Tag: Shoah

L’Ebraismo è vita!

L’Ebraismo è vita!

“La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà”

Rav Giuseppe Laras

Caro direttore, l’importanza del ricordo come antidoto all’antisemitismo è ribadita in ogni commemorazione del Giorno della Memoria. Molto viene fatto. Con mezzi scientifici, tecnici e didattici si cerca di mostrare ciò che di infame ed efferato fu perpetrato dal nazifascismo in Europa — e non solo — dagli anni 30 del ‘900. Si è parlato. Si sono mostrate immagini agghiaccianti dei campi di sterminio, in cui strame fu fatto dei corpi di milioni di esseri umani. Si è ricorso ai superstiti vittime di tali brutture (ai quali va commossa gratitudine per lo sforzo, specie psichico, a cui si sottopongono) per rendere testimonianza dell’annientamento dell’essere umano e dello sterminio del Popolo Ebraico.


Le scuole accompagnano scolaresche ad Auschwitz perché «vedano» e «tocchino con mano» quello che, lungi dall’essere favola triste, è verità storica profanante e contraddicente i valori etici e spirituali dell’umanità e, specialmente, delle culture da secoli promananti dalla scaturigine biblica. Presso il grande pubblico si è purtroppo ridotto l’ebraismo alla Shoah. 

L’ebraismo è ben altro: Bibbia, Talmùd, persone, volti, lingue, Israele, Oriente e Occidente insieme. In Italia, poi, si tratta di un cammino di popolo e di cultura — in primis religiosa, ma non solo — , in dinamica osmosi con la cultura italiana non ebraica, perdurato 22 secoli, nonostante sofferenze ed emarginazioni.


Gli ebrei italiani hanno, almeno in parte, la responsabilità di non aver loro stessi sufficiente cognizione e coscienza di ciò. E di non averlo spesso convenientemente saputo trasmettere ad altri, compresi persino gli ebrei non italiani. Sembrerebbe che la memoria della Shoah non sia servita a granché: l’antisemitismo, mutante anche in antisionismo, con il suo corredo di discredito, violenza e morte, è vivo e vegeto, più aggressivo che mai in Europa e in terra di Islam. I giornali riportano bollettini di opinioni e fatti antisemiti. Non accadeva nulla di simile, con tale intensità e frequenza, dalla caduta del nazismo, inclusa l’ignavia di troppa cultura e politica occidentale. Si è sconfitto il nazismo perché gli ebrei debbano abbandonare nuovamente l’Europa o per vedere accostati da alcuni, con falsità assordante e perversa immoralità, nazifascismo e sionismo? Si è sconfitto il nazismo per tacitamente accordarsi con chi vuole distruggere in vario modo Israele e inficiare così ogni costruttiva, ancorché talvolta severa, critica che tale Stato, come qualsiasi realtà statuale, necessita? Conservare e trasmettere la memoria serve allora poco o niente? Se così fosse, sarebbe disperante. Potrebbe invece essere che questa memoria, che ci sforziamo di conservare e di attualizzare, in realtà non sappiamo trasmetterla come occorrerebbe, nonostante la grande dedizione di molti.

Può essere, infine, che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi. Un’altra risposta all’inadeguatezza della memoria per combattere l’antisemitismo potrebbe dimorare nella gravità di tale malattia dell’anima e della mente, che non sarebbe aggredibile da alcuna terapia e che si presenterebbe quindi alla stregua di male endemico e cronico. Posso testimoniare che, come molti ebrei, sono nato con l’antisemitismo e con esso sono invecchiato.


Sono considerazioni amare. Se l’arma della memoria per contrastare questa infezione dell’umanità appare spuntata, dobbiamo interrogarci sul perché tale male risulti così duro a morire o, perlomeno, a essere contenuto e, al contempo, per converso, così facilmente pronto a infettare. Ciò che rende l’antisemitismo malattia incurabile è probabilmente la sua veneranda età. Quasi 2000 anni di presenza nella storia del mondo, sia in terra di cristianità sia in terra di Islam, con l’accompagnamento devastante di predicazioni e azioni ininterrottamente rivolte contro l’ebreo, deicida per troppi secoli per i primi e kafir per molti dei secondi, meritevole dunque di discredito e punizione. Troppo tempo per non provocare catastrofi e l’assunzione dell’ebreo (specie in Europa, cristiana prima e purtroppo scristianizzata poi) a paradigma del male, come tale infido e mostruoso. So bene che, almeno in certi Paesi, qualcosa è cambiato, specie nella coscienza di molti amici cristiani che hanno riconosciuto con coraggio e onestà un nesso causale tra devastazioni hitleriane della Shoah e antiebraismo cristiano, nascente anticamente con le tentazioni marcionite ma presente e serpeggiante per secoli e ancora oggi, laicizzatosi poi nell’antisemitismo moderno di matrice illuminista, quest’ultimo mai davvero seriamente analizzato e meditato dalla storia del pensiero politico e filosofico occidentale.


So bene che il Dialogo ebraico-cristiano, nato dopo la Shoah, nonostante alti e bassi e vita relativamente breve, offre un ausilio alla lotta all’antisemitismo, agendo in parte da «farmaco sperimentale», contributo forse non imponente e risolutivo, ma significativo e prezioso per i contenuti di amicizia e passione che lo alimentano da parte sia cristiana sia ebraica. La lotta attiva e concreta all’antisemitismo (incluso l’antisionismo), nelle sue mutevoli e subdole forme, deve quindi trovare oggi accoglienza con coraggio e acribia, studio e passione, anche presso i cristiani e le Chiese. Altrimenti il Dialogo andrà erodendosi. Per rispondere all’interrogativo se il Giorno della Memoria, nonostante i limiti che presenta, possa continuare a essere proposto come momento non trascurabile di una strategia della civiltà e dell’umanizzazione, giudiziosamente dobbiamo concludere che, disattendendolo e smarrendolo, ci priveremmo di un prezioso freno inibitore.


Corriere della Sera 25.1.2016    

Fonte: 



Condividi con:
Giorno della Memoria 2016

Giorno della Memoria 2016

Pubblichiamo qui di seguito gli eventi che si terranno in Italia in occasione del Giorno della memoria.


DA DOMENICA 24 FINO A MERCOLEDÌ 27 GENNAIO 2016

il Memoriale della Shoah di Milanoaprirà le sue porte a tutti i cittadini interessati a scoprire questo luogo unico in Europa, in quanto il solo teatro delle deportazioni ad essere rimasto intatto. In questi quattro giorni di apertura al pubblico, si potranno effettuare visite sia guidate che libere dalle ore 10.00 alle 18.30. Per ciascuna tipologia di visita, è vivamente consigliata la prenotazione attraverso la piattaforma www.ticketone.com, dove sarà possibile selezionare la fascia oraria desiderata. Nei giorni dell’evento e compatibilmente con la capienza e con le prenotazioni già pervenute, sarà comunque possibile riservare le visite anche in loco, nelle fasce orarie rimaste disponibili. La visita è gratuita, fatto salvo il costo di gestione della prevendita TicketOne, pari a 1,50 €.


