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“Possa il suo ricordo essere benedetto” Zikronò Livrachà,

“Possa il suo ricordo essere benedetto” Zikronò Livrachà,

Comunità Ebraica di Roma

In occasione del cinquantesimo anniversario dalla scomparsa,
ricordiamo
Elena Ravenna z.l.
(Zikronò Livrachà, “Possa il suo ricordo essere benedetto”)
Direttrice della Scuola Ebraica Vittorio Polacco dal 1928 al 1964
Saluti
Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma
Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Interviene
Milena Pavoncello
Coordinatrice delle attività didattiche ed educative
della Scuola Primaria Ebraica Vittorio Polacco
“Costruire, difendere, ricostruire:
Elena Ravenna direttrice della scuola ebraica in due epoche”
Porteranno la loro testimonianza
Emma Alatri, Andrea Lattes, Marta Lattes
Modera
Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio Storico
della Comunità Ebraica di Roma “Giancarlo Spizzichino”
Mercoledì 13 settembre 2017, ore 17.00
Palazzo della Cultura, via del Portico d’Ottavia 71, Roma
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PROGRAMMA/Giornata Europea della Cultura Ebraica: Roma e Lazio

PROGRAMMA/Giornata Europea della Cultura Ebraica: Roma e Lazio

Dal 10/09/2017 11:48 al 11/09/2017 00:01

Storia, luoghi e tradizioni degli ebrei attraverso centinaia di eventi tra visite guidate a sinagoghe, musei e quartieri ebraici, spettacoli, mostre, concerti, degustazioni kasher e altri appuntamenti culturali, è l’XVIII Giornata Europea della Cultura Ebraica che tra Roma, Ceprano, Fiuggi e Fondi domenica 10 settembre attraverso il tema “La Diaspora. Identità e dialogo” si racconterà un pezzo di storia del nostro paese.
L’evento, giunto alla diciottesima edizione, è coordinato e promosso nel nostro Paese dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, parte di un network internazionale al quale aderiscono quest’anno trentacinque Paesi europei.
ROMA avrà luogo un fitto programma di eventi nell’antico quartiere ebraico e in altre suggestive location cittadine.
Si parte al mattino con le visite guidate, in italiano e inglese, al Tempio Maggiore, al Tempio Spagnolo e al Museo Ebraico (ingresso in Via Catalana/Largo XVI ottobre), a partire dalle ore 10.00 e fino alle 18.00. Sono inoltre previste visite all’ex Ghetto, dalle 11.00 alle 17.00. Visite guidate anche all’antica Sinagoga di Ostia Antica, risalente al II secolo, sita nel complesso archeologico, alle ore 12.30.

Iniziative si terranno anche alla Casina dei Vallati (Via del Portico d’Ottavia, 29), sede della Fondazione Museo della Shoah, con l’inaugurazione, alle 10.30, della mostra fotografica “Vedere l’altro, vedere la Shoah” a cura di Paolo Coen. Intervengono Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, Donata Levi dell’Università degli Studi di Udine.

Segue, alle 17.00, la presentazione delle collane “La Memoria e la Storia”, a cura di Paolo Coen e “Il tempo, la storia, la memoria”, a cura di Clara Ferranti e Paolo Coen. Previsti i saluti di Mario Venezia, di Giorgia Calò, Assessore alla Cultura ed Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, di Luciano D’Amico, Magnifico Rettore dell’Università di Teramo, di Francesco Adornato, Rettore dell’Università di Macerata, di Giuseppe Passarino, Pro-Rettore alla Ricerca dell’Università della Calabria. Intervengono Franco de Renzo e Giovanni Quer. Modera Roberto Finzi.

Alle 13.15, laboratorio artistico “My hebrew letter” nei locali di Via Publicolis, 47, per imparare le lettere dell’alfabeto ebraico nella Diaspora, con Gabriele Levy.

Presso la Galleria d’Arte Moderna Simone Aleandri (Piazza Costaguti, 12), alle 18.30 si inaugura la mostra fotografica, allestita con le foto vincitrici del concorso “Esodi. Ebrei di Libia, dalla fuga a oggi”. La serie di appuntamenti della Giornata si concludono al Palazzo della Cultura (Via del Portico d’Ottavia, 71), con una serie di incontri.

