuol acquistare una medicina che dà la vita?”. Le persone lo pressavano per acquistare la medicina. Rabbi Jannài era sdraiato nel suo triclinio a studiare la Torà e lo sentì mentre proclamava: “Chi vuol acquistare una medicina che dà la vita?” Gli disse: “Vieni qui e vendimela”. Il venditore gli rispose: “Non sei tu che hai bisogno di questa medicina e neanche le persone come te”. Ma egli insistette e quello andò da rabbi Jannài. Il venditore tirò fuori il libro dei Salmi e gli mostrò il verso: Chi è l’uomo che desidera la vita… e aggiunse “Ma cosa trovi scritto dopo? Trattieni la tua lingua dalla maldicenza”. Disse rabbi Jannai: “Per tutta la mia vita ho letto questo verso, ma non avevo capito quanto fosse semplice, finché non è venuto questo venditore ambulante che mi ha detto: Chi è l’uomo che desidera la vita….

Qual è l’insegnamento così nuovo che rabbi Jannài imparò dal venditore ambulante? Rabbi Jannài pensava che la parte fondamentale di questo passo dei Salmi fossero i due versi nella loro interezza, e cioè la medicina che dà la vita è l’intera osservanza della legge (come si deduce dai versi finali). Solo allora rabbi Jannài capì che l’osservanza della norma Trattieni la lingua dal dire maldicenza è la garanzia per arrivare all’osservanza automatica delle altre mitzvoth.

Secondo i Maestri, la maldicenza è una colpa grave in quanto uccide tre persone: la persona che la fa, chi l’ascolta e quella verso cui è diretta. Non si tratta evidentemente di una morte fisica (anche se in taluni casi una calunnia o una maldicenza possono distruggere una persona sia in senso fisico che morale: Le parole sono pietre).

Kippur è un’occasione quasi unica per fare i conti con le proprie parole: le nostre preghiere non possono riscattare l’uso così dicotomico che si fa della parola. La purezza che deve essere intrinseca alla preghiera, mal si accompagna con la maldicenza.
Con l’augurio che ognuno possa trasformare la sua lingua in lashon kodesh, una lingua che parla solo di cose sacre.

(Scritto in occasione di Jom Kippur 5770 per la Comunità ebraica di Trani)



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La festa di Chanuccà

La festa di Chanuccà

“Ha nerot hallalu anu maddlikin al ha nissim ve al ha ghevurot……….ve en lanu reshut lehishtammesh bahem ellà lirotam bilvad _ Noi accendiamo questi lumi per i miracoli e per le vittorie……e non ci è permesso servirsene, ma guardarli soltanto”.


Il brano sopracitato, viene recitato in ogni casa ebraica, da questa sera, per otto sere quando le famiglie ebree, all’interno delle loro abitazioni, delle Sinagoghe e di altri luoghi, pubblici e privati, si accingono ad accendere la lampada a otto lumi, con la quale si celebra l’eroica vittoria dei fratelli Maccabei, contro il nemico ellenico, il quale era famoso per avere la sfrontatezza di obbligare l’accettazione della propria cultura agli abitanti delle Terre da loro conquistate.


La festa di Chanuccà è conosciuta con l’appellativo di “festa delle luci” in cui si celebra la vittoria della luce della propria cultura popolare sulle tenebre dell’imposizione delle culture estranee.
In essa si ricorda la miracolosa vittoria di un piccolo esercito con a capo Giuda della famiglia degli Asmonei, ma soprannominato Maccabeo a causa della sua forte tenacia, il quale riuscì a smuovere le coscienze di un gruppo di ebrei, per ribellarsi al dominio greco sulla Terra di Israele.
E’ un’antica storia che risale al secondo secolo avanti l’era volgare: i greci che dominarono tutto il mondo occidentale con la loro cultura, conquistarono anche la Terradi Israele e vietando l’osservanza dei precetti comandati dalla Torà al popolo ebraico, tentarono di imporre la loro cultura e le loro tradizioni idolatre su tutti gli abitanti del Paese.
La cosa più sconvolgente fu che, introducendo idoli pagani nel sacro Tempio di Gerusalemme, pretesero che tutti i sacrifici dedicati a l’unico D-o, fossero invece offerti alle divinità pagane da loro adorate e servite.
Come tutti i popoli conquistati, anche una parte del popolo ebraico, si lasciò affascinare dalla cultura ellenica e molti, rinnegarono le regole della legge mosaica, per seguire il paganesimo e le varie innovazioni, che naturalmente contrastavano con la cultura giudaica.
Fu una lotta impari quella di Giuda Maccabeo, dei suoi fratelli e di una parte del popolo, contro l’imponente esercito di Antioco Epifane, ma alla fine l’esercito ebraico ebbe la meglio:


“Ma Tu, con la Tua grande bontà hai condotto i prodi nelle mani dei deboli, i numerosi nelle mani dei pochi, i malvagi nelle mani dei giusti, gli impuri nelle mani dei puri, gli infedeli nelle mani di coloro che studiano la Tua Torà”.


Questo brano, per tutta la durata della festa, viene aggiunto, nelle preghiere quotidiane; esso racconta la storia dei Maccabei ed il grande miracolo avvenuto nella Terra di Israele.


Dopo aver sconfitto l’esercito di Antioco, gli ebrei, tornati alla loro originaria tradizione, iniziarono il lavoro di riconsacrazione del Tempio, disfacendosi di tutti gli idoli posti dai greci nel Sacro Tempio e di tutto ciò che fu adoperato per il servizio a quel culto estraneo. Persino l’olio necessario all’illuminazione del sacro luogo, fu profanato perché usato da loro.
Il midrash racconta, che al momento della cerimonia inaugurale, non si trovò l’olio per illuminare il Tempio; si cercò in ogni angolo persino i più nascosti, fino a che se ne trovò una piccola ampolla – adatta – kasher – che sarebbe potuta bastare per non più di un giorno.
 
