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Migrazione di massa e nuovo schiavismo.

Migrazione di massa e nuovo schiavismo.

A chi si è addormentato con le chiacchiere monotone e “politicamente corrette” delle élite clericali che lisciano il pelo ai salotti delle ideologie dominanti, il nuovo libro del card. Robert Sarah provocherà uno choc.

E’ sulla linea del magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II non solo sui temi dottrinali, ma anche sulle questioni sociali del presente.

Il cardinale africano giganteggia nella Chiesa attuale per la sua autorevolezza, la sua spiritualità, per il suo distacco dalle lotte curiali e per la sua coraggiosa voce di verità.

Del resto già da giovane vescovo in Guinea  entrò in urto col regime socialista, cioè “con Sekou Touré sempre più inferocito contro questo nuovo pastore indomito difensore della fede. Dopo la morte improvvisa del tiranno, nel 1984, scopriranno che Sarah era il primo sulla lista dei nemici”  (Sandro Magister).

Specialmente sul tema dell’emigrazione  lui, africano proveniente da un villaggio poverissimo, è totalmente controcorrente rispetto al clericalismo di sinistra

Mette in guardia dalla “barbarie islamista” (come dalla barbarie materialista), appoggia i paesi di Visegrad che difendono le loro identità nazionali e boccia il Global Compact sulle migrazioni.

Ormai – dice –“ci sono molti paesi che vanno in questa direzione e ciò dovrebbe indurci a riflettere. Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massaSe l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Così, in un’intervista a “Valeurs Actuelles” , ha presentato il suo nuovo libro, appena uscito in Francia (in italiano arriverà a fine estate), che s’intitola “Le soir approche et déjà le jour baisse” , titolo che richiama il passo del Vangelo sui pellegrini di Emmaus.

E’ un grido d’allarme sulla Chiesa, sull’Europa e sulla sua Africa che ritiene danneggiata dall’ondata migratoria: “C’è una grande illusione che consiste nel far credere alla gente che i confini saranno aboliti. Gli uomini si assumono rischi incredibili. Il prezzo da pagare è pesante. L’Occidente è presentato agli africani come il paradiso terrestre (…). Ma come si può accettare che i paesi siano privati ​​di così tanti loro figli? Come si svilupperanno queste nazioni se così tanti loro lavoratori sceglieranno l’esilio?” 

Il prelato si chiede quali sono le strane organizzazioni  “che attraversano l’Africa per spingere i giovani a fuggire promettendo loro una vita migliore in Europa? Perché la morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero risultato dei viaggi dei miei fratelli africani verso un eldorado sognato? Sono disgustato da queste storie. Le filiere mafiose dei trafficanti devono essere sradicate con la massima fermezza. Ma curiosamente restano del tutto impunite”. 

Non si può far nulla? Il prelato cita “il generale Gomart, ex capo dell’intelligence militare francese”, il quale di recente ha spiegato: “Questa invasione dell’Europa da parte dei migranti è programmata, controllata e accettata […] Niente del traffico migratorio nel Mediterraneo è ignorato dalle autorità francesi, militari e civili”.  

Sarah si dice traumatizzato da quello che è accaduto negli anni scorsi: “La barbarie non può durare più. L’unica soluzione duratura è lo sviluppo economico in Africa. L’Europa non deve diventare la tomba dell’Africa”. Perciò “si deve fare tutto affinché gli uomini possano rimanere nei paesi in cui sono nati”

Così il cardinale si schiera pure contro il Global Compact che invece è sostenuto da Bergoglio: “Questo testo ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari. Ho paura che produrrà esattamente il contrario. Perché i popoli degli Stati che hanno firmato il testo non sono stati consultati? Le élite globaliste hanno paura della risposta della democrazia ai flussi migratori?”.

Sarah ricorda che hanno rifiutato di firmare questo patto paesi come Stati Uniti, Italia, Australia, Polonia e molti altri. 

Poi il cardinale critica il Vaticano che lo appoggia: “sono stupito che la Santa Sede non sia intervenuta per cambiare e completare questo testo, che mi sembra gravemente inadeguato”. 

E boccia le élite europee: “Sembra che le tecnostrutture europee si rallegrino dei flussi migratori o li incoraggino. Esse non ragionano che in termini economici: hanno bisogno di lavoratori che possano essere pagati poco. Esse ignorano l’identità e la cultura di ogni popolo. Basta vedere il disprezzo  che ostentano per il governo polacco”. 

Alla fine di questa strada – avverte Sarah – c’è solo l’autodistruzione. Secondo il cardinale si è approfittato della pur giusta lotta “contro tutte le forme di discriminazione” per imporre l’utopia della “scomparsa delle patrie”. Ma questo “non è un progresso”

Il multiculturalismo non va confuso con la carità universale: “La carità non è un rinnegamento di sé. Essa consiste nell’offrire all’altro ciò che di meglio si ha e quello che si è. Ora, ciò che di meglio l’Europa ha da offrire al mondo è la sua identità, la sua civiltà profondamente irrigata di cristianesimo”. 

Invece, secondo il cardinale, l’attuale globalizzazione “porta a un’omologazione dell’umanità, mira a tagliare all’uomo le sue radici, la sua religione, la sua cultura, la storia, i costumi e gli antenati. Così diventa apolide, senza patria, senza terra. È a casa dappertutto e da nessuna parte”.

Perciò il prelato spezza una lancia a favore dei paesi cosiddetti sovranisti: “I paesi, come quelli del gruppo di Visegrád, che si rifiutano di perdersi in questa pazza corsa sono stigmatizzati, a volte persino insultati. La globalizzazione diventa una prescrizione medica obbligatoria. Il mondo-patria è un continuum liquido, uno spazio senza identità, una terra senza storia”.

Antonio Socci.

Da “Libero”, 7 aprile 2019

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CARDINALE SARAH: LA CHIESA STA VIVENDO IL SUO VENERDÌ SANTO…

CARDINALE SARAH: LA CHIESA STA VIVENDO IL SUO VENERDÌ SANTO…

Sarah: «La Chiesa vive il suo Venerdì Santo, ma Dio non l’abbandona mai»

«Oggi tutto è buio, difficile, ma qualunque sia la difficoltà che stiamo attraversando, c’è solo una Persona che può venire in nostro soccorso»: Gesù Cristo. Il cardinale Robert Sarah risponde così in una lunga intervista concessa al settimanale francese Valeurs, spiegando la scelta di usare come titolo del suo ultimo libro – Le soir approche et déjà le jour baisse (La sera si avvicina e il giorno volge già al termine) – il celebre versetto tratto dal brano sui discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35), la cui richiesta (Resta con noi) verso quel Gesù Risorto che non avevano ancora riconosciuto è la stessa che anima ogni cuore in cerca della beatitudine eterna.

Nell’intervista il prefetto della Congregazione per il culto divino ricorda che è la Chiesa l’istituzione voluta da Dio per condurci a Lui. Perciò la Sposa di Cristo deve riscoprire «il senso della sua grande missione divina», ossia «portare gli uomini a Cristo che è la Speranza». L’arcivescovo guineano spiega l’attuale notte della fede servendosi di una similitudine con la Passione di Gesù: «Credo fermamente che la situazione che viviamo nella Chiesa assomigli in ogni modo a quella del Venerdì Santo», con l’abbandono per paura da parte di quasi tutti gli apostoli, preceduto dal tradimento di Giuda, che voleva «un Cristo a modo suo, un Cristo preoccupato per le questioni politiche», allo stesso modo di «molti sacerdoti e vescovi» di oggi che «sono letteralmente stregati da questioni politiche o sociali», dimenticando che il loro primo dovere è guidare le anime alla salvezza.

“DIO NON ABBANDONA MAI LA SUA CHIESA”
Alla luce della crisi di fede contemporanea e «per prepararci a questa situazione, Dio ci ha dato dei Papi solidi», afferma Sarah, elencando alcuni dei doni di quattro degli ultimi cinque vicari di Cristo (con la parentesi dei 33 giorni di pontificato di Giovanni Paolo I). Il Signore «ci ha dato Paolo VI, che ha difeso la vita e l’amore vero – nonostante un’opposizione molto forte – con l’enciclica Humanae Vitae». San Giovanni Paolo II «è stato un Vangelo vivente» che ha saputo insegnare l’armonia tra fede e ragione come «una luce che guida il mondo verso una vera visione dell’uomo». Benedetto XVI ha illuminato il mondo attraverso un insegnamento di «impareggiabile chiarezza, profondità e precisione». E poi «oggi, Lui ci dà Francesco, che vuole letteralmente salvare l’umanesimo cristiano». Di certo, «Dio non abbandona mai la Sua Chiesa».

GERARCHIA E SINODALITÀ
A proposito dell’uso insistente del termine «sinodalità», Sarah ha ricordato l’importanza del primato petrino e della successione apostolica, perché «Cristo ha fondato una Chiesa il cui modo di governo è gerarchico. La prima persona responsabile della Chiesa è il Papa. La prima persona responsabile della Chiesa locale è il Vescovo nella sua diocesi, e non la conferenza episcopale, che è utile per lo scambio [di punti di vista], non per imporre una direzione», in quanto manca di autorità dottrinale.

CHIESA MADRE E MAESTRA
Il cardinale spiega che «c’è una forte maggioranza di sacerdoti che rimangono fedeli alla loro missione di insegnare, santificare e governare. Ma c’è anche un piccolo numero che cede alla tentazione morbosa e maligna di allineare la Chiesa con i valori delle odierne società occidentali», dominate dal relativismo morale e religioso. Questi chierici cadono nell’errore di «voler soprattutto dire che la Chiesa è aperta, accogliente, attenta, moderna. Ma la Chiesa non è fatta per ascoltare [ciò che vuole il mondo], è fatta per insegnare: lei è Madre e maestra, Madre ed educatrice».

IL DONO DEL CELIBATO
In vista del prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che potrebbe divenire la leva per minare il celibato ecclesiastico, Sarah spiega che quest’ultimo è una delle «più grandi ricchezze della Chiesa». Di conseguenza, «l’abbandono del celibato aggraverebbe ulteriormente la crisi della Chiesa e sminuirebbe la posizione del sacerdote, che è chiamato non solo a essere un altro Cristo, ma Cristo stesso, povero, umile e celibe», nutrendo con la sua paternità spirituale ogni anima del suo gregge.

RIFORME E CONVERSIONE
Per un’autentica riforma della Chiesa il porporato indica di guardare all’esempio dei santi, come san Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta, che hanno «trasformato la Chiesa vivendo il Vangelo radicalmente», mettendo Dio al primo posto e da Lui attingendo l’amore per il prossimo. «La vera riforma riguarda la nostra stessa conversione. Se non cambiamo noi stessi, tutte le riforme strutturali saranno inutili. Laici, sacerdoti, cardinali: tutti noi dobbiamo tornare a Dio».

Ermes Dovico   – da il Timone

30 Marzo 2019

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LO SPIRITO DEI TEMPI E IL SUO IMPETUOSO SOFFIO

LO SPIRITO DEI TEMPI E IL SUO IMPETUOSO SOFFIO

di Niram Ferretti

Un alto prelato gesuita tempo fa mi disse di papa Francesco, “E furbo”. Durante la conversazione privata che ebbi con lui non nascose la sua ammirazione per Benedetto XVI, mi parlò della fine ironia di questo straordinario intellettuale e pontefice che sarà ricordato come uno dei grandi Dottori della Chiesa. Sì, seppure gesuita e contento che il conclave avesse eletto il primo papa gesuita della storia non manifestava un trasporto particolare per Bergoglio.

La furbizia bergogliana. L’attuale papa sa come piacere al pubblico e ai media affamati di semplificazioni e riduzioni, di immagini ad uso dei bambini, e di bambini adulti ce ne sono tanti. E’ un demagogo, e il Sudamerica di demagoghi ce ne ha regalati tanti.

