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Ma quale islamofobia? Al limite è il contrario.

Ma quale islamofobia? Al limite è il contrario.

Più che giusta la condanna degli attentati in Nuova Zelanda, ma che chi ha taciuto sui tanti attentati musulmani, soprattutto quelli contro le sinagoghe, oggi voglia far passare l’idea che l’occidente sia islamofobo davvero non si può sentire.

Una premessa altrimenti ci capiamo male: non sarò mai uno di quelli che gioisce per un attentato, che sia contro i cristiani, che sia contro gli ebrei o che sia contro i musulmani.

Quindi non ho gioito per l’attentato nelle moschee in Nuova Zelanda, anzi, ne sono rimasto molto turbato. Per me quando un assassino uccide per motivi religiosi, che sia cristiano, ebreo o musulmano, è un assassino della peggior risma, un fanatico. E di fanatici purtroppo ce ne sono in ogni religione. Però mi piacerebbe da parte della società cosiddetta “civile” un minimo di coerenza.

Ciò premesso, dopo gli attentati alle moschee in Nuova Zelanda si è vista sin da subito una mobilitazione internazionale di condanna senza precedenti da parte di ogni comunità religiosa, una cosa non scontata visto che quando a compiere stragi sono i musulmani la comunità islamica spesso preferisce chiudersi in un complice silenzio.

Per fare un esempio, quando nel novembre 2014 due terroristi islamici fecero irruzione in una sinagoga di Gerusalemme durante la preghiera e uccisero diversi fedeli ferendone decine, nessun imam condannò quel deplorevole attentato. NESSUNO. E la Chiesa cattolica spese poche parole di condanna.

Lo stesso avvenne dopo i grandi attentati commessi dall’ISIS in Europa e nel resto del mondo. E nessuno ha mai parlato di “cristianofobia” o di “ebreofobia” (che poi si traduce in antisemitismo) quando a uccidere nel nome di un Dio sono stati i musulmani.

Eppure ieri non c’era una media islamico o un regime islamico che, con riferimento agli attentati in Nuova Zelanda, non parlasse di islamofobia e del rischio che un tale sentimento potesse esplodere a livello globale.

Ora, l’islamofobia, se intesa come “paura dell’islam”, è un sentimento molto diffuso e non certo per odio verso i musulmani ma per paura verso quello che l’Islam rappresenta, paura verso gli obiettivi dell’Islam. Ed è il comportamento del mondo islamico a insinuare nella gente questa paura (o fobia), non l’odio verso l’Islam. E’ il silenzio-assenso più volte mostrato dalla comunità islamica dopo i grandi attentati che hanno colpito l’Europa e il mondo intero a far crescere la paura verso l’Islam.

Non c’è reciprocità tra mondo islamico e resto del mondo. Dopo gli attacchi in Nuova Zelanda non c’è stato un paese o comunità religiosa che non abbia condannato quegli attacchi, condanna che non si è vista quando a uccidere erano (e sono) musulmani.

Prendiamo un altro esempio lampante avvenuto proprio ieri quando un terrorista islamico in Israele ha ucciso un soldato e ferito gravemente due cittadini israeliani. Non solo nessuno ha condannato quell’attentato, ma addirittura nessuno ha condannato i festeggiamenti a base di dolcetti che ne sono seguiti. E volete parlami di islamofobia?

La condanna senza se e senza ma degli attentati alle moschee in Nuova Zelanda non solo è giusta, è sacrosanta, ma dov’è la reciprocità? Dove sono le condanne islamiche contro obiettivi ebraici e cristiani? Anzi, permettetemi un’altra domanda: dov’è la condanna del “mondo civile” di fronte a quei vergognosi festeggiamenti a base di dolcetti visti ieri e in molte altre occasioni come per esempio dopo gli attacchi dell’11 settembre?

Non c’è nulla che giustifichi la mattanza del terrorista anti-islamico in Nuova Zelanda, ma prima di parlare di islamofobia globale ci andrei cauto perché è il capovolgimento della realtà. I primi a fare distinzioni tra noi e loro sono i musulmani, non il resto del mondo. Quelli che uccidono nel nome di una religione (si uccidono anche tra di loro per questo motivo) sono i musulmani, non il resto del mondo. E mi venite a parlare di islamofobia?

Marzo 18, 2019 da Franco Londei

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Gerusalemme, tremila anni di storia

Gerusalemme, tremila anni di storia

“Melchisedec, re di Salem . . . Egli era sacerdote del Dio altissimo” (Gn 14:18). Questo passo, che è riferito al 20° secolo a. E. V., non solo indica il nome più antico di Gerusalemme (Salem) ma è anche il primo accenno storico alla città, di cui non si hanno notizie anteriori, se non quelle desunte dalle tavolette di Tell el-Amarna, che furono scritte da regnanti cananei, alcune delle quali indirizzare al capo di Urusalim (nome accadico di Gerusalemme); poiché tali lettere furono scritte prima che gli ebrei conquistassero Canaan, l’antica Salem (poi Gerusalemme) fu sotto dominazione straniera nel periodo (circa cinque secoli) che va da Abraamo alla conquista israelita della Terra Promessa. Dopo la conquista, “quanto ai Gebusei che abitavano in Gerusalemme, i figli di Giuda non riuscirono a scacciarli; e i Gebusei hanno abitato con i figli di Giuda in Gerusalemme” (Gs 15:63; cfr. Gdc 1:21). La convivenza mista di giudei e gebusei a Gerusalemme si protrasse per circa 400 anni, tanto che perfino nella Bibbia la città di Gerusalemme è chiamata qualche volta “Gebus, che è Gerusalemme”. – Gdc 19:10-12; 1Cron 11:4,5.

Fu per volere divino che Davide fece di Gerusalemme la capitale:

“[Davide] disse: ‘Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele, il quale di sua propria bocca parlò a Davide mio padre, e con la sua potenza ha adempiuto quanto aveva dichiarato dicendo: ‘Dal giorno che feci uscire il mio popolo Israele dal paese d’Egitto, io non scelsi alcuna città, fra tutte le tribù d’Israele, per costruire là una casa, dove il mio nome dimorasse; e non scelsi alcun uomo perché fosse principe del mio popolo Israele; ma ho scelto Gerusalemme perché il mio nome vi dimori, e ho scelto Davide per regnare sul mio popolo Israele’”. – 2Cron 6:4-6; cfr. 2Cron 7:12.

La decisione davidica di fare di Gerusalemme la capitale ebraica suscitò derisione nei gebusei, che dissero a Davide, con sarcasmo: “’Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!’ Volevano dire: ‘Davide non entrerà mai’” (2Sam 5:6). “Ma Davide prese la fortezza di Sion [la cittadella di Gerusalemme], che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: ‘Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono gli avversari di Davide…’. Da questo ha origine il detto: ‘Il cieco e lo zoppo non entreranno nel tempio’. Davide abitò nella fortezza e la chiamò Città di Davide; e vi fece delle costruzioni intorno, cominciando da Millo verso l’interno. Davide diventava sempre più grande e il Signore, il Dio degli eserciti, era con lui”. – Vv. 7-10.