Il tempo minimo però, necessario per fabbricarne dell’altro, adatto alla sacralità del Tempio, era di otto giorni; ma il Signore con la Sua grande bontà, volle che quell’olio durasse per tutti i giorni necessari alla fabbricazione di altro olio.


Per questo motivo la festa dura otto giorni, durante i quali si accende una speciale lampada a otto bracci, per ricordare il miracolo accaduto.
Non sappiamo se la storia dell’olio sia reale, ma il suo significato coincide perfettamente con ciò che avvenne in quel tempo a Gerusalemme. L’olio è un liquido diverso da tutti gli altri, in quanto tende a mantenere tutte le sue caratteristiche inalterate, anche se si cerca di mescolarlo con altri liquidi; così gli ebrei, attraverso l’osservanza dei loro precetti, non alterano mai le loro tradizioni e le loro caratteristiche.


Il popolo ebraico, nel corso della sua storia, più volte ha rischiato di essere sterminato e di essere annientato dal marasma della società, ma più volte, grazie al mantenimento delle tradizioni, si è sempre distinto, emergendo anche quando le prospettive non erano le più rosee.
Il miracolo della festa di Chanuccà sta nel fatto che una piccola parte del popolo, rimasta fedele alla tradizione ed all’osservanza delle leggi della Torà, sia riuscita a contrastare un esercito potente come quello di Antioco e a coinvolgere anche coloro che avevano abbandonato le tradizioni per accogliere questa nuova corrente religiosa. Viceversa, attraverso l’assimilazione ad esso, Antioco sarebbe riuscito in modo assai originale a cancellare la cultura e la presenza ebraica dalla faccia della Terra.
E’ la “festa della luce”! La supremazia della luce sulle tenebre.


Si racconta nel midrash che vi è un’attinenza tra la fase precedente la Creazione del Mondo e l’invasione ellenica sulla Terra di Israele:
Nella Genesi troviamo scritto “Ve choshech al penè tehom – E le tenebre erano al cospetto degli abissi” ossia prima ancora dell’inizio della Creazione, regnavano sul mondo le tenebre, quelle tenebre chiamate “tohu va vohu – caos primordiale”. I Maestri del Talmud insegnano dicendo: “Questo è il dominio dei greci, che oscurarono gli occhi del popolo ebraico”.
Il caos e le tenebre sono il simbolo del disordine e quindi della mancanza di libertà, intesa come la negazione del diritto di esprimere le proprie opinioni e rispettare quelle altrui, persino della minoranza.
Per nessuna religione, nemmeno per quella ebraica, non è mai previsto l’accendere lumi, senza la possibilità di usufruire di quella luce; e così invece, avviene per la festa di Chanuccà.


“Veen lanu reshut lehishtammesh bahem ellà lirotam bilvad – Non ci è permesso servirsene(dei lumi) ma guardarli soltanto!”


Contemplando i lumi di Chanuccà, si ha la possibilità di riflettere sulla volontà dell’uomo di decidere il proprio destino, attraverso le sue azioni; di riflettere sull’importanza di un mondo libero in cui ogni essere umano possa rispettare le proprie tradizioni e, attraverso la loro divulgazione, avere il diritto di essere rispettato di conseguenza.
Il motivo quindi è che, secondo l’interpretazione talmudica, quei lumi debbono essere contemplati, ricordando la prima azione divina che, con la creazione della luce, iniziò a porre ordine all’opera creativa, insegnando all’uomo la facoltà di scegliere fra il bene e il male, fra la vita e la morte.


Simboleggia quindi il passaggio dalle tenebre alla luce che sconfigge i vari tentativi di annientamento di ogni popolo e in particolare del popolo ebraico.


Vi è un uso, presso gli ebrei italiani e non solo, di accendere i lumi della lampada di Chanuccà, con una candela che si è usata nel giorno 9 del mese di Av, in cui si prega esclusivamente al buio, se non con una sola candela, in segno di grave lutto per la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme.
Il motivo è che è predetto dai profeti, che il Signore con la Sua grande bontà, ci farà passare “meafelà le orà – dalle tenebre alla luce festiva”.


Le tenebre del lutto, della persecuzione, del paganesimo alla luce della vittoria della democrazia e della libertà simboleggiata da questa festività.


Nel breve trattato talmudico di “Meghillat taanit” viene codificata l’istituzione e le regole delle varie ricorrenze ebraiche non comandate dalla Torà, fra cui la festa di Chanuccà; si spiega che i Rabbini che lo hanno composto, hanno voluto codificare queste festività per celebrare in modo festivo le sciagure che il popolo è riuscito a scampare miracolosamente, “con lodi ed inni al Signore”.
Da qui si impara che le sciagure e le tenebre, attraversate dal popolo di Israele, nel corso dei millenni della sua vita, sono alla base della sua crescita e del rafforzamento dell’identità di popolo.
Nel libro biblico dei Re, troviamo scritto al capitolo ottavo:


“Dunque disse Salomone – il Signore ha detto di abitare nelle tenebre” Poiché quello è il luogo dove abita D-o e dove risiede la Shechinà– la presenza divina.


In tutto il racconto della Torà – dall’inizio alla fine di essa – non troviamo mai una sola volta che la presenza divina non sia simboleggiata da nubi, tenebre o caligine; basterebbe soltanto leggere il racconto della manifestazione divina nell’episodio della promulgazione del Decalogo per rendersene conto.


Cosa ha a che vedere tutto ciò con la festa di Chanuccà?
Essa è chiamata “Chag ha orim – La festa delle luci” e la luce è l’antitesi delle tenebre. Nel trattato talmudico sopracitato, troviamo detto che l’esercito di Antioco occupando la Terra di Israele, con la loro oppressione e l’istituzione coatta della loro lingua e tradizione, oscurò il mondo tenendo con gli ebrei un atteggiamento più crudele rispetto agli altri popoli.


