Tag: Amicizia ebraico-cristiana

Elia Benamozegh, nostro contemporaneo.

Elia Benamozegh, nostro contemporaneo.

Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è uno dei più importanti maestri dell’ebraismo sefardita e italiano. Biblista, talmudista, cabbalista, filosofo della religione, egli è anche uno dei precursori del dialogo ebraico-cristiano.

Il suo interesse per la dimensione universalistica della Torah è costante ed è grazie a lui che molti hanno conosciuto per la prima volta il noachismo,ossia l’alleanza con l’intera umanità.

Per chi è ancora abituato a contrapporre il Nuovo all’Antico Testamento, le sue opere possono costituire un’introduzione alla tradizione vivente d’Israele, per la quale la Torah scritta è inseparabile dalla Torah orale. Profondo convincimento di Rav Benamozegh era che proprio la Torah sarebbe diventata il luogo d’incontro tra ebrei e cristiani.

In brevi ma densi capitoli, Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri presentano le sue opere principali, da Spinoza e la Qabbalah a Storia degli esseni, L’origine dei dogmi cristiani, Morale ebraica e morale cristiana e Israele e l’umanità.


Marco Cassuto Morselli ha insegnato Filosofia ebraica e Storia dell’ebraismo presso il Corso di laurea in studi ebraici del Collegio Rabbinico Italiano (Roma). È Vicepresidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma.

Gabriella Maestri ha conseguito il Dottorato presso il Pontificio lstituto di Archeologia Cristiana e da molti anni si occupa di ricerche sulle origini cristiane, soprattutto in relazione all’ebraismo.


Insieme hanno curato diversi volumi della sezione ebraico-cristiana di Marietti tra i quali Lettera di Giacomo alle Dodici Tribù nella Diaspora (2011) e Lettera di Paolo ai Romani (2015). Sempre per Marietti Marco Morselli è autore di I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo (2007).

Progetto: studio grafico Andrea Musso

In copertina: Andrea Musso, L’albero della vita, acquarello su carta, 2010.
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Amicizia Ebraico-Cristiana – Roma

Amicizia Ebraico-Cristiana – Roma

Programma degli incontri dell’anno sociale 2016

Lunedì 7 Marzo : Donne, migranti” a cura di Franca Coen, Adelina Bartolomeie il gruppo Donne in dialogo” di Religions for peace


Lunedì 11 Aprile : Le traduzioni della Bibbia”  a cura di Eric Noffke e Marco Cassuto Morselli


Lunedì 9 Maggio: “Tra Logos incarnato e Yeshua Ben Yosef. La cristologia e le sfide odierne del dialogo ebraico-cristianoa cura di Pawel Gajewski e Ignazio Genovese



Tutti gli incontri si terranno alle ore 18.00 presso la Sala Metodista di Via Firenze, 38 (Piazza Esedra).



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Contatti:

Adelina Bartolomei  329.4126156

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L’Ebraismo è vita!

L’Ebraismo è vita!

“La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà”

Rav Giuseppe Laras

Caro direttore, l’importanza del ricordo come antidoto all’antisemitismo è ribadita in ogni commemorazione del Giorno della Memoria. Molto viene fatto. Con mezzi scientifici, tecnici e didattici si cerca di mostrare ciò che di infame ed efferato fu perpetrato dal nazifascismo in Europa — e non solo — dagli anni 30 del ‘900. Si è parlato. Si sono mostrate immagini agghiaccianti dei campi di sterminio, in cui strame fu fatto dei corpi di milioni di esseri umani. Si è ricorso ai superstiti vittime di tali brutture (ai quali va commossa gratitudine per lo sforzo, specie psichico, a cui si sottopongono) per rendere testimonianza dell’annientamento dell’essere umano e dello sterminio del Popolo Ebraico.


