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il “Sacro” nell’ebraismo/ di Rav Elio Toaff

il “Sacro” nell’ebraismo/ di Rav Elio Toaff

Per poter comprendere la posizione dell’ebraismo riguardante la concezione del sacro in generale e della sacralità dello spazio in particolare è necessario rifarsi soprattutto alla Bibbia. 

E’ qui infatti che si ritrova il concetto di sacro riferito ad ambiti diversi.

Nel libro dell’Esodo troviamo esempi assai illuminanti a proposito del significato che ha il luogo dello spazio sacro. E’ noto come nel secondo capitolo di quel libro viene riferito il famoso episodio relativo alla rivelazione della Divinità a Mosè attraverso il “roveto ardente”. Ebbene ad un certo punto si dice: “Togliti le scarpe dai tuoi piedi perché il luogo dove tu stai è uno spazio sacro”. Secondo l’esegesi più ricorrente, questo luogo sarebbe da identificare con il monte Sinai, il luogo ove successivamente sarebbe avvenuta la teofania e la promulgazione della Torà, la Legge morale. Appare assai indicativo come la coscienza della sacralità del luogo, non sia sfociata in un particolare rapporto con quello stesso spazio. Si direbbe che il luogo, assolto il suo ruolo di ospitare la rivelazione divina, sia ritornato alla sua naturale normalità. Da qui e da altri esempi, si può dedurre come l’ebraismo, a differenza di altre religioni non concepisca la sacralità dello spazio, ovvero qualcosa dotato di particolari influenze oppure ritenuto medium di particolari rapporti soprannaturali.

Invece il luogo mantiene una certa “specialità” tutto ii tempo che quello è chiamato a
svolgere un determinato ruolo oppure partecipa ad un evento straordinario carico di valenza spirituale e religiosa. I luoghi sono tuttavia meritevoli di rispetto, dignità ed onore per quello che essi rappresentano e non hanno quindi un valore intrinseco e totemico.
Al contrario, l’ebraismo sente molto forte la sacralità legata al tempo, ovvero la dimensione particolare che hanno certi momenti riguardanti la celebrazione delle festività e delle solennità del calendario ebraico.
Insegnano i Maestri ebrei che tre persone riunite insieme e che ragionano intorno a cose sacre, la divinità si trova in mezzo a loro; così pure dieci persone che si riuniscono costituiscono tutti insieme una “sacra comunità”nucleo iniziale e fondamentale della società.
Racconta un apologo ebraico che dal momento in cui è stato distrutto il Santuario di 
Gerusalemme, che agli occhi di ogni individuo simboleggiava la presenza del divino in mezzo agli uomini, la stessa divinità si ritrova attualmente in ogni casa di studio e di preghiera, come a dire che la sacralità dello spazio avviene grazie all’approfondimento e alla meditazione intorno agli argomenti di per sé sacri. 

Rav Elio Toaff

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Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello
Auguri di Pace e prosperità

a tutto il popolo santo d’Israele.

BUON ANNO 5777 (2016-2017)

SHANA’ TOVA’ !








In occasione del Capodanno ebraico “ROSH HaSHANA’ 5777” , pubblichiamo per intero l’intervento di Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, tenuto domenica 17 gennaio 2016, durante la visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, parole di pace e verità per la costruzione di un mondo migliore.
“Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità Ebraica di Roma a Lei, Papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da S. Pietro seppur breve, è sembrata per secoli incolmabile. L’incontro odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano.
Questo impegno comune si è concretizzato per la prima volta il 13 aprile 1986 con la storica visita di un Papa in questa Sinagoga. Se oggi siamo qui è grazie a due grandi del nostro tempo e soprattutto grazie al loro coraggio: Giovanni Paolo II ed Elio Toaff zl. Che la loro memoria sia di benedizione.
Il 17 Gennaio del 2010 quel gesto si è rinnovato dando il segno della continuità dei rapporti di amicizia tra le due sponde del Tevere ed è per questo che un caloroso saluto voglio indirizzarlo al Papa Emerito Benedetto XVI.

Oggi scriviamo ancora una volta la storia.

Più di mezzo secolo fa incontri come quello al quale partecipiamo oggi sarebbero stati difficili da immaginare. Il Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, concepì la dichiarazione Nostra Aetate aprendo le porte di un nuovo percorso all’insegna del dialogo. Percorso che, a 50 anni di distanza, continua con la produzione di nuovi documenti, anche grazie alla Commissione Vaticana per i Rapporti con l’Ebraismo.

La Sua visita non porta con sé il segno dei ritualismi. È una tappa importante, in un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società.
Mi sento di poter dire che ebrei e cattolici, a partire da Roma, debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli.

Come sappiamo Roma ha un ruolo universale. Gli ebrei sono qui da ormai 22 secoli. La nostra Comunità, che ha vissuto una storia straordinaria di sopravvivenza dell’identità nonostante le discriminazioni e le persecuzioni, è una comunità vivace, attiva e complessa. In questa Sinagoga, simbolo dell’emancipazione politica della nostra Comunità, dopo la segregazione perdurata per quasi quattrocento anni, sono oggi presenti le tante espressioni dell’ebraismo romano, italiano e internazionale.
Gli Enti Ebraici sono istituzioni con radici antiche e tradizioni solide che rappresentano un ebraismo impegnato, nei secoli, al sostegno dei bisognosi, alla cura dei malati e degli anziani e, soprattutto, all’educazione dei figli e delle nuove generazioni. Persone, nella stragrande maggioranza volontari, che lavorano ogni giorno silenziosamente, con o senza ruoli ufficiali, per tenere viva una Comunità che è il mio più grande orgoglio ed è un grande orgoglio per tutta la città.

Lei, Papa Francesco, ha dimostrato da sempre un’amicizia con il mondo ebraico. Dall’Argentina ha portato con sé un bagaglio di rapporti saldi con l’Ebraismo, ribaditi fin dai primi atti del suo pontificato. Voglio ricordare due momenti in cui mi sono sentita particolarmente toccata dalle sue parole. Il primo, quando, durante la visita della delegazione di questa Comunità in Vaticano, l’11 ottobre del 2013, al quale ho avuto l’onore di partecipare, Lei si è rivolto al nostro Rabbino Capo dicendo che “un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna”. Il secondo, quando incontrando poche settimane fa il Presidente del World Jewish Congress, ha detto che “attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo”. Lo ribadisco perché questa Comunità,   come tutte le comunità ebraiche nel mondo, ha un rapporto identitario con Israele. Siamo italiani, profondamente orgogliosi di esserlo e allo stesso tempo siamo parte del Popolo di Israele.  È attraverso le sue parole che riaffermo con forza che l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo.