L’antica roccaforte dei gebusei ricevette così il nome di “città di Davide” e anche di “Sion”: “Sion, che è la città di Davide” (2Sam 5:7). A Davide si devono le successive costruzioni nell’area urbana e il migliorato sistema cittadino di difesa (2Sam 5:9-11; 1Cron 11:8). Era intenzione del re Davide di costruire a Gerusalemme anche il Tempio e, verso la fine del suo regno, aveva avviato perfino la preparazione del materiale necessario (1Cron 22:1,2; cfr. 1Re 6:7). Le “pietre squadrate” (1Cron 22:2, TNM) che Davide fece lavorare dai “tagliapietre” (Ibidem) e le “grandi pietre” fatte preparare poi da Salomone (1Re 5:17, TNM), “pietre costose secondo le misure, squadrate, segate con seghe per pietre” (1Re 7:9, TNM), sono ancora visibili oggi al cosiddetto Muro del Pianto a Gerusalemme.

Dopo Davide, suo figlio Salomone fece rilevanti lavori di costruzione in Gerusalemme: la città iniziava a espandersi (1Re 3:1;9:15-19,24;11:27). Oltre al Tempio (completato nel 1007 a. E. V.) con tutta la sua area (2Cron 3:1; 1Re 6:37,38;7:12), Salomone edificò grandiosi edifici: il palazzo reale, la casa detta “Foresta del Libano”, il portico a colonne e il portico del trono (chiamato “Portico del giudizio”) dove amministrava la giustizia:

“Poi Salomone costruì il suo palazzo, e lo terminò interamente in tredici anni. Costruì la casa detta: ‘Foresta del Libano’; era di cento cubiti di lunghezza, di cinquanta di larghezza e di trenta d’altezza. Era basata su quattro ordini di colonne di cedro, sulle quali poggiava una travatura di cedro. Un soffitto di cedro copriva le camere che poggiavano sulle quarantacinque colonne, quindici per fila. C’erano tre file di camere, le cui finestre si trovavano le une di fronte alle altre lungo tutte e tre le file. Tutte le porte con i loro stipiti e architravi erano quadrangolari. Le finestre delle tre file di camere si trovavano le une di fronte alle altre, in tutti e tre gli ordini. Fece pure il portico a colonne, che aveva cinquanta cubiti di lunghezza e trenta di larghezza, con un vestibolo davanti, delle colonne, e una scalinata sul davanti. Poi fece il portico del trono dove amministrava la giustizia, che fu chiamato: ‘Portico del giudizio’; lo ricoprì di legno di cedro dal pavimento al soffitto. La sua casa, dove abitava, fu costruita nello stesso modo, in un altro cortile, dietro il portico. Fece una casa dello stesso stile di questo portico per la figlia del faraone, che egli aveva sposata”. – 1Re 7:1-8.

Dopo la divisione del regno, nel 977 a. E. V., Gerusalemme continuò a essere la capitale del Regno di Giuda o Regno del Sud. Sacerdoti e leviti si trasferirono a Gerusalemme (2Cron 11:1-17). Nel primo lustro dopo la morte di Salomone, il faraone egizio Sisac (chiamato Sheshonk I nei documenti egizi) prese i tesori del Tempio, nel 972 a. E. V., sebbene Gerusalemme non subisse la completa rovina. – 1Re 14:25,26; 2Cron 12:2-12.

In seguito ci fu un tentativo, non riuscito, di assediare Gerusalemme da parte del secessionista Regno di Israele o Regno del Nord (1Re 15:17-22). Fu poi la volta di un’alleanza arabo-filistea, che la invase e la saccheggiò (2Cron 21:12-17). Poi, “l’esercito dei Siri . . . venne in Giuda e a Gerusalemme” e probabilmente riuscì a penetrare in città (2Cron 24:20-25). Toccò poi al Regno d’Israele invadere il Regno di Giuda: “Giuda rimase sconfitto da Israele, e quelli di Giuda fuggirono, ognuno alla sua tenda . . . Ioas, re d’Israele, fece prigioniero, a Bet-Semes, Amasia, re di Giuda . . . lo condusse a Gerusalemme, e fece una breccia di quattrocento cubiti [=180 m] nelle mura di Gerusalemme . . . Prese tutto l’oro e l’argento e tutti i vasi che si trovavano nella casa di Dio [il Tempio] . . . e i tesori della casa del re; prese pure degli ostaggi, e se ne tornò a Samaria [capitale del Regno d’Israele” (2Cron 25:22-24). La città santa fu poi fortificata sotto il re giudeo Uzzia: “Uzzia costruì pure delle torri a Gerusalemme” (2Cron 26:9), “Fece fare, a Gerusalemme, delle macchine inventate da esperti per collocarle sulle torri e sugli angoli, per scagliare saette e grosse pietre” (2Cron 26:15); suo figlio “costruì anche delle città nella regione montuosa di Giuda, e dei castelli e delle torri nelle foreste” (2Cron 27:4). Grazie al fedele re Ezechia, l’area del Tempio fu purificata e restaurata; egli ordinò di celebrare la Pasqua, invitando a Gerusalemme tutti, inclusi gli israeliti del Regno del Nord (2Cron 29:1-5,18,19;30:1,10-26). Dopo che gli assiri ebbero conquistato il Regno di Israele nel 720 a. E. V., invasero il Regno di Giuda, nel 712 a. E. V.: “Dopo queste cose e questi atti di fedeltà di Ezechia, Sennacherib, re d’Assiria, venne in Giuda, e cinse d’assedio le città fortificate, con l’intenzione d’impadronirsene”. – 2Cron 32:1.

“Sennacherib, re d’Assiria, mentre stava di fronte a Lachis con tutte le sue forze, mandò i suoi servitori a Gerusalemme per dire a Ezechia, re di Giuda, e a tutti quelli di Giuda che si trovavano a Gerusalemme: ‘Così parla Sennacherib, re degli Assiri: In chi confidate voi per rimanervene così assediati in Gerusalemme? Ezechia v’inganna per ridurvi a morir di fame e di sete, quando dice: Il Signore, nostro Dio, ci libererà dalle mani del re d’Assiria! . . . Non sapete voi quello che io e i miei padri abbiamo fatto a tutti i popoli degli altri paesi? Gli dèi delle nazioni di quei paesi hanno forse potuto liberare i loro paesi dalla mia mano? Qual è fra tutti gli dèi di queste nazioni che i miei padri hanno sterminate, quello che abbia potuto liberare il suo popolo dalla mia mano? Potrebbe il vostro Dio liberarvi dalla mia mano? Ora Ezechia non v’inganni e non vi svii in questa maniera; non gli prestate fede! Poiché nessun dio d’alcuna nazione o d’alcun regno ha potuto liberare il suo popolo dalla mia mano o dalla mano dei miei padri; quanto meno potrà il Dio vostro liberare voi dalla mia mano!’”. – 2Cron 32:9-15.