Le scuole accompagnano scolaresche ad Auschwitz perché «vedano» e «tocchino con mano» quello che, lungi dall’essere favola triste, è verità storica profanante e contraddicente i valori etici e spirituali dell’umanità e, specialmente, delle culture da secoli promananti dalla scaturigine biblica. Presso il grande pubblico si è purtroppo ridotto l’ebraismo alla Shoah. 

L’ebraismo è ben altro: Bibbia, Talmùd, persone, volti, lingue, Israele, Oriente e Occidente insieme. In Italia, poi, si tratta di un cammino di popolo e di cultura — in primis religiosa, ma non solo — , in dinamica osmosi con la cultura italiana non ebraica, perdurato 22 secoli, nonostante sofferenze ed emarginazioni.


Gli ebrei italiani hanno, almeno in parte, la responsabilità di non aver loro stessi sufficiente cognizione e coscienza di ciò. E di non averlo spesso convenientemente saputo trasmettere ad altri, compresi persino gli ebrei non italiani. Sembrerebbe che la memoria della Shoah non sia servita a granché: l’antisemitismo, mutante anche in antisionismo, con il suo corredo di discredito, violenza e morte, è vivo e vegeto, più aggressivo che mai in Europa e in terra di Islam. I giornali riportano bollettini di opinioni e fatti antisemiti. Non accadeva nulla di simile, con tale intensità e frequenza, dalla caduta del nazismo, inclusa l’ignavia di troppa cultura e politica occidentale. Si è sconfitto il nazismo perché gli ebrei debbano abbandonare nuovamente l’Europa o per vedere accostati da alcuni, con falsità assordante e perversa immoralità, nazifascismo e sionismo? Si è sconfitto il nazismo per tacitamente accordarsi con chi vuole distruggere in vario modo Israele e inficiare così ogni costruttiva, ancorché talvolta severa, critica che tale Stato, come qualsiasi realtà statuale, necessita? Conservare e trasmettere la memoria serve allora poco o niente? Se così fosse, sarebbe disperante. Potrebbe invece essere che questa memoria, che ci sforziamo di conservare e di attualizzare, in realtà non sappiamo trasmetterla come occorrerebbe, nonostante la grande dedizione di molti.

Può essere, infine, che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi. Un’altra risposta all’inadeguatezza della memoria per combattere l’antisemitismo potrebbe dimorare nella gravità di tale malattia dell’anima e della mente, che non sarebbe aggredibile da alcuna terapia e che si presenterebbe quindi alla stregua di male endemico e cronico. Posso testimoniare che, come molti ebrei, sono nato con l’antisemitismo e con esso sono invecchiato.


Sono considerazioni amare. Se l’arma della memoria per contrastare questa infezione dell’umanità appare spuntata, dobbiamo interrogarci sul perché tale male risulti così duro a morire o, perlomeno, a essere contenuto e, al contempo, per converso, così facilmente pronto a infettare. Ciò che rende l’antisemitismo malattia incurabile è probabilmente la sua veneranda età. Quasi 2000 anni di presenza nella storia del mondo, sia in terra di cristianità sia in terra di Islam, con l’accompagnamento devastante di predicazioni e azioni ininterrottamente rivolte contro l’ebreo, deicida per troppi secoli per i primi e kafir per molti dei secondi, meritevole dunque di discredito e punizione. Troppo tempo per non provocare catastrofi e l’assunzione dell’ebreo (specie in Europa, cristiana prima e purtroppo scristianizzata poi) a paradigma del male, come tale infido e mostruoso. So bene che, almeno in certi Paesi, qualcosa è cambiato, specie nella coscienza di molti amici cristiani che hanno riconosciuto con coraggio e onestà un nesso causale tra devastazioni hitleriane della Shoah e antiebraismo cristiano, nascente anticamente con le tentazioni marcionite ma presente e serpeggiante per secoli e ancora oggi, laicizzatosi poi nell’antisemitismo moderno di matrice illuminista, quest’ultimo mai davvero seriamente analizzato e meditato dalla storia del pensiero politico e filosofico occidentale.


