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Fratture nel “Partito dell’odio”. Lo schiaffo di Conte. Il momentaneo sussulto di dignità dei vescovi e il tradimento di Bergoglio. L’ennesimo (vedi Post Scriptum).

Fratture nel “Partito dell’odio”. Lo schiaffo di Conte. Il momentaneo sussulto di dignità dei vescovi e il tradimento di Bergoglio. L’ennesimo (vedi Post Scriptum).

Sta naufragando rovinosamente il sogno di Giuseppe Conte e dei suoi strateghi: usare l’emergenza Covid-19 per dare, allo sconosciuto avvocato foggiano, un’aura da statista attorno alla quale costruire un nuovo partito di centrosinistra e (pseudo) cattolico.

Anzitutto perché da domenica sera è cambiata l’atmosfera: dilagano il malcontento e la rabbia. Si assiste a una sollevazione generale per l’incompetenza del governo che non ha visione, non ha un piano e, invece di varare la Fase 2, sprofonda nelle sabbie mobili di norme assurde. I danni economici e sociali sono giganteschi e ogni giorno si aggravano.

Ma, in secondo luogo, perché Conte, con il pesante schiaffo dato ai cattolici (ancora niente messe, ma solo funerali e con meno di 15 persone, possibilmente all’aperto), è riuscito a inimicarsi perfino l’unico vero sponsor di cui aveva l’appoggio: la gerarchia cattolica e vaticana (da non confondere col popolo cattolico che vota come vuole e – com’è noto – all’opposto di Bergoglio e della Cei).

Eppure da sempre la Cei – su ordine del papa argentino, mosso dalla precisa intenzione di attaccare la Lega di Salvini – era stata più che collaborativa: servile.

Tale era la sottomissione al governo che i vescovi – all’inizio dell’emergenza Covid – in Lombardia non hanno esitato a buttar fuori il popolo cristiano dalle chiese, spazzando via messe e sacramenti, mentre ancora erano aperti bar e ristoranti (il successo di Conte per loro “val bene una messa”).

Dio, nel dramma dell’epidemia, veniva dichiarato inutile: “obbedite al governo”, ha ripetuto Bergoglio. Più realisti del re, non si sono limitati a indicare lo stato di necessità, ma hanno perfino teorizzato (assurdamente) che messe e sacramenti non erano necessari perché bastava pregare da soli in casa. Guadagnandosi così lo sdegno dei fedeli i quali hanno tratto la conclusione che allora nemmeno preti e vescovi erano necessari (tanto meno l’otto per mille).

Con questo servilismo governativo i vescovi non si sono nemmeno resi conto della loro plateale contraddizione, perché – mentre sospendevano le messe per evitare assembramenti – tenevano aperte le frequentatissime mense della Caritas al fine di collaborare col governo nel nutrire chi era senza pasto (prima i migranti). I fedeli hanno capito quindi la malafede.

La Cei si è trasformata in una sorta di ufficio statale alla maniera cinese (come piace a Bergoglio) e ha accettato che la Messa venisse parificata alle attività ludico-ricreative non essenziali (perciò sospese) come la sagra della bistecca.

Non solo. Quando Matteo Salvini, nella settimana santa, si è sommessamente associato alla proposta di Davide Rondoni, per far celebrare le messe almeno a Pasqua, sono stati proprio i vescovi e i media clericali a “linciarlo”.

Tuttavia nel giro di pochi giorni il malcontento e le proteste dei fedeli e dei parroci sono assai cresciuti, anche per diversi inauditi episodi di incursione nelle chiese delle forze dell’ordine durante celebrazioni liturgiche.

Inoltre la sospensione delle attività delle parrocchie rappresenta per la Chiesa un grosso danno economico e ai soldi i vescovi sono alquanto devoti. Così la Cei, in vista della fase 2 che doveva essere varata domenica sera, ha chiesto a Conte di tornare a celebrare le messe, ovviamente con le dovute misure sanitarie. Si aspettava la sua gratitudine e il suo “sì”.

Invece è arrivato “un duro schiaffone condito da una sottile presa in giro”, come ha scritto un analista cattolico di idee moderate, Riccardo Cascioli, che ha aggiunto: “La Cei raccoglie quello che ha seminato. Da servi si sono comportati, da servi vengono ora trattati”.

Allora la Cei ha scoperto d’improvviso che il governo sta attaccando “la libertà di culto”. E ieri dappertutto si sono sentiti i vescovi protestare e strepitare. Ma can che abbaia non morde. I vescovi se volessero potrebbero riaprire subito le chiese al culto perché il governo, in realtà, non ha nessun potere di vietarlo, secondo la Costituzione.

Però non ne hanno il coraggio perché sanno che Bergoglio appoggiava il progetto politico di Conte (lo ha perfino ricevuto con tutti gli onori proprio nei giorni della chiusura totale delle chiese al popolo). Ma ora che farà il politico argentino vestito di bianco? La resa del Conte si avvicina.

Antonio Socci

Da “Libero”, 28 aprile 2020

 

POST SCRIPTUM:

Nelle ore in cui è stato scritto questo articolo tutti i vescovi erano sul piede di guerra e sembrava (a molti) che avessero dalla loro parte anche il Vaticano. Infatti la Cei, prima di pubblicare il suo durissimo comunicato contro il governo, aveva avuto il placet della Segreteria di stato vaticana.

Ma siccome io so come ragiona Bergoglio e so che lui fra il Potere e Cristo sceglie sempre il Potere, ho concluso il mio articolo con un punto interrogativo sul suo comportamento.

E infatti, puntualmente, stamani (martedì), nella sua omelia (perché lui strumentalizza le cose sacre per fare le sue personali battaglie politiche e di potere), stamani – dicevo – ha subito sconfessato la Cei e la Segreteria di Stato, esprimendo il suo appoggio alla “prudenza” di Conte che continua a tenere il popolo cristiano fuori dalle chiese e lontano dai sacramenti.

È un tradimento, contro Cristo e contro il popolo cristiano. Ma Bergoglio se ne infischia. A lui interessano solo la politica e il potere, tanto è vero che la “prudenza” che ha raccomandato oggi agli altri (per continuare a sospendere le messe) non la ebbe lui il 23 febbraio scorso quando – eravamo già nella “psicosi” del Covid – tenne il raduno di Bari dove, davanti a 40 mila persone, fece il suo stizzito comizio politico “anti sovranista”, cioè contro l’Italia).

Siccome il suo fido Conte è in grosse difficoltà, perché il suo governo (il più anticattolico della storia recente), sta facendo enormi danni al paese, Bergoglio subito è corso in suo aiuto (sempre e solo in odio a Salvini che è la sua ossessione).

L’umiliazione che ha inferto ai (pavidi) vescovi italiani per lui non è un problema. È il suo metodo di governo: umiliare i sottoposti gli serve a riaffermare il suo dominio assoluto e ad avere piena sottomissione.

Probabilmente con questo gesto spera anche di ottenere le dimissioni di Bassetti, che lui vuole sostituire con Zuppi, cioè uno ancora più sottomesso di Bassetti. L’umiliazione della Chiesa italiana è dovuta al suo oscuro odio per l’Italia e gli italiani.