Il Suo viaggio in Israele, e nella sua capitale Gerusalemme, è stato un atto per noi importante. Anche in quell’occasione Lei ha usato parole di profondo rispetto per lo Stato Ebraico auspicando che possa vivere in pace e sicurezza.
Per vedere tutto questo realizzato, dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. Tutti noi dobbiamo dire al terrorismo di fermarsi. Non solo al terrorismo di Madrid, di Londra, di Bruxelles e di Parigi, ma anche a quello che colpisce ormai tutti i giorni Israele. Il terrorismo non ha mai giustificazioni.

La lezione dell’odio che porta solo morte è davanti agli occhi di tutti. Lo insegna la storia recente e quella meno recente. Lo ha visto Lei con i suoi occhi a Buenos Aires che ha conosciuto il terrore   antisemita il 18 luglio del 1994: ottantacinque morti e oltre duecento feriti.

Molti si chiedono se il terrorismo islamico colpirà mai Roma. Signori, Roma è già stata colpita. Un solo nome: Stefano Gaj Taché z.l, due anni, 9 ottobre 1982, ucciso da un commando di terroristi palestinesi. Ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver onorato la memoria del piccolo Stefano ricordandolo nel suo discorso d’insediamento a Camere riunite e il Presidente Giorgio Napolitano per averlo inserito tra le vittime italiane del terrorismo.

L’odio che nasce dal razzismo e trova il suo fondamento nel pregiudizio o peggio usa le parole ed il nome di D-o per uccidere, merita sempre il nostro sdegno e la nostra ferma condanna.

Papa Francesco, oggi abbiamo una grande responsabilità di fronte al mondo. Di fronte al sangue sparso dal terrore in Europa e in Medio Oriente, di fronte al sangue dei cristiani perseguitati e agli attentati perpetrati contro civili inermi, anche all’interno dello stesso mondo arabo, di fronte agli   orrendi crimini compiuti contro le donne. Non possiamo essere spettatori. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo cadere negli stessi errori del passato, fatti di silenzi assordanti e teste voltate. Uomini e donne che rimasero immobili davanti a vagoni stipati di ebrei spediti nei forni   crematori. Eccoli, oggi in prima fila i nostri sopravvissuti alla tragedia della Shoah a ricordarci che la Memoria non è un esercizio di autoconsolazione per riparare agli orrori commessi. La Memoria del più grande genocidio della Storia dell’Uomo la teniamo viva affinché nulla di simile possa ripetersi. Questo il nostro impegno più grande per il futuro e per le nuove generazioni.
Con questa visita Ebrei e Cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito le cronache degli ultimi mesi.  
La Fede non genera odio, la Fede non sparge sangue, la Fede richiama al dialogo.
Una convivenza ispirata all’accoglienza, alla pace e alla libertà in cui si impari a rispettare, ciascuno con la propria identità, l’altro. Come oggi qui a Roma, così in ogni luogo. Siamo certi che questa consapevolezza, che non appartiene esclusivamente alle nostre religioni, possa trovare la collaborazione anche dell’Islam. La nostra speranza è che questo messaggio giunga ai tanti Musulmani che condividono con noi la responsabilità di migliorare il mondo in cui viviamo. Insieme possiamo farcela.

Shalom Papa Francesco, Shalom a tutti voi”.

a cura di Per Amore di Gerusalemme

Discorso tratto da: www.mosaico-cem.it

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Una benedizione reciproca: Giovanni Paolo II e il Popolo Ebraico.

Una benedizione reciproca: Giovanni Paolo II e il Popolo Ebraico.

Una Mostra da non perdere: dal 29 luglio al 17 settembre 2015
 

Roma – Città del Vaticano: presso il Braccio di Carlo Magno (colonnato del Bernini a sinistra della Basilica di San Pietro). Ingresso Libero
 

Lunedì, Martedì, Giovedì, Venerdì e Sabato ore 9.00 – 18.00
Mercoledì ore 13.00 – 18.00

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Mostra su Rav Elio Toaff z”l

Mostra su Rav Elio Toaff z”l

Assessorato alle Attività culturali della Comunità Ebraica di Roma

Fondazione Elio Toaff

Museo Ebraico di Roma

 Shalom Moreno!

Documenti inediti e scritti privati

dall’archivio di Rav Toaff z”l

a cura di Lia Toaff e Serena Di Nepi

La Comunità Ebraica di Roma e la Fondazione Elio Toaff

invitano a ricordare il Maestro

giovedì 30 aprile 2015, ore 17,00

Museo Ebraico di Roma

Largo Stefano Gaj Tachè (Tempio), 00186 Roma

(ingresso via Catalana)

Con il contributo di Banca Popolare di Vicenza

La mostra,

nella quale è esposto anche materiale proveniente dal Fondo Toaff e dall’Archivio Fotografico dell’ASCER,

resterà aperta fino al 30 settembre 2015
Dott.ssa Silvia Haia Antonucci, Responsabile dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER)

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Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma

Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma


«Oggi che il cristianesimo mostra di voler tornare alle origini»
Il contributo di Rav Elio Toaff al dialogo ebraico-cristiano
«La mia storia ha inizio a Livorno, la città dove sono nato e dove ho imparato a fare il rabbino. Mio padre, allievo di Pascoli e di Benamozegh, era un uomo di vasta e profonda cultura e dirigeva all’epoca il Collegio rabbinico livornese, in cui si erano formati, per oltre tre secoli, alcuni dei più famosi rabbini del mondo. Io fui l’ultimo allievo a terminare gli studi in quella scuola: divenni infatti rabbino nell’autunno del 1939, poco prima che il Collegio venisse chiuso a causa delle leggi razziali, dell’antisemitismo montante e della guerra»[1].
            Nella prima riga della sua autobiografia Rav Elio Toaff nomina Livorno, e subito dopo, insieme, suo padre Rav Alfredo Sabato Toaff e il di lui maestro Rav Elia Benamozegh. Come scrivevo riferendomi a Benamozegh ne I passi del Messia: «Riteniamo non sia un caso che proprio il discepolo di un suo discepolo, ossia Rav Elio Toaff, abbia accolto nel 1986 nella Sinagoga di Roma Giovanni Paolo II… Altri 14 anni, e il Papa sarebbe salito in Israele e a Yerushalayim…»[2].
            1. Intorno al 1867, nel preparare una relazione che accompagnava i programmi di studio del Collegio rabbinico livornese, Benamozegh scriveva: «Si comprese la necessità di porsi al livello dell’ebraismo europeo, ed anche che la scienza non è essenzialmente ereticale e che Livorno poteva sperare di serbarsi ortodossa diventando scientifica. […] Nei vari insegnamenti è intendimento dell’insegnante di porsi e porre a giorno i suoi scolari dello stato attuale e del progresso delle varie ebraiche discipline, sceverando in tutta la moderna cultura il grano dal loglio, segnatamente nella teologia e la filosofia in generale, e di combattere gli errori dominanti e più perniciosi»[3].
            L’indirizzo degli studi ebraici ideato e attuato da Benamozegh rimase invariato anche dopo di lui, portato avanti dai suoi discepoli, in primis Rav Samuele Colombo e Rav Dante Lattes. Così ricorda la Scuola benamozeghiana Rav Alfredo Sabato Toaff: «Per un quarto di secolo Samuele Colombo, nella scuola e fuori, insegnò e fece apprezzare con la parola e con l’esempio le teorie del Maestro; Dante Lattes, da quarant’anni, nella sua opera di giornalista e di scrittore dedica alla verità ebraica, di cui è banditore e apologista efficace, la sua viva intelligenza e le sue doti preclare di pensatore e polemista dotto e brillante». Subito dopo, Rav Alfredo Sabato Toaff ricorda il giorno in cui ricevette da Benamozegh il titolo di Maskil: «Quanto a me, ho presente sempre alla memoria quella mattina di Sabato del 1898 in cui Elia Benamozegh dette la Semichah a Dante Lattes del titolo di Hacham ed a me di quello di Maskil, né ho dimenticato le parole che Egli, ponendomi sul capo il taleth, mi sussurrava all’orecchio: “Ricordati che per me questa non è una formalità; conto molto su di te!”»[4].
            Nel 1900 il successore di Benamozegh a Livorno fu Rav Samuele Colombo[5], e nel 1923 fu Rav Alfredo Sabato Toaff  a succedergli a sua volta e a raccogliere l’eredità del Maestro.
            Elio Toaff conseguì la laurea rabbinica nel 1939, di fronte a una Commissione composta da Rav Augusto Hasdà di Pisa, Rav Ermanno Friedenthal di Verona e Rav Dario Disegni di Torino.
Colui che più di tutti aveva curato la sua preparazione era stato suo padre, e l’insegnamento continuò pure dopo il conseguimento del titolo. Anche in fuga, durante la guerra, nascosti a Nocette, tra Viareggio e Camaiore, la maggior parte del tempo la passavano studiando insieme.
Avvenne allora che, avvicinandosi Pesah, si dovevano preparare le azzime e il vino e procurarsi una Haggadah. Il padre ricordava la Haggadah a memoria, per cui gli riuscì di metterla per iscritto, un po’ di farina venne trovata, ma come fare per il vino? Anche in questo caso venne in aiuto l’insegnamento di Benamozegh: il padre  raccontò che il suo maestro gli aveva spiegato in che modo i suoi antenati, in Marocco, facevano il vino per la festa con l’uva passa. Elio riuscì a procurarsi due chili di uva passa, che venne messa per una settimana in un recipiente con quattro litri d’acqua, poi coperto con un velo: «Quando finalmente andammo a vedere cosa era successo, constatammo con grande meraviglia che nel recipiente c’erano bei chicchi d’uva che sembravano freschi. Li prendemmo e li pigiammo e poi li lasciammo là a fermentare. Quando il liquido cominciò a bollire, lo filtrammo e lo mettemmo in bottiglie. Vennero fuori tre bottiglie e mezza di vino»[6].
             Alain Elkann gli domandò una volta se era divenuto rabbino per vocazione, se aveva sentito una chiamata. Questa la sua risposta: «Le dirò, io ero affascinato da quello che faceva mio padre. Era l’esempio che io avevo di una vita ben vissuta: la sua dedizione, la sua conoscenza profonda, non soltanto dell’ebraismo, ma anche del mondo classico. Lui era un grecista di chiara fama, conosceva a memoria i lirici greci. […] Da lui ho avuto questo insegnamento: che l’ebraismo deve essere completato da una profonda conoscenza della civiltà, della letteratura, della storia del paese in cui viviamo, perché altrimenti mancherebbe qualche cosa e saremmo fuori dalla realtà»[7].
            Qualche anno più tardi Elkann gli chiese: «Cosa le ha insegnato suo padre?» e lui rispose: «Tutto. Io non sono mai stato nelle scuole pubbliche, sono sempre stato alle Scuole ebraiche e al Collegio rabbinico dove l’orario delle lezioni era questo: una lezione di italiano, una di Talmud, una di greco, un’altra di Bibbia, e così via. Questo ci ha fatto scoprire come ci fosse qualcosa che legava tutto, che la parte ebraica non era avulsa, che non era divisa, separata. Noi vivevamo in un mondo dove il mondo classico e l’ebraismo convivevano naturalmente»[8].
            Nel Dopoguerra, si trattava di ricostruire la vita ebraica in Italia dopo le devastazioni: ottomila deportati, Sinagoghe distrutte, Comunità disperse. A Roma viene riaperto il Collegio rabbinico italiano. Nominato nel 1946 Rabbino Capo di Venezia, Elio Toaff organizza una “Jeshivà Ozar ha-Torà” alla quale partecipano quasi tutti i Rabbini italiani. Le lezioni sono tenute da Rav Alfredo Sabato Toaff: «Mio padre fu un maestro eccezionale, sapiente, colto, instancabile, e seppe ridestare in noi l’interesse per la cultura ebraica, per cui alla fine del corso eravamo tutti soddisfatti, e felici di aver potuto ricominciare a dedicare il nostro tempo a quello studio che è sempre stato la base della vita di ogni ebreo»[9].
            Nel 1951 Rav Elio Toaff viene chiamato a Roma. Nella cerimonia per l’insediamento «io aprii il corteo dei rabbini e degli officianti e mi recai davanti all’Arca della Torà dove ad attendermi c’erano i membri della Consulta rabbinica italiana. Mio padre si fece avanti e con voce commossa pronunciò in ebraico queste parole: “In nome della Consulta rabbinica italiana io ti saluto Rabbino Capo degli ebrei di Roma”»[10].
            2. Tra gli insegnamenti ricevuti dal padre, Elio Toaff ricorda quello di non essere a priori diffidente nei confronti dei preti e della Chiesa: «Notoriamente gli ebrei hanno sempre provato una certa diffidenza nei confronti dei preti e della Chiesa, e la cosa appare abbastanza giustificata se si considera che per circa duemila anni la Chiesa li ha emarginati, perseguitati e persino mandati a morte a causa della loro fedeltà all’antica religione, trasformandoli in un popolo disprezzato e reietto. […] Da questa giustificabile diffidenza, però, mio padre mi aveva insegnato a prendere le distanze, sostenendo che dovunque c’è il buono e il cattivo, e che occorre valutare caso per caso se si vuole essere obiettivi e non cadere negli stessi errori di coloro che, giudicando gli ebrei, generalizzano mettendo tutti nello stesso calderone»[11].
            Il padre era amico del canonico Polese, con il quale aveva in comune la passione per i libri, del parroco di Santa Maria del Soccorso, che abitava nel loro stesso palazzo, e anche il Vescovo si intratteneva con lui per avere delucidazioni su passi biblici o rabbinici. Nel periodo delle persecuzioni «furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole»[12]. Nella primavera del 1949, nel periodo veneziano,  un parroco venne a informarlo che il Patriarca Agostini avrebbe avuto piacere di conoscerlo. L’invito fu accettato e così si incontrarono: «Il patriarca non sedette sul tronetto che era al centro della sala, ma in poltrona vicino a me. Parlammo di tanti argomenti, della mia Comunità, dell’Olocausto, della nascita dello Stato d’Israele, ed ero stupito nel vedere con quanta affabilità mi parlava e quanta comprensione dimostrava per i problemi così gravi che il popolo ebraico stava affrontando per la ricostruzione. Fu quella la mia prima positiva esperienza di un processo di distensione e di avvicinamento che nel corso degli anni doveva manifestarsi in tutta la sua ampiezza e importanza»[13].