Alle 19.00, dialogo sul tema “Gerusalemme/Roma/Gerusalemme. Culture, storie e tradizioni ebraiche a Roma”, con il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, Claudia Fellus, Gabriella Yael Franzone, Giulia Mafai, Nicolò (Miki) Sagi Schlesinger, modera Claudio Procaccia.

Segue, alle 20.00, la presentazione del libro di Domitilla Calamai e Marco Calamai De Mesa “La mantella rossa”, con intervento del giornalista e scrittore Pierluigi Battista e con gli autori.

Si chiude, alle 21.30, con il concerto “Kan uMakan. C’era una volta… Tripoli e dintorni”, con la cantante Miriam Meghnagi, accompagnata da Carlo Cossu (violino e vocal overtones), Nicola Puglielli (chitarra ed effetti), Simone Pulvano (tamburi a cornice, riq, darbuka, cajon) e Saleh Tawil (‘ud e voce).

Appuntamenti si svolgeranno anche al Centro Ebraico Il Pitigliani (Via Arco de’ Tolomei, 1), dalle 11.30 alle 16.30, con l’evento “Essere ebreo a New York da Varsavia”, conversazioni sulle diverse declinazioni dell’ebraicità. Alle 11.3′, si parla di Varsavia con Lucyna Gebert, Olek Mincer e Marta Saracyn. Dopo il pranzo a tema, si parlerà di New York con Hanna Acanfora Torrefranca, Laurie Kalb e Michael Orbach.

A Roma, la Giornata Europea della Cultura Ebraica inizia in concomitanza con la Notte della Cabbalà e con il Festival di Letteratura e Cultura Ebraica, la quattro giorni di incontri culturali che si svolge al Portico d’Ottavia.

Diverse iniziative sono previste nel basso Lazio.
Si parte da CEPRANO (FR), con visite guidate alla scoperta dell’antica presenza ebraica di Ceprano, dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 16.00 alle 19.00. Punto di partenza e ritrovo in Piazza Martiri di Via Fani.

Un articolato programma è previsto a FIUGGI (FR), dove si parte già sabato 9 settembre, alle ore 21.30, presso Villa Besso (Via E. Besso), con il racconto di una famiglia in Diaspora, nel libro “Un aschenazita tra Romania ed Eritrea” di Dova Cahan. Interverrà l’autrice, intervistata da Pino Pelloni.

Domenica 10 settembre, alle ore 10.00, presso la Sala Consiliare del Palazzo comunale (Piazza Trento e Trieste), presentazione del libro “Ebreo chi? Sociologia degli ebrei italiani” di Giorgio Pacifici, e assegnazione del premio Menorah di Anticoli, alla figura di Herscu Saim Cahan, che ritirerà la figlia Dova Cahan.

Iniziative anche a FONDI (LT), dove alle 10.00 si aprirà la Giornata con i saluti del Sindaco Salvatore De Meo e dell’Assessore alla Cultura Beniamino Maschietto, e con interventi di Lucio Biasillo, Crescenzo Fiore, Giovanni Pesiri.
A seguire, visite guidate dell’ex quartiere ebraico (“Giudea”), con partenza da Piazza Elio Toaff, e visita al locale Museo Ebraico.

Per maggiori informazioni: www.ucei.it/giornatadellacultura

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Giornata Europea della Cultura Ebraica