Tratto da:

Lo Straniero – il blog di Antonio Socci

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Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

All’Ambasciata americana di via Veneto ieri saranno ammutoliti quando hanno letto ciò che che uno dei leader del M5S, Alessandro Di Battista, ha scritto sul “Fatto quotidiano” sull’abbraccio con la Cina.
In pratica Dibba ha messo a tema un capovolgimento di alleanze internazionali dell’Italia, dallo schieramento occidentale al “rapporto privilegiato con Pechino” nella “terza guerra mondiale” che si sta combattendo e che – parole sue – “la Cina vincerà”.
Siccome i nostri governi da sempre sono definiti anzitutto dalla loro collocazione internazionale, un’affermazione del genere (che non è solo una dichiarazione d’intenti o una sparata a salve) dovrebbe destabilizzare questo esecutivo, dal momento che il M5S ne è il socio di maggioranza ed esprime addirittura il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri.
A meno che anche Pd e Leu (magari per un ritorno di fiamma del loro Dna rosso delle origini) non siano sedotti dall’idea di ributtarsi fra le braccia di un regime comunista orientale (ieri Mosca oggi Pechino).
Eppure era partito bene, Di Battista, criticando l’Ue, il Patto di stabilità “che ha dato inizio all’era dell’austerità” (e al disastro sociale), il Mes e gli altri “strumenti” di cui si sta discutendo a Bruxelles.
Per Di Battista sono “tutte proposte che aumenteranno i debiti pubblici degli Stati”. Aumenteranno anche la tassazione fino a soffocare le economie europee. Infatti l’esponente del M5S sostiene che la Germania vuol far “aumentare i debiti pubblici” degli altri Stati “costringendo presto al rientro i Paesi più esposti a cominciare dall’Italia”.
Per tutti questi motivi – dice Di Battista – “il Mes è una trappola da evitare”, ma di fatto il crollo del Pil e l’aumento del debito ci costringeranno a mettere la testa nel cappio della Ue.
E qui viene lo scenario del M5S tratteggiato da Di Battista: “Ci spingeranno a indebitarci per poi passare all’incasso, ma abbiamo delle carte da giocare. In primis il fatto che senza l’Italia la Ue si scioglierebbe come neve al sole. Poi un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia, è anche merito del lavoro di Di Maio. La Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europeo tale relazione”.
Si allude probabilmente all’idea di vendere parte del debito pubblico a Pechino e di fatto si prospetta la trasformazione dell’Italia in una colonia cinese, la base del Dragone in Europa. Con tutto quello che comporta.
E’ abbastanza singolare che il Quirinale – così come i grandi giornaloni dell’establishment – non facciano una piega, visto che si stracciavano e si stracciano sempre le vesti alla più piccola critica alla Ue della Lega, sicuramente filoamericana.
Oltretutto è noto che non si tratta di parole a vanvera di Dibba. Infatti Di Maio, come ministro degli Esteri, si sta davvero spendendo per questo “matrimonio” con Pechino, dall’accordo per la “via della seta” (condannato dagli Usa), al 5G, fino all’emergenza Coronavirus durante la quale la Cina è stata trattata in guanti bianchi pur essendo all’origine della pandemia.
Nel blog di Beppe Grillo il 12 marzo scorso uscì un articolo intitolato “Cina-Italia: un destino condiviso”. Era un’apologia della Cina nella crisi del coronavirus e una critica all’Occidente.
La linea del M5S è chiara da tempo. Basti ricordare i due incontri che Beppe Grillo ebbe il 22 e il 23 novembre con l’ambasciatore cinese a Roma (intervallati da un confronto proprio con Di Maio).
D’altra parte il Vaticano di Bergoglio è l’altro alleato forte del regime cinese e – guarda caso – proprio il papa argentino è il principale sostenitore del premier Conte, espressione del M5S.
E’ un asse che va da Grillo a Bergoglio, passando per Conte e Di Maio. Che il regime cinese sia il nemico n. 1 dell’Occidente a costoro non interessa.

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 aprile 2020

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Il governicchio di Giuseppe Conte e le mascherine cinesi.

Il governicchio di Giuseppe Conte e le mascherine cinesi.

Circola sui social l’autoconsolatorio slogan “andrà tutto bene”. Lo speriamo, ma temiamo che invece con questo governo possa andare tutto sempre peggio. Infatti l’Italia vive già una tragedia gravissima che sembra passare nella disattenzione generale: il record di morti (ormai quasi 2 mila!).

Con tanti saluti allo spot di febbraio con cui il ministero della salute voleva fare informazione sanitaria spiegando (testualmente) che “non è affatto facile il contagio” (lo abbiamo visto). D’altronde a quel tempo sostenevano che il problema era il razzismo

C’è voluto del tempo (tempo prezioso perduto) perché capissero che invece il problema era il coronavirus e bisognava averne paura. Ancora a febbraio, quando sapevamo già da settimane che stava per arrivare in Italia lo tsunami dell’epidemia, il governo non ha pensato di attrezzarsi preventivamente con grandi dotazioni di mascherine sanitarie, per gli ospedali e per i cittadini. Eppure ha avuto un mese di tempo.

Anzi, questo incredibile esecutivo, il 15 febbraio, attraverso il ministero degli Esteri guidato da Di Maio, con la Cooperazione internazionale, ha spedito in Cina, con un volo dell’Onu partito da Brindisi, 2 tonnellate di materiale sanitario di cui facevano parte molte mascherine. Regalate.

Oggi in Italia ce n’è una drammatica carenza, pure negli ospedali, e finiamo col doverle comprare. Da chi? Da quegli stessi cinesi… E tre giorni fa il solito Di Maio ha ringraziato la Cina per questa vendita come se ci facesse – lei – beneficienza. Dimenticando pure le enormi responsabilità del regime di Pechino nel dilagare dell’epidemia.

Il dramma non è solo avere per ministri dei dilettanti, degli improvvisatori: è un governo del tutto scollegato dalla realtà italiana e questo “scollegamento” si è evidenziato in modo drammatico nello scontro di queste ore con la Regione Lombardia che sta affrontando eroicamente l’emergenza.

Un governo scollegato perché è stato messo insieme tra nemici che volevano solo evitare le elezioni e conservare le poltrone ed è un governo di minoranza che non rappresenta il Paese, che non ha basi sociali.

Purtroppo i media, invece di essere i sensori di questa drammatica spaccatura fra Palazzo e Paese, invece di spingere a coinvolgere l’opposizione (maggioritaria fra la gente), per unire l’Italia nell’emergenza, sono ormai del tutto dentro quelle stesse logiche di Palazzo. Lontani dal paese reale quanto il governo.

Perfino gli osservatori più attenti portano fuori strada. Sabato scorso, sul “Corriere della sera”Paolo Mieli ha concluso il suo editoriale con una considerazione surreale, spiegando che questo è uno dei “governi (frutto di combinazioni parlamentari) che, per loro stessa natura, sono pressoché indifferenti alle opzioni degli elettori, dalle quali non dipende la loro vita. Cosa che però” concludeva Mieli “in un frangente come questo può rivelarsi un pregio”.

Un pregio? Oltre ad essere un’anomalia democratica, proprio in questo frangente si dimostra devastante avere un governo di minoranza nato nel Palazzo.

E’ per questa lontananza dalle “opzioni degli elettori” infatti che Conte – per  inseguire un consenso elettorale che non ha mai avuto – è stato convinto a far finta di essere Winston Churchill e si è inventato condottiero, mettendosi a fare quello che nessun presidente del consiglio ha mai fatto prima.

Invece di delegare a un tecnico come Bertolaso la gestione dell’emergenza, uno esperto e capace di prendere decisioni immediate, senza problemi di immagine e di consenso, ha fatto tutto in prima persona cercando un protagonismo improprio.

Così in queste settimane abbiamo visto continui decreti, correzioni, precisazioni, informazioni mancanti e bozze anticipate che hanno provocato il caos. Il finale è il decreto di ieri che invece di presentare poche e chiare decisioni per affrontare l’emergenza – con un grande impegno di spesa come la Germania (che ha messo in campo 550 miliardi) – è una specie di “milleproroghe”, un’inverosimile legge di bilancio fatta per decreto (Borghi l’ha definito “200 pagine di marchette”).

Così di nuovo abbiamo un governo più attento a cercare il consenso che ad affrontare la tragedia in corso. E – ovviamente – l’opposizione non è stata coinvolta, se non a parole. Intanto il Paese affonda e vive in un incubo.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 16 marzo 2020

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Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Sebbene ignorati, disprezzati, perseguitati e traditi (anzitutto dall’attuale Vaticano) i cristiani continuano ad essere luce laddove più buie sono le tenebre. Come nella Cina di questi giorni, in cui al totalitarismo comunista si è aggiunta la micidiale epidemia di coronavirus.