So bene che il Dialogo ebraico-cristiano, nato dopo la Shoah, nonostante alti e bassi e vita relativamente breve, offre un ausilio alla lotta all’antisemitismo, agendo in parte da «farmaco sperimentale», contributo forse non imponente e risolutivo, ma significativo e prezioso per i contenuti di amicizia e passione che lo alimentano da parte sia cristiana sia ebraica. La lotta attiva e concreta all’antisemitismo (incluso l’antisionismo), nelle sue mutevoli e subdole forme, deve quindi trovare oggi accoglienza con coraggio e acribia, studio e passione, anche presso i cristiani e le Chiese. Altrimenti il Dialogo andrà erodendosi. Per rispondere all’interrogativo se il Giorno della Memoria, nonostante i limiti che presenta, possa continuare a essere proposto come momento non trascurabile di una strategia della civiltà e dell’umanizzazione, giudiziosamente dobbiamo concludere che, disattendendolo e smarrendolo, ci priveremmo di un prezioso freno inibitore.


Corriere della Sera 25.1.2016    

Fonte: 



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Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

L’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma


invita agli incontri con cui l’Associazione inaugura il proprio 
programma 2014-2015


Domenica 26 ottobre 2014 ore 18

Domenica 23 novembre 2014 ore 18

incontro dedicato a Sukkot: la festa delle Capanne

Relatori: Ignazio Genovese e Gabriele Mallel

Per entrambe le conferenze saremo ospiti della Sala Metodista, via Firenze, 38

Segnaliamo inoltre l’importante appuntamento del 
Colloquio Ebraico-Cristiano di Camaldoli 
4-8 dicembre 2014 
dedicato a “Gesù, l’ebreo”.




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Giornata del Dialogo Gennaio 2014

Giornata del Dialogo Gennaio 2014

“LO TIGNOV – NON RUBARE” (Es 20,15)

L’Ottava Parola

Rav Alberto Abraham Sermoneta    
  • Dialogo ebraico-cristiano 

Il concetto di dialogo, fra due tradizioni diverse è quello di trovare un punto in comune, da dove iniziare un determinato discorso, che possa poi svilupparsi per un confronto, sano e onesto.
Le diversità, quando vengono affrontate con rispetto verso il prossimo, servono ad arricchire le esperienze di vita e soprattutto a far maturare gli esseri umani, che vogliono combattere rancori e discriminazioni.
Si racconta nel midrash, che quando furono pronunciati i Dieci Discorsi, le Dieci Parole o meglio conosciuti come Dieci Comandamenti, essi furono pronunciati in settanta lingue diverse, tanti si pensava che fossero i popoli dell’epoca, affinché nessun popolo, potesse rivendicarne la proprietà.
E’ per questo che gli esegeti, nel commentare il testo, hanno sentenziato dicendo: settanta volti ha la Torà; ossia essa è interpretabile in settanta modi diversi. Il termine davar: parola, cosa o discorso, singolare di devarim (nel caso specifico) indica anche il luogo dove essi sono stati dati: termine che indica anche il deserto midbar. In realtà con questo termine, noi esseri umani, vogliamo indicare il luogo della solitudine per eccellenza; il luogo dove non si sente alcuna voce, se non il sibilo del vento o il verso degli animali che lo abitano. Eppure di lì è uscita la Torà che è il simbolo per eccellenza, dello studio e dell’insegnamento; quindi del parlare la lingua degli uomini.
Le Dieci Parole contengono tutto il significato della Torà e la base del rapporto fra l’uomo e D-o, fra l’uomo e il suo prossimo.