DA DOMENICA 24 GENNAIO FINO A FINE FEBBRAIO

Memoriale della Shoahall’interno dello Spazio Mostre Bernardo Caprotti, sarà possibile visitare la mostra “Dalle leggi antiebraiche alla Shoah”, organizzata dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e allestita dagli architetti Guido Morpurgo e Annalisa de Curtis. La mostra è dedicata alle persecuzioni antiebraiche, agli eventi storici generali e alle vicende personali vissute nell’Italia del regime fascista e dell’occupazione tedesca, riportate alla memoria attraverso l’esposizione dei testi delle leggi persecutorie, dei diari delle vittime e di lettere, fotografie e pubblicazioni originali dell’epoca.


DOMENICA 24 GENNAIO
Teatro Manzoni, dalle 11.00. La musica come strumento di emozione, partecipazione, raccoglimento e ricordo. Melodia e tragedia saranno strettamente legate fra loro, per il Giorno della Memoria”,  quando l’orchestra del trombettista ebreo newyorchese Frank London si esibirà con il suo “The Glass House Project”   in un emozionante concerto inserito nel calendario  degli appuntamenti della prestigiosa rassegna musicale di “Aperitivo in concerto”.


DOMENICA 24 GENNAIO
MILANO

ore 17.30, Memoriale della Shoah: presso l’Auditorium Joseph e Jeanne Nissim verrà proiettato il film “Pecore in Erba”, diretto da Alberto Caviglia. La pellicola, in concorso nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2015, hacome tema portante l’antisemitismo, affrontato per la prima volta in chiave satirica, attraverso il particolare genere del mockumentary, il falso documentario surreale. La riproduzione del film verrà preceduta da una breve introduzione.


ROMA
Ore 11.50, Palazzo del Quirinale,
“I concerti della Cappella Paolina”.
Salmi ebraici che incontrano ritmi e armonie dell’occidente. Quando il dialogo tra culture e religioni diverse diventa scontro, alimentando tensioni che tengono tutti col fiato sospeso, brilla un’iniziativa che vuole dimostrare come la musica sia un efficace modello di integrazione. Domenica 24 gennaio 2016, in occasione del “Giorno della Memoria” il Palazzo del Quirinale ospiterà un concerto dell’Ensemble Salomone Rossi fondato dalla violinista milanese Lydia Cevidalli. In programma, arie, danze e sinfonie commissionate tra il Sei e il Settecento dalle più importanti sinagoghe europee: musiche di grande suggestione dove l’antica tradizione del salmodiare giudaico e gli stili rinascimentale e barocco di matrice europea si fondono in perfetta armonia, come a indicare la strada di una possibile felice convivenza tra civiltà. Per quanto riguarda gli autori: si va dal portoghese-olandese sefardita Avraham  Caceres a Salomone Rossi, l’”Hebreo di Mantova” che ha suggerito il nome all’ensemble, sino all’italo-viennese Christian Joseph Lidarti. L’appuntamento fa parte della rassegna “I concerti della Cappella Paolina” e verrà trasmesso in diretta da Rai Radio3 ed Euroradio.
Per ragioni di sicurezza è obbligatoria la prenotazione ed è necessario presentarsi 50 minuti prima dell’inizio del concerto, muniti di un documento di riconoscimento.


LUNEDì 25 GENNAIO
Amicizia Ebraico-Cristiana di Milano Carlo Maria Martini e Comunità Ebraica di Milano in occasione del Giorno della memoria 2016,“Frammenti di Memorie dimenticate”.

Programma
Saluto del Presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana, Yoram Ortona
Canto introduttivo Anì Ma’amin, eseguito da Rav David Sciunnach
Antonia Arslan, Armeni che salvarono ebrei, ebrei che salvarono armeni
Vittorio Robiati Bendaud, L’onda lunga della Shoah nel Mediterraneo e oltre
Saluto dell’Ecc.mo  Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano
Modera Paolo Liguori, Direttore di TGCom24
L’evento avrà luogo alle ore 20.45 di lunedì 25 gennaio 2016 presso la Sinagoga Maggiore di via Guastalla a Milano, straordinariamente aperta alla Cittadinanza per l’occasione


LUNEDì 25 GENNAIO
La Compagnia Teatrale Chronos3 vi invita, dal 25 al 31 gennaio 2016 al Teatro Libero, a vedere lo spettacolo Testastorta– la storia inventata, tratto dal romanzo “Testastorta” di Nava Semel. Drammaturgia di Tobia Rossi. Regia di Manuel Renga. Con Alessandro Lussiana e Valeria Perdonò
Info: www.compagniachronos3.wix.com/compagniachronos3


MARTEDì 26 GENNAIO
Ore 10.15: in via Corti 12,
 presso l’Area di Ricerca Uno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della memoria verrà inaugurata la mostra “Auschwitz – I luoghi della memoria” del fotografo Enzo Catalano, allestita dal Comitato Unico di Garanzia del CNR (CUG) e aperta al pubblico fino al 28 febbraio. Nel corso della manifestazione verrà lanciata anche  l’iniziativa “Insegnare la Shoah, attraverso la quale formatori diplomati allo Yad Vashem di Gerusalemme trasmetteranno le loro competenze agli insegnanti che si trovano ad affrontare tematiche così difficili con i loro studenti.

MARTEDì 26 GENNAIO
ore 18.30
allo spazio SEICENTRO in via Savona 99, Milano, Musica e Parole per la Memoria dei Giusti, con Miriam Camerini, Bruna Di Virgilio, Andrea Gottfried

MARTEDì 26 GENNAIO
Spettacolo teatrale “Der Doktor”

ore 21.00 Teatro Wagner, piazza R. Wagner 2 – Milano
In occasione del “Giorno della Memoria” delle vittime della Shoah, andrà in scena lo spettacolo “Der Doktor, Etty e Ruth”. Un testo originale e inedito, per ricordare i milioni di vittime della follia nazifascista degli anni ’40. La regia è di Emanuele Drago, le musiche originali di Piero Chianura, la compagnia Progetto4 Milano, collettivo di artisti milanesi. Tre protagonisti in scena, il male e l’incapacità di capirne la portata, la vittima e la sua voglia di rinascita. Musiche dalle sonorità contemporanee, un pianoforte acustico che diventa a tratti elettronico, video e pochi oggetti in scena. L’allestimento scenico, pensato per trasportare lo spettatore in una dimensione cruda come un quadro di Francis Bacon, è il sottofondo di uno spettacolo che racconta fatti  realmente accaduti da non dimenticare. In scena Marco Marzari, Fiorella Fruscio, Ketty Capra e Letizia Randazzo.