È il caso del medico cinese Li Wen Liang che per primo lanciò l’allarme per il coronavirus e fu silenziato dalla polizia del regime. Dopo le accuse della polizia, una volta che l’epidemia è diventata evidente a tutti, è stato scagionato, ma è morto lui stesso, il 6 febbraio, per aver subito il contagio curando i malati.

La sua tragica vicenda ha provocato un’onda di commozione popolare che ha toccato milioni di persone. E, nonostante la censura, milioni di cinesi in questi giorni hanno manifestato anche la loro indignazione per la sua sorte. Questo medico cristiano è diventato un eroe nazionale.

Li, 34 anni, lavorava come oculista in un ospedale di Wuhan, la città dove è divampata l’epidemia del coronavirus. Per primo, a dicembre scorso, si rese conto di qualcosa di anomalo curando dei malati gravi di polmonite (dalle cause ignote) che avevano la congiuntivite. Considerando i sintomi e la precedente epidemia di Sars ritenne che potesse trattarsi di un nuovo coronavirus e avanzò questa ipotesi in un gruppo chat, ovviamente controllato dalla polizia.

Le autorità invece di allertarsi per verificare quell’allarme (erano ancora in tempo a fermare il contagio), accusarono il medico di diffondere notizie false che turbavano l’ordine pubblico.

Ci vollero alcune settimane perché il regime riconoscesse l’esistenza dell’epidemia, scagionando Li dalle accuse.

Il medico tornò a lavoro al suo ospedale e riprese a curare i malati mentre divampava il contagio cosicché lui stesso ne fu colpito ed è morto il 6 febbraio scorso. Perfino la notizia della sua morte è stata inizialmente censurata (con un tira e molla di conferme e smentite).

Sui social, prima di venire cancellati dalla polizia, l’hashtag “E’ morto il dott. Li Wenliang” ha avuto 670 milioni di visualizzazioni e “Li Wenliang è morto” altri 230 milioni. In tutto 900 milioni.

Sebbene censurati sugli stessi social network sono comparsi migliaia di post che commentavano la vicenda di Li sotto un hashtag che (più o meno) significa “Vogliamo libertà di parola” ed erano critiche al regime per la sua gestione della grave crisi. Così sono scattate altre censure, ma l’indignazione tracima egualmente per altre vie.

La storia di Li ha impressionato e sdegnato talmente tanto l’opinione pubblica che il governo di Pechino, cercando di placare la rabbia, ha annunciato un’indagine sul suo caso per verificare l’arbitrarietà delle accuse della polizia contro di lui.

Alcuni accademici – scrive l’agenzia missionaria Asianews – hanno lanciato un appello: “Non lasciamo che Li Wen Liang sia morto invano”. E’ una lettera aperta che circola sul web ed è condivisa da milioni di persone. In questo appello si chiede “il rispetto della Costituzione, che (in teoria) garantisce la libertà di parola”.

Quindi si chiede l’abolizione delle leggi che impediscono tale libertà e si propone che il 6 febbraio – data della morte di Li – sia istituita la “Giornata della libertà di parola”. Infine si chiede che il governo chieda pubblicamente scusa “per non aver ascoltato, anzi per aver soffocato la voce del dottor Li, definito ‘un martire’ della verità”.

Asianews cita – tra i firmatari – il prof. Tang Yiming, capo della Facoltà dei classici cinesi all’Università normale di Wuhan: “Se le parole del dott. Li non fossero state trattate come dicerie, se ad ogni cittadino fosse garantito il diritto a dire la verità, non saremmo in questo disastro, non avremmo una catastrofe nazionale con contraccolpi internazionali”.

Un altro dei firmatari, Zhang Qianfan, professore di diritto alla Beijing University, ha affermato che la morte di Li Wenliang “non deve spaventarci, ma incoraggiarci a parlare chiaro… Se sempre più persone rimangono in silenzio per paura, la morte verrà ancora più presto. Tutti dovremmo dire no alla repressione della libertà di parola da parte del regime”.

Ciò che ha colpito e commosso è anche l’eroismo e l’abnegazione del giovane medico di 34 anni, sposato, con un figlio di cinque anni e la moglie incinta all’ottavo mese e anche lei contagiata.

Perché, nonostante l’ottusità del regime, lui è tornato in ospedale dove ha voluto prendersi cura dei malati per arginare l’epidemia, ben consapevole che questo lo avrebbe esposto a un sicuro contagio. Come infatti è avvenuto. “Il dottor Li Wen” scrive un sito cattolico “ha scelto di donare la sua vita per cercare di salvare quella di altri”.

All’origine di questa scelta eroica c’è la sua fede cristiana che traspare in uno scritto che ha lasciato, una sorta di testamento spirituale. Vi si legge:

“Non voglio essere un eroe. Ho ancora i miei genitori, i miei figli, la mia moglie incinta che sta per partorire e molti dei miei pazienti nel reparto (…). Quando questa battaglia sarà finita, guarderò il cielo, con lacrime che sgorgheranno come la pioggia”.

Parla dei malati, “tante persone innocenti” che “anche se stanno morendo, mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita. Chi avrebbe mai capito che stavo per morire?

“La mia anima è in paradiso”, scrive Li, mentre “il mio stesso corpo giace sul letto bianco”. Poi le sue domande struggenti: “Dove sono i miei genitori? E la mia cara moglie?”

Parla della sua nuova casa a Wuhan, “per la quale devo ancora pagare il mutuo ogni mese. Come posso rinunciare? Per i miei genitori perdere il figlio quanto deve essere triste? La mia dolce moglie senza suo marito, come può affrontare le vicissitudini del suo futuro? (…) Arrivederci, miei cari. Addio, Wuhan, mia città natale. Spero che, dopo il disastro, ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile. Spero che, dopo il disastro, imparerai cosa significa essere giusti. Mai più brave persone dovrebbero soffrire di paura senza fine e tristezza profonda e disperata.

Il dottore Li Wen Liang conclude il suo toccante scritto con una citazione di san Paolo“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora c’è in serbo per me la corona di giustizia del Signore” (2Tm 4, 7-8).

La Cina resterà segnata da questa eroica testimonianza cristiana. Avvenuta negli stessi giorni in cui il Vaticano di papa Bergoglio teneva un vertice diplomatico con alti esponenti del regime cinese: il Vaticano in soccorso del governo comunista a cui ha deciso di sottomettere la Chiesa cinese.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 17 febbraio 2020

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E’più cristiano il Natale “consumistico”di San Francesco, che il Natale politicante dei comizi rancorosi di Bergoglio.

E’più cristiano il Natale “consumistico”di San Francesco, che il Natale politicante dei comizi rancorosi di Bergoglio.

Il Natale riscalda il cuore anche di chi non frequenta più la Chiesa. Come scriveva, nella “Storia dell’idea d’Europa”, il laico Federico Chabod  “non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c’è fra noi e gli Antichi… è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti ‘liberi pensatori’, anche gli ‘anticlericali’ non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo”.

Stessi concetti del papa laico Benedetto Croce  che, nel 1942, scriveva “Perché non possiamo non dirci cristiani”  osservando: “Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto.

Essere nati dopo Gesù significa trovare dovunque la sua luce, significa nascere con una dignità umana e una libertà  che non sarebbero stati immaginabili senza di lui. Per non dire dell’eredità cristiana di bellezza, storia, cultura e carità di cui godiamo, soprattutto se si è nati in Italia.

C’è al cuore di tutto la commozione per la figura di Gesù  che tutti riconoscono sublime e inarrivabile.

Molti ancora si ritroverebbero nelle parole semplici di Enzo Biagi: “Gesù ha detto cose che a tutt’oggi sono insuperabili. E credo che nessuno abbia conosciuto l’uomo come lui. Gesù è una figura misteriosa, difficile da spiegare solo con l’umano. Regge da 2000 anni. Non vedo paragoni in giro”.

Un grande scrittore ebreo, Franz Kafka, interpellato da un amico su Cristo, restò un attimo in silenzio, chinò il capo e disse: “È un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi”.