  • Riflessione sull’Ottava Parola: “LO TIGNOV – NON RUBARE” (Es 20,15)

Moltissimi sono i casi in cui, in modo assai superficiale, si disquisisce su questo 8° Comandamento “Lo tignov – Non Rubare”.  Apparentemente, visto il contesto degli altri Comandamenti, emanati sul Sinai direttamente dalla voce divina, questo ottavo comandamento sembra essere meno in sintonia, meno rigoroso, rispetto agli altri che regolano il rapporto fra l’uomo ed il suo prossimo – ben adam le chaverò. Invece, analizzando attentamente il testo ed il contesto, possiamo asserire che esso racchiude i concetti fondamentali di tutti gli altri Comandamenti.
Infatti “Lo Tignov – Non Rubare” non è relegato esclusivamente al semplice e volgare furto di cose materiali seppur importanti, come possono essere danaro, beni preziosi o valori economici; in esso si concentra tutta la Giustizia sociale, in esso si  trova il “problema” della giustizia fra esseri umani e i rapporti civili che vigono all’interno della Società.

Nel libro della Genesi, al capitolo 31, si racconta della fuga di Giacobbe con le sue mogli, i figli e le concubine, da Labano, dopo 20 anni circa di vita vissuta nella sua casa.
Nei versetti 19 e 20 troviamo scritte due cose che non vanno sottovalutate; Labano è   stato visto dai commentatori come un impostore nei confronti di Giacobbe, uno  sfruttatore del lavoro altrui.
Leggendo questi due versetti, invece dobbiamo soffermarci a riflettere su alcuni elementi:
V.19   “Labano era andato a tosare il suo gregge e Rachele deruba i Terafim di suo  padre”.
V.20  “E Giacobbe ruba il cuore di Labano l’ arameo, per il motivo che non dice a lui che stava fuggendo”.
Mentre Rachele commette un furto, sebbene di una cosa assai cara a suo padre, ma pur sempre materiale, Giacobbe, fuggendo deruba suo suocero delle “cose” a cui tiene di più: figli e nipoti.
Mentre riguardo il furto di Rachele, non ci sarà alcuna conseguenza, con Giacobbe si determinerà una grossa spaccatura nei rapporti famigliari fra i due.

Si parla di “ghenevà – furto” anche per una cosa “astratta” – l’affetto; che però provoca un effetto assai più devastante del semplice furto di beni materiali.

Nel trattato talmudico di Sanhedrin (86a) troviamo un’obiezione, riguardo  il Comandamento in questione: “…begonev nefashot ha catuv medaber, aval bignevat mamon harè hu omer lo tignovu – il testo parla di chi rapisce persone, perché per chi ruba danaro è detto  (Levitico 17) non ruberete”.
Questa obiezione talmudica vuole insegnare che il furto è inteso dalla maggior parte degli uomini, come il sottrarre a qualcuno qualcosa di materiale; viceversa è assai raro che si verifichi un furto di persone e questo è ben più grave dell’altro.
Più avanti nel testo, nel libro dell’Esodo cap. 21 v. 16, troviamo specificato dalla Torà, il comandamento in questione; è detto infatti: “ve gonev ish u mekharò ve nimzà be jadò mot jumat – colui che ruba (rapisce) un uomo e si trovino a suo carico le prove di ciò, dovrà morire”.
E’ tanto grave, secondo la Torà, il furto di un uomo che è prevista per esso, addirittura la pena di morte, trattamento riservato ad eventi di una gravita assoluta.
Il furto, infatti, equivale al confondere tutte le regole della società, a capovolgere ogni  regola della natura; non si possono confondere le regole che organizzano la vita su  questo mondo, ma soprattutto quelle che regolano il rapporto fra esseri umani.
In ogni caso, il furto, priva qualcuno di ciò che gli appartiene, dalla cosa più futile fino a ciò che più gli è caro, come la vita di un famigliare o addirittura, la propria vita.
Tutto ciò procurerà in colui che lo subisce una reazione che sconvolgerà per sempre la propria vita; quindi chi si macchia di questo grave reato è colpevole allo stesso modo di chi uccide.
A proposito di ciò, Dante Lattes scrive: “Qualunque attentato alla proprietà è furto: ma è mia proprietà, non solo la mia casa ed il mio campo, i miei gioielli e il mio denaro, ma anche la mia libertà finché non offende o tange la libertà degli altri, nei limiti universali ed eterni imposti dall’economia della vita e delle supreme leggi della vita; è mio il mio lavoro e i diritti del mio lavoro; è mio il sole e la poesia del cielo e della terra; è mio il frutto delle mie fatiche e il travaglio del mio pensiero e il sogno del mio spirito; è mio il mio popolo…”. ( fin qui D. Lattes) 