Con grande tattica militare, Ezechia si era già preparato all’assedio assiro: “Quando Ezechia vide che Sennacherib era giunto e si proponeva di attaccare Gerusalemme, deliberò . . . di turare le sorgenti d’acqua che erano fuori della città . . . turarono tutte le sorgenti e il torrente che scorreva attraverso il paese. ‘Perché’, dicevano essi, ‘i re d’Assiria, venendo, dovrebbero trovare abbondanza d’acqua?’ Ezechia prese coraggio; e ricostruì tutte le mura dov’erano diroccate, rialzò le torri, costruì l’altro muro di fuori, fortificò Millo nella città di Davide, e fece fare una gran quantità d’armi e di scudi” (2Cron 32:2-5). Nello stesso tempo provvide acqua per Gerusalemme: “Ezechia fu colui che turò la sorgente superiore delle acque di Ghion e le convogliò giù direttamente attraverso il lato occidentale della città di Davide” (2Cron 32:30). Dio stesso aveva assicurato:

“Così parla il Signore riguardo al re d’Assiria:

Egli non entrerà in questa città,

e non vi lancerà freccia;

non l’assalirà con scudi,

e non alzerà trincee contro di essa.

Egli se ne tornerà per la via da cui è venuto,

e non entrerà in questa città, dice il Signore.

Io proteggerò questa città per salvarla,

per amor di me stesso e per amor di Davide, mio servo’”. – 2Re 19:32-34.

“Quella stessa notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini; e quando la gente si alzò la mattina, erano tutti cadaveri. Allora Sennacherib re d’Assiria tolse l’accampamento, partì e se ne tornò a Ninive, dove rimase”. – 2Re 19:35,36.

In seguito, nonostante fossero aumentate le mura cittadine, i giudei peggiorarono nella loro infedeltà alla Legge di Dio (2Cron 33:1-9,14). Alla fine il Regno di Giuda diventò vassallo della Babilonia. Quando i giudei cercarono di ribellarsi, Gerusalemme fu prima assediata, poi invasa e saccheggiata; il re e i notabili della città furono deportati (2Re 24:1-16; 2Cron 36:5-10). Come re vassallo dei babilonesi fu designato nel 597 a. E. V. il giudeo Sedechia, che poi tentò la rivolta, provocando un nuovo assedio di Gerusalemme (2Re 24:17-20;25:1; 2Cron 36:11-14). In aiuto della città vennero delle milizie egiziane che provocarono il ritiro temporaneo degli assedianti babilonesi (Ger 37:5-10). Ma Dio aveva già decretato la punizione dei giudei per la loro infedeltà: “’Darò Sedechia, re di Giuda, e i suoi capi in mano dei loro nemici, in mano di quelli che cercano la loro vita, in mano dell’esercito del re di Babilonia, che si è allontanato da voi. Ecco, io darò l’ordine’, dice il Signore, ‘e li farò ritornare contro questa città; essi combatteranno contro di lei, la conquisteranno, la daranno alle fiamme; io farò delle città di Giuda una desolazione senza abitanti’” (Ger 34:21,22). Così, i babilonesi tornarono ad assediare Gerusalemme (Ger 52:5-11). Infine Gerusalemme fu distrutta dai babilonesi, nel 587 a. E. V., dopo un assedio che aveva provocato fame, malattie e morte. “Quando Gerusalemme fu presa . . . Nabucodonosor re di Babilonia venne con tutto il suo esercito contro Gerusalemme e la cinse d’assedio . . . una breccia fu fatta nella città, tutti i capi del re di Babilonia entrarono” (Ger 39:1-3; cfr. 2Re 25:2-4). La città santa, ormai vinta, fu distrutta; il Tempio fu abbattuto (i suoi tesori presi come bottino) e le mura cittadine demolite; gran parte della popolazione fu portata in esilio a Babilonia. – 2Re 25:7-17; 2Cron 36:17-20; Ger 52:12-20.

È degno di nota che i babilonesi (a differenza di quanto fecero di assiri con il Regno di Israele) non sostituirono la popolazione giudaica con altre genti. Ciò permise ai giudei di mantenere la loro identità anche dopo il loro rientro a Gerusalemme. Ancora oggi i giudei sono identificabili. Viceversa, gli israeliti (ovvero le tribù del settentrionale Regno di Israele) persero la loro identità, tanto che si parla delle tribù perdute della Casa di Israele.

“Affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia [cfr. Ger 25:12;29:14;33:11] il Signore destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale a voce e per iscritto fece proclamare per tutto il suo regno questo editto: ‘Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del Signore, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo del Signore, dovunque risiedano, siano assistiti dalla gente del posto con argento, oro, doni in natura, bestiame, e inoltre con offerte volontarie per la casa del Dio che è a Gerusalemme” (Esd 1:1-4). Questo decreto reale entrò in vigore nel 537 a. E. V.. Nel 536 a. E. V. furono poste le fondamenta e nel 515 a. E. V. la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme fu completata.

Dopo 132 anni dalla distruzione babilonese di Gerusalemme, nel 455 a. E. V., Neemia ricostruì Gerusalemme (Nee 1:1). In Nee 2:11-15;3:1-32 si ha un’importante descrizione della struttura di Gerusalemme in quel tempo, specialmente delle porte cittadine. Dopo la ricostruzione, “la città era grande ed estesa; ma dentro c’era poca gente, e non si erano costruite case” (Nee 7:4). Tirando a sorte furono scelti i giudei, uno su dieci, che insieme a dei volontari andassero a popolare Gerusalemme. – Nee 11:1,2.

Nel quarto secolo a. E. V. il macedone Alessandro il Grande invase il territorio di Giuda. Sebbene dalle cronache storiche non risulti che Gerusalemme fosse invasa da Alessandro, di certo la città passò sotto il dominio greco, però non subendo danni. Lo storico e scrittore romano (di origini ebraiche) Titus Flavius Iosephus, più noto come Giuseppe Flavio, riporta una tradizione ebraica secondo cui il sommo sacerdote andò incontro ad Alessandro che si dirigeva a Gerusalemme, mostrandogli le profezie di Daniele (Dn 8:5-7,20,21) che presagivano le conquiste elleniche. – Antichità giudaiche, XI, 326-338.

Morto Alessandro, fu la volta dei Tolomei d’Egitto di dominare la Giudea e quindi anche Gerusalemme. Nel secondo secolo a. E. V., Antioco il Grande, re di Siria, conquistò Gerusalemme e Giuda, così la città santa fu sotto la dominazione dei seleucidi per 30 anni.

In seguito, nel 168 a. E. V., il re di Siria Antioco IV (Epifane), cercando di ellenizzare completamente i giudei, fece qualcosa di insopportabile per loro: dedicò al dio Zeus (il dio Giove dei romani) il Tempio di Gerusalemme. Egli arrivò al punto di profanarne l’altare con sacrifici ripugnanti.

“Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle patrie leggi e a non governarsi più secondo le leggi divine, inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio . . . Grave e intollerabile per tutti era il dilagare del male. Il tempio infatti fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L’altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. Non era più possibile né osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo. Si era trascinati con aspra violenza ogni mese nel giorno natalizio del re ad assistere al sacrificio; quando ricorrevano le feste dionisiache, si era costretti a sfilare coronati di edera in onore di Dioniso. Fu emanato poi un decreto diretto alle vicine città ellenistiche, per iniziativa dei cittadini di Tolemàide, perché anch’esse seguissero le stesse disposizioni contro i Giudei, li costringessero a mangiare le carni dei sacrifici e mettessero a morte quanti non accettavano di partecipare alle usanze greche. Si poteva allora capire quale tribolazione incombesse. Furono denunziate, per esempio, due donne che avevano circonciso i figli: appesero i loro bambini alle loro mammelle e dopo averle condotte in giro pubblicamente per la città, le precipitarono dalle mura. Altri che si erano raccolti insieme nelle vicine caverne per celebrare il sabato, denunciati a Filippo, vi furono bruciati dentro, perché essi avevano ripugnanza a difendersi per il rispetto a quel giorno santissimo”. – 2Maccabei 6:1-11, CEI.

Tutto ciò provocò la rivolta dei maccabei. Nel 165 a. E. V., dopo tre anni di combattimenti, Giuda Maccabeo riuscì a prendere la città e il Tempio. “La purificazione del tempio avvenne nello stesso giorno in cui gli stranieri l’avevano profanato, il venticinque dello stesso mese, cioè di Casleu” (2Maccabei 10:5, CEI). Ogni 25 di kislèv (che inizia dopo il tramonto del 24) del calendario ebraico si celebra da allora la festa di Khanukà (חנכה, “dedicazione”), conosciuta anche come Festa delle Luci, per commemorare la consacrazione del nuovo altare del Tempio di Gerusalemme. A questa festività partecipò anche Yeshùa: “Ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione [il manoscritto ebraico J22 ha qui: החנכה חג (khag hakhanukà), “festa della dedicazione”]. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone”. – Gv 10:22,23.

Per difendersi contro i seleucidi, i giudei chiesero e ottennero l’aiuto di Roma nel 160 a. E. V.. “Giuda pertanto scelse Eupòlemo, figlio di Giovanni, figlio di Accos, e Giasone, figlio di Eleàzaro, e li inviò a Roma a stringere amicizia e alleanza per liberarsi dal giogo, perché vedevano che il regno dei Greci riduceva Israele in schiavitù. Andarono fino a Roma con viaggio lunghissimo, entrarono nel senato e incominciarono a dire: ‘Giuda, chiamato anche Maccabeo, e i suoi fratelli e il popolo dei Giudei ci hanno inviati a voi, per concludere con voi alleanza e amicizia e per essere iscritti tra i vostri alleati e amici’. Piacque loro la proposta” (1Maccabei 8:17-21, CEI). Gli ‘alleati e amici’ romani iniziarono così a esercitare influenza sui giudei. Intorno al 142 a. E. V. Simone Maccabeo fece di Gerusalemme la capitale e la regione giudaica sembrava autonoma: non doveva pagare tasse a una nazione straniera. Nel 104 a. E. V. Aristobulo I, sommo sacerdote di Gerusalemme, assunse addirittura il titolo di re, cosa assai strana, perché in Israele il re era soggetto all’unzione da parte del sommo sacerdote e questi era soggetto al re (i due poteri erano interindipendenti). Era un periodo di ambizioni e d’accesi contrarsi interni (tra sadducei, farisei, zeloti e altri ruppi). Il dissidio interno fu tale che divenne violento fra Aristobulo II e suo fratello Ircano. Si dovette ricorrere al giudizio di Roma. La situazione iniziò a precipitare nel 63 a. E. V., quando le truppe romane comandate da Pompeo posero l’assedio per tre mesi a Gerusalemme; dopodiché penetrarono nella città santa per reprimere le liti interne. Ala fine, ad Antipatro II, un idumeo, fu dato l’incarico di governatore romano sulla Giudea; a un maccabeo fu permesso di rimanere sommo sacerdote e etnarca di Gerusalemme. l figlio di Antipatro, Erode il Grande, fu poi nominato da Roma “re” della Giudea, sebbene non riuscisse ad assumere il controllo di Gerusalemme fino al 37/36 a. E. V..

A Erode il Grande furono dovuti gli ampliamenti edilizi di Gerusalemme; egli seppe portare nella città prosperità; oltre al palazzo reale, costruì un teatro e una palestra (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XV, 424). La sua più notevole opera edilizia fu però la ricostruzione del Tempio gerosolimitano (Antichità giudaiche, XV, 380), la cui area fu alla fine grande circa il doppio dell’area del Tempio precedente. Parte del muro occidentale del cortile del Tempio, il cosiddetto Muro del Pianto, è ancora visibile oggigiorno.

A Gerusalemme, nel 30 E. V. Yeshùa fu processato davanti al Sinedrio (Mt 26:57–27:1; Gv 18:13-27), poi portato da Pilato (Mt 27:2; Mr 15:1,16) e quindi da Erode Antipa (Lc 23:6,7), per essere alla fine rimandato da Pilato per la condanna a morte. – Lc 23:11; Gv 19:13.

Nel 66 E. V. i giudei si ribellarono alla dominazione romana. Le milizie romane comandate da Cestio Gallo circondarono perciò Gerusalemme e attaccarono le mura del Tempio. Inaspettatamente (e stranamente), Cestio Gallo si ritirò. Era il momento di agire e di seguire il consiglio che Yeshùa aveva dato decenni prima: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano sui monti; e quelli che sono in città, se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo” (Lc 21:20-23). I discepoli di Yeshùa fuggirono da Gerusalemme e dalla Giudea, rifugiandosi a Pella, in Perea (Eusebio, Storia ecclesiastica, III, V, 3). E fecero bene. L’esercito romano tornò nel 70 E. V., più numeroso ancora, stavolta comandato da Tito. Gerusalemme era affollata per la Pasqua. L’assedio fu durissimo. Era impossibile scappare: i romani avevano posto trincee e eretto tutta una recinzione attorno alla città. Yeshùa aveva detto: “Verranno su di te [Gerusalemme, vv. 41,42 ] dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte” (Lc 19:43). Fu oltremodo terribile. Sebbene Tito offrisse la pace, i gerosolimitani erano irremovibili. “Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi” (Lc 19:42). Chi tentava di fuggire veniva ucciso come traditore dai compatrioti. Le persone, affamate, cercarono di mangiare addirittura il fieno e il cuoio; per sfamarsi si contendevano perfino i neonati. – Cfr. Giuseppe Flavio.