MERCOLEDì 27 GENNAIO
L’Associazione Figli della Shoah, la Comunitàebraica di Milano, il Conservatorio Verdi di Milano, la Fondazione CDEC e il Memoriale della Shoah di Milano invitano a “Dalla Shoah al ritorno alla vita. Parole, musiche e silenzi”. Sala Verdi del Conservatorio, ore 20.00

A cura dell’Associazione Figli della Shoah, si svolgono i seguenti incontri:
XVI GIORNO DELLA MEMORIA
27 gennaio 2016 ore 10.30
Testimonianza di Liliana Segre
Teatro Arcimboldi di Milano
Diretta Streaming sul sito del Corriere della Sera.
www.corriere.it


27 gennaio 2016 ore 10.30
Scuola Ebraica di Milano
Testimonianza di Goti Bauer

27 gennaio 2016 ore 10.30
Conservatorio G. Verdi di Milano
Testimonianza di Franco Schonheit

10 febbraio 2016 ore 10.30
Conservatorio G.Verdi di Milano.
Testimonianza di Sami Modiano


MERCOLEDì 27 GENNAIO
Ore 18.00, Sistema Bibliotecario Milano, gli INCONTRI CON L’AUTORE,
Via Valvassori Peroni 56, Esther Fintz Menascé, eccezionale appassionata testimone di momenti di storia ebraica. Esposizione con letture, immagini,
canzoni. Introducono un rappresentante dell’Associazione Scuola
Stoppani e Alberta Bezzan della Fondazione Centro di
Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano
CDEC-onlus. L’incontro si inserisce all’interno del progetto
“La memoria degli archivi scolastici. Recupero e
valorizzazione dell’archivio storico dell’Istituto Comprensivo
Antonio Stoppani” dell’Associazione Scuola Stoppani.


GIOVEDì 28 GENNAIO
Presso la Casa della Cultura in via Borgogna 3 alle ore 11.00 il  CDEC, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea in collaborazione con la Comunità Ebraica di Milano presentano il “Rapporto nazionale sull’antisemitismo”. Saranno illustrati i principali casi di antisemitismo in Italia, con uno speciale focus su quanto emerge da Facebook. Sarà poi presentata una panoramica dedicata all’antisemitismo in Europa. Interverranno:Betti Guetta(responsabile del settore Osservatorio Antisemitismo del Cdec), Stefano Gatti (Responsabile dell’Antenna Antisemitismo) e Davide Romano (Assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano).

Ore 18.30, Centro Ceco di Milano (via G.B. Morgagni 20).
Incontro al alle ore 18.30 con Helga Weiss-Hošková, un’autrice ceca di origine ebraica che ha raccolto le sue memorie dei campi di concentramento nel libro “Il diario di Helga” (2014, Einaudi). Questo libro verrà presentato durante l’incontro con l’autrice, che vedrà anche la partecipazione di prof. Alessandro Vitale di Dipartimento di studi internazionali di UNIMI. L´evento è organizzato dal Centro Ceco di Milano.  “Il diario di Helga” è una testimonianza sull’orrore del nazismo, un volume scritto da Helga Weiss-Hošková quando era ancora una ragazza e cercava di sopravvivere nei campi di concentramento di Terezin e Auschwitz. Una testimonianza tremenda ma sempre attuale.


GIOVEDì 28 GENNAIO
Senago (MI) ore 21.00, via Repubblica 7, ingresso libero. Il progetto TEMPO SCADUTO – NOTE SALVATE propone un viaggio attraverso le opere di grandi compositori ebrei del ‘900 in cui la musica classica si intreccia a temi popolari, chassidici, klezmer, tradizionali ebraici. Il recital è composto dall’esecuzione dei brani per l’insolito trio violino, corno e pianoforte, accompagnata da letture e racconti. Voce recitante Miriam Camerini.


DOMENICA 31 GENNAIO
Ore 16.00, Memoriale della Shoah: il Memoriale ospiterà lo spettacolo teatrale “Che non abbiano fine mai…” di Eyal Lerner, dedicato alla storia e alla cultura ebraiche, ma soprattutto alla tragedia della Shoah. Per assistere allo spettacolo è richiesta la prenotazione, al costo di 5 euro comprensivi di prevendita, attraverso il sito Ticketone, che offrirà la possibilità di scegliere il posto in pianta.

Ore 18.00, Memoriale della Shoah: incontro dal titolo “Porte chiuse, porte aperte”, organizzato da Comunità di Sant’Egidio e Comunità Ebraicadi Milano, a cui parteciperanno Liliana Segre e i profughi ospitati dal Memoriale nel 2015, i quali racconteranno le loro testimonianze.


DOMENICA 7 FEBBRAIO
ore 9.00, Memoriale della Shoah: incontro “Medicina e Shoah. Dalle politiche razziste dell’800 alla bioetica”, organizzato dall’Associazione Medica Ebraica in collaborazione con il CDEC e la Fondazione Memorialedella Shoah di Milano. Nel corso della mattinata, presentata da Michele Sarfatti e moderata da Giorgio Mortara, interverranno Antonio Pizzutti dell’Università Sapienza di Roma, Marcello Buiatti del Centro Interuniversitario di Filosofia dell’Università di Firenze, Marcello Pezzetti della Fondazione Museo della Shoah di Roma e Laura Boella dell’Università Statale di Milano.


LUNEDÌ 8 FEBBRAIO
ore 18.00, Memoriale della Shoah:presentazione del libro “Un amore ad Auschwitz. Edek e Mala: una storia vera” (UTET) di Francesca Paci, che dà voce a Edek e Mala: un giovane prigioniero politico polacco e una ragazza ebrea bella e vitale che s’innamorano nel campo di sterminio di Auschwitz. Una storia d’amore, ma anche di lotta, solidarietà e speranza, inspiegabilmente e ingiustamente dimenticata, che la giornalista Francesca Paci ricostruisce per la prima volta in tutti i suoi aspetti grazie a documenti dell’archivio del museo statale di Auschwitz e testimonianze dirette dei sopravvissuti. L’autrice ne parla con Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma. In collaborazione con l’Associazione Figli della Shoah.


“NOI NON DIMENTICHIAMO!”

“Per Amore di Gerusalemme” è e sarà
sempre accanto ai fratelli ebrei, nella gioia
e nel dolore – con rispetto e gratitudine!

Israele ama la vita! Israele vive! 

www.peramoredigerusalemme.com


Condividi con:
Un amore Capitale.

Un amore Capitale.

Salvatore Fornari e Roma. di Silvia Haia Antonucci*   

Recensione di Marco Brunazzi**


Il bel libro di Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio storico della Comunità Ebraica di Roma, è un nuovo e interessante contributo per la messa in luce di quell’immenso patrimonio di storia e di memorie della più antica comunità ebraica d’Italia, quella di Roma.

Si tratta infatti di una monografia dedicata a Salvatore Fornari, orafo e argentiere, ma anche eclettica figura di artista, fotografo, collezionista e intellettuale del Novecento, che fu tra i protagonisti della fondazione (1960) del Museo Ebraico di Roma e suo primo Direttore. La ricerca spazia quindi dalla biografia personale alla ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere nelle quali Fornari visse, grazie anche al bell’apparato iconografico che arricchisce il volume. Molto stimolante anche l’appendice di interviste, mentre di particolare efficacia risulta la introduzione di Anna Foa.