Anche il laico Albert Camus  accusava il colpo: “Io non credo nella risurrezione però non posso nascondere l’emozione che sento di fronte a Cristo e al suo insegnamento. Di fronte a lui e di fronte alla sua storia non provo che rispetto e venerazione”.

Ci sono tutti questi sentimenti nella collettiva celebrazione del Natale che in questi giorni si vede nelle strade delle città e dei paesi, che unisce credenti e non credenti.

Si potrebbe perfino dire che c’è più religiosità cristiana nel bistrattato “Natale consumistico”  – pieno di luci, regali e buona tavola – che in tanti sermoni clericali, fatti da politicanti carichi di recriminazione, di faziosità ideologica e rancore  (ossessionati in particolare da Salvini, “reo” di ricordare l’identità cristiana  del nostro Paese).

Festeggiare con luci colorate – come fanno molti – è infatti ricordare e accendere sulla strada di tutti la Luce  che, a Betlemme, è entrata nel nostro mondo tenebroso.

E i regali? La “cultura del dono”  – come la chiama Benedetto XVI – è entrata nel mondo dalla grotta di Betlemme quando Dio ha donato se stesso all’umanità, quindi ha donato tutto, venendo fra noi.

E poi il pranzo, il mangiare e il bere, la festa: “Esultiamo! Perché non vi è posto per la tristezza dove si celebra il Natale della vita”, diceva papa san Leone magno.

Potrà stupire, ma è stato soprattutto san Francesco d’Assisi a plasmare questo modo popolare di festeggiare il Natale che oggi – da certi pulpiti – viene sprezzantemente squalificato come “consumistico”.

Il santo poverello non ha solo inventato il presepio  – che del nostro Natale è il centro – ma anche l’idea del dono natalizio, perché per san Francesco – scrive Chiara Mercuri – “il Natale deve essere il giorno della gioia e dell’abbondanza per tutti. Solo se lo sarà per tutti, allora sarà Natale”. Così – conclude la Mercuri – “ognuno dovrà sforzarsi in questo giorno di essere ‘il Natale’ di qualcun altro, senza dimenticare nessuno, nessuna creatura vivente”.

Infatti – si legge nella “Compilatio Assisiensis” – san Francesco “voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e che per amore di Lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse largo e munifico con slancio e con gioia non solo verso i poveri ma anche verso gli animali e gli uccelli”.

Quel giorno sulla povera tavola del convento – scrive la Mercuri – arrivano cibi ricchi, rari, di solito assenti dalla mensa dei frati, come la carne, i formaggi stagionati, il vino, l’olio, il lardo e la frutta fresca. Mendicanti, contadini, medici, notai, nobili si uniranno alla mensa dei frati per festeggiare con loro, e le donne faranno portare ai frati e ai poveri che gli vivono accanto torte di mandorle e miele, mostaccioli, frittelle cosparse di acqua di rosa, rotoli di pasta dolce ripieni di mele, di uva, di noci e cannella, e biscotti all’anice e pan pepato”.

Insomma, il nostro modo di vivere il Natale è quello di san Francesco che nasceva dalla sua commozione per Dio che si fa uomo, nella grotta di Betlemme.

È quel Gesù che affascina perfino i nemici più acerrimi  del cristianesimo. Friedrich Nietzsche, per esempio, un giorno confessò: “(Gesù) ha volato più alto di chiunque altro”.

Ed Ernest Renan  scrisse che “Gesù è l’individuo che ha fatto fare alla sua specie il più grande passo verso il divino”, “Gesù è la più eccelsa di quelle colonne che indicano all’uomo donde venga e dove debba andare. In lui si è condensato tutto ciò che vi è di buono e di elevato nella nostra natura… Gesù non sarà mai superato… tra i figli dell’uomo non è mai nato uno più grande di Gesù”.

Sorprendenti anche le parole su Gesù del giovane Karl Marx“l’unione con Cristo dona un’elevazione interiore, conforto nel dolore, tranquilla certezza e cuore aperto all’amore del prossimo, ad ogni cosa nobile e grande, non già per ambizione né brama di gloria, ma solo per amore di Cristo, dunque l’unione con Cristo dona una letizia che invano l’epicureo nella sua filosofia superficiale, invano il più acuto pensatore nelle più riposte profondità del sapere, tentarono di cogliere; una letizia che innalza e più bella rende la vita.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 24 dicemnre 2019

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La sinistra ossessionata da Salvini è da sempre la sinistra degli “addetti ai livori”.

La sinistra ossessionata da Salvini è da sempre la sinistra degli “addetti ai livori”.

Vedendo l’ossessione della Sinistra per Salvini, in questi mesi, sembra di tornare indietro nel tempo. Quante volte abbiamo già visto questo triste film, questa sorta di caccia (politica) all’uomo nero  da parte dei “sinceri democratici”, questa fanatica mostrificazione, questo assalto collettivo  al Nemico dell’umanità?

La Sinistra in Italia è sempre stata così, da decenni: una fabbrica di odio, di intolleranza e demonizzazione. Con tanti “addetti ai livori”  a supportarla sui media.

Ci sono intere biblioteche che documentano questa storia, dagli anni del dopoguerra a quelli recenti: fiumi di odio  tracimanti contro tutti coloro che venivano individuati come nemici perché osavano opporsi alla sua egemonia (in certi momenti storici, in cui i gruppi più settari inseguivano la rivoluzione, com’è noto, non è mancata nemmeno la violenza fisica).

I maggiori avversari della Sinistra hanno subito lunghe campagne di odio, sono stati demonizzati, ossessivamente attaccatidileggiati  e “asfaltati”. Con il coro – ovvio – di molti media e delle piazze.

Si sperava che con il crollo (nella vergogna) del comunismo  la nostra Sinistra, che per anni aveva sostenuto regimi disumani, facesse una severa autocritica e cambiasse anche il suo modo di far politica.

Invece ha solo rovesciato la giacca, il giorno dopo il crollo del Muro ha annunciato che non c’erano più comunisti (anzi, nessuno ricordava di esserlo stato) e ha continuato a imperversare esattamente con gli stessi metodi: con la stessa pratica della demonizzazione dell’avversario. Accompagnata dai salotti radicl-chic e cattoprogressisti.

Così negli anni duemila è toccato a Berlusconi, appena entrato in politica. E oggi è esattamente il film che stiamo vedendo contro Salvini e – più di recente – contro Giorgia Meloni  da quando il suo consenso è cresciuto (si è già guadagnata la copertina dell’Espresso di questa settimana).

È un film già visto. La Sinistra cambia poco. Oggi sono tutti ossessionati da Salvini. Lo sognano pure di notte. Ogni loro discorso ruota attorno a Salvini. Sempre. Salvini qua, Salvini là. Ogni sua parola o gesto o selfie dà l’occasione alla Sinistra per scagliare scomuniche e invettive.

Salvini è l’alibi  che permette loro di giustificare qualsiasi loro scelta. Sono stati fino ad agosto nemici acerrimi dei grillini? Se le sono dette di tutti i colori? Hanno idee opposte? Eppure subito sono corsi a farci il governo insieme: per fermare Salvini.

Ma – si obietta loro – avete perso le elezioni, gli italiani vi hanno mandato al minimo storico e i sondaggi dicono che è un governo senza maggioranza nel Paese.

Risposta: non importa, è nostro dovere fermare Salvini, noi salviamo la democrazia governando come minoranza; dobbiamo fare questa indigestione di poltrone perché altrimenti – se facessimo votare gli italiani – vincerebbe Salvini.

Fatto il governo litigano su qualunque cosa, riconoscono loro stessi che un esecutivo così non può andare avanti, che è un disastro per il Paese, però – ti spiegano – dobbiamo tenerlo in vita con l’ossigeno pur di tenere Salvini all’opposizione.

Chiedi loro come possono subire il Mes voluto dalla Germania che sarà un disastro per l’Italia  (come hanno certificato voci autorevoli e indipendenti) e loro ti rispondono: Salvini vuole portarci fuori dall’euro (Gualtieri ha addirittura accusato Salvini di aver fatto sul Mes “una campagna terroristica”).