Giornata Europea della Cultura Ebraica

Tra identità e dialogo

di Noemi Di Segni, Presidente Unione Comunità Ebraiche Italiane
La Giornata Europea della Cultura Ebraica coinvolgerà quest’anno, in Italia, ben ottantuno località da nord a sud, dove si terranno centinaia di appuntamenti culturali. Un evento promosso con crescente successo dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, a testimoniare la diffusa richiesta di conoscenza e approfondimento sull’ebraismo, che da diciotto anni tentiamo di soddisfare con una grande manifestazione di apertura e partecipazione. Un appuntamento importante, in un periodo nel quale la necessità di costruire percorsi di dialogo tra le diverse fedi che compongono il mosaico culturale della nostra società è sempre più stringente.
L’edizione 2017 si presenta con un tema forte e incisivo, che accomuna le iniziative nei trentacinque Paesi europei che aderiscono, dal titolo “Diaspora: Identità e dialogo”.
Questo tema pone subito al centro dell’attenzione l’importanza della Terra d’Israele, verso la quale il popolo ebraico si incammina nel lungo esodo dall’Egitto, e verso la quale continuerà a guardare nei millenni a venire. Lo sguardo verso Israele caratterizza infatti la vita ebraica in Diaspora (che in ebraico si chiama “galuth”, “esilio”): un fenomeno questo che richiama gran parte del vissuto del popolo ebraico, costretto a vivere in tanti Paesi diversi a seguito della dispersione iniziata con la distruzione del Primo Tempio ad opera dei Babilonesi nel 586 a.e.v., e reiterata con la distruzione del Secondo Tempio e la presa di Gerusalemme da parte dei Romani nel 70.
Ulteriori passaggi, che in modo ancora diverso hanno perpetuato la Diaspora, sono stati la cacciata dalla Spagna nel 1492, e i diversi altri esili, di maggiore o minore entità, che hanno costretto gli ebrei a fuggire periodicamente da Paesi e aree geografiche. Fino ad arrivare alla cacciata dai Paesi arabi a seguito della Guerra dei Sei Giorni, un esodo pressoché dimenticato avvenuto appena cinquant’anni fa, che vide l’espulsione di centinaia di migliaia di persone da luoghi in cui vivevano da secoli.

Viene da chiedersi dove abbia portato questo lungo, doloroso, travagliato percorso. Di sicuro, al dipanarsi di una peculiare vicenda umana, quella di un popolo privato della sua Terra per quasi due millenni, ma che è riuscito a rimanere straordinariamente coeso intorno a un Libro, la Torah, dal quale proviene la propria concezione religiosa, etica e filosofica della vita. Non più solo una Terra in cui risiedere, dunque, ma un “luogo ideale” a cui anelare e sul quale concentrare preghiere e speranze, guidati dallo studio della Torah, da cui deriva poi il corposo insieme della tradizione orale, nella vita quotidiana e religiosa in terre vicine e lontane.
Il fenomeno ha coinvolto profondamente anche l’Italia, e in particolar modo il Meridione. Dove comunità ebraiche risiedevano da tempi molto antichi, dove esistevano una gran quantità di importanti centri di vita ebraica e di studio, e da dove furono espulsi sul finire del XV secolo, a causa degli editti dei regnanti spagnoli Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, i cui domini comprendevano buona parte del sud Italia.
Solo oggi, dopo molto tempo, l’ebraismo al sud sta vivendo un processo di graduale rinascita, di cui siamo molto felici. Pochi mesi fa, a Palermo, la locale Diocesi ha messo a disposizione dell’attivo e vivace gruppo degli ebrei palermitani un ex Oratorio, Santa Maria del Sabato, per farlo diventare una Sinagoga. Una notizia che abbiamo accolto con grande approvazione, e che ci ha spinto a scegliere la Sicilia quale luogo centrale delle iniziative di quest’anno, e Palermo quale città dove inaugurare la manifestazione.

Una diffusa richiesta di approfondimento, si diceva. Che percepiamo chiaramente, perché la storia ebraica, al sud come al nord, è parte integrante della storia d’Italia. Ed è evidente l’interesse di tante persone, che siamo lieti di poter accompagnare alla scoperta di una Sinagoga, di un museo o per le strade di un antico quartiere ebraico.
Un interesse che è per noi un segnale bello e importante, da ricordare ogni volta che leggiamo notizie allarmanti relative al pregiudizio e al razzismo, anche nei confronti dei migranti che con occhi pieni di speranza approdano sulle nostre coste. Con quali terribili difficoltà attraversano mari e deserti? Cosa trasmettiamo loro, del nostro lungo vissuto? E come si pongono le nostre Istituzioni, nazionali ed europee, di fronte a questa immensa sfida?
Siamo di fronte a un fenomeno epocale, che ci costringe a confrontarci con il rispetto per l’Altro, con l’importanza di imparare la convivenza nella “diversità”.
Anche una manifestazione come la Giornata, allora, può fare la sua parte. Perché siamo convinti che la diffusione della cultura sia il principale strumento per contrastare il periodico riemergere di antiche violenze e di nuovi estremismi. Nell’idea che la società contemporanea non possa fare a meno della pluralità delle sue voci e delle sue culture, provenienti da tanti luoghi diversi.
Noemi DI Segni
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Ebraismo e Chiesa Cattolica a cinquant’anni dalla Nostra Aetate