Alla fine, i soldati romani abbatterono le mura della città e invasero Gerusalemme. L’ordine di risparmiare il Tempio fu ignorato: nella loro furia i romani lo incendiarono e lo distrussero (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VI, 250, 251; II, 426-428; VI, 354). Giuseppe Flavio parla di 1.100.000 morti; i prigionieri furono 97.000, poi venduti in Egitto (Dt 28:68) o fatti uccidere da gladiatori o da belve nelle arene romane delle province dell’impero.

La città santa di Gerusalemme fu rasa al suolo dai romani, risparmiando solamente le torri del palazzo d’Erode e un tratto del muro occidentale, di modo che servissero da testimonianze e d’ammonimento. “Tutto il resto della cinta muraria fu abbattuto e distrutto in maniera così radicale, che chiunque fosse arrivato in quel luogo non avrebbe mai creduto che vi sorgeva una città” (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VII, 3, 4 ). Ancora oggi è visibile a Roma l’Arco di Tito con un bassorilievo in cui è scolpita la scena di soldati romani che recano come bottino alcuni sacri arredi del Tempio che avevano distrutto.

Fin verso il 130 E. V. la città rimase desolata, poi l’imperatore romano Adriano vi eresse una nuova città, chiamata Aelia Capitolina. Ciò fu preso come un affronto dai giudei rimasti e ci fu una nuova insurrezione, capeggiata da Simon Bar Kokeba. Nel 132-135 E. V. ci fu una nuova guerra, con la finale e definitiva vittoria dei romani, che impedirono per i successivi due secoli l’accesso in Gerusalemme agli ebrei.

Nel 4° secolo la madre di Costantino il Grande, Elena, andò Gerusalemme e v’identificò molti luoghi considerati santi. Nel 614 Gerusalemme fu conquistata dai persiani sasanidi che fecero strage della popolazione. Gerusalemme fu riconquistata da Eraclio I di Bisanzio, nel 629. Venne quindi il tempo della conquista musulmana e la città si arrese nel 637 a un califfo, rimanendo poi amministrata da califfi di Damasco e di Bagdad. Verso la fine del 7° secolo vi fu edificata una moschea nei pressi dell’antica area del Tempio, chiamata Cupola della Roccia.

Nel 972 Gerusalemme fu presa da califfi/Imàm. Nel 1076 passò ai turchi. Nel 1099, dopo l’occupazione dei crociati, divenne capitale del Regno Latino di Gerusalemme. Nel 1187 fu conquistata di nuovo dai musulmani con Saladino; da allora fu sotto la dominazione musulmana fino a quella dei mamelucchi. Gerusalemme rimase mamelucca fino al 1517, quando l’Egitto e la Siria vennero occupati dal sultano ottomano Selim I. Il dominio ottomano durò fino al novembre del 1917, quando fu occupata dai britannici comandati dal generale E. Allenby. Gerusalemme fu quindi dichiarata capitale del Mandato Britannico della Palestina con il trattato di Versailles.

Nel 1948 ci fu la guerra arabo-israeliana, che i giudei chiamano “guerra d’indipendenza” e gli arabi “catastrofe”. L’intento islamico era di impedire la nascita dell’autoproclamato Stato di Israele. Fino al ritiro britannico, che avvenne il 14 maggio 1948, si trattò essenzialmente di una guerra civile tra ebrei e arabi di Palestina: il conflitto rimase a livello di guerriglia (anche perché erano presenti le forze britanniche). Alla partenza dei britannici, gli ebrei proclamarono la nascita di Israele mentre truppe provenienti da Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq, insieme a corpi di spedizione minori provenienti da altri paesi arabi, penetrarono nella Palestina cisgiordana. Fu davvero guerra; gli scontri terminarono nei primi mesi del 1949.

Finalmente, nel 1949, l’Assemblea Generale dell’O.N.U. proclamò l’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo della stessa O.N.U., per favorire la convivenza di cristiani, musulmani e ebrei. Mentre gli ebrei accettarono il piano di ripartizione della Palestina in due stati (ebraico uno e arabo l’altro), i palestinesi e il resto del mondo arabo e islamico lo respinsero. Nessuno voleva rinunciare alla città santa, così le forze ebraiche e quelle arabe giordane occuparono Gerusalemme: le prime occuparono il settore occidentale della città e le seconde la sua parte orientale. Nel 1950 gli israeliani scelsero Gerusalemme quale capitale del nuovo Stato d’Israele. Dopo la guerra dei sei giorni, con un decreto approvato dal Parlamento israeliano (Knèset) fu dichiarata, il 30 luglio 1980, l’annessione ufficiale del settore giordano di Gerusalemme e la sua proclamazione a capitale “unita e indivisibile” di Israele.

 

Fonte:https://bit.ly/2IWraXR

 

 

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Il Dogma della Trinità

Il Dogma della Trinità

Il vero testo di Matteo 28:19

Un testo molto citato dai trinitari per sostenere la loro dottrina è Mt 28:19, in cui il risuscitato Yeshùa avrebbe dato, stando all’attuale testo biblico, questo comando ai suoi discepoli “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa formula trinitaria è uno dei presunti pezzi forti dei trinitari. Eppure questo passo pone un grande problema, perché se quel comando fosse genuino si dovrebbe dire che tutta la prima chiesa vi disubbidì in massa. Troviamo infatti nella Bibbia che il battesimo fu sempre amministrato nel solo nome di Yeshùa e che mai fu utilizzata quella formula.
La verità è che quella formula non risale a Yeshùa. La formula originale doveva essere: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel mio nome”. Così infatti fece la prima chiesa, come ampiamente attestato nella Scrittura. Evidentemente qualche scriba trinitario manipolò il testo. Di ciò abbiamo un’autorevole testimonianza: Eusebio di Cesarea (265-340), vescovo e scrittore greco, definito uno dei “padri della chiesa”, il quale aveva posizioni simili a quelle di Ario (256-336). Ario era un teologo che professava il puro monoteismo, insegnando il Dio uno e unico, eterno e indivisibile e, di conseguenza, che Yeshùa – in quanto “generato” – non poteva essere considerato Dio allo stesso modo del Padre proprio perché la natura divina è unica; essendo infatti un “figlio” (e quindi “venuto dopo” di Colui che lo ha generato), Ario spiegava che non poteva essere co-eterno al Padre, essendo la natura divina di per sé eterna e indivisibile. Il Figlio, dunque, come attesta la Bibbia, è in posizione subordinata rispetto al Padre. Ario fu scomunicato nel 300.
Eusebio di Cesarea aveva la stessa posizione. Ai primi del 20° secolo lo studioso Fred. C. Conybeare analizzò le citazioni di Mt 28:19 fatte da Eusebio. Costui conosceva bene il testo mattaico, quello genuino, perché nelle sue opere più recenti e molto spesso (ben diciassette volte), Eusebio cita Mt 28:19 sotto questa forma: “Andate e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel mio nome”. Le due citazioni più interessanti si leggono nella sua Dimostrazione evangelica. Nel primo passaggio (in, 6, PG 24, col. 233) Eusebio cita integralmente Mt 28:19 compreso il seguito del testo: “[…] insegnando loro a rispettare tutto ciò che io vi ho comandato”. Nel secondo passaggio (ibidem, col. 240) prima cita le parole “andate, fate discepoli in tutte le nazioni”, poi commenta lungamente l’espressione “nel mio nome”, dando prova di averla letta bene nel testo biblico. È dunque certo che Eusebio conosceva la forma genuina del testo mattaico, che conteneva “nel mio nome” e che non era ancora stata manomessa modificandola in “battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Questa testimonianza di Eusebio di Cesarea è resa ancora più certa perché è sostenuta dall’apologeta Giustino di Nablus (100-162/168), filosofo cristiano. Nel suo Dialogo con Trifone, composto verso il 150, in 39,2 egli scrisse che se Dio ritardava il suo giudizio finale lo faceva sapendo che ogni giorno “alcuni, essendo stati fatti discepoli nel nome del suo Cristo”, abbandonavano la via dell’errore. Queste ultime parole mostrano chiaramente che si trattava di pagani, come nel testo mattaico.
Nella forma genuina, attestata da Eusebio e da Giustino, il testo mattaico offre un buon parallelo con quello di Lc 24:47: “Nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti”. Luca, scrivendo per lettori non ebrei, rimpiazza il verbo “fare discepoli” con il più comune “predicare”.
In ogni caso la formula trinitaria di Mt 28:19, che non è genuina e autenticamente di Yeshùa, non costituisce neppure una prova per la dottrina della trinità, perché dalla formula manipolata non si può dedurre alcuna identificazione di Yeshùa con Dio e neppure che lo spirito santo sia una persona.