            A Roma le occasioni d’incontro si moltiplicarono. Frequentando la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico conobbe padre Agostino Bea, poi ebbe modo di collaborare con padre Cornelius Adriaan Rijk, direttore del Sidic, ed ebbe anche frequenti contatti con padre Mariano, un cappuccino molto noto perché aveva una sua rubrica in televisione: «Questa fiducia, che tanti religiosi intelligenti e onesti mi dimostravano, mi dava soddisfazione e mi faceva piacere, perché era la prova che la mia azione nella Comunità ebraica, volta a dissipare sospetti e rancori secolari in vista di un futuro migliore di comprensione e di apprezzamento, stava dando i suoi frutti, abbattendo le difficoltà e lo scetticismo di chi non credeva che alle parole sarebbero seguiti i fatti»[14].
            La notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, Toaff sentì imperioso il bisogno di unirsi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza S. Pietro. Era un omaggio al Papa che aveva convocato il Concilio nel quale sarebbe stata approvata Nostra Aetate, un uomo «semplice, buono, sensibile e onesto» che un Sabato mattina si era fermato a benedire gli ebrei che uscivano dalla Sinagoga «ed era forse quello il primo vero gesto di riconciliazione»[15].
            Il primo incontro con Giovanni Paolo II ebbe luogo l’8 febbraio 1981 nella canonica di San Carlo ai Catinari. Era stato il Papa, in visita a quella Chiesa al confine con il Ghetto, a esprimere il desiderio di incontrarlo. Rav Toaff fu colto di sorpresa, ma dopo aver riflettuto decise di accettare: «Il doloroso passato dell’umiliante clausura nel ghetto, caratterizzato per noi ebrei di Roma dalla sofferenza e dalla emarginazione, seppure non può e non deve essere dimenticato, perché è nelle radici degli ebrei di questa città, e fa parte della loro storia come dei loro sentimenti, certamente deve cedere il passo di fronte alla nuova realtà che, a partire dal Concilio Vaticano II, sta riscoprendo i valori del giudaismo, raccomandando ai cristiani il ritorno alle loro origini per la ricerca della loro più profonda identità»[16].
            Proprio la fiducia in questi nuovi rapporti consentiva a Rav Toaff di trovare i canali giusti per far pervenire la sua protesta tutte le volte che qualche episodio a suo avviso contrastava con i nuovi orientamenti.
            All’inizio del 1986 con molta cautela mons. Mejia iniziò a sondare il terreno per vedere se sarebbe stata possibile una visita del Papa in Sinagoga. Anche questa volta Rav Toaff fu colto di sorpresa: «Ricordavo ancora con tristezza quando, al funerale di mio padre, il vescovo di Livorno non aveva potuto entrare nel Tempio per assistere alle preghiere perché – aveva spiegato – una regola secolare glielo impediva. Come avrebbe potuto farlo oggi il Vescovo di Roma?»[17].
            Toaff rifletté, si consultò con il Consiglio della Comunità, poi con la Conferenza dei rabbini europei, e la decisione fu presa. Il 13 aprile 1986 «alle 17.15 Giovanni Paolo II fece il suo ingresso nel giardino del Tempio, venne verso di me a braccia aperte e mi abbracciò. E mentre lui si accingeva  a entrare nella Sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni. […] Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me, ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento»[18].
            Dopo aver reso omaggio a Giovanni XXIII e a Jules Isaac, dopo aver ricordato i martiri ebrei di ogni tempo, dopo aver indicato alcuni punti di un lavoro comune a beneficio dell’umanità, Rav Toaff toccò quel tema che ancora oggi è problematico e di urgente attualità: «Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra è stato chiamato, dai nostri maestri, l’inizio dell’avvento della Redenzione. Esso deve essere riconosciuto come un bene e una conquista irrinunciabili per il mondo, perché prelude – secondo l’insegnamento dei Profeti – a quell’epoca di fratellanza universale a cui tutti aspirano e a quella pace redentrice che trova nella Bibbia la sua sicura promessa. Il riconoscimento a Israele di tale insostituibile funzione sul piano della redenzione finale, che Dio ha promesso, non può essere negato»[19].
            Sempre nel 1986, il 27 ottobre, venne organizzata ad Assisi la prima giornata interreligiosa di preghiera per la pace, alla quale Rav Toaff partecipò con una delegazione perché «pregare per la pace è un dovere preciso per ogni ebreo»[20].
            Nel 1993 vennero stabilite regolari relazioni diplomatiche tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e nel 2000 Giovanni Paolo II salì in pellegrinaggio a Gerusalemme, deponendo tra le pietre del Kotel una commovente richiesta di perdono:
«Dio dei nostri padri,
tu hai scelto Abramo e la sua discendenza
perché il tuo Nome fosse portato alle genti:
noi siamo profondamente addolorati
per il comportamento di quanti
nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli,
e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci
in un’autentica fraternità
con il popolo dell’alleanza.
Per Cristo nostro Signore»
3. Ricordando nel 1985 la figura di Yoseph Colombo, figlio di Rav Samuele Colombo, Elio Toaff scriveva: «Il mio desiderio, ed il suo, era quello di pubblicare nella rivista del Collegio rabbinico, un po’ alla volta, tutte le opere [di Benamozegh] rimaste inedite ma ora che egli non c’è più, la realizzazione di un tal programma diviene quasi impossibile»[21]. Eppure, negli ultimi vent’anni, sono stati pubblicati otto libri di Benamozegh: Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale (Marietti 1990); Morale ebraica e morale cristiana (Marietti 1997);  Israele e Umanità. Il mio Credo (ETS 2002); L’origine dei dogmi cristiani (Marietti 2002); Il Noachismo (Marietti 2006); Storia degli esseni (Marietti 2007); L’immortalità dell’anima (La parola 2008); Shavuot. Cinque conferenze sulla Pentecoste(Belforte 2009). Israele e l’umanità è stato tradotto in inglese (Paulist Press 1995) e in spagnolo (Riopiedras 2003), Morale ebraica e morale cristianaè stato ristampato nell’originale francese (In press 2000) e in traduzione inglese (Kessinger 2008 e Cornell 2009). E’ stata anche ripubblicata l’autobiografia del discepolo noachide di Benamozegh: A. Pallière, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo (Marietti 2005).
            Giustificato era il sereno ottimismo con il quale Toaff chiudeva la sua autobiografia: «Tramandare quella tradizione che era caratteristica della scuola in cui mi sono formato sotto la guida di mio padre, il quale a sua volta seguiva la tradizione del grande Benamozegh e di quelli che venivano chiamati nel mondo “Hachmè Livorno”, i saggi rabbini livornesi, è stato ed è lo scopo principale della mia vita. E non mi posso lamentare dei risultati, se mi soffermo a considerare la dottrina e la capacità dei miei allievi e l’affetto che mi dimostrano, cercando di collaborare con me con generoso slancio e filiale affetto»[22].
            4. E’ un pomeriggio freddo e umido del gennaio 2010. Un piccolo corteo si avvicina al portone di via Catalana dove un uomo anziano con un cappello nero, un cappotto nero, un talled sulle spalle è in piedi in attesa. Anche questa volta la prima persona a incontrare il Papa è lui, ora Rabbino Capo Emerito di Roma.
            Benedetto XVI gli stringe le mani dicendo: «Sono lieto di incontrare colui che ricevette il mio amato predecessore». La Sinagoga è illuminata, gli invitati seguono su due grandi schermi, non riescono a frenare l’applauso.
            Il corteo si congeda e si dirige verso il Tempio dove sta per avere inizio la cerimonia. Rav Toaff  prima di rientrare in casa si volge ancora una volta a guardare e, con occhi lucidi, mormora: «Bene, bene così… ».
            5. La sera di domenica 19 aprile 2015, il 30 nissan 5775, undici giorni prima del suo 100° compleanno, Rav Elio Toaff lascia questo mondo. Molti si raccolgono in preghiera nel Tempio maggiore appena la notizia si diffonde, altri giungono al mattino per un ultimo saluto prima che le spoglie mortali di colui che è stato per 50 anni Rabbino Capo di Roma raggiungano l’amata Livorno.
Marco Cassuto Morselli 
Presidende Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma 