Il nome Chanuccà fu posto a questa festa, non soltanto per indicare la cerimonia inaugurale, della riconsacrazione del Tempio all’unico D-o, quanto per indicare una delle caratteristiche fondamentale di Israele: l’insegnamento.


Il termine Chanuccà infatti, viene originato dal verbo le – chanekh che esprime l’insegnamento che un padre o una madre hanno il dovere di dare al proprio figlio, trasmettendogli, sin dalla più tenera età quell’amore per i principi millenari del nostro popolo.
L’assimilazione alla cultura dei greci duemila e cinquecento anni fa, non si allontana di molto da quella che si vive e si respira oggi nel nostro mondo.
Essa è la cultura della supremazia fisica e dell’inseguimento di quei beni che hanno un valore effimero e senza fondamenta.
Paganesimo non significa soltanto prostrarsi a degli idoli fabbricati di pietra, legno o altri materiali, bensì disprezzare il valore dell’Uomo usando su di lui una forza brutale che può ridurlo alla nullità fisica.
Paganesimo significa anche mancanza di rispetto verso chi ha una cultura e tradizioni diverse; quindi soppressione di costoro in nome di un D-o.
Paganesimo significa uccidere in nome di D-o.


Le luci della lampada di Chanuccà che da stasera, per otto giorni accenderemo nelle nostre case, nelle nostre sinagoghe e persino nelle piazze più grandi delle nostre città, vogliono essere un forte messaggio di rispetto verso tutti gli uomini, e soprattutto un inno alla vita.
Se ogni popolo ha una bandiera che simboleggia la sua storia e le sue tradizioni, la bandiera del monoteismo sarà sicuramente la lampada di Chanuccà.


I Rabbini codificatori della normativa ebraica, ci esortano a disporre le nostre lampade di Chanuccà, dinnanzi alle finestre e alle porte delle nostre abitazioni, affinché fossero ben visibili a tutti e chiunque, vedendole possa ricordarsi del sacrificio dei fratelli Maccabei, i quali, con un esiguo numero di soldati riuscirono a sconfiggere un esercito come quello dei greci, in nome della libertà di pensiero, di religione e soprattutto in nome del rispetto degli esseri umani.


Possa il Signore D-o di ogni essere vivente, liberare il Suo popolo e tutti gli uomini della Terra dal giogo della malvagità, della persecuzione e della violenza, presto ai nostri giorni, così come fece al tempo dei Maccabei contro i malvagi che volevano la distruzione del popolo di Israele.

Rav Alberto Sermoneta

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A Roma: DANIEL BOYARIN

A Roma: DANIEL BOYARIN


Incontro da non perdere

con uno dei maggiori studiosi di Talmud a livello internazionale.

 

  
Tema dell’incontro

Due Farisei:

Giuseppe Flavio e L‘Apostolo Paolo

Giovedì 26 Giugno, 2014
ore 18.00
 

Pontificia Università Gregoriana – Piazza della Pilotta, 4 – Roma

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Quel lume alla finestra

Quel lume alla finestra

La festa di Chanukkà 


Il 25 di Kislèv cade la festa di Chanukkà (Inaugurazione) che dura otto giorni. Si chiama anche Chàg Haneròth (festa dei lumi), Chàg Haurìm (festa delle luci) e Chàg Hamakkabìm (festa dei Maccabei).

Quando Giuda, figlio del sacerdote Mattatia e soprannominato Maccabeo, dalle iniziali delle parole della frase: “Mi Kamòkha Baelìm Adon-i?” (Chi è pari a Te, o Signore?) entrò nel Tempio di Gerusalemme, a capo dei suoi valorosi seguaci, sapeva bene quale fosse il suo primo compito: riconsacrare il Santuario al Signore e abbattere gli idoli, fatti installare dal re di Siria Antioco IV Epifane, persecutore del culto israelitico, sotto il cui governo era caduta Èretz Israèl (la Terra d’Israele).

Antioco, infatti, voleva che gli ebrei abolissero completamente l’osservanza della Torà e seguissero la religione e la cultura greca, secondo le quali egli stesso era cresciuto. Molti ebrei morirono piuttosto che tradire la loro fede. Ma col passare del tempo, gli animi erano giunti all’esasperazione e quando il vecchio Mattatia, appoggiato dai suoi figli, diede il segno della rivolta, molti non indugiarono a seguirlo.

Le forze di Israele, sotto il comando di Giuda Maccabeo, riuscirono finalmente ad affrontare e sopraffare il nemico, entrando a Gerusalemme. Il Talmùd racconta che quando gli Asmonei riconsacrarono il Tempio, trovarono una piccola ampolla di olio puro, col sigillo del Sommo Sacerdote. L’olio poteva bastare per un solo giorno, ma avvenne un grande miracolo: Nes gadòl hayà pò e l’olio bruciò per otto giorni, diffondendo una bellissima luce e dando così la possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell’altro nuovo. Allora fu proclamato che il 25 Kislèv si festeggiasse l’avvenimento, per tutti i tempi. Ancora oggi si accendono i lumi per otto sere, in ricordo non solo del miracolo dell’olio, ma soprattutto del miracolo che pochi ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a sconfiggere l’esercito potente dei siriani.