Tutto ciò che appartiene ad ogni essere umano è di sua proprietà; quindi, la negazione del diritto alla vita, al lavoro, allo studio, alla propria religione ed alle proprie tradizioni è FURTO! Esso è degno della peggior punizione.

Nel corso dei millenni della nostra storia, quante volte il popolo ebraico è stato derubato!
Dall’Egitto, inizio della nostra storia:  in cui fu derubato del più alto dei valori dell’essere umano – la libertà – fino all’ultima delle barbarie perpetrate nei nostri confronti, quando ogni famiglia del nostro popolo fu derubata dagli affetti più cari: padri, madri, fratelli, sorelle, mogli, mariti, figli, strappati barbaramente dalle proprie case e deportati ai confini della Terra, dove fu attuato il più grande oltraggio all’Uomo e ad un altro Comandamento – Non Uccidere, attraversando il Comandamento che vi è fra i due che suona con le parole – Non Commettere Adulterio.
Poiché non poche fra donne e bambine, prima di essere trucidate, passarono carnalmente per le luride mani di quegli atroci aguzzini.

Chi ruba profana in tutto e per tutto il Sacro nome di D-o, trasgredendo tutti gli altri Comandamenti.
Se il furto è la negazione della giustizia, la nostra tradizione ha come punto di riferimento, come simbolo della nostra società, questo Comandamento; esso è alla base di tutta la nostra vita, sociale e religiosa. Quante lotte sono state sostenute e combattute, nel corso dei secoli dal nostro popolo, contro l’ingiustizia verso ogni essere umano; lotte contro ogni tipo di frode, materiale o morale.
La Torà non una sola volta ammonisce di non commettere frodi nei confronti del prossimo; nel libro del Levitico c’è un infinito elenco di casi in cui la Torà aborrisce coloro che si comportano con frode nei confronti di un altro essere umano: dal famigliare allo straniero; dall’orfano alla vedova.
Ogni volta viene ribadito il ricordo della schiavitù egizia: “ve zakhartà ki eved haita be Mizraim – ricordati che fosti schiavo in Egitto” la stessa condizione che hai passato tu, non dovrai farla conoscere a chi potrebbe dipendere da te. “Quando uno straniero abitasse presso di te, nella tua terra, non ingannarlo; come uno dei vostri abitanti dovrà essere considerato; tu lo amerai come te stesso, poiché straniero fosti nella Terra d’Egitto”.

La maggior parte dei Profeti di Israele, si scaglia contro il popolo ebraico, non per la trasgressione alle mizvot, bensì contro la frode commessa verso il prossimo; Isaia nel suo primo capitolo, ammonendo Israele per il suo comportamento, si scaglia contro i propri capi chiamandoli “sorerim, ve chevrè gannavim – traviati e compagnia di ladri” poiché non tengono conto in primo luogo della amministrazione della giustizia verso le classi più deboli di esso.

Ma la Giustizia, sarà l’elemento che farà in modo di riportare la salvezza al popolo e all’umanità intera: da Isaia fino all’ultimo dei profeti, oltre ad ammonire Israele, annunciano la sua redenzione attraverso la messa in pratica delle opere di giustizia.
Il giusto – lo zaddik – è colui che paga il conto del malvagio, è colui che non controbatte per pagare la sua parte; sin dalla notte dei tempi, lo zaddik è colui che parla poco e fa molto, mentre il malvagio è colui che attraverso i suoi lunghi e sentimentali discorsi, cerca di trovare il modo per defraudare chi gli sta davanti in quel momento.      