[1] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, Milano 1987, p. 3.
[2] M. Morselli, I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, Marietti, Genova-Milano 2007, pp. 11-12.
[3] A. S. Toaff, Il Collegio rabbinico di Livorno, in «Annuario di studi ebraici», IX, 1977-79, pp. 119-120.
[4] ivi, pp. 120-121.
[5] Nel cinquantenario della sua scomparsa è stato ricordato nella «Rassegna Mensile d’Israel» XXXIX, 1973, con articoli e testimonianze.
[6] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 78.
[7] E. Toaff – A. Elkann, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, p. 20.
[8] E. Toaff – A. Elkann, Il Messia e gli ebrei, Bompiani, Milano 1998, p. 88.
[9] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 156.
[10] ivi, p. 168.
[11]ivi, p. 213.
[12] ivi, p. 214.
[13] ivi, p. 159.
[14] ivi, p. 219.
[15] ivi, p. 220.
[16] ivi, p. 228.
[17] ivi, p. 233.
[18] ivi, pp. 238-239.
[19] ibidem.
[20] ivi, p. 241.
[21] E. Toaff, Il pensiero di Elia Benamozegh rivive in Yoseph Colombo, in «Rassegna Mensile d’Israel», LI, 1985, p. 241.
[22] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 248.
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Pesach/Pasqua 2015

Pesach/Pasqua 2015

 
“Fai scendere su di noi l’olio della letizia, della pace e della salvezza”.  
                                             (dalle Lodi del Giovedì Santo)                                 
                                      
 AUGURI di Pace e di rinnovata fraternità!

                                                    da “Per Amore di Gerusalemme” 

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“Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché”

“Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché”

Sempre nella memoria.
L’ATTENTATO terroristico alla Sinagoga di Roma, nel toccante racconto di una persona a noi molto cara: Emanuele Pacifici. Il suo ricordo sia sempre in benedizione!
Il 9 ottobre 1982, Shabbat Sheminì Azeret, era una tiepida giornata d’autunno.
Verso mezzogiorno, terminata la funzione, la gente cominciò ad uscire dal tempio. Alcuni si diressero subito verso casa, altri, come di abitudine, si fermarono qualche minuto davanti alla sinagoga per scambiare due chiacchiere. Io naturalmente ero tra quelli perché per me è sempre un piacere potermi soffermare davanti a quei giardini con gli amici di sempre o con quelli che magari è anni che non capita di incontrarsi.
D’improvviso udii una esplosione violentissima vicino a me e sentii un colpo fortissimo alla testa, tanto che gridai: «Ci stanno tirando i sassi!». Un attimo dopo un’altra deflagrazione mi colpì in pieno: era una bomba a mano. Una scheggia destinata a ferirmi il cuore si conficcò nell’antico libro di preghiere che tenevo sotto il braccio sinistro.
    
