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L’Europa morì ad Auschwitz…

L’Europa morì ad Auschwitz…

Abbiamo ucciso sei milioni di Ebrei e li abbiamo sostituiti con 20.000.000 di Musulmani. Ad Auschwitz abbiamo bruciato cultura, pensieri, creatività, talenti. Abbiamo distrutto il popolo prescelto, davvero prescelto, perché hanno prodotto persone grandi e meravigliose che hanno cambiato il mondo. Il contributo dato da queste persone si è esteso a tutte le aree della vita; scienza, arte, commercio internazionale e, soprattutto, alla coscienza del mondo. Queste sono le persone che abbiamo bruciate e, fingendo tolleranza, volendo provare a noi stessi che eravamo guariti dalla malattia del razzismo, abbiamo aperto le porte a 20.000.000 di Musulmani che ci hanno portato stupidità e ignoranza, estremismo religioso e mancanza di tolleranza, crimine e povertà a causa di un assente desiderio di lavorare e di provvedere alle loro famiglie con orgoglio.
Costoro hanno fatto saltare i nostri treni, hanno trasformato le nostre belle città spagnole in città del terzo mondo inondandole di sporcizia e di crimine.
Chiusi nei loro appartamenti, ricevono aiuti gratuiti dai governi e intanto pianificano assassini e distruzione degli ingenui ospitanti. E così, ciechi come siamo, abbiamo scambiato cultura con odio fanatico, abilità creative con abilità distruttive, intelligenza con arretratezza e superstizione. Abbiamo scambiato la ricerca di pace dei Giudei d’Europa e il loro talento, col creare un futuro migliore per i loro figli, il loro attaccamento alla vita perché la vita è santa, con coloro che cercano la morte, con persone piene di desiderio di morte per se stesse e per gli altri, per i nostri figli e per i loro.
Che errore terribile ha fatto questa misera Europa!

La popolazione islamica totale è di circa 1.200.000.000 (un miliardo e 200 milioni), il 20% della popolazione mondiale:

Questi i premi Nobel che hanno ricevuto:
Letteratura:
1988 Nagib Mahfooz
Pace:
1978. Mohammed Anwar el Sadat
1990 Elias James Corey
1994 Yasser Arafat
1999 Ahmed Zewai
Economia:
Zero
Fisica.
Zero
Medicina:
1960 Peter Brian Medawar
1998 Ferid Mourad
Totale: 7 Premi Nobel
La popolazione ebrea è approssimativamente di 14.000.000 (14 milioni), circa lo 0,02 % della popolazione mondiale:
Hanno conseguito i seguenti premi Nobel:
Letteratura:
1910 Paul Heyse
1927 Henri Bergson
1958 Boris Pasternak
1966 Shmueal Yosef Agnon
1966 Nelly Sachs
1975 Saul Bellow
1978 Isaac Singer
1981 Elias canetti
1987 Yosef Brodsky
1991 Nadine Gordimer
Pace:
1911 Alfred Fried
1911 Tobias Asser
1968 Renè Cassin
1973 Henri Kissinger
1978 Menachem Begin
1986 Elie Wiesel
1994 Shimon Perez
1994 Yitzak Rabin
Fisica
1905 Adolph von Baeyer
1906 Henri Moissan
1907 Albert Michelson
1908 Garbriel Lippmann
1910 Otto Wallach
1915 Richard Willstaetter
1918 Fritz Haber
1921 Albert Einstein
1922 Niels Bohr
1925 James Franck
1925 Gustav Hertz
1943 Gustev Stern
1943 George Cjarles de Hevesy
1944 Isidor Rabi
1952 Felx Bloch
1954 Max Born
1958 Igor Tamm
1959 Emilio Segre
1960 Donald Glaser
1961 Robert Hoffstadter
1961 Melvin Calvin
1962 Lev Davidovitch Landay
1962 Max Perutz
1965 Richard Feynmann
1965 Julian Schwinger
1969 Morrai Gell-Man
1971 Dennis Gabor
1972 William Stein
1973 Brian Josephson
1975 Benjamim Mottleson
1976 Burton Richter
1977 Ilya Prigogine
1978 Arno Allan Penzias
1978 Petere. L. Kapitza
1979 Stephen Weinberg
1979 Sheldon Glashow
1979 Herber Charles Brown
1980 Paul Berg
1980 Walter Gilbert
1981 Roald Hoffmann
1982 Aaron Klug
1985 Albert Hauptmann
1985 Jerome Karle
1986 Dudley Herchbach
1988 Leon Ledermann
1988 Robert Huber
1988Melvin Schwartz
1988 Jack Steinberger
1989 Sidney Haltman
1990 Jerome Friedman
1992 Ridolph Marcus
1995 Martin Perl
2000 Alan. J, Heeger
Economia:
1970 Paul Samuelson
1971 Simon Kutznetz
1972 Kenneth Arrow
1975 Leonid Kantorowitch
1976 Milton Fiedman
1978 Herbert Simon
1980 Lawrence Robert Klein
1985 Franco Modigliani
1987 Robert Solow
1990 Harry Marcovitz
1990 Merton Miller
1992 Gary Becker
1993 Robert Vogel
Medicina:
1908 Elie Metchnikoff
1908 Paul Erlich
1914 Robert Barany
192 Otto Meyerhof
1930 Karl Landsteiner
1931 Otto Wardburg
1936 Otto Loewi
1944 Josef Erlanger
1944 Herbert Spencer Gasser
1945 Ernst Chain
1946 Herman Mueller
1950 Tadeus Reichstein
1952 Selman Abraham Waksman
1953 Hans Krebs
1953 Fritz Lippmann
1958 Josua Leberberg
1959 Arthur Kornberg
1964 Konrad Bloch
1965 Francois Jacob
1965 Abdreè Lwoff
1967 George Wald
1968 Marshal Nierenberg
1969 Salvador Luria
1970 Julius Axelrod
1970 Sir Bernard Katz
1972 Gerald Edelman
1975 Howard Tenin
1976 Baruch Blumberg
1977 Roselyn Yalow
1978 Daniel Natans
1980 Baruj Benecerraf
1984 Cesar Milstein
1985 Michael Stewart Brown
1985 Josef Goldstein
1986 Stanley Cohen e Rita Levy Montalcini
1988 Gertrude Elion
1985 Arolda Varmus
1981 Ervin Neher
1991 Bert Sackmann
1993 Richard Roberts
1993 Philip Sharp
1994 Al