Il sorriso, le telefonate improvvise, lo stile semplice e quasi dimesso.

Squilla il telefono di un normale cittadino, “Pronto…”, “Sono Francesco”…”Francesco chi?”, “Come chi? il papa”. Ora non le fa più le telefonate. La trovata ha esaurito la sua novità.

No, Ratzinger non telefonava improvvisamente, neanche Giovanni Paolo II, preferivano confortare da lontano, essere lì, i papi, dimorare negli appartamenti vaticani dove non ci sono fasti vertiginosi ma una certa sì imponenza, infondo il papa non è proprio il primo che passa per la strada anche se da non è più il Re faraone con sedia gestatoria e flabelliferi.

Tempi che furono. Ora i tempi parlano la lingua della nuova teologia, non della liberazione, detestata e combattuta da Wojtyła e Ratzinger che vi vedevano giustamente l’innesto marxista sopra la parola di Gesù e ritenevano che la parola di Gesù non abbia bisogno di ulteriori innesti, che sia una pianta abbastanza rigogliosa di par suo. Si tratta di un’altra teologia, dicasi del Migrante, icona santa da venerare abbattendo i muri, supercategoria entro la quale fare entrare tutto, anche Gesù stesso e la sua famiglia. Anche loro erano migranti.

Chi si oppone al Migrante è prima di tutto in disaccordo con il Bene, il Bene che non è più Verbo declinato secondo i testi che la Chiesa reputa sacri, i Vangeli, ma quello della UE, della Open Society Foundations di George Soros, delle ONG, da tutta la stampa di sinistra. Perché meravigliarsi? Il papa venuto dalle pampas non disse forse che la Chiesa con lui si sarebbe trasformata in un ospedale da campo? Una grande ONLUS. E certo, chi si oppone nella Chiesa a questo nuovo corso, sono i cattivi cardinali, insomma la Curia, gente perfida che crede che più che del Migrante bisognerebbe parlare del messaggio salvifico di Cristo, ai cristiani certo, innanzitutto, ma non solo a loro, perché questa è da duemila anni la vocazione della Chiesa.

Ma queste sono cose ormai vecchiotte, come le messe in latino, i paramenti sacri, gli abiti talari, tutta roba inutile da riporre in soffitta insieme ai muri, da abbattere senza se e senza ma.

Tutti devono entrare, c’è posto per tutti, soprattutto per i musulmani, senza far loro domande imbarazzanti su valori e leggi degli ordinamenti democratici e liberali, se li condividono oppure no, se sono compatibili con l’Islam oppure no, se c’è qualche problema oppure no. L’importante è accogliere, poi si vedrà in seguito.

Voci di grandi e illuminati porporati come il Cardinale Biffi, fatto passare per un retrogrado, un reazionario, mentre era un lombardo di quelli che Manzoni avrebbe amato, così realista e robustamente razionale, si sono spente. Al loro posto impera il più bieco conformismo.

Eppure presto si romperanno gli argini.

 

di  Niram Ferretti

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Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello
Auguri di Pace e prosperità

a tutto il popolo santo d’Israele.

BUON ANNO 5777 (2016-2017)

SHANA’ TOVA’ !








In occasione del Capodanno ebraico “ROSH HaSHANA’ 5777” , pubblichiamo per intero l’intervento di Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, tenuto domenica 17 gennaio 2016, durante la visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, parole di pace e verità per la costruzione di un mondo migliore.
“Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità Ebraica di Roma a Lei, Papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da S. Pietro seppur breve, è sembrata per secoli incolmabile. L’incontro odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano.
Questo impegno comune si è concretizzato per la prima volta il 13 aprile 1986 con la storica visita di un Papa in questa Sinagoga. Se oggi siamo qui è grazie a due grandi del nostro tempo e soprattutto grazie al loro coraggio: Giovanni Paolo II ed Elio Toaff zl. Che la loro memoria sia di benedizione.
Il 17 Gennaio del 2010 quel gesto si è rinnovato dando il segno della continuità dei rapporti di amicizia tra le due sponde del Tevere ed è per questo che un caloroso saluto voglio indirizzarlo al Papa Emerito Benedetto XVI.

Oggi scriviamo ancora una volta la storia.

Più di mezzo secolo fa incontri come quello al quale partecipiamo oggi sarebbero stati difficili da immaginare. Il Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, concepì la dichiarazione Nostra Aetate aprendo le porte di un nuovo percorso all’insegna del dialogo. Percorso che, a 50 anni di distanza, continua con la produzione di nuovi documenti, anche grazie alla Commissione Vaticana per i Rapporti con l’Ebraismo.

La Sua visita non porta con sé il segno dei ritualismi. È una tappa importante, in un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società.
Mi sento di poter dire che ebrei e cattolici, a partire da Roma, debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli.

Come sappiamo Roma ha un ruolo universale. Gli ebrei sono qui da ormai 22 secoli. La nostra Comunità, che ha vissuto una storia straordinaria di sopravvivenza dell’identità nonostante le discriminazioni e le persecuzioni, è una comunità vivace, attiva e complessa. In questa Sinagoga, simbolo dell’emancipazione politica della nostra Comunità, dopo la segregazione perdurata per quasi quattrocento anni, sono oggi presenti le tante espressioni dell’ebraismo romano, italiano e internazionale.
Gli Enti Ebraici sono istituzioni con radici antiche e tradizioni solide che rappresentano un ebraismo impegnato, nei secoli, al sostegno dei bisognosi, alla cura dei malati e degli anziani e, soprattutto, all’educazione dei figli e delle nuove generazioni. Persone, nella stragrande maggioranza volontari, che lavorano ogni giorno silenziosamente, con o senza ruoli ufficiali, per tenere viva una Comunità che è il mio più grande orgoglio ed è un grande orgoglio per tutta la città.

Lei, Papa Francesco, ha dimostrato da sempre un’amicizia con il mondo ebraico. Dall’Argentina ha portato con sé un bagaglio di rapporti saldi con l’Ebraismo, ribaditi fin dai primi atti del suo pontificato. Voglio ricordare due momenti in cui mi sono sentita particolarmente toccata dalle sue parole. Il primo, quando, durante la visita della delegazione di questa Comunità in Vaticano, l’11 ottobre del 2013, al quale ho avuto l’onore di partecipare, Lei si è rivolto al nostro Rabbino Capo dicendo che “un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna”. Il secondo, quando incontrando poche settimane fa il Presidente del World Jewish Congress, ha detto che “attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo”. Lo ribadisco perché questa Comunità,   come tutte le comunità ebraiche nel mondo, ha un rapporto identitario con Israele. Siamo italiani, profondamente orgogliosi di esserlo e allo stesso tempo siamo parte del Popolo di Israele.  È attraverso le sue parole che riaffermo con forza che l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo.


Il Suo viaggio in Israele, e nella sua capitale Gerusalemme, è stato un atto per noi importante. Anche in quell’occasione Lei ha usato parole di profondo rispetto per lo Stato Ebraico auspicando che possa vivere in pace e sicurezza.
Per vedere tutto questo realizzato, dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. Tutti noi dobbiamo dire al terrorismo di fermarsi. Non solo al terrorismo di Madrid, di Londra, di Bruxelles e di Parigi, ma anche a quello che colpisce ormai tutti i giorni Israele. Il terrorismo non ha mai giustificazioni.

La lezione dell’odio che porta solo morte è davanti agli occhi di tutti. Lo insegna la storia recente e quella meno recente. Lo ha visto Lei con i suoi occhi a Buenos Aires che ha conosciuto il terrore   antisemita il 18 luglio del 1994: ottantacinque morti e oltre duecento feriti.

Molti si chiedono se il terrorismo islamico colpirà mai Roma. Signori, Roma è già stata colpita. Un solo nome: Stefano Gaj Taché z.l, due anni, 9 ottobre 1982, ucciso da un commando di terroristi palestinesi. Ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver onorato la memoria del piccolo Stefano ricordandolo nel suo discorso d’insediamento a Camere riunite e il Presidente Giorgio Napolitano per averlo inserito tra le vittime italiane del terrorismo.

L’odio che nasce dal razzismo e trova il suo fondamento nel pregiudizio o peggio usa le parole ed il nome di D-o per uccidere, merita sempre il nostro sdegno e la nostra ferma condanna.

Papa Francesco, oggi abbiamo una grande responsabilità di fronte al mondo. Di fronte al sangue sparso dal terrore in Europa e in Medio Oriente, di fronte al sangue dei cristiani perseguitati e agli attentati perpetrati contro civili inermi, anche all’interno dello stesso mondo arabo, di fronte agli   orrendi crimini compiuti contro le donne. Non possiamo essere spettatori. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo cadere negli stessi errori del passato, fatti di silenzi assordanti e teste voltate. Uomini e donne che rimasero immobili davanti a vagoni stipati di ebrei spediti nei forni   crematori. Eccoli, oggi in prima fila i nostri sopravvissuti alla tragedia della Shoah a ricordarci che la Memoria non è un esercizio di autoconsolazione per riparare agli orrori commessi. La Memoria del più grande genocidio della Storia dell’Uomo la teniamo viva affinché nulla di simile possa ripetersi. Questo il nostro impegno più grande per il futuro e per le nuove generazioni.
Con questa visita Ebrei e Cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito le cronache degli ultimi mesi.  
La Fede non genera odio, la Fede non sparge sangue, la Fede richiama al dialogo.
Una convivenza ispirata all’accoglienza, alla pace e alla libertà in cui si impari a rispettare, ciascuno con la propria identità, l’altro. Come oggi qui a Roma, così in ogni luogo. Siamo certi che questa consapevolezza, che non appartiene esclusivamente alle nostre religioni, possa trovare la collaborazione anche dell’Islam. La nostra speranza è che questo messaggio giunga ai tanti Musulmani che condividono con noi la responsabilità di migliorare il mondo in cui viviamo. Insieme possiamo farcela.

Shalom Papa Francesco, Shalom a tutti voi”.

a cura di Per Amore di Gerusalemme

Discorso tratto da: www.mosaico-cem.it

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Una benedizione reciproca: Giovanni Paolo II e il Popolo Ebraico.

Una benedizione reciproca: Giovanni Paolo II e il Popolo Ebraico.