Prima che avessi il tempo di rendermi conto di cosa stava succedendo, si susseguirono altre violente esplosioni il cui frastuono si sovrappose alle urla di panico. Vedevo tanto sangue, ma non capivo dove fossi stato ferito; con le mani compresse sullo stomaco, corsi fuori dal cancello del Tempio e sempre correndo, per via Catalana, andai verso il ponte Quattro Capi. Alla fine di via Catalana, dove si immette in via Portico di Ottavia, ebbi l’impulso di voltarmi, ma con perfetta lucidità ricordai il passo della Torà in cui Abramo dice a Lot: «Mettiti in salvo, non ti voltare e non fermarti in tutta la pianura» (Genesi 19,17). Con le ultime energie che mi rimanevano, feci un ultimo sforzo per raggiungere il vicino ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina. Quando arrivai davanti all’entrata della chiesetta di Monte Savello, ancora si udivano le esplosioni e il crepitìo delle mitragliatrici. Qui mi accasciai tra le braccia di un passante, Anselmo Astrologo. Il libro di preghiere che tenevo ancora stretto in mano cadde per terra, ma prima di perdere i sensi riuscii a dire: «La prego, raccolga quel libro, lo baci, è un libro sacro di preghiere!». Le ferite più terribili erano al ventre e alla gola, ma erano stati colpiti anche l’occhio sinistro, un braccio, una gamba. Fui portato dentro all’ospedale dove in un primo momento sembrò che non ci fossero speranze; più tardi accorse il rabbino Toaff che mi impartì la berachàdei moribondi, ma mentre le sue mani, le sante mani di mio padre, erano tese nel gesto sacerdotale della berachà, dalla mie labbra sfuggì un lamento. Il rabbino Toaff allora implorò un medico: «Fate qualcosa, è vivo!». Immediatamente fui portato in sala operatoria dove mi praticarono subito la tracheotomia. Rimasi sotto operazione per quasi sette ore. Grazie al dottor Oliviero Schilirò, al dottor Stefano Picchioni e all’infermiera del reparto di rianimazione Anna Bussetta che mi assistettero con abilità e grande umanità, e grazie ai miei genitori che mi assistettero in cielo, ebbi salva la vita.
Appena fui in grado di parlare, chiesi di riavere il mio libro di preghiere che mia moglie Gioia mi portò insieme a quello dei Salmi. Seguendo l’insegnamento del mio rabbino aprii a caso il libro dei Salmi e vi lessi il salmo 17, il salmo della vita.
Durante la degenza in rianimazione che durò nove interminabili giorni, accadde un episodio che mi è caro. Stavo leggendo i Salmi, quando mi addormentai. Risvegliandomi vidi in fondo al letto un sacerdote che pregava con fervore e immaginando che fosse venuta la mia ora gli dissi che ero di religione ebraica e che se la mia ora era venuta, mandasse a chiamare subito il rabbino Toaff. Il sacerdote mi rassicurò dicendomi che stava soltanto pregando per me. Io apprezzai moltissimo il suo gesto e ci salutammo. Dopo neanche mezz’ora era di ritorno, aveva una cosa importante da dirmi: «Emanuele, voi avete gli stessi nostri Salmi!». Io non potevo parlare: feci cenno di sì con la testa.
Nel frattempo si chiariva la dinamica dell’attentato: era stato opera di un commando di terroristi arabi. Erano state ferite cinquanta persone ed era stato ucciso un bambino di due anni, Stefano Taché. La madre Daniela Gay e il fratello più grande Gadiel erano stati feriti. Tra i feriti c’erano anche la zia Giuditta, suo figlio Nathan insieme alla moglie Renata e ai loro bambini Joram e Shulamit. C’era mio nipote David Piazza, suo cugino di quattro anni Jonathan, i miei vicini di casa Eliana e Nissim Hazzan, che per proteggere la figlia di due anni fu colpito a un occhio. La lista dei nomi sarebbe troppo lunga, ma il cuore trema ancora di più se si pensa quali dimensioni poteva assumere la tragedia dal momento che quel giorno, Sheminì Azeret, il Tempio era pieno di bambini,venuti, come è usanza a Roma, per avere la berachà dal rabbino sulla tevà.
L’abilità del professor Cucchiara, che con pazienza certosina ha cercato di rimediare ai danni molteplici causatimi dalle ferite, è stata essenziale perché potessi continuare a vivere, ma non meno essenziale è stato l’amore dei miei cari e le infinite testimonianze di affetto che mi sono pervenute da tanti, tanti amici. Particolarmente caro mi fu il messaggio che in quei giorni mi giunse da parte di monsignor Francesco Repetto, il sacerdote che tentò invano di salvare mio padre quando si trovava nel carcere di Marassi.
Termino qui questi miei ricordi che ho scritto per i miei figli e forse, in parte, anche per me stesso, per rivisitare in un faticoso percorso di riconciliazione gli eventi di una vita non facile.
Il Signore Iddio mi è stato vicino e mi ha guidato. Le persone che ho incontrato lungo il cammino della mia vita sono state in gran parte persone eccellenti dalle quali ho potuto avere buoni consigli e un aiuto concreto. Ma ho dovuto scegliere sempre da solo tra il bene e il male.  Spero di avere scelto il giusto.
Ai miei figli, facendo mie le parole di Anna Frank, voglio dire: «Nonostante tutto credo ancora nell’infinita bontà dell’uomo».
(tratto da: “Non ti voltare” di Emanuele Pacifici, Editrice La Giuntina)
 
 A cura di Per Amore di Gerusalemme
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Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Quali sono i numeri di Israele in vista del viaggio di Papa Francesco? 

Sergio Della Pergola

Ci risponde Sergio Della Pergola, professore israeliano di origine italiana, riconosciuto come la principale autorità in tema di demografia e di statistiche relative alla popolazione ebraica in tutto il mondo. Aleteia lo ha intervistato per conoscere da vicino le “cifre” del popolo israeliano (ebraico ma anche cristiano) e per avere uno sguardo “accademico” sull’arrivo del Papa in Terra Santa.

Cominciamo con i numeri. Quanti sono oggi gli ebrei che vivono in Israele e da chi è composta la popolazione ebraica?