 

di Cesare Israel Moscati

 

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UN MONDO SENZA EBREI?

UN MONDO SENZA EBREI?

Prima cosa da fare, salutare tutti gli amici su Facebook e non usarlo mai più (Inventore ebreo Mark Zuckerberg ); altra brutta notizia ,niente più Google (Sergey Brin e Larry Page) si ritorna alla vecchia enciclopedia cartacea… comunque è inutile girarci attorno ragazzi mi dispiace dirvelo ma niente più internet ( Paul baran ).

Non sarà poi mica una tragedia anzi è solo un bene, ore e ore davanti a quello schermo non fa mica bene! Torniamo a noi comunque, niente più telefoni cellulari (Martin Cooper, ebreo), per comunicare e inviare messaggi si torna alle vecchie lettere e cartoline, però fate attenzione a non usare nessuna penna a sfera (Laszo Josef Biró, ebreo). Nessun videogame (Ralph Baer, ebreo), non resta che guardarsi allora un po’ di tv ma controllate prima che il satellite da cui ricevete segnale non usi tecnologie israeliane,ah e per cambiare canale dovrete alzarvi perché il telecomando non si può usare (Robert Adler, ebreo), tra l’ altro la tv a colori e’ stata inventata da un ebreo (Peter Carl Goldmark).
Ma sì.. abbiamo vissuto centinaia d’anni senza queste piccole cose, possiamo farne anche a meno e che sarà mai, per una vita senza ebrei questo ed altro… Ma non è finita amici miei, buttate via i vostri bellissimi blue jeans ( Levi Strauss) e impariamo a lavarci solo con l’acqua perché il sapone non si può più utilizzare, altra invenzione di un ebreo (Crescas Davin).
Amici miei fate attenzione a non ammalarvi perché li sono poi cavoli amari, niente aspirine (Arthur Eichengrun), niente vaccini contro epatite B (Irving Millman), niente vaccini contro la polio (Jonas Salk e Sabin) niente Warfarin ( Shepard Shapiro)
Niente Valium (Leo Sternbach).

Vi auguro di non essere affetti da sclerosi multipla perché il trattamento è stato inventato da un’ebrea (Ruth Arnon), nessun intervento agli occhi con laser (Samuel Blum).
Niente elettrocardiogrammi, niente ecografie, niente incubatrici per neonati prematuri (tutte macchine inventate da Ebrei) …dai non mi dilungo ulteriormente che poi mi diventate pazzi, e per curarvi sareste costretti a consultare uno psicologo cosa non molto gradita visto che il padre della psicoanalisi era ebreo (Sigmund Freud).
Non resta per voi che pregare, pregare e pregare tanto Gesù di non ammalarvi, ah dimenticavo, anche Gesù era Ebreo.

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Gerusalemme: “Museo delle terre della Bibbia”

Gerusalemme: “Museo delle terre della Bibbia”

In mostra 110 tavolette di argilla di 2500 anni fa.

Uno spaccato della vita degli ebrei durante l’esilio a Babilonia 2.500 anni fa: lo testimoniano più di 100 tavolette di argilla – incise in cuneiforme accadico – esposte per la prima volta questa settimana al ‘Museo delle terre della Bibbia’ a Gerusalemme. La rassegna – intitolata ‘Dalle rive di Babilonia’ – è considerata “uno dei più importanti antichi archivi ebraici dalla scoperta dei Rotoli del Mar Morto”.

Come le tavolette (molto più numerose delle 110 della rassegna che riguardano solo temi ebraici) siano state scoperte, resta ancora in gran parte un mistero: gli studiosi hanno ipotizzato che la collezione sia stata rinvenuta in uno scavo nel sud dell’Iraq negli anni ’70 e che sia poi riemersa nel mercato internazionale di antichità. Fatto sta che la raccolta di reperti è ritenuta una scoperta molto importante per far luce sulla vita delle comunità ebraiche sradicate da Israele all’epoca dell’esilio. Le tavolette – che contengono principalmente certificati amministrativi come vendite, contratti, affitti, discorsi – sono nel classico cuneiforme accadico e alcune sono state cotte al forno.