Ebraismo e Chiesa Cattolica a cinquant’anni dalla Nostra Aetate

“Cattolici: alleati, amici, fratelli” 
Lo storico documento dei rabbini

Pubblicato in Attualità il ‍‍31/08/2017 – 9 אלול 5777

Un passo storico, a distanza di cinquant’anni dalla Nostra Aetate, nell’impegno del Dialogo tra Ebraismo e Chiesa cattolica è stato fatto nelle scorse ore. Il documento (clicca qui per scaricarlo) presentato oggi in Vaticano a papa Bergoglio da una delegazione formata da tre delle principali istituzioni rabbiniche internazionali – la Conferenza dei rabbini europei, il Rabbinato centrale d’Israele, il Consiglio rabbinico d’America – ha infatti un valore fondamentale nei rapporti tra le due realtà. Per la prima volta infatti il rabbinato ortodosso internazionale ha dato un risposta unitaria sul tema del Dialogo interreligioso con la Chiesa cattolica. “Nonostante le inconciliabili differenze teologiche, noi ebrei consideriamo i cattolici come nostri partner, come stretti alleati, amici, fratelli nella comune ricerca di un mondo migliore che sia benedetto dalla pace, dalla giustizia sociale e dalla sicurezza”, si legge nel documento intitolato “Tra Gerusalemme e Roma – Riflessioni sui 50 anni dalla Nostra Aetate” e consegnato al pontefice dalla delegazione di cui facevano parte, tra gli altri, rav Pinchas Goldschmidt, rabbino capo di Mosca e presidente della Conferenza dei rabbini europei, il vicepresidente e rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni, rav Ratzon Arusi, presidente della Commissione del Rabbinato centrale d’Israele per i Rapporti religiosi, rav Elazar Muskin, presidente del Consiglio rabbinico d’America.

Nel testo, da una parte si ricordano le sofferenze patite per secoli dalla minoranza ebraica a causa dell’antisemitismo di matrice cristiana, dall’altra i grandi passi avanti fatti dalla Chiesa nel riconoscere le proprie responsabilità, culminate nella Nostra Aetate (1965): dichiarazione con cui cinquant’anni fa la Chiesa “ha iniziato un processo di introspezione che ha sempre più spogliato la sua dottrina da qualsiasi ostilità verso gli ebrei, consentendo di far crescere fiducia e amicizia tra le nostre rispettive comunità di fede”, si legge nel documento dei rabbini. “È stato un momento di valenza storica – spiega a Pagine Ebraiche rav Goldschmidt – Mai prima d’ora all’interno del mondo ortodosso si è era dimostrata una tale trasversale unità, con la partecipazione dell’Europa, d’Israele e America, sul tema del dialogo con la Chiesa”. Nel documento – su cui c’è stato un lavoro di due anni- presentato a Bergoglio non si parla solo del passato e dei passi avanti fatti, ma si guarda anche al futuro. “La libertà religiosa è sempre più minacciata ed ebrei e cattolici hanno un doppio fronte comune contro cui combattere: da una parte l’estremismo secolare dall’altro quello religioso”, prosegue il presidente della Conferenza dei rabbini europei, citando da una parte quei movimenti xenofobi che colpiscono le libertà religiose e confondono ad esempio l’Islam come religione con il radicalismo, dall’altra proprio la minaccia della versione estremizzata e distorta dell’Islam, “che fa vittime in Medio Oriente e in tutto il mondo”.