Fonte: http://www.biblistica.eu/viewtopic.php?f=5&t=218ssia

Inoltre, vedi anche le ricerche di: Nestle e Aland, e dell’Institut für neutestamentliche Textforschung (“Istituto per la ricerca testuale del Nuovo Testamento”) Perché? Perché, il testo di Nestle e Aland propone l´idea che questo versetto possa essere spurio, o non ispirato, e che Rabbi(Messyeh) in realtà non abbia mai pronunciato per esteso le parole contenute in quel versetto.

La nota in calce del NA27 dice che Eusebio di Cesaria, noto “Padre della Chiesa” vissuto tra il III e il IV secolo, riporta una versione diversa di Matteo 28:19. Secondo Eusebio, in una versione del vangelo di Matteo,il versetto direbbe in greco: “Poreuthentes matheteusate panta ta ethne en to onomati mou” che tradotto in italiano verrebbe reso: “Andate e fate discepoli di genti di tutte le nazioni nel mio nome”.

Gli studiosi dell´Istituto di Munster sono propensi a dare credito alle parole di Eusebio. Detto in maniera semplice, l´evidenza contenuta nelle Scritture sembra dare ragione ad Eusebio. Perché?

Un primo indizio lo si trova confrontando il finale del Vangelo di Matteo con il finale del Vangelo di Luca. Le parole pronunciate dal Rabbi in Matteo 28:19 sono state pronunciate in circostanze diverse da quelle pronunciate in Luca 24:46-49. Infatti, Matteo 28:16 dice che Gesù era in Galilea con i suoi discepoli, mentre Luca 24:50 dice che Gesù e i suoi discepoli erano vicini a Betania. Nonostante questa differenza, é ovvio che sia Matteo che Luca pongono le ultime parole pronunciate da Gesù nei rispettivi vangeli come “le ultime volontà” del Rabbi (Maestro) prima che egli se ne vada. Cosa possiamo comprendere confrontando i due finali?
Il finale del vangelo di Luca conferma la versione di Eusebio, in quanto Luca 24:46-49 dice: “ Poi disse: «Sì, così fu scritto, e così è stato: il Messia doveva soffrire, morire e risorgere dalla morte il terzo giorno, e nel suo nome sarebbe stato predicato il pentimento e la remissione dei peccati a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme. Voi avete visto avverarsi queste profezie. Ed ora manderò su di voi lo Spirito Santo, come promise mio Padre. Ma non cominciate ancora a predicare agli altri; rimanete in città, finché lo Spirito Santo non venga a fortificarvi con la potenza del cielo”. (La Parola è Vita) Queste parole, che dovrebbero essere le ultime parole del Rabbi prima di ascendere ai cieli, non contengono il comando di battezzare, ma di “predicare nel suo nome”, esattamente come scrive Eusebio. Inoltre, in questa circostanza il Maestro non usa la formula “nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo”.

Va aggiunto che il vangelo di Marco non contiene nel finale nessun comando di battezzare. Nemmeno il vangelo di Giovanni contiene il comando di battezzare nel suo finale. Piuttosto, il vangelo di Giovanni contiene il toccante invito “ Intanto, tu seguimi! …”. (Vedi Gv 21:19,22) Gli studiosi Nestle e Aland si chiedono: se il Maestro avesse dato il comando di battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo” non sarebbe logico ritrovare questo comando citato almeno una seconda volta nelle Scritture? Invece, su questo comando, oltre a Matteo 28:19, le Scritture tacciono.

Un secondo indizio che fanno ritenere spurio il versetto di Matteo 28:19 cosi come contenuto nelle copie delle Scritture attuali é il “fattore tempo”. Le parole di Matteo 28:19, sono state pronunciate al più tardi 40 giorni dopo la morte di Cristo. Infatti Luca 1:3 dice che Cristo fu visibile ai suoi apostoli come uomo solo per 40 giorni dopo la sua morte. Comunque, dalle Scritture noi apprendiamo che il paràkletos, l´entità della forza attiva nel quale i discepoli dovevano essere battezzati, in quel tempo ancora non era ancora arrivato sui discepoli, e quindi lo “spirito santo” non aveva ancora battezzato nessuno. Infatti, Atti 1:4,5 riporta le parole del Rabbi, che dice “Durante uno di questi incontri, mentre stava a tavola con loro, Gesù ordinò agli apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettare che lo Spirito Santo scendesse su di loro e s’adempisse così la promessa di Dio Padre, di cui lui stesso aveva parlato. Giovanni battezzava con acqua», ricordò loro Gesù, «voi, invece, fra pochi giorni, sarete battezzati con lo Spirito Santo! (La Parola è Vita).

Quando vengono pronunciate le parole di Matteo 28:19, i discepoli erano ancora su un monte della Galilea, dove avevano incontrato Cristo. Successivamente si recano a Gerusalemme dove aspettavano la Pentecoste. (Vedi Atti capitolo 2). Quindi, necessariamente, le parole di Atti 1:4,5 sono successive a Matteo 28:19. Si comprende che, quando il Maestro avrebbe detto in Matteo 28:19 di “battezzare nel nome dello spirito santo” non c´era ancora nessuno “spirito santo” nel nome del quale battezzare. Messo quindi nel suo giusto contesto, il comando di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo suona del tutto anacronistico, come se fosse stato aggiunto “dopo” che il battesimo nella forza attiva divenne una pratica comune tra i cristiani.