Grazie all’uso babilonese di scrivere la data su ogni documento, in base al re in quel momento sul trono, gli archeologi – secondo quanto reso noto dal museo – hanno fatto risalire le argille tra il 572 e il 477 prima di Cristo.

La più antica tavoletta della collezione è stata scritta circa 15 anni dopo la distruzione nel 586 del Primo Tempio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, il re caldeo che deportò gli ebrei a Babilonia. L’ultima invece è stata incisa circa 60 anni dopo il ritorno di una parte degli esiliati in Israele secondo la concessione del re di Persia Ciro nel 538 avanti Cristo. Nei libri pubblicati dal Museo sulla collezione, si dice che il contenuto delle tavolette riflette la vita di villaggi tra l’Eufrate e il Tigri: uno di questi chiamato Al-Yahudu, termine usato nelle fonti babilonesi per indicare Gerusalemme.

“Il villaggio – ha detto Horowitz, citato dai media – è la ‘Gerusalemme di Babilonia’ così come New York è la ‘nuova York'”. Gli abitanti di Al-Yahudu erano ebrei, come testimoniano i loro nomi: Gedalyahu, Hanan, Dana, Shaltiel e Netanyahu. Inoltre, in una delle tavolette sono incise, accanto alla lingua accadica, antiche lettere ebraiche. “Le più vecchie – ha sottolineato Horowitz – dall’esilio babilonese”. (ANSA).

Fonte: “SHALOM 7”- 8 febbraio 2015


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Shoah: “macchia indelebile della storia”

Shoah: “macchia indelebile della storia”

SHLOMO VENEZIAun nome da ricordare


Il 1° ottobre 2012, all’età di 89 anni, è morto a Roma Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah. Internato ad Auschwitz – Birkenau, Shlomo Venezia, è stato un tenace testimone degli orrori da lui vissuti, e ne ha trasmesso la memoria alle nuove generazioni con incontri, visite guidate ad Auschwitz e con tanti suoi scritti.

“Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!”. (Benedetto XVI, dal discorso allo YAD VASHEM)

Per non dimenticare l’abisso dell’orrore messo a punto dalla follia nazista, principalmente contro il popolo ebraico, e per ricordare i sei milioni di ebrei, vittime innocenti di un regime feroce, proponiamo una nostra breve presentazione del documento vaticano: “Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoah”, del 12 marzo 1998.

Giovanni Paolo II, nella lettera che accompagna il documento, ricorda innanzi tutto di avere egli stesso parlato con “profondo rammarico”, e in numerose occasioni, delle sofferenze del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale e definisce la Shoah una “macchia indelebile della storia” del nostro secolo. Non si può – aggiunge il Papa – celebrare autenticamente il Giubileo ed entrare con spirito rinnovato nel terzo millennio dell’era cristiana senza: “purificare i cuori attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato”. Egli invita i figli e le figlie della Chiesa “a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulle responsabilità che anch’essi hanno sui mali del nostro tempo”.

Il Papa esprime inoltre la sua “fervida speranza che il documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”, aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato” affinché non sia mai più possibile in futuro “l’indicibile iniquità della Shoah”.

Giovanni Paolo II, auspica in fine che, con l’aiuto di Dio, Ebrei e Cattolici possano lavorare insieme per un mondo in cui venga rispettato il diritto alla vita e riconosciuta la dignità di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Il Documento è diviso in 5 parti:

I. La tragedia della Shoah e il dovere della memoria.

L’indicibile tragedia della Shoah, dello sterminio programmato del popolo ebraico da parte dei nazisti non potrà mai essere dimenticato! Abbiamo tutti il dovere della memoria!
Il dovere della memoria, contro qualsiasi revisionismo storico. Il dovere della memoria, perché possiamo sempre tenere presente di quali azioni abiette possa essere capace l’uomo quando disprezza l’immagine di Dio che è in lui ed in ogni altro essere umano.
Il dovere della memoria, per costruire un futuro in cui non ci sia più posto per i cosiddetti super uomini, capaci di produrre aberrazioni simili!

II. Che cosa dobbiamo ricordare?  

Dobbiamo ricordare, innanzi tutto che il popolo ebraico, a causa della sua fede nel Dio unico e per la sua adesione agli insegnamenti della Toràh, ha sempre sofferto nel corso dei secoli, tribolazioni e schiavitù. Soprattutto, il “massacro” di sei milioni di ebrei avvenuto nel nostro secolo, al centro della cristianissima Europa, “va oltre – dice il documento – la capacità di espressione delle parole”.

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani.

Nella terza parte, il documento vaticano rileva il bilancio negativo delle relazioni tra ebrei e cristiani durante duemila anni di storia del cristianesimo, e parla di “gruppi esagitati di cristiani” che, quando il cristianesimo diventò in diverse nazioni religione di stato, di maggioranza, distruggevano templi pagani e sinagoghe. Ci sono state, inoltre, erronee interpretazioni del Nuovo Testamento – fermamente condannate dal Concilio Vaticano II – che, fino ai giorni nostri, hanno generato ostilità verso gli ebrei.

Discriminazione generalizzata, antigiudaismo, diffidenza, violenze, saccheggi e massacri degli ebrei da parte dei cristiani che “predicavano l’amore verso tutti, compresi i nemici”. Minoranza ebraica presa come capro espiatorio!