Una Mostra da non perdere: dal 29 luglio al 17 settembre 2015
 

Roma – Città del Vaticano: presso il Braccio di Carlo Magno (colonnato del Bernini a sinistra della Basilica di San Pietro). Ingresso Libero
 

Lunedì, Martedì, Giovedì, Venerdì e Sabato ore 9.00 – 18.00
Mercoledì ore 13.00 – 18.00

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Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma

Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma


«Oggi che il cristianesimo mostra di voler tornare alle origini»
Il contributo di Rav Elio Toaff al dialogo ebraico-cristiano
«La mia storia ha inizio a Livorno, la città dove sono nato e dove ho imparato a fare il rabbino. Mio padre, allievo di Pascoli e di Benamozegh, era un uomo di vasta e profonda cultura e dirigeva all’epoca il Collegio rabbinico livornese, in cui si erano formati, per oltre tre secoli, alcuni dei più famosi rabbini del mondo. Io fui l’ultimo allievo a terminare gli studi in quella scuola: divenni infatti rabbino nell’autunno del 1939, poco prima che il Collegio venisse chiuso a causa delle leggi razziali, dell’antisemitismo montante e della guerra»[1].
            Nella prima riga della sua autobiografia Rav Elio Toaff nomina Livorno, e subito dopo, insieme, suo padre Rav Alfredo Sabato Toaff e il di lui maestro Rav Elia Benamozegh. Come scrivevo riferendomi a Benamozegh ne I passi del Messia: «Riteniamo non sia un caso che proprio il discepolo di un suo discepolo, ossia Rav Elio Toaff, abbia accolto nel 1986 nella Sinagoga di Roma Giovanni Paolo II… Altri 14 anni, e il Papa sarebbe salito in Israele e a Yerushalayim…»[2].
            1. Intorno al 1867, nel preparare una relazione che accompagnava i programmi di studio del Collegio rabbinico livornese, Benamozegh scriveva: «Si comprese la necessità di porsi al livello dell’ebraismo europeo, ed anche che la scienza non è essenzialmente ereticale e che Livorno poteva sperare di serbarsi ortodossa diventando scientifica. […] Nei vari insegnamenti è intendimento dell’insegnante di porsi e porre a giorno i suoi scolari dello stato attuale e del progresso delle varie ebraiche discipline, sceverando in tutta la moderna cultura il grano dal loglio, segnatamente nella teologia e la filosofia in generale, e di combattere gli errori dominanti e più perniciosi»[3].
            L’indirizzo degli studi ebraici ideato e attuato da Benamozegh rimase invariato anche dopo di lui, portato avanti dai suoi discepoli, in primis Rav Samuele Colombo e Rav Dante Lattes. Così ricorda la Scuola benamozeghiana Rav Alfredo Sabato Toaff: «Per un quarto di secolo Samuele Colombo, nella scuola e fuori, insegnò e fece apprezzare con la parola e con l’esempio le teorie del Maestro; Dante Lattes, da quarant’anni, nella sua opera di giornalista e di scrittore dedica alla verità ebraica, di cui è banditore e apologista efficace, la sua viva intelligenza e le sue doti preclare di pensatore e polemista dotto e brillante». Subito dopo, Rav Alfredo Sabato Toaff ricorda il giorno in cui ricevette da Benamozegh il titolo di Maskil: «Quanto a me, ho presente sempre alla memoria quella mattina di Sabato del 1898 in cui Elia Benamozegh dette la Semichah a Dante Lattes del titolo di Hacham ed a me di quello di Maskil, né ho dimenticato le parole che Egli, ponendomi sul capo il taleth, mi sussurrava all’orecchio: “Ricordati che per me questa non è una formalità; conto molto su di te!”»[4].
            Nel 1900 il successore di Benamozegh a Livorno fu Rav Samuele Colombo[5], e nel 1923 fu Rav Alfredo Sabato Toaff  a succedergli a sua volta e a raccogliere l’eredità del Maestro.
            Elio Toaff conseguì la laurea rabbinica nel 1939, di fronte a una Commissione composta da Rav Augusto Hasdà di Pisa, Rav Ermanno Friedenthal di Verona e Rav Dario Disegni di Torino.
Colui che più di tutti aveva curato la sua preparazione era stato suo padre, e l’insegnamento continuò pure dopo il conseguimento del titolo. Anche in fuga, durante la guerra, nascosti a Nocette, tra Viareggio e Camaiore, la maggior parte del tempo la passavano studiando insieme.
Avvenne allora che, avvicinandosi Pesah, si dovevano preparare le azzime e il vino e procurarsi una Haggadah. Il padre ricordava la Haggadah a memoria, per cui gli riuscì di metterla per iscritto, un po’ di farina venne trovata, ma come fare per il vino? Anche in questo caso venne in aiuto l’insegnamento di Benamozegh: il padre  raccontò che il suo maestro gli aveva spiegato in che modo i suoi antenati, in Marocco, facevano il vino per la festa con l’uva passa. Elio riuscì a procurarsi due chili di uva passa, che venne messa per una settimana in un recipiente con quattro litri d’acqua, poi coperto con un velo: «Quando finalmente andammo a vedere cosa era successo, constatammo con grande meraviglia che nel recipiente c’erano bei chicchi d’uva che sembravano freschi. Li prendemmo e li pigiammo e poi li lasciammo là a fermentare. Quando il liquido cominciò a bollire, lo filtrammo e lo mettemmo in bottiglie. Vennero fuori tre bottiglie e mezza di vino»[6].
             Alain Elkann gli domandò una volta se era divenuto rabbino per vocazione, se aveva sentito una chiamata. Questa la sua risposta: «Le dirò, io ero affascinato da quello che faceva mio padre. Era l’esempio che io avevo di una vita ben vissuta: la sua dedizione, la sua conoscenza profonda, non soltanto dell’ebraismo, ma anche del mondo classico. Lui era un grecista di chiara fama, conosceva a memoria i lirici greci. […] Da lui ho avuto questo insegnamento: che l’ebraismo deve essere completato da una profonda conoscenza della civiltà, della letteratura, della storia del paese in cui viviamo, perché altrimenti mancherebbe qualche cosa e saremmo fuori dalla realtà»[7].
            Qualche anno più tardi Elkann gli chiese: «Cosa le ha insegnato suo padre?» e lui rispose: «Tutto. Io non sono mai stato nelle scuole pubbliche, sono sempre stato alle Scuole ebraiche e al Collegio rabbinico dove l’orario delle lezioni era questo: una lezione di italiano, una di Talmud, una di greco, un’altra di Bibbia, e così via. Questo ci ha fatto scoprire come ci fosse qualcosa che legava tutto, che la parte ebraica non era avulsa, che non era divisa, separata. Noi vivevamo in un mondo dove il mondo classico e l’ebraismo convivevano naturalmente»[8].
            Nel Dopoguerra, si trattava di ricostruire la vita ebraica in Italia dopo le devastazioni: ottomila deportati, Sinagoghe distrutte, Comunità disperse. A Roma viene riaperto il Collegio rabbinico italiano. Nominato nel 1946 Rabbino Capo di Venezia, Elio Toaff organizza una “Jeshivà Ozar ha-Torà” alla quale partecipano quasi tutti i Rabbini italiani. Le lezioni sono tenute da Rav Alfredo Sabato Toaff: «Mio padre fu un maestro eccezionale, sapiente, colto, instancabile, e seppe ridestare in noi l’interesse per la cultura ebraica, per cui alla fine del corso eravamo tutti soddisfatti, e felici di aver potuto ricominciare a dedicare il nostro tempo a quello studio che è sempre stato la base della vita di ogni ebreo»[9].
            Nel 1951 Rav Elio Toaff viene chiamato a Roma. Nella cerimonia per l’insediamento «io aprii il corteo dei rabbini e degli officianti e mi recai davanti all’Arca della Torà dove ad attendermi c’erano i membri della Consulta rabbinica italiana. Mio padre si fece avanti e con voce commossa pronunciò in ebraico queste parole: “In nome della Consulta rabbinica italiana io ti saluto Rabbino Capo degli ebrei di Roma”»[10].
            2. Tra gli insegnamenti ricevuti dal padre, Elio Toaff ricorda quello di non essere a priori diffidente nei confronti dei preti e della Chiesa: «Notoriamente gli ebrei hanno sempre provato una certa diffidenza nei confronti dei preti e della Chiesa, e la cosa appare abbastanza giustificata se si considera che per circa duemila anni la Chiesa li ha emarginati, perseguitati e persino mandati a morte a causa della loro fedeltà all’antica religione, trasformandoli in un popolo disprezzato e reietto. […] Da questa giustificabile diffidenza, però, mio padre mi aveva insegnato a prendere le distanze, sostenendo che dovunque c’è il buono e il cattivo, e che occorre valutare caso per caso se si vuole essere obiettivi e non cadere negli stessi errori di coloro che, giudicando gli ebrei, generalizzano mettendo tutti nello stesso calderone»[11].
            Il padre era amico del canonico Polese, con il quale aveva in comune la passione per i libri, del parroco di Santa Maria del Soccorso, che abitava nel loro stesso palazzo, e anche il Vescovo si intratteneva con lui per avere delucidazioni su passi biblici o rabbinici. Nel periodo delle persecuzioni «furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole»[12]. Nella primavera del 1949, nel periodo veneziano,  un parroco venne a informarlo che il Patriarca Agostini avrebbe avuto piacere di conoscerlo. L’invito fu accettato e così si incontrarono: «Il patriarca non sedette sul tronetto che era al centro della sala, ma in poltrona vicino a me. Parlammo di tanti argomenti, della mia Comunità, dell’Olocausto, della nascita dello Stato d’Israele, ed ero stupito nel vedere con quanta affabilità mi parlava e quanta comprensione dimostrava per i problemi così gravi che il popolo ebraico stava affrontando per la ricostruzione. Fu quella la mia prima positiva esperienza di un processo di distensione e di avvicinamento che nel corso degli anni doveva manifestarsi in tutta la sua ampiezza e importanza»[13].
            A Roma le occasioni d’incontro si moltiplicarono. Frequentando la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico conobbe padre Agostino Bea, poi ebbe modo di collaborare con padre Cornelius Adriaan Rijk, direttore del Sidic, ed ebbe anche frequenti contatti con padre Mariano, un cappuccino molto noto perché aveva una sua rubrica in televisione: «Questa fiducia, che tanti religiosi intelligenti e onesti mi dimostravano, mi dava soddisfazione e mi faceva piacere, perché era la prova che la mia azione nella Comunità ebraica, volta a dissipare sospetti e rancori secolari in vista di un futuro migliore di comprensione e di apprezzamento, stava dando i suoi frutti, abbattendo le difficoltà e lo scetticismo di chi non credeva che alle parole sarebbero seguiti i fatti»[14].
            La notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, Toaff sentì imperioso il bisogno di unirsi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza S. Pietro. Era un omaggio al Papa che aveva convocato il Concilio nel quale sarebbe stata approvata Nostra Aetate, un uomo «semplice, buono, sensibile e onesto» che un Sabato mattina si era fermato a benedire gli ebrei che uscivano dalla Sinagoga «ed era forse quello il primo vero gesto di riconciliazione»[15].
            Il primo incontro con Giovanni Paolo II ebbe luogo l’8 febbraio 1981 nella canonica di San Carlo ai Catinari. Era stato il Papa, in visita a quella Chiesa al confine con il Ghetto, a esprimere il desiderio di incontrarlo. Rav Toaff fu colto di sorpresa, ma dopo aver riflettuto decise di accettare: «Il doloroso passato dell’umiliante clausura nel ghetto, caratterizzato per noi ebrei di Roma dalla sofferenza e dalla emarginazione, seppure non può e non deve essere dimenticato, perché è nelle radici degli ebrei di questa città, e fa parte della loro storia come dei loro sentimenti, certamente deve cedere il passo di fronte alla nuova realtà che, a partire dal Concilio Vaticano II, sta riscoprendo i valori del giudaismo, raccomandando ai cristiani il ritorno alle loro origini per la ricerca della loro più profonda identità»[16].
            Proprio la fiducia in questi nuovi rapporti consentiva a Rav Toaff di trovare i canali giusti per far pervenire la sua protesta tutte le volte che qualche episodio a suo avviso contrastava con i nuovi orientamenti.
            All’inizio del 1986 con molta cautela mons. Mejia iniziò a sondare il terreno per vedere se sarebbe stata possibile una visita del Papa in Sinagoga. Anche questa volta Rav Toaff fu colto di sorpresa: «Ricordavo ancora con tristezza quando, al funerale di mio padre, il vescovo di Livorno non aveva potuto entrare nel Tempio per assistere alle preghiere perché – aveva spiegato – una regola secolare glielo impediva. Come avrebbe potuto farlo oggi il Vescovo di Roma?»[17].
            Toaff rifletté, si consultò con il Consiglio della Comunità, poi con la Conferenza dei rabbini europei, e la decisione fu presa. Il 13 aprile 1986 «alle 17.15 Giovanni Paolo II fece il suo ingresso nel giardino del Tempio, venne verso di me a braccia aperte e mi abbracciò. E mentre lui si accingeva  a entrare nella Sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni. […] Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me, ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento»[18].
            Dopo aver reso omaggio a Giovanni XXIII e a Jules Isaac, dopo aver ricordato i martiri ebrei di ogni tempo, dopo aver indicato alcuni punti di un lavoro comune a beneficio dell’umanità, Rav Toaff toccò quel tema che ancora oggi è problematico e di urgente attualità: «Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra è stato chiamato, dai nostri maestri, l’inizio dell’avvento della Redenzione. Esso deve essere riconosciuto come un bene e una conquista irrinunciabili per il mondo, perché prelude – secondo l’insegnamento dei Profeti – a quell’epoca di fratellanza universale a cui tutti aspirano e a quella pace redentrice che trova nella Bibbia la sua sicura promessa. Il riconoscimento a Israele di tale insostituibile funzione sul piano della redenzione finale, che Dio ha promesso, non può essere negato»[19].
            Sempre nel 1986, il 27 ottobre, venne organizzata ad Assisi la prima giornata interreligiosa di preghiera per la pace, alla quale Rav Toaff partecipò con una delegazione perché «pregare per la pace è un dovere preciso per ogni ebreo»[20].
            Nel 1993 vennero stabilite regolari relazioni diplomatiche tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e nel 2000 Giovanni Paolo II salì in pellegrinaggio a Gerusalemme, deponendo tra le pietre del Kotel una commovente richiesta di perdono:
«Dio dei nostri padri,
tu hai scelto Abramo e la sua discendenza
perché il tuo Nome fosse portato alle genti:
noi siamo profondamente addolorati
per il comportamento di quanti
nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli,
e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci
in un’autentica fraternità
con il popolo dell’alleanza.
Per Cristo nostro Signore»
3. Ricordando nel 1985 la figura di Yoseph Colombo, figlio di Rav Samuele Colombo, Elio Toaff scriveva: «Il mio desiderio, ed il suo, era quello di pubblicare nella rivista del Collegio rabbinico, un po’ alla volta, tutte le opere [di Benamozegh] rimaste inedite ma ora che egli non c’è più, la realizzazione di un tal programma diviene quasi impossibile»[21]. Eppure, negli ultimi vent’anni, sono stati pubblicati otto libri di Benamozegh: Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale (Marietti 1990); Morale ebraica e morale cristiana (Marietti 1997);  Israele e Umanità. Il mio Credo (ETS 2002); L’origine dei dogmi cristiani (Marietti 2002); Il Noachismo (Marietti 2006); Storia degli esseni (Marietti 2007); L’immortalità dell’anima (La parola 2008); Shavuot. Cinque conferenze sulla Pentecoste(Belforte 2009). Israele e l’umanità è stato tradotto in inglese (Paulist Press 1995) e in spagnolo (Riopiedras 2003), Morale ebraica e morale cristianaè stato ristampato nell’originale francese (In press 2000) e in traduzione inglese (Kessinger 2008 e Cornell 2009). E’ stata anche ripubblicata l’autobiografia del discepolo noachide di Benamozegh: A. Pallière, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo (Marietti 2005).
            Giustificato era il sereno ottimismo con il quale Toaff chiudeva la sua autobiografia: «Tramandare quella tradizione che era caratteristica della scuola in cui mi sono formato sotto la guida di mio padre, il quale a sua volta seguiva la tradizione del grande Benamozegh e di quelli che venivano chiamati nel mondo “Hachmè Livorno”, i saggi rabbini livornesi, è stato ed è lo scopo principale della mia vita. E non mi posso lamentare dei risultati, se mi soffermo a considerare la dottrina e la capacità dei miei allievi e l’affetto che mi dimostrano, cercando di collaborare con me con generoso slancio e filiale affetto»[22].
            4. E’ un pomeriggio freddo e umido del gennaio 2010. Un piccolo corteo si avvicina al portone di via Catalana dove un uomo anziano con un cappello nero, un cappotto nero, un talled sulle spalle è in piedi in attesa. Anche questa volta la prima persona a incontrare il Papa è lui, ora Rabbino Capo Emerito di Roma.
            Benedetto XVI gli stringe le mani dicendo: «Sono lieto di incontrare colui che ricevette il mio amato predecessore». La Sinagoga è illuminata, gli invitati seguono su due grandi schermi, non riescono a frenare l’applauso.
            Il corteo si congeda e si dirige verso il Tempio dove sta per avere inizio la cerimonia. Rav Toaff  prima di rientrare in casa si volge ancora una volta a guardare e, con occhi lucidi, mormora: «Bene, bene così… ».
            5. La sera di domenica 19 aprile 2015, il 30 nissan 5775, undici giorni prima del suo 100° compleanno, Rav Elio Toaff lascia questo mondo. Molti si raccolgono in preghiera nel Tempio maggiore appena la notizia si diffonde, altri giungono al mattino per un ultimo saluto prima che le spoglie mortali di colui che è stato per 50 anni Rabbino Capo di Roma raggiungano l’amata Livorno.
Marco Cassuto Morselli 
Presidende Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma 


