Tag: cristianesimo

Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli

Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli

«Benedetto il Signore Dio di Israele»
La preghiera di ebrei e cristiani

«Shimhon il giusto era uno degli ultimi membri della grande assemblea. Egli soleva dire: Su tre cose il mondo sta: sulla Torà, sul culto e sulle opere di misericordia» (Pirqè Avot, I,2). Un commentatore medievale afferma che «ora che non vi è più un culto, il mondo sussiste grazie alla Torà, alle opere di misericordia e alla preghiera, perché la preghiera ha la stessa efficacia del culto (Vitry)» (cf. A. Mello, Detti dei rabbini, 53).
Il XXXVIII incontro nazionale dei Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli vuole affrontare questo tema così centrale e importante per le due tradizioni religiose. L’intento è quello di mettere in luce alcuni aspetti della questione che da una parte possano far emergere le specificità della preghiera nelle due tradizioni religiose, dall’altra cogliere tratti comuni e punti di incontro.
La preghiera è un punto di osservazione particolarmente significativo per comprendere la modalità del credente di stare davanti a Dio, ma anche di porsi in dialogo con il mondo, con le vicende della storia e con gli uomini e le donne che appartengono ad altre tradizioni religiose o non sono credenti. In questo senso, attraverso la comprensione dell’esperienza della preghiera, il modo in cui ebrei e cristiani la vivono e la interpretano, possiamo scorgere vie comuni di dialogo e di impegno nel mondo.
Oltre al tema sviluppato da differenti punti di vista il Colloquio sarà come sempre improntato all’amicizia e alla condivisione di altri momenti di approfondimento. Quest’anno si terrà una serata commemorativa in onore di Paolo De Benedetti, figura fondamentale del dialogo ebraico cristiano in Italia, recentemente scomparso.
A Lui vorremmo dedicare, come già abbiamo fatto con il card. Martini, l’intero Colloquio di quest’anno.

Mercoledì 6 – Domenica 10 dicembre 2017

Mercoledì 6 dicembre

dalle 14.30 accoglienza
21.00    Saluti e presentazione
Matteo Ferrari, Monaco di Camaldoli
Cristiano Bettega, Direttore dell’Ufficio CEI per il Dialogo e
l’Ecumenismo

Relazione di apertura
Pier Francesco Fumagalli, Dottore della Biblioteca
Ambrosiana

Giovedì 7 dicembre

9.00      La preghiera nella Bibbia
Alexander Rofé, Biblista – Gerusalemme
Daniele Garrone, Biblista – Roma

16.00    Tavola rotonda giovani

21.00    Paolo De Benedetti e il dialogo Ebraico-Cristiano
Massimo Giuliani, Filosofo – Trento

Venerdì 8 dicembre

9.00      Il Siddur: la struttura della preghiera ebraica
Rav Amedeo Spagnoletto, Rabbino – Roma
La Birkat ha-minim
Rav Pierpaolo Pinhas Punturello, Rabbino – Roma

12.00    Celebrazione eucaristica

16.00    Accensione lumi di Shabbath

16.15    Gruppi

18.30    Kabbalat Shabbat

21.00    Serata insieme

Sabato 9 dicembre

8.30      Preghiera

11.00    Gruppi

15.00    La preghiera del Venerdì Santo
Daniele Menozzi, Storico – Pisa
Piero Stefani, Teologo – Ferrara

18.00    Lectio biblica a due voci
Rav Elia Richetti – Matteo Ferrari

21.00    Concerto
Cidnewski Kapelle

Domenica 10 dicembre

9.00      Conclusioni
Milena Beux Jäger – Miriam Camerini – Claudia Milani –
Marco Cassuto Morselli

11.30    Celebrazione eucaristica

12.30    Pranzo

Dopo pranzo partenze

Gruppi
I Salmi imprecatori (Donatella Scaiola – Alexander Rofé)
Introduzione alla preghiera di Shabbat (Claudia Milani – Miriam Camerini)
Il Canto sinagogale (Maria Teresa Milano – Rav Elia Richetti – Maurizio Di Veroli)
Fonti ebraiche della preghiera cristiana (Milena Beux Jäger – Shemuel Lampronti)
La preghiera di Yeshua/Gesù(Marco Cassuto Morselli – Gabriella Maestri)
Introduzione al dialogo ebraico cristiano(Carmine Di Sante – Davide Assael)

Alcuni titoli
Beux Jäger Milena, Padre nostro. Una preghiera ebraica, Silvio Zamorani Editore, Torino 2012.
Di Sante Carmine, La preghiera di Israele, (Radici 6), Marietti, Casale Monferrato 1985.
Heinemann  Joseph, La preghiera ebraica, (Spiritualità ebraica), Qiqajon, Magnano (BI) 1986.
Manns, Frédéric, La preghiera di Israele al tempo di Gesù, EDB, Bologna 2017.
Menozzi Daniele, “Giudaica perfidia”. Uno stereotipo antisemita fra liturgia e storia, Il Mulino, Bologna 2014.

Per informazioni e prenotazioni
FORESTERIA DEL MONASTERO DI CAMALDOLI
foresteria@camaldoli.it – 0575556013

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Dichiarazione di 25 rabbini ortodossi sul cristianesimo

Dichiarazione di 25 rabbini ortodossi sul cristianesimo

«Fare la volontà del Padre Nostro in cielo:
Verso un partenariato tra ebrei e cristiani»

Dopo quasi due millenni di reciproca ostilità e alienazione, noi rabbini ortodossi che conduciamo comunità, istituzioni e seminari in Israele, negli Stati Uniti e in Europa riconosciamo l’opportunità storica che si presenta ora davanti a noi. Noi cerchiamo di fare la volontà del nostro Padre celeste accettando la mano che ci viene offerta dai nostri fratelli e sorelle cristiani. Ebrei e cristiani devono lavorare insieme come partner per affrontare le sfide morali della nostra epoca.

1. La Shoah si è conclusa 70 anni fa. È stato il tragico culmine di secoli di mancanza di rispetto, di oppressione e di rifiuto degli ebrei e della conseguente ostilità che si è sviluppata tra ebrei e cristiani. Col senno di poi, è chiaro che l’incapacità di spezzare questo disprezzo e di impegnarsi in un dialogo costruttivo per il bene dell’umanità ha indebolito la resistenza alle forze del male dell’antisemitismo, che hanno sommerso il mondo nell’assassinio e nel genocidio.

