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In morte di Silvestrini, regista del Gruppo di San Gallo.

In morte di Silvestrini, regista del Gruppo di San Gallo.

Ieri mattina è morto all’età di 95 anni il cardinale Achille Silvestrini. Grande amico di Prodi, era considerato una sorta di padre spirituale del centrosinistra italiano. Pare che spinse per la scomunica di Lefebvre, contro il parere di Ratzinger. Assieme agli altri membri del “gruppo di San Gallo” cercò, nel 2005, di stoppare l’elezione di Benedetto XVI e nel 2013 accolse con favore quella di Bergoglio.

Se n’è andato proprio nel giorno in cui il suo ‘figlioccio’, Giuseppe Conte, si apprestava a ricevere l’incarico di formare un nuovo governo, retto da una maggioranza – probabilmente – più gradita a quel mondo del cattolicesimo democratico di cui per decenni fu il più influente rappresentante ecclesiastico. Il cardinale Achille Silvestrini è tornato al Signore alla veneranda età di 95 anni. Si è spento ieri mattina in Vaticano, nell’appartamento a lui in uso da tempo nella Palazzina della Zecca.

Senza dubbio il prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali è stato una delle figure più rilevanti della storia della Curia romana nella seconda metà del Novecento ed anche oltre. Basti pensare che il porporato romagnolo entrò in Segreteria di Stato nel lontano 1953, occupandosi di curare i rapporti con i Paesi del Sud-Est asiatico. Per sei anni fu sottosegretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa (di cui divenne poi anche segretario) e in tale veste guidò la delegazione vaticana alla Conferenza di Ginevra sul Trattato di non proliferazione nucleare. Fu lui a ottenere l’inserimento della menzione sulla libertà religiosa nell’Atto finale della Conferenza di Helsinki del 1975.

Al Palazzo Apostolico ebbe modo di collaborare con Domenico Tardini e Amleto Cicognani (suo concittadino), ma la sua ascesa in Curia avvenne negli anni di lavoro al fianco di Agostino Casaroli, padre della cosiddetta Ostpolitik vaticana, di cui Silvestrini fu uno dei maggiori interpreti.

Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, che pure non aveva la sua stessa visione sulla politica da adottare nell’Europa orientale, il prelato di Brisighella divenne vescovo e potentissimo segretario per i rapporti con gli Stati. Questo incarico gli consentì di guidare la delegazione della Santa Sede nelle trattative per la revisione dei Patti lateranensi, terminate con l’accordo di Villa Madama nel 1984. Il contributo dato alla firma del nuovo concordato fece da preludio alla sua elevazione al cardinalato, nel concistoro del 28 giugno 1988. Dopo la porpora, però, Giovanni Paolo II lo nominò prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e successivamente alla guida della Congregazione per le Chiese Orientali.

Il congedo dai vertici della diplomazia vaticana non andò a intaccare la sua influenza in Curia e non gli fece venir meno il rapporto privilegiato con gli esponenti principali della politica nazionale. Silvestrini fu a lungo, e ha continuato a essere fino a tempi recenti, il punto di riferimento del cosiddetto cattolicesimo democratico nostrano, che, a Villa Nazareth, la scuola di formazione per giovani meritevoli d’umili origini di cui è stato fino all’ultimo il principale animatore, aveva trovato un po’ il suo tempio. Questo aspetto ha fatto sì che il cardinale diventasse una sorta di padre spirituale per il centrosinistra italiano, specialmente per quello dell’esperienza ulivista: grande amico di Romano Prodi, sembra che ne incoraggiò – secondo diversi retroscena – la candidatura nel 1996, garantendogli le doverose ‘coperture’ nei Sacri Palazzi.

Fu lui, inoltre, a officiare le nozze religiose tra l’allora sindaco di Roma e futuro sfidante di Berlusconi alle politiche del 2001, l’ex radicale Francesco Rutelli e la giornalista Barbara Palombelli, già sposata civilmente anni prima. Ma, d’altra parte, l’interlocuzione dell’ex ‘ministro degli esteri’ vaticano con il mondo della sinistra aveva radici ancora più lontane, visto che già nel 1988 ricevette Alessandro Natta, segretario del Partito Comunista Italiano, a Villa Nazareth, e pochi anni dopo cenò con l’ambasciatore dell’Urss in Italia, Anatoly L. Adamishin, insieme a Massimo D’Alema, numero due del neonato Pds.

Questo non gli impedì, però, di coltivare rapporti di stima e di amicizia anche con personalità politiche in apparenza lontane dalle sue personali convinzioni: con Andreotti, ad esempio, al quale espresse piena solidarietà dopo la condanna di Perugia e con Cossiga, il quale accennò alla passione politica del cardinale in un’autobiografia sull’argomento (“Direi che di tutti, il più italiano dei cardinali è Achille Silvestrini. Quello con cui magari dal punto di vista politico divergo, ma che mostra più sensibilità in materia”).

Ma questa sua particolare caratteristica di diplomatico “di parte”, se da un lato gli valse l’ammirazione di personalità laiche e di buona parte dei cosiddetti cattolici adulti, gli alienò le simpatie di molti altri nel mondo cattolico: secondo una ricostruzione, sarebbe stato proprio il prelato di Brisighella a spingere nel 1988 per la scomunica di Marcel Lefebvre, contro il parere dell’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, che avrebbe invece preferito ricucire con il fondatore della Fraternità San Pio X. Una circostanza che, se vera, confermerebbe le differenze di sensibilità ecclesiale esistenti tra l’ex prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e il teologo bavarese, emerse – secondo le indiscrezioni filtrate negli anni – anche nel Conclave del 2005.

All’epoca della morte di Wojtyla, Silvestrini non era più cardinale elettore per raggiunti limiti d’età, ma rivestì ugualmente – a quanto si legge in più di una ricostruzione degli eventi – il ruolo di kingmaker, cercando di sbarrare la strada all’elezione di quello che sembrava essere sin da subito il candidato più accreditato. Secondo il vaticanista Marco Politi, proprio Villa Nazareth divenne nei giorni pre-Conclave “il punto di riferimento dei riformatori”. Quegli incontri non costituivano una novità, però, come confermò il cardinal Godfried Danneels nel 2015, rivelando l’esistenza di riunioni periodiche avvenute in Svizzera tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila per discutere del futuro della Chiesa dopo la morte di Giovanni Paolo II, ipotizzandone anche il successore. Si tratta del cosiddetto “gruppo di San Gallo”, di cui molto è stato scritto, e che tra i suoi membri di punta, insieme a Danneels, Kasper, Martini e Murphy-O’Connor, vedeva anche la presenza dell’attivissimo Silvestrini.

Una precisa ricostruzione di questa complessa partita giocata per la successione papale del 2005 si trova nel libro Oltre la crisi della Chiesa di Roberto Regoli ed è stata avvalorata anche da monsignor Georg Gänswein nel corso della presentazione del volume. Il Conclave, in ogni caso, ebbe un esito diverso dagli auspici dell’ex ministro degli esteri vaticano che visse probabilmente senza entusiasmo il pontificato di Benedetto XVI, finendo talvolta al centro di retroscena – mai confermati – che lo accreditavano come ispiratore di ‘fronde’.

Le riunioni del gruppo di San Gallo continuarono anche dopo l’elezione di Ratzinger; e Kasper, rivelandolo ma smentendo l’intento cospirativo, confermò a Frédéric Martel che “Achille Silvestrini ci veniva tutte le volte ed era una delle figure centrali”.

Dopo la rinuncia di Benedetto XVI nel 2013, il porporato romagnolo accolse con favore l’elezione di Bergoglio, il candidato – presumibilmente – individuato già nel 2005 da lui e dagli altri cardinali del gruppo di San Gallo come possibile promotore di un’agenda riformatrice per la Chiesa. In quello stesso anno Francesco si recò a Villa Nazareth per rendere omaggio all’anziano prelato in occasione dei 90 anni da poco compiuti e vi ritornò ancora tre anni dopo per il 70° della fondazione della residenza universitaria.

Con la morte del cardinal Silvestrini scompare senz’altro un protagonista di primissimo piano della recente storia della Chiesa cattolica, la cui influenza capace di arrivare oltretevere viene testimoniata in queste stesse ore dalla ribalta nazionale conquistata da Giuseppe Conte, suo allievo nella scuola della Fondazione Tardini e nuovo, probabile, astro nascente di quel “cattolicesimo dem” di cui a lungo l’ex prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali fu faro e protettore.

La Nuova Bussola Quotidiana

di Testimonium Veritati

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UNA LUCE NELLA NOTTE. AL CUORE DELLA CRISI DEGLI ABUSI SUI MINORI, LO SGUARDO DI BENEDETTO XVI SULLA CHIESA.