[1] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, Milano 1987, p. 3.
[2] M. Morselli, I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, Marietti, Genova-Milano 2007, pp. 11-12.
[3] A. S. Toaff, Il Collegio rabbinico di Livorno, in «Annuario di studi ebraici», IX, 1977-79, pp. 119-120.
[4] ivi, pp. 120-121.
[5] Nel cinquantenario della sua scomparsa è stato ricordato nella «Rassegna Mensile d’Israel» XXXIX, 1973, con articoli e testimonianze.
[6] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 78.
[7] E. Toaff – A. Elkann, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, p. 20.
[8] E. Toaff – A. Elkann, Il Messia e gli ebrei, Bompiani, Milano 1998, p. 88.
[9] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 156.
[10] ivi, p. 168.
[11]ivi, p. 213.
[12] ivi, p. 214.
[13] ivi, p. 159.
[14] ivi, p. 219.
[15] ivi, p. 220.
[16] ivi, p. 228.
[17] ivi, p. 233.
[18] ivi, pp. 238-239.
[19] ibidem.
[20] ivi, p. 241.
[21] E. Toaff, Il pensiero di Elia Benamozegh rivive in Yoseph Colombo, in «Rassegna Mensile d’Israel», LI, 1985, p. 241.
[22] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 248.
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Shoah: “macchia indelebile della storia”

Shoah: “macchia indelebile della storia”

SHLOMO VENEZIAun nome da ricordare


Il 1° ottobre 2012, all’età di 89 anni, è morto a Roma Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah. Internato ad Auschwitz – Birkenau, Shlomo Venezia, è stato un tenace testimone degli orrori da lui vissuti, e ne ha trasmesso la memoria alle nuove generazioni con incontri, visite guidate ad Auschwitz e con tanti suoi scritti.

“Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!”. (Benedetto XVI, dal discorso allo YAD VASHEM)

Per non dimenticare l’abisso dell’orrore messo a punto dalla follia nazista, principalmente contro il popolo ebraico, e per ricordare i sei milioni di ebrei, vittime innocenti di un regime feroce, proponiamo una nostra breve presentazione del documento vaticano: “Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoah”, del 12 marzo 1998.

Giovanni Paolo II, nella lettera che accompagna il documento, ricorda innanzi tutto di avere egli stesso parlato con “profondo rammarico”, e in numerose occasioni, delle sofferenze del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale e definisce la Shoah una “macchia indelebile della storia” del nostro secolo. Non si può – aggiunge il Papa – celebrare autenticamente il Giubileo ed entrare con spirito rinnovato nel terzo millennio dell’era cristiana senza: “purificare i cuori attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato”. Egli invita i figli e le figlie della Chiesa “a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulle responsabilità che anch’essi hanno sui mali del nostro tempo”.

Il Papa esprime inoltre la sua “fervida speranza che il documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”, aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato” affinché non sia mai più possibile in futuro “l’indicibile iniquità della Shoah”.

Giovanni Paolo II, auspica in fine che, con l’aiuto di Dio, Ebrei e Cattolici possano lavorare insieme per un mondo in cui venga rispettato il diritto alla vita e riconosciuta la dignità di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Il Documento è diviso in 5 parti:

I. La tragedia della Shoah e il dovere della memoria.

L’indicibile tragedia della Shoah, dello sterminio programmato del popolo ebraico da parte dei nazisti non potrà mai essere dimenticato! Abbiamo tutti il dovere della memoria!
Il dovere della memoria, contro qualsiasi revisionismo storico. Il dovere della memoria, perché possiamo sempre tenere presente di quali azioni abiette possa essere capace l’uomo quando disprezza l’immagine di Dio che è in lui ed in ogni altro essere umano.
Il dovere della memoria, per costruire un futuro in cui non ci sia più posto per i cosiddetti super uomini, capaci di produrre aberrazioni simili!

II. Che cosa dobbiamo ricordare?  

Dobbiamo ricordare, innanzi tutto che il popolo ebraico, a causa della sua fede nel Dio unico e per la sua adesione agli insegnamenti della Toràh, ha sempre sofferto nel corso dei secoli, tribolazioni e schiavitù. Soprattutto, il “massacro” di sei milioni di ebrei avvenuto nel nostro secolo, al centro della cristianissima Europa, “va oltre – dice il documento – la capacità di espressione delle parole”.

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani.

Nella terza parte, il documento vaticano rileva il bilancio negativo delle relazioni tra ebrei e cristiani durante duemila anni di storia del cristianesimo, e parla di “gruppi esagitati di cristiani” che, quando il cristianesimo diventò in diverse nazioni religione di stato, di maggioranza, distruggevano templi pagani e sinagoghe. Ci sono state, inoltre, erronee interpretazioni del Nuovo Testamento – fermamente condannate dal Concilio Vaticano II – che, fino ai giorni nostri, hanno generato ostilità verso gli ebrei.

Discriminazione generalizzata, antigiudaismo, diffidenza, violenze, saccheggi e massacri degli ebrei da parte dei cristiani che “predicavano l’amore verso tutti, compresi i nemici”. Minoranza ebraica presa come capro espiatorio!

Viene ricordato che il razzismo propugnato dal nazionalsocialismo in Germania è stato condannato da parte della Chiesa cattolica di quella nazione. Con la sua Enciclica in lingua tedesca, Mit brennender Sorge, Pio XI aveva condannato l’antisemitismo come inaccettabile… “Spiritualmente siamo tutti semiti!”, aveva detto (6 settembre 1938). La prima Enciclica di Pio XII, Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, metteva in guardia contro il razzismo e la deificazione dello Stato che potevano condurre all’ “ora delle tenebre”.

Il punto più controverso dell’intero documento è proprio quello in cui si parla di Pio XII. Ci sono state molte contestazioni e obiezioni al riguardo. A questo proposito, ricordiamo quanto ha detto il Cardinal Cassidy in una sua Conferenza stampa a Londra: “Noi non diciamo che questa sia l’ultima parola sui vescovi tedeschi e neanche su Pio XII… Quello che noi diciamo (di Pio XII) è che non fu lui il “cattivo” (di questa storia). Toccherà alla storia giudicare se abbia fatto o no tutto quello che avrebbe dovuto fare.” (Avvenire, 14 maggio ’98).

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah.

Il documento Vaticano spiega la differenza tra “l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano…e i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”.

Il “costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano” ha le sue radici nel Primo Testamento: tutti discendiamo da un unico uomo, Adàm , affinché nessun essere umano possa ritenersi superiore ad un altro; è quanto i rabbini insegnano da secoli! E’ scritto nella Torà!

Riguardo all’antigiudaismo, dire semplicemente che “purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”, ci sembra veramente riduttivo! Al posto di “purtroppo”, sarebbe stato meglio dire: “soprattutto”. Pensiamo alle prediche antigiudaiche dei Padri della Chiesa; all’insegnamento del disprezzo e della “sostituzione”; alle “sacre” rappresentazioni del Venerdì Santo e ad altro ancora.

La decisione del regime nazionalsocialista di sterminare l’intero popolo ebraico fu, secondo il documento, “opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri”.

A questo punto, il documento si domanda quale peso abbiano potuto avere i pregiudizi antiebraici nella persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti: “Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?”.