Chiunque attacchi Salvini ha il loro plauso: fosse pure Francesca Pascale, la compagna di Berlusconi, che ha detto di pensare a “scendere in piazza con le sardine”.

Risposta del capo delle sardine, Mattia Santori: “La Pascale tra noi? Diamo il benvenuto a chiunque si discosti dal sovranismo”. Salvini per loro è il male assoluto  (il diavolo, insinuava una celebre copertina di “Famiglia cristiana”).

Scalfari  ieri è arrivato a scrivere che “Salvini è un dittatore”  che “lascerebbe il posto di padrone del Mediterraneo al presidente di tutte le Russie, Vladimir Putin”, insomma “Salvini sarebbe il suo alto rappresentante nel Mediterraneo” e vorrebbe “un’Italia rappresentante internazionale d’un grande impero straniero”.

C’è da trasecolare. In Italia c’è davvero stato un partito che prendeva ordini dall’Unione Sovietica, ma era il Pci. Scalfari fu anticomunista? Del resto a quel tempo era il Pci che accusava la Dc di De Gasperi di essere “asservita” agli Usa e alla Nato.

A proposito di rovesciamento della frittata: Scalfari – invece dei suoi risibili scenari di fantapolitica – non vede oggi  concretamente un’Italia “asservita” ad altre potenze straniere? Non coglie sudditanza in altri partiti?

Nessuno risponderà. Perché attaccare Salvini è l’imperativo categorico. Salvini ha la colpa di tutto, pure dell’acqua alta a Venezia che c’è da secoli. Per qualunque cosa bisogna puntare il dito su Salvini. Giorni fa si è vista in televisione una “sardina”  attaccare Salvini per il Jobs act. Il realtà il Jobs act lo ha fatto il Pd, ma quel giovanotto attaccava Salvini perché anno scorso, a suo dire, avrebbe dovuto abolirlo.

L’altroieri il giornale dei vescovi, “Avvenire”, ha pubblicato un editoriale in prima pagina: “Giù le mani da Maria”. Parlava dei “collettivi blasfemi” dell’Università di Bologna che avevano organizzato – in occasione della festa dell’Immacolata – il party “Immacolata con(tracc)ezione”. L’invito “con tanti preservativi  svolazzanti sopra a un’immagine mariana” recitava: “mettiamo al bando la verginale santità mariana”.

A Sinistra c’è anche questo, com’è noto. “Avvenire” in quell’editoriale parlava di “politici senza rispetto”, ma – attenzione – non per criticare la Sinistra, bensì per mettere quei “collettivi blasfemi” sullo stesso piano di Salvini perché, a “Porta a porta”, di recente, ha citato, invitando a meditarlo, un messaggio dato dalla Madonna a Medjugorje. Si resta senza parole davanti a tale ostilità preconcetta.

Questa è una novità rispetto agli anni Settanta. È entrata a far parte di questo partito del livore e della demonizzazione anche la chiesa bergogliana. E non si ricorda nella storia della Chiesa dell’ultimo secolo una tale demonizzazione personale: mai i media cattolici e i vescovi hanno manifestato una tale ossessione contro un politico  (non certo per i leader del Pci, più che rispettati, e neanche per i radicali anticlericali). Mai si è vista una cosa simile.

Davvero singolare considerato che Salvini è cattolico, che raccoglie il voto della maggioranza dei cattolici  e che si batte in difesa dei valori cristiani  (la Lega, per dire, è stata la prima a protestare per quella manifestazione di Bologna, mentre la Curia del card. Zuppi è arrivata per ultima).

L’altra novità è surreale ed è questa: a differenza dei decenni passati, fino all’epoca Berlusconi, oggi questo “partito dell’odio” e della demonizzazione si maschera, nientemeno, da anti odio, ovviamente accusando di odio Salvini. Ed è tutto una risibile sfilata  di vecchi compagni che si atteggiano a suorine dell’amore caritatevole.

Il vecchio Marx  nel “18 brumaio di Luigi Bonaparte” scriveva: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.

È il caso della Sinistra italiana  che fu comunista, oggi “progressista”, che fino a ieri addirittura andava in sollucchero perfino per il testo di Gramsci intitolato “Odio gli indifferenti”  e che oggi scatenerebbe il finimondo se quella parola “odio” fosse pronunciata da Salvini, dal momento che la Sinistra attuale si straccia le vesti accusando di odio i suoi avversari perfino se parlano della fede cristiana e del presepio. È il mondo alla rovescia.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 9 dicembre 2019

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Quando la CEI consacrava l’Italia al Cuore Immacolato di Maria in funzione anticomunista. Mentre oggi…

Quando la CEI consacrava l’Italia al Cuore Immacolato di Maria in funzione anticomunista. Mentre oggi…

La Chiesa dovrebbe essere sempre la stessa, custodendo la verità rivelata (che è sempre la stessa) e guidando gli uomini all’eternità.

Ma dal 2013 è diventata un’altra cosa da ciò che è stata per duemila anni. E, al seguito di papa Bergoglio, anche i vescovi italiani sembrano essere passati dal Cuore Immacolato di Maria a quello di Maria Elena Boschi, di Greta Thunberg, di Laura Boldrini e di Emma Bonino.

Infatti si sono buttati in politica scagliandosi non contro chi propugna politiche contrarie ai valori cattolici, ma proprio contro chi si ispira a quei valori.

La pubblica devozione alla Madonna, per loro, è diventata addirittura uno scandalo : il presidente della Cei Bassetti, alla vigilia delle europee, fulminò Matteo Salvini proprio per aver mostrato un rosario in pubblico e per aver affidato l’Italia al Cuore Immacolato di Maria (Il “Fatto quotidiano” titolò: “Cei: votate tutti tranne Salvini’”).

Adesso è uscito un libro che (senza volerlo) fa capire quanto la rivoluzione bergogliana abbia ribaltato la Chiesa. Questo volume ricostruisce un grande evento popolare avvenuto proprio 60 anni fa, nel settembre 1959, per decisione dei vescovi italiani, orientati dal card. Giacomo Lercaro  (che poi sarà uno dei pilastri del Concilio): la Consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria, in chiave esplicitamente anticomunista.

Un evento che “passerà alla storia come la prima decisione della Cei e uno dei primi atti del pontificato di Giovanni XXIII ”. Così scrive Saverio Gaeta che ha pubblicato il volume dalle edizioni San Paolo col titolo “L’eredità segreta di don Amorth (così la Madonna ha salvato l’Italia)”.

Infatti al centro di tutta questa vicenda – come infaticabile organizzatore – c’è proprio quel padre Gabriele Amorth che, negli ultimi decenni, è diventato celebre come esorcista e che – essendo morto nel 2016 – inorridirebbe oggi a sentire le incredibili esternazioni del nuovo capo dei Gesuiti (voluto da Bergoglio), secondo cui il diavolo non esiste (ha detto: “esiste come realtà simbolica, non come realtà personale”, quindi non esiste).

Padre Amorth – racconta Gaeta – ha una storia sorprendente. Nasce nel 1925 in una famiglia cattolica di Modena. Il padre, avvocato, è tra i fondatori del Partito popolare e collabora con don Sturzo. Nel 1943 il giovane Gabriele, diciottenne, è già coinvolto con l’élite cattolica del momento: Dossetti, Fanfani, Vanni Rovighi e Lazzati. Pochi mesi dopo è partigiano nella formazione cattolica “Brigata Italia”.

Il suo punto di riferimento politico durante la guerra di liberazione è Ermanno Gorrieri, che diventerà poi parlamentare, esponente della Sinistra dc, e fondatore della Cisl.

Amorth è un giovane e coraggioso comandante partigiano e finita la guerra viene eletto vicedelegato nazionale dei giovani Dc: il capo era Giulio Andreotti. Quando Andreotti, di lì a pochi mesi, diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio con De Gasperi, la direzione DC chiede ad Amorth di prendere il suo posto, ma lui nel frattempo ha maturato la vocazione religiosa e diventa sacerdote.