Possiamo considerare un ulteriore aspetto. Secondo le Scritture, nel nome di chi venivano battezzati i nuovi discepoli? Leggendo le Scritture, notiamo che TUTTI i credenti, nessuno escluso, venne battezzato in acqua solo nel “Nome del Signore Rabbi”, e non nel nome del “Padre, del Figlio e dello spirito santo”. (Vedi i battesimi descritti in Atti 2:38; 8:16; 10:48; 19:5). Con questo modo di fare sono pienamente concordi le Scritture, che dicono in Atti 4:12 “Inoltre, non c’è salvezza in nessun altro, poiché non c’è sotto il cielo nessun altro nome dato fra gli uomini mediante cui dobbiamo essere salvati”. Il modo di battezzare in acqua dei primi cristiani, come leggiamo in tutti gli Atti degli apostoli, smentisce quindi qualsiasi pretesa che la frase di battezzare in acqua “nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo” venisse praticata. I primi cristiani non hanno mai usato questa forma battesimale.

Cosa cambia questo dal punto di vista della nostra fede?

Dato che il battesimo nello Spirito Santo (paràkletos),è qualcosa che non dipende dalla volontà umana, nessuno è in grado sulla terra di battezzare nel nome dello Spirito Santo. Ecco perché il Maestro non può aver dato ai suoi apostoli il comando di battezzare nello “spirito santo”, ma disse piuttosto che tutti, compresi gli apostoli, sarebbero stati battezzati da questo spirito, come leggiamo in Atti 1:5 “Giovanni, in realtà, battezzò con acqua, ma voi [apostoli] sarete battezzati nello spirito santo fra non molti giorni”

Riassumendo, è altamente probabile che il versetto di Matteo 28:19, nella versione contenuta in tutte le copie delle Scritture del mondo, sia spurio, o non ispirato. La versione corretta non contiene né il comando di battezzarsi, né la formula “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo..

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Pasqua ortodossa, a Gerusalemme. Il Sabato della luce!

Pasqua ortodossa, a Gerusalemme. Il Sabato della luce!

Ricorre domenica 8 aprile la Pasqua ortodossa. A Gerusalemme il rito più suggestivo e atteso è quello del Fuoco Santo, presieduto dal patriarca greco ortodosso Theophilos III. 

Gerusalemme sta vivendo in questi giorni la sua seconda Settimana Santa. Dopo i cattolici, sono le Chiese ortodosse ad aspettare con trepidazione la domenica di Pasqua che, secondo il calendario giuliano da loro seguito, sarà l’8 aprile. Sono ore intense quelle del Triduo Pasquale, che culmineranno con la cerimonia del Fuoco Santo, l’evento più atteso dell’anno per i cristiani ortodossi. In quello che è chiamato in arabo sabt el nur, il «sabato della luce», si svolgerà nella basilica della Resurrezione (o del Santo Sepolcro) un rito antichissimo con il quale il popolo di pellegrini e fedeli ortodossi aspetterà il miracolo della venuta del Fuoco Santo dal cielo al Santo Sepolcro.

Il rito si svolge nella stessa identica maniera da almeno sei secoli. Di mattina la stanza dell’Edicola che contiene la tomba vuota di Cristo viene ispezionata e sigillata con una mistura di miele e cera. I giovani locali dal quartiere cristiano entrano in chiesa in processione, mentre armeni, copti e siriaci chiamano il patriarca greco-ortodosso, senza il quale – dicono – non può avvenire il miracolo. A mezzogiorno il patriarca entra in chiesa tra i canti tradizionali e, in processione solenne, gira per tre volte intorno alla Tomba. Nel frattempo, il sacrestano porta nella Tomba la lampada che contiene un fuoco perenne, che viene spenta solo una volta l’anno, la mattina di questo sabato speciale, per permettere che venga accesa dal Fuoco Santo. Al termine del terzo giro, il patriarca greco-ortodosso entra da solo nell’Edicola, portando due fasci di 33 candele, seguito dal patriarca armeno che resterà nell’anticamera (la cappella dell’Angelo) e sarà il solo testimone. Lì, inginocchiato, l’ecclesiastico greco recita una speciale preghiera per la venuta del Fuoco. In quel momento una luce scende nella Tomba e accende la lampada. Il patriarca esce per distribuire il Fuoco Santo, che passa di mano in mano per raggiungere i fedeli accalcati nella basilica e, conservato nelle lampade portate dai pellegrini, anche quelli di altri Paesi lontani. Il Fuoco Santo, secondo la tradizione, non scotta durante i primi minuti e, tra lacrime, canti e gioia, i fedeli passano le mani e il volto tra le fiamme.

In questi giorni in cui il Santo Sepolcro è affollatissimo di turisti e soprattutto di cristiani ortodossi da tutto il mondo, i religiosi francescani, greco-ortodossi e armeni, che lì risiedono, si muovono indaffarati da una parte all’altra della chiesa. Lì dove le cose devono rimanere nello stato in cui sono (come stabilisce lo Status Quo) e in cui neppure l’orario può cambiare (nella chiesa si ignora l’ora legale), nelle due Settimane Sante consecutive, si sono ripetuti gli stessi riti di sempre.

«Anche uno di noi francescani sarà davanti alla Tomba, durante la cerimonia del Fuoco Santo – spiega fra Sinisa Srebrenovic, sacrestano francescano del Santo Sepolcro –. Così, infatti, è per tutti i riti e le processioni che si svolgono intorno all’Edicola». Il frate di origine croate ha assistito lo scorso anno per la prima volta al rito del Fuoco Santo e assicura che è un’esperienza molto forte. «L’importante in questo rito è ciò che il Fuoco rappresenta per i fedeli, la fede con cui aspettano questo momento», afferma fra Sinisa.

Secondo alcune fonti, datate dal Nono al Quindicesimo secolo, nel momento in cui il Fuoco Santo discendeva del cielo, l’Edicola era vuota e il patriarca aspettava all’entrata del tempietto. Secondo gli ortodossi, quando la fiamma discendeva dal cielo, appariva una luce incandescente all’interno della Tomba che accendeva la lampada. Il musulmano custode delle chiavi rimuoveva il sigillo dall’entrata per far entrare il Patriarca, che prelevava in quel momento il Fuoco Santo. La validità del miracolo, essendo in quel momento la Tomba vuota, era talmente riconosciuta, che anche i musulmani residenti partecipavano al rito e trasportavano il Fuoco Santo nelle loro case.

Secondo Haris Skarlakidis, autore di Fuoco Santo. Il miracolo del Sabato Santo alla Tomba di Cristo (Elaia edizioni, Atene 2011), la prima manifestazione del Fuoco Santo si verificò nel momento della resurrezione di Gesù, in cui una forte luce illuminò il sepolcro di Cristo e fu vista anche dai testimoni della risurrezione.