“Il documento rappresenta la possibilità di fare insieme alla Chiesa delle cose concrete nel mondo”, spiega poi rav Di Segni, tra i protagonisti dell’incontro con Bergoglio in mattinata. Incontro che il rav definisce “molto cordiale”. “Ma quello che è importante è ciò che c’è dietro: una parte molto rilevante dell’ebraismo ortodosso ha trovato un accordo e prodotto un testo condiviso sul Dialogo, riparando anche a documenti usciti in passato che contenevano aspetti discutibili dal punto di vista dottrinale”. Il rabbino capo della Capitale rileva poi come la risposta ebraica alla Nostra Aetate sia importante perché “la produzione in campo ebraico sul tema del rapporto con la Chiesa è decisamente minore rispetto a quella nella direzione opposta (la produzione della Chiesa in merito al rapporto con l’ebraismo)”. “La distanza teologica c’è e non può essere colmata”, ribadisce il rav, sottolineando d’altra parte che questa non è un ostacolo per agire su altri fronti.
Sull’altro versante, quello cattolico, è padre Norbert Hofmann, segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, ha raccontare le sue impressioni. “Da parte nostra questo documento è stato accolto con grande calore, come un piccolo miracolo. Mai prima d’ora tre organizzazioni rabbiniche ortodosse avevano parlato in modo unitario e così positivo della promozione del Dialogo. Leggere parole come ‘stretti alleati, amici, fratelli’ è molto importante”. Durante l’incontro Bergoglio ha ricordato come il documento “ riconosce che ‘nonostante profonde differenze teologiche, Cattolici ed Ebrei condividono credenze comuni’ e ‘l’affermazione che le religioni devono utilizzare il comportamento morale e l’educazione religiosa – non la guerra, la coercizione o la pressione sociale – per esercitare la propria capacità di influenzare e di ispirare’. È tanto importante questo: possa l’Eterno benedire e illuminare la nostra collaborazione perché insieme possiamo accogliere e attuare sempre meglio”. E del contributo di Bergoglio nei rapporti con il mondo ebraico, parla invece rav Ratzon Arusi, presidente della Commissione del Rabbinato centrale d’Israele per i Rapporti religiosi, che ricorda le parole del pontefice sul moderno antisemitismo. “Bergoglio ha riconosciuto la nuova forma di antisemitismo, ovvero quella diretta ad attaccare e delegittimare Israele”, ha spiegato rav Arusi, rimarcando l’importanza di questo passaggio. “Il nostro impegno con la Chiesa deve poi fare i modo di mobilitare più persone possibili – aggiunge Arusi – affinché cessi questo odio costante verso l’altro, verso lo straniero”.

Daniel Reichel @dreichelmoked

(31 agosto 2017)

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La Stele di Merneftah

La Stele di Merneftah

Succede oggi al Cairo

Angela Polacco Lazar

Stele di Merneftah
La Stele di Merneftah e’ l’unico riferimento extrabiblico che si riferisce a ISRAELE.
Al Cairo le autorità del Museo ( e politiche), hanno deciso di cancellare nelle didascalie che spiegano la storia di questo reperto, ogni riferimento al termine geroglifico che si riferisce a Israele. La motivazione : non rendersi complici della storia inventata dai sionisti per giustificare a fini propagandistici la loro presenza in questa parte di mondo!
Secondo gli studiosi, il faraone Merneftah era il 13° figlio di Ramses II e regnò all’incirca dal 1212 al 1202 a.E.V., verso la fine del periodo dei giudici in Israele. Nelle ultime due righe della stele si legge: “Canaan è privato di ogni sua malvagità; Ashqelon è deportato; ci si è impadroniti di Ghezer; Yanoam è come se non fosse più; Israele è annientato e non ha più seme”.
Il saggista Hershel Shanks così si esprime circa l’importanza di questa iscrizione : “La stele di Merneptah mostra che nel 1212 a.E.V. esisteva un popolo chiamato Israele, e che il faraone d’Egitto non soltanto lo conosceva, ma riteneva pure un vanto il fatto di averlo sconfitto in battaglia”. William G. Dever, docente di archeologia del Vicino Oriente, commenta: “La stele di Merneptah dichiara inequivocabilmente: In Canaan esiste un popolo che chiama se stesso ‘Israele’ e che quindi è chiamato ‘Israele’ dagli egiziani, i quali in fin dei conti non sono certo influenzati dal testo biblico e non possono avere inventato questo specifico popolo chiamato ‘Israele’ unicamente per i propri scopi propagandistici”.
Nella Tora’- Pentateuco il termine “Israele” compare per la prima volta quando questo nome viene dato al patriarca Giacobbe. I discendenti dei 12 figli di Giacobbe furono chiamati “i figli d’Israele”. (Genesi 32:22-28, 32; 35:9, 10) Anni dopo, sia Mosè che il faraone d’Egitto usarono il termine “Israele” per indicare i discendenti di Giacobbe. (Esodo 5:1, 2)