Questo lavoro di Silvia Haia Antonucci si segnala però anche per il contributo che arreca alla più approfondita conoscenza di quello che fu il mondo degli ebrei italiani a partire dagli anni dell’Unità nazionale e per buona parte del Novecento.

Una conoscenza che purtroppo non ha mai fatto parte della memoria diffusa e di senso comune tra gli italiani, dove invece mai del tutto scomparsi e sotto traccia continuano ad allignare pregiudizi d’antica matrice antiebraica o addirittura, più o meno camuffati di “antisionismo”, antisemiti.

Eppure, se si guarda all’apporto degli ebrei al Risorgimento nazionale e soprattutto alla rapida e profonda integrazione che ebbe luogo nei primi decenni successivi, si comprende appieno il senso di quell’acuta osservazione che fece Arnaldo Momigliano. E cioè che gli ebrei rappresentavano, nel processo unificatore, una regione senza territorio, ma certamente equivalenti alle altre regioni i cui abitanti, divenendo italiani, non per questo perdevano il senso della loro identità locale originaria. E in effetti, l’intera storia degli ebrei italiani, dal Risorgimento al 1938, non si può non leggere che in questo modo. Uno straordinario caso di profondissima integrazione nazionale, sociale, culturale, affettiva, che nondimeno preservava, con discrezione e costanza, il nucleo dell’antica e mai dismessa identità.

Il paradosso della coscienza collettiva diffusa italiana è quello di non avere mai del tutto acquisito la consapevolezza di quella vicenda storica, né, dopo, dei mutamenti intervenuti. Infatti, è evidente che quella storia esemplare e onorevole subì una drammatica cesura con l’introduzione delle ignobili leggi razziali (cioè antiebraiche) nel 1938. A quella seguirono gli anni dell’orrore della Shoah e poi ancora, ovviamente su altro e positivo piano, la nascita dello Stato di Israele. Si vuol dire insomma che dopo quei tre eventi capitali, la riflessione degli ebrei italiani su se stessi e la loro identità non poteva non mutare e che quel tormentato e intenso dibattito continua ancora.

Il superficiale e autoconsolatorio approccio che in termini di opinione pubblica e divulgazione storica continua invece a prosperare tra gli italiani non ebrei è anche frutto di questa scarsissima conoscenza storica, del “prima” come del “dopo”.

Con gli ebrei d’Italia essi hanno convissuto per secoli e, come a Roma, addirittura millenni. Con l’unificazione nazionale sono cadute le norme discriminatorie e restrittive e gli ebrei hanno condiviso senza problemi luoghi, funzioni, impieghi, lavori e ogni aspetto della vita culturale e civile. Hanno condiviso vicinati e compagni di banco e di pianerottolo, dividendosi, come tutti gli italiani, in ogni possibile varietà di posizioni politiche e scelte ideali. Ma ciononostante, allo scoccare del fatale 1938, si stenta a rintracciare, pur nelle condizioni di conformismo coatto che il fascismo a tutti imponeva, un pur minimo ma significativo moto personale, se non collettivo, di protesta o almeno di disagio critico capace di dare un segno percepibile che non fosse il celato mormorio e il borbottio privato.

Ma anche dopo, il lavoro ingrato e penoso che gli ebrei italiani hanno compiuto su se tessi per darsi ragione dell’accaduto e per trovare posizioni corrispondenti all’evoluzione storica, inevitabilmente con una revisione critica dei presupposti identitari sino allora mantenuti, è stato e poco compreso e per nulla ricollocato in un processo di autocoscienza storica della comunità nazionale.

Eppure, la storia di un ebreo italiano e romano come Salvatore Fornari, che ebbe la ventura di vivere quasi per intero l’arco del secolo (1900-1993), riassume, pur nelle peculiarità personali, quella intera vicenda, che è storica e culturale insieme.

Ecco perché il libro della Antonucci su Salvatore Fornari è di grande utilità. Perché, al di là dei meriti di una ricerca storica di eccezionale e originale valore, dà conto di una vicenda umana e culturale esemplare.

Non può non commuovere ancora leggere, tra le poesie in romanesco di Fornari, versi come questi:Quinni se domannate a li romani / de riparlà er dialetto de Pasquino / eccheme qui: comincio da domani (Romanesca, 1978). E riflettere allora su quale patrimonio di sentimenti e di affetti (per non parlare di quello storico e sociale) una piccolissima minoranza come quella ebraica (solo l’1 per mille, aveva sentenziato Mussolini per giustificarne l’esclusione da pubblici uffici e professioni) ha lasciato a tutti gli italiani, di ieri ma anche di oggi e, si spera, di domani.

Marco Brunazzi
** Vicepresidente dell’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini di Torino e docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Bergamo.  

Articolo pubblicato su : “HaKeillah“. Bimestrale ebraico torinese. Organo del Gruppo di Studi Ebraici. 

Silvia Haia Antonucci* “Un amore Capitale. Salvatore Fornari e Roma“, Esedra editrice, Padova, 2014, € 19




Condividi con:
MANIFESTO Intellettuali ebrei e cattolici

MANIFESTO Intellettuali ebrei e cattolici

“Solidarietà al Popolo Armeno, al Catholicos e al Papa”.    
 

MANIFESTO (testo integrale)    

In relazione al Genocidio Armeno lasciano sconcertati, turbati e profondamente feriti le parole del Sotto-Segretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Sandro Gozi, a maggior ragione considerando il fatto che è italiana la responsabile della politica estera dell’Unione Europea. Preoccupano inoltre i timori e i silenzi di altri governi occidentali. Eppure esistono coraggiose voci di intellettuali turchi e di persone di quella società civile che hanno apertamente riconosciuto il Genocidio Armeno.

Quanto sofferto dal Popolo Armeno (e dalle altre antiche Comunità cristiane orientali dell’Impero Ottomano) non è questione di interpretazioni, bensì un fatto innegabile, drammatico e terribile, con i suoi orrori documentati, i suoi testimoni, i suoi aguzzini. E gli storici si sono già sufficientemente espressi, in maniera inoppugnabile.

Si tratta di un fatto che per decenni è stato parzialmente occultato e abbondantemente negletto da una certa “cultura”. Colpevolmente.

Il Genocidio Armeno coinvolse in primo luogo i turchi, ma non solo: fu certo una questione etnico-politica, ma fu anche una questione di “teologia politica” (il jihad contro gli Armeni), come testimoniano le conversioni forzate dei bambini armeni, la compravendita di schiavi armeni e altre ignominie perpetrate. E su tutte queste cose, anche in relazione all’attualità delle persecuzioni delle antichissime comunità cristiane di Oriente oggi la cultura e la politica occidentale non hanno ancora sufficientemente meditato –quando non si tratta, invece, di abissale ignoranza-.