Viene ricordato che il razzismo propugnato dal nazionalsocialismo in Germania è stato condannato da parte della Chiesa cattolica di quella nazione. Con la sua Enciclica in lingua tedesca, Mit brennender Sorge, Pio XI aveva condannato l’antisemitismo come inaccettabile… “Spiritualmente siamo tutti semiti!”, aveva detto (6 settembre 1938). La prima Enciclica di Pio XII, Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, metteva in guardia contro il razzismo e la deificazione dello Stato che potevano condurre all’ “ora delle tenebre”.

Il punto più controverso dell’intero documento è proprio quello in cui si parla di Pio XII. Ci sono state molte contestazioni e obiezioni al riguardo. A questo proposito, ricordiamo quanto ha detto il Cardinal Cassidy in una sua Conferenza stampa a Londra: “Noi non diciamo che questa sia l’ultima parola sui vescovi tedeschi e neanche su Pio XII… Quello che noi diciamo (di Pio XII) è che non fu lui il “cattivo” (di questa storia). Toccherà alla storia giudicare se abbia fatto o no tutto quello che avrebbe dovuto fare.” (Avvenire, 14 maggio ’98).

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah.

Il documento Vaticano spiega la differenza tra “l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano…e i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”.

Il “costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano” ha le sue radici nel Primo Testamento: tutti discendiamo da un unico uomo, Adàm , affinché nessun essere umano possa ritenersi superiore ad un altro; è quanto i rabbini insegnano da secoli! E’ scritto nella Torà!

Riguardo all’antigiudaismo, dire semplicemente che “purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”, ci sembra veramente riduttivo! Al posto di “purtroppo”, sarebbe stato meglio dire: “soprattutto”. Pensiamo alle prediche antigiudaiche dei Padri della Chiesa; all’insegnamento del disprezzo e della “sostituzione”; alle “sacre” rappresentazioni del Venerdì Santo e ad altro ancora.

La decisione del regime nazionalsocialista di sterminare l’intero popolo ebraico fu, secondo il documento, “opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri”.

A questo punto, il documento si domanda quale peso abbiano potuto avere i pregiudizi antiebraici nella persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti: “Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?”.

E’ una domanda questa sempre attuale. Certi sentimenti non sono facili da estirpare, sono come alcuni virus latenti nei portatori sani che possono scatenarsi all’improvviso e causare la morte.

Abbiamo tuttavia il dovere di ricordare che molti cristiani, anche a rischio della propria vita, hanno salvato un gran numero di fratelli ebrei dalla deportazione e dalla morte. Il documento cita giustamente quanto è stato fatto da vescovi, preti, religiosi, laici, e dallo stesso Pio XII, per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei. Dopo avere citato la condanna dell’antisemitismo espressa dalla Dichiarazione del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate , il documento sulla Shoah cita le parole che Giovanni Paolo II aveva rivolto alla Comunità ebraica di Strasburgo: “Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo”.

V. Guardando insieme ad un futuro comune.
 

La quinta ed ultima parte del documento vaticano, inizia con un pressante invito rivolto ai cattolici affinché rinnovino “la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede”; ricorda che “gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli”, ed esprime infine il “profondo rammarico (della Chiesa) per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca”. Si tratta – ribadisce l’importante documento – di un dovuto e profondo atto di pentimento, per “trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei”.  

Vittoria Scanu 




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Odio e fanatismo religioso

Odio e fanatismo religioso

Non sono ideologie lontane.Stanno già in mezzo a noi!

Rav Riccardo di Segni

L’intolleranza è una malattia infantile di molte religioni, specialmente quelle monoteistiche. La malattia può guarire crescendo, oppure cronicizzarsi con alti e bassi oppure ricomparire all’improvviso come una recidiva pericolosa. Le recidive di questa malattia hanno insanguinato abbondantemente l’Europa dei secoli scorsi. Poi ad insanguinarla ci hanno pensato i nazionalismi e i totalitarismi, anche se qualche conflitto religioso non ci è mancato negli ultimi decenni (Irlanda del Nord, ex Yugoslavia). Però una volta sconfitti i totalitarismi e spenti i focolai locali pensavamo di essercela cavati. Invece no. Ecco che il nuovo millennio comincia simbolicamente con l’attacco alle torri gemelle di New York, un evento che avrà avuto pure radici politiche complesse, ma che non sarebbe stato possibile senza una carica di odio e fanatismo religioso. Ed ecco che ora scopriamo che intere regioni del continente africano e ampie zone dell’Iraq e della Siria sono devastate da eserciti che trovano la loro forza cementante ed identitaria in una visione religiosa espansiva e minacciosa e a farne le spese con la vita, la perdita della libertà o l’esilio, per chi ci riesce, sono masse di cristiani o di altre minoranze religiose di cui sapevamo a stento l’esistenza. Chissà per quale oscuro motivo mediatico di tutto questo si inizia a parlare nei titoli dei giornali e delle Tv solo adesso, quando le cifre delle vittime vanno oltre alle decine di migliaia.