a cura di Vittoria Scanu
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Shelàkh: Il tekhèlet e il ritorno dall’esilio // di Micol Mieli

Shelàkh: Il tekhèlet e il ritorno dall’esilio // di Micol Mieli

La parashà di Shelàkh si conclude con la mitzvà del Tzitzìt, come è scritto: “Parla ai figli d’Israele e dirai loro di farsi delle frange agli angoli delle loro vesti per le loro generazioni e mettano sulla frangia dell’angolo un filo di lana di color tekhèlet(azzurro). Queste saranno le vostre frange e quando le vedrete, ricorderete tutte le mitzvòt dell’Eterno per osservarle . E non andrete errando dietro al vostro cuore e ai vostri occhi, che vi hanno condotto a immoralità (Bemidbàr, 15:38-39).

Rashi (Troyes, 10149-1105) nel suo commento scrive che la Torà menziona il cuore e gli occhi perché gli occhi vedono, il cuore brama e il corpo commette le trasgressioni. 

Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nella Guida dei Perplessi (I:39) per spiegare il significato della parola “cuore” nella Torà, scrive: “Lev” (cuore) è un termine equivoco. Denota il cuore, cioè quell’organo del corpo nel quale si trova la vitalità di ogni essere che ha un cuore […]. Il termine è usato in modo figurativo per designare il centro di ogni cosa […]. È anche un termine che denota il pensiero […]. E in questo senso è detto “E non andrete errando dietro il vostro cuore” che significa “non seguirete i vostri pensieri”.   

Il Nachmanide (Gerona, 1194-1270, Acco) nel suo commento scrive che le parole “Non andrete errando dietro ai vostri occhi e ai vostri cuori” vengono per avvertire di non uscire dalla retta via. Egli cita il Midràsh Sifrì (15:70) nel quale i Maestri insegnano che l’espressione “il vostro cuore” denota l’eresia e le parole “che vi hanno condotto a immoralità” denotano ‘avodà zarà (culto estraneo, idolatria). E “dietro ai vostri occhi” è la fornicazione.

R. Chayim Volozhin (Belarus, 1749-1821), che fu il principale discepolo del Gaon di Vilna, nel commento ai Pirkè Avòt (Massime dei Padri, 3: 1) afferma che i colori bianco e azzurro dei tziztiòt hanno un significato allegorico (rèmez). Il colore bianco è un rèmez delle mitzvòt proscrittive, di quelle che ci proibiscono di fare qualcosa, e prende spunto dal versetto di Kohèlet che dice: “I tuoi vestiti siano sempre bianchi” (Ecclesiaste, 9:8), cioè puliti, senza peccato. Il colore azzurro si riferisce alla mitzvòt prescrittive, a quelle che ci obbligano a fare qualcosa. Da quando i bizantini distrussero le fabbriche di tekhèlet sulla costa di Eretz Israel e il colore tekhèlet non è disponibile, il segno che ci ricorda le mitzvòt prescrittive sono i tefillìn che si posano sulla testa.

R. Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston), discendente di R. Chayim Volozhin, nel volume appena pubblicato di Mesoràs Harav su questa parashà, afferma che i colori bianco e blu rappresentano l’approccio dell’uomo nei propri confronti e nei confronti del mondo che lo circonda. In modo simbolico il colore bianco rappresenta chiarezza e razionalità. Il profeta Yesha’yà riferendosi alla forza dellaTeshuvà e al perdono divino, parla del colore bianco come simbolo di purezza: “Anche se i vostri peccati fossero come lo scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come la porpora, diventeranno come la lana (Isaia, 1:18). Nel linguaggio talmudico la parola aramaica per “bianco” è “chavar” o “mechuvar” che significa “chiaro” o “dimostrato”.

Il colore tekhèlet è tutto il contrario.  I maestri nel Talmud babilonese (Sotà, 17a) insegnano che “Il tekhèlet assomiglia al mare,  il mare assomiglia al cielo e il cielo assomiglia al trono celeste”. Il colore tekhèlet rappresenta la distanza e l’irraggiungibilità. Il cielo blu è molto distante. Il mare blu è vasto e senza fine e il trono divino è di là dell’universo. I Maestri denotano con tekhèlet tutto quello che non possiamo raggiungere, che è al di là del nostro controllo e che per noi è  misterioso. Mentre il colore bianco rivela quello che è chiaramente percettibile, il tekhèlet si riferisce a una sfera che può essere compresa solo vagamente.

Nella nostra vita privata abbiamo tutti dei periodi in cui tutto è razionale, ben pianificato e prevedibile, nei quali abbiamo l’impressione di controllare gli eventi. Vi sono invece altri periodi nei quali quello che accade è misterioso e ci lascia perplessi. La dura realtà ci appare talvolta bizzarra e irrazionale. Ci lascia stupefatti, scioccati  e senza spiegazioni. Questo è il tekhèlet dell’esperienza umana. Se la storia ebraica fosse controllata dal colore bianco, non avremmo bisogno di combattere per la terra d’Israele. Dal punto di vista della ragione e della geografia i nostri sforzi contro probabilità imprevedibili sono roba da pazzi. Costruire una patria in mezzo a un mare di gente che ci odia non è una cosa razionale. Con tutto ciò noi combattiamo perché questa terra ci è stata promessa quattromila anni fa. Solo un popolo sostenuto dal tekhèlet può essere motivato a ricostruire uno stato dopo duemila anni di esilio.

Shelàkh: Il tekhèlet e il ritorno dall’esilio

in: Blog/News | Pubblicato da: Micol Mieli

della Comunità Ebraica di Roma

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Il Credo ebraico – Confessione di fede di Mosè Maimonide

Il Credo ebraico – Confessione di fede di Mosè Maimonide

Ciò che gli ebrei credono

1. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, ha creato e guida tutte le creature; e lui solo ha fatto, fa e farà ogni cosa.
2. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è unico e che in nessun modo esiste unità come la sua e che lui solo fu, è e sarà il nostro Dio.
3. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è incorporeo e che non ha determinazioni corporee e non ha alcuna figura.
4. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è il primo e I’ultimo.
5. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, è il solo a cui rivolgere la preghiera e che non si deve pregare nessuno al di fuori di lui.
6. Io credo con fede piena che  tutte le parole dei profeti sono verità.
7. Io credo con fede piena che la profezia di Mosè, nostro maestro, su di lui sia la pace, è stata veritiera e che egli è stato il più grande dei profeti, sia quelli prima di lui sia quelli dopo di lui.
8. Io credo con fede piena che tutta la Torà, ora in nostro possesso, è quella data a Mosè, nostro maestro, su di lui sia la pace.
9. Io credo con fede piena che questa Torà non sarà mutata e che non ci sarà un’altra Torà data dal Creatore, sia benedetto il suo nome.
10. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, conosce ogni azione degli uomini e ogni loro pensiero, come è detto: “Lui solo ha plasmato il loro cuore e conosce tutte le loro opere”.
11. Io credo con fede piena che il Creatore, sia benedetto il suo nome, compensa coloro che osservano i suoi precetti e punisce coloro che trasgrediscono i suoi precetti.
12. Io credo con fede piena nella venuta del messia, e anche se egli tarda, con tutto ciò lo attenderò ogni giorno finché verrà.
13. Io credo con fede piena che i morti torneranno a vivere, quando lo deciderà il Creatore, sia benedetto il suo nome.