Durante l’accensione dei lumi di Chanukkà si recita il seguente brano:  

“Noi accendiamo questi lumi in ricordo dei miracoli e della liberazione e delle prodezze e delle salvezze e dei prodigi e delle consolazioni che facesti ai nostri padri in quei giorni in quest’epoca, per mezzo dei tuoi santi sacerdoti. Tutti gli otto giorni di Chanukkà questi lumi sono sacri e non possiamo servirci di loro, ma solo guardarli, per rendere omaggio al Tuo Nome per i Tuoi miracoli e i Tuoi prodigi e le Tue salvezze”.

sevivòn  (trottolina)


Negli otto giorni della festa di Chanukkà non si possono fare manifestazioni di lutto e non si può digiunare. I bambini ricevono regali e in particolare dei sevivòn (trottoline) su cui compaiono le iniziali delle parole Nes gadòl hayà pò (Un grande miracolo è avvenuto qui).
Uno dei precetti relativi alla festa è quello di “rendere pubblico il miracolo”, per questo si usa accendere i lumi al tramonto o più tardi, quando c’è ancora gente nelle vie, vicino alla finestra che si affaccia sulla strada, al fine di rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo.

UNA RIFLESSIONE SUL MIRACOLO DELL’OLIO
di Rav Riccardo Di Segni


“Il miracolo di Chanukkà, dell’olio che basta per accendere la Menorà per otto giorni, ha un precedente nel secondo libro dei Re, al capitolo 4. È la storia di una povera vedova piena di debiti alla quale il profeta Elishà (Eliseo) fa un miracolo. In casa la vedova ha solo un’ampollina di olio; Elishà le chiede di chiudersi in casa, e di farsi prestare quanti più recipienti (kelìm) può; e poi di cominciare a versare il suo poco olio nei recipienti. L’olio comincia a scendere e riempie di volta in volta i recipienti che vengono portati. Finiti i recipienti, il miracolo si interrompe. Questa storia può essere molto utile per spiegare il senso del miracolo di Chanukkà. L’olio e i recipienti rappresentano lo spirito e la materia. C’è un’effusione ininterrotta dell’olio, della luce, dell’energia, dello spirito, nella materia vuota. Finché c’è un recipiente disponibile, l’energia arriva”.

Negli ultimi anni nelle grandi piazze di alcune città italiane, si issa un’enorme Chanukkià i cui lumi vengono accesi in presenza di numerosi intervenuti. 

Roma, la grande Chanukkià di piazza Barberini

A cura di “Per Amore di Gerusalemme”

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Il VANGELO EBRAICO

Il VANGELO EBRAICO

Le vere origini del cristianesimo

Daniel Boyarin

Nel luglio del 2008 il “New York Times” riferiva in prima pagina di uno sconvolgente ritrovamento: un’antica tavola, un grosso e pesante pezzo di pietra con 87 righe incise in ebraico. Risaliva a prima della nascita di Cristo e conteneva una profezia, l’annuncio di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la morte.

È solo uno dei tasselli con cui Daniel Boyarin, fra i più noti talmudisti viventi, ci spiega che la storia del Nazareno non rappresenta affatto, come da secoli si ritiene, un momento di rottura con il senso religioso ebraico. La percezione convenzionale di una netta divisione tra cristiani ed ebrei, diffusa tanto da una parte quanto dall’altra, non tiene conto di una natura comune profondamente e radicalmente unitaria. Gesù era un ebreo osservante, un ebreo che mangiava kosher. Si era presentato nel modo in cui molti ebrei si aspettavano che facesse il Messia: un essere divino incarnato in un uomo. All’epoca dei fatti, del resto, la questione non era: “Giungerà il Messia?”, ma solo “Questo falegname di Nazareth è Colui che aspettavamo?”. Alcuni credettero di sì, altri di no. E oggi noi chiamiamo il primo gruppo cristiani e il secondo ebrei, anche se, in principio le cose non stavano così. Con una sorprendente rilettura del Nuovo Testamento e l’aiuto delle più recenti scoperte e delle Antiche Scritture, Il Vangelo ebraico risale alle origini di una divisione millenaria che oggi, secondo Boyarin, dobbiamo avere il coraggio di capire e superare, andando oltre le convenzionali semplificazioni.

Hanno scritto:

  • “La visione di Boyarin è rivoluzionaria. Eppure, quelli che racconta sono solo fatti storici” The Washington Post
  •  “Quest’affascinante ricostruzione della storia di Gesù cambierà l’idea delle persone sulle origini del cristianesimo e sul suo complicato rapporto con l’ebraismo” Elliot Wolfson, professore di Lingua e Storia ebraica all’Università di New York

Chi è l’Autore:

  • DANIEL BOYARIN – Professore di Cultura talmudica e di Retorica all’Università della California, è riconosciuto a livello internazionale come uno dei maggiori studiosi di Talmud e come grande divulgatore della cultura ebraica. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo A radical Jew (University of California Press, 1997), Border Lines (University of Pennsylvania Press, 2006), Socrates and the Fat Rabbis (University of Chicago Press, 2009) e, in Italia, Morire per Dio (Il Nuovo Melangolo, 2008). Vive a Berkeley, in California. 

Prefazione di:

    • JACK MILES Professore di Letteratura inglese e di Studi Religiosi all’Università della California, è l’autore di Dio: una biografia (Garzanti, 1996) per il quale ha vinto il Premio Pulitzer. Collabora con il “New York Times”, il “Washington Post”, il “Los Angeles Times” e il “Boston Globe”. Tra le altre sue pubblicazioni ricordiamo anche Gesù: una crisi nella vita di Dio (Garzanti, 2003).

    Jack Miles

    “Non molto tempo fa, un importante rabbino conservatore mi ha confidato: «Daniel Boyarin è uno dei due o tre massimi luminari rabbinici al mondo». Poi, abbassando un po’ la voce, ha aggiunto: «Forse addirittura il più grande». Questa osservazione mi è stata fatta in confidenza perché era evidente il turbamento del rabbino all’idea che qualcuno con le tesi di Boyarin potesse averle davvero fondate su base talmudica. Da cristiano, lasciatemi dire in tutta franchezza che queste idee possono turbare anche quei cristiani che hanno apprezzato l’originalità — altrettanto fondata — della sua lettura del Nuovo Testamento.
    Le brillanti idee di Boyarin ci turbano poiché complicano i rapporti tra due identità reciprocamente stabilite, e ne sfumano i contorni. Il suo maggior merito è di aver assunto un fermo controllo concettuale su tale reciprocità e di averla illustrata in una coraggiosa rilettura tanto dei testi rabbinici quanto dei Vangeli, una rilettura i cui risultati sono così allarmanti che, una volta compreso dove va a parare, a noi — ebrei, o cristiani — non resta che interpretare anche i passaggi più familiari delle sacre scritture in una luce del tutto nuova.