Fino a poco tempo fa quando si scendeva in piazza per manifestare contro questi fatti (siamo riusciti a farlo a Roma un paio di volte mettendo insieme cristiani ed ebrei) il numero dei presenti era minimo e benché si gridasse all’indifferenza non c’erano molte autorità -anche religiose- e pubblico sensibile disposte ad ascoltare.

Forse perché i paesi di cui si parla ci sembrano lontani e con un inconfessabile subconscio senso di superiorità occidentali pensiamo che siano cose incivili tra gente incivile. Ma forse l’inciviltà è proprio quella nostra di non capire quanto questi eventi ci siano vicini, sia spiritualmente per la dignità e i diritti umani violati, sia geograficamente: non sono posti lontani, ci si arriva in tre ore di aereo. Non sono ideologie lontane, stanno già in mezzo a noi con i loro fedeli e sostenitori e non ce ne accorgiamo. Leggiamo del virus Ebola che miete vittime in Africa ma stiamo quasi tranquilli perché qui, si dice, non arriva. Nessuno ci garantisce che il virus del fanatismo religioso non approdi da queste parti, se non è già approdato. Nella storia della nostra comunità religiosa degli ultimi millenni abbiamo provato sulla nostra pelle cosa significhi odio, esaltazione e intolleranza, quale che ne sia la natura, ideologica o religiosa. E nel mondo occidentale si è riusciti a costruire sulle ceneri del passato un modello di convivenza al quale le diverse religioni, senza rinunciare a loro stesse, hanno portato un contributo decisivo.

Oggi tutto questo rischia di saltare avviando un micidiale processo regressivo. Bisogna fermarlo. Non si possono tollerare i morti per religione. Non si possono tollerare gli intolleranti.


Rav Riccardo Di Segni
Capo Rabbino della Comunità Ebraica di Roma

Fonte: La Stampa – mercoledì 13 agosto 2014

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L’ occidente e la sharia

L’ occidente e la sharia

Se torna a soffiare il vento del califfato 

Giorgio Israel

Fino a poco tempo era considerato paranoico chi prendeva sul serio i proclami della nascita di un nuovo califfato che avrebbe riconquistato l’Europa fino a Roma. Oggi rischia di far la figura della talpa chi non vede la concreta realizzazione di quel disegno. Esiste ormai un nuovo califfato non virtuale ma ancorato su un territorio, che si espande con una potenza militare inattesa, mette in fuga centomila cristiani e quarantamila curdi e distrugge le tracce di qualsiasi altra civiltà. Quei proclami un tempo ritenuti ridicoli riecheggiano dall’Iraq a Londra – dove un imam promette di sgozzare a Trafalgar Square chiunque non si assoggetterà alla Sharia – al Veneto – dove un altro imam incita a uccidere gli ebrei fino all’ultimo. Altri spezzoni del califfato emergono in tutto il Medio Oriente, fino alla Libia, a poca distanza dalle coste italiane e già emergono movimenti in Tunisia che si dichiarano pronti a combattere a fianco dell’esercito del califfato (Isis). Una parola chiara va anche detta sulla guerra di Gaza che ormai solo una talpa potrebbe non rendersi conto che va ben oltre il conflitto israelo-palestinese. Nessuno può mettere in discussione che tale conflitto resti il problema centrale sullo sfondo e che sia legittimamente aperto un ampio ventaglio di opinioni sul modo di risolverlo. Ma la sua riduzione a una questione umanitaria o addirittura a un’aggressione genocida da parte israeliana al popolo palestinese è un’inaccettabile contraffazione della verità che ha trovato espressione in un indegno striscione affisso (e fortunatamente poi rimosso) a Livorno. L’equazione Gaza = Auschwitz proposta da taluno è ridicola e scandalosa al contempo: non risulta che da Auschwitz fosse possibile bombardare le cittadine tedesche circostanti con missili ricevuti dall’esterno o preparare un assalto massiccio di centinaia di terroristi sbucati da tunnel costruiti con sussidi umanitari. Piuttosto occorre dire che nessuno stato sovrano potrebbe tollerare una simile aggressione al suo territorio e che riesca a contrastarlo con qualche efficacia non è una colpa bensì un fatto positivo. Il punto è che la questione israelo-palestinese – su cui entrambe le parti sono chiamate a scelte chiare, coraggiose e anche dolorose – potrà riemergere soltanto quando il campo sarà libero da chi persegue altri obiettivi: una guerra santa condotta con ogni mezzo, incluso il farsi scudo della popolazione civile, nel quadro di un assalto generalizzato che mira sia a imporre l’islam integralista a tutto il mondo musulmano, sia al cuore delle società occidentali. Dovrebbe far riflettere che esso si presenti, a distanza di anni, con forza e pericolosità tanto cresciute da rendere patetico il ricordo di Al Qaeda. E davanti a tutto ciò non vi è altro che debolezza e sbandamento crescenti. Sarebbe da ridere – se non fosse tragico ­– che, mentre mezzo Occidente è impegnato a indurire le punizioni contro chi non è d’accordo con il matrimonio gay, la British Law Society dia istruzioni a notai e avvocati perché accettino i testamenti redatti secondo le regole della Sharia che sono basati sulla condizione di totale subordinazione del coniuge femminile; o che gran parte del mondo musulmano francese abbia votato a destra di fronte alle leggi sul matrimonio e sull’educazione alla cultura del “genere” promosse dal governo socialista. Sono ulteriori manifestazioni di questa tendenza suicida la sostanziale indifferenza con cui sono accolte le persecuzioni dei cristiani (cosa deve succedere di peggio perché si esprima una chiara reazione?) e il dilagare di un nuovo antisemitismo che, ancora una volta, mette alla gogna gli ebrei come responsabili di tutti i mali del mondo e si manifesta in modo inquietante anche nel nostro paese con l’invito al boicottaggio dei negozi gestiti da ebrei.