UNA LUCE NELLA NOTTE. AL CUORE DELLA CRISI DEGLI ABUSI SUI MINORI, LO SGUARDO DI BENEDETTO XVI SULLA CHIESA.

Vi presentiamo la traduzione dell’intera conferenza tenutasi, in francese, a Roma presso il Centro di St. Louis, il 14 maggio 2019, da SE il Cardinale Robert Sarah, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti.

Signora Ambasciatrice, Eminenze, Eccellenze, Signore e Signori, Cari amici,

Permettetemi innanzitutto di ringraziarvi per questo invito nel prestigioso Istituto Francese Centro St. Louis in occasione della pubblicazione in francese del mio libro “Le soir approche et déjà le jour baisse” Questo libro analizza la crisi della fede, la crisi sacerdotale, la crisi della Chiesa, la crisi dell’antropologia cristiana, il collasso spirituale e la decadenza morale dell’Occidente e tutte le loro conseguenze.

Sono molto onorato di poter unirmi umilmente  nella linea dei teologi cattolici francesi e dei pensatori che hanno illustrato la vita intellettuale romana.

Eppure stasera non vi parlerò di questo libro. In effetti, le idee più fondamentali che ho sviluppato lì sono state illustrate, esposte e dimostrate con brio lo scorso aprile da Papa Benedetto XVI nelle note che aveva scritto per il Vertice dei presidenti delle Conferenze episcopali sugli abusi sessuali, convocato a Roma da Papa Francesco dal 21 al 24 febbraio. Il Papa emerito pubblicò questi appunti su una rivista bavarese, con l’accordo del Santo Padre e del Cardinale Segretario di Stato.

Ma la sua riflessione è stata una vera fonte di luce nella notte della fede che tocca tutta la Chiesa. Ha suscitato reazioni che a volte sfiorano l’isteria intellettuale. Sono stato personalmente colpito dall’indigenza e dalla stupidità di molti commenti. Bisogna credere che ancora una volta, il teologo Ratzinger, la cui statura è quella di un vero “Padre e Dottore della Chiesa”, ha mirato giusto e ha toccato il nucleo centrale della crisi della Chiesa.

Quindi stasera vorrei lasciarci illuminare da questo pensiero esigente e luminoso. Come potremmo riassumere la tesi di Benedetto XVI? Lasciatemi solo citare: “Perché la pedofilia ha raggiunto proporzioni simili? In ultima analisi, la ragione è l’assenza di Dio “(III, 1). Questo è il principio architettonico di tutta la riflessione del Papa Emerito. Questa è la conclusione della sua lunga dimostrazione. Questo è il punto dal quale ogni ricerca sullo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti deve partire per proporre una soluzione efficace.

La crisi della pedofilia nella Chiesa, la moltiplicazione scandalosa e spaventosa degli abusi ha una e una sola causa ultima: l’assenza di Dio. Benedetto XVI lo riassume in un’altra formula che è altrettanto chiara e cito: “È solo dove la fede non determina più le azioni dell’uomo che tali crimini sono possibili” (II, 2).

Signore e signori, il genio teologico di Joseph Ratzinger si unisce qui non solo alla sua esperienza di pastore di anime e vescovo, padre dei suoi sacerdoti, ma anche alla sua esperienza personale, spirituale e mistica. Risale alla causa principale, ci permette di capire quale sarà l’unica via d’uscita dal terribile e umiliante scandalo della pedofilia. La crisi dell’abuso sessuale è il sintomo di una crisi più profonda: la crisi della fede, la crisi del significato di Dio.

Alcuni commentatori, sia malevoli che incompetenti, fingevano di credere che Benedetto XVI affermava che solo i chierici dottrinali devianti diventavano pedofili. È chiaro che non vi è alcuna questione di scorciatoie così semplicistiche. Ciò che Papa Ratzinger vuole mostrare e dimostrare è molto più profondo e radicale. Egli afferma che un clima di ateismo e assenza di Dio crea le condizioni morali, spirituali e umane di una proliferazione di abusi sessuali.

Le spiegazioni psicologiche hanno certamente il loro interesse, ma permettono solo di identificare i soggetti fragili, disposti al passaggio all’atto. Solo l’assenza di Dio può spiegare una situazione di proliferazione e moltiplicazione così terribile di abusi.

Veniamo ora allo scritto di Papa Benedetto.

In primo luogo è opportuno tagliare con i commenti pigri e superficiali che hanno tentato di squalificare questa riflessione teologica accusandola di confondere i comportamenti omosessuali con gli abusi sui minori. Benedetto XVI non afferma da nessuna parte che l’omosessualità sia la causa dell’abuso. Inutile dire che la stragrande maggioranza degli omosessuali non pensa di voler abusare di nessuno. Ma va detto che le indagini sull’abuso di minori hanno rivelato la portata tragica delle pratiche omosessuali o semplicemente contrarie alla castità all’interno del clero. E questo fenomeno è anche una manifestazione dolorosa, come vedremo, di un clima di assenza di Dio e perdita di fede.

D’altra parte, altri lettori, troppo veloci o troppo stupidi – non so – hanno bollato Benedetto XVI di ignoranza storica con il pretesto che la sua dimostrazione inizia con l’evocazione della crisi del 1968. Ma gli abusi sono iniziati prima – ben inteso – Benedetto XVI lo sa e lo afferma. Vuole dimostrare che la crisi morale del 1968 è già di per sé una manifestazione e un sintomo della crisi della fede e non una causa ultima. Da questa crisi del 1968, poté dire: “È solo dove la Fede non determina più le azioni degli uomini, che tali cose diventano possibili”.

*

Seguiamo ora la sua dimostrazione passo dopo passo. Occupa la prima parte del suo testo. Vuole mostrare il processo profondo che è al lavoro qui. Dice, sottolineo, che questo processo è “ben preparato” e che è “ancora in corso”.

Papa Benedetto usa qui un esempio, l’evoluzione della teologia morale, per tornare alla fonte di questa crisi. Identifica tre fasi nella crisi della teologia morale.

Il primo passo è il completo abbandono della legge naturale come fondamento della moralità con l’intenzione – e tuttavia lodevole – di basare la teologia morale sulla Bibbia. Questo tentativo porta a un fallimento illustrato dal caso del moralista tedesco Schüller.

Porta inevitabilmente al secondo stadio, cioè “una teologia morale determinata esclusivamente per gli scopi dell’azione umana” (I, 2). Qui riconosciamo l’attuale teleologia il cui consequenzialismo è stato la dimostrazione più drammatica. Questa corrente che è caratterizzata dall’ignoranza della nozione di oggetto morale arriva ad affermare che, secondo i termini stessi di Benedetto XVI: “nulla è fondamentalmente cattivo”, “il bene non esiste ma solo il meglio relativo, a seconda del tempo e delle circostanze “(I, 2).

Infine, il terzo passo è l’affermazione che il magistero della Chiesa non sarebbe competente in materia morale. La Chiesa può insegnare infallibilmente solo su questioni di fede. Tuttavia, come dice Benedetto XVI, ci sono “principi morali inestricabilmente legati ai principi fondamentali della fede”. Rifiutando il magistero morale della Chiesa, si rimuove dalla fede ogni legame con la vita concreta. Alla fine, è quindi la fede che viene svuotata del suo significato e della sua realtà.

Vorrei sottolineare come fin dall’inizio di questo processo è l’assenza di Dio all’opera. Dal primo passo, il rifiuto della legge naturale manifesta l’oblio di Dio. In effetti, la natura è il primo dono di Dio. È in un certo senso la prima rivelazione del Creatore. Rifiutare la legge naturale come fondamento della moralità per opporsi alla Bibbia manifesta un processo intellettuale e spirituale già all’opera nelle mentalità. È il rifiuto da parte dell’uomo di ricevere dall’essere di Dio e le leggi dell’essere che manifestano la sua coerenza.

La natura delle cose, dice Benedetto XVI, è “l’opera ammirevole del Creatore, portando in sé una” grammatica “che indica una finalità e un criterio”. “L’uomo ha anche una natura che deve rispettare e che non può manipolare a suo piacimento. L’uomo non è solo una libertà auto-creata, è spirito e volontà, ma è anche la natura e la sua volontà hanno ragione quando rispetta la natura, ascolta e quando accetta se stesso per quello che è, accetta di non essersi creato “. Per scoprire la natura come saggezza, ordine e legge è incontrare l’autore di questo ordine. “È davvero privo di senso riflettere per sapere se la ragione oggettiva che si manifesta nella natura non supponga una Ragione Creativa, un ‘Creatore Spiritus’?”