“Sion verrà riscattata con la giustizia e i suoi abitanti con la zedakà”.
                                       
II popolo di Israele, ha il dovere di comportarsi da zaddik agli occhi dei popoli e far sì che la giustizia prevalga sempre, affinché chi si trova in una condizione di sottomissione o di bisogno possa trovare nel suo amico un appoggio morale e materiale, degno del più alto livello di giustizia e di convivenza fra Uomini.
Rav Alberto Abraham Sermoneta 
Rabbino Capo di Bologna   

AMICIZIA EBRAICO – CRISTIANA
GIORNATA DEL DIALOGO – 12 GENNAIO 2014
Roma – Monastero delle Monache Camaldolesi

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17 Gennaio 2014 – Dialogo ebraico-cristiano

17 Gennaio 2014 – Dialogo ebraico-cristiano

Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo Ebraico – Cristiano

L’Amicizia Ebraico Cristiana di Roma e il Segretariato Attività Ecumeniche (SAE), in occasione della Giornata della Celebrazione del Dialogo Ebraico – Cristiano propongono una riflessione sull’Ottava Parola: 

Dio allora pronunciò tutte queste parole: 

“Non ruberai”                                     
 (Esodo 20,1,15)

Relatori: Rav Alberto Sermoneta – Padre Giovanni Odasso

Rav Alberto Abraham Sermoneta
Rabbino Capo di Bologna

 

Padre Giovanni Odasso
Professore emerito di Sacra 
Scrittura presso la Pontificia 
Università Lateranense 

INVITO

 La S.V. è cordialmente invitata a partecipare all’incontro che si terrà  

Domenica 12 Gennaio 2014 alle ore 17

 presso il Monastero delle Camaldolesi all’Aventino, Clivo dei Publicii, 2 – Roma
 
Il Presidente dell’AEC Roma Marco Morselli 

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Barùkh Spinoza

Barùkh Spinoza

Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma

INVITO

La S.V. è cordialmente invitata a partecipare al secondo incontro dell’anno sociale 2013 – 2014  che si terrà

Lunedì 18 novembre 2013 alle ore 18


presso la Sala Metodista – Via Firenze 38, Roma


Programma

                                                             

                                                 
  Incontro dedicato a 
Barùkh Spinoza

Relatori

PINA TOTARO, studiosa di Spinoza presso il CNR

LUIGI DE SALVIA, presidente di Religioni per la pace

Il Presidente

Marco Cassuto Morselli 

 

www.aecroma.it

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Cento candeline per Lea

Cento candeline per Lea

Lea Sestieri, cento candeline per il dialogo

Sala del Centro Bibliografico “Tullia Zevi”

Biglietti d’auguri, testimonianze, fotografie d’epoca e tanta emozione al Centro Bibliografico dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per festeggiare i cento anni di Lea Sestieri, docente universitaria e tra le grandi protagoniste del dialogo interreligioso a Roma e in Italia. 

Marco Morselli e rav Riccardo di Segni

Miryam Silvera, Marco Morselli e Rav Riccardo di Segni

Organizzato dal Collegio Rabbinico Italiano in collaborazione con il diploma universitario triennale in cultura ebraica, l’evento – dal titolo “Tanti auguri Lea” – ha visto la partecipazione del rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, del coordinatore del Collegio Rabbinico rav Gianfranco Di Segni (che ha anche letto un messaggio del rav Alberto Piattelli), e del presidente dell’amicizia ebraico-cristiana di Roma prof. Marco Morselli. Moderatrice Miryam Silvera.
Ammessa a frequentare il Collegio Rabbinico come uditrice la giovane Sestieri ne fu poi la bibliotecaria. Al compimento dei novanta anni, nel ringraziare coloro che l’avevano festeggiata, esprimeva in questo modo la sua sensazione di meraviglia per aver raggiunto l’importante traguardo: “Verso i 25-30 anni stavo piuttosto male, tanto che dicevo spesso a mio marito: ‘lo voglio solo arrivare a quando mio figlio compie 20 anni, poi non m’importa’. Ora, questo figlio, quest’anno, ne compie 65 di anni”. 