Di fronte al disastro, l’ex-superpotenza mondiale non trova di meglio che scaricare qualche bomba episodica farfugliando di transazioni diplomatiche con chi non ne vuol sentir neppure parlare. È chiaro che la paralisi statunitense è generata da una sequenza di politiche sbagliate, prodotte dall’incapacità di comprendere anche antropologicamente le dinamiche dei territori coinvolti. Ma gli errori non giustificano il voltarsi dall’altra parte di fronte a un dramma di dimensioni epocali che, più prima che poi, riguarda tutti. E ancor meno è giustificabile la totale irrilevanza dell’Unione europea che tende a cancellare le politiche nazionali per sostituirvi il nulla, come insegnano vicende che riguardano da vicino il nostro paese, ovvero il dramma dell’immigrazione di massa che l’occhiuta eurocrazia ci impone di affrontare con il massimo in quantità e qualità dell’accoglienza per poi offrire un muro di spalle di fronte alla richiesta di delineare una linea politica continentale. E, anche qui, solo una talpa potrebbe non vedere le connessioni tra l’afflusso migratorio e le campagne militari dell’integralismo. È noto che l’irrilevanza europea nella politica estera è conseguenza dell’aver costruito l’intero edificio comunitario sul terreno dell’economia, mettendo il resto in secondo piano. Questa constatazione dovrebbe condurre in tempi rapidissimi a capire che avanti a tutto viene la politica. I califfati bussano imperiosamente alle porte e traggono incoraggiamento dall’ignavia di quello che, piaccia o no, è il loro nemico dichiarato.


Giorgio Israel

http://gisrael.blogspot.it/2014/08/se-torna-soffiare-il-vento-del-califfato.html

(Il Mattino, 10 agosto 2014)

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Roma – Giornata della Memoria

Roma – Giornata della Memoria

“ROMA E GLI EBREI RICORDANO INSIEME”

Lunedì 27 gennaio 2014
ore 18,45 presso la Sala Crociera del MIBACT-Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte – Via del Collegio Romano, 27 – saranno letti alcuni brani da “Le interviste” di Silvia Haia Antonucci pubblicato in “Roma, 16 ottobre 1943. Anatomia di una deportazione” a cura di Silvia Haia Antonucci, Claudio Procaccia, Gabriele Rigano, Giancarlo Spizzichino, Guerini e Associati, Milano 2006, pp. 95-134.


Giovedì 30 gennaio 2014
ore 16,30 l’Archivio di Stato di Roma partecipa alla celebrazione della Giornata della Memoria con un’iniziativa che si terrà nella Sala Pietro da Cortona nei Musei Capitolini “Oltre le sbarre…Musicisti durante la persecuzione”. Evento dedicato alla musica nata nelle situazioni di reclusione e ai musicisti vittime della persecuzione. «Dal 1940 al 1945 i Lager si portarono via la libertà, la dignità umana, la carriera, la quotidianità (fatta di pianoforte, studi, ricerche, creazione artistica) dei musicisti ebrei, nella maggior parte dei casi gli tolsero anche la vita; ma non poterono prendergli la musica». 

 

Fonte: Archivio storico della Comunità Ebraica di Roma

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Scrittura e credente

Scrittura e credente

“Una scrittura non frequentata 
è come un corpo senza vita”.
 

Rav dott. Riccardo Di Segni

di Rav Riccardo Di Segni

Quando gli ebrei parlano di rapporto con la propria religione, è raro che si definiscano credenti; il credere lo si dà un po’ per scontato, è poco misurabile nel suo puro movimento di spirito, deve avere una dimostrazione nell’azione. Per cui si preferisce parlare di osservanti. E non è differenza da poco. Nel primo secolo dell’era cristiana i membri dei numerosi gruppi dissidenti dall’orientamento prevalente -che oggi si direbbe ortodosso- e tra questi i primi giudeocristiani, erano definiti dai rabbini con il termine di minim, plurale della parola biblica che indica “la specie”. Qualcuno ha suggerito che l’insolito termine sia una contrazione ironica della parola maaminim, cioè credenti; nel senso che voi dite o pensate o credete di essere credenti, ma la fede è un’altra cosa. Quindi attenzione a usare questa parola. Quanto alla scrittura, effettivamente nel linguaggio rabbinico si parla spesso di kitve haQodesh, che si traduce impropriamente come “sacre scritture”, ma che letteralmente è “scritture del Sacro”, nel senso di Colui che è sacro. Ma la Bibbia, quella ebraica, è chiamata miqrà; la stessa radice semitica da cui poi deriverà il Corano, che non significa scrittura, ma lettura. Qual è la dimensione prevalente, la lettura o la scrittura? E ancora, la guida delle nostre azioni è chiamata Torà, che appunto è insegnamento. Ora, nel vocabolario rabbinico, di Torà non ce n’è una sola ma due: quella scritta, Torà shebikhtav, che corrisponde al Pentateuco, e quella “orale”, Torà shebe’al pe, che corrisponde a tutta la tradizione, dai tempi remoti fino ai nostri giorni. Perché chiamarla orale se si ritrova in migliaia di opere scritte e stampate? Perché fino alla fine del secondo secolo dell’era cristiana l’insegnamento dei Maestri si trasmetteva a viva voce, per tenerlo distinto dal testo del Pentateuco cui si riferiva. Furono poi la dispersione e le mille difficoltà di sopravvivenza a imporre anche per questa tradizione l’uso della penna e della carta o della pergamena. Tutto questo per dire che la sacralità non si esaurisce nella scrittura, ma è parimenti sacra la parola non scritta, tramandata da Maestro ad allievo e perennemente arricchita.  