    Credo che il modo migliore per spiegare questo punto sia offrire un esempio piuttosto recente. Nel nostro vicinato c’è una famiglia con due gemelli, Benjamin e Joshua. Visto che sono eterozigoti, non hanno il medesimo aspetto e sono diversi anche da altri punti di vista. Ben è un atleta, un ambizioso senza scrupoli che guadagna a colpi di spintoni quel che non riesce a raggiungere con l’abilità. Josh invece è un cantautore in erba dagli occhioni romantici, il cui secondo amore, dopo la sua fidanzata, è la chitarra. La madre, che viene da una famiglia di atleti, ama dire di Ben: «È tutto maschio, quello lì». Il padre, che discende da una famiglia di musicisti e di romantici, predilige Josh.
    Dal momento che sono gemelli e che condividono la stessa stanza da quando erano bambini, Ben e Josh si conoscono molto bene. Ben sa perfettamente che Josh lo può battere in un match di baseball uno contro uno. E Josh sa che Ben è in grado di eseguire una melodia in due parti con una dolce voce tenorile che nessun altro, a parte loro due, ha mai sentito. Ma ciò che sanno l’uno dell’altro ha finito per contare sempre meno nel corso del tempo, mentre la versione «percepita» delle loro identità ha preso il sopravvento nella cerchia estesa di amicizie e conoscenze. (…)

    Daniel Boyarin vede l’ebraismo e il cristianesimo come Josh e Ben, anche se in ballo non ci sono lo sport e la musica. In ballo, piuttosto, c’è la questione — sempre cruciale ma forse non più di quanto lo fosse nel 70 d.C., dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme — di come gli ebrei dovrebbero relazionarsi col loro Dio e con la maggioranza gentile dell’umanità. Prima della distruzione del Tempio vi erano numerose scuole di pensiero in lizza su questo punto dirimente. E dopo la catastrofe, le uniche due a restare in piedi furono quella rabbinica e quella cristiana. Teologicamente parlando avevano le loro differenze, ma erano entrambe di stampo ebraico, così come Ben e Josh sono fratelli all’interno della medesima famiglia. Le differenze, come nell’esempio che ho portato, erano tutte all’interno della famiglia, e lì sono rimaste non solo per qualche decennio ma, come afferma Boyarin chiaro e tondo, per i primi secoli dell’era volgare. Ci è voluto così tanto per far sì che un’escalation di polemiche reciproche finisse per sopravanzare un senso profondo di fratellanza e creare due identità reciprocamente stabilite laddove, in origine, ve n’era solo una, per quanto non sedimentata.

    Ciò che Boyarin denigra è la semplificazione polemica di queste due identità, un involgarimento che ha spinto entrambe le fazioni a ripudiare, quasi fossero spinte da principi inestirpabili, pratiche e credenze che in origine ciascuna delle due avrebbe tranquillamente riconosciuto come proprie. È come se i pronipoti di Ben crescessero con questo dogma: «Noi non tocchiamo mai la chitarra, sono loro che suonano la chitarra, perché son fatti così». Mentre i discendenti di Josh, analogamente, dovessero giurare e spergiurare: «Noi non tocchiamo mai un pallone, sono loro che giocano a pallone, perché son fatti così».

    Gesù mangiava kosher? Se sì, sarebbe stato così poco cristiano da parte sua? Nel terzo capitolo del libro che vi accingete a leggere, Boyarin scrive: «Molte (se non tutte) delle idee e delle pratiche del movimento cristiano del I secolo, dell’inizio del II secolo d.C. e anche dei periodi successivi possono essere interpretate con certezza come parte integrante delle idee e delle pratiche dell’ebraismo di quei tempi. Le idee della Trinità e dell’incarnazione, o almeno gli embrioni di tali idee, erano già presenti tra i seguaci del credo ebraico molto prima che Gesù arrivasse sulla scena per incarnare tali nozioni teologiche e rispondere alla chiamata messianica».

    La Trinità… un’idea ebraica? L’incarnazione un’idea ebraica? Oh sì! E se pensieri come questi vi sembrano inconcepibili, posso solo insistere: continuate a leggere. Potrebbero sembrarvi tutt’altro che inconcepibili dopo aver letto l’analisi ben fondata di Boyarin del background ebraico relativo allo strano titolo di cui Gesù si fregia, Figlio dell’Uomo, una designazione che in teoria dovrebbe significare solo «essere umano», ma in realtà denuncia, tanto chiaramente quanto paradossalmente, un’identità divina molto più di quanto non faccia la più prevedibile, regale o messianica designazione di Figlio di Dio“.

    Dalla Prefazione di Jack Miles,  
    “Corriere della Sera” del 23 settembre 2012

    castelvecchieditore.com

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    Mistero del Nome di Dio

    Mistero del Nome di Dio

    “Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

    Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud (studio delle Scritture) dice: “Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il Nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del sommo sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno” (Jomà, VI,2).

    Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti (yod, he, waw, he): JHWH, dette “Tetragramma sacro”, citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “I tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: “la tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo “Adonai”, cioè “Signore” o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo Catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro” (CdA 48,6).
    Anche Papa Giovanni Paolo II ci invita, con il suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome”, in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico” (“Via Crucis” -venerdì santo – 30 marzo 1986 ).

    Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

    N.B.: La trascrizione “italiana” del Nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

    Vittoria Scanu 

    Giovanni Paolo II e il rabbino Elio Toaff – Roma, Tempio maggiore, 13 aprile 1986
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    Shavuot/Pentecoste

    Shavuot/Pentecoste

    Benamozegh:Cinque conferenze sulla Pentecoste ebraica

    Gabriella Maestri

    di Gabriella Maestri

    Al pubblico dei lettori che già conosce ed apprezza gli scritti di Elia Benamozegh sarà molto gradita la recente uscita, nella Collana di studi ebraici della Casa editrice Belforte di Livorno, di un volume, a cura di Marco Morselli, che raccoglie cinque conferenze del grande rabbino livornese sul tema della Pentecoste ebraica, la festa di Shavuot, date alle stampe per la prima volta nel lontano 1886, successivamente per più di un secolo cadute nell’oblio ed ora finalmente oggetto di una nuova pubblicazione.

    E’ significativo osservare come, in questi ultimi anni, molte opere di Benamozegh abbiano visto nuovamente la luce: basterebbe ricordare, fra le più importanti, Israele e l’umanità, Morale ebraica e morale cristiana, L’origine dei dogmi cristiani, Storia degli Esseni, L’immortalità dell’anima, tutte ancora valide oggi e capaci di interessare e di stimolare i lettori non solo per la ricchezza del loro contenuto, ma anche per la capacità di esporre i molteplici e complessi aspetti della cultura e della spiritualità dell’ebraismo in modo chiaro e scorrevole, mostrandone tutta la bellezza e l’influenza sulla formazione della nostra civiltà occidentale.
    Benamozegh – ricordiamolo per chi gli si accostasse per la prima volta – pur essendo di origine marocchina, visse in Italia, a Livorno, nel corso del XIX sec., partecipando con passione ed entusiasmo alle complesse vicende storiche dell’epoca, fiero delle sue radici ebraiche ma anche della sua italianità, convinto di poter contribuire, con il suo personale impegno culturale, religioso e civile, alla costruzione di una società più giusta, in cui i valori delle tre grandi religioni monoteiste, in particolare dell’ebraismo e del cristianesimo, non si sarebbero più contrapposti, ma sarebbero entrati in una fase di dialogo fecondo: per questo egli può essere considerato un vero e proprio precursore del dialogo interreligioso.

    Nella parte introduttiva dell’opera, Marco Morselli sottolinea come l’intento di Benamozegh fosse di esporre la parte non scritta, ma tradizionale della storia della Rivelazione sinaitica, con la sua «pleiade bella, edificante, graziosa, di fatti minori, di eloquentissimi particolari». L’attenzione all’universalità della Rivelazione è infatti costante in tutti gli scritti del Maestro: il matan Torah, cioè il dono della Torah, è rivolto non solo a Israele ma a tutta l’umanità, che un giorno sarà capace di accoglierlo e di rigenerarsi in esso. L’ebraismo ha saputo custodire gelosamente e amorosamente questo dono, al tempo stesso però non abbandonando mai la sua prerogativa di farsi tutto a tutti, «di farsi come Elia piccino coi piccini per dar loro la vita, di esser latte pei bimbi, miele per giovani, vino per i vecchi… di avere un linguaggio per il popolo, un altro per i dotti… assumendo forme senza limite e senza fine quante sono le generazioni e gli individui che si succedono, sempre permanendo uno, sempre lo stesso, come l’acqua piovana che scende dal cielo… che diventa vino nelle viti, olio nelle ulive».

    Benamozegh possiede una grande fede nel miglioramento dell’umanità, nella sua capacità di poter progressivamente sempre più comprendere, percepire non solo con gli occhi, ma anche col cuore, la bontà di quel messaggio divino, di quella Legge assolutamente perfetta proclamata con forza sul Sinai, di cui neppure lo stesso Mosè poteva ancora cogliere totalmente la luce e la grandezza. Significativo è a questo proposito il racconto del Talmud che mostra il Profeta, ormai salito in cielo, intento ad ascoltare Rabbi Aqiva che spiegava a numerosi discepoli la Legge di Dio, insegnando loro cose che Mosè stesso non conosceva né comprendeva. All’improvviso uno dei discepoli chiese ad Aqiva dove avesse imparato tutto quello che stava spiegando. La risposta del Rabbi : «Halakhah le-Mosheh mi-Sinai», cioè «E’ dottrina data a Mosè dal Sinai» rende bene quanto sia forte la convinzione, presente in Benamozegh e profondamente radicata nell’ebraismo, di quel progresso cui sopra abbiamo accennato. Il suono dello shofar, continuo e sempre crescente, che aveva accompagnato il prodigioso evento sul monte, indicava infatti, secondo il nostro Autore, non solo la perpetuità della Legge, ma anche «uno sviluppo sempre maggiore non già in Lei, che è sempre la stessa e sempre assoluta, ma negli uomini che la posseggono, nella sua intelligenza, nella sua pratica, nella sua diffusione». Tale suono inoltre era suono del nuovo Regno di Dio, suono di convocazione e di consacrazione del popolo sacerdote, perché «come la chioccia chiama i suoi pulcini, così la madre pietosa, la Shekhinah, convocava sotto le sue ali amorose ai piedi del Sinai i piccoletti figli».