Credo con Joseph Ratzinger che il rifiuto di questo creatore, Dio, si sia insinuato a lungo nel cuore dell’uomo occidentale. Da molto prima della crisi del 1968, questo rifiuto di Dio è all’opera.

Ma dobbiamo mostrare a Papa Benedetto XVI tutte le manifestazioni successive. Il rifiuto della natura come dono divino lascia il soggetto umano disperatamente solo. Solo allora contano le sue intenzioni soggettive e la sua coscienza solitaria. La moralità si riduce a cercare di comprendere i motivi e le intenzioni dei soggetti. Non può più guidarli alla felicità secondo un ordine oggettivo naturale che le consente di scoprire la bontà ed evitare il male. Il rifiuto della legge naturale porta inevitabilmente al rifiuto della nozione di oggettività morale. Pertanto, non ci sono più atti oggettivamente e intrinsecamente cattivi, sempre e ovunque, qualunque siano le circostanze.

A questo riguardo San Giovanni Paolo II ha voluto ricordare l’oggettività del bene nella “Veritatis Splendor”, alla cui stesura ha contribuito in modo sostanziale l’allora cardinale Joseph Ratzinger.

“Veritatis splendor” può così affermare con forza che ci sono atti “intrinsecamente cattivi, sempre e in se stessi, a causa del loro vero scopo, indipendentemente dalle intenzioni successive di colui che agisce e delle circostanze” (n. 80) e questo perché questi atti sono “in radicale contraddizione con il bene della persona”.

Vorrei sottolineare con Benedetto XVI che questa affermazione è solo la conseguenza dell’oggettività della fede e, in definitiva, dell’oggettività dell’esistenza di Dio. Se Dio esiste, non è una creazione della mia soggettività, poi c’è, nelle parole del Papa emerito “valori che non dovrebbe mai essere abbandonati” (II, 2). Per la morale relativista, tutto diventa una questione di circostanze. Non è mai necessario sacrificare la propria vita per la verità di Dio, il martirio è inutile. A differenza di Benedetto XVI ha detto che “il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Il fatto che il martirio non è moralmente necessario in questa teoria dimostra che l’essenza stessa del cristianesimo è in gioco” ( I, 2). Per dirla in una parola:

Nel cuore della crisi della teologia morale, vi è quindi un rifiuto dell’assoluto divino, dell’irruzione di Dio nella nostra vita che supera ogni cosa, che governa tutto, che governa il nostro modo di vivere. La dimostrazione di Benedetto XVI è chiara e definitiva, è riassunta nelle parole dello scrittore Dostoevskij: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”! Se si mette in discussione l’oggettività del Divino Assoluto, allora le trasgressioni più contrarie alla natura sono possibili, anche gli abusi sessuali sul minore. Inoltre, l’ideologia del 1968 ha talvolta cercato di rendere accettabile la legittimità della pedofilia. Abbiamo ancora in mano i testi di questi eroi libertari che hanno vantato amori trasgressivi con i minori. Se qualche atto morale diventa relativo alle intenzioni e alle circostanze del soggetto, allora nulla è definitivamente impossibile e radicalmente contrario alla dignità umana. È l’atmosfera morale del rifiuto di Dio, il clima spirituale di rifiuto dell’oggettività divina che rende possibile la proliferazione dell’abuso di minori e la banalizzazione di atti contrari alla castità tra i chierici.

Nelle parole di Benedetto XVI “Un mondo senza Dio non può che essere un mondo senza significato. Da dove viene tutto ciò che esiste? (…) Il mondo è semplicemente lì, noi non sappiamo veramente come e non abbiamo né scopo né senso. Da quel momento in poi, non c’è più una norma del bene e del male, quindi solo ciò che è più forte dell’altro si può auto-affermare. Quindi il potere è l’unico principio. La verità non conta, non esiste nemmeno “(II, 1). Se Dio non è il principio, se la verità non esiste, conta solo il potere. Cosa impedisce quindi l’abuso di questo potere da parte di un adulto su un minore? La dimostrazione di Benedetto XVI è chiara: “In ultima analisi la ragione [degli abusi] è l’assenza di Dio”, “è solo dove la Fede non determina più le azioni dell’uomo che tali crimini sono possibili. “.

*

Dopo aver esposto questo principio, il Papa emerito mostra le conseguenze. Sono stato personalmente molto toccato dal fatto che, per lui, la prima conseguenza si manifesta nella “questione della vita sacerdotale” (II, 1) e nella formazione dei seminaristi. Mi rafforza in una delle intuizioni fondamentali del mio ultimo libro.

Benedetto XVI scrive: “Nel contesto della riunione delle Conferenze Episcopali dei presidenti del mondo con Papa Francesco, la questione della vita sacerdotale, come seminari è di primaria importanza” Indica qui la conseguenza immediata della dimenticanza di Dio: la crisi del sacerdozio. Si può dire che i sacerdoti sono i primi ad essere colpiti dalla crisi della fede e che hanno portato con sé il popolo cristiano. La crisi dell’abuso sessuale è il punto emergente e particolarmente rivoltante di una profonda crisi del sacerdozio.

Cos’è? Riprenderemo qui le parole del Papa Emerito. Abbiamo visto, a lungo, diffondere una “vita sacerdotale” che non è più “determinata dalla Fede”. Ora, se c’è una vita che deve essere interamente ed assolutamente determinata dalla Fede, è la vita sacerdotale. È e deve essere una vita consacrata, cioè data, riservata e offerta a Dio solo e totalmente sepolta in Dio. Ma abbiamo spesso visto i sacerdoti vivere come se Dio non esistesse.

Benedetto XVI cita le parole del teologo Balthasar: “Non fare di Dio un presupposto” (III, 1). Cioè, non farne una nozione astratta. Al contrario, nelle parole di Papa Benedetto “Soprattutto, dobbiamo imparare a riconoscere Dio come fondamento della nostra vita invece di lasciarlo da parte come una parola che diventa inoperosa” (III, 1). ”

“Il tema di Dio”, continua, “sembra così irreale, così lontano dalle cose che ci riguardano. “. Fondamentalmente, con queste parole, Benedetto XVI descrive uno stile di vita sacerdotale secolarizzato e profano. Una vita in cui Dio prende il secondo posto. Lui dà delle illustrazioni. Si pensava che la prima preoccupazione dei vescovi non dovesse più essere Dio stesso, ma “una relazione radicalmente aperta con il mondo” (II, 1), dice. I seminari sono stati trasformati in luoghi secolarizzati che, secondo Benedetto XVI, il clima “non poteva sostenere la vocazione sacerdotale”. In effetti, la vita di preghiera e adorazione è stata trascurata, il significato della consacrazione a Dio è stato dimenticato. Il Papa emerito cita i sintomi di questa svista: miscelazione con il mondo secolare che introduce rumore e nega il fatto che ogni sacerdote per il suo sacerdozio uomo distinto nel mondo, messo da parte per Dio (II, 1). Egli cita anche la costituzione di club omosessuali nei seminari. Questo fatto non è tanto la causa, ma il segno di una dimenticanza di Dio già ampiamente installato. Infatti, i seminaristi che vivono apertamente in contraddizione con la moralità naturale e rivelata mostrano che non vivono per Dio, che non appartengono a Dio, che non cercano Dio. Forse stanno cercando un lavoro, forse apprezzano gli aspetti sociali del ministero. Ma hanno dimenticato l’essenziale: un prete è un uomo di Dio, un uomo per Dio. Questo fatto non è tanto la causa, ma il segno di una dimenticanza di Dio già ampiamente installato. Infatti, i seminaristi che vivono apertamente in contraddizione con la moralità naturale e rivelata mostrano che non vivono per Dio, che non appartengono a Dio, che non cercano Dio. Forse stanno cercando un lavoro, forse apprezzano gli aspetti sociali del ministero. Ma hanno dimenticato l’essenziale: un prete è un uomo di Dio, un uomo per Dio. Questo fatto non è tanto la causa, ma il segno di una dimenticanza di Dio già ampiamente installato. Infatti, i seminaristi che vivono apertamente in contraddizione con la moralità naturale e rivelata mostrano che non vivono per Dio, che non appartengono a Dio, che non cercano Dio. Forse stanno cercando un lavoro, forse apprezzano gli aspetti sociali del ministero. Ma hanno dimenticato l’essenziale: un prete è un uomo di Dio, un uomo per Dio. forse apprezzano gli aspetti sociali del ministero. Ma hanno dimenticato l’essenziale: un prete è un uomo di Dio, un uomo per Dio. forse apprezzano gli aspetti sociali del ministero. Ma hanno dimenticato l’essenziale: un prete è un uomo di Dio, un uomo per Dio.