Durante il pontificato di Pio XII l’Urss di Stalin arriva con i carri armati fino a Trieste, il comunismo conquista anche la Cina (1949) e l’Italia è il paese occidentale col più forte partito comunista, obbediente agli ordini di Stalin.

In quegli anni la Chiesa medita attentamente le apparizioni del 1917 a Fatima dove la Madonna aveva predetto la rivoluzione bolscevica di Lenin pochi mesi prima che si verificasse e dove aveva profetizzato che “la Russia spargerà i suoi errori in tutto il mondo, fomentando guerre e persecuzioni contro la Chiesa”.

Era esattamente ciò che stava accadendo. Per questo Pio XII ascoltò l’appello della Madonna che a Fatima aveva chiesto di consacrare la Russia al Suo Cuore Immacolato  (lo fece come consacrazione del mondo).

Nel giugno 1953 si verificò la rivolta operaia di Berlino Est (pochi mesi dopo la morte di Stalin) e nel 1956 un’altra rivolta operaia a Poznam, in Polonia, anch’essa repressa nel sangue dal regime comunista. Infine – di lì a pochi mesi – scoppiò la rivolta d’Ungheria, schiacciata nel sangue dai carri armati sovietici.

E’ in questo contesto che matura fra i vescovi italiani la decisione di dar seguito al gesto del papa con la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria.

Padre Amorth diventò il segretario del Comitato promotore, ma il vero protagonista dell’evento, per il coinvolgimento della Cei, fu il card. Lercaro, vescovo di Bologna, che scriveva: “Non c’è chi non veda quanto l’Italia abbia bisogno di una particolare protezione per non cadere nel baratro del comunismo”.

La Consacrazione fu fatta, il 13 settembre 1959, al Congresso Eucaristico nazionale di Catania, dove convennero circa 80 mila persone, come scrisse trionfale “l’Avvenire d’Italia”.

Ma l’evento aveva già avuto una ben più colossale partecipazione popolare perché era stato preceduto per cinque mesi dalla “Peregrinatio” della statua della Madonna di Fatima in tutte le città d’Italia. Nelle 107 località toccate si registrarono circa 12 milioni di presenze (l’Italia aveva allora 50 milioni di abitanti) e si verificarono anche eventi straordinari, il più noto dei quali riguardò padre Pio da Pietrelcina che dalla visita della Madonna di Fatima a san Giovanni Rotondo, il 6 agosto, ebbe in dono la guarigione istantanea da una grave malattia che lo faceva penare da mesi.

L’evento della consacrazione fu accompagnato ovviamente da un messaggio di papa Giovanni XXIII e uno del presidente della Repubblica Gronchi.

La “Peregrinatio” della Madonna di Fatima ebbe come tappa finale Trieste dove si decise la costruzione di un Santuario dedicato a Maria Regina d’Italia, “in ricordo della consacrazione e quale atto di riconoscenza della patria preservata dalla tirannide del comunismo ateo”, disse il card. Lercaro (fu lui che benedì la prima pietra mentre Giovanni XXIII “pronunciò un ampio messaggio che fu trasmesso via radio”).

E oggi? Oggi i vescovi italiani attaccano chi affida l’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Alle elezioni sono una macchina di propaganda del partito erede del Pci e, in questi giorni, sponsorizzano il governo ultralaicista rossogiallo. Cosa è diventata questa gerarchia clericale?

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 8 settembre 2019

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Bergoglio ha “manovrato” Conte per silurare Salvini. Intanto a Medjugorje i fedeli meditano il messaggio del 25 agosto sul “Rosario” e pensano a Salvini. Bergoglio scomunicherà la Madonna o la Madonna ha scomunicato Bergoglio?

Bergoglio ha “manovrato” Conte per silurare Salvini. Intanto a Medjugorje i fedeli meditano il messaggio del 25 agosto sul “Rosario” e pensano a Salvini. Bergoglio scomunicherà la Madonna o la Madonna ha scomunicato Bergoglio?

Mai si è discusso così tanto della Madonna, nella politica italiana, come negli ultimi tempi. Alle elezioni europee Salvini si affidò a lei e Bergoglio si affidò al PD: stravinse la Lega.

Aperta la crisi, in Senato, Salvini ha sopportato le randellate di Conte (applaudite dal Vaticano), baciando il rosario di Medjugorje. E questo ha scatenato le reazioni avvelenate dei laicisti e dei bergogliani.

Ma è accaduto un fatto particolare che ha colpito i cattolici, specie i fedeli di Medjugorje. E’ noto che adesso il santuario ..della Bosnia Erzegovinae è stato “sdoganato” dalla Chiesa.

Ebbene, domenica 25 agosto, nel pieno della crisi di governo, da quel santuario è arrivata, a sorpresa, una notizia che ha creato molto malumore a Santa Marta.

Perché, a quanto pare, la Madonna stessa – che era stata al centro del furibondo attacco bergogliano a Salvini sul rosario – ha detto la sua, facendo uno straordinario “endorsement” proprio a favore del leader leghista che a lei aveva affidato, a più riprese, se stesso e le sorti dell’Italia.

Così, adesso, a meno che Bergoglio non voglia “scomunicare” anche la Madonna, sarà molto difficile attaccare Salvini sul rosario.

Ci sono degli antefatti. Il leader leghista ha fatto riferimento proprio a Medjugorje, il 5 agosto scorso, ricordando il “compleanno” di Maria, e ha spiegato che il rosario che ha mostrato pubblicamente, affidando l’Italia alla Madonna, e che teneva fra le dita anche durante la seduta del Senato, viene appunto dal santuario bosniaco.

Il Vaticano, incredibilmente, invece di approvare si è indignato come per una profanazione. Ha tuonato contro questo gesto di Salvini il presidente della Cei, eterodiretto da Santa Marta. Poi il gesuita Antonio Spadaro, braccio destro di Bergoglio, è arrivato a scrivere che quello di Salvini è “un gesto sanguisuga della fede”.

Per la verità il mondo clericale fa autogol se parla di “sanguisughe della fede” perché qualcuno potrebbe ricordare che la Chiesa deve ancora pagare l’Ici del passato alle casse pubbliche, come deciso dalla Corte di giustizia UE (inoltre da anni ottiene dallo Stato italiano un 8X1000 assai vantaggioso).

Ma, al di là di questo, il popolo cattolico è rimasto sconcertato. Si chiede: perché si bastona con questa veemenza chi affida il Paese alla Madonna e non si è fatta nessuna opposizione alle leggi laiciste dei governi PD, anzi si è fatto votare quel partito?

Perché scandalizza il rosario di Salvini e non si dice nulla – per esempio – su enormità dottrinali come quella del Generale dei gesuiti, secondo cui il diavolo non esiste come persona, ma è solo un simbolo?

Al Senato lo stesso Conte  ha “bacchettato” Salvini per quel rosario, ritenendolo un attacco alla laicità dello Stato : strano argomento dal momento che Conte ben conosce le forti pressioni del Vaticano di Bergoglio per far saltare il governo gialloverde ed espellere Salvini (questa sì che è un’ingerenza indebita di uno Stato straniero nelle vicende interne dell’Italia).

Il mondo bergogliano ha condannato Salvini, quasi che baciare il rosario, invitando a pregare  la Madre di Dio  per  l’Italia, fosse una bestemmia. Lo hanno accusato di voler volgarmente strumentalizzare la Madonna, come se avesse commesso un sacrilegio.

In tutto questo bailamme, si arriva a domenica 25 agosto. Ogni 25 del mese la veggente Marija, a Medjugorje, riceve un messaggio pubblico dalla Madonna, durante l’apparizione.

E stavolta – come dicevo – il “messaggio” ha fatto sobbalzare il Vaticano perché le parole riportate, della Madonna, sono testualmente queste: “Figlioli, testimoniate con il rosario nella mano che siete miei”.

fedeli di Medjugorje hanno letto questa frase in riferimento alle polemiche di questi giorni: stando a quel messaggio è la Madonna stessa che invita a non vergognarsi del rosario e a testimoniare pubblicamente la propria devozione a lei.