E’ una domanda questa sempre attuale. Certi sentimenti non sono facili da estirpare, sono come alcuni virus latenti nei portatori sani che possono scatenarsi all’improvviso e causare la morte.

Abbiamo tuttavia il dovere di ricordare che molti cristiani, anche a rischio della propria vita, hanno salvato un gran numero di fratelli ebrei dalla deportazione e dalla morte. Il documento cita giustamente quanto è stato fatto da vescovi, preti, religiosi, laici, e dallo stesso Pio XII, per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei. Dopo avere citato la condanna dell’antisemitismo espressa dalla Dichiarazione del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate , il documento sulla Shoah cita le parole che Giovanni Paolo II aveva rivolto alla Comunità ebraica di Strasburgo: “Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo”.

V. Guardando insieme ad un futuro comune.
 

La quinta ed ultima parte del documento vaticano, inizia con un pressante invito rivolto ai cattolici affinché rinnovino “la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede”; ricorda che “gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli”, ed esprime infine il “profondo rammarico (della Chiesa) per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca”. Si tratta – ribadisce l’importante documento – di un dovuto e profondo atto di pentimento, per “trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei”.  

Vittoria Scanu 




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Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Quali sono i numeri di Israele in vista del viaggio di Papa Francesco? 

Sergio Della Pergola

Ci risponde Sergio Della Pergola, professore israeliano di origine italiana, riconosciuto come la principale autorità in tema di demografia e di statistiche relative alla popolazione ebraica in tutto il mondo. Aleteia lo ha intervistato per conoscere da vicino le “cifre” del popolo israeliano (ebraico ma anche cristiano) e per avere uno sguardo “accademico” sull’arrivo del Papa in Terra Santa.

Cominciamo con i numeri. Quanti sono oggi gli ebrei che vivono in Israele e da chi è composta la popolazione ebraica?

La popolazione ebraica ha superato i 6.100.000 di persone ai quali bisogna aggiungere circa 350.000 membri di famiglie ebraiche che però non solo tali in quanto provenienti da famiglie dell’ex Unione Sovietica, per cui una parte della famiglia è membro di altre religioni o non ha alcuna appartenenza religiosa.

Poi ci sono circa 160.000 cristiani in Israele e ci sono circa 130 000 drusi. Di questi Cristiani 125.000/ 130.000 sono di etnia araba, quindi della popolazione veterana, e gli altri provengono da matrimoni misti di ebrei immigrati più di recente che sono registrati come cristiani ma nella vita fanno parte più o meno della comunità ebraica. Questi sono i numeri.

Per quanto riguarda il costante calo demografico relativo alle comunità cristiane in Israele e nei Territori Palestinesi lei ci può dire qualcosa?

Qui c’è da fare una chiara distinzione. La comunità cristiana in Israele è in costante aumento, e negli ultimi 40 anni si è più che raddoppiata. Invece i cristiani nei territori palestinesi sono in costante diminuzione e questo credo sia un fenomeno che ha un’importanza più ampia, perché nella visione delle comunità cristiane del medio oriente, che sono una realtà molto antica, molto importante costituita da molti milioni di persone,esiste un forte rischio che si confondano le situazioni. Esiste purtroppo una situazione di grave persecuzione e disagio per le comunità cristiane un po’ dappertutto nel mondo islamico. Vediamo i massacri perpetrati in Egitto, in Iraq, la situazione è molto difficile in Libano, per non parlare della Siria. Anche nei territori palestinesi c’è stata una grave flessione delle comunità cristiane che è dovuta allo strapotere dei fondamentalisti musulmani in ambito palestinese.

A Gaza non vive quasi più nessun cristiano. Nella Cisgiordania due città importanti, come Betlemme, sede della Natività e come Ramallah-El Bireh hanno avuto un grande calo, per via dell’islamizzazione forzata dei territori palestinesi e la fuga dei Cristiani. Quindi attenzione: Israele è ancora un regime che si può definire “democratico” e le diverse comunità godono di libertà di espressione e protezione. Si può naturalmente stigmatizzare delle forme di vandalismo che ci sono, perché purtroppo esistono balordi in tutte le società, come in tutti i popoli, e ci sono stati anche dei fatti spiacevoli recentemente, ma questi fatti locali non sono da confondere con una dimensione generale di benessere e di sviluppo socio-economico e religioso.

C’è per esempio un episodio che riguarda Nazareth, la più importante città arabo-cristiana dello stato d’Israele. Qui c’è una grande cattedrale nella piazza principale e i mussulmani volevano costruire una moschea sul sagrato della cattedrale. Il governo Israeliano in questa discussione municipale ha preso le parti dei Cristiani e ha deliberato che non si può costruire una moschea di fronte a una cattedrale. Questo tanto per chiarire che sono due tendenze ben diverse: In Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sarebbe più opportuno che la Chiesa cattolica noti e metta in risalto che il posto in cui le comunità Cristiane possono esprimersi liberamente è proprio lo stato d’Israele.

Si dice che la maggior parte degli ebrei vivano ancora fuori da Israele e che l’Aliyah sia di fatto incompiuto. E’ vero secondo lei? Come commenta questo fatto?

Il fatto di per sé è esatto però ci sono delle premesse fondamentali da fare. Nel 1948, quando è stato fondato lo stato d’Israele, al suo interno ci viveva solo il 5 % del popolo ebraico, il 95 % viveva altrove. Oggi nel 2014 circa il 45% del popolo ebraico vive in Israele e il 55 % vive altrove. C’è stata una rapidissima crescita della comunità ebraica in Israele, in parte compensata da una diminuzione nel numero degli ebrei della Diaspora. Resta il fatto che Israele, che aveva un ruolo marginale quando raggiunse l’indipendenza, è oggi la comunità ebraica più grande del mondo. Questa tendenza è in netta crescita, per cui nell’eventualità in cui si possa arrivare a una maggioranza del popolo ebraico che risiede in Israele è una prospettiva dai 10 ai 20 anni. Naturalmente sempre che le condizioni globali non creino delle catastrofi e dei cataclismi.

Partendo da una situazione in cui in Israele praticamente non esisteva l’Aliyah (che vuol dire “salita, ascesa“), comunemente chiamata “immigrazione”, si procede con dei ritmi abbastanza alternati che riflettono molto le condizioni variabili del sistema mondiale. Bisogna chiarire che in generale le migrazioni internazionali riflettono lo stato delle persone nel paese di origine più che nei paesi di destinazione, quindi il numero di ebrei che emigrano in Israele è sensibile alle condizioni della Diaspora ebraica che hanno avuto momenti veramente molto drammatici e poi momenti più favorevoli. Abbiamo avuto due grandi ondate principali: uno con la fondazione di Israele, quindi gli anni dal 1948 al 1951, anni di grande fermento e di grande immigrazione, soprattutto dopo la grande strage della Shoah e dopo l’esodo forzoso dai paesi musulmani. Poi nel 1990/91 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica.

E ora?

Siamo intorno a 15-20.000 all’anno, che non sono dei grossissimi numeri, a volte sono arrivate anche 200-250.000 persone in un solo anno. Devo dire però che nel 2014 si nota già un chiaro incremento, abbiamo i dati del primo quadrimestre, da gennaio ad aprile, e siamo dunque a circa un terzo di quello che può essere il totale annuale.

I mesi più intensi sono quelli di luglio e agosto, in cui arrivano più persone e il primo paese oggi è la Francia, che in teoria sarebbe un paese occidentale, sviluppato, democratico. Questo denota un forte disagio nella collettività ebraica francese; al secondo posto rimane la Russia e c’è un evidente incremento dall’Ucraina, in questo momento il terzo paese. È chiaro che le vicende interne di questi mesi sono un fattore di spinta.

In Italia invece cosa succede?

Sono poche centinaia di persone quelle che arrivano in Israele, però in forte aumento. Si potrebbe prevedere che alla fine dell’anno arrivino oltre 200/250 persone, che per l’Italia sarebbe il massimo dagli ultimi 45 anni. C’è qualcosa che succede in Italia per cui molte persone sentono disagio, in primo luogo un disagio economico condiviso da molti; ma anche un disagio culturale e politico di chi sente che qualcosa si sta deteriorando nel meccanismo della tolleranza e della comprensione, della diversità, del pluralismo.

Tutti, seppur con aspettative diverse, attendono l’arrivo di Papa Francesco. Secondo lei un Pontefice cattolico del suo calibro cosa può portare di fatto al popolo israeliano?

C’è molta attesa e grande interesse. Oserei dire che un tempo era un fatto marginale, ora è diventata quasi una routine, fa parte della mappa, delle grandi visite pontificali, questo ovviamente è un elemento positivo. Francesco è una personalità molto interessante, molto positiva, ha ripristinato una grande capacità mediatica che avevamo già visto con Papa Wojtyla, la cui visita in Israele fu memorabile. Per cui esiste questo confronto, c’è molta curiosità, molta simpatia.

Ci sono alcune osservazioni che vorrei fare in proposito: la prima è che ci si aspetta che il Papa menzioni il fatto di fare visita allo stato d’Israele. Non vorremo sentire un riferimento solo alla Terra Santa (senza sottovalutare l’importanza ecumenica che avrà la visita) ma il fatto di enunciare in maniera esplicita che esiste lo stato d’Israele e che fa parte di questa visita. A me non è chiaro se questo faccia parte dei messaggi che Papa Francesco vorrà esplicitare durante la sua visita. Questo fatto è molto importante perché i rapporti diplomatici e il riconoscimento ufficiale da parte della chiesa esistono già dagli anni 90 e sono cresciuti sotto Papa Giovanni Paolo II e sotto Papa Benedetto XVI che ne parlò esplicitamente durante la sua visita. Non era stato così nel 1964 durante la prima visita di Paolo VI che evitò ogni riferimento.

Narrano le cronache quando Papa Montini arrivò al confine le autorità Israeliane stesero un tappeto rosso e lui passò al di fuori del tappeto rosso, proprio per far notare che lui non si considerava ospite ufficiale di quello stato che evitò accuratamente di menzionare. Ma queste sono cose passate.

Io penso che Papa Bergoglio sarà sensibile a queste sottigliezze che hanno una valenza non solo politica ma identitaria. Quindi c’è grande aspettativa nel suo programma di visita.

Vorrei fare un’altra considerazione: Papa Bergoglio porta con sé un’esperienza di una profonda amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires. Fra le persone che viaggeranno nello stesso periodo ci saranno anche il rabbino Skorka, grande amico del Pontefice e già solo per questa scelta c’è molto interesse. Proprio in questo contesto di amicizia vorrei mettere in rilievo che nelle omelie dell’ultimo anno il Papa ha fatto riferimento anche a un passato storico più antico.

Per lei chi è Papa Francesco?

E’ il Papa comunicatore, è il Ministro dell’istruzione del genere umano. L’insegnamento etico di certe sue proposte credo abbiano una valenza universale. Per questo bisogna stare molto attenti alle sfumature dei suoi discorsi. Spesso ha fatto riferimento al fariseo come stereotipo sociologico politico, un’immagine di qualcosa che non riguarda lo stato moderno e la politica contemporanea. Ma il fariseo è anche una figura concreta, reale. La parola fariseo viene dall’ebraico e significa “interprete”. Dunque il fariseo è proprio quel tipo più avanzato e positivo per il quale il testo non va solo considerato alla lettera ma va anche interpretato.

Io personalmente avrei preferito sentire una critica al mondo pagano e non al fariseo “interprete” che è poi il diretto progenitore dell’ebreo di oggi. E qui si entrerebbe in una polemica che non ha senso e che certamente non è voluta dal Papa. Ma l’elemento negativo è il pagano, colui che è alieno da valori morali.

Nel mondo accademico israeliano come è visto l’arrivo di Francesco? E’ vicino o distante da una sensibilità accademico-intellettuale?