    Nel giorno in cui era stata data la Legge, erano presenti in spirito presso il Sinai , secondo il Midrash Rabbah, non solo tutti i Profeti, ma anche, come sostengono i Dottori, tutte le anime presenti e future d’Israele e tutte le schiere degli Angeli: la terra tremò per ricordare a tutti che nulla è stabile quaggiù tranne Dio sempiterno, una fragranza celeste si diffuse ovunque, profondo fu il silenzio di tutto l’universo, espressione di una grande attesa. Proprio dalla Tradizione, come sottolinea Benamozegh sin dalla sua prima conferenza, veniamo a conoscere quei tanti aspetti della rivelazione del Sinai che non sono narrati nel testo biblico; è inoltre sempre la Tradizione che ci insegna a distinguere nei dieci comandamenti, definiti come “il discorso della corona”, i primi due che furono promulgati direttamente dalla divina onnipotenza dagli altri otto mediati dalla voce di Mosè. L’eterna verità si esprimeva sul Sinai in cento modi bellissimi, modulandosi e proporzionandosi secondo le forze fisiche e morali di ognuno, rivelandosi, come dicono i Dottori del Talmud, in settanta lingue diverse, cioè in tutte le lingue, perché tutti la comprendessero.

    Ma a chi la Rivelazione era rivolta? Secondo i testi scritturistici, solo agli uomini in modo diretto, mentre per la Tradizione, che interpreta in modo del tutto particolare le parole della Scrittura: «Parla prima alla casa di Giacobbe e poi ai figli d’Israele», essa in primo luogo era stata data alle donne, definite come “casa di Giacobbe”, in quanto le donne sono generalmente più disposte ai pensieri e alle opere della religione e si occupano dell’educazione della prole. Inoltre, aggiunge Benamozegh con quell’accento scherzoso che spesso troviamo nelle sue conferenze, «perché vedendo Iddio la mala prova che aveva fatto nella creazione il comandare prima all’uomo, trascurando la donna, volle nella Rivelazione cambiare registro per vedere se meglio così avrebbe riscosso la comune obbedienza».

    Ancora dalla Tradizione possiamo ricavare la data in cui fu data la Legge, il 6 o il 7 di Siwan, dal momento che la Scrittura non lo dice esplicitamente, pur facendocelo capire. Il tempo primaverile dell’evento, secondo Benamozegh, vuole significare che la religione non deve essere triste, gretta, misantropa, incapace di associare l’amore del bello, della natura, della poesia, all’ossequio dei precetti del Sinai.

    Nei testi biblici la festa di Pentecoste era considerata soltanto una festa campestre, collegata alla raccolta del grano, dalla quale però i Dottori avevano tratto spunto per sottolinearne non più semplicemente il carattere agronomico e civile, ma morale e legislativo. Il Decalogo infatti era stato donato al popolo d’Israele affinché fosse da lui interpretato e trasmesso di generazione in generazione fino ai giorni nostri. La Rivelazione era stata così affidata al popolo, che però non doveva ritenere di esserne l’esclusivo possessore: «Guai se Israele si credesse il popolo eletto nel senso odioso della parola, o per dir meglio, il popolo privilegiato. La sua elezione è un ministero, una servitù, una missione, un beneficio a vantaggio dell’universale… Israele sarà un popolo di sacerdoti che officia per il genere umano nel suo santuario, la Palestina». La regola sacerdotale è la Legge mosaica, quella comune è costituita dai precetti noachidi.

    Dal Sinai dunque scaturirono tutte le parti della Legge di Dio, tutti i precetti, anche i minimi. Benamozegh pensa che il loro numero sia molto antico, costituito molto prima dell’era rabbinica. Tutto infatti era stato già scritto in forma sintetica in quelle due tavole di pietra, da cui poi i Dottori ricavarono i 613 precetti, cuore pulsante dell’Ebraismo. Se la religione ebraica fosse stata opera di uomo, costui avrebbe cercato di facilitarne l’osservanza per attirare proseliti, Mosè invece fece esattamente tutto l’opposto, prova questa che il durissimo giogo della legge mosaica fu voluto dalla divinità. In particolare nella sua terza conferenza Benamozegh si sofferma a spiegare le valenze del numero 613, sottolineando che fra tutti i precetti 248 sono positivi e 365 negativi. L’antica anatomia riteneva che appunto 248 fossero le parti che compongono il corpo umano, mentre 365 sono i giorni dell’anno solare. Da tutto ciò si deduce, secondo la sua interpretazione, che l’uomo e il mondo, il microcosmo e il macrocosmo, sono retti da una Legge unica, creatrice e conservatrice dell’intero universo. L’uomo che liberamente sceglie di osservare tutti i precetti, o almeno ha il desiderio di farlo pur non avendone la possibilità, può salvarsi anche se ne ha rispettato uno soltanto, afferma il nostro Autore, basandosi su una consolidata tradizione espressa da famosi Dottori.

    La legge di Dio inoltre, come sarà immutabile nell’avvenire, così lo è stata anche per il passato. Benamozegh dedica molto spazio a tale affermazione proponendosi di dimostrare la preesistenza del mosaismo allo stesso Mosè con parole appassionate e piene di poesia: «Una verità… si faceva sempre e sempre più sfolgorante nell’animo mio, che la Rivelazione del Sinai non fu una pianta esotica, una novità, un fatto isolato senza precedenti… ebbe un’aurora come ebbe un crepuscolo… Mosè è un sole che sorge con i Patriarchi, tocca il meriggio sul Sinai, scende, declina, tramonta coi Profeti e coi Dottori. Egli sta in mezzo fra le due Tradizioni, l’una sua madre, l’altra sua figlia: una che lo precede, l’altra che lo segue». Si potrebbe ritenere la Rivelazione nata con Adamo quando si legge nel Genesi che «il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel Gan Eden perché lo lavorasse e lo custodisse» (Gn 2,15). Le parole “lo lavorasse” alluderebbero alle miswot positive, mentre a quelle negative farebbe riferimento l’espressione “lo custodisse”. Benamozegh insiste molto sul fatto che tutte la dottrine dell’ebraismo, tutti i suoi “dogmi” sono anteriori a Mosè non solo nei loro aspetti principali, ma anche nei minimi, e presenta per avvalorare la sua tesi una ricca serie di citazioni bibliche. In tal modo egli dimostra come l’esistenza e l’unità di Dio, la sua provvidenza, la creazione del mondo, la Rivelazione, la spiritualità dell’anima, le sue sorti oltremondane, l’esistenza degli Angeli, la necessità del culto e le sue modalità, la fede nella resurrezione, il simbolismo numerico, la benedizione e la santificazione del Sabato, le feste, i sacrifici, tutte le leggi religiose e civili trovino profonda radice nei tempi più antichi per essere poi amorosamente trasmessi di generazione in generazione e per essere osservati anche in avvenire: «Il Sinai non è un punto di partenza né un punto di arrivo… ma una tappa, una gran tappa di una religione nata con il mondo e che col mondo finirà, una stazione fra due paradisi … un mezzogiorno fra due crepuscoli, l’aurora e il tramonto».