Una smentita più clamorosa alle parole dei bergogliani, da Spadaro a Bassetti, non si poteva immaginare. Altro che relegare i gesti di devozione all’interno delle sacrestie e delle chiese.

Del resto tutto il messaggio del 25 agosto – in perfetta consonanza con i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI – è una forte esortazione a testimoniare pubblicamente la fede cattolica e a battersi perché, nella vita pubblica, non prevalga quella che Ratzinger definì “la dittatura del relativismo”.

L’esatto contrario di quanto sta facendo oggi Bergoglio che – dicono i media – sostiene a spada tratta un nuovo governo PD/M5S, ossia un governo ultralaicista e anticattolico.

Ecco l’intero messaggio di Medjugorje: “Cari figli! Pregate, lavorate e testimoniate con amore il Regno dei Cieli affinché possiate stare bene qui sulla terra. Figlioli, Dio benedirà al centuplo il vostro sforzo e sarete testimoni tra i popoli, le anime dei non credenti sentiranno la grazia della conversione ed il Cielo sarà grato per le vostre fatiche ed i vostri sacrifici. Figlioli, testimoniate con il rosario nella mano che siete miei e decidetevi per la santità. Grazie per aver risposto alla mia chiamata”.

Ovviamente il contenuto interessa i cattolici. Ma i non cattolici possono notare che queste parole sono perfettamente in linea con la tradizione di sempre della Chiesa e il popolo cattolico ci si riconosce e per questo – nella gran parte – alle elezioni nega il voto alla Sinistra (come è accaduto alle recenti europee).

Invece quello stesso popolo cattolico non si riconosce affatto nelle manovre politicanti dei bergogliani a sostegno del governo Pd/M5S, come non si riconosce nell’ossessiva e irresponsabile campagna migrazionista fatta da Bergoglio  dal 2013.

E’ una campagna a cui il PD si assoggettò, così avemmo, in cinque anni, centinaia di migliaia di arrivi in Italia. Invece Salvini vi si oppose e – una volta al governo – fermò tutto. Cosa che ha scatenato le ire bergogliane.

Oltretutto alle elezioni europee il voto (e anche il voto dei cattolici) ha chiaramente premiato Salvini e bocciato Bergoglio, visto dalla sinistra come suo leader.

Così dal Vaticano è stata amplificata la demonizzazione del leader leghista: appena si è affacciata la crisi di governo hanno preso a “consigliare” il premier Conte, legato da antica amicizia col Segretario di Stato vaticano, di cogliere l’occasione per rompere.

E’ stato Conte infatti a spingere verso la frattura. Prima portando il M5S sulle posizioni dell’establishment franco-tedesco a Bruxelles (l’operazione Ursula).

Poi, al momento della crisi, adoperandosi non per ricucire come avrebbe tentato di fare qualsiasi premier, ma anzi rendendo tutto irreparabile e attaccando pesantemente Salvini.

Che il piano di cui Conte è stato protagonista avesse come obiettivo  la rottura del governo e l’espulsione di Salvini, lo si è visto quando il premier ha voluto la “parlamentarizzazione” della crisi, ma l’ha usata per demolire il suo vicepremier e invece di aspettare mozioni e voti si è sfiduciato da solo dimettendosi, mentre Salvini tendeva la mano.

Anche la durezza degli epiteti usati dal premier – che hanno stupito Salvini, il quale aveva lavorato con lui fino al giorno prima – portano una firma che probabilmente non è di Conte o non solo sua. Sembra più un livore clericale.

Adesso il Vaticano deve fare i conti con l’irruzione sulla scena di una protagonista che non aveva calcolato, ma che il popolo cattolico invece ascolta devotamente: la Madonna di Medjugorje.

Bergoglio “condannerà” anche lei? La accuseranno di “strumentalizzare” il rosario? Di non essere europeista e di sabotare il governo giallorosso?

Chissà che il Cielo non rovesci, alla fine, i progetti di potere del “partito dell’odio” anti-Salvini oggi fiorente in Vaticano.

Il gesto di Salvini ha avuto un forte impatto culturale perché ha ridato legittimità pubblica alla fede cattolica e ci ha ricordato la nostra storia e l’identità profonda del nostro popolo. L’opposto del progetto di Bergoglio.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 27 agosto 2019

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Perché sono tutti ossessionati da Salvini?

Perché sono tutti ossessionati da Salvini?

Come si accende la Tv e ci si sintonizza su un talk show il menù è sempre uno e solo quello: Matteo Salvini. Da mesi. Non si parla d’altro.

In molti casi sembra di assistere a “processi in contumacia” dove commentatori e conduttori in gran parte sono schierati, come un tribunale, tutti contro uno, Salvini. Poi apri i giornali ed è, più o meno, la stessa solfa. Una fissazione generale.

Ci sono illustri colleghi – che un tempo abbiamo apprezzato come sagaci e brillanti analisti – i quali ormai non scrivono che di lui. Ne sono così ossessionati – e tanto è il loro livore – che viene da credere che ne siano innamorati pazzi (politicamente parlando), essendo questo tipo di odio una maschera dell’infatuazione, come insegna René Girard.

D’altra parte una così accanita mania collettiva attorno a un sol uomo ha molto a che fare col meccanismo mimetico e con la girardiana dinamica del “capro espiatorio”.

Antonio Polito, sul “Corriere della sera”, ha scritto che nei confronti di Salvini, portato in alto dalle elezioni e dai sondaggi, si è ormai costituito – ed è scatenato – il partito trasversale del “Tutto Tranne Lui”.

Polito aggiunge che questa “santa alleanza di tutti” contro “l’Uomo solo in fuga” è “una legge non scritta della politica italiana” perché si è già verificata la stessa cosa con Matteo Renzi  e con Silvio Berlusconi nel loro periodo di massimo fulgore (e potere).

La caratteristica di questo fenomeno – spiega Polito – è che partecipa al “tutti contro lui” anche “una quinta colonna”, cioè “alcuni presunti alleati dell’Uomo da battere”.

E’ vera l’analisi di Polito, ma ci sono alcune grandi differenze fra i tre. Anche contro Renzi si saldò alla fine un fronte politico trasversale, ma Renzi aveva il sostegno di quasi tutti i media e anche delle cancellerie straniere (scusate se è poco). Berlusconi aveva dalla sua almeno una parte dei media (a quel tempo non c’erano i social).

Salvini – oltre al partito trasversale antisalvini – ha contro di sé quasi tutti i media, moltissime cancellerie straniere e tutte le élite  (perfino le élite clericali che lo detestano).

Inoltre sia Berlusconi che Renzi detenevano un potere reale, come capi del governo. Salvini no, è ancora (solo) ministro dell’Interno e in Parlamento la Lega ha tuttora (solo) il 17 per cento.

Anche se nel Paese si avvicina al 40 per cento  (come hanno dimostrato le europee), questo consenso e questa forza restano potenziali nell’equilibrio parlamentare di oggi e state certi che tutti faranno in modo che non possa conseguirlo nelle urne

Trovarsi accerchiati dal partito del “Tutto Tranne Lui” può avere un beneficio immediato nel catalizzare consensi, nel polarizzare le tifoserie, ma è sempre da evitare.

Un politico dovrebbe scongiurare ad ogni costo la saldatura di tutti gli avversari in un fronte unico contro di lui. Perché è la premessa della disfatta. La storia insegna.

Bisogna sempre rompere l’accerchiamento, scombinare i giochi, cercare alleanze e sorprendere gli avversari. Bisogna essere leone, ma anche volpe insegnava Machiavelli.

C’è un’ultima cosa da chiedersi. Questa personalizzazione della politica è una cosa positiva ? No. E’ disastrosa per il Paese, perché trasforma tutto in teatro, in baruffe personali, in battibecchi, impedendo di parlare dei problemi veri, delle idee, delle proposte e degli interessi del Paese. Quello che gli italiani vorrebbero vedere è un confronto serio sulle diverse proposte e le idee per il nostro Paese.