Vorrei prima parlare di Benedetto XVI che da alcuni è stato sottovalutato nel suo carattere accademico, serio, riservato, un po’ introverso. Ha scritto e detto cose di enorme importanza. Ha scritto alcune pagine che rimarranno fondamentali, in particolare nel dialogo Cattolico-Ebraico.

Naturalmente Papa Francesco è orientato verso una comunicazione più ampia, come del resto anche papa Wojtyla che nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo ha creato una pagina indimenticabile. Il suo storico incontro con il rabbino Toaff con cui c’è stata un profonda amicizia (Giovanni Paolo II lo menzionò nel suo testamento) fa capire il rapporto eccezionale che si era stabilito fra questi due uomini.

Papa Bergoglio porta di nuovo avanti una personalità solare aperta ai rapporti umani. Sono certo che anche lui per quanto riguarda il dialogo cattolico-ebraico voglia fare e dire qualcosa che aiuti a portare avanti questo rapporto di fratellanza.

Fonte: ALETEIA

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Giorno della Memoria: 27-28 – Aprile 2014

Giorno della Memoria: 27-28 – Aprile 2014


Nel “giorno della Memoria della Shoah” la Chiesa di Roma dichiara santi due papi amici del popolo ebraico: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.

Discorso pronunciato da papa Giovanni Paolo II in occasione della sua visita in Terra d’Israele.

Gerusalemme: Mausoleo della Memoria “Yad Vashem”


Le parole dell’antico Salmo sgorgano dal nostro cuore:


Sono diventato un rifiuto.
Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
quando insieme contro di me congiurano,
tramano di togliermi la vita.
Ma io confido in te, Signore; dico: ‘tu sei il mio Dio’
(Sal 31, 13-15). 

 
1. In questo luogo della memoria, la mente, il cuore e l’anima provano un estremo bisogno di silenzio. Silenzio nel quale ricordare. Silenzio nel quale cercare di dare un senso ai ricordi che ritornano impetuosi. Silenzio perché non vi sono parole abbastanza forti per deplorare la terribile tragedia della Shoah. Io stesso ho ricordi personali di tutto ciò che avvenne quando i Nazisti occuparono la Polonia durante la Guerra. Ricordo i miei amici e vicini ebrei, alcuni dei quali sono morti, mentre altri sono sopravvissuti.

Sono venuto a Yad Vashem per rendere omaggio ai milioni di Ebrei che, privati di tutto, in particolare della loro dignità umana, furono uccisi nell’Olocausto. Più di mezzo secolo è passato, ma i ricordi permangono.

Qui, come ad Auschwitz e in molti altri luoghi in Europa, siamo sopraffatti dall’eco dei lamenti strazianti di così tante persone. Uomini, donne e bambini gridano a noi dagli abissi dell’orrore che hanno conosciuto. Come possiamo non prestare attenzione al loro grido? Nessuno può dimenticare o ignorare quanto accadde. Nessuno può sminuirne la sua dimensione.

2. Noi vogliamo ricordare. Vogliamo però ricordare per uno scopo, ossia per assicurare che mai più il male prevarrà, come avvenne per milioni di vittime innocenti del Nazismo.

Come potè l’uomo provare un tale disprezzo per l’uomo? Perché era arrivato al punto di disprezzare Dio. Solo un’ideologia senza Dio poteva programmare e portare a termine lo sterminio di un intero popolo.

L’onore reso ai «gentili giusti» dallo Stato di Israele a Yad Vashem per aver agito eroicamente per salvare Ebrei, a volte fino all’offerta della propria vita, è una dimostrazione che neppure nell’ora più buia tutte le luci si sono spente. Per questo i Salmi, e l’intera Bibbia, sebbene consapevoli della capacità umana di compiere il male, proclamano che non sarà il male ad avere l’ultima parola. Dagli abissi della sofferenza e del dolore, il cuore del credente grida: «io confido in te, Signore; dico: ‘tu sei il mio Dio’ (Sal 31, 14).

3. Ebrei e Cristiani condividono un immenso patrimonio spirituale, che deriva dall’autorivelazione di Dio. I nostri insegnamenti religiosi e le nostre esperienze spirituali esigono da noi che sconfiggiamo il male con il bene. Noi ricordiamo, ma senza alcun desiderio di vendetta né come un incentivo all’odio. Per noi ricordare significa pregare per la pace e la giustizia e impegnarci per la loro causa. Solo un mondo in pace, con giustizia per tutti, potrà evitare il ripetersi degli errori e dei terribili crimini del passato.

Come Vescovo di Roma e Successore dell’Apostolo Pietro, assicuro il popolo ebraico che la Chiesa cattolica, motivata dalla legge evangelica della verità e dell’amore e non da considerazioni politiche, è profondamente rattristata per l’odio, gli atti di persecuzione e le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli ebrei da cristiani in ogni tempo e in ogni luogo. La Chiesa rifiuta ogni forma di razzismo come una negazione dell’immagine del Creatore intrinseca ad ogni essere umano (cfr Gn 1, 26).

4. In questo luogo di solenne memoria, prego ferventemente che il nostro dolore per la tragedia sofferta dal popolo ebraico nel XX secolo conduca a un nuovo rapporto fra Cristiani ed Ebrei. Costruiamo un futuro nuovo nel quale non vi siano più sentimenti antiebraici fra i Cristiani o sentimenti anticristiani fra gli Ebrei, ma piuttosto il reciproco rispetto richiesto a coloro che adorano l’unico Creatore e Signore e guardano ad Abramo come il comune padre nella fede (cfr Noi Ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, V).

Il mondo deve prestare attenzione al monito che proviene dalle vittime dell’Olocausto e dalla testimonianza dei superstiti. Qui a Yad Vashem, la memoria è viva e arde nel nostro animo. Essa ci fa gridare:

«Se odo la calunnia di molti, il terrore mi circonda;
io confido in te, Signore; dico: ‘tu sei il mio Dio’
(Sal 31, 13-15).


Giovedì, 23 Marzo 2000  © Copyright 2000 – Libreria Editrice Vaticana

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GIORNATA DI RIFLESSIONE EBRAICO-CRISTIANA

GIORNATA DI RIFLESSIONE EBRAICO-CRISTIANA

Pontificia Università Lateranense, 16 gennaio 2014  

L’Ottava Parola: “Lo Tignòv – Non Rubare” (Esodo 20,15)

Saluto
 

S.E. Mons. Enrico DAL COVOLO (Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense)

 
Saluto cordialmente tutti voi qui presenti, in modo particolare l’Ecc.mo Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, il Dr. Riccardo Di Segni. Poi il Prof. Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna e il Presidente di questo Simposio, Mons. Marco Gnavi, Incaricato Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo.
Procedendo nei nostri incontri annuali siamo giunti a commentare l’VIII^ Parola di Es 20,15, “Non rubare”. A prima vista, con l’ingiunzione negativa il settimo Comandamento sembra orientare l’attenzione soltanto verso i beni e le proprietà private del prossimo restringendone la portata. In realtà il Comandamento riportato nelle due redazioni del Decalogo – quella dell’Esodo e quella del Deuteronomio – non specifica esattamente l’oggetto né il destinatario e tanto meno allude solo al furto, ma estende gli orizzonti di attuazione che coinvolgono i diversi ambiti delle relazioni umane, sociali e religiose. Lo stesso comandamento è attualizzato, insieme agli altri comandamenti, nel Nuovo Testamento, durante il dialogo tra Gesù e il giovane ricco e a proposito dell’adempimento dei comandamenti che si riassume nel precetto “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Per cogliere le ampie prospettive del Comandamento vi invito a soffermare la vostra attenzione su quel celebre passo in cui Giovanni Crisostomo interpreta la parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone: non condividere con i poveri i propri beni è defraudarli e togliere loro la vita. Non sono nostri i beni che possediamo, sono dei poveri. Da studioso dei Padri posso dirvi che parole di questo genere le ritroviamo lungo i secoli. Sono due le linee di tendenza nei Padri della Chiesa: da una parte la linea che insiste sulla povertà radicale, l’altra che insiste sulla condivisione. Ma in ciascuna delle due linee trovate come punto di riferimento l’imprescindibile necessità di condividere con i poveri. Si può osservare che l’asserzione del Crisostomo estende gli orizzonti del VII Comandamento e coinvolge in maniera globale le relazioni tra il ricco e il povero, tra i diversi gruppi sociali, tra le nazioni ricche e povere. Per questo, a partire dalla Costituzione Conciliare Gaudium et Spes fino alla Centesimus Annus, alla Sollecitudo Rei Socialis e alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, fino alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI e ora alla Evangelii Gaudium di Papa Francesco, il VII Comandamento è interpretato dalla tradizione della Chiesa nei suoi risvolti non soltanto negativi e della proprietà privata da rispettare, bensì anche in quelli positivi del diritto del lavoro, dell’integrazione sociale, del superamento delle piaghe sociali vecchie e nuove. Si pensi in particolare alle implicazioni del comandamento circa la disoccupazione delle giovani generazioni che assume oggi proporzioni preoccupanti. Così il Comandamento svolge una funzione non soltanto negativa, bensì positiva, che implica il rispetto, la tutela e la garanzia di quanto è dell’altro e merita di essere conservato e valorizzato. Lo stesso Comandamento veicola alcune virtù basilari che valgono sia per l’Ebraismo sia per il Cristianesimo. Segnaliamo soprattutto la solidarietà nei confronti dell’altro a prescindere dalla sua origine e dalla sua professione religiosa; la giustizia sociale con le sue diverse espressioni, sia sul versante distributivo sia su quello commutativo; la temperanza e la moderazione nell’uso personale di beni.
Pertanto restringere il VII Comandamento al furto dei beni personali significa ridurne la portata e alla fine fraintenderne le modalità di attuazione. “Non rubare” coinvolge non solo il furto, ma anche la frode e la corruzione nelle loro diverse forme, da quella fiscale a quella dei beni pubblici e privati. Anche la speculazione economica nelle sue diverse espressioni e nel commercio, rientrano nelle istanze implicite del Comandamento.
Inquadrato nell’ambito antropologico il VII Comandamento vieta qualsiasi forma di schiavitù nei confronti dell’altro, invita alla tutela e alla dignità dell’altro.
Non mancano proiezioni del Comandamento nell’ambito dell’ecologia e di un rispetto fondamentale per la natura, fauna e flora, e per l’ambiente.
Nella morale sociale la Chiesa sceglie il VII Comandamento per rifiutare qualsiasi ideologia totalitaria moderna come il socialismo da una parte e il capitalismo dall’altra, dove la legge del mercato prevale troppo spesso sul diritto al lavoro dei singoli.
Nei rapporti tra le nazioni la disuguaglianza economica e le sproporzioni tra gli Stati costituiscono una violazione sociale di enormi proporzioni.
La scelta di Gesù di evangelizzare i poveri chiama in causa il modo in cui l’opzione della Chiesa a loro favore cerca di colmare la forma indiretta con cui il VII Comandamento è violato. Naturalmente, in questione non è soltanto la povertà materiale, ma anche quella etica, religiosa e sociale. L’accusa che l’apostolo Giacomo rivolge ai ricchi è tra le più violente del Nuovo Testamento, contro una morale sociale che non considera i risvolti concreti del VII Comandamento. La sua protesta si pone in continuità con quella profetica di Amos: “Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre e che voi avete defraudato grida e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore Onnipotente”.
Grazie per la vostra attenzione.