    Nella parte finale del libro, in particolare nell’ultima conferenza, Benamozegh difende la Rivelazione mosaica dall’accusa di essere un privilegio concesso a un solo popolo a scapito di tutti gli altri, sottolineando con fervore che il Dio d’Israele è anche il Dio di tutti gli altri popoli. Tornando a spiegare ancora una volta il “privilegio” dell’elezione, si ribadisce che essa è innanzitutto una vocazione speciale a servizio di tutta l’umanità: Israele ha infatti il ruolo di mediatore tra la terra e il cielo, tra l’uomo e Dio. Gli Ebrei sono un mezzo dunque e mai un fine, fine che non risiede soltanto nel sacerdozio di Israele: tutto il genere umano infatti sarà benedetto in Israele e attraverso Israele.

    Ma la Parola del Signore si presenta in tanti modi anche ai Gentili, arrivando ad essi per mezzo della Rivelazione primitiva concessa ai Patriarchi, attraverso la legge naturale contenuta nel Pentateuco e comune a tutti i figli di Adamo e soprattutto attraverso la voce dei Profeti inviati da Dio come vindici del diritto, dell’innocenza, della giustizia non solo interna, ma di tutte le nazioni. L’umanità forma, spiega Benamozegh, una sola famiglia di cui Dio è il Padre supremo e Israele il figlio primogenito, in quanto fu unico fra tutti i popoli a riconoscere sin dai tempi più antichi il Dio unico e a praticare la sua Legge nell’attesa di tempi più propizi in cui tutto il mondo fosse maturo per riceverla.

    Per questo l’ebraismo è duplice: «Egli ha due leggi, due religioni, due regole, due discipline, la noachide… e la mosaica; la prima ad uso delle genti, la seconda d’Israele, la prima legge a tutti comune, regola del laicato universale, la seconda regola del sacerdozio… entrambe divine, eterne, necessarie, utilissime leggi, ma la mosaica ordinata e custodita quasi astuccio, fodero o vagina della noachide e quindi implicante obblighi specialissimi, eccezionali».
    Particolarmente significative sono infine le parole con le quali si conclude il libro e che testimoniano il calore e la passione che animavano Benamozegh e che ancora adesso riescono a infondere nel lettore una forte emozione: «L’ebraismo è una meraviglia, un miracolo, un capo d’opera di cosmopolitismo… Una religione siffatta è il più grande dei miracoli… Fermo adunque popolo di Dio nella credenza della sua verità… L’avvenire ti darà ragione come ti ha dato finora e l’Umanità che travagliasi nella ricerca di una religione ti renderà grazie di avergliela serbata incolume contro tutte le seduzioni e contro tutti i pericoli».

    Certamente una visione così ottimista dell’avvenire non avrebbe mai potuto immaginare la tragedia che si sarebbe abbattuta sul popolo ebraico nel corso del Novecento… Eppure forse ancora di più, dopo i drammatici eventi del secolo che da poco si è concluso, la voce di Benamozegh è capace di infondere speranza, capacità di resistenza, attaccamento a quei grandi valori nei quali egli aveva creduto.

    Il lettore odierno inoltre può rimanere certamente colpito non solo dal contenuto delle conferenze, ma anche dalla piacevolezza del linguaggio, dalla sua particolare vivacità e coloritura, talvolta da una bonaria ironia che certamente dimostrano come il Maestro riuscisse molto bene a catturare l’attenzione del suo pubblico e che ancora adesso possono renderci più gradevole la lettura.

    Dopo più di un secolo le riflessioni di Benamozegh non hanno perduto la loro validità, anzi forse possono essere comprese e condivise meglio oggi di quando sono state esposte per la prima volta, grazie proprio a quel “progresso” delle coscienze in cui il Maestro aveva posto tanto grande fiducia. In tale ottica le cinque conferenze su Shavuot possono offrire un notevole contributo all’approfondimento del significato di una festa molto importante per l’ebraismo, ma possono altresì stimolare una riflessione sulle radici della Pentecoste cristiana raccontata negli Atti degli Apostoli, che a Shavuot strettamente si ricollega (basti pensare, ad esempio, al fragore che si diffonde nel Cenacolo e che ricorda la voce dello shofar, o al miracolo delle lingue che si ricollega alla Rivelazione sinaitica avvenuta in settanta lingue diverse per indicare che era rivolta a tutta l’umanità).

    Giudico infine molto importante il contenuto del libro anche come contributo alla rimozione di quel turpe pregiudizio che per secoli – e purtroppo in qualche caso ancora oggi – ha portato e porta ancora a non comprendere correttamente e quindi ad interpretare in modo gravemente distorto il significato dell’elezione di Israele. La consapevolezza della dignità del suo regale sacerdozio esercitato in favore di tutta l’umanità dovrebbe essere presente in chiunque si dichiari amico del suo popolo, contribuendo così alla creazione di legami sempre più profondi di rispetto e di amicizia in vista della costruzione di un futuro migliore per tutta l’umanità.

     

    Shavuot/Pentecoste

      Il dono della Torah

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