Il Genocidio Armeno coinvolse Oriente e Occidente. Molti Paesi europei (in primo luogo la Germania) sapevano, non intervennero, ma anzi collaborarono. Un’intesa tra persecutori. Lo stesso è accaduto, pur con molte imprescindibili differenze, con la Shoah, che coinvolse Occidente (fascista e nazista) e parti del mondo arabo-islamico. Basti pensare al Gran Muftì di Gerusalemme dell’epoca. E che dire di alcuni militari tedeschi (e/o dei loro figli) che, dopo aver collaborato a uccidere gli Armeni, furono attivi aguzzini nelle varie macchine della morte della Germania nazista e dei suoi alleati? Certamente vi furono eroi solitari che si opposero in vario modo al male, ma furono purtroppo troppo pochi. In Oriente e in Occidente sembrano esserci oggi non pochi individui disposti ad avallare entrambi i negazionismi: la negazione della Shoah in buona parte del mondo islamico, assieme ai negazionisti occidentali e a molti musulmani di Occidente; la negazione del Genocidio Armeno in Turchia e in ampia parte del mondo islamico, assieme agli imbarazzi, alle cautele e ai silenzi di non pochi pavidi governi occidentali.

C’è poi la questione del rapporto tra ebrei e cristiani. E dei cristiani, di diverse confessioni, tra di loro. Molti armeni (cristiani dunque, in quanto prima Nazione che accettò la fede cristiana al mondo) furono salvati dagli ebrei, ben prima del difficile cammino di riconciliazione, successivo alla Shoah, tra Chiese ed ebraismo, quando gli ebrei erano ancora vittime della secolare persecuzione antiebraica, della “teologia della sostituzione” e dell’ “insegnamento del disprezzo”. Ci sono poi stati, ieri come oggi, i molti silenzi dei cristiani occidentali, cattolici o riformati che fossero. Vien da pensare a che servano i tanti incontri interconfessionali tra le Chiese cristiane su questioni dottrinali forse “lontane”, quando non si è capaci di preservare, con dignità, fermezza e tenacia, il ricordo comune, commosso e orante, dei centinaia di migliaia di martiri armeni di ieri, al pari dell’impegno per salvare i cristiani di Oriente oggi?

E vien da porre una domanda ai governi occidentali e agli esponenti della cultura occidentale: se non riuscite a indignarvi e a impegnarvi per il tentativo in atto di cancellazione del ricordo di centinaia di migliaia di uccisi di ieri, e voltate silenti e imbarazzati le spalle, cosa dobbiamo aspettarci –Dio non voglia- per le minoranze cristiane -ed ebraica- nel Vicino Oriente? E ancora, che futuro per l’Occidente e per il mondo libero?

È evidente che i “prudenti” politici ed intellettuali più o meno apertamente negazionisti del Genocidio Armeno, lo sono per un malinteso senso di “opportunità” politica ed economica, che va dai petrodollari agli scambi commerciali, dalle strategie geopolitiche sino alle nuove demografie religiose in Europa. Noi viviamo in un’epoca in cui, per la prima volta, l’economia detta potentemente, e senza quasi possibilità di appello, l’agenda alla politica. Ed è così che, per motivi economici, le conquiste, tanto giuridico-sociali che economiche, del cd. welfare, negli ultimi anni sono state esposte a insidiose erosioni. Si pensi a questo, a un certo Occidente (imbelle, edonista, nichilista e dimentico -scientemente e non- delle proprie viventi radici bibliche e greche) e al fatto che sempre maggiori fette della produttività e dell’economia occidentali sono in mano a capitali stranieri legati, per esempio, ai petrodollari: perdita di sovranità economica e quindi potenziale futura perdita di sovranità politica e culturale. E se si inizia “per opportunità” a negare un Genocidio, per motivi di diversa “opportunità” se ne potrà domani negare un altro, chiudere gli occhi su quello dei cristiani di Oriente (e di zoroastriani e yazidi) in corso e magari, perché no, commetterne poi uno.

Chi scrive ha origini, cultura e confessione religiosa differente e crede, specie nella nostra tormentata e difficile contemporaneità, che la necessaria e continuamente rinnovantesi pacificazione tra le persone e i popoli debba basarsi sul rispetto e sulla vicendevole, approfondita e onesta conoscenza. Un cammino difficile, estraneo a silenzi, revisionismi o negazioni della verità.

Chi scrive, infine, desidera ricordare, manifestando piena solidarietà e vicinanza ai figli e alle figlie del Popolo Armeno, al loro Catholicos e a Papa Francesco.

Coro giovani Armene – Basilica  S. Pietro – Domenica 12 aprile 2015






Andrée Ruth Shammah

Annamaria Samuelli

Antonia Arslan

Antonietta Cargnel

Maria e Paolo De Benedetti

Marina Mavian

Rosellina Archinto

Rav Giuseppe Laras

Rav Roberto Della Rocca

Rav Alfonso Arbib

S.E. Mons. Luciano Monari

S.E. Mons. Luigi Negri

p. Pierbattista Pizzaballa, ofm

p. Lino Dan, sJ

p. Giulio Michelini, ofm

Mons. Gianantonio Borgonovo

Mons. Luigi Nason

Mons. Francesco Iannone

don Maurizio Ventura

Philippe Daverio

Salvatore Natoli

Alberto Jori

Carlo Sini

Riccardo Calimani

Guido Guastalla

Vittorio Robiati Bendaud

Cosimo Buongiorno

Aldo Ferrari

Bruno Dapei

Stefano Boeri

Beppe Severgnini 





Condividi con:
Shoah: “macchia indelebile della storia”

Shoah: “macchia indelebile della storia”

SHLOMO VENEZIAun nome da ricordare


Il 1° ottobre 2012, all’età di 89 anni, è morto a Roma Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah. Internato ad Auschwitz – Birkenau, Shlomo Venezia, è stato un tenace testimone degli orrori da lui vissuti, e ne ha trasmesso la memoria alle nuove generazioni con incontri, visite guidate ad Auschwitz e con tanti suoi scritti.

“Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!”. (Benedetto XVI, dal discorso allo YAD VASHEM)

Per non dimenticare l’abisso dell’orrore messo a punto dalla follia nazista, principalmente contro il popolo ebraico, e per ricordare i sei milioni di ebrei, vittime innocenti di un regime feroce, proponiamo una nostra breve presentazione del documento vaticano: “Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoah”, del 12 marzo 1998.

Giovanni Paolo II, nella lettera che accompagna il documento, ricorda innanzi tutto di avere egli stesso parlato con “profondo rammarico”, e in numerose occasioni, delle sofferenze del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale e definisce la Shoah una “macchia indelebile della storia” del nostro secolo. Non si può – aggiunge il Papa – celebrare autenticamente il Giubileo ed entrare con spirito rinnovato nel terzo millennio dell’era cristiana senza: “purificare i cuori attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato”. Egli invita i figli e le figlie della Chiesa “a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulle responsabilità che anch’essi hanno sui mali del nostro tempo”.