La scrittura è sacra ma senza la lettura non vive, e non s’illumina e non si espande senza l’interpretazione e la trasmissione. 

Ora che ci fa il nostro cosiddetto credente con la scrittura, o lettura che sia, o dottrina orale? La risposta è: tutto, o meglio senza la scrittura non c’è spazio e senso per la fede. Per un ebreo i testi a lui sacri sono la guida della vita quotidiana sia in senso normativo che spirituale. Il senso della vita del singolo e della collettività è spiegato nelle Scritture. Che dicono chi sei, dove ti devi dirigere, cosa scegliere. Perché appartieni a un destino particolare. Che sei un anello di una catena antica, e per questo hai una responsabilità eccezionale. Che non ti puoi sottrarre al compito che hai insieme a tutti coloro che sono chiamati a farlo. Le scritture sono i testi che parlano dei Patriarchi, di Mosè, dei Profeti, della ricerca reciproca di D. e uomini, dell’intervento divino come creatore e come promotore della storia, della chiamata alla santità di un’intera collettività. Le scritture prescrivono le azioni che devi compiere e quelle che non devi fare. La lista è lunga e la nostra tradizione arriva a contare 613 precetti, di cui 248 sono “positivi”, azioni da compiere, e 365 i divieti, tanti quanti i giorni dell’anno solare. Di questa lunga lista ormai da 19 secoli di precetti attivi ce ne sono circa 150, perché gli altri sono collegati a norme cultuali e di purità che richiedono l’esistenza di un Santuario centrale, che non è stato più ricostruito dal 70. Ma anche i 150 precetti, che in alcuni casi sono solo il titolo di un capitolo, sono più che sufficienti per inquadrare la vita della persona, o se vogliamo del credente, in modo completo, in ogni sua forma. Le regole disciplinano non solo l’onestà nei comportamenti sociali, ma intervengono nei settori più provati e personali della alimentazione e del sesso. Inoltre scandiscono il tempo, con il rispetto del Sabato e delle feste. Tutto questo può sembrare esagerato o poco tollerabile anche per chi, credente di altre religioni, si riallaccia alla Bibbia ebraica come base per la sua credenza. Alle origini la frattura tra la matrice ebraica e l’evoluzione cristiana trovò una delle sue forze fondamentali proprio nel rifiuto, o nell’abolizione della cosiddetta legge. Non è certo questo il luogo per discutere di questo tema affascinante (ammesso che di questo si possa mai discutere nella cornice del dialogo), ma ciò che va sottolineato è che nella tradizione ebraica l’aspetto normativo, che sia di ambito civile che di ambito rituale-cerimoniale, è essenziale e irrinunciabile. Le “scritture”, in senso lato, sono il riferimento e il deposito di questa essenzialità. Un esempio: La Torà scritta stabilisce una norma, ad esempio il Sabato, e dice che in questo giorno bisogna astenersi da tutto ciò che è lavoro creativo, melakhà; cosa questo significhi non è spiegato, se non con rari esempi, come il divieto di far ardere il fuoco, o di raccogliere la legna fuori dall’accampamento. La tradizione orale colma il vuoto e ragionando sulle narrazioni bibliche trova i modelli e i prototipi delle azioni proibite; le enumera, le classifica, si pone i problemi dell’estensione e della limitazione dei divieti caso per caso. Questo lavoro è durato per secoli e continua in pieno sviluppo ancora oggi, tanto più davanti alle trasformazioni tecnologiche che cambiano la vita ogni momento. La Torà scritta non dice se si può usare il computer o il telefonino di Sabato, lo fa la Torà che un tempo era chiamata orale, pescando nelle fonti e ragionandovi sopra con rigore deduttivo. Tutto ciò può sembrare a un osservatore esterno uno sprofondare nell’aridità legalistica, e difatti questa è l’immagine parodistica e odiosa che è stata trasmessa per secoli; ma solo entrando nel sistema si comprende come la spiritualità, e la salita verso il sacro passano anche, se non soprattutto, attraverso un controllo minuzioso delle azioni e un esercizio rigoroso della ragione. Provare per credere, si direbbe con un gioco appropriato di parole. E il Sabato non è che uno dei tanti modelli di riferimenti.

Senza Torà non esiste il popolo ebraico, perché è la Torà che lo unifica nel tempo e nello spazio e dà il senso la giustificazione e la missione della sua esistenza. Ma senza popolo ebraico non esiste la Torà, perché mancherebbe lo strumento esecutivo della sua realizzazione. C’è quindi un legame inscindibile al punto che i mistici dicono Israel weorayta chad hu, Israele –nel senso del popolo d’Israele- e la Torà sono un’unica cosa. 