L’eccessiva personalizzazione deriva in parte dalla sparizione delle grandi culture politiche della prima Repubblica che avevano dato vita a “forme partito” in cui l’identità ideale non era mai identificata in uno solo.

Ma deriva anche dalla pessima propensione della Sinistra italiana alla demonizzazione dell’avversario, quindi alla trasformazione della battaglia politica in guerra di liberazione contro il Nemico. E’ una storia antica che si è vista anche nella prima Repubblica (basti pensare al caso Craxi).

L’area ideologica marxista, così forte nella nostra storia, dal dopoguerra, per decenni, nelle sue diverse articolazioni politiche, o ha teorizzato “l’odio di classe” o ha praticato l’odio politico verso gli avversari.

In questo senso al PD, che è erede della Sinistra, e a quei suoi dirigenti che provengono dal Pci e che continuano a demonizzare gli avversari politici come una sorta di “partito dell’odio”, andrebbe detto, serenamente, che l’Italia sta ancora aspettando una vera riflessione autocritica di chi ha partecipato alla storia del comunismo. Non è ancora venuta l’ora di rinnegarla e condannarla?

Ovviamente di individui odiatori ce ne sono dappertutto, perché l’uomo purtroppo è così (e c’è solo il Vangelo che può convertirne il cuore).

Ma la politica non si occupa di individui, bensì di partiti e ideologie. E se è vero che tutte le parti devono guardarsi dal fomentare l’odio, difficilmente può dare lezioni chi proviene da una certa storia (non rinnegata) e chi pratica da sempre la demonizzazione dell’avversario.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 29 luglio 2019

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L’Ideona dell’Espresso: abolire le frontiere. Facile prevedere cosa accadrebbe…

L’Ideona dell’Espresso: abolire le frontiere. Facile prevedere cosa accadrebbe…

“L’Espresso”, il magazine di De Benedetti, distribuito con “La Repubblica”, ha avuto un’ideona. Una pensata così geniale e risolutiva che ci si chiede perché mai – nella storia dell’umanità – non si sia escogitata prima.

Sta nella copertina dell’ultimo numero: “Le frontiere uccidono… l’unica speranza è un mondo libero dai confini”.

Non è meraviglioso? Non vi pare la pensata del secolo o addirittura del millennio? A ispirare questa geniale copertina è l’antropologo Michel Agier, intervistato dal settimanale (il titolo della conversazione è: “L’unica speranza per il mondo è liberare i confini”).

Agier è l’autore del libro “La Giungla di Calais”, uno studio di quell’immensa distesa di tende e baracche che si è formata, davanti al Canale della Manica, sulla costa francese, dove nel 2016 vivevano più di 10 mila migranti.

Questo intellettuale – dall’astrazione ideologica facile – sostiene “la libera circolazione delle persone”, “l’ospitalità come regole giuridica” e afferma che “se oggi (le frontiere) fossero aperte avremmo una situazione molto più pacifica”. E “L’Espresso” sposa questa surreale utopia facendo la copertina che si è visto.

Basta rifletterci un attimo per capire cosa accadrebbe. Lo Stato d’Israele, per esempio, sparirebbe, circondato com’è dall’odio arabo e dall’estremismo islamico (tanto è vero che in questi anni, per proteggersi, ha dovuto erigere un formidabile muro in Cisgiordania).

Ma la stessa cosa vale per l’Italia e per l’Europa. Basti considerare l’afflusso irregolare di centinaia di migliaia di persone degli ultimi anni: se abbattessimo davvero le frontiere e fosse possibile emigrare liberamente, a proprio arbitrio, l’Italia diventerebbe la banchina di sbarco di milioni di persone solo dall’Africa (continente di un miliardo e 200 milioni di abitanti).

Con effetti devastanti non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per l’Africa stessa. Sarebbe il caos. La stessa cosa si può facilmente immaginare per gli Stati Uniti.

Non si capisce, del resto, per quale motivo si dovrebbero abbattere le frontiere spazzando via, così, gli Stati e anche i popoli stessi con le loro identità.

Agier accenna ai morti nel Mediterraneo in questi anni di immigrazione irregolare. Tuttavia nessuno ha ancora risposto al ministro dell’Interno Salvini il quale, citando i dati dell’Unhcr, ha mostrato il crollo del numero di vittime da quando si è fatta una politica di blocco delle partenze.

D’altronde è facile immaginare che un sommovimento gigantesco di milioni di persone verso l’Europa, da Africa e Asia, sarebbe tanto traumatico da provocare reazioni, rivolte e guerre civili davvero tragiche per moltissimi anni.

Basta un minimo di realismo per rendersene conto. Ma certi intellettuali e certe aree politico-ideologiche sembrano vivere lontano dalla realtà. Ed è per questo che sia la sinistra immigrazionista che papa Bergoglio, eludono sempre la domanda: “quanti? Quanti immigrati vorreste far entrare prima di chiudere le frontiere?”

Nel loro mondo immaginario c’è un Eden simile alla vecchia utopia ideologica degli anni Settantaa cui John Lennon dette voce col brano “Imagine”, del 1971, il quale rappresenta – come ha scritto Eugenio Capozzi nel libro “Politicamente corretto”– “l’inno ufficiale del pacifismo… uno dei monumenti del catechismo politicamente corretto, ancora oggi imprescindibile collante emotivo e propagandistico”.

In quella canzonetta – tuttora celebrata – c’è già disegnato quell’Eden. Essa, osserva Capozzi, “elenca in maniera chiara quali sono i mali che bisognerebbe rimuovere per restaurare quella condizione: la religione trascendente e le Chiese (‘no heaven’, ‘No hell below us’, ‘Above us only sky’, ‘no religion’…), le nazioni (‘no countries’, ‘Nothing to kill or die for’), la proprietà (‘no possessions’, ‘No need for greed or hunger’). In pratica, i fondamenti della modernità euro-occidentale. Con una intuizione fulminante, Lennon si sintonizzava sulla stessa lunghezza d’onda del dilagante ripudio dell’eredità dell’Occidente”.

Il cantante riprendeva “in pochi icastici versi tutta l’eredità delle utopie di liberazione, da Rousseau a Marx fino al terzomondismo e alla rivolta hippie: comunione dei beni, secolarizzazione integrale, sradicamento di ogni identità politica e culturale sono… le chiavi per l’accesso (o meglio per il ritorno) a una naturale fratellanza”.

L’esito della stagione hippy degli anni Settanta è nota ed è stato tutt’altro che paradisiaco. La sua perfetta caricatura si può trovare in Ruggero, il comico “figlio dei fiori” di “Un sacco bello”interpretato da Carlo Verdone, quello che si avventura nella campagna e vede che “un sacco di fiori si aprivano al mio passaggio” e “un sacco di uccelli scendevano dagli alberi per parlarmi”. Con il santone che gli dice “Love, love love!”, che passa la notte con lui “sotto questa frasca” e lo indirizza a “un grandissimo casale bianco con una grandissima piscina dove un sacco di ragazzi di tutto il mondo stanno formando una grandissima comunità… ragazzi un sacco simpatici, cileni rhodesiani, tedeschi, inglesi… tutta gente che aveva fatto un certo tipo di scelta: la scelta dell’amore”.

L’altra realizzazione, stavolta tragica, di quell’utopia “universalista”è stata il comunismo sovietico, con la guerra a tutte le identità nazionali e religiose (oltreché alla proprietà privata) e la deportazione di intere popolazioni nella prospettiva di un mondo tutto sovietizzato e – a quel punto – davvero “senza confini”. Tutto profondo rosso. Senza altri colori.

L’Urss non c’è più. Né gli hippy. Cambiano le ideologie e i tempi. Ma resta qualcosa di inquietante anche nelle nuove utopie ideologiche.

Si ha la sensazione che dietro tutto questo “amore” per le migrazioni di massa – che viene proclamato anche negli alti organismi internazionali–  si possa cogliere un’inconfessata ostilità per le nazioni e le identità, un’utopia “ecumenica” che porta all’appiattimento di ogni diversità e storia. Sarebbe un futuro inquietante, certamente tragico e non prospero.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 15 luglio 2019

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