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Covid. Il governo ha perso mesi preziosi e l’Italia oggi è una nave senza timoniere. A sorpresa lo dicono…

Covid. Il governo ha perso mesi preziosi e l’Italia oggi è una nave senza timoniere. A sorpresa lo dicono…

“State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.

Søren Kierkegaard, nel libro “Stadi sul cammino della vita”, illustra bene la condizione umana nella modernità in cui è censurata la domanda sul “dove andiamo”. Ma questa memorabile pagina oggi torna utilissima per descrivere la situazione politica italiana nella seconda ondata del Covid 19.

Sembra infatti che – nelle liti fra i partiti di governo e il premier o nello scontro fra regioni e governo – a Palazzo Chigi abbiano perso il controllo della nave la quale sta andando verso una cascata dove si sommano l’emergenza sanitaria e quella economica.

La prospettiva del Paese è molto cupa, ma chi parla “al megafono del comandante” non tiene il timone per portare la barca in salvo: riesce solo a balbettare cosa c’è oggi sul menù di bordo, ovvero parla di questioni (in fondo) secondarie (tipo: quanti ospiti voi potete invitare a cena, o la distinzione fra correre in un parco e camminare) e non sa affrontare di petto la situazione.

In effetti sembra che il problema oggi sia rappresentato proprio dalla mancanza di un (vero) timoniere, cioè di un inquilino di Palazzo Chigi che sappia dove andare e sappia guidare la nave. Il “rinvio” è la cifra politica e stilistica di Giuseppe Conte (vengono perennemente rimandati tutti i dossier più scottanti) e oggi non è più tempo di rinvii.

A imputargli questa inadeguatezza, in queste ore, con la seconda ondata del Covid, sono (esplicitamente) i giornali che – all’esordio dell’esecutivo – erano filo governativi e (sommessamente, nei corridoi) i partiti di governo (soprattutto Pd e Iv, perché il M5S sembra impegnato nella lotta interna di tutti contro tutti).

Il ritornello che ieri si leggeva su quei giornali (non di opposizione) era questo: a febbraio tutti siamo stati colti di sorpresa, ma la seconda ondata era preannunciata da mesi e non è stato preparato nulla, sono stati sprecati mesi preziosi inutilmente, perciò oggi siamo nei guai.

Così Walter Veltroni (sic!) sul Corriere della sera: “non siamo più nella condizione di legittima sorpresa che ci ha colpito all’emersione di questa orrenda bestia. Sono passati mesi, bisognava essere pronti”.

Così, su RepubblicaStefano Folli: “Tutto sembra piuttosto casuale, avviene al di fuori di una strategia, di un piano coerente. E c’è una divergenza sostanziale rispetto alla primavera. Allora i cittadini si aggrapparono in massa alla figura del presidente del consiglio (…). Ora invece un segmento crescente di opinione pubblica è impaurita, sì, ma anche sconcertata. La magia sembra svanita e nell’aria aleggia il rimprovero: perché questi mesi in cui il virus aveva concesso una tregua sono stati sprecati? Perché in sostanza la seconda ondata ha preso alla sprovvista il governo?”.

Stefano Feltri su Domani (il quotidiano di Carlo De Benedetti) titolava il suo editoriale: “Ogni contagio è un voto di sfiducia verso il governo”.

Ecco le sue parole: “I dati sui contagi sono un quotidiano voto di sfiducia della realtà nei confronti di questo governo. Oltre 10.000 nuovi positivi in un giorno certificano che i mesi di tregua concessi dalla disciplina degli italiani durante il lockdown e dal caldo estivo sono stati sprecati in un’orgia irresponsabile di autocompiacimento. Ricordate la passerella degli stati generali a Villa Pamphili, a Roma?”.

Certo, c’è ancora qualcuno che cerca di incolpare gli italiani accusandoli di aver passato “un’estate rock temerariamente sbarazzina” (La Stampa), ma è un’accusa assurda, ingiusta e improponibile.

Primo: perché la seconda ondata è arrivata ad autunno inoltrato e non a ferragosto. Secondo: perché sapevamo che sono le condizioni climatiche a portare la seconda ondata e infatti era stata perfettamente prevista in primavera, tanto è vero che la stanno subendo tutti i paesi, sbarazzini o no, ed è storicamente accertato che le epidemie hanno questo andamento: anche la spagnola tornò in autunno e cento anni fa, dopo la Grande guerra, nessuno aveva fatto estati sbarazzine.

Del resto sono gli stessi partiti di governo – a cominciare da Pd e Iv – a fremere, brontolare e chiedere chiarimenti e riunioni del consiglio dei ministri con nuove misure. Ma ormai il loro stesso giudizio sul governo è di inadeguatezza.

Peraltro ieri anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi è tornato a bombardare l’esecutivo: “Il Covid è stato qualcosa su cui nessuno era preparato” a marzo, “ma dall’emergenza bisognava pensare al futuro. Cosa è stato fatto nel frattempo?… Siamo ancora fermi; il modello Veneto ha funzionato: perché non lo abbiamo adottato? Ora ci troviamo qua a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla”.

In conclusione, questo esecutivo e questo presidente del consiglio sembrano e sono al capolinea, ma potrebbero continuare ancora per mesi a stare al loro posto – nonostante la gravità della situazione del Paese – perché i partiti di governo temono di destabilizzare i loro equilibri di potere. A pagare il prezzo (salato) di questa politica sono gli italiani.

Così viene in mente la micidiale immagine usata ieri da Walter Veltroni all’inizio del suo editoriale sul Corriere.

Ha ricordato una sequenza di “Todo modo”, il film di Elio Petri ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia: “Un’ambulanza gira per la periferia di una città con degli altoparlanti montati: ‘Attenzione attenzione. A tutti i cittadini… l’epidemia sta continuando a mietere vittime tra la popolazione…’. Poco lontano, nell’albergo Zafer… il potere del tempo mette in mostra il suo lato malato tra intrighi, lotte di potere, separazione dal reale. Fuori c’è l’epidemia, dentro la malattia… Esiste questo rischio oggi?”.

La risposta di Veltroni è “finora non è stato così”, ma ne è convinto? O risponde così per carità di patria (anzi di partito)? In ogni caso se ha esordito con quella citazione il motivo è molto chiaro e drammatico, per chi lo vuol capire.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 18 ottobre 2020

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Il “Caso Becciu” e Papa Bergoglio nel declino di un Pontificato. Con qualche sorprendente segnale di ortodossia Cattolica.

Il “Caso Becciu” e Papa Bergoglio nel declino di un Pontificato. Con qualche sorprendente segnale di ortodossia Cattolica.

Già Benedetto XVI cercò di fare pulizia nelle intricate e oscure questioni finanziarie del Vaticano e si ebbe la sensazione di un’impresa durissima ai limiti dell’impossibile, addirittura fino a suscitare in alcuni il dubbio che essa abbia influito nella “rinuncia” al pontificato.

Jorge Mario Bergoglio, nel 2013, fu eletto anche “per far pulizia nelle finanze del Vaticano”, come ha ricordato il cardinale George Pell. In effetti ci ha provato fin dall’inizio, ma questi sette anni sono stati un susseguirsi di tentativi e fallimenti. Anche qui con una serie di nomine, siluramenti, contraddizioni, errori e casi mai ben chiariti, fino a precipitare nel dramma di queste ore che ha investito uno dei principali collaboratori di papa Francesco: il cardinale Angelo Becciu, “licenziato” su due piedi dal pontefice per la gestione dei fondi del Vaticano. Lui che era – come scrive Matteo Matzuzzi – “il potentissimo cardinale, considerato più vicino e in confidenza con il Papa”.