Sia benedetto il suo nome e sia esaltata la sua menzione per tutti i secoli dei secoli. 

Confessione di fede di Mosè Maimonide

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il “Sacro” nell’ebraismo/ di Rav Elio Toaff

il “Sacro” nell’ebraismo/ di Rav Elio Toaff

Per poter comprendere la posizione dell’ebraismo riguardante la concezione del sacro in generale e della sacralità dello spazio in particolare è necessario rifarsi soprattutto alla Bibbia. 

E’ qui infatti che si ritrova il concetto di sacro riferito ad ambiti diversi.

Nel libro dell’Esodo troviamo esempi assai illuminanti a proposito del significato che ha il luogo dello spazio sacro. E’ noto come nel secondo capitolo di quel libro viene riferito il famoso episodio relativo alla rivelazione della Divinità a Mosè attraverso il “roveto ardente”. Ebbene ad un certo punto si dice: “Togliti le scarpe dai tuoi piedi perché il luogo dove tu stai è uno spazio sacro”. Secondo l’esegesi più ricorrente, questo luogo sarebbe da identificare con il monte Sinai, il luogo ove successivamente sarebbe avvenuta la teofania e la promulgazione della Torà, la Legge morale. Appare assai indicativo come la coscienza della sacralità del luogo, non sia sfociata in un particolare rapporto con quello stesso spazio. Si direbbe che il luogo, assolto il suo ruolo di ospitare la rivelazione divina, sia ritornato alla sua naturale normalità. Da qui e da altri esempi, si può dedurre come l’ebraismo, a differenza di altre religioni non concepisca la sacralità dello spazio, ovvero qualcosa dotato di particolari influenze oppure ritenuto medium di particolari rapporti soprannaturali.

Invece il luogo mantiene una certa “specialità” tutto ii tempo che quello è chiamato a
svolgere un determinato ruolo oppure partecipa ad un evento straordinario carico di valenza spirituale e religiosa. I luoghi sono tuttavia meritevoli di rispetto, dignità ed onore per quello che essi rappresentano e non hanno quindi un valore intrinseco e totemico.
Al contrario, l’ebraismo sente molto forte la sacralità legata al tempo, ovvero la dimensione particolare che hanno certi momenti riguardanti la celebrazione delle festività e delle solennità del calendario ebraico.
Insegnano i Maestri ebrei che tre persone riunite insieme e che ragionano intorno a cose sacre, la divinità si trova in mezzo a loro; così pure dieci persone che si riuniscono costituiscono tutti insieme una “sacra comunità”nucleo iniziale e fondamentale della società.
Racconta un apologo ebraico che dal momento in cui è stato distrutto il Santuario di 
Gerusalemme, che agli occhi di ogni individuo simboleggiava la presenza del divino in mezzo agli uomini, la stessa divinità si ritrova attualmente in ogni casa di studio e di preghiera, come a dire che la sacralità dello spazio avviene grazie all’approfondimento e alla meditazione intorno agli argomenti di per sé sacri. 

Rav Elio Toaff

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AccaddeOggi:Roma/Tempio Maggiore-5 giugno 1944/5 giugno 2017

AccaddeOggi:Roma/Tempio Maggiore-5 giugno 1944/5 giugno 2017


Il 5 giugno del 1944, all’indomani della Liberazione di Roma, il soldato americano Aron Colub ruppe i sigilli che erano stati posti al Tempio Maggiore dai nazisti. Quattro giorni dopo, ripresero le funzioni religiose nella commozione di una Comunità dilaniata dalle persecuzioni e dalle deportazioni nazifasciste. 


Oggi la Comunità ebraica di Roma è la più numerosa e florida d’Italia, attaccata alle tradizioni, alla cultura e alla religione anche più di prima. Oggi la Comunità ebraica di Roma ha quintuplicato il numero di sinagoghe presenti nella Capitale, luoghi dove le preghiere predicano la pace e la cultura è protagonista.

A cura di Vittoria Scanu 
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