2. Riconosciamo che a partire dal Concilio Vaticano II gli insegnamenti ufficiali della Chiesa cattolica sull’ebraismo sono cambiati radicalmente e irrevocabilmente. La promulgazione di Nostra Aetate cinquant’anni fa ha iniziato il processo di riconciliazione tra le nostre due comunità. Nostra Aetate e i successivi documenti ufficiali della Chiesa respingono inequivocabilmente ogni forma di antisemitismo, affermano il patto eterno tra Dio e il popolo ebraico, respingono il deicidio e sottolineano il rapporto unico tra cristiani ed ebrei, che furono indicati come “i nostri fratelli maggiori” da Papa Giovanni Paolo II e “i nostri padri nella fede” da Papa Benedetto XVI. Su questa base, i cattolici e altri esponenti del cristianesimo hanno iniziato un dialogo onesto con gli ebrei che è cresciuto nel corso degli ultimi cinque decenni. Apprezziamo l’affermazione della Chiesa del posto unico di Israele nella storia sacra e nella redenzione finale del mondo. Oggi gli ebrei hanno sperimentato l’amore sincero e il rispetto di molti cristiani che sono stati espressi in molte iniziative di dialogo, incontri e conferenze in tutto il mondo.

3. Come Maimonide e Yehudah Halevi [1], riconosciamo che il cristianesimo non è né un incidente né un errore, bensì l’esito voluto dalla volontà di Dio e dono alle nazioni. Separando ebraismo e cristianesimo, Dio ha voluto una separazione tra partner con significative differenze teologiche, non una separazione tra nemici. Il Rabbino Jacob Emden ha scritto che “Gesù ha portato un doppio bene al mondo. Da un lato ha rafforzato molto la Torah di Mosè … e nessuno dei nostri saggi ha affermato con più enfasi l’immutabilità della Torah. D’altra parte ha rimosso gli idoli dalle nazioni e le ha assoggettate ai sette comandamenti di Noè in modo che non si comportassero come animali dei campi, e ha instillato saldamente in esse le regole morali. … I cristiani sono congregazioni che lavorano per il bene del cielo, che sono destinate a durare nel tempo, il cui scopo è il bene del cielo e la cui ricompensa non sarà negata “[2]. Rabbi Samson Raphael Hirsch ci ha insegnato che i cristiani” hanno accettato la Bibbia ebraica dell’Antico Testamento come libro di rivelazione divina . Essi professano la loro fede nel Dio del Cielo e della Terra, come proclamato nella Bibbia e riconoscono la sovranità della Divina Provvidenza” [3]. Ora che la Chiesa cattolica ha riconosciuto il patto eterno tra Dio e Israele, noi ebrei possiamo riconoscere la attuale validità costruttiva del cristianesimo come nostro partner nella redenzione del mondo, senza alcun timore che ciò possa essere sfruttato per scopi missionari. Come ha dichiarato la Commissione bilaterale del Gran Rabbinato di Israele con la Santa Sede, sotto la guida del rabbino Shear Yashuv Cohen, “Non siamo più nemici, ma senza alcun dubbio partner affidabili nell’articolare i valori morali essenziali per la sopravvivenza e il benessere dell’umanità” [4 ]. Nessuno dei due può realizzare da solo la missione di Dio in questo mondo.

4. Sia gli ebrei sia i cristiani hanno una comune missione di alleanza per perfezionare il mondo sotto la sovranità dell’Onnipotente, in modo che tutta l’umanità invochi il suo nome e gli abomìni vengano rimossi dalla terra. Comprendiamo l’esitazione di entrambe le parti nell’affermare questa verità e invitiamo le nostre comunità a superare queste paure al fine di stabilire un rapporto di fiducia e di rispetto. Rabbi Hirsch ha anche insegnato che il Talmud mette i cristiani “per quanto riguarda i doveri tra uomo e uomo esattamente allo stesso livello degli ebrei. Essi hanno diritto al beneficio di tutti i doveri, non solo di giustizia, ma anche di attivo amore umano fraterno. “In passato i rapporti tra cristiani ed ebrei sono stati spesso interpretati attraverso il rapporto conflittuale di Esaù e Giacobbe, ma il rabbino Naftali Zvi Berliner ( Netziv) aveva già capito alla fine del 19° secolo che ebrei e cristiani sono destinati da D.o a essere partner amorosi: “In futuro, quando i figli di Esaù saranno mossi da puro spirito a riconoscere il popolo d’Israele e le sue virtù, allora anche noi saremo spinti a riconoscere che Esaù è nostro fratello”[5].

5. Noi ebrei e cristiani abbiamo in comune più di ciò che ci divide: il monoteismo etico di Abramo; il rapporto con l’Unico Creatore del Cielo e della Terra, che ama e si prende cura di tutti noi; le Sacre Scritture ebraiche; la fede in una tradizione vincolante; i valori della vita, della famiglia, della misericordia, della giustizia, della libertà inalienabile, dell’amore universale e della definitiva pace nel mondo. Rabbi Moses Rivkis (Be’er Hagoleh) ne dà conferma e ha scritto che “i Saggi hanno fatto riferimento solo agli idolatri dei loro tempi che non credevano nella creazione del mondo, nell’Esodo, nei gesti miracolosi di Dio e nella legge data da Dio . Al contrario, le popolazioni presso le quali siamo sparsi credono in tutti questi elementi essenziali della religione”[6].

6. La nostra partnership non minimizza in alcun modo le differenze che continuano ad esistere fra le due comunità e le due religioni. Noi crediamo che Dio impiega molti messaggeri per rivelare la sua verità, mentre affermiamo gli obblighi etici fondamentali che tutte le persone hanno di fronte a Dio che l’ebraismo ha sempre insegnato attraverso l’alleanza universale di Noè.

7. Nella imitazione di Dio ebrei e cristiani devono offrire modelli di servizio, di amore incondizionato e di santità. Siamo tutti creati ad immagine di Dio, e ebrei e cristiani rimarremo attaccati all’Alleanza svolgendo un ruolo attivo nel redimere il mondo.

Firmatari iniziali (in ordine alfabetico):

Rabbi Jehoshua Ahrens (Germany)

Rabbi Marc Angel (United States)

Rabbi Isak Asiel (Chief Rabbi of Serbia)

Rabbi David Bigman (Israel)

Rabbi David Bollag (Switzerland)

Rabbi David Brodman (Israel)

Rabbi Natan Lopez Cardozo (Israel)

Rav Yehudah Gilad (Israel)

Rabbi Alon Goshen-Gottstein (Israel)

Rabbi Irving Greenberg (United States)

Rabbi Marc Raphael Guedj (Switzerland)

Rabbi Eugene Korn (Israel)

Rabbi Daniel Landes (Israel)

Rabbi Steven Langnas (Germany)

Rabbi Benjamin Lau (Israel)

Rabbi Simon Livson (Chief Rabbi of Finland)

Rabbi Asher Lopatin (United States)

Rabbi Shlomo Riskin (Israel)

Rabbi David Rosen (Israel)

Rabbi Naftali Rothenberg (Israel)

Rabbi Hanan Schlesinger (Israel)

Rabbi Shmuel Sirat (France)

Rabbi Daniel Sperber (Israel)

Rabbi Jeremiah Wohlberg (United States)

Rabbi Alan Yuter (Israel)

STATEMENT SOURCE

[1] Mishneh Torah, Laws of Kings 11:4 (uncensored edition); Kuzari, section 4:22

[2] Seder Olam Rabbah 35-37; Sefer ha-Shimush 15-17.