E’ un caso tanto clamoroso – anche per i suoi possibili sviluppi – che ieri un giornale titolava: “La Chiesa è nel caos. Siamo al tutti contro tutti”.

C’è chi si rallegra, come il card. Pell, perché pensa che stavolta sia stata presa la strada giusta (peraltro Pell è ritenuto un conservatore) e chi ritiene di assistere a un incomprensibile sfacelo. Infatti i media che hanno sempre supportato papa Bergoglio non sanno più che spartito suonare, perché quella che viene chiamata “guerra per bande”, esplosa con il “caso Becciu”, è tutta interna all’establishment bergogliano. Ed è un significativo paradosso che tale guerra scoppi oltretevere proprio mentre il papa sta per firmare la sua nuova enciclica che si intitola “Fratelli tutti”. Guardando alla sua Curia verrebbe da commentare: fratelli coltelli.

Quello che sconcerta nella vicenda di queste ore è – in primo luogo – la gravità delle accuse stavolta abbattutesi su uno dei più stretti collaboratori del papa, da lui sempre sostenuto e promosso cardinale; in secondo luogo la modalità del “siluramento” senza spiegazioni e senza condanne, che ha fatto firmare a Luis Badilla, direttore del sito ultrabergogliano “Il Sismografo”, molto ben introdotto in Vaticano, un editoriale di fuoco intitolato: “Vicenda Becciu: un tipico caso di cannibalismo mediatico animato dall’interno delle mura vaticane”.

Dopo aver ricordato che Becciu “non è sotto processo e non è indagato”, Badilla scrive: “Il gesto di ieri del Papa assomiglia ad una ‘esecuzione’: sei accusato di … ma non puoi difenderti (tranne che tramite la stampa)”.

Secondo Badilla, “Becciu va processato come Pell e tutti devono attendere la sentenza finale definitiva. Il Papa, nonostante i suoi poteri, non è un giudice né un tribunale. Nonostante tutto, i diritti dell’accusato esistono e le garanzie anche così come la presunzione d’innocenza tanta cara a Francesco… Occorre ricordare” ha aggiunto Badilla “che sono decine le persone, alcune collaboratori vicini a Papa Francesco, che hanno finito di colpo le loro mansioni, senza ricevere spiegazioni, prove o ringraziamenti… Non si può andare avanti così anche perché causa un danno gigantesco nel cuore dei cristiani semplici, umili e fedeli”.

Il giudizio del bergogliano Badilla è simile a quello di Riccardo Cascioli, direttore del sito cattolico “La nuova Bussola quotidiana”: “Quella del cardinale Becciu è l’ennesima epurazione ai vertici della Santa Sede che accade in questo pontificato. Epurazioni degne di giunte militari sudamericane, che evitano di appurare la verità”.

Eppure stavolta, al di là della durezza del potere e delle formalità controverse, sembra di cogliere in papa Bergoglio una sorta di sbigottimento, di smarrimento e delusione, come di chi si trova di fronte a una mole di problemi imprevisti da cui si sente schiacciato, cosicché reagisce in modo sbrigativo e convulso. Lo ha fatto capire lo stesso Becciu nella sua conferenza stampa, dicendo: “l’ho trovato in difficoltà, ho visto che soffriva”.

Matteo Matzuzzi, vaticanista del “Foglio”, ha fatto un affresco drammatico: “Il declinante pontificato bergogliano sta assumendo i tratti della più cupa tragedia shakespeariana… siamo alla nemesi del pontificato: dopo aver eliminato senza troppi complimenti gli oppositori dottrinari, magari leali, ma non troppo in linea” con la sua rivoluzione e “averli sostituiti con fidatissimi uomini d’apparato con poco odore di pecora e lunghe carriere tra gli uffici della curia, la mannaia è andata ora a colpire proprio questi ultimi”.

Il dramma è solo agli inizi, perché non si può pensare di riportare nel silenzio una vicenda così clamorosa senza chiarire tutte le responsabilità. Ma ora l’enormità del problema economico incombe sul papa anche da altri lati. Il 30 settembre – proprio mentre il segretario di Stato americano Mike Pompeo è a Roma per lo scottante problema dei rapporti Vaticano/Cina – inizierà pure l’ispezione del Comitato Moneyval del Consiglio d’Europa, che deve decidere sulla permanenza del Vaticano nell’elenco dei Paesi virtuosi per gestione dei bilanci, lotta a corruzione e riciclaggio.

Inoltre c’è un altro macigno: il crollo delle offerte dei fedeli. Il Vaticano teme che anche casi finanziari come quello in corso alimentino la forte sfiducia dei credenti che negli ultimi anni hanno già tagliato le offerte dell’8 per mille, dell’Obolo di San Pietro e delle altre donazioni: basti dire che l’Obolo di San Pietro è passato dai 101 milioni del 2006 ai 70 del 2015. Ormai i giornali agitano apertamente lo spettro del default vaticano, che sarebbe davvero un dramma singolare considerato che fin dall’inizio papa Bergoglio ha affermato di sognare una Chiesa povera.

Adesso forse si capirà che l’ideale della povertà, dell’austerità della vita, dovrebbe essere semmai delle persone (dai semplici cristiani agli alti prelati), ma la Chiesa in quanto tale ha bisogno di grandi mezzi economici per le sue missioni, per le sue opere educative, caritatevoli e assistenziali, per sacerdoti e religiosi, per la sua presenza ai quattro angoli del globo.

E’ possibile un ripensamento del papa su molte sue parole d’ordine “rivoluzionarie” di questi sette anni? Vedremo. La Chiesa è nella tempesta e c’è chi ha notato che negli ultimi tempi sono arrivati segnali che farebbero pensare a un papa Bergoglio preoccupato della confusione in cui si trovano i fedeli dopo questi anni “rivoluzionari”.

Per esempio il suo stop all’ordinazione di uomini sposati o certe recenti prese di posizione sul fine vita e sull’aborto o il recente “no” vaticano all’intercomunione con i protestanti.

Sono segnali che potrebbero far pensare a una correzione in corso del pontificato (gradita, per esempio, alla Chiesa americana). Ma anche segnali che aumenteranno l’irritazione (già palese nei mesi scorsi) dei settori cattoprogressisti (specie tedeschi). Su queste prese di posizione il papa sa di avere, anche da noi, l’appoggio di quella Chiesa fedele che non ha dimenticato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI e che in questi anni è stata relegata ai margini. Quello è il popolo cristiano che resta sempre fedele.

Antonio Socci

Da “Libero”, 27 settembre 2020

 

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Gli USA cercano di spiegare al Vaticano che deve difendere i Cristiani Perseguitati dal regime comunista cinese e non rinnovare un accordo insensato con i tiranni di Pechino

Gli USA cercano di spiegare al Vaticano che deve difendere i Cristiani Perseguitati dal regime comunista cinese e non rinnovare un accordo insensato con i tiranni di Pechino

Mancano pochi giorni alla visita di Mike Pompeo in Vaticano, prevista per il 29 settembre, ma il Segretario di Stato americano ha già lanciato un avvertimento molto chiaro dalla prestigiosa rivista “First Things”.

Già nelle precedenti visite aveva spiegato al cardinale Parolin e a papa Bergoglio quanto era sbagliato l’accordo sottoscritto dalla Santa Sede col regime comunista di Pechino, perché danneggiava i cristiani cinesi e legittimava nel mondo una tirannia molto pericolosa (il Covid-19 è l’ennesimo esempio della sua perniciosità globale).