Interventi

Prof. Stefano ZAMAGNI (Economista, Università di Bologna)

Sono veramente lieto di partecipare a quest’incontro e mi complimento con gli organizzatori per la focalizzazione sull’VIII^ Parola – il VII Comandamento nella tradizione cristiana – “Non rubare”. Per ragioni di tempo cercherò di condensare la mia riflessione su alcuni punti o fatti stilizzati che meritano la nostra attenzione.
Anzitutto il “Non furtum facies” è la traduzione latina dell’originale ebraico “Lo Tignòv- Non rubare”  come appare in Es 20,15. E’ importante che il “Non rubare” va associato al X Comandamento “Non desiderare la roba d’altri”: non c’è solo un comando a non appropriarsi di ciò che appartiene ad altri, ma addirittura di non desiderarlo. Ecco perché suggerisco di collegare il VII Comandamento con il X: l’uno è complementare all’altro.
Il primo fatto stilizzato: “Non rubare” è il Comandamento più accettato da tutti, ma al tempo stesso quello più trasgredito. Questa osservazione era già di Fra’ Ildefonso – frate francescano della fine del 1700. Non troveremo mai qualcuno che si dichiari a favore del furto: sono tutti d’accordo, eppure – per paradossale che questo possa apparire – il “non rubare” è la violazione più frequente oggi, come ieri, nelle nostre società.
La seconda osservazione puntuale è che se uno sottrae ciò che è di pertinenza del bene comune, questo non viene considerato un furto, o meglio, si preferisce adottare altre parole, ma non quella di furto. Al tempo stesso, se uno si appropria di qualcosa che appartiene ad un altro questo comportamento viene etichettato come furto e addirittura come delitto. Eppure nella Bibbia più il furto è indiretto e camuffato, più è esecrato e condannato. Pensate alla vicenda di Amos, di Isaia. Pensiamo alla vicenda del re Acab che ruba la vigna a Nabot nella storia di Elia. Pensiamo ancora a Geremia che denuncia come ladro il re di Gerusalemme Ioachim.
E’ un punto che merita la nostra attenzione: nel passato il furto era declinato nella versione diretta – io mi approprio di una cosa tua – ma anche in quella indiretta – io mi approprio di qualcosa che è, per natura sua, bene comune, né bene pubblico, né bene privato. Infatti bene pubblico è un bene che appartiene ad una entità che oggi chiamiamo Stato o Ente pubblico, che è di tutti ma non di ciascuno. Come darsi conto di questo slittamento? Come mai nell’epoca contemporanea il furto indiretto è preso di mira molto meno di quello diretto? L’evasore, chi non paga le tasse, non porta via direttamente a me o a voi qualcosa, ma sottrae risorse per il bene comune, quindi l’evasione è una forma di furto indiretto. Difficilmente sentirete accusare l’evasore di latrocinio. Si usano altri termini soprattutto da parte degli economisti. Tornerò tra breve su questo punto.
Una terza osservazione che merita attenzione particolare è quella che riguarda la continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma soprattutto la tradizione dei Padri della Chiesa. Vorrei ricordare Ambrogio: “La natura ha generato il diritto comunitario, il furto ha fatto il diritto privato”. E’ una frase terrificante. Ambrogio, Vescovo di Milano, voleva significare che per parlare di furto diretto bisogna prima definire la proprietà privata. Ma la proprietà privata è declinata rispetto al concetto di legittimazione: io mi approprio di qualcosa che legittimamente appartiene a te. Il problema è: come si fa a definire ciò che è legittimo? Senza una precisazione di questo tipo l’imperativo del “non rubare” rischia di rimanere un vago sentimento.
Nella tradizione sia ebraica sia cristiana la proprietà assoluta non esiste. Pensiamo soltanto al fatto che l’ebraismo ha introdotto l’anno sabbatico, le istituzioni giubilari e, per es. la remissione del debito. Se la proprietà privata fosse assoluta come si potrebbe giustificare la remissione del debito? Perché, se ho un credito, devo rimetterlo al mio debitore? Se ciò che ho dato era mio in senso assoluto, non sarei tenuto. Invece non è così. Stessa cosa per Lv 25,23: “Le terre non si potranno vendere per sempre perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti”. In questo brano è chiaramente indicata l’idea che la proprietà è a termine, cioè qualcosa di transitorio. Anche nella teologia cristiana – pensiamo a S. Tommaso – la proprietà privata è ammessa e giustificata come remedium al peccato originale, perché serve a valorizzare le risorse, ma non è assoluta. E’ interessante che questa idea transiti dalla tradizione ebraica a quella cristiana. Il Catechismo della Chiesa cattolica par. 2402 dice: “All’inizio Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità °, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti. I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano”. Sulla medesima falsariga leggiamo nella Gaudium et Spes n. 69: “L’uomo usando dei beni creati deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni nel senso che possono giovare non unicamente a lui ma anche agli altri”. Quindi, contrariamente a quanto letture di una certa vulgata hanno lasciato intendere in tempi non molto lontani, c’è una piena continuità tra la tradizione ebraica e quella cristiana su questo punto.
Passo all’altra questione su cui vorrei tornare: come mai – almeno da quando si è affermata la società di mercato nata dalla prima rivoluzione industriale della fine del ‘700 in Inghilterra – così poca attenzione viene dedicata al furto indiretto? Perché è crollato il fondamento del bene comune. Furto indiretto, abbiamo detto, è tutto ciò che si sottrae al fondo che costituisce il bene comune. L’evasione fiscale è un esempio. Un altro esempio è la distruzione ecologico-ambientale: se distruggo l’ambiente è ovvio che non vi sottraggo qualcosa, ma lo sottraggo alla generazione futura. Anche questo è furto perché sottraggo quelle risorse indispensabili alla continuità della vita e ne porteranno il danno le generazioni avvenire.

Come mai si è perso di vista il bene comune? E’ un capovolgimento che si è consumato a partire dall’800, prima in occidente e poi nel resto del mondo, quando la filosofia utilitarista è entrata di forza nel discorso economico, politico e giuridico. L’utilitarismo ha avuto la sua prima applicazione in ambito giuridico e bisogna aspettare alcuni decenni prima che entri e prenda possesso dell’economia. La corrente di pensiero utilitarista ha una radice italiana nella persona di Cesare Beccaria, milanese, persona notevole da tanti punti di vista. E’ uno degli iniziatori del pensiero utilitarista assieme a Helvétius. Bisognerà aspettate J. Bentam, il filosofo inglese, che verso la fine del ‘700 realizzerà la sintesi del pensiero utilitarista.

L’utilitarismo sostituisce al concetto di bene comune il concetto di bene totale. Ancora oggi, se parlate con molti economisti, e chiedete: “che differenza c’è tra bene comune e bene totale?” vi diranno che , più o meno, sono la stessa cosa. E invece no. Il bene totale è figlio dell’utilitarismo, il bene comune invece è figlio di quella tradizione che ha radici antichissime, che comincia con l’ebraismo. Se vogliamo essere seri e preoccuparci del furto indiretto bisogna affrontare questo problema. Fintanto che il principio del bene totale dominerà la scena dell’agire politico ed economico, non ci sarà molto da aspettarsi. Oggi molti segni indicano che quell’impostazione ha – se non gli anni – i decenni contati perché sta facendo acqua da tutte le parti e l’attuale crisi economico-finanziaria è la più chiara ed evidente testimonianza di quanto sto dicendo.

Il bene totale è una “sommatoria” il bene comune è un “prodotto”. Mi avvalgo di questa metafora di tipo aritmetico per farmi capire: che differenza c’è tra una somma e un prodotto? In una somma, anche se qualche addendo viene annullato o scompare, il risultato resta positivo. In un prodotto, anche se un solo fattore viene annullato, l’intero prodotto viene annullato: zero per un milione fa zero! Invece zero più un milione fa un milione. Capite dunque la logica della metafora: nella logica del bene totale è perfettamente ammissibile, anzi, è necessario che, per massimizzare la somma totale delle utilità o dei profitti, qualcuno resti fuori. E’ quello che sta avvenendo oggi. Vi siete mai chiesti perché ci sono i disoccupati? Sono quelli meno produttivi. Se uno è efficiente e ha un’alta produttività le imprese lo vanno a cercare. Ma allora il lavoro c’è solo per i più produttivi, per i più capaci? Nella logica del bene totale la risposta è sì perché il lavoro va dato a chi rende di più, a chi produrrà più valore aggiunto. E cosa ne è di coloro che restano separati dal processo produttivo? La risposta è quella che conosciamo tutti: il welfare state. Coloro che sono emarginati vengono mantenuti in vita con le varie forme di aiuti e servizi alla persona.
Nella logica del bene comune questo non è ammissibile perché anche se un gruppo sociale venisse emarginato l’intero bene della comunità verrebbe annullato: non sono ammissibili dei trade off, tutti devono poter lavorare. Quando S. Francesco nella Regola scrive: “Io voglio che tutti lavorino”, vuol dire anche gli incapaci, anche i portatori di handicap, anche i meno dotati intellettivamente, perché il lavoro è fondativo dell’identità della persona. Ecco perché la società si deve organizzare in maniera tale da garantire a tutti il lavoro.
Si capisce così come cambiano le cose a seconda del punto di partenza che scegliamo: quello del bene totale o quello del bene comune. Si capisce anche perché oggi il furto indiretto non è riconosciuto come furto: perché è furto al bene comune e se io rifiuto il bene comune sottoscrivendo la posizione del bene totale non me ne devo occupare. Tanto è vero che le varie forme di sfruttamento dell’ambiente, del lavoro, delle persone – pensate alle nuove forme di schiavitù, al traffico degli organi umani – quando vengono condannati sotto il profilo giuridico è perché non corrispondono ad un criterio di efficienza e non perché sono la violazione di un diritto umano fondamentale.

Oggi, l’impegno per chi vuole prendere sul serio il VII Comandamento o l’VIII^ Parola nell’originale ebraico è quello di mettersi d’accordo: vogliamo o no reintrodurre nel dibattito pubblico a valenza economica e giuridica il principio del bene comune? Se la risposta è sì, bisogna essere coerenti perché il principio del bene comune non tollera quelle forme di discriminazione di cui ho fatto parola. Ricorderò sempre – mi era accaduto di essere presente – quello che fu l’ultimo discorso in ambito pubblico di Giovanni Paolo II, il 29 novembre del 2004. Pronunciò un discorso fondamentale che non viene mai citato: La discriminazione basata sull’efficienza non è meno disumana della discriminazione basata sulla religione, sull’etnia, sul genere. Una società che consente soltanto ai più dotati di inserirsi e di progredire non è una società a misura d’uomo. E’ importante: se noi non torniamo, come nel passato era stato, al concetto di bene comune non ci sarà molto da aspettarsi. In questa direzione un impegno non può che essere quello di rivedere le regole del gioco, cioè le istituzioni, sia quelle politiche, sia quelle economiche. Se non cambiamo le regole di funzionamento delle istituzioni economiche che oggi sono magna pars nel definire il destino di popolazioni e paesi interi non c’è molto da sperare. Dalla lettura del Comandamento “Non rubare” ricaviamo così anche delle indicazioni di metodo e di azione operativa.
Vorrei chiudere ricordando che nella lingua ebraica c’è una parola che mi ha sempre colpito: tikvà. E’ anche il nome dell’inno nazionale israeliano. Letteralmente vuol dire “speranza”, ma vuol dire anche “corda”, perché la speranza deve essere legata ad una corda, ad una pietra del deserto che viene chiamata “amen” = fede. E’ bello perché sappiamo che nella lingua latina fides – termine che usiamo per dire fede – significa “corda”: la fides era la corda del liuto che doveva essere ben tesa per poter suonare. E’ interessante vedere questo collegamento: la speranza è fondata sulla fede e la fede è una corda. E’ la stessa ragione per cui parliamo di fiducia quando la corda unisce in senso orizzontale una persona all’altra e diventa fede quando la corda è verticale tra l’uomo e la trascendenza. C’è motivo di speranza perché le cose stanno cambiando. Dopo una lunga stagione durante la quale soprattutto i sociologi e i politologi parlavano di secolarizzazione, oggi stiamo assistendo al processo inverso. Si capisce che i tentativi dell’88 e della prima parte del ‘900 di espungere la dimensione del sacro dal dibattito pubblico e dall’agire concreto hanno prodotto disastri e allora ecco perché iniziative come queste, forme di dialogo di un tipo o dell’altro, vanno apprezzate e viste con grande simpatia. 
———
° Oggi si parla della teoria dei Commons, termine inglese per indicare i beni comuni. Il CCC parla di modo di “gestione” che non può essere né privatistica né pubblicistica, ma comune.