[3] Principles of Education, “Talmudic Judaism and Society,” 225-227.

[4] Fourth meeting of the Bilateral Commission of the Chief Rabbinate of Israel and the Holy See’s Commission for Religious Relations with Jewry, Grottaferrata, Italy (19 October 2004).

[5] Commentary on Genesis 33:4.

[6] Gloss on Shulhan Arukh, Hoshen Mishpat, Section 425:5. Social Sharing Toolkit v2.2

Documento datato 3 Dicembre 2015




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“Le radici ebraiche del Cristianesimo”

“Le radici ebraiche del Cristianesimo”

Simposio internazionale organizzato da Liana Marabini a Roma

“Ogni cristiano deve avere un animo di ebreo se vuole vivere la propria fede e comprendere la Scrittura; gli ebrei sono i nostri fratelli maggiori; il cristianesimo non è comprensibile se non viene letto nella storia dell’ebraismo”. 

Lo ha detto il cardinale Velasio De Paolis intervenendo giovedì 22 ottobre, a Roma, nel corso del Simposio internazionale sul tema “Le radici ebraiche del Cristianesimo”.

Organizzato dalla Liamar Edition, insieme al presidente emerito della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, al Simposio hanno partecipato in qualità di relatori il teologo Yuval Lapide,figlio del famoso Pinchas, storico e diplomatico israeliano. Gary Krupp, presidente della “Pave the Way Foundation” e Monsignor Bernard Ardura, O. Praem. Presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche.

Nel suo intervento il cardinale De Paolis ha spiegato che  “dalla storia degli inizi appare più che evidente che il cristianesimo è fiorito dall’albero dell’ebraismo. I primi discepoli di Gesù Cristo erano semplicemente dei credenti ebrei, che, rimanendo tali, hanno visto in Gesù Cristo il compimento delle profezie e delle attese messianiche del popolo ebraico. Per il resto continuavano a sentirsi ebrei, legati alla legge mosaica e alla pratica del tempio”.

“I primi credenti – ha sottolineato il porporato – furono soprattutto ebrei e lo stile di vita dei primi cristiani non era visto in opposizione agli ebrei, tanto che forse presso le autorità imperiali i cristiani venivano identificati semplicemente con gli ebrei, sia pure con qualche caratteristica propria. Solo più tardi, – ha aggiunto – quando i pagani entrarono in massa e vennero a costituire la maggioranza nella nuova religione, si pose il problema della relazione tra ebraismo e cristianesimo”.

Dopo aver dimostrato come la continuità tra ebraismo e cristianesimo sia parte del mistero, De Paolis ha spiegato che “mentre il dialogo procede, la parte cattolica continua a comprendere sempre di più che, se non si interagisce con l’eredità ebraica della Chiesa, si indebolisce la fede e si scardina ciò che è essenziale per l’identità cristiana”.

A tal proposito ha scritto il cardinal Jean Marie Lustiger: “Diventando cristiano, non ho inteso cessare l’essere ebreo che ero allora. Non fuggivo da una condizione ebraica. L’ho ricevuta dai miei genitori e non la posso perdere. L’ho ricevuta da Dio, ed egli non me la farà perdere mai”. Il teologo Yuval Lapide, ha raccontato invece del libro “Tre Papi e gli ebrei” (1967) scritto da sua padre Pinchas, in cui si attesta che su 1.300.000 ebrei scampati alla Shoah, da 700.000 a 860.000 furono salvati ad opera della Chiesa Cattolica.

Gary Krupp, della Pave the Way Foundation ha riportato molte delle testimonianze di cristiani che hanno rischiato e perso la vita pur di salvare gli ebrei dall’Olocausto. E mons. Bernard Ardura, presidente del Pontificio Comitato di Scienze Storiche, ha riportato in dettaglio le vicende di mons. Jules-Géraud Saliège e mons. Pierre-Marie Théas che nella Francia della Seconda Guerra mondiale salvarono centinaia di ebrei.

La serata si è conclusa con la proiezione del film di Liana Marabini “Shades of Truth” in cui si racconta di un giornalista ebreo che nutre molti pregiudizi nei confronti del Pontefice Pio XII, per poi scoprire che la sua famiglia fu salvata proprio da quel Papa.

(24 Ottobre 2015) © Innovative Media Inc.  

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La lettera di Laura Malchiodi al Papa

La lettera di Laura Malchiodi al Papa

Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della santa sede

Sua Santità, Le scrivo, ancora, perché trovo sempre più difficile considerarmi Cattolica. Eppure sono sempre stata molto vicina alla Chiesa, grazie anche al fatto che provengo da una famiglia molto religiosa, con due pro-zii Vescovi (Umberto Malchiodi, Vescovo di Piacenza e Gaetano Malchiodi, Vescovo a Loreto, erano fratelli di mio nonno Aldo)… ma non solo per questo. La lettura dei Vangeli, che ho cominciato alle medie e quella della Bibbia, che ho iniziato ad affrontare nel 1972, a 15 anni (grazie al regalo di zio don Umberto), mi hanno sempre più coinvolta. Ho poi conosciuto Madre Speranza, che mi ha detto che sarei rimasta delusa dalla Chiesa, ma che avrei dovuto lottare contro le sue storture e non avrei dovuto abbandonarla… Lei mi sta rendendo estremamente difficile mantenere questa promessa. Oggi, per la prima volta nella mia vita, non me la sento di andare a Messa.

E pensare che ero così felice quando L’ho vista la prima volta!

La Sua scelta del nome Francesco (il mio Santo preferito) mi aveva fatto sperare che Lei volesse in qualche modo testimoniare il suo distacco dai capitoli bui della nostra storia, che hanno visto i Gesuiti come protagonisti di pogrom e persecuzioni orribili nei confronti degli Ebrei… ma evidentemente mi sbagliavo.

E non Le scrivo solo a mio nome. Miei amici, conoscenti e parenti ogni giorno mi confessano il loro imbarazzo profondo e la crisi che stanno attraversando, grazie a Lei.