Ora quell’accordo provvisorio di due anni fa (rimasto peraltro segreto nei suoi contenuti) arriva a scadenza e il Vaticano è deciso a rinnovarlo nonostante il bilancio fallimentare di questi due anni.

Così il Segretario di Stato di Trump preme sul Vaticano perché si fermi e non rinnovi un così nefasto accordo. Su “First Things” spiega che, negli ultimi tempi, la situazione dei diritti umani in Cina è diventata ancora più grave soprattutto per i credenti.

Pompeo ricorda la recrudescenza della persecuzione contro i cristiani, come contro buddisti tibetani e devoti di Falun Gong; menziona la pesantissima repressione contro i musulmani dello Xinjiang, infine  denuncia la “campagna di ‘sinizzazione’ per subordinare Dio al Partito comunista promuovendo lo stesso Xi come una divinità ultramondana. Ora più che mai” scrive Pompeo “il popolo cinese ha bisogno della testimonianza morale e dell’autorità del Vaticano a sostegno dei credenti”.

Infatti due anni dopo l’accordo sino-vaticano, per i cristiani le persecuzioni sono addirittura peggiorate, mentre, afferma Pompeo, il Vaticano “ha legittimato” i vescovi nominati dal regime. Quale convenienza ha dunque la Chiesa a rinnovare l’accordo?

Il Vaticano peraltro sta pure perdendo la sua autorevolezza morale. Infatti durante la brutale repressione comunista a Hong Kong dei mesi scorsi, la Santa Sede non ha speso nemmeno una parola (nonostante gli appelli dei cristiani della città e del card. Zen). Eppure “le voci più importanti di Hong Kong in difesa della dignità umana e dei diritti umani” scrive Pompeo “sono spesso voci cattoliche”.

Il Segretario di Stato Usa ricorda l’appello, dell’anno scorso, di 22 paesi alle Nazioni Unite per denunciare la detenzione, da parte del regime comunista, di “oltre un milione di musulmani uiguri, kazaki e altre minoranze nei cosiddetti campi di ‘rieducazione’ nello Xinjiang”.

Inoltre cita l’Alleanza Interparlamentare, composta da rappresentanti delle democrazie di tutto il mondo, che “ha condannato le atrocità” perpetrate dal comunismo cinese.

Pompeo rivendica i meriti dell’amministrazione Trump in questo campo: “Il Dipartimento di Stato è una voce forte in difesa della libertà religiosa in Cina e nel mondo e ha preso provvedimenti contro chi commette abusi sui credenti. Continueremo a farlo”.

Ma il Segretario di Stato USA dice anche alla Santa Sede che essa soprattutto ha “la capacità e il dovere” di richiamare l’attenzione del mondo “sulle violazioni dei diritti umani, in particolare quelle perpetrate da regimi totalitari come la Cina”.

Pompeo ricorda Giovanni Paolo II: “alla fine del XX secolo, la forza della testimonianza morale della Chiesa ha contribuito a ispirare coloro che hanno liberato l’Europa centrale e orientale dal comunismo e coloro che hanno sfidato i regimi autocratici e autoritari dell’America Latina e dell’Asia orientale”.

Oggi “la stessa testimonianza morale dovrebbe esprimersi nei confronti del Partito Comunista Cinese”.

Infatti il Concilio Vaticano II e i papi hanno sempre “insegnato che la libertà religiosa è il primo dei diritti civili” e che “la solidarietà è uno dei quattro principi fondamentali della dottrina sociale cattolica”. Oggi questo insegnamento della Chiesa dovrebbe essere proclamato “di fronte agli sforzi incessanti del Pcc per piegare tutte le comunità religiose alla volontà del Partito e al suo programma totalitario”.

E’ una responsabilità che il Vaticano ha verso tutta l’umanità: “Se il Pcc riuscirà a mettere in ginocchio la Chiesa cattolica e altre comunità religiose” scrive Pompeo “i regimi che disprezzano i diritti umani saranno incoraggiati e il costo della resistenza alla tirannia aumenterà per tutti i coraggiosi credenti che onorano Dio al di sopra dell’autocrate del giorno”.

La conclusione di Pompeo è drammatica: “Prego che, nei rapporti con il Pcc, la Santa Sede e tutti coloro che credono… prestino ascolto alle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ‘La verità vi renderà liberi’“.

Anche 80 Ong per la difesa dei diritti umani in Cina hanno scritto al Papa chiedendogli di riflettere su quell’accordo. E’ una situazione di una gravità senza precedenti e segna una terribile svolta storica: nel confronto planetario sempre più aspro fra Occidente libero e Cina comunista, il Vaticano rischia di schierarsi di fatto con l’impero comunista, proprio mentre intensifica la repressione religiosa.

Così il Vaticano si separa dall’Occidente libero, ma soprattutto dai cristiani perseguitati.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 21 settembre 2020

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L’estate delle stelle cadenti.

L’estate delle stelle cadenti.

Ci sarebbero tutti gli ingredienti della solita estate italiana: gli amorazzi da rotocalco, il tragico giallo dell’estate, il caldo e ora le stelle cadenti di S. Lorenzo. Solo che l’estate 2020 è diversa, è vuota di turisti stranieri e piena di problemi e di ansie.

Le stelle cadenti non sono solo quelle di san Lorenzo. Nel mondo, come in Italia, è una vera pioggia di stelle, preannuncio di un autunno catastrofico.

Sembrano cadenti perfino le stelle della bandiera americana nella campagna presidenziale più drammatica della storia recente, fra i danni umani ed economici del Covid e la piazza sobillata da chi vuole alimentare l’incendio; con il presidente Trump che si scambia con gli avversari addirittura l’accusa di voler mettere in discussione il sistema democratico.

Stella cadente è pure quella della bandiera della Cina comunista, isolata dal Covid, dallo scontro commerciale e politico con gli Stati Uniti e per la sua “occupazione” illiberale di Hong Kong. Ma isolata anche dalla cintura di sicurezza marittima che India, Australia e Giappone le stanno stringendo attorno con l’aiuto degli Usa.

Stelle cadenti poi sono quelle della bandiera Ue che ha perso una stella di primissima grandezza (economica e politica) come il Regno Unito e che ha rattoppato provvisoriamente il crollo economico dovuto al Covid, ma non usando la Bce, bensì con il bilancio dell’Unione per tenere sotto tiro l’Italia e impedirle di andarsene. Cosicché ora è stata innescata la bomba a orologeria dei debiti pubblici e, non avendo tolto di mezzo il “Fiscal compact”, a breve si riproporranno tragici scenari greci: anzitutto per l’Italia.

La stella per noi più importante, quella che viene rappresentata nel simbolo ufficiale della Repubblica italiana, è anche la più cadente. Già ultima nella graduatoria delle economie europee in questi vent’anni di euro, che ci ha stremato, l’Italia ha pagato e paga anche la crisi del Covid più pesantemente degli altri, sia in vite umane, sia in costi economici.

Sebbene Giuseppe Conte si sia molto affidato allo “stellone” portafortuna (e, in effetti, come premier appare più fortunato che capace) il suo governo e la sua leadership sono in caduta libera su tutti i fronti.