Il Fuoco Santo cominciò ad apparire fin da quando la chiesa delle Resurrezione fu costruita tra il 326 e il 336 d.C. Secondo la tradizione, riferita anche dallo storico arabo al-Masudi, l’armeno san Gregorio Illuminatore, morto nel 331, è indicato come colui che pose per primo la lampada del fuoco perenne, accesa ogni anno da una «luce immateriale», dopo le preghiere del santo a Dio. San Teodoro di Edessa (776-856) è la seconda figura più antica a cui si associa il Fuoco Santo. In una sua biografia dell’860, si attesta che le lampade del Santo Sepolcro furono accese da una luce celeste.

Dal Nono secolo in poi, ci sono diverse attestazioni scritte che fanno riferimento al miracolo del Fuoco Santo.

Nel corso dei secoli e delle conquiste di Gerusalemme, fu dimostrato che la discesa del Fuoco Santo dipendeva dalla presenza del patriarca greco-ortodosso. Si racconta, infatti, che i crociati nel 1101 non riuscirono a far sì che scendesse il Fuoco Santo, ma quando si allontanarono dalla chiesa, il patriarca greco e quello siriaco ripeterono il rito, ottenendo risposta positiva alle loro preghiere…

Anche nel 1579 il patriarca armeno pregò per ottenere il Fuoco Santo, ma la fiamma colpì miracolosamente una colonna vicino all’ingresso del Santo Sepolcro e accese una candela tenuta dal patriarca greco-ortodosso, il quale si trovava in piedi nelle vicinanze. È per questo che ancora oggi molti cristiani ortodossi venerano questa colonna, la cui grande fenditura è attribuita alla discesa del Fuoco Santo.                                  Anche in questo 2018 il rito si ripete. Sarà il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Theophilos III, a presiederlo. 

 

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Riccardo Di Segni: «Migrazione fuori controllo. Vittorio Emanuele III? Era meglio dove stava prima»

Riccardo Di Segni: «Migrazione fuori controllo. Vittorio Emanuele III? Era meglio dove stava prima»

Il rabbino capo di Roma: «Temo nuove ondate d’intolleranza. Mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare? Devo rispondere due no»

Corriere della Sera

 di Aldo Cazzullo

Rabbino Di Segni, lei da 17 anni è il capo religioso della più antica comunità ebraica della diaspora, quella di Roma. Com’era il ghetto quando lei era piccolo, subito dopo la guerra?
«Pieno di bambini. Papà era pediatra. Volevamo ricominciare, ma la ferita della Shoah era terribile. La razzia del 16 ottobre 1943 fu opera dei tedeschi. Ma poi furono gli italiani a far deportare altri mille ebrei».

I suoi come si salvarono?
«Molti si sentivano al sicuro dopo aver versato l’oro ai nazisti. Mio padre Mosè ebbe una perquisizione in casa. Chiamò da un telefono pubblico un amico giornalista che lo mise in allerta. Non tornò nel ghetto, scappò con mia madre Pina a Serripola, una frazione di Sanseverino Marche».

Anche sua madre era figlia di un rabbino.
«Nonno era il rabbino di Ruse, la città di Elias Canetti, sul Danubio. Fu salvato da re Boris, che disse a Hitler: gli ebrei bulgari non si toccano. Morì avvelenato, forse per mano nazista. Resistere, però, era possibile».

Cosa pensa del ritorno delle spoglie di Vittorio Emanuele III?
«Era meglio se rimaneva dove stava».

E della beatificazione di Pio XII?
«Ho studiato la sua storia, e devo ribadire un giudizio severo. Non fece nulla per impedire la deportazione. È vero che poi offrì rifugio a molti perseguitati».

Suo padre fu partigiano.
«Medaglia d’argento. Combatté la battaglia più dura il 24 marzo 1944, mentre suo cugino Armando veniva ucciso alle Fosse Ardeatine. Gli altri cugini sono morti ad Auschwitz. Mamma era nascosta in un granaio con mio fratello Elio e mia sorella Frida. Venne il rastrellamento fascista, il prete andò ad avvisare la banda di mio padre, che arrivò appena in tempo. I fascisti scapparono».

Perché gli ebrei sono il popolo più antico al mondo? Perché sono stati perseguitati ovunque e da tutti?
«È una scelta del Padreterno: ci ha esposti a ogni rischio, e continua a farlo; e nello stesso tempo ha un impegno con noi per la nostra sopravvivenza. Non lo dico io, lo dicono i profeti».

Siete il popolo eletto?
«Non nel senso di una presunta superiorità. L’elezione è una sfida. È una continua messa alla prova. Non ti è consentito quel che è permesso a una persona normale. Sei chiamato a rispettare una disciplina particolare, con tutti i rischi che questo comporta».

Marx, Freud, Einstein: qual è il segreto dell’intelligenza degli ebrei?
«Se ti considerano diverso, finirai per comportarti in modo diverso, anche se non sei religioso; e l’evoluzione nasce dalla differenza. Siamo un popolo ricco di eccessi, in positivo e in negativo: ci sono ebrei molto intelligenti, e altri che non lo sono».

È vero che san Francesco aveva origini ebraiche?
«Un libro lo afferma, ma non ne sono affatto sicuro. Senza fare paragoni, era ebreo don Lorenzo Milani».

Lei ha detto: «Abbiamo sempre inventato cose che ci hanno portato via». Cosa intende?
«Le rivoluzioni del primo ‘900 sono state fatte da ebrei, poi eliminati scientificamente uno per uno, da Trotzky in giù. In Italia abbiamo avuto Modigliani e Treves, che fece il duello col Duce. Lo diceva già Malaparte: un ebreo può fare la rivoluzione, non comandare».

Lei ha biasimato l’Italia per aver votato contro il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Perché? 
«Perché è il riflesso della tipica posizione cristiana e più ancora musulmana per cui gli ebrei possono essere sottomessi o tollerati, mai sovrani, neppure a casa propria».

Gerusalemme è anche la casa dei palestinesi.
«Me ne rendo conto. Ma Gerusalemme capitale non è un’invenzione di Trump. È una questione politica che risale al 1948. È una questione religiosa millenaria. Non dimentichi che i cristiani hanno fatto le crociate, e non per riportare gli ebrei a Gerusalemme: dove arrivavano i crociati, distruggevano le comunità ebraiche».

Cosa pensa della politica di Netanyahu? 
«Non parlo di politica. Né israeliana, né italiana».

Esiste ancora l’antisemitismo in Italia?
«C’è sempre stato, c’è, e ogni tanto riemerge in forme diverse. C’è l’idea religiosa che il popolo ebraico abbia esaurito la sua funzione, e debba vagare ramingo e disperso tra i popoli come punizione per non aver accolto la verità. E ci sono le curve degli stadi che