La popolazione ebraica ha superato i 6.100.000 di persone ai quali bisogna aggiungere circa 350.000 membri di famiglie ebraiche che però non solo tali in quanto provenienti da famiglie dell’ex Unione Sovietica, per cui una parte della famiglia è membro di altre religioni o non ha alcuna appartenenza religiosa.

Poi ci sono circa 160.000 cristiani in Israele e ci sono circa 130 000 drusi. Di questi Cristiani 125.000/ 130.000 sono di etnia araba, quindi della popolazione veterana, e gli altri provengono da matrimoni misti di ebrei immigrati più di recente che sono registrati come cristiani ma nella vita fanno parte più o meno della comunità ebraica. Questi sono i numeri.

Per quanto riguarda il costante calo demografico relativo alle comunità cristiane in Israele e nei Territori Palestinesi lei ci può dire qualcosa?

Qui c’è da fare una chiara distinzione. La comunità cristiana in Israele è in costante aumento, e negli ultimi 40 anni si è più che raddoppiata. Invece i cristiani nei territori palestinesi sono in costante diminuzione e questo credo sia un fenomeno che ha un’importanza più ampia, perché nella visione delle comunità cristiane del medio oriente, che sono una realtà molto antica, molto importante costituita da molti milioni di persone,esiste un forte rischio che si confondano le situazioni. Esiste purtroppo una situazione di grave persecuzione e disagio per le comunità cristiane un po’ dappertutto nel mondo islamico. Vediamo i massacri perpetrati in Egitto, in Iraq, la situazione è molto difficile in Libano, per non parlare della Siria. Anche nei territori palestinesi c’è stata una grave flessione delle comunità cristiane che è dovuta allo strapotere dei fondamentalisti musulmani in ambito palestinese.

A Gaza non vive quasi più nessun cristiano. Nella Cisgiordania due città importanti, come Betlemme, sede della Natività e come Ramallah-El Bireh hanno avuto un grande calo, per via dell’islamizzazione forzata dei territori palestinesi e la fuga dei Cristiani. Quindi attenzione: Israele è ancora un regime che si può definire “democratico” e le diverse comunità godono di libertà di espressione e protezione. Si può naturalmente stigmatizzare delle forme di vandalismo che ci sono, perché purtroppo esistono balordi in tutte le società, come in tutti i popoli, e ci sono stati anche dei fatti spiacevoli recentemente, ma questi fatti locali non sono da confondere con una dimensione generale di benessere e di sviluppo socio-economico e religioso.

C’è per esempio un episodio che riguarda Nazareth, la più importante città arabo-cristiana dello stato d’Israele. Qui c’è una grande cattedrale nella piazza principale e i mussulmani volevano costruire una moschea sul sagrato della cattedrale. Il governo Israeliano in questa discussione municipale ha preso le parti dei Cristiani e ha deliberato che non si può costruire una moschea di fronte a una cattedrale. Questo tanto per chiarire che sono due tendenze ben diverse: In Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sarebbe più opportuno che la Chiesa cattolica noti e metta in risalto che il posto in cui le comunità Cristiane possono esprimersi liberamente è proprio lo stato d’Israele.

Si dice che la maggior parte degli ebrei vivano ancora fuori da Israele e che l’Aliyah sia di fatto incompiuto. E’ vero secondo lei? Come commenta questo fatto?

Il fatto di per sé è esatto però ci sono delle premesse fondamentali da fare. Nel 1948, quando è stato fondato lo stato d’Israele, al suo interno ci viveva solo il 5 % del popolo ebraico, il 95 % viveva altrove. Oggi nel 2014 circa il 45% del popolo ebraico vive in Israele e il 55 % vive altrove. C’è stata una rapidissima crescita della comunità ebraica in Israele, in parte compensata da una diminuzione nel numero degli ebrei della Diaspora. Resta il fatto che Israele, che aveva un ruolo marginale quando raggiunse l’indipendenza, è oggi la comunità ebraica più grande del mondo. Questa tendenza è in netta crescita, per cui nell’eventualità in cui si possa arrivare a una maggioranza del popolo ebraico che risiede in Israele è una prospettiva dai 10 ai 20 anni. Naturalmente sempre che le condizioni globali non creino delle catastrofi e dei cataclismi.

Partendo da una situazione in cui in Israele praticamente non esisteva l’Aliyah (che vuol dire “salita, ascesa“), comunemente chiamata “immigrazione”, si procede con dei ritmi abbastanza alternati che riflettono molto le condizioni variabili del sistema mondiale. Bisogna chiarire che in generale le migrazioni internazionali riflettono lo stato delle persone nel paese di origine più che nei paesi di destinazione, quindi il numero di ebrei che emigrano in Israele è sensibile alle condizioni della Diaspora ebraica che hanno avuto momenti veramente molto drammatici e poi momenti più favorevoli. Abbiamo avuto due grandi ondate principali: uno con la fondazione di Israele, quindi gli anni dal 1948 al 1951, anni di grande fermento e di grande immigrazione, soprattutto dopo la grande strage della Shoah e dopo l’esodo forzoso dai paesi musulmani. Poi nel 1990/91 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica.

E ora?

Siamo intorno a 15-20.000 all’anno, che non sono dei grossissimi numeri, a volte sono arrivate anche 200-250.000 persone in un solo anno. Devo dire però che nel 2014 si nota già un chiaro incremento, abbiamo i dati del primo quadrimestre, da gennaio ad aprile, e siamo dunque a circa un terzo di quello che può essere il totale annuale.

I mesi più intensi sono quelli di luglio e agosto, in cui arrivano più persone e il primo paese oggi è la Francia, che in teoria sarebbe un paese occidentale, sviluppato, democratico. Questo denota un forte disagio nella collettività ebraica francese; al secondo posto rimane la Russia e c’è un evidente incremento dall’Ucraina, in questo momento il terzo paese. È chiaro che le vicende interne di questi mesi sono un fattore di spinta.

In Italia invece cosa succede?

Sono poche centinaia di persone quelle che arrivano in Israele, però in forte aumento. Si potrebbe prevedere che alla fine dell’anno arrivino oltre 200/250 persone, che per l’Italia sarebbe il massimo dagli ultimi 45 anni. C’è qualcosa che succede in Italia per cui molte persone sentono disagio, in primo luogo un disagio economico condiviso da molti; ma anche un disagio culturale e politico di chi sente che qualcosa si sta deteriorando nel meccanismo della tolleranza e della comprensione, della diversità, del pluralismo.