Il presidente del Consiglio è alle prese con la grana dei verbali del Cts, che rimettono in discussione la sua controversa gestione dell’emergenza; è alle prese con la pessima gestione dei migranti che s’intreccia con i rischi del Covid; è alle prese con i mal di pancia del Pd (che vanno dal desiderato rimpasto ministeriale, con ridimensionamento del premier, al problema del referendum sul taglio dei parlamentari); è alle prese con il problema del Mes e con le divisioni dei Cinquestelle, che sono le stelle più cadenti di tutte, unite solo dalla ferrea volontà di tenersi stretto il mandato parlamentare.

Infine Conte ha sulla testa la spada di Damocle delle elezioni regionali che, con un ennesimo successo del centrodestra, potrebbero decretare la fine del suo esecutivo. In effetti, in tutta questa nebbiosa incertezza, la sola cosa salutare, capace di purificare l’aria dai miasmi e ridare una guida vigorosa al Paese, sarebbe il voto. Ma faranno di tutto per evitarlo perché professano la religione del potere e della poltrona.

Allora resta il voto parziale delle regionali che sarà anche un referendum per dare all’Italia un governo davvero rappresentativo del Paese, un governo più efficace e capace di visione.

Ce n’è un bisogno estremo per risollevarsi dal baratro in cui siamo precipitati prima con l’euro e poi con il Covid. Anche perché proprio il Covid ha avviato la deglobalizzazione che contiene una chance: il ritorno a casa delle imprese prima delocalizzate.

Un gruppo di economisti ha valutato che negli ultimi tempi sono già 175 le decisioni di “reshoring” relative all’Italia (sono 163 in Francia, 120 nel Regno Unito, 93 in Germania e 58 in Spagna).

Ma cosa trovano qua le aziende che tornano? Se resta l’Italia della Sinistra, con la pressione fiscale soffocante, la burocrazia paralizzante, le infrastrutture fatiscenti e l’inefficienza giudiziaria sarà una catastrofe. Andiamo definitivamente dalle stelle alle stalle.

Non può essere questo governo a preparare il terreno per un nuovo “miracolo economico”.

Antonio Socci

Da “Libero”, 10 agosto 2020

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Governo e mondo Clericale cancellano Dio (perfino nei Documenti Vaticani) col pretesto del Covid.

Governo e mondo Clericale cancellano Dio (perfino nei Documenti Vaticani) col pretesto del Covid.

C’è una vittima illustre del Covid, la più illustre, eppure è passata inosservata: Dio. Non poteva esser “fatto fuori” dal Covid, ma è stato cancellato dagli uomini a motivo (o con il pretesto) del Covid. Non si tratta solo di ciò che è avvenuto nei mesi del lockdown – una sorta di blackout della Chiesa – che è stato clamoroso e non ha precedenti in duemila anni di storia.

La cancellazione di Dio è stata anche più radicale. Fa discutere in questi giorni la “Pontificia Accademia per la vita”, al cui vertice papa Bergoglio ha voluto mons. Vincenzo Paglia, della Comunità di S. Egidio.

L’Accademia ha appena emanato un documento dal titolo altisonante, “L’Humana communitas nell’era della pandemia: riflessioni inattuali sulla rinascita della vita”. Un testo di 29.128 caratteri dove non si trovano mai (proprio mai) le parole Dio, Gesù Cristo, fede e religione. C’è cinque volte la parola “salute”, ma non c’è mai la parola “salvezza”.

Come ha rilevato Stefano Fontana“non dice niente di cattolico, vale a dire di ispirato alla Rivelazione di Nostro Signore. In tutto il documento non si fa mai alcun riferimento né esplicito né implicito a Dio”.

Eliminato Dio da questa riflessione clericale sul Covid, è però impossibile eliminarlo dalla vita degli uomini, perché lascia un vuoto infinito. Allora il rischio è che lo si sostituisca con la Natura (scritta rigorosamente con la N maiuscola come si addice alla divinità). E’ un po’ la nuova religione ecologista che ha Greta Thunberg come profetessa.

Lo fa pensare un recente intervento di due cardinali molto importanti in questo pontificato, Walter Kasper e Francesco Coccopalmerio.

I due prelati, nella prefazione al libro “Una nuova innocenza” scrivono che “la pandemia ha voluto essere una sorta di immenso campanello di allarme per ricordarci, in sostanza, che il mondo è gravemente malato e che così non può durare; e che, se non cambiamo atteggiamento e visione, altri e più catastrofici cataclismi si abbatteranno su di noi sotto la regia di una Natura sconvolta in primo luogo dal cambiamento climatico. Perché l’origine prima del contagio universale del Covid-19 sta proprio nell’attacco alla Natura”.

Anche “Avvenire” pubblica il testo ribadendo che “la prima origine del contagio universale del Covid-19 sta nell’attacco alla Madre Terra”. E’ assurdo. Tutti sanno che le epidemie ci sono sempre state, dall’età della pietra, e anzi erano molto più virulente proprio perché l’uomo era totalmente in balia della natura, la quale non è affatto idilliaca, ma spietata.

E’ proprio grazie all’aumento del potere umano sulla natura, tramite la scienza e la tecnologia, che le pandemie sono state in gran parte sconfitte. Il Covid-19 non c’entra nulla con “l’attacco alla Natura” da parte dell’uomo, tanto meno col cambiamento climatico (fra l’altro il virus sembra essere indebolito proprio dalle alte temperature).

A meno che non si voglia dire che il virus è stato fabbricato dall’uomo, ovvero dai cinesi nel laboratorio di Wuhan, come ipotizza il professor Joseph Tritto nel libro “Cina-Covid19”, ma questa non è certo la posizione del Vaticano che con la Cina va d’amore e d’accordo e mai direbbe una cosa simile.

Se dunque il Covid-19 è “naturale” che colpa ha l’uomo? E perché dovrebbe essere punito?  Il pensiero implicito di questi ecclesiastici “progressisti” è la vecchia idea di un “dio vendicativo” che torna con un nome diverso: la Natura. La quale punisce l’uomo per i suoi presunti peccati contro la Natura stessa.

I due cardinali sostengono di riflettere la visione di papa Bergoglio espressa nel titolo della “Stampa” del 22 aprile scorso, che ha così riassunto il suo discorso sul dramma del coronavirus: “Il Papa: abbiamo peccato contro la terra, la natura non perdona”.

Se dunque, nel pensiero ecclesiastico, c’è il rischio di sostituire Dio con la Natura, la concreta cancellazione di Dio dalla vita del popolo, nei mesi del lockdown, è un fatto. Proprio nei giorni in cui si poteva pensare che gli uomini avessero più bisogno di Lui, il governo e gli uomini di Chiesa hanno concordato la cancellazione delle messe e di tutti i riti religiosi per il popolo che è stato privato di tutti i sacramenti (perfino quello dei morenti).

Una cosa mai accaduta nella storia cristiana, perché finora per la Chiesa – come proclama il Codice di diritto canonico – “salus animarum suprema lex”, cioè: la salvezza delle anime è (sempre stata) la legge suprema.

Adesso sembra che alla salvezza dell’anima si sia sostituita la salute del corpo come valore supremo, cosicché si può rinunciare a Dio e ai sacramenti che non sono beni essenziali, anzi – è stato detto – rischiano di essere addirittura pericolosi perché andare in chiesa, confessarsi o ricevere la comunione, poteva (può) mettere a rischio la salute. Una nuova prospettiva del tutto immanentista.

Si poteva salvaguardare la salute senza veicolare il messaggio per cui, nei momenti più drammatici, è bene fare a meno di Dio e pensare solo alla salute del corpo affidandosi alla scienza e al governo? Certo che si poteva. Come si poteva e si doveva fare un lockdown diverso, nei tempi e nei modi, un lockdown che non annientasse tutte le attività umane, da quelle economiche a quelle spirituali.