Questo quindi è il senso del tutto speciale del rapporto tra la fede ebraica e le scritture, è il rapporto dell’identità. C’è infine una conseguenza rilevante in questo rapporto; le scritture non tollerano l’ignoranza. Per questo rappresenta dovere fondamentale della vita religiosa, da solo pari a tutto il resto, lo studio. Bisogna studiare da quando si è in grado di farlo fino all’ultimo momento della vita. Una scrittura non frequentata è come un corpo senza vita.

Fonte: www.romaebraica.it

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Il popolo ebraico: segno di Dio

Il popolo ebraico: segno di Dio

                  Gli Ebrei: segno di Dio

Federico il Grande, chiese a Jean Baptiste du Boyer, marchese d’Argent: “Può darmi un segno inconfutabile dell’esistenza di Dio?”. Il marchese, rispose: “Sì, Maestà, gli Ebrei!”. 

“All’origine di questo piccolo popolo situato tra i grandi imperi di religione pagana che lo eclissano con lo splendore della loro cultura, vi è l’elezione divina. Questo popolo è invitato e guidato da Dio, Creatore del cielo e della terra… Si tratta di un fatto soprannaturale. Questo popolo persevera a dispetto di tutti perché è il popolo dell’Alleanza e perché, nonostante le infedeltà degli uomini, il Signore è fedele alla sua Alleanza”. (Dal Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro di studio su “Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano” – 31 ott. ‘97).

“Io sono con te”

Non temere, perché io sono con te; dall’oriente farò venire la tua stirpe, dall’occidente io ti radunerò. Dirò al settentrione: “Restituisci”, e al mezzogiorno: “Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra, quelli che portano il mio nome e che per la mia gloria ho creato e plasmato e anche formato”.  
 Isaía 43, 5-7
A cura di Vittoria Scanu

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Farneticanti dichiarazioni antisemite

Farneticanti dichiarazioni antisemite

Lefebvriani anti ebrei, sconcerto vaticano

Gian Guido Vecchi 
 
Basilica di San Pietro: una sessione del Concilio Vaticano II
«Noi abbiamo molti nemici, molti nemici. Ma, guardate, è molto interessante. Chi, in tutto questo tempo, è stato il più ostile a che la Chiesa riconoscesse la Fraternità? I nemici della Chiesa: gli ebrei, i massoni, i modernisti».
Rimandata e trascritta in Rete, la voce di monsignor Bernard Fellay, superiore dei Lefebvriani, ha fatto il giro del mondo. Secca la condanna del Centro Simon Wiesenthal: «La descrizione degli ebrei come “nemici della Chiesa” prova una volta di più l’antisemitismo profondamente radicato al cuore della teologia della Fraternità».
Mentre in Vaticano, con «sconcerto», si fa sapere che «naturalmente» una posizione simile contro gli ebrei è «insostenibile», e padre Federico Lombardi elenca i testi del Concilio, il magistero dei Papi e le parole e le visite di Benedetto XVI alle sinagoghe di Colonia, New York, Roma e Gerusalemme.
Di certo quelle di Fellay sono parole che pesano, mentre i negoziati tra Santa Sede e seguaci del vescovo scismatico Lefebvre sono in stallo. La storia si trascina dal 2009: il Papa che, come «gesto discreto di misericordia», toglie la scomunica ai quattro vescovi della Fraternità subendo polemiche mondiali (nessuno lo avvertì che uno di loro, Richard Williamson, è un antisemita che nega la Shoah: solo di recente è stato espulso dalla Fraternità, ma per disobbedienza) e poi tre anni di trattative per ricomporre lo scisma, la Santa Sede che offre loro di diventare una «prelatura personale» come l’Opus Dei.
Risultato? Fellay che in estate spiega: «Con Roma siamo a un punto morto e non possiamo firmare». E la commissione vaticana «Ecclesia Dei» che a fine ottobre dice che «sono necessarie pazienza e fiducia» perché «dopo trent’anni di separazione è comprensibile che vi sia bisogno di tempo».
Il problema, per i Lefebvriani, è sempre lo stesso: il riconoscimento del Concilio e dei suoi documenti, a cominciare dalla Nostra Aetate che segnò la svolta della Chiesa con gli ebrei, non più «deicidi».
Il capo dei Lefebvriani, il 28 dicembre in Canada, ha indicato «ebrei, massoni e modernisti» come i «nemici della Chiesa» che remano contro: «Persone che sono all’esterno della Chiesa e chiaramente nel corso dei secoli sono state nemici della Chiesa, hanno detto a Roma: se volete accettare questa gente, bisogna obbligarli ad accettare il Concilio».
Fellay è sarcastico: «Non è interessante? Penso sia fantastico! Perché questo mostra che il Vaticano II è cosa loro!». Cosa loro.
I Lefebvriani Usa hanno tentato di replicare alle polemiche dicendo che la parola «nemici» è stata usata da Fellay «in senso religioso» e «non si riferiva al popolo ebraico ma ai leader delle organizzazioni ebraiche».
Fonte: “Corriere della Sera” dell’8 gennaio 2013
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