Tutti, seppur con aspettative diverse, attendono l’arrivo di Papa Francesco. Secondo lei un Pontefice cattolico del suo calibro cosa può portare di fatto al popolo israeliano?

C’è molta attesa e grande interesse. Oserei dire che un tempo era un fatto marginale, ora è diventata quasi una routine, fa parte della mappa, delle grandi visite pontificali, questo ovviamente è un elemento positivo. Francesco è una personalità molto interessante, molto positiva, ha ripristinato una grande capacità mediatica che avevamo già visto con Papa Wojtyla, la cui visita in Israele fu memorabile. Per cui esiste questo confronto, c’è molta curiosità, molta simpatia.

Ci sono alcune osservazioni che vorrei fare in proposito: la prima è che ci si aspetta che il Papa menzioni il fatto di fare visita allo stato d’Israele. Non vorremo sentire un riferimento solo alla Terra Santa (senza sottovalutare l’importanza ecumenica che avrà la visita) ma il fatto di enunciare in maniera esplicita che esiste lo stato d’Israele e che fa parte di questa visita. A me non è chiaro se questo faccia parte dei messaggi che Papa Francesco vorrà esplicitare durante la sua visita. Questo fatto è molto importante perché i rapporti diplomatici e il riconoscimento ufficiale da parte della chiesa esistono già dagli anni 90 e sono cresciuti sotto Papa Giovanni Paolo II e sotto Papa Benedetto XVI che ne parlò esplicitamente durante la sua visita. Non era stato così nel 1964 durante la prima visita di Paolo VI che evitò ogni riferimento.

Narrano le cronache quando Papa Montini arrivò al confine le autorità Israeliane stesero un tappeto rosso e lui passò al di fuori del tappeto rosso, proprio per far notare che lui non si considerava ospite ufficiale di quello stato che evitò accuratamente di menzionare. Ma queste sono cose passate.

Io penso che Papa Bergoglio sarà sensibile a queste sottigliezze che hanno una valenza non solo politica ma identitaria. Quindi c’è grande aspettativa nel suo programma di visita.

Vorrei fare un’altra considerazione: Papa Bergoglio porta con sé un’esperienza di una profonda amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires. Fra le persone che viaggeranno nello stesso periodo ci saranno anche il rabbino Skorka, grande amico del Pontefice e già solo per questa scelta c’è molto interesse. Proprio in questo contesto di amicizia vorrei mettere in rilievo che nelle omelie dell’ultimo anno il Papa ha fatto riferimento anche a un passato storico più antico.

Per lei chi è Papa Francesco?

E’ il Papa comunicatore, è il Ministro dell’istruzione del genere umano. L’insegnamento etico di certe sue proposte credo abbiano una valenza universale. Per questo bisogna stare molto attenti alle sfumature dei suoi discorsi. Spesso ha fatto riferimento al fariseo come stereotipo sociologico politico, un’immagine di qualcosa che non riguarda lo stato moderno e la politica contemporanea. Ma il fariseo è anche una figura concreta, reale. La parola fariseo viene dall’ebraico e significa “interprete”. Dunque il fariseo è proprio quel tipo più avanzato e positivo per il quale il testo non va solo considerato alla lettera ma va anche interpretato.

Io personalmente avrei preferito sentire una critica al mondo pagano e non al fariseo “interprete” che è poi il diretto progenitore dell’ebreo di oggi. E qui si entrerebbe in una polemica che non ha senso e che certamente non è voluta dal Papa. Ma l’elemento negativo è il pagano, colui che è alieno da valori morali.

Nel mondo accademico israeliano come è visto l’arrivo di Francesco? E’ vicino o distante da una sensibilità accademico-intellettuale?

Vorrei prima parlare di Benedetto XVI che da alcuni è stato sottovalutato nel suo carattere accademico, serio, riservato, un po’ introverso. Ha scritto e detto cose di enorme importanza. Ha scritto alcune pagine che rimarranno fondamentali, in particolare nel dialogo Cattolico-Ebraico.

Naturalmente Papa Francesco è orientato verso una comunicazione più ampia, come del resto anche papa Wojtyla che nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo ha creato una pagina indimenticabile. Il suo storico incontro con il rabbino Toaff con cui c’è stata un profonda amicizia (Giovanni Paolo II lo menzionò nel suo testamento) fa capire il rapporto eccezionale che si era stabilito fra questi due uomini.

Papa Bergoglio porta di nuovo avanti una personalità solare aperta ai rapporti umani. Sono certo che anche lui per quanto riguarda il dialogo cattolico-ebraico voglia fare e dire qualcosa che aiuti a portare avanti questo rapporto di fratellanza.

Fonte: ALETEIA

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Giovanni Paolo II e il dialogo interreligioso

Giovanni Paolo II e il dialogo interreligioso

Roma: Mostra Fotografica “Karol Wojtyla ed il dialogo interreligioso” 

L’ Opera Karol Wojtyla per il sollievo della sofferenza umana in collaborazione con l’Ufficio Rabbinico della Comunità Ebraica di Roma, il Vicariato di Roma ed il Centro Islamico Culturale d’Italia, con il patrocinio di Ministero della Salute, Regione Lazio, Roma Capitale, Sapienza Università di Roma, inaugura la mostra: 

  “Karol Wojtyla ed il dialogo interreligioso: incontri con le comunità ebraiche, cristiane e musulmane” 
  
Dal 25 marzo al 4 maggio 2014
 

tutti i giorni 10:00 – 19:00 / sabato 10:00 – 20
ingresso 5 euro

Area Archeologica dello Stadio di Domiziano (Piazza Navona)
Via di Tor Sanguigna, 3 – 06.45686100

Rav Elio Toaff accoglie Giovanni Paolo II sul piazzale della Sinagoga, oggi largo Stefano Gaj Tachè, e lo accompagna all’interno: è la prima visita di un papa alla Sinagoga di Roma (13/04/1986)
Fonte: Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, Archivio fotografico, 50 anni di Rabbinato di Rav Rashì Prof. Elio Toaff al Tempio e mostra, foto n. 30

Ringraziamo vivamente la dott.ssa Silvia Haia Antonucci, Responsabile dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER), per la sua disponibilità e cortesia e per averci fornito alcune tra le più significative immagini di Giovanni Paolo II, presenti alla mostra: “Karol Wojtyla e il dialogo interreligioso”.

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