Una delle conseguenze, per la Chiesa, è oggi la scarsa affluenza alle messe che sono riprese – diversamente dall’attività delle discoteche – con forti limitazioni di presenza. I fedeli si chiedono cosa fare di una Chiesa che parla come il ministero della sanità.

E nel mondo clericale fa scandalo Gesù Cristo che, pur essendo il più grande guaritore dei corpi, afferma che il bene supremo è la salvezza dell’anima e la vita eterna: “chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi perderà la sua vita per amor mio e del Vangelo, la salverà… che giova all’uomo conquistare il mondo intero se poi perde la sua anima?” (Mc 8, 35-36). E il Salmo 62 recita: “la Tua grazia vale più della vita”.

Sembra che nel mondo clericale non circoli molta speranza cristiana, ma ci si affidi semmai a Speranza, il ministro della sanità. Auguri.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 9 agosto 2020

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La basilica di Santa Sofia trasformata in moschea. Il fallimento del dialogo con l’Islam. Perfino Bergoglio dice una parola. Ecco perché.

La basilica di Santa Sofia trasformata in moschea. Il fallimento del dialogo con l’Islam. Perfino Bergoglio dice una parola. Ecco perché.

Sabato scorso “Avvenire” ha fatto un titolo quantomeno ambiguo sulla trasformazione della basilica di Santa Sofia in moschea: “Santa Sofia è di Erdogan”.

Il sottotitolo recitava: “Insorgono l’Onu, gli ortodossi, Usa, Ue e Atene”. Dall’elenco mancava clamorosamente l’istituzione che più avrebbe dovuto manifestare dolore e disappunto: la Santa Sede.

Un silenzio imbarazzante che – col passare delle ore – diventava sempre più insostenibile, perché rischiava di replicare l’analogo silenzio del papa di domenica scorsa su Hong Kong quando Bergoglio si è rifiutato di leggere, all’Angelus, un pensiero sulla repressione della libertà e dell’autonomia di Hong Kong da parte del regime comunista cinese.

Oltretutto con la replica di un altro silenzio papale, stavolta relativo all’Italia, cioè alla controversa legge sull’omofobia, in discussione al Parlamento, che – secondo vescovi, sacerdoti e laici – minaccia gravemente la libertà di insegnamento della Chiesa. Anche su questo il papa – sempre così interventista nella politica italiana – sta osservando il più rigoroso silenzio (pur essendosi pronunciato più volte, in passato, su questi temi).

Dunque Bergoglio ieri ha ritenuto che – almeno sulla vicenda di Santa Sofia – doveva dire una parola, forse anche per non esporsi troppo alle critiche di chi lo accusa di non difendere i cristiani e di chi nota la sua spiccata acquiescenza verso il mondo islamico, persecutore dei cristiani, e verso i regimi comunisti, specialmente quello cinese.

Così ieri all’Angelus papa Bergoglio ha detto una parola su Santa Sofia: si è detto “molto addolorato”. E’ poca cosa, ma è comunque un messaggio, quanto basta per non passare alla storia – fra l’altro – come il papa che è stato indifferente alla trasformazione in moschea di Santa Sofia. Il pronunciamento pontificio esprime infatti il dolore della Chiesa cattolica.

E’ un intervento significativo anche per l’Italia, dove sono stati Matteo Salvini e Giorgia Meloni a intervenire su questo caso che – peraltro – evidenzia il problema internazionale rappresentato dalla Turchia di Erdogan.

Giorgia Meloni ha scritto sulla sua pagina fb:

“Erdogan completa il processo di trasformazione della laica Turchia in un sultanato islamico convertendo (nuovamente) in moschea il museo di Santa Sofia di Istanbul. Con questo atto, che Erdogan crede essere una dimostrazione di forza della sua deriva islamista, l’aspirante sultano non fa altro che ammettere di essere incapace, nel 2020, di costruire qualcosa che possa anche solo avvicinare la maestosità della basilica di Santa Sofia costruita circa 1500 anni fa dalla cristiana Costantinopoli”.

Matteo Salvini, preannunciando anche un presidio della Lega davanti al consolato turco di Milano, ha scritto su Twitter:

“La stessa Turchia che qualcuno vorrebbe far entrare in Europa, trasforma Santa Sofia in una moschea. La prepotenza di un certo Islam si conferma incompatibile con i valori di democrazia, libertà e tolleranza dell’Occidente”.

Con l’operazione Santa Sofia il “Sultano” Erdogan ha riconfermato le sue mire espansionistiche ed egemoniche che vanno addirittura dalla Spagna a Gerusalemme (passando per la Libia).

Infatti Erdogan, parlando ai turchi e ai musulmani di tutto il mondo, ha detto che la “riconversione” di Santa Sofia è “precorritrice della liberazione della moschea al-Aqsa”, cioè di Gerusalemme (gli sono giunti applausi da Hamas) e fa parte del piano che vuole risvegliare l’Islam “da Bukhara, in Uzbekistan, all’Andalusia, in Spagna”. Una sorta di Califfato. Come si vede c’è di che preoccuparsi.

Gad Lerner – sul “Fatto quotidiano” – ieri ha notato l’inquietante riferimento a Gerusalemme, mettendone giustamente in luce il senso destabilizzatore.

Poi ha sentito l’inspiegabile bisogno di improvvisarsi storico parlando del 1236 “quando la reconquista cristiana della penisola iberica fu suggellata dalla trasformazione della Mezquita islamica di Cordoba in cattedrale dell’Immacolata Concezione”.

Lerner probabilmente voleva insinuare che anche i cristiani hanno fatto ai musulmani quello che oggi Erdogan fa con Santa Sofia.

La storia però dice l’opposto, perché la Spagna era cristiana, i musulmani la invasero nel 756 e a Cordova costruirono la moschea dove prima c’era la basilica visigota, del IV-VI secolo, dedicata a San Vincenzo Martire (con la sede episcopale e il seminario).

Gli islamici la demolirono e ci costruirono la Mezquita. Gli scavi archeologici del XX secolo hanno riportato alla luce i resti dell’originaria basilica cristiana. La “reconquista” – lo dice la parola stessa – non fu altro che la liberazione della Spagna dal dominio degli invasori musulmani e per questo, una volta liberata Cordova, la struttura edificata sulla basilica fu ritrasformata in chiesa. Lerner aveva esordito ammonendo che “a scherzare con la storia ci si brucia” e in effetti lui ha provveduto a bruciarsi.

Nella vicenda di Santa Sofia tutto comincia dalla tragica invasione turca che nel 1453 devastò Costantinopoli e pose fine a una civiltà millenaria che aveva illuminato tutto il Mediterraneo. Costantinopoli era letteralmente la seconda Roma.

Per la cristianità orientale di rito ortodosso Santa Sofia è la Chiesa madre, perciò è come sa da noi fosse trasformata in moschea la basilica di San Pietro.

Prima della dichiarazione di ieri del Papa, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, aveva dichiarato che la “riconversione” di Santa Sofia avrebbe spinto “milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”.

Ma soprattutto il Patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill – che giorni fa aveva già lanciato un appello per scongiurare questa decisione – ha espresso “grande pena e dolore”. Il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, l’ha definita “un duro colpo per l’ortodossia mondiale”.

Oggi però la Turchia è un problema per il mondo, non solo per i cristiani.