Le sue gaffes imbarazzanti in occasione del suo viaggio in Israele e in Cisgiordania… il suo assordante silenzio in occasione del rapimento dei tre ragazzi israeliani e la sua sollecita preghiera in occasione della tragica vendetta su un ragazzo palestinese, … la Sua assenza al Convegno ecumenico di Salerno dello scorso novembre (ha preferito andare ad elogiare il fedele alleato di Hamas, in Turchia),… e adesso il suo riconoscimento dello Stato Palestinese e la sua elezione di un capo terrorista ad “angelo della pace”… mi hanno sconvolta e profondamente ferita.

In questi mesi mi sono domandata il perché.

Ho pensato che forse Lei non ha letto mai gli statuti di Olp e Hamas, che negano in assoluto la possibilità di esistere a Israele (se è questo il caso, La invito a farlo subito). Condivido l’opinione che la pace in Israele potrà essere raggiunta solo attraverso negoziati che prevedano due Stati, e credo che sia questo il punto che l’Occidente dovrebbe sottolineare e pretendere, anche e soprattutto dai Palestinesi. È infatti noto che è questo il punto dolente, perché per Statuto, sia Olp che Hamas non possono accettare l’esistenza dello Stato ebraico israeliano ed è su questo punto, su questa richiesta di RECIPROCITÀ, che si sono arenati tutti i negoziati di pace.

L’Occidente finge di sostenere Israele, ma accetta che Israele non possa scegliere la propria capitale storica, Gerusalemme, perché l’idea non piace ai Palestinesi. E ai Palestinesi l’idea non piace perché per negare il futuro al popolo israeliano, negano anche la loro storia e la loro presenza millenaria in quei territori. (Stanno negando anche la nostra storia, al punto da dichiarare che Abramo e Gesù non erano ebrei, ma palestinesi… e celebrando la Liturgia a Betlemme con alle spalle quel manifesto di propaganda palestinese, Lei ha avvalorato – spero inconsapevolmente – questa assurda tesi…). Una cosa analoga è avvenuta in Armenia circa cento anni fa, e anche allora l’Occidente ha assistito indifferente (quando non ha collaborato attivamente) al genocidio armeno che ne è seguito.

Mi sono detta che forse non ha saputo della sentenza emessa dalla corte francese di Versailles, del 2013 (ed è risaputo che la Francia con Ebrei e Israele non è affatto tenera!). In questa occasione, il tribunale di Versailles ha stabilito che – secondo il diritto internazionale – quella di Giudea e Samaria è un’occupazione legittima, che non viola nessuna norma internazionale, contrariamente a quanto sostiene la propaganda di Olp e Anp, propaganda che – come sottolineato nella sentenza di Versailles – non costituisce diritto internazionale.

O forse, mi sono detta, non ha saputo che recentemente Anp e Olp e Hamas sono stati accusati di terrorismo da un altro tribunale, a New York. Anche il Suo interlocutore preferito, “l’angelo della pace” Abu Mazen, è stato condannato per atti terrorismo in questa occasione…. E una banca giordana è stata multata per aver finanziato, con prestiti, il terrorismo di Hamas. (E questo dovrebbe mettere in serio imbarazzo anche l’Europa, che da anni offre generosi finanziamenti ai Palestinesi, senza preoccuparsi di come vengono utilizzati).

Ma mi sono anche detta che una persona che sta utilizzando il potere politico che ha Lei, non può non aver prima studiato con attenzione la situazione e la storia di quei territori… quindi Le chiedo: perché?

Perché non ha reagito neppure alla richiesta europea e dell’Italia dell’etichettatura obbligatoria per le aziende israeliane che operano in Samaria e Giudea?

È difficile capire questa scelta italiana, anche considerando le ripetute promesse del nostro Governo di sostenere Israele, in quanto unico Stato democratico in mezzo ad una polveriera impazzita e minacciato seriamente dall’Iran.

È evidente che lo scopo della richiesta dell’etichettatura è finalizzata ad un prossimo boicottaggio, già in uso presso le cooperative italiane – e non solo – e che tanto ricorda le prime leggi razziali del periodo fascista… Davvero non comprende che cosa significa boicottare le aziende israeliane, dove lavorano anche molti arabi palestinesi e israeliani? Significa boicottare la normalizzazione, l’integrazione, la dignità di quel popolo, dignità che si ottiene con il lavoro, come Lei stesso ultimamente ha spesso ripetuto in riferimento alla disoccupazione in Italia. E boicottare questo, boicottare la normalizzazione, significa boicottare la pace.

Gli oltre 800.000 ebrei che vivevano da secoli nei paesi arabi, che dalla fine degli anni ’40 sono stati espropriati di soldi, case e terreni (i terreni espropriati corrispondevano a circa 5 volte lo Stato di Israele), sono stati accolti dal piccolo neonato stato israeliano e hanno avuto la possibilità di ricostruirsi una vita. Possibilità negata ai profughi palestinesi, visto che i Paesi arabi hanno rifiutato anche la proposta di dare loro parte delle ricchezze e dei terreni espropriati agli ebrei. Possibilità negata perché solo costringendoli a vivere da profughi, in cattività, impediscono loro di sentirsi uomini liberi e quindi non desiderosi di recriminare diritti assurdi (perché solo ai discendenti dei palestinesi questo diritto? Perché non ai discendenti degli ebrei? O degli italiani cacciati dall’Istria?…)

Ha mai pensato a cosa può condurre la Sua politica per i figli e i nipoti di quegli ebrei, che con tanta fatica si sono ricostruiti una vita, in Israele? Davvero considera giusto e legittimo sostenere chi li vuole – ancora una volta – cacciare ed espropriare di tutto? Anche della loro vita?

Sono trascorsi solo 70 anni dalla nostra presunta liberazione dal nazismo, dalle leggi razziali, da un antisemitismo becero e vergognoso. Cinquant’anni fa, veniva firmato il documento Nostra Aetate che avrebbe dovuto modificare radicalmente anche i rapporti tra Chiesa e mondo ebraico, aprendoci ad un dialogo onesto e alla pari (e non si immagina quanto mi renda orgogliosa l’ultima firma di quel documento!)