Rav Dr. Riccardo DI SEGNI (Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma)

Buonasera e grazie per questa occasione rinnovata di incontro. In senso metaforico e reale l’ultimo intervento e le ultime parole in particolare hanno pizzicato delle corde a cui sono sensibile. Vorrei riprendere l’immagine sulla parola tikvà che indica la tensione, la speranza e anche il filo. Ciò che è comune è la tensione, essere tesi verso qualcosa: la speranza è come il filo che è teso, è ciò che ci fa tendere. Proseguendo su questo cammino, è interessante un altro parallelo linguistico, perché questa radice compare già nelle prime righe del libro della Genesi quando si parla delle acque che devono tendere verso un unico posto e si mostri l’asciutto: forse la radice latina “acqua” è collegata con l’antica radice semitica del tendere. Quindi anche l’acqua e non soltanto la fede sono collegate.
Noi non pensiamo, nell’immediatezza delle cose, quanto è quotidiana la tentazione al furto. Nelle nostre sinagoghe siamo pieni di libri – Pentateuco, libri di preghiere perché i nostri formulari di preghiera sono abbastanza complicati e c’è bisogno di seguirli con dei libri… fanno sempre venire all’orante la tentazione di portarseli via. In una sinagoga romana sul timbro non c’è il nome della sinagoga, ma “questo libro è stato rubato nella sinagoga di…” Questo per dire che esiste non soltanto il furto indiretto, ma anche quello diretto alle cose sacre. Però i maestri dicono molto pietosamente che il furto del libro, se è fatto a scopo di studio è molto più tollerabile del furto del denaro.
Proseguendo su questa linea un po’ ironica, direi che sono grato che si continui in questo contesto una discussione sui Dieci Comandamenti, anche perché siamo stati bombardati all’inizio di questo mese da una serie di considerazioni su un grande quotidiano a diffusione nazionale, scritte da un ex-direttore di un grande quotidiano°° che ha voluto dare la sua personale interpretazione di quello che sta succedendo nel mondo della fede grazie al nuovo Pontefice e ha messo l’indice sul Dio vendicativo e di giustizia che si rivela al mondo con questi Dieci Comandamenti. A suo dire sono soltanto dei doveri e non riconoscono dei diritti, escludono le donne che sono vicine agli animali (!) mentre la vera fede è quella che non soltanto parla del perdono, ma elimina il peccato, quindi soltanto fare una scelta è già una cosa etica.

Tutto questo lascia veramente disorientati e bisogna tornare alle radici, all’essenza di ciò che è comune e condiviso dalle nostre fedi e che trova nei Dieci Comandamenti o le Dieci Parole un riferimento essenziale. Il diritto nel linguaggio biblico non è negato ma nasce dalla forza del divieto. E’ la forza del “non uccidere” che stabilisce il diritto alla vita, è la forza del “non rubare” che stabilisce una serie di diritti e doveri fondamentali che sono uguali per l’uomo e per la donna: alla donna non è consentito rubare o uccidere… Ecco quindi che parlare di questo argomento è molto, molto importante, perché rimette le cose nell’ordine giusto.
Problema: di che cosa parla questa Parola, questo divieto? Esistono diversi tipi di furto. Tecnicamente il furto – questo lo spiega tutta l’esegesi rabbinica – si distingue dalla rapina. Il furto è fatto sottraendo la proprietà ad incoscienza della vittima, mentre se viene compiuto di fronte ai suoi occhi… lo scippo non è un furto, ma un atto violento di sottrazione di proprietà. Quando parliamo di questo “Non Rubare” dunque cosa dobbiamo intendere? Una prima riflessione dei maestri si riferisce al fatto del contesto. Nei Dieci Comandamenti c’è una successione: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare … “Non uccidere” è punito con la pena di morte, almeno teoricamente; “Non commettere adulterio” è punito con la pena di morte che colpisce l’adultero e l’adultera, quindi anche la donna… benché vicina all’animale come direbbe quel famoso direttore, è punita in questo modo. Ma com’è possibile immaginare la pena di morte per il furto? Di furti ce ne sono tanti e quel che dicono i maestri è che in quel contesto si parla di un tipo particolare di furto: il furto della persona – che sia un adulto o un bambino, un uomo o una donna – che viene privata della sua libertà, asservita e venduta. Il reato si configura quando ci sono questi tre passi ed è punito con la pena di morte. La tradizione esegetica dice che tecnicamente l’VIII^ Parola a questo si riferisce. Altri commenti, non strettamente tecnici, ma genericamente esegetici dicono che il paradigma del furto è molto esteso e comprende tante accezioni che vanno dal furto della buona fede nel senso dell’inganno – anche la parola ingannevole è un furto perché è un furto di credibilità – alla cosa più grave che è il furto della persona. In mezzo ci sono tante altre specie di furto, specificamente dettagliate in tante normative. Ciascuna di queste specie di furto è accompagnata da una sanzione differente: per es. il furto della proprietà terriera attraverso la falsificazione dei documenti di proprietà viene sanzionato con la restituzione del maltolto, laddove il furto di denaro viene sanzionato con la restituzione del doppio di quanto è stato rubato; il furto di animali, l’abigeato, le sanzioni moltiplicano per quattro o per cinque: quattro pecore per una pecora rubata, cinque buoi per un bue rubato. Perché per una pecora quattro e per un bue cinque? I maestri entrano nelle sottigliezze e dicono che per rubare una pecora è possibile caricarsela sulle spalle, mentre il bue camminerà da solo… quindi il ladro faticherà di meno… Il bue, a differenza della pecora, lavora e il suo furto comporta sottrazione di forza lavoro. Quindi il danno è maggiore.

Abbiamo dunque un’ampia accezione di significati. Dal punto di vista linguistico viene notato e proposto che la radice della parola furto è vicina – come suono – a quella che significa “ala, la cosa che sta dietro ed è marginale”: il verbo rubare avrebbe quindi il significato di mettere qualcosa da parte, nasconderla, metterla a lato, sottrarla alla vista diretta.
E’ interessante riflettere anche sulle accezioni del termine “rubare” nel testo biblico. Se guardiamo alla frequenza della radice di questa parola, notiamo una sua concentrazione e di casistiche intorno ad essa in due capitoli affiancati della Genesi, 30 e 31, che riguardano la storia del patriarca Giacobbe. Quando faceva il pastore per il suocero Labano, se gli veniva sottratta una pecora che custodiva la ripagava. Giacobbe si lamenta dicendo di essere stato sfruttato (è il passivo del rubare) di giorno e di notte. La moglie di Giacobbe commette un furto: sottrae di nascosto i terafim, gli idoli familiari, al padre e non glielo dice, glieli nasconde … è un episodio abbastanza oscuro. I maestri tengono a giustificare la matriarca dicendo che ha agito in questo modo per sottrarre l’idolatria al padre, ma è una spiegazione di tipo misericordioso… Quando poi si passa ai figli di Giacobbe, troviamo il dramma del furto della persona.
Nella riflessione morale, esegetica dell’ebraismo il popolo ebraico si fa l’autoanalisi delle colpe. Al popolo ebraico vengono addossate nel corso della storia ogni tipo possibile di colpe immaginabili. Il popolo ebraico quando fa l’autocritica si rappresenta con due colpe fondamentali: quella del vitello d’oro relativa al rapporto con Dio, il dramma del tradimento nei confronti di Dio, e quella della vendita di Joseph come schiavo. Abbiamo qui i prototipi di colpa fondamentale: tradimento verso Dio e tradimento verso il fratello.
E’ interessante anche il fatto che quando si parla del reato di asservimento in schiavitù e vendita di una persona, rappresentato in Dt 24, 7, si parla del fratello ebreo che non può essere venduto. La domanda è: il reato si configura solo per il correligionario – concittadino o è più esteso? L’esegesi discute su questo. Maestri importanti ritengono che il reato riguardi tutti quanti. E’ un discorso molto importante e trasgredito da tutte le religioni perché mercanzia di schiavi l’anno fatta ebrei, cristiani nelle varie accezioni, musulmani, ma a voler applicare questa norma tradizionale non c’è nulla di più proibito di questo. Anche se oggi denunciamo nuove forme di schiavitù dobbiamo rendere atto che la civiltà ha fatto enormi progressi arrivando alla abolizione della schiavitù.

Vorrei introdurre una riflessione partendo da un episodio talmudico interessante, sia perché è divertente, sia per le sue implicazioni. Si tratta di un episodio narrato nel primo trattato del Talmud, Berachot 5b. E’ una storia che riguarda Rav Huna, maestro molto importante vissuto quasi ottant’anni, in Babilonia, capo dell’Accademia di Sura, persona estremamente autorevole non solo per la dottrina ma anche come esempio di comportamento morale corretto. Il fatto di essere un modello non salvava maestri come lui dalle critiche, anzi li esponeva ad esse. Malgrado fosse di famiglia abbastanza nobile era stato in gioventù piuttosto povero, ma lavorando era diventato ricco. Un giorno gli capitò una sciagura economica: produceva del vino e si racconta che 400 suoi otri – una cosa enorme! – diventarono aceto. Mentre era tutto preoccupato per gestire questa situazione vennero a trovarlo alcuni colleghi che gli dissero: “Cerca di pentirti”. Il ragionamento era: sei stato punito per qualcosa di scorretto che hai fatto. La sua reazione fu: “Ma come vi permettete di sospettarmi?”. E la risposta dei maestri: “Come ti permetti tu di sospettare Colui che è il Giudice corretto?”. Il Giudice corretto è Dio: se manda una punizione evidentemente lo fa a ragione. Rav Huna capisce allora che qualcosa c’era e chiese quale notizia stesse circolando, quali fossero le chiacchiere… “La cosa di cui sei accusato – gli risposero – è che tu non dai al tuo mezzadro una determinata parte del raccolto”. La regola infatti era che con il mezzadro non soltanto doveva spartire il vino, ma anche l’uva raccolta. La risposta di Rav Huna fu: “Ma il mezzadro se la ruba già per conto suo!”. E i maestri risposero con un proverbio: chi ruba da un ladro assapora il sapore del furto. Rav Huna imparò la morale e da quel momento stabilì delle regole precise per la divisione dei prodotti col mezzadro che comunque non era un galantuomo. Il racconto si chiude in bellezza … ci sono due finali … in una l’aceto si ritrasforma in vino, nell’altra sul mercato improvvisamente le azioni dell’aceto crescono! Questa storia suggestiva serve a dire che accanto alla parte giuridica relativa alle regole sul furto, la tradizione rabbinica insiste sugli aspetti morali dai quali nessuno è esentato.

Il messaggio fondamentale che viene dalla Bibbia è stato già esposto nella precedente relazione. Il divieto del furto serve ad affermare il diritto alla proprietà, ma questo diritto – come ci ha detto il prof. Zamagni – non è un diritto assoluto: siamo soltanto degli affidatari dei beni. I maestri dicono – ed è per questo che all’inizio dell’anno liturgico, nel capodanno e nel giorno di Kippur, facciamo una preghiera speciale per il sostentamento – che in cielo decidono quanto tu potrai avere e il tuo bilancio è già approvato. La nostra vita economica è fondamentale: nell’ebraismo non c’è esaltazione della povertà. Bisogna distinguere tra ricchezza e disonestà, cose che non necessariamente vanno insieme. Comunque il tema fondamentale è quello della differenza tra l’avere e l’essere: la crescita della persona non è in quanto ha ma in quanto è.
 

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°°Nota del redattore: si fa riferimento a La Repubblica e a Eugenio Scalfari

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