Antonio Socci

Da “Libero”, 13 luglio 2020

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Fratture nel “Partito dell’odio”. Lo schiaffo di Conte. Il momentaneo sussulto di dignità dei vescovi e il tradimento di Bergoglio. L’ennesimo (vedi Post Scriptum).

Fratture nel “Partito dell’odio”. Lo schiaffo di Conte. Il momentaneo sussulto di dignità dei vescovi e il tradimento di Bergoglio. L’ennesimo (vedi Post Scriptum).

Sta naufragando rovinosamente il sogno di Giuseppe Conte e dei suoi strateghi: usare l’emergenza Covid-19 per dare, allo sconosciuto avvocato foggiano, un’aura da statista attorno alla quale costruire un nuovo partito di centrosinistra e (pseudo) cattolico.

Anzitutto perché da domenica sera è cambiata l’atmosfera: dilagano il malcontento e la rabbia. Si assiste a una sollevazione generale per l’incompetenza del governo che non ha visione, non ha un piano e, invece di varare la Fase 2, sprofonda nelle sabbie mobili di norme assurde. I danni economici e sociali sono giganteschi e ogni giorno si aggravano.

Ma, in secondo luogo, perché Conte, con il pesante schiaffo dato ai cattolici (ancora niente messe, ma solo funerali e con meno di 15 persone, possibilmente all’aperto), è riuscito a inimicarsi perfino l’unico vero sponsor di cui aveva l’appoggio: la gerarchia cattolica e vaticana (da non confondere col popolo cattolico che vota come vuole e – com’è noto – all’opposto di Bergoglio e della Cei).

Eppure da sempre la Cei – su ordine del papa argentino, mosso dalla precisa intenzione di attaccare la Lega di Salvini – era stata più che collaborativa: servile.

Tale era la sottomissione al governo che i vescovi – all’inizio dell’emergenza Covid – in Lombardia non hanno esitato a buttar fuori il popolo cristiano dalle chiese, spazzando via messe e sacramenti, mentre ancora erano aperti bar e ristoranti (il successo di Conte per loro “val bene una messa”).

Dio, nel dramma dell’epidemia, veniva dichiarato inutile: “obbedite al governo”, ha ripetuto Bergoglio. Più realisti del re, non si sono limitati a indicare lo stato di necessità, ma hanno perfino teorizzato (assurdamente) che messe e sacramenti non erano necessari perché bastava pregare da soli in casa. Guadagnandosi così lo sdegno dei fedeli i quali hanno tratto la conclusione che allora nemmeno preti e vescovi erano necessari (tanto meno l’otto per mille).

Con questo servilismo governativo i vescovi non si sono nemmeno resi conto della loro plateale contraddizione, perché – mentre sospendevano le messe per evitare assembramenti – tenevano aperte le frequentatissime mense della Caritas al fine di collaborare col governo nel nutrire chi era senza pasto (prima i migranti). I fedeli hanno capito quindi la malafede.

La Cei si è trasformata in una sorta di ufficio statale alla maniera cinese (come piace a Bergoglio) e ha accettato che la Messa venisse parificata alle attività ludico-ricreative non essenziali (perciò sospese) come la sagra della bistecca.

Non solo. Quando Matteo Salvini, nella settimana santa, si è sommessamente associato alla proposta di Davide Rondoni, per far celebrare le messe almeno a Pasqua, sono stati proprio i vescovi e i media clericali a “linciarlo”.

Tuttavia nel giro di pochi giorni il malcontento e le proteste dei fedeli e dei parroci sono assai cresciuti, anche per diversi inauditi episodi di incursione nelle chiese delle forze dell’ordine durante celebrazioni liturgiche.

Inoltre la sospensione delle attività delle parrocchie rappresenta per la Chiesa un grosso danno economico e ai soldi i vescovi sono alquanto devoti. Così la Cei, in vista della fase 2 che doveva essere varata domenica sera, ha chiesto a Conte di tornare a celebrare le messe, ovviamente con le dovute misure sanitarie. Si aspettava la sua gratitudine e il suo “sì”.

Invece è arrivato “un duro schiaffone condito da una sottile presa in giro”, come ha scritto un analista cattolico di idee moderate, Riccardo Cascioli, che ha aggiunto: “La Cei raccoglie quello che ha seminato. Da servi si sono comportati, da servi vengono ora trattati”.

Allora la Cei ha scoperto d’improvviso che il governo sta attaccando “la libertà di culto”. E ieri dappertutto si sono sentiti i vescovi protestare e strepitare. Ma can che abbaia non morde. I vescovi se volessero potrebbero riaprire subito le chiese al culto perché il governo, in realtà, non ha nessun potere di vietarlo, secondo la Costituzione.

Però non ne hanno il coraggio perché sanno che Bergoglio appoggiava il progetto politico di Conte (lo ha perfino ricevuto con tutti gli onori proprio nei giorni della chiusura totale delle chiese al popolo). Ma ora che farà il politico argentino vestito di bianco? La resa del Conte si avvicina.

Antonio Socci

Da “Libero”, 28 aprile 2020

 

POST SCRIPTUM:

Nelle ore in cui è stato scritto questo articolo tutti i vescovi erano sul piede di guerra e sembrava (a molti) che avessero dalla loro parte anche il Vaticano. Infatti la Cei, prima di pubblicare il suo durissimo comunicato contro il governo, aveva avuto il placet della Segreteria di stato vaticana.

Ma siccome io so come ragiona Bergoglio e so che lui fra il Potere e Cristo sceglie sempre il Potere, ho concluso il mio articolo con un punto interrogativo sul suo comportamento.

E infatti, puntualmente, stamani (martedì), nella sua omelia (perché lui strumentalizza le cose sacre per fare le sue personali battaglie politiche e di potere), stamani – dicevo – ha subito sconfessato la Cei e la Segreteria di Stato, esprimendo il suo appoggio alla “prudenza” di Conte che continua a tenere il popolo cristiano fuori dalle chiese e lontano dai sacramenti.

È un tradimento, contro Cristo e contro il popolo cristiano. Ma Bergoglio se ne infischia. A lui interessano solo la politica e il potere, tanto è vero che la “prudenza” che ha raccomandato oggi agli altri (per continuare a sospendere le messe) non la ebbe lui il 23 febbraio scorso quando – eravamo già nella “psicosi” del Covid – tenne il raduno di Bari dove, davanti a 40 mila persone, fece il suo stizzito comizio politico “anti sovranista”, cioè contro l’Italia).

Siccome il suo fido Conte è in grosse difficoltà, perché il suo governo (il più anticattolico della storia recente), sta facendo enormi danni al paese, Bergoglio subito è corso in suo aiuto (sempre e solo in odio a Salvini che è la sua ossessione).

L’umiliazione che ha inferto ai (pavidi) vescovi italiani per lui non è un problema. È il suo metodo di governo: umiliare i sottoposti gli serve a riaffermare il suo dominio assoluto e ad avere piena sottomissione.

Probabilmente con questo gesto spera anche di ottenere le dimissioni di Bassetti, che lui vuole sostituire con Zuppi, cioè uno ancora più sottomesso di Bassetti. L’umiliazione della Chiesa italiana è dovuta al suo oscuro odio per l’Italia e gli italiani.