Una meraviglia espressa nuovamente ieri attraverso un messaggio vocale con il quale ha raggiunto le moltissime persone che hanno affollato la sala per renderle omaggio. “Ricordatemi per qualcosa di buono che ho fatto” ha detto con un velo di commozione.
 
di Lucilla Efrati   
12 luglio 2013, 4 Av 5773

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LEA SESTIERI – compie 100 anni!

LEA SESTIERI – compie 100 anni!

Auguri di cuore! Mazal tov!
Lea Sestieri Scazzocchio

«II punto di vista mio che da circa cinquant’anni dedico molta parte del mio tempo alla riconciliazione tra ebrei e cristiani, cercando di far conoscere ai non ebrei chi siamo noi e che cosa è l’ebraismo che pratichiamo e viviamo sia ortodossi che laici, è che so bene che    dovremo affrontare ancora animosità e conflitti, ma sento anche con la mia sensibilità di persona impegnata che i passi tremanti del Papa in Israele sono stati passi le cui orme non possono essere cancellate e debbono entrare a far parte intrinseca della Chiesa cristiana in generale nella sua riconciliazione con chi le ha fornito le radici senza le quali non avrebbe potuto nascere» Lea Sestieri (in occasione della visita in Israele di papa Giovanni Paolo II, 23 marzo 2000). 

prof. Claudio Scazzocchio (figlio di Lea)

Lilli Spizzichino e Giacoma Limentani

                                                                          
                                                                                                 Marco Cassuto Morselli

Dall’Archivio di “Per Amore di Gerusalemme”, alcune foto del 90° compleanno di L.Sestieri – Roma, 2003

A cura di Vittoria Scanu

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Pèsah/Pasqua

Pèsah/Pasqua

La Pasqua degli Ebrei e dei Cristiani

AMICIZIA EBRAICO CRISTIANA di ROMA  

2013/5773  

Incontro 

Domenica 7 aprile alle ore 17

Nell’Aula Magna della Facoltà Valdese di Teologia,  Via Pietro Cossa, 42 

rifletteremo insieme sul significato della Pasqua per ebrei e cristiani.

Pèsah/Pasqua
La Pasqua degli Ebrei e dei Cristiani

Introduzione di Marco Cassuto Morselli

Giuseppe Mallel : Pésah. La Pasqua degli ebrei
Ignazio Genovese : La Pasqua dei cristiani
Dibattito

Alle ore 18,30 il Maestro Michele Gazich eseguirà in anteprima assoluta :

Sette esercizi di celebrazione per Pasqua/Pèsah per voce recitante e violino.

Michele Gazich

Sette frammenti da sette poeti: Friedrich Hölderlin, Paul Celan, Giovanni Testori, Gerard Manley Hopkins, Nelly Sachs, Samuel Menashe, Leonard Cohen, legati alla tematica pasquale. I frammenti, selezionati e tradotti dal Maestro Gazich, hanno dato origine ad un ciclo di composizioni inedite per violino che verranno presentate in anteprima assoluta.

Il M° Michele Gazich è musicista, produttore artistico, autore, compositore. Grazie ad uno stile personale e decisamente innovativo sul suo strumento principale, il violino, che rende il suo suono immediatamente riconoscibile, Gazich, dopo numerose collaborazioni con artisti italiani, si è fatto apprezzare anche fuori dal nostro paese, con significativi e ripetuti tour in USA ed Europa, a partire dagli anni Novanta, con formazioni sinfoniche classiche e contemporaneamente legando il suo lavoro al mondo dei singer-songwriters statunitensi: da Michelle Shocked a Mary Gauthier, da Eric Andersen a Mark Olson .[…]Da inizio 2012 Gazich è in tour in Italia ed Europa con il suo Concerto spirituale: il tour ha anche toccato Cracovia, nell’ambito delle celebrazioni per la memoria.

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