Forse il più grave è che i loro insegnanti non hanno detto nulla o hanno volontariamente promosso la concezione orizzontale e mondana del sacerdozio. Come se anche vescovi e seminaristi avessero rinunciato alla centralità di Dio. Come se anche loro avessero messo la fede in secondo piano, rendendolo inutilizzabile. Come se anche loro avessero sostituito il primato di una vita per Dio e secondo Dio dal dogma dell’apertura al mondo, del relativismo e del soggettivismo. È sorprendente vedere che l’obiettività di Dio è stata eclissata da una forma di religione della soggettività umana. Papa Francesco parla giustamente di autoreferenzialità. Credo che la peggiore forma di autoreferenzialità sia quella che nega il riferimento a Dio, la sua obiettività di mantenere solo il riferimento all’uomo nella sua soggettività.

Come in un simile clima vive una vita autenticamente sacerdotale? Come mettere un limite alla tentazione di ogni potere? Un uomo che ha solo lui per riferimento, che non vive per Dio ma per se stesso, non secondo Dio ma secondo i propri desideri, finirà per cadere nella logica dell’abuso del potere e dell’abuso sessuale. Chi metterà un freno ai suoi desideri, anche i più perversi, se solo la sua soggettività conti? Dimenticare Dio apre la porta a tutti gli abusi. L’avevamo già visto nella società. Ma l’oblio di Dio viene introdotto anche nella Chiesa e persino tra i sacerdoti. Inabitabilmente abusi di potere e abusi sessuali si diffondono tra i sacerdoti. Purtroppo, ci sono sacerdoti che praticamente non credono più, non pregare più o molto poco, non vivere più i sacramenti come una dimensione vitale del loro sacerdozio. Divennero tiepidi e quasi atei.

L’ateismo pratico rende il letto delle psicologie dei molestatori. La Chiesa è stata invasa da tempo da questo ateismo liquido. Non dovrebbe essere sorpresa di trovare abusatori e pervertiti in mezzo a lei. Se Dio non esiste, tutto è permesso! Se Dio non esiste concretamente, tutto è possibile!

*

Vorrei sottolineare la bella riflessione di papa Benedetto XVI sul diritto canonico in generale e sul diritto penale in particolare.

In effetti, il diritto canonico è fondamentalmente una struttura che mira a proteggere l’obiettività della nostra relazione con Dio. Come sottolinea Benedetto XVI, la legge deve “proteggere la fede, che è anche un bene legale” (II, 2). La fede è il nostro primo bene comune. Attraverso di lei diventiamo figli della Chiesa. È un bene oggettivo, e il primo dovere dell’autorità è di difenderlo. Ora, come osserva il Papa emerito, “nella coscienza generale della legge, la fede non sembra più avere il rango di un bene che deve essere protetto. di una situazione allarmante che deve essere seriamente presa in considerazione dai pastori della Chiesa “(II, 2). I vescovi hanno il dovere e l’obbligo di difendere il deposito della fede cattolica,

Questo è un punto cruciale. La crisi dell’abuso sessuale ha rivelato una crisi dell’obiettività della fede che si manifesta anche in termini di autorità nella Chiesa. Infatti, proprio come i pastori si rifiutano di punire i chierici che insegnano dottrine contrarie all’oggettività della fede, così si rifiutano di punire i chierici colpevoli di pratiche contrarie alla castità o anche agli abusi sessuali. È la stessa logica. È un’espressione distorta del “garante”, che Papa Benedetto definisce “solo i diritti dell’imputato devono essere garantiti, al punto che, in realtà, ogni condanna è esclusa” (II, 2 ).

Troviamo ancora la stessa ideologia. Il soggetto, i suoi desideri, le sue intenzioni soggettive, le circostanze diventano l’unica realtà. L’obiettività della fede e della moralità prende il secondo posto. Tale idolatria del soggetto esclude efficacemente qualsiasi punizione o punizione, sia per i teologi eretici sia per i chierici abusivi. Rifiutando di considerare l’oggettività degli atti, come osserva Benedetto XVI, si abbandonano i “piccoli” e i deboli alle delusioni di ogni potere dei carnefici. Sì, abbiamo, per così dire, misericordia, abbandonata la fede dei deboli e dei piccoli. Sono stati lasciati nelle mani degli intellettuali che avevano l’idea di decostruire la fede con le loro teorie fumanti che si rifiutavano di condannare. Allo stesso modo, le vittime degli abusi sono state abbandonate. Abbiamo trascurato di condannare i violentatori, i tormentatori dell’innocenza e della purezza dei bambini, e talvolta dei seminaristi o delle suore. Tutto ciò con il pretesto di comprendere i temi, rifiutando l’obiettività della fede e della moralità. Credo che condannare e infliggere punizioni, sia nell’ordine della fede che nella morale, sia prova di grande misericordia da parte dell’autorità.

Come sottolinea Benedetto XVI, l’abuso sessuale è oggettivamente un “crimine contro la fede”. Questa qualifica, egli dice, non è “un trucco ma una conseguenza dell’importanza della Fede per la Chiesa”. In realtà è importante capire che tali trasgressioni da parte dei chierici sono in ultima analisi dannose. viene alla fede “(II, 2).

Credo che l’atteggiamento degli impiegati che ascoltano, io sono con i fedeli, io sono con la mia vita morale, con un sentimento di impunità, questo può essere visto come clericalismo. Sì, il clericalismo è il rifiuto delle pena e delle punizioni in caso di atti contro la fede e la morale. Il clericalismo ti respinge dell’oggettività dell’etica e della morale della parte degli impiegati. Il clericalismo che papa Francesco ci ha chiesto di eradicare è, in ultima analisi, questo soggettivismo impenitente dei chierici.

*

Mi resta di avvicinarmi a un’ultima conseguenza dell’oblio di Dio e dell’oggettività della fede. Se la fede non modella più il nostro comportamento, allora la Chiesa è per noi, non una realtà divina e ricevuta come un dono, ma una realtà da costruire secondo le nostre idee e il nostro programma. Sono rimasto profondamente scioccato e ferito dalla ricezione del testo di Benedetto XVI da parte di alcuni. È stato detto che “questo messaggio non è udibile” non è ciò di cui la Chiesa ha bisogno per essere nuovamente credibile.

Signore e signori, la Chiesa non ha bisogno di esperti di comunicazione. Non è una ONG in crisi che ha bisogno di diventare popolare di nuovo! La sua legittimità non è nelle urne, lei è in Dio!

Come dice Benedetto XVI: “La crisi causata dai numerosi casi di abusi sacerdotali ci spinge a considerare la Chiesa come qualcosa di infelice: qualcosa che ora dobbiamo prendere in mano e ristrutturare. Ma una Chiesa fatta da noi non può continuare a sperare! “. Come sottolinea il Papa Emerito, è proprio perché ci siamo arresi alla tentazione di fare una Chiesa a nostra immagine e di mettere da parte Dio, che oggi vediamo la moltiplicazione dei casi di abuso. Non cadiamo nella stessa trappola! Gli abusi rivelano una Chiesa che gli uomini volevano prendere in mano! Sono profondamente rattristato quando leggo sotto la firma di un teologo che la Chiesa ha commesso un “peccato collettivo” o che la Chiesa contribuisce a una “struttura peccaminosa”. La stessa sorella domenicana richiede un interrogatorio sulla “concezione della verità” propria della Chiesa cattolica. Secondo lei, la Chiesa dovrebbe rinunciare a tutte le “pretese di competenza o eccellenza in materia di santità, verità e moralità”.

Un simile approccio porta solo al soggettivismo più puro. Quindi ci rimanda alla causa che ha prodotto la crisi. Perché se non c’è più verità e la morale insegnata, chi può dire che ci sono cose che non possono mai essere fatte? Ancora una volta, se Dio non esiste oggettivamente, se la verità non prevale, allora tutto è permesso!

*

Qual è il percorso che Benedetto XVI ci offre? Esso è semplice. Se la causa della crisi è l’oblio di Dio, allora rimetti Dio al centro! Restituiamo al centro della Chiesa e alle nostre liturgie il primato di Dio, la presenza di Dio, la sua presenza oggettiva e reale. Sono stato particolarmente commosso come Prefetto della Congregazione per il Culto Divino con un’osservazione di Benedetto XVI. Afferma che “conversando con le vittime della pedofilia è stato portato a una consapevolezza sempre più acuta della necessità di un rinnovamento della fede nella presenza di Gesù nel Santissimo Sacramento” e una celebrazione di l’Eucaristia rinnovata da più riverenza. (III, 2).

Signore e signori, voglio sottolineare che questa non è una conclusione esperta in teologia, ma la saggia parola di un pastore che è stato profondamente toccato dalle storie delle vittime della pedofilia. Benedetto XVI ha capito con profonda delicatezza che il rispetto per il corpo eucaristico del Signore determina il rispetto per il corpo puro e innocente dei bambini.

“L’Eucaristia è stata svalutata”, dice. È apparso un modo di trattare il Santissimo Sacramento che “distrugge la grandezza del mistero”. Con il Papa emerito Sono profondamente convinto che se noi non adoriamo il Corpo eucaristico del nostro Dio, se noi non trattiamo con stupore gioioso e pieno di riverenza, allora saremo nati tra la tentazione di profanare i corpi dei bambini.

Sottolineo la conclusione di Benedetto XVI: “quando pensiamo all’azione che sarebbe necessaria sopra ogni altra cosa, diventa chiaro che non abbiamo bisogno di una nuova Chiesa della nostra invenzione. Al contrario, ciò che è necessario in primo luogo è il rinnovamento della fede nella presenza di Gesù Cristo che ci è data nel Santissimo Sacramento “(III, 2).

Quindi, signore e signori, per concludere vi ripeto con Papa Benedetto: sì, la Chiesa è piena di peccatori. Ma lei non è in crisi, siamo noi in crisi. Il diavolo vuole farci dubitare. Vuole che crediamo che Dio sta abbandonando la sua Chiesa. No, lei è ancora “il campo di Dio”. Non c’è solo la zizzania, ma anche il raccolto di Dio. Proclamare insistentemente questi due aspetti non è una falsa apologetica: è un servizio che deve essere reso alla verità “, dice Benedetto XVI. Lo dimostra, la sua presenza orante e l’insegnante in mezzo a noi, nel cuore della Chiesa, a Roma lo conferma. Sì, ci sono tra di noi stupendi raccolti divini.

Grazie, caro papa Benedetto, per essere un collaboratore della verità, un servitore della verità. La tua parola ci conforta e ci rassicura. Sei un testimone, un “martire” della verità.

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Parlare (sempre) di migranti per cancellare Dio. Anche a Pasqua

Parlare (sempre) di migranti per cancellare Dio. Anche a Pasqua

Ma almeno nella Settimana Santa potrebbero parlarci di Gesù Cristo? O chiediamo troppo al Vaticano e a Bergoglio?

Non so se oltretevere ci siano ancora cattolici (a parte Benedetto XVI e pochi altri), ma in fin dei conti la ragion d’essere della Chiesa è solo questa e la gente comune ha un desiderio infinito di ascoltare uomini di Dio che parlano di Gesù, del senso della vita e dell’eternità.

Per discettare di clima e ambiente c’è già Greta Thunberg con i suoi seguaci, non c’è bisogno di Bergoglio che, se ci credesse, metterebbe in guardia dalle fiamme dell’Inferno più che dal riscaldamento globale.

Possibile che nella Chiesa sia stata completamente spazzata via la Passione di Cristo che si consegna al massacro per amore nostro, che “si svenerà per voi” come recita un antico canto polifonico, e che risorge, sconfiggendo il male e la morte, aprendo così agli uomini la vita eterna? Quante volte sentite Bergoglio parlare di resurrezione, di eternità, di Inferno, Purgatorio e Paradiso?

Da quando è iniziata la sua stravagante epoca sudamericana (alla messa d’inaugurazione parlò di ambiente), Gesù è diventato il Grande Misconosciuto, ma ancora di più il silenzio assoluto ha riguardato la vita eterna e il mistero di Dio.

Gesù viene ancora, saltuariamente, rammentato, ma solo come pretesto per parlare di migranti. A Natale ci hanno raccontato che Gesù era migrante (anche se non è affatto vero), così – invece della nascita del Figlio di Dio – sono stati celebrati i barconi.

Nella Settimana Santa ecco di nuovo il pretesto della Passione di Cristo per parlare – come al solito – di migranti. Il card. Bassetti, bergogliano presidente della Cei, perfino nella liturgia del giovedì santo ha voluto ripetere le solite baggianate farlocche (“I migranti non sono un problema, sono una risorsa”).

Nella Via Crucis del Colosseo, quella con la presenza di Bergoglio, c’informa “Repubblica”, le diverse “meditazioni contestano porti chiusi e lager dei migranti”.

È chiaro che nella Passione di Cristo è compreso tutto il dolore degli uomini, ma anzitutto, almeno di Venerdì Santo, si dovrebbe parlare di lui, perché per parlare di migranti Bergoglio usa già gli altri 364 giorni dell’anno.

Se poi vogliamo proprio parlare di atrocità ci sarebbero le sofferenze dei cristiani perseguitati che però il Vaticano di Bergoglio non ama considerare perché i persecutori sono spesso i regimi dei “fratelli” islamici o quelli comunisti come la Cina che Bergoglio vuole compiacere ad ogni costo (gli ha praticamente consegnato la Chiesa cinese).

Oppure ci sarebbe da parlare dell’attacco alla vita, a cominciare da quella dei “non nati” (molti milioni ogni anno), ma questo non è un tema politicamente corretto, quindi il Vaticano se ne guarda.

D’altronde la questione migranti è del tutto fuori tempo, perché oggi – chi ha a cuore la loro vita – dovrebbe solo rallegrarsi per la fine delle stragi in mare. Tuttavia non lo fa per non riconoscere i meriti del ministro dell’Interno.

La Chiesa africana considera una sciagura  la partenza di tante energie giovani verso l’Europa. Come ha spiegato il card. Robert Sarah, africano: “La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Il cardinale ha anche aggiunto:“Come un albero, ciascuno ha il suo suolo, il suo ambiente in cui può crescere perfettamente. Meglio aiutare le persone a realizzarsi nelle loro culture piuttosto che incoraggiarle a venire in un’Europa in piena decadenza. È una falsa esegesi quella che utilizza la Parola di Dio per valorizzare la migrazione. Dio non ha mai voluto questi strappi”.

Proprio il card. Sarah, grande uomo di Dio, ha spiegato mille volte che la più grande carità verso gli uomini è donare loro Dio, l’annuncio cristiano, ed è questo il compito della Chiesa.

Ma la chiesa progressista ha accantonato Dio e si occupa solo di politica, schiacciata sui temi della Sinistra. Bergoglio è in campagna elettorale permanente.

Sui giornali clericali sono spariti i “principi non negoziabili” e la politica “progressista” dilaga. Il giovedì santo, sulla prima pagina di “Avvenire”, giornale della Cei, campeggiava una grande pubblicità dell’ultimo libro del gesuita padre Bartolomeo Sorge (è tornato anche lui in questo revival degli anni Settanta). S’intitola: “Perché il populismo fa male al popolo”.

Capito? Mica spiega che il laicismo  o il relativismo fanno male al popolo, mica ci mette in guardia dal politically correct, mica tuona contro l’islamismo o contro il comunismo  (c’è ancora, nella Cina che sta conquistando il mondo).

No, il pericolo pubblico è rappresentato dal fantomatico “populismo”. Sono ancora fermi alla copertina di “Famiglia cristiana” con Salvini nei panni del diavolo.

La cancellazione di Dio dalla scena pubblica, di cui ha drammaticamente parlato Benedetto XVI nel suo ultimo intervento, sta avvenendo anzitutto ad opera di coloro che – per mestiere, se non per missione – dovrebbero parlare al mondo di Cristo e dell’eternità.

Lo ha detto con dolore lo stesso papa Benedetto: “Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio… Dio è divenuto fatto privato di una minoranza”.

Eppure gli uomini hanno uno struggente bisogno di ritrovare il senso della vita, di vedere una salvezza e guardano alla Chiesa come nei giorni scorsi, commossi, durante l’incendio della grande cattedrale di Notre Dame.

C’è fame e sete di Dio, ma chi dovrebbe sfamare e dissetare l’umanità è tarantolato dalla politica, dal fanatismo ambientalista e migrazionista e ha dimenticato Dio.

Eppure nulla come il volto di Cristo arriva al cuore. Come scriveva George Bernanos“Verrà un giorno in cui gli uomini non potranno pronunciare il nome di Gesù senza piangere”.

Siamo molto vicini a quel giorno.

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 aprile 2019

 

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Migrazione di massa e nuovo schiavismo.

Migrazione di massa e nuovo schiavismo.

A chi si è addormentato con le chiacchiere monotone e “politicamente corrette” delle élite clericali che lisciano il pelo ai salotti delle ideologie dominanti, il nuovo libro del card. Robert Sarah provocherà uno choc.

E’ sulla linea del magistero di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II non solo sui temi dottrinali, ma anche sulle questioni sociali del presente.

Il cardinale africano giganteggia nella Chiesa attuale per la sua autorevolezza, la sua spiritualità, per il suo distacco dalle lotte curiali e per la sua coraggiosa voce di verità.

Del resto già da giovane vescovo in Guinea  entrò in urto col regime socialista, cioè “con Sekou Touré sempre più inferocito contro questo nuovo pastore indomito difensore della fede. Dopo la morte improvvisa del tiranno, nel 1984, scopriranno che Sarah era il primo sulla lista dei nemici”  (Sandro Magister).

Specialmente sul tema dell’emigrazione  lui, africano proveniente da un villaggio poverissimo, è totalmente controcorrente rispetto al clericalismo di sinistra

Mette in guardia dalla “barbarie islamista” (come dalla barbarie materialista), appoggia i paesi di Visegrad che difendono le loro identità nazionali e boccia il Global Compact sulle migrazioni.

Ormai – dice –“ci sono molti paesi che vanno in questa direzione e ciò dovrebbe indurci a riflettere. Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità… È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massaSe l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio – a causa della denatalità – che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”.

Così, in un’intervista a “Valeurs Actuelles” , ha presentato il suo nuovo libro, appena uscito in Francia (in italiano arriverà a fine estate), che s’intitola “Le soir approche et déjà le jour baisse” , titolo che richiama il passo del Vangelo sui pellegrini di Emmaus.

E’ un grido d’allarme sulla Chiesa, sull’Europa e sulla sua Africa che ritiene danneggiata dall’ondata migratoria: “C’è una grande illusione che consiste nel far credere alla gente che i confini saranno aboliti. Gli uomini si assumono rischi incredibili. Il prezzo da pagare è pesante. L’Occidente è presentato agli africani come il paradiso terrestre (…). Ma come si può accettare che i paesi siano privati ​​di così tanti loro figli? Come si svilupperanno queste nazioni se così tanti loro lavoratori sceglieranno l’esilio?” 

Il prelato si chiede quali sono le strane organizzazioni  “che attraversano l’Africa per spingere i giovani a fuggire promettendo loro una vita migliore in Europa? Perché la morte, la schiavitù e lo sfruttamento sono così spesso il vero risultato dei viaggi dei miei fratelli africani verso un eldorado sognato? Sono disgustato da queste storie. Le filiere mafiose dei trafficanti devono essere sradicate con la massima fermezza. Ma curiosamente restano del tutto impunite”. 

Non si può far nulla? Il prelato cita “il generale Gomart, ex capo dell’intelligence militare francese”, il quale di recente ha spiegato: “Questa invasione dell’Europa da parte dei migranti è programmata, controllata e accettata […] Niente del traffico migratorio nel Mediterraneo è ignorato dalle autorità francesi, militari e civili”.  

Sarah si dice traumatizzato da quello che è accaduto negli anni scorsi: “La barbarie non può durare più. L’unica soluzione duratura è lo sviluppo economico in Africa. L’Europa non deve diventare la tomba dell’Africa”. Perciò “si deve fare tutto affinché gli uomini possano rimanere nei paesi in cui sono nati”

Così il cardinale si schiera pure contro il Global Compact che invece è sostenuto da Bergoglio: “Questo testo ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari. Ho paura che produrrà esattamente il contrario. Perché i popoli degli Stati che hanno firmato il testo non sono stati consultati? Le élite globaliste hanno paura della risposta della democrazia ai flussi migratori?”.

Sarah ricorda che hanno rifiutato di firmare questo patto paesi come Stati Uniti, Italia, Australia, Polonia e molti altri. 

Poi il cardinale critica il Vaticano che lo appoggia: “sono stupito che la Santa Sede non sia intervenuta per cambiare e completare questo testo, che mi sembra gravemente inadeguato”. 

E boccia le élite europee: “Sembra che le tecnostrutture europee si rallegrino dei flussi migratori o li incoraggino. Esse non ragionano che in termini economici: hanno bisogno di lavoratori che possano essere pagati poco. Esse ignorano l’identità e la cultura di ogni popolo. Basta vedere il disprezzo  che ostentano per il governo polacco”. 

Alla fine di questa strada – avverte Sarah – c’è solo l’autodistruzione. Secondo il cardinale si è approfittato della pur giusta lotta “contro tutte le forme di discriminazione” per imporre l’utopia della “scomparsa delle patrie”. Ma questo “non è un progresso”

Il multiculturalismo non va confuso con la carità universale: “La carità non è un rinnegamento di sé. Essa consiste nell’offrire all’altro ciò che di meglio si ha e quello che si è. Ora, ciò che di meglio l’Europa ha da offrire al mondo è la sua identità, la sua civiltà profondamente irrigata di cristianesimo”. 

Invece, secondo il cardinale, l’attuale globalizzazione “porta a un’omologazione dell’umanità, mira a tagliare all’uomo le sue radici, la sua religione, la sua cultura, la storia, i costumi e gli antenati. Così diventa apolide, senza patria, senza terra. È a casa dappertutto e da nessuna parte”.

Perciò il prelato spezza una lancia a favore dei paesi cosiddetti sovranisti: “I paesi, come quelli del gruppo di Visegrád, che si rifiutano di perdersi in questa pazza corsa sono stigmatizzati, a volte persino insultati. La globalizzazione diventa una prescrizione medica obbligatoria. Il mondo-patria è un continuum liquido, uno spazio senza identità, una terra senza storia”.

Antonio Socci.

Da “Libero”, 7 aprile 2019

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CARDINALE SARAH: LA CHIESA STA VIVENDO IL SUO VENERDÌ SANTO…

CARDINALE SARAH: LA CHIESA STA VIVENDO IL SUO VENERDÌ SANTO…

Sarah: «La Chiesa vive il suo Venerdì Santo, ma Dio non l’abbandona mai»

«Oggi tutto è buio, difficile, ma qualunque sia la difficoltà che stiamo attraversando, c’è solo una Persona che può venire in nostro soccorso»: Gesù Cristo. Il cardinale Robert Sarah risponde così in una lunga intervista concessa al settimanale francese Valeurs, spiegando la scelta di usare come titolo del suo ultimo libro – Le soir approche et déjà le jour baisse (La sera si avvicina e il giorno volge già al termine) – il celebre versetto tratto dal brano sui discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35), la cui richiesta (Resta con noi) verso quel Gesù Risorto che non avevano ancora riconosciuto è la stessa che anima ogni cuore in cerca della beatitudine eterna.

Nell’intervista il prefetto della Congregazione per il culto divino ricorda che è la Chiesa l’istituzione voluta da Dio per condurci a Lui. Perciò la Sposa di Cristo deve riscoprire «il senso della sua grande missione divina», ossia «portare gli uomini a Cristo che è la Speranza». L’arcivescovo guineano spiega l’attuale notte della fede servendosi di una similitudine con la Passione di Gesù: «Credo fermamente che la situazione che viviamo nella Chiesa assomigli in ogni modo a quella del Venerdì Santo», con l’abbandono per paura da parte di quasi tutti gli apostoli, preceduto dal tradimento di Giuda, che voleva «un Cristo a modo suo, un Cristo preoccupato per le questioni politiche», allo stesso modo di «molti sacerdoti e vescovi» di oggi che «sono letteralmente stregati da questioni politiche o sociali», dimenticando che il loro primo dovere è guidare le anime alla salvezza.

“DIO NON ABBANDONA MAI LA SUA CHIESA”
Alla luce della crisi di fede contemporanea e «per prepararci a questa situazione, Dio ci ha dato dei Papi solidi», afferma Sarah, elencando alcuni dei doni di quattro degli ultimi cinque vicari di Cristo (con la parentesi dei 33 giorni di pontificato di Giovanni Paolo I). Il Signore «ci ha dato Paolo VI, che ha difeso la vita e l’amore vero – nonostante un’opposizione molto forte – con l’enciclica Humanae Vitae». San Giovanni Paolo II «è stato un Vangelo vivente» che ha saputo insegnare l’armonia tra fede e ragione come «una luce che guida il mondo verso una vera visione dell’uomo». Benedetto XVI ha illuminato il mondo attraverso un insegnamento di «impareggiabile chiarezza, profondità e precisione». E poi «oggi, Lui ci dà Francesco, che vuole letteralmente salvare l’umanesimo cristiano». Di certo, «Dio non abbandona mai la Sua Chiesa».

GERARCHIA E SINODALITÀ
A proposito dell’uso insistente del termine «sinodalità», Sarah ha ricordato l’importanza del primato petrino e della successione apostolica, perché «Cristo ha fondato una Chiesa il cui modo di governo è gerarchico. La prima persona responsabile della Chiesa è il Papa. La prima persona responsabile della Chiesa locale è il Vescovo nella sua diocesi, e non la conferenza episcopale, che è utile per lo scambio [di punti di vista], non per imporre una direzione», in quanto manca di autorità dottrinale.

CHIESA MADRE E MAESTRA
Il cardinale spiega che «c’è una forte maggioranza di sacerdoti che rimangono fedeli alla loro missione di insegnare, santificare e governare. Ma c’è anche un piccolo numero che cede alla tentazione morbosa e maligna di allineare la Chiesa con i valori delle odierne società occidentali», dominate dal relativismo morale e religioso. Questi chierici cadono nell’errore di «voler soprattutto dire che la Chiesa è aperta, accogliente, attenta, moderna. Ma la Chiesa non è fatta per ascoltare [ciò che vuole il mondo], è fatta per insegnare: lei è Madre e maestra, Madre ed educatrice».

IL DONO DEL CELIBATO
In vista del prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che potrebbe divenire la leva per minare il celibato ecclesiastico, Sarah spiega che quest’ultimo è una delle «più grandi ricchezze della Chiesa». Di conseguenza, «l’abbandono del celibato aggraverebbe ulteriormente la crisi della Chiesa e sminuirebbe la posizione del sacerdote, che è chiamato non solo a essere un altro Cristo, ma Cristo stesso, povero, umile e celibe», nutrendo con la sua paternità spirituale ogni anima del suo gregge.

RIFORME E CONVERSIONE
Per un’autentica riforma della Chiesa il porporato indica di guardare all’esempio dei santi, come san Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta, che hanno «trasformato la Chiesa vivendo il Vangelo radicalmente», mettendo Dio al primo posto e da Lui attingendo l’amore per il prossimo. «La vera riforma riguarda la nostra stessa conversione. Se non cambiamo noi stessi, tutte le riforme strutturali saranno inutili. Laici, sacerdoti, cardinali: tutti noi dobbiamo tornare a Dio».

Ermes Dovico   – da il Timone

30 Marzo 2019

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Benedetto XVI: le promesse d’Israele, le speranze della Chiesa nel dialogo su Gesù

Benedetto XVI: le promesse d’Israele, le speranze della Chiesa nel dialogo su Gesù

di Angela Ambrogetti

Il testo che il Papa Emerito Benedetto XVI ha permesso che fosse pubblicato su Communio questa estate a proposito del De Judaeis come abbiamo visto ha suscitato un certo dibattito tra gli specialisti.

Ad alcuni Benedetto ha risposto personalmente come al Rabbino capo di Vienna. Ad altri ha risposto con un articolo sulla rivista Herder Korrespondenz del dicembre 2018.

La rivista ha pubblicato commenti di Thomas Söding (teologo cattolico, già membro della commissione teologica internazionale e ora del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione) e di Michael Böhnke (uno dei firmatari del documento Chiesa 2011: una partenza necessaria), “il quale –scrive il Papa emerito– conferma nuovamente la stroncatura, che in Germania regna sovrana, del mio contributo. Di fronte a questa situazione che vuole, per così dire, imporre un’opinione sola rispetto alle mie riflessioni, e cioè una reazione completamente negativa, mi sembra legittimo e ragionevole che io stesso riprenda di nuovo la parola, indipendentemente dal dialogo molto più positivo che ho potuto condurre con Rabbi Arie Folger, il rabbino capo di Vienna, e che prossimamente apparirà su “Communio”.

Ecco allora i passaggi più significativi dell’articolo del Papa emerito sul numero di dicembre di Herder Korrespondenz e che fa parte di un dossier sull’argomento.

Il Papa spiega la genesi del testo e dice: “l’affermazione essenziale del testo di Böhnke è che avrei messo in discussione i pilastri del dialogo ebraico-cristiano. Questa affermazione è semplicemente sbagliata. Il mio articolo è invece scaturito dal fatto che padre Norbert Hofmann – responsabile per il dialogo ebraico-cristiano presso il Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani – mi ha invitato a prendere posizione sul piccolo documento “Questioni teologiche attinenti alle relazioni cattolico­ ebraiche” (10 dicembre 2015).

Nel complesso, il documento mi è sembrato una sintesi riuscita di quel che la riflessione teologica aveva prodotto all’indomani del Concilio Vaticano II. Dando seguito al desiderio di padre Norbert Hofmann, in un primo momento ho annotato alcune osservazioni che intendevo trasmettergli. Ma nel corso del lavoro, poi, mi è sembrato più corretto collegare fra loro quelle mie osservazioni all’interno di un testo. Il contributo pubblicato da “Communio” è nato in questo modo. Conformemente alla sua genesi, esso non intende rappresentare una rottura con quanto sino a oggi elaborato, bensì portare avanti il dialogo in accordo con il magistero della Chiesa”.

Il primo chiarimento è quello sulla “teoria della sostituzione”.

Scrive Benedetto XVI: “Ero profondamente sorpreso dal non avere io stesso mai sentito parlare di tale teoria della sostituzione. Anche se non avevo mai trattato direttamente il tema cristianesimo-ebraismo, era sorprendente che non sapessi nulla della più importante teoria a riguardo. Per questo sono andato alla ricerca di essa e ho dovuto constatare che prima del Concilio una teoria del genere come tale esplicitamente non c’era.

Continuo a ritenere importante sapere come in seguito possa essere nata l’idea di una teoria della sostituzione che bisognava superare. In ogni caso, su questo punto essenziale, non ho rifiutato il mio accordo, ma ho soltanto constatato che una coerente “teoria della sostituzione” come tale non è mai esistita”.

Il Papa emerito passa poi a spiegare che “L’Antico Testamento è la Bibbia comune di ebrei e cristiani”.

La nuova interpretazione dell’Antico Testamento dopo la resurrezione di Gesù non è stata accettata da tutti e si sono aggiunti gli scritti del primo secolo divenuti Nuovo Testamento.

Spiega Benedetto XVI: “I cristiani ora erano convinti che il rapporto fra le due “Bibbie” fosse tale che il Nuovo Testamento stabiliva in modo vincolante la corretta interpretazione dell’Antico. In questo modo le due comunità, che si appoggiavano sulla Bibbia degli ebrei quale loro base, erano definitivamente separate in due comunità (due “religioni”: ebraismo e cristianesimo).

In forza della comune base nell’Antico Testamento, il dialogo tra di esse è restato naturalmente un’intima necessità. Non si è mai neppure completamente interrotto, e tuttavia fu oscurato sempre più dal potere politico della cristianità, fino alla tentata distruzione dell’ebraismo da parte del regime nazionalsocialista. Così la Chiesa cattolica, nel Concilio Vaticano II, a seguito di tutte le sofferenze del popolo ebraico, ha cercato una nuova base per il dialogo, a oggi formulata al meglio nel documento della Commissione biblica del 24 maggio 2001 “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”. 

Questo documento oggi dovrebbe indicare la strada per il dialogo ebraico-cattolico, sia dal punto del metodo che da quello del merito.

Il mio contributo pubblicato su “Communio” segue questo orientamento. Di conseguenza, ho cercato di interpretare le grandi promesse a Israele allo stesso tempo come speranza della Chiesa, cercando di esporre sia quel che divide, sia quel che unisce. Nel farlo, ho potuto constatare con grande gioia come il nuovo lavoro dell’esegesi consenta su entrambi i lati avvicinamenti che fino ad oggi non si potevano neppure immaginare; e questo anche proprio riguardo a classiche questioni dirimenti, quali la figura del Messia e il problema del rapporto tra legge e libertà. Alla mia età non posso sperare di poter continuare a lavorare su questo, e tuttavia è per me di grande incoraggiamento vedere aprirsi così tante nuove possibilità”.

Nonostante l’età però il Papa emerito indica un cammino in prospettiva: “Il Vangelo di san Matteo si conclude con la missione ai discepoli di andare in tutto il mondo e fare discepoli tutti i popoli (Mt 28,19). Missione in tutti i popoli e culture è dunque il mandato che Cristo ha affidato ai suoi. Si tratta, nel compierlo, di fare conoscere agli uomini il “dio ignoto” (At 17,23). L’uomo ha il diritto di conoscere Dio perché solo chi conosce Dio può vivere nel modo giusto la propria umanità.

Per questo il mandato missionario è universale – con un’eccezione: una missione agli ebrei non era prevista e non era necessaria, semplicemente perché essi soli tra tutti i popoli conoscevano il “dio ignoto”. Quindi, per quanto riguarda Israele, non valeva e non vale la missione, ma il dialogo se Gesù di Nazaret sia “il Figlio di Dio, il Logos”, atteso – secondo le promesse fatte al suo stesso popolo – da Israele e, inconsapevolmente, da tutta l’umanità. Riprendere questo dialogo è il compito che ci impone il momento presente”.

La conclusione di Benedetto XVI poi è semplice e chiara: “Quel che Michael Böhnke ha scritto su “Herder Korrespondenz” sono sciocchezze grottesche e non hanno nulla a che vedere con quanto ho detto in merito. Per questo respingo il suo articolo come un’accusa assolutamente falsa.  Benedetto XVI”.

 

CITTÀ DEL VATICANO , 31 dicembre, 2018 / 10:00 AM (ACI Stampa).

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Benedetto XVI al Rabbino, la conclusione del dialogo ebraico-cristiano è solo di Dio.

Benedetto XVI al Rabbino, la conclusione del dialogo ebraico-cristiano è solo di Dio.

di Angela Ambrogetti

CITTÀ DEL VATICANO , 28 dicembre, 2018 / 10:00 AM (ACI Stampa).-

Il Papa emerito Benedetto XVI ha scritto nel suo testo pubblicato da Communio in tedesco la scorsa estate che le due tesi proposte necessitavano di altro dibattito ed approfondimento. E’ così è stato. Soprattutto in Germania visto che il testo fino allo scorso ottobre era solo in tedesco e solo da poco è arrivata la provvidenziale traduzione francese, mentre l’italiano è ancora lontano.

Tra le risposte più interessanti e degne di nota quella del Gran Rabbino di Vienna Arie Folger che in un articolo su Jüdische Allgemeine lo scorso luglio si domanda se il dialogo sia in pericolo.

La sua è una prospettiva ovviamente diversa da quella di Benedetto XVI ed onestamente sottolinea che il testo è scritto “ad uso interno vaticano” ma aggiunge da “un eminente teologo conservatore”.

Benedetto però dimostra di essere tutt’altro che conservatore, proprio perché afferma che le tesi che affronta “ devono continuare ad essere elaborate in maniera critica”.

Il Rabbino riassume il testo del Papa emerito puntando solo a quello che non condivide. Ovviamente, proprio perché è un Rabbino.

Arie Folger scrive che la tesi di Benedetto che la teoria della sostituzione non ha mai fatto parte della dottrina della Chiesa è un “revisionismo antistorico”, a proposito del tema dell’Alleanza il Rabbino si chiede se gli ebrei debbano “subire delle missioni imposte” e sulla questione della Terra promessa e lo Stato di Israele si dice fortemente contrario alla “devalorizzazione teologica del sionismo”.

Il Papa risponde a questo articolo il 23 agosto del 2018 con una lettera personale al Rabbino. Un testo semplice che dimostra proprio la necessità di approfondimento delle tesi che Benedetto aveva anticipato.

Cristianesimo ed ebraismo si dividono nella accettazione di Gesù. Un dibattito che non è stato spesso o sempre condotto dai cristiani in modo rispettoso dell’altra parte.

Sul dibattito sulla interpretazione della Bibbia del Popolo ebreo Benedetto rimanda al testo del 2001 della Pontificia Commissione biblica “Il popolo ebreo e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”, e poi chiarisce il suo pensiero senza chiudere al dibattito, ma aprendo a nuove riflessioni.

La promessa messianica è sempre un oggetto di controversia. Mosè parla faccia a faccia con Dio come un amico, Gesù è figura centrale perché da del “tu” a Dio.

Così il “tempo della Chiesa” è un po’ come i quaranta anni nel deserto per Israele. Un tempo per esercitare la libertà dei figli di Dio.

A proposito delle obiezioni sulla questione dello Stato di Israele Benedetto aggiunge: si tratta di uno stato laico che ha dei fondamenti religiosi. Ma per i padri da Ben Gurion a Golda Meier era evidente che lo stato fosse laico semplicemente perché era il solo modo nel quale potesse sopravvivere.

E conclude con un passaggio interessante in risposta alla difesa della Halaka del Rabbino di Vienna. In materia di morale e di culto c’è una unità che possiamo vedere oggi più di prima, molto grande tra Chiesa e Israele. Anche se oscurata nei secoli dal rifiuto di Lutero alla Legge combinato con un un marcionismo pseudo religioso e con il quale il dibattito non è ancora iniziato. E lì il Papa vede una opportunità nuova di dialogo ebraico cristiano.

Rav Folger risponde a sua volta a Benedetto XVI il 4 settembre e parte proprio da questo terzo punto: la morale e il culto. Unire le forze, dice, contro la secolarizzazione.

Anche sulla natura dello Stato di Israele riconosce la necessaria laicità per poter meglio gestire la politica, ma certo ha un significato religioso per molti ebrei nella diaspora.

Infine il tema dell’Alleanza. Benedetto dice che il dialogo tra ebrei e cristiani non si conclude nella storia, la conclusione appartiene a Dio alla fine della storia.

Il Rabbino risponde che il tema dell’Alleanza mai revocata è utile per combattere l’antisemitismo e lega tutte le forme di antisemitismo anche nella Chiesa all’idea di “sostituzione”.

Conclude con l’augurio che questa corrispondenza “contribuirà a rafforzare e approfondire il dialogo” e fare crescere le azioni per una società migliore.

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Papa Benedetto XVI e il concetto di Stato

Papa Benedetto XVI e il concetto di Stato

Benedetto XVI – Papa emerito Città del Vaticano, 15 aprile 2017

Egregio Signor Presidente della Repubblica di Polonia!
Eminenze ed Eccellenze!
Onorevoli Signore e Signori!

Con grande e profonda commozione, gratitudine e gioia ho appreso la notizia che, in occasione del mio 90° Compleanno, con il Patrocinio onorario del Presidente della Repubblica di Polonia, alti rappresentanti delle Autorità statali ed ecclesiali della Polonia si riuniranno per una Conferenza scientifica sul tema: “Il concetto di Stato nella prospettiva dell’insegnamento del Cardinal Joseph Ratzinger / Benedetto XVI”.

Il tema scelto porta Autorità statali ed ecclesiali a dialogare insieme su una questione essenziale per il futuro del nostro Continente. Il confronto fra concezioni radicalmente atee dello Stato e il sorgere di uno Stato radicalmente religioso nei movimenti islamistici, conduce il nostro tempo in una situazione esplosiva, le cui conseguenze sperimentiamo ogni giorno. Questi radicalismi esigono urgentemente che noi sviluppiamo una concezione convincente dello Stato, che sostenga il confronto con queste sfide e possa superarle.

Nel travaglio dell’ultimo mezzo secolo, con il Vescovo-Testimone Cardinale Wyszyński e con il Santo Papa Giovanni Paolo II, la Polonia ha donato all’umanità due grandi figure, che non solo hanno riflettuto su tale questione, ma ne hanno portato su di sé la sofferenza e l’esperienza viva, e perciò continuano ad indicare la via verso il futuro.
Con la mia cordiale gratitudine per il lavoro che le Loro Signorie si propongono in questa circostanza, imparto a tutte Loro la mia paterna Benedizione,

Benedetto XVI

(Messaggio di Sua Santità Benedetto XVI, 15 aprile 2017)

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IL CARDINALE KOCH A CAMPOBASSO

IL CARDINALE KOCH A CAMPOBASSO

Il 27 novembre l’auditorium “Celestino V” di Campobasso ospiterà il convegno “Il Kerigma di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, cooperatore della Verità e testimone della fede in Cristo”, una cerimonia pubblica per il decimo anniversario dell’opera “Gesù di Nazaret”. L’evento, che avrà inizio alle ore 18, concluderà i momenti celebrativi in occasione del novantesimo compleanno del Papa emerito, promossi dal Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger”, in collaborazione con l’arcidiocesi di Campobasso-Bojano, l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e l’Ordine del Santo Sepolcro Sezione Abruzzo e Molise.

Per l’occasione, ricordando anche i cinquecento anni della Riforma, è stato invitato il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il cardinale Kurt Koch, che terrà una lectio magistralis sul tema “La Teologia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Cooperatore della Verità”.

All’incontro interverranno il presidente del Centro Ratzinger Ylenia Fiorenza, il sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi mons. Markus Graulich, il preside dell’Ordine del Santo Sepolcro Sezione Abruzzo-Molise Carmine de Camillis, il direttore dell’ufficio diocesano per l’ecumenismo padre Joachim Blaj, il pastore valdese Luca Anziani. Le conclusioni saranno affidate all’arcivescovo metropolita, mons. Giancarlo Maria Bregantini.

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