Tratto da:

Lo Straniero – il blog di Antonio Socci

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Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

All’Ambasciata americana di via Veneto ieri saranno ammutoliti quando hanno letto ciò che che uno dei leader del M5S, Alessandro Di Battista, ha scritto sul “Fatto quotidiano” sull’abbraccio con la Cina.
In pratica Dibba ha messo a tema un capovolgimento di alleanze internazionali dell’Italia, dallo schieramento occidentale al “rapporto privilegiato con Pechino” nella “terza guerra mondiale” che si sta combattendo e che – parole sue – “la Cina vincerà”.
Siccome i nostri governi da sempre sono definiti anzitutto dalla loro collocazione internazionale, un’affermazione del genere (che non è solo una dichiarazione d’intenti o una sparata a salve) dovrebbe destabilizzare questo esecutivo, dal momento che il M5S ne è il socio di maggioranza ed esprime addirittura il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri.
A meno che anche Pd e Leu (magari per un ritorno di fiamma del loro Dna rosso delle origini) non siano sedotti dall’idea di ributtarsi fra le braccia di un regime comunista orientale (ieri Mosca oggi Pechino).
Eppure era partito bene, Di Battista, criticando l’Ue, il Patto di stabilità “che ha dato inizio all’era dell’austerità” (e al disastro sociale), il Mes e gli altri “strumenti” di cui si sta discutendo a Bruxelles.
Per Di Battista sono “tutte proposte che aumenteranno i debiti pubblici degli Stati”. Aumenteranno anche la tassazione fino a soffocare le economie europee. Infatti l’esponente del M5S sostiene che la Germania vuol far “aumentare i debiti pubblici” degli altri Stati “costringendo presto al rientro i Paesi più esposti a cominciare dall’Italia”.
Per tutti questi motivi – dice Di Battista – “il Mes è una trappola da evitare”, ma di fatto il crollo del Pil e l’aumento del debito ci costringeranno a mettere la testa nel cappio della Ue.
E qui viene lo scenario del M5S tratteggiato da Di Battista: “Ci spingeranno a indebitarci per poi passare all’incasso, ma abbiamo delle carte da giocare. In primis il fatto che senza l’Italia la Ue si scioglierebbe come neve al sole. Poi un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia, è anche merito del lavoro di Di Maio. La Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europeo tale relazione”.
Si allude probabilmente all’idea di vendere parte del debito pubblico a Pechino e di fatto si prospetta la trasformazione dell’Italia in una colonia cinese, la base del Dragone in Europa. Con tutto quello che comporta.
E’ abbastanza singolare che il Quirinale – così come i grandi giornaloni dell’establishment – non facciano una piega, visto che si stracciavano e si stracciano sempre le vesti alla più piccola critica alla Ue della Lega, sicuramente filoamericana.
Oltretutto è noto che non si tratta di parole a vanvera di Dibba. Infatti Di Maio, come ministro degli Esteri, si sta davvero spendendo per questo “matrimonio” con Pechino, dall’accordo per la “via della seta” (condannato dagli Usa), al 5G, fino all’emergenza Coronavirus durante la quale la Cina è stata trattata in guanti bianchi pur essendo all’origine della pandemia.
Nel blog di Beppe Grillo il 12 marzo scorso uscì un articolo intitolato “Cina-Italia: un destino condiviso”. Era un’apologia della Cina nella crisi del coronavirus e una critica all’Occidente.
La linea del M5S è chiara da tempo. Basti ricordare i due incontri che Beppe Grillo ebbe il 22 e il 23 novembre con l’ambasciatore cinese a Roma (intervallati da un confronto proprio con Di Maio).
D’altra parte il Vaticano di Bergoglio è l’altro alleato forte del regime cinese e – guarda caso – proprio il papa argentino è il principale sostenitore del premier Conte, espressione del M5S.
E’ un asse che va da Grillo a Bergoglio, passando per Conte e Di Maio. Che il regime cinese sia il nemico n. 1 dell’Occidente a costoro non interessa.

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 aprile 2020

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Il governicchio di Giuseppe Conte e le mascherine cinesi.

Il governicchio di Giuseppe Conte e le mascherine cinesi.

Circola sui social l’autoconsolatorio slogan “andrà tutto bene”. Lo speriamo, ma temiamo che invece con questo governo possa andare tutto sempre peggio. Infatti l’Italia vive già una tragedia gravissima che sembra passare nella disattenzione generale: il record di morti (ormai quasi 2 mila!).

Con tanti saluti allo spot di febbraio con cui il ministero della salute voleva fare informazione sanitaria spiegando (testualmente) che “non è affatto facile il contagio” (lo abbiamo visto). D’altronde a quel tempo sostenevano che il problema era il razzismo

C’è voluto del tempo (tempo prezioso perduto) perché capissero che invece il problema era il coronavirus e bisognava averne paura. Ancora a febbraio, quando sapevamo già da settimane che stava per arrivare in Italia lo tsunami dell’epidemia, il governo non ha pensato di attrezzarsi preventivamente con grandi dotazioni di mascherine sanitarie, per gli ospedali e per i cittadini. Eppure ha avuto un mese di tempo.

Anzi, questo incredibile esecutivo, il 15 febbraio, attraverso il ministero degli Esteri guidato da Di Maio, con la Cooperazione internazionale, ha spedito in Cina, con un volo dell’Onu partito da Brindisi, 2 tonnellate di materiale sanitario di cui facevano parte molte mascherine. Regalate.

Oggi in Italia ce n’è una drammatica carenza, pure negli ospedali, e finiamo col doverle comprare. Da chi? Da quegli stessi cinesi… E tre giorni fa il solito Di Maio ha ringraziato la Cina per questa vendita come se ci facesse – lei – beneficienza. Dimenticando pure le enormi responsabilità del regime di Pechino nel dilagare dell’epidemia.

Il dramma non è solo avere per ministri dei dilettanti, degli improvvisatori: è un governo del tutto scollegato dalla realtà italiana e questo “scollegamento” si è evidenziato in modo drammatico nello scontro di queste ore con la Regione Lombardia che sta affrontando eroicamente l’emergenza.

Un governo scollegato perché è stato messo insieme tra nemici che volevano solo evitare le elezioni e conservare le poltrone ed è un governo di minoranza che non rappresenta il Paese, che non ha basi sociali.

Purtroppo i media, invece di essere i sensori di questa drammatica spaccatura fra Palazzo e Paese, invece di spingere a coinvolgere l’opposizione (maggioritaria fra la gente), per unire l’Italia nell’emergenza, sono ormai del tutto dentro quelle stesse logiche di Palazzo. Lontani dal paese reale quanto il governo.

Perfino gli osservatori più attenti portano fuori strada. Sabato scorso, sul “Corriere della sera”Paolo Mieli ha concluso il suo editoriale con una considerazione surreale, spiegando che questo è uno dei “governi (frutto di combinazioni parlamentari) che, per loro stessa natura, sono pressoché indifferenti alle opzioni degli elettori, dalle quali non dipende la loro vita. Cosa che però” concludeva Mieli “in un frangente come questo può rivelarsi un pregio”.

Un pregio? Oltre ad essere un’anomalia democratica, proprio in questo frangente si dimostra devastante avere un governo di minoranza nato nel Palazzo.

E’ per questa lontananza dalle “opzioni degli elettori” infatti che Conte – per  inseguire un consenso elettorale che non ha mai avuto – è stato convinto a far finta di essere Winston Churchill e si è inventato condottiero, mettendosi a fare quello che nessun presidente del consiglio ha mai fatto prima.

Invece di delegare a un tecnico come Bertolaso la gestione dell’emergenza, uno esperto e capace di prendere decisioni immediate, senza problemi di immagine e di consenso, ha fatto tutto in prima persona cercando un protagonismo improprio.