Il Papa esprime inoltre la sua “fervida speranza che il documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”, aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato” affinché non sia mai più possibile in futuro “l’indicibile iniquità della Shoah”.

Giovanni Paolo II, auspica in fine che, con l’aiuto di Dio, Ebrei e Cattolici possano lavorare insieme per un mondo in cui venga rispettato il diritto alla vita e riconosciuta la dignità di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Il Documento è diviso in 5 parti:

I. La tragedia della Shoah e il dovere della memoria.

L’indicibile tragedia della Shoah, dello sterminio programmato del popolo ebraico da parte dei nazisti non potrà mai essere dimenticato! Abbiamo tutti il dovere della memoria!
Il dovere della memoria, contro qualsiasi revisionismo storico. Il dovere della memoria, perché possiamo sempre tenere presente di quali azioni abiette possa essere capace l’uomo quando disprezza l’immagine di Dio che è in lui ed in ogni altro essere umano.
Il dovere della memoria, per costruire un futuro in cui non ci sia più posto per i cosiddetti super uomini, capaci di produrre aberrazioni simili!

II. Che cosa dobbiamo ricordare?  

Dobbiamo ricordare, innanzi tutto che il popolo ebraico, a causa della sua fede nel Dio unico e per la sua adesione agli insegnamenti della Toràh, ha sempre sofferto nel corso dei secoli, tribolazioni e schiavitù. Soprattutto, il “massacro” di sei milioni di ebrei avvenuto nel nostro secolo, al centro della cristianissima Europa, “va oltre – dice il documento – la capacità di espressione delle parole”.

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani.

Nella terza parte, il documento vaticano rileva il bilancio negativo delle relazioni tra ebrei e cristiani durante duemila anni di storia del cristianesimo, e parla di “gruppi esagitati di cristiani” che, quando il cristianesimo diventò in diverse nazioni religione di stato, di maggioranza, distruggevano templi pagani e sinagoghe. Ci sono state, inoltre, erronee interpretazioni del Nuovo Testamento – fermamente condannate dal Concilio Vaticano II – che, fino ai giorni nostri, hanno generato ostilità verso gli ebrei.

Discriminazione generalizzata, antigiudaismo, diffidenza, violenze, saccheggi e massacri degli ebrei da parte dei cristiani che “predicavano l’amore verso tutti, compresi i nemici”. Minoranza ebraica presa come capro espiatorio!

Viene ricordato che il razzismo propugnato dal nazionalsocialismo in Germania è stato condannato da parte della Chiesa cattolica di quella nazione. Con la sua Enciclica in lingua tedesca, Mit brennender Sorge, Pio XI aveva condannato l’antisemitismo come inaccettabile… “Spiritualmente siamo tutti semiti!”, aveva detto (6 settembre 1938). La prima Enciclica di Pio XII, Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, metteva in guardia contro il razzismo e la deificazione dello Stato che potevano condurre all’ “ora delle tenebre”.

Il punto più controverso dell’intero documento è proprio quello in cui si parla di Pio XII. Ci sono state molte contestazioni e obiezioni al riguardo. A questo proposito, ricordiamo quanto ha detto il Cardinal Cassidy in una sua Conferenza stampa a Londra: “Noi non diciamo che questa sia l’ultima parola sui vescovi tedeschi e neanche su Pio XII… Quello che noi diciamo (di Pio XII) è che non fu lui il “cattivo” (di questa storia). Toccherà alla storia giudicare se abbia fatto o no tutto quello che avrebbe dovuto fare.” (Avvenire, 14 maggio ’98).

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah.

Il documento Vaticano spiega la differenza tra “l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano…e i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”.

Il “costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano” ha le sue radici nel Primo Testamento: tutti discendiamo da un unico uomo, Adàm , affinché nessun essere umano possa ritenersi superiore ad un altro; è quanto i rabbini insegnano da secoli! E’ scritto nella Torà!

Riguardo all’antigiudaismo, dire semplicemente che “purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”, ci sembra veramente riduttivo! Al posto di “purtroppo”, sarebbe stato meglio dire: “soprattutto”. Pensiamo alle prediche antigiudaiche dei Padri della Chiesa; all’insegnamento del disprezzo e della “sostituzione”; alle “sacre” rappresentazioni del Venerdì Santo e ad altro ancora.

La decisione del regime nazionalsocialista di sterminare l’intero popolo ebraico fu, secondo il documento, “opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri”.

A questo punto, il documento si domanda quale peso abbiano potuto avere i pregiudizi antiebraici nella persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti: “Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?”.

E’ una domanda questa sempre attuale. Certi sentimenti non sono facili da estirpare, sono come alcuni virus latenti nei portatori sani che possono scatenarsi all’improvviso e causare la morte.

Abbiamo tuttavia il dovere di ricordare che molti cristiani, anche a rischio della propria vita, hanno salvato un gran numero di fratelli ebrei dalla deportazione e dalla morte. Il documento cita giustamente quanto è stato fatto da vescovi, preti, religiosi, laici, e dallo stesso Pio XII, per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei. Dopo avere citato la condanna dell’antisemitismo espressa dalla Dichiarazione del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate , il documento sulla Shoah cita le parole che Giovanni Paolo II aveva rivolto alla Comunità ebraica di Strasburgo: “Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo”.

V. Guardando insieme ad un futuro comune.
 

La quinta ed ultima parte del documento vaticano, inizia con un pressante invito rivolto ai cattolici affinché rinnovino “la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede”; ricorda che “gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli”, ed esprime infine il “profondo rammarico (della Chiesa) per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca”. Si tratta – ribadisce l’importante documento – di un dovuto e profondo atto di pentimento, per “trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei”.  

Vittoria Scanu 




Condividi con:
Università degli Studi di Trento

Università degli Studi di Trento

Il salvataggio della famiglia Sonnino durante la Shoah
ad opera del prof. Giuseppe Caronia

a cura di S.H. Antonucci, M. Ferrara
Forum Editrice Universitaria, Udine 2014
In memoria del professor Eugenio Sonnino

23 ottobre 2014, ore 17.30
(vedi Locandina)
Condividi con:
Giorno della Memoria: 27-28 – Aprile 2014

Giorno della Memoria: 27-28 – Aprile 2014


Nel “giorno della Memoria della Shoah” la Chiesa di Roma dichiara santi due papi amici del popolo ebraico: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Discorso pronunciato da papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita in Terra d’Israele.

Gerusalemme: Mausoleo della Memoria “Yad Vashem”


Le parole dell’antico Salmo sgorgano dal nostro cuore:


Sono diventato un rifiuto.
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.
Ma io confido in te, Signore; dico: ‘tu sei il mio Dio’
(Sal 31, 13-15). 