Eppure oggi, come negli anni ’20, stiamo ripercorrendo la stessa strada, commettendo gli stessi errori. E questo fa molto male.
E fa ancora più male assistere, ancora, impotenti, a certi comportamenti antisemiti in seno alla Chiesa…. ai vertici della Chiesa.
Sembra che quello che Le interessa non sia la pace in quei territori martoriati, ma colpire gli Ebrei…
Devo pensare che lo faccia per salvaguardare la vita dei cristiani in Medio Oriente e in Occidente? La storia ci insegna a non fidarci di tali allenze! Oltre al fatto che noi Cristiani siamo chiamati a fare scelte coraggiose! E il Vescovo di Roma dovrebbe essere il primo a dare l’esempio…

Le ho già scritto altre volte… allora speravo in una Sua risposta, perché lo stato in cui mi trovo – soprattutto per questi motivi – è davvero grave. Anche stanotte non ho dormito e Le ho twittato… ma evidentemente non Le interessa l’avermi ferita, così profondamente. D’altra parte chi sono io, per destare il Suo interesse?

Mi scuso per la durezza della mia lettera… ma quando sto male mi è difficile nascondere il mio stato e la gravità dei suoi ultimi atti non mi ha dato scelta.

Continuerò a pregare per Lei e perché il Signore mi aiuti a perdonarLa.

Laura Malchiodi

Fonte: www.Kolot.it

18 maggio 2015

Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo, IsraeleTag:Abu Mazen,Palestina, Papa Francesco

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Vignette e religione: sì o no?

Vignette e religione: sì o no?

Una riflessione su rispetto e libertà


di: Vittorio Robiati Bendaud


Una premessa: sin da ragazzo sono lettore di Tex e di Dylan Dog. Complimenti, dunque, a casa Bonelli, che ha tanti meriti nell’alfabetizzazione – e non solo – di questo Paese.
Il fatto: la concorrente Editoriale Cosmo di Reggio Emilia ha diffuso in edicola questo mese il fumetto Nosferatu, con avventure di umani e vampiri. Tra gli epocali fenomeni narrati ci sarebbe l’umano vampirizzato Yehoshua di Nazareth, alias Gesù, ivi inclusa la sua resurrezione, trionfo della sua leadership e di un certo vampirismo (cfr. p. 68 e segg).


Non credo che l’ebreo Yehoshua di Nazareth, esponente di correnti ebraiche molto vicine all’ebraismo farisaico e influenzato forse dal coevo essenismo, al pari del Gesù Cristo degli amici cristiani, necessiti di difensori d’ufficio. Tramite i suoi insegnamenti, si difende benissimo da solo.


Tuttavia credo che da difendere ci sia il ben ragionare. Cartesio riteneva che il buon senso fosse diviso equamente tra gli esseri umani. Lo storico Marco Cipolla ci ha meglio edotti, fortunatamente, sulle leggi fondamentali della stupidità umana.


Dopo Charlie Hebdo, la domanda è: “E se ci fosse stato, anziché Gesù – o Mosè – (entrambi ebrei, comunque), Maometto? Che cosa sarebbe successo?”.


So già che, anche con un innegabile fondo di verità, molti converrebbero nel sostenere che l’errore consiste nel denigrare le religioni, deriva erronea della libertà di espressione. Sono d’accordo.


Tuttavia, vi è un grave vulnus: questa riflessione, così assennata, si fa strada dopo la tragedia parigina, dopo il terrore. Ci si esprime, per così dire, a posteriori


Accade a posteriori, in primo luogo, perché per anni si sono denigrati cristianesimo ed ebraismo e i loro rappresentanti in varie forme (si pensi, non da ultimo, alla locandina irriverente di un concerto punk a Ferrara denigrante il locale arcivescovo, per non parlare delle vignette offensive che circolarono su Benedetto XVI), senza il turbamento indignato di nessuno. Dov’erano gli indignati? Nel caso, chi li ha presi sul serio? Per i più si trattò, conseguentemente, di satira legittima, talché le rampogne degli offesi furono considerate come iper-sensibilità o come intolleranza. 


Quella stessa buona e colta espressione della società “laica” che oggi chiede il rispetto per l’Islàm è rimasta indifferente all’analogo trattamento riservato a ebrei e cristiani, quando invece non divertita o addirittura complice soddisfatta. Parimenti molti “intellettuali” ebrei e cristiani – ahimè quasi tutti purtroppo delle aree progressiste e politicamente orientati a sinistra -, in relazione a questo tipo di “satira”, hanno spesso preferito lasciar correre, sentendosi “liberali” e “tolleranti” e dimostrando, purtroppo, troppo poco attaccamento alle rispettive Comunità di fede e ai loro simboli più cari. Chi di questi due diversi, ma parimenti inani, gruppi di intellettuali e politici, ha tuonato e prende, per esempio, sul serio le migliaia di vignette antisemite, realmente demonizzanti gli ebrei, che riempiono i giornali del mondo arabo islamico da decenni e che sono da tempo ormai diffuse anche in Europa? La domanda è dunque anzitutto questa: perché invalsi trattamenti diversi circa la comune percezione dell’esercizio del diritto di satira – o della sua censura – per cristiani e ebrei da una parte e musulmani dall’altra?


Rispetto ai fatti del terrore di matrice islamica – a Parigi e non solo – la riflessione sul diritto di satira è a posteriori anche da un secondo punto di vista, più insidioso e preoccupante.


Si può invitare con fermezza, senza ambiguità insidiose, al rispetto per le religioni, ponendo limiti alla libertà di espressione e di satira, solo dopo il terrore? Specifico meglio: si può fondare – o invocare – una morale pubblica e intersoggettiva “del rispetto” unicamente a fronte del terrore esperito? Dunque, in definitiva, solo in quanto reazione, subendo così ancora la paura? Per dirla fuori dai denti: non è profondamente insidioso ed errato fondare il rispetto sulla paura?

Questo assoggettamento – a posteriori – a un’etica giornalistica e satirica della cautela a fronte del terrore scatenatosi – o potenziale e latente -, oltreché risentire di una debolezza concettuale e morale intrinseca, significa ahimè darla parzialmente vinta ai terroristi che, proprio con il terrore, vogliono imporre il loro non-pensiero e il loro fanatismo e, sempre con il terrore religioso, fondare l’etica pubblica.

Chissà se quanti oggi invocano, giustamente, il rispetto delle religioni in relazione a certa satira hanno pensato anche a questo dettaglio etico e politico, tutt’altro che trascurabile?


Permangono altre domande, diverse ma convergenti. 

Possono le religioni, che giustamente invocano la necessità di una satira non offensiva (con l’interrogativo non banale per l’autorità civile laica, aperto a risposte multiple e tra loro forse inconciliabili, di come individuare il limite giuridico dell’eventuale offesa), evitare di banalizzare e presentare in maniera caricaturale o, peggio, demoniaca, l’altro da sé, credente in altre fedi oppure non-credente? Anche in questo è necessaria la reciprocità. L’ebraismo, oltreché in alcune concezioni teologiche e normative arretranti all’epoca talmudica (la dottrina del Noachismo), pur con opinioni diverse, già nei suoi Maestri medievali, aveva dato risposte significative e costruttive (in rapporto, in particolare, agli altri due monoteismi). Si pensi a Yehudah ha-Levì e a Maimonide e, successivamente, a rabbini insigni quali ‘Emdin, Rivkis, Hirsch, Sacks. Il cristianesimo cattolico ha risposto in maniera ufficiale e vincolante in vari passi celebri di Nostra Aetate, della Lumen Gentium e della Gaudium et Spes.


Può l’Islàm condannare le vignette antisemite che circolano sui giornali arabi e di altri Paesi islamici? Può l’Islàm evitare di ridurre gli ebrei a coloro che hanno alterato la Rivelazione divina e i cristiani a coloro le cui pratiche cultuali posseggono sapori idolatrici, apprezzandoli positivamente e evitandone caricature, siano esse teologiche, morali o politiche?


Può la cultura laica evitare di banalizzare le religioni, svilendole unicamente – o in prima istanza – a generatori di violenza, anche se esistono legami insidiosi tra religioni e violenza? Può la cultura laica evitare di offrire una errata visione caricaturale, pseudo-illuminista, delle religioni, tal ché esse costituiscano soltanto un coacervo di ignoranza, psicosi collettive, mortificazione della libertà individuale e dispotismo? 


Avrei, infine, delle domande da porre a coloro che fanno satira “senza freni” e a certi vignettisti, specie in relazione al loro senso di responsabilità sociale. Tuttavia, a fronte di morti così orrende, preferisco condividere il loro lutto. Anche perché vi è un discrimine netto e inviolabile tra il dominio della parola, anche se mal esercitata, e il dominio della violenza fisica, laddove chi compie certi atti è meno che animale. Per non offendere gli animali, si capisce. 
Per il momento, in relazione agli editori di Nosferatu, mi chiedo – ed è ovviamente solo una provocazione – a quando, dopo Gesù, Mosè e Maometto? Saranno mummie, zombie o licantropi?


Vittorio Robiati Bendaud
29/01/2015 Milano
Fonte: www.mosaico-cem.it




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FINE DELLA “MISSIO AD HAEBREOS”

FINE DELLA “MISSIO AD HAEBREOS”

 FINE DELLA “MISSIO AD HAEBREOS”
Nel tempo di Pasqua, la liturgia cattolica riflette sulla sua nascita, a partire dalla morte e risurrezione del Signore. In essa ricorre una frase degli Atti che si legge nella quarta domenica di Pasqua. Pietro termina il suo discorso di difesa davanti al Sinedrio con queste parole: “Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,11-12).

La dichiarazione Dominus Jesus, della Congregazionedella Fede (6 agosto 2000) ha ribadito il valore di questo dato di fede. È vero però che questa “centralità” di Gesù nella “storia della salvezza” è stata vissuta dalla chiesa lungo la sua storia in diversi modi. Due fatti più recenti sembrano introdurre una nuova comprensione e un nuovo atteggiamento della Chiesa cattolica a questo riguardo nei confronti degli ebrei.

Gli ebrei hanno fatto più attenzione di noi al testo della preghiera che il papa ha deposto il 26 marzo 2000 fra le pietre del Muro Occidentale a Gerusalemme. Esso diceva: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza. Per Cristo nostro Signore. Amen”.

Ora, gli ebrei si sono detti: se il papa dice che noi “siamo” ora il popolo dell’alleanza, vuol dire che la fa finita con la teoria della “sostituzione”, cioè con la convinzione dei cristiani di essere il “nuovo”popolo dell’alleanza, in sostituzione dell’“antico”.

Che cosa questa affermazione comporta lo hanno esplicitato i vescovi e gli ebrei americani in un documento del 12 agosto 2002. Si tratta di una Dichiarazione congiunta, titolata “Riflessioni sull’Alleanza e sulla Missione”, della Consulta della Assemblea Nazionale delle Sinagoghe e del Comitato Episcopale per le Questioni Interreligiose e Ecumeniche della Conferenza Episcopale Cattolica degli Stati Uniti, al termine di venti anni di incontri biennali.

Le riflessioni dei vescovi cattolici descrivono il crescente rispetto per la tradizione giudaica sviluppatosi nella Chiesa dopo il concilio Vaticano II.

Il rispetto e l’apprezzamento sempre più profondo della eterna alleanza tra Dio e il popolo Ebraico, insieme con il riconoscimento della missione affidata ai Giudei di testimoniare l’amore fedele del Signore, conducono alla conclusione che le “campagne” miranti alla conversione dei Giudei al cristianesimo non sono più teologicamente accettabili nella Chiesa Cattolica.

In particolare, i vescovi elencano i numerosi documenti ecclesiali che hanno segnato questo cammino dopo la dichiarazione Conciliare Nostra Aetate del 1965, includendo i tre documenti preparati dalla Pontificia Commissione per i rapporti religiosi con l’Ebraismo: Linee guida e orientamenti per l’applicazione della Dichiarazione Conciliare Nostra Aetate n. 4 (1974); Note sul modo corretto di presentare i Giudei e il Giudaismo nella predicazione nell’insegnamento nella Chiesa Cattolica Romana (1985); e Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoà (1988)

Dopo aver riconosciuto che i rapporti del cristianesimo con l’ebraismo non soltanto sono unici, ma anche che cristianesimo e giudaismo condividono un compito centrale e decisivo di testimonianza in favore dell’alleanza di Dio, i vescovi americani si chiedono, dunque, quali implicazioni ne derivino per l’annuncio del vangelo di Gesù Cristo. Devono i cristiani, come facevano un tempo, invitare gli ebrei a farsi battezzare?

Si tratta, dicono i vescovi, di una questione complessa, non solo per la consapevolezza della teologia cristiana, ma anche a causa dei momenti storici in cui i cristiani costringevano gli ebrei al battesimo in modo forzato.

I vescovi americani cominciano la loro risposta ricordando una importante comunicazione presentata al Sesto incontro del Comitato Cattolico-Giudaico a Venezia, venticinque anni fa, in cui il Prof. Tommaso Federici esaminava le conseguenze “missionarie” della dichiarazione conciliare Nostra Aetate. Su basi storiche e teologiche, egli allora concludeva che non ci doveva essere nella Chiesa nessuna organizzazione di nessun tipo che fosse dedicata alla conversione dei Giudei. Di fatto, questa fu la pratica seguita dalla Chiesa cattolica negli anni seguenti.

Più recentemente, il Card. Kasper, Presidente della Commissione per i rapporti con l’Ebraismo, spiegò questa prassi affermando che in senso stretto “missione” significa “proclamazione” della conversione dai falsi dei al vero Dio, con il conseguente invito al battesimo e alla catechesi, e che, pertanto, in questo senso, queste iniziative non possono essere in modo appropriato rivolte agli Ebrei. Dal punto di vista della Chiesa, il Giudaismo è una religione che sgorga dalla rivelazione divina. Come notava il card. Kasper, “la grazia di Dio, che secondo la nostra fede è la grazia di Gesù Cristo, è disponibile per tutti. Perciò la Chiesa crede che il Giudaismo, cioè la fedele risposta del popolo giudaico alla alleanza irrevocabile di Dio, è per essi fonte di salvezza, poiché Dio è fedele alle sue promesse”.

Tale cambiamento di prospettiva è stato ripreso da parte ebraica nel Jerusalem Post del 10 gennaio 2003. In esso Yossi Klein Halevi scrive che “questi cambiamenti rivoluzionari formano la più straordinaria storia del nostro tempo: il processo di guarigione dell’umanità dalle più profonde ferite religiose. Nessuna altra religione ha mai sfidato la sua propria teologia negativa verso un’altra fede in modo così profondo come ha fatto il Cattolicesimo e parte del Protestantesimo”.

Da annotare un’altra tappa importante: dopo un incontro preliminare a Gerusalemme il 5 giugno 2002, delegazioni di alto livello della Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo e del Gran Rabbinato d’Israele si sono incontrate a Villa Cavalletti (Grottaferrata – Roma), dal 23 al 27 febbraio 2003.

Argomento centrale delle discussioni, svoltesi in un’atmosfera cordiale e amichevole, è stato la ricerca su come promuovere la pace, l’armonia e i valori religiosi nelle società contemporanee. Ne è scaturito un Comunicato congiunto incentrato su due punti: La santità della vita umana e la centralità della famiglia.

Nel dicembre 2003, le delegazioni d’alto livello delle due parti hanno convenuto a Gerusalemme di discutere sul tema de “l’importanza dell’ insegnamento di base della Scrittura nella società contemporanea e per l’ educazione delle giovani generazioni”.

I dibattiti si sono svolti in un clima d’amicizia e di mutuo rispetto. Constatiamo con soddisfazione che le due delegazioni hanno già stabilito delle solide basi che permettono d’intravedere in avvenire il seguito di una efficace collaborazione.

Da parte nostra, ci chiediamo se questi cambiamenti sono davvero compresi, accolti, diffusi e favoriti nei nostri ambienti ecclesiastici. Soprattutto il linguaggio della predicazione risente ancora molto della teoria “sostitutiva”. Basterebbe ricordare le spiegazioni della parabola dei vignaioli omicidi (in cui il termine greco “ethnos” viene ancora tradotto e compreso come “nazione”); cfr. anche alcune riflessioni sul popolo ebraico sullo sfondo del linguaggio giovanneo, quando si dice che “i suoi” non lo accolsero.

Speriamo che sia un discorso sempre più raro e destinato presto a scomparire del tutto
il riferire ancora oggi “i suoi” del vangelo di Giovanni, così come il corrispondente modo del quarto vangelo di intendere “i Giudei”, a tutto il popolo ebraico, considerato in blocco come rifiutante l’annuncio di Gesù e per di più giudicato negativamente proprio nella sua fedeltà alla legge e all’alleanza mosaica.

Antonio Pinna

su “Letture Sabatiche” dell’11 maggio 2003



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VISITA DI BENEDETTO XVI AL TEMPIO MAGGIORE

VISITA DI BENEDETTO XVI AL TEMPIO MAGGIORE


“Il Signore ha fatto grandi cose per loro” Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia” (Sal 126) “Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!” 

(Salmo 133)

Discorso del Papa



















Signor Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, 


Signor Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane,

Signor Presidente della Comunità Ebraica di Roma

Signori Rabbini,

Distinte Autorità, 


Cari amici e fratelli, 

1. All’inizio dell’incontro nel Tempio Maggiore degli Ebrei di Roma, i Salmi che abbiamo ascoltato ci suggeriscono l’atteggiamento spirituale più autentico per vivere questo particolare e lieto momento di grazia: la lode al Signore, che ha fatto grandi cose per noi, ci ha qui raccolti con il suo Hèsed, l’amore misericordioso, e il ringraziamento per averci fatto il dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della riconciliazione e della fraternità. Desidero esprimere innanzitutto viva gratitudine a Lei, Rabbino Capo, Dottor Riccardo Di Segni, per l’invito rivoltomi e per le significative parole che mi ha indirizzato. Ringrazio poi i Presidenti dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Avvocato Renzo Gattegna, e della Comunità Ebraica di Roma, Signor Riccardo Pacifici, per le espressioni cortesi che hanno voluto rivolgermi. Il mio pensiero va alle Autorità e a tutti i presenti e si estende, in modo particolare, alla Comunità ebraica romana e a quanti hanno collaborato per rendere possibile il momento di incontro e di amicizia, che stiamo vivendo.

Venendo tra voi per la prima volta da cristiano e da Papa, il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, quasi ventiquattro anni fa, intese offrire un deciso contributo al consolidamento dei buoni rapporti tra le nostre comunità, per superare ogni incomprensione e pregiudizio. Questa mia visita si inserisce nel cammino tracciato, per confermarlo e rafforzarlo. Con sentimenti di viva cordialità mi trovo in mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che il Vescovo e la Chiesa di Roma, come pure l’intera Chiesa Cattolica, nutrono verso questa Comunità e le Comunità ebraiche sparse nel mondo.

2. La dottrina del Concilio Vaticano II ha rappresentato per i Cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico, segnando una nuova e significativa tappa. L’evento conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia, cammino che si è approfondito e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti importanti e significativi, tra i quali desidero menzionare nuovamente la storica visita in questo luogo del mio Venerabile Predecessore, il 13 aprile 1986, i numerosi incontri che egli ha avuto con Esponenti ebrei, anche durante i Viaggi Apostolici internazionali, il pellegrinaggio giubilare in Terra Santa nell’anno 2000, i documenti della Santa Sede che, dopo la Dichiarazione Nostra Aetate, hanno offerto preziosi orientamenti per un positivo sviluppo nei rapporti tra Cattolici ed Ebrei. Anche io, in questi anni di Pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza. Conservo ben vivo nel mio cuore tutti i momenti del pellegrinaggio che ho avuto la gioia di realizzare in Terra Santa, nel maggio dello scorso anno, come pure i tanti incontri con Comunità e Organizzazioni ebraiche, in particolare quelli nelle Sinagoghe a Colonia e a New York.

Inoltre, la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, Noi Ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, 16 marzo 1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre! Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio in Gerusalemme del Papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo 2000, che risuona vera e sincera nel profondo del nostro cuore: “Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai popoli: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità autentica con il popolo dell’Alleanza”.

3. Il passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28 maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz, ancora profondamente impressa nella mia memoria, “i potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità” e, in fondo, “con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno” (Discorso al campo di Auschwitz-Birkenau: Insegnamenti di Benedetto XVI, II, 1[2006], p. 727).

In questo luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero strappati da queste case, davanti a questi muri, e con orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini? Lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel giorno tragicamente anche Roma. Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta. La memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.

4. La nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella Sacra Bibbia – in ebraico Sifre Qodesh o “Libri di Santità” – il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo. E’ scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo legame con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti ad accogliere la sua parola (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 839). “A differenza delle altre religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. E’ al popolo ebraico che appartengono ‘l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne’ (Rm 9,4-5) perché ‘i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!’ (Rm 11,29)” (Ibid.).

5. Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei ricordarne alcune: innanzitutto, la solidarietà che lega la Chiesa e il popolo ebraico “a livello della loro stessa identità” spirituale e che offre ai Cristiani l’opportunità di promuovere “un rinnovato rispetto per l’interpretazione ebraica dell’Antico Testamento” (cfr Pontificia Commissione Biblica, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 2001, pp. 12 e 55); la centralità del Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità; l’impegno per preparare o realizzare il Regno dell’Altissimo nella “cura del creato” affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo custodisca responsabilmente (cfr Gen 2,15).

6. In particolare il Decalogo – le “Dieci Parole” o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè, costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del dialogo, stella polare della fede e della morale del popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un “grande codice” etico per tutta l’umanità. Le “Dieci Parole” gettano luce sul bene e il male, sul vero e il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti: “Se vuoi entrare nella vita, osserva i Comandamenti” (Mt 19,17). In questa prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente importanti per il nostro tempo.

Le “Dieci Parole” chiedono di riconoscere l’unico Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli, di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono offrire assieme.

Le “Dieci Parole” chiedono il rispetto, la protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso, riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà, i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo “shalom” auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele.

Le “Dieci Parole” chiedono di conservare e promuovere la santità della famiglia, in cui il “sì” personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da offrire per la costruzione di un mondo dal volto più umano.

7. Come insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6,5; Lv 19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc 12,19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale Regola impegna Ebrei e Cristiani ad esercitare, nel nostro tempo, una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi. Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei Padri d’Israele: “Simone il Giusto era solito dire: Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di misericordia” (Aboth 1,2). Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza.

8. In questa direzione possiamo compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra. I passi compiuti in questi quarant’anni dal Comitato Internazionale congiunto cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla Commissione Mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato d’Israele, sono un segno della comune volontà di continuare un dialogo aperto e sincero. Proprio domani la Commissione Mista terrà qui a Roma il suo IX incontro su “L’insegnamento cattolico ed ebraico sul creato e l’ambiente”; auguriamo loro un proficuo dialogo su un tema tanto importante e attuale.

9. Cristiani ed Ebrei hanno una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per il bene dell’umanità in questo mondo creato da Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso.

10. Infine un pensiero particolare per questa nostra Città di Roma, dove, da circa due millenni, convivono, come disse il Papa Giovanni Paolo II, la Comunità cattolica con il suo Vescovo e la Comunità ebraica con il suo Rabbino Capo; questo vivere assieme possa essere animato da un crescente amore fraterno, che si esprima anche in una cooperazione sempre più stretta per offrire un valido contributo nella soluzione dei problemi e delle difficoltà da affrontare. 



Invoco dal Signore il dono prezioso della pace in tutto il mondo, soprattutto in Terra Santa. Nel mio pellegrinaggio del maggio scorso, a Gerusalemme, presso il Muro del Tempio, ho chiesto a Colui che può tutto: “manda la tua pace in Terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia umana; muovi i cuori di quanti invocano il tuo nome, perché percorrano umilmente il cammino della giustizia e della compassione” (Preghiera al Muro Occidentale di Gerusalemme, 12 maggio 2009). 


Nuovamente elevo a Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro incontro, chiedendo che Egli rafforzi la nostra fraternità e renda più salda la nostra intesa.

[“Genti tutte, lodate il Signore,

popoli tutti, cantate la sua lode,

perché forte è il suo amore per noi

e la fedeltà del Signore dura per sempre”.

Alleluia” (Sal 117)]

© Copyright 2010 – Libreria Editrice Vaticana





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LA LINGUA EBRAICA

LA LINGUA EBRAICA

L’ebraico (che si legge da destra a sinistra) è la lingua della Bibbia. Dopo la Diaspora degli Ebrei e la loro dispersione per quasi due millenni, l’ebraico postbiblico rimase relegato nelle sinagoghe, oppure usato come lingua letteraria nelle opere rabbiniche.

Gli ebrei sparsi per il mondo cominciarono a utilizzare le parlate locali, creando anche nuovi linguaggi (come l’yiddish, il ladino, il giudeo-spagnolo, il giudaico-romanesco). La lingua ebraica cominciò però a risorgere con il movimento sionista. Il principale fautore della rinascita fu Eliezer ben Yehuda (1858-1922). Trasferitosi dalla Lituania in Palestina, introdusse l’ebraico nella sua casa, rendendo quotidiano l’uso di una lingua morta e destinata allo studio dei testi sacri. Imitato da una cerchia di amici e conoscenti, diede così origine alla rinascita della lingua ebraica che fu progressivamente usata dalle diverse e differenti ondate migratorie che a partire dai primi del ’900 giungevano in Palestina.

Caso praticamente unico nella storia umana, l’ebraico è tornato ad essere lingua viva e in continua trasformazione, ed è oggi la lingua ufficiale dello Stato d’Israele.

L’alfabeto ebraico consta di 22 lettere, tutte consonanti. I suoni vocalici sono indicati da puntini o linee (nekudot) tracciati sopra o sotto la consonante. L’ebraico attribuisce alle lettere anche un valore numerico. Il fatto di poter convertire le lettere in numeri e viceversa ha portato, nella mistica ebraica, all’importante metodo interpretativo chiamato “ghematria”, dove si cercano relazioni tra parole e nomi della Bibbia, correlandone i valori numerici e viceversa. Si tratta di un campo d’indagine affascinante, che presenta molti addentellati con le più complesse teorie cabalistiche.

Potete Consultare qui un piccolo Glossario che abbiamo stillato per voi.

BUONA LETTURA.

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