Così in queste settimane abbiamo visto continui decreti, correzioni, precisazioni, informazioni mancanti e bozze anticipate che hanno provocato il caos. Il finale è il decreto di ieri che invece di presentare poche e chiare decisioni per affrontare l’emergenza – con un grande impegno di spesa come la Germania (che ha messo in campo 550 miliardi) – è una specie di “milleproroghe”, un’inverosimile legge di bilancio fatta per decreto (Borghi l’ha definito “200 pagine di marchette”).

Così di nuovo abbiamo un governo più attento a cercare il consenso che ad affrontare la tragedia in corso. E – ovviamente – l’opposizione non è stata coinvolta, se non a parole. Intanto il Paese affonda e vive in un incubo.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 16 marzo 2020

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Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Sebbene ignorati, disprezzati, perseguitati e traditi (anzitutto dall’attuale Vaticano) i cristiani continuano ad essere luce laddove più buie sono le tenebre. Come nella Cina di questi giorni, in cui al totalitarismo comunista si è aggiunta la micidiale epidemia di coronavirus.

È il caso del medico cinese Li Wen Liang che per primo lanciò l’allarme per il coronavirus e fu silenziato dalla polizia del regime. Dopo le accuse della polizia, una volta che l’epidemia è diventata evidente a tutti, è stato scagionato, ma è morto lui stesso, il 6 febbraio, per aver subito il contagio curando i malati.

La sua tragica vicenda ha provocato un’onda di commozione popolare che ha toccato milioni di persone. E, nonostante la censura, milioni di cinesi in questi giorni hanno manifestato anche la loro indignazione per la sua sorte. Questo medico cristiano è diventato un eroe nazionale.

Li, 34 anni, lavorava come oculista in un ospedale di Wuhan, la città dove è divampata l’epidemia del coronavirus. Per primo, a dicembre scorso, si rese conto di qualcosa di anomalo curando dei malati gravi di polmonite (dalle cause ignote) che avevano la congiuntivite. Considerando i sintomi e la precedente epidemia di Sars ritenne che potesse trattarsi di un nuovo coronavirus e avanzò questa ipotesi in un gruppo chat, ovviamente controllato dalla polizia.

Le autorità invece di allertarsi per verificare quell’allarme (erano ancora in tempo a fermare il contagio), accusarono il medico di diffondere notizie false che turbavano l’ordine pubblico.

Ci vollero alcune settimane perché il regime riconoscesse l’esistenza dell’epidemia, scagionando Li dalle accuse.

Il medico tornò a lavoro al suo ospedale e riprese a curare i malati mentre divampava il contagio cosicché lui stesso ne fu colpito ed è morto il 6 febbraio scorso. Perfino la notizia della sua morte è stata inizialmente censurata (con un tira e molla di conferme e smentite).

Sui social, prima di venire cancellati dalla polizia, l’hashtag “E’ morto il dott. Li Wenliang” ha avuto 670 milioni di visualizzazioni e “Li Wenliang è morto” altri 230 milioni. In tutto 900 milioni.

Sebbene censurati sugli stessi social network sono comparsi migliaia di post che commentavano la vicenda di Li sotto un hashtag che (più o meno) significa “Vogliamo libertà di parola” ed erano critiche al regime per la sua gestione della grave crisi. Così sono scattate altre censure, ma l’indignazione tracima egualmente per altre vie.

La storia di Li ha impressionato e sdegnato talmente tanto l’opinione pubblica che il governo di Pechino, cercando di placare la rabbia, ha annunciato un’indagine sul suo caso per verificare l’arbitrarietà delle accuse della polizia contro di lui.

Alcuni accademici – scrive l’agenzia missionaria Asianews – hanno lanciato un appello: “Non lasciamo che Li Wen Liang sia morto invano”. E’ una lettera aperta che circola sul web ed è condivisa da milioni di persone. In questo appello si chiede “il rispetto della Costituzione, che (in teoria) garantisce la libertà di parola”.

Quindi si chiede l’abolizione delle leggi che impediscono tale libertà e si propone che il 6 febbraio – data della morte di Li – sia istituita la “Giornata della libertà di parola”. Infine si chiede che il governo chieda pubblicamente scusa “per non aver ascoltato, anzi per aver soffocato la voce del dottor Li, definito ‘un martire’ della verità”.

Asianews cita – tra i firmatari – il prof. Tang Yiming, capo della Facoltà dei classici cinesi all’Università normale di Wuhan: “Se le parole del dott. Li non fossero state trattate come dicerie, se ad ogni cittadino fosse garantito il diritto a dire la verità, non saremmo in questo disastro, non avremmo una catastrofe nazionale con contraccolpi internazionali”.

Un altro dei firmatari, Zhang Qianfan, professore di diritto alla Beijing University, ha affermato che la morte di Li Wenliang “non deve spaventarci, ma incoraggiarci a parlare chiaro… Se sempre più persone rimangono in silenzio per paura, la morte verrà ancora più presto. Tutti dovremmo dire no alla repressione della libertà di parola da parte del regime”.

Ciò che ha colpito e commosso è anche l’eroismo e l’abnegazione del giovane medico di 34 anni, sposato, con un figlio di cinque anni e la moglie incinta all’ottavo mese e anche lei contagiata.

Perché, nonostante l’ottusità del regime, lui è tornato in ospedale dove ha voluto prendersi cura dei malati per arginare l’epidemia, ben consapevole che questo lo avrebbe esposto a un sicuro contagio. Come infatti è avvenuto. “Il dottor Li Wen” scrive un sito cattolico “ha scelto di donare la sua vita per cercare di salvare quella di altri”.

All’origine di questa scelta eroica c’è la sua fede cristiana che traspare in uno scritto che ha lasciato, una sorta di testamento spirituale. Vi si legge:

“Non voglio essere un eroe. Ho ancora i miei genitori, i miei figli, la mia moglie incinta che sta per partorire e molti dei miei pazienti nel reparto (…). Quando questa battaglia sarà finita, guarderò il cielo, con lacrime che sgorgheranno come la pioggia”.

Parla dei malati, “tante persone innocenti” che “anche se stanno morendo, mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita. Chi avrebbe mai capito che stavo per morire?

“La mia anima è in paradiso”, scrive Li, mentre “il mio stesso corpo giace sul letto bianco”. Poi le sue domande struggenti: “Dove sono i miei genitori? E la mia cara moglie?”

Parla della sua nuova casa a Wuhan, “per la quale devo ancora pagare il mutuo ogni mese. Come posso rinunciare? Per i miei genitori perdere il figlio quanto deve essere triste? La mia dolce moglie senza suo marito, come può affrontare le vicissitudini del suo futuro? (…) Arrivederci, miei cari. Addio, Wuhan, mia città natale. Spero che, dopo il disastro, ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile. Spero che, dopo il disastro, imparerai cosa significa essere giusti. Mai più brave persone dovrebbero soffrire di paura senza fine e tristezza profonda e disperata.

Il dottore Li Wen Liang conclude il suo toccante scritto con una citazione di san Paolo“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora c’è in serbo per me la corona di giustizia del Signore” (2Tm 4, 7-8).

La Cina resterà segnata da questa eroica testimonianza cristiana. Avvenuta negli stessi giorni in cui il Vaticano di papa Bergoglio teneva un vertice diplomatico con alti esponenti del regime cinese: il Vaticano in soccorso del governo comunista a cui ha deciso di sottomettere la Chiesa cinese.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 17 febbraio 2020

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