 
1. In questo luogo della memoria, la mente, il cuore e l’anima provano un estremo bisogno di silenzio. Silenzio nel quale ricordare. Silenzio nel quale cercare di dare un senso ai ricordi che ritornano impetuosi. Silenzio perché non vi sono parole abbastanza forti per deplorare la terribile tragedia della Shoah. Io stesso ho ricordi personali di tutto ciò che avvenne quando i Nazisti occuparono la Polonia durante la Guerra. Ricordo i miei amici e vicini ebrei, alcuni dei quali sono morti, mentre altri sono sopravvissuti.

Sono venuto a Yad Vashem per rendere omaggio ai milioni di Ebrei che, privati di tutto, in particolare della loro dignità umana, furono uccisi nell’Olocausto. Più di mezzo secolo è passato, ma i ricordi permangono.

Qui, come ad Auschwitz e in molti altri luoghi in Europa, siamo sopraffatti dall’eco dei lamenti strazianti di così tante persone. Uomini, donne e bambini gridano a noi dagli abissi dell’orrore che hanno conosciuto. Come possiamo non prestare attenzione al loro grido? Nessuno può dimenticare o ignorare quanto accadde. Nessuno può sminuirne la sua dimensione.

2. Noi vogliamo ricordare. Vogliamo però ricordare per uno scopo, ossia per assicurare che mai più il male prevarrà, come avvenne per milioni di vittime innocenti del Nazismo.

Come potè l’uomo provare un tale disprezzo per l’uomo? Perché era arrivato al punto di disprezzare Dio. Solo un’ideologia senza Dio poteva programmare e portare a termine lo sterminio di un intero popolo.

L’onore reso ai «gentili giusti» dallo Stato di Israele a Yad Vashem per aver agito eroicamente per salvare Ebrei, a volte fino all’offerta della propria vita, è una dimostrazione che neppure nell’ora più buia tutte le luci si sono spente. Per questo i Salmi, e l’intera Bibbia, sebbene consapevoli della capacità umana di compiere il male, proclamano che non sarà il male ad avere l’ultima parola. Dagli abissi della sofferenza e del dolore, il cuore del credente grida: «io confido in te, Signore; dico: ‘tu sei il mio Dio’ (Sal 31, 14).

3. Ebrei e Cristiani condividono un immenso patrimonio spirituale, che deriva dall’autorivelazione di Dio. I nostri insegnamenti religiosi e le nostre esperienze spirituali esigono da noi che sconfiggiamo il male con il bene. Noi ricordiamo, ma senza alcun desiderio di vendetta né come un incentivo all’odio. Per noi ricordare significa pregare per la pace e la giustizia e impegnarci per la loro causa. Solo un mondo in pace, con giustizia per tutti, potrà evitare il ripetersi degli errori e dei terribili crimini del passato.

Come Vescovo di Roma e Successore dell’Apostolo Pietro, assicuro il popolo ebraico che la Chiesa cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e dell’amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l’odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani in ogni tempo e in ogni luogo. La Chiesa rifiuta ogni forma di razzismo come una negazione dell’immagine del Creatore intrinseca ad ogni essere umano (cfr Gn 1, 26).

4. In questo luogo di solenne memoria, prego ferventemente che il nostro dolore per la tragedia sofferta dal popolo ebraico nel XX secolo conduca a un nuovo rapporto fra Cristiani ed Ebrei. Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i Cristiani o sentimenti anticristiani fra gli Ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto richiesto a coloro che adorano l’unico Creatore e Signore e guardano ad Abramo come il comune padre nella fede (cfr Noi Ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, V).

Il mondo deve prestare attenzione al monito che proviene dalle vittime dell’Olocausto e dalla testimonianza dei superstiti. Qui a Yad Vashem, la memoria è viva e arde nel nostro animo. Essa ci fa gridare:

«Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
io confido in te, Signore; dico: ‘tu sei il mio Dio’
(Sal 31, 13-15).


Giovedì, 23 Marzo 2000  © Copyright 2000 – Libreria Editrice Vaticana

Condividi con:
MILANO: Jules Isaac

MILANO: Jules Isaac

INCONTRI DI ECUMENISMO 

Jules Isaac

ALLA FONDAZIONE AMBROSIANEUM di Milano

martedì 29 ottobre alle ore 18.00

Massimo Giuliani parla di :

 JULES ISAAC

             “MUTARE IL DISPREZZO IN DIALOGO”


Riprende martedì 29 ottobre alle 18.00 alla FONDAZIONE CULTURALE AMBROSIANEUM di via delle Ore, la tradizione degli “Incontri di ecumenismo” coordinati da Clara Achille Cesarini in collaborazione con il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche).

In occasione del 50° anniversario della morte di papa Giovanni XXIII e di Jules Isaac (1877 – 1963), il 29 ottobre alle ore 18.00 Massimo Giuliani, docente di Studi Ebraici all’Università di Trento, esaminerà la figura e l’opera dello storico francese, che ebbe un ruolo fondamentale nell’evoluzione dei rapporti tra cristiani e popolo ebraico.

Protagonista di uno storico incontro con papa Giovanni, infatti, Isaac aveva perso moglie, figlia e genero durante la Shoah: sua la convinzione che l’ “insegnamento del disprezzo” nei confronti degli Ebrei praticato nelle Chiese cristiane fosse all’origine dell’antisemitismo contemporaneo, e che una svolta radicale nella dottrina insegnata dalla Chiesa fosse condizione necessaria per il risanamento dei rapporti tra cristiani ed ebrei.

L’incontro successivo è in programma:

mercoledì 6 novembre alle ore 18,00  

sempre alla FONDAZIONE AMBROSIANEUM, con un intervento di  

Piero Stefani 

 docente di Ebraismo alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale,su:

“CHIESA CATTOLICA E POPOLO EBRAICO DAL CONCILIO A OGGI”

Concilio Ecumenico Vaticano II

 


Per informazioni:
Fondazione Culturale Ambrosianeum
Via delle Ore, 3 – Milano (MM Duomo)
Tel. 02.86464053
www.ambrosianeum.org; info@ambrosianeum.org

Alessandra Rozzi
Ufficio Stampa Fondazione Ambrosianeum
comunicazione@ambrosianeum.org
tel. 02.86464053, 339.1363491

Condividi con:
ANNIE CAGIATI

ANNIE CAGIATI

18 aprile 1993: Stelle gialle in Piazza San Pietro – Annie Cagiati

Un ricordo indelebile nell’ambito del dialogo ebraico-cristiano

A quattordici anni dalla sua scomparsa, “Per amore di Gerusalemme” ricorda con grande affetto e riconoscenza Annie Cagiati, una donna eccezionale che ha dedicato tutte le sue energie, fisiche e spirituali, alla causa della verità. Convinta sostenitrice del dialogo ebraico-cristiano, Annie ha avuto un ruolo decisivo nella nascita dell’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma, trent’anni fa.

Nel 1990, nell’intento di ristabilire la verità storico-religiosa sull’Ebraismo, in linea con quanto insegnato – a partire dal Concilio Vaticano II – dalla Chiesa Cattolica e dalle altre Chiese Cristiane, Annie fonda il Comitato italiano “Cristiani contro l’antisemitismo” e ne assume la presidenza. Il Comitato è formato da sacerdoti, religiosi e laici, tutti coscienti del fatto che due millenni di pregiudizi antiebraici hanno inquinato a tal punto le fonti della nostra cultura, sia cristiana che laica, da rendere lunga e difficile l’opera di riaffermazione della verità.

Di salute cagionevole, Annie Cagiati ha affrontato con spirito combattivo molte opposizioni, chiusure e ostilità – anche in ambito religioso e politico – senza mai perdere di vista lo scopo principale della sua vita di credente: ristabilire la verità su Israele e sull’ebraismo; combattere e denunciare ogni forma di antisemitismo e antisionismo. “Sempre più cosciente – scrive – delle enormi colpe “cristiane” e della necessità di ristabilire la verità in un campo in cui era stata troppo a lungo travisata e taciuta, con gravissimo danno di un intero popolo. Il popolo di Gesù”.

Scrittrice prolifica, pubblica numerosi libri, articoli e fogli informativi riguardanti il popolo ebraico, la sua storia e la sua unicità.
Nel 1992, dieci anni dopo l’attentato alla Sinagoga di Roma e la morte del piccolo Stefano Tachè, si registrò un’improvvisa esplosione di antisemitismo che Annie così commenta: “Non succede nulla di cui ci si debba meravigliare. Respiriamo continuamente antisemitismo a pieni polmoni senza reagire. Come potremmo non esserne contaminati? Si comincia a scuola, con libri di testo pieni di madornali errori sull’ebraismo e sullo Stato d’Israele. Si continua in parrocchia con una catechesi spesso poco conciliare e raramente rispettosa della realtà ebraica e del vero insegnamento della Chiesa. Poi viene l’età dei più disgustosi e triti slogan antisemiti, di cui si riempie la bocca chi è incapace di ragionare con la propria testa, suscitando ilarità e persino consenso. A questo punto il terreno, arato e concimato, è pronto a ricevere i semi di odio di un’abile quanto faziosa propaganda estremista. E’ solo la realtà di ieri e dell’altro ieri che viene un po’ più a galla. E sarà di domani se qualcosa non cambierà radicalmente nella nostra cultura e nel nostro cuore”.

Il 18 aprile 1993, a 50 anni dall’inizio della deportazione degli ebrei italiani, mentre l’ebraismo mondiale faceva memoria della Shoah (Yom-ha-Shoah), in numerose città italiane si sono svolte manifestazioni in cui tutti i partecipanti portavano sul petto una stella di David gialla, con scritto: “Io non dimentico”. A Roma, l’ incontro è stato promosso dal Comitato Italiano Cristiani contro l’ antisemitismo (Presidente: Annie Cagiati), dalla Tavola Valdese e dalle Religioni per la pace.

Un gran numero di cristiani ed ebrei – tra cui molti rabbini – preti e suore, si sono riuniti in Piazza San Pietro dove il Santo Padre, Giovanni Paolo II, ha espresso tutto il suo affetto e la sua solidarietà verso i figli d’Israele, con queste toccanti parole: “I giorni della Shoah hanno segnato una vera notte nella storia, registrando crimini inauditi contro Dio e contro l’uomo. Giorni di disprezzo per la persona umana, manifestati nell’orrore delle sofferenze sopportate da tanti dei nostri fratelli e sorelle ebrei. Eventi terribili, ormai lontani nel tempo, ma scolpiti nella mente di molti tra noi. Come non essere accanto a voi, amati fratelli ebrei, per ricordare nella preghiera e nella meditazione un così doloroso anniversario? Siatene certi, non sostenete da soli la pena di questo ricordo, noi preghiamo e vegliamo con voi, sotto lo sguardo di Dio, santo e giusto, ricco di misericordia e di perdono”. Il Papa ha concluso dicendo: “Quel mare di sofferenze terribili e di torti sopportati devono, oggi, unirci per poter affrontare i nuovi mali che oggi minacciano l’umanità: l’indifferenza, il pregiudizio e le manifestazioni di antisemitismo”.

Alla sua morte, avvenuta il 15 febbraio 1999, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, dott. LOPEZ, scrive: ”Persona di cultura e di forti principi, Annie Cagiati ha saputo levare la voce con forza contro l’ingiustizia e la menzogna. Personalità dal coraggio singolare e dai più alti valori spirituali”.

Dandole l’estremo saluto cristiano, padre Innocenzo Gargano, della Comunità Monastica di Camaldoli, ha definito Annie: una figura preminente del dialogo ebraico – cristiano.

A quanti, come noi, l’hanno conosciuta, amata e stimata per il suo impegno morale e la totale dedizione alla causa della verità, resta il compito di non dimenticarla. 

                La sua memoria sarà sempre in benedizione! 

Vittoria Scanu – Per Amore di Gerusalemme

Condividi con:
I FARISEI di Leo Baeck

I FARISEI di Leo Baeck

Un capitolo di storia ebraica

La risposta alla domanda di quali siano le condizioni che danno all’ebraismo il diritto di esistere indipendentemente dal cristianesimo si trova nell’evidenza stessa dei suoi valori e dei suoi contenuti eterni trasmessi dalla tradizione. 

Il fariseismo e il rabbinismo si presentarono per Baeck come una forza rinnovatrice dell’etica dei profeti. Sarebbe, quindi, del tutto riduttivo attendersi da queste pagine una replica diretta alle accuse di ipocrisia che tanto hanno pesato sia sulla sorte linguistica del termine «farisei» sia su quella effettiva del popolo ebraico. 

La confutazione di un simile atteggiamento sta tutta nel fatto che l’ebraismo si presenta come una religione che prolunga fino al tempo presente la morale universale dei profeti. Ciò è avvenuto solo grazie al rinnovamento della tradizione compiuto dai Farisei. La loro etica vale, dunque, anche nell’ambito della cultura moderna; essa è infatti ancora in grado di rispondere agli interrogativi sollevati dall’età contemporanea.
 

 (dalla Prefazione di Piero Stefani)



Leo Baeck (1873-1956) è tra i maggiori esponenti dell’ebraismo del Novecento. Conseguito il titolo di rabbino a Berlino, fu rabbino nella stessa Berlino dal 1912 fino al giorno della sua deportazione (1943) nel campo di concentramento di Theresienstadt. Sopravvissuto alla Shoah, si trasferì a Londra dove divenne presidente dell’ebraismo progressista. Insegnò Storia della religione al Hebrew Union College di Cincinnati e fu anche presidente del Leo Baeck Institute per lo studio della storia degli ebrei di lingua tedesca.

Editrice: La Giuntina
Traduzione di Paola Buscaglione Candela
Collana S. Vogelmann N. 176

pp. 70 – € 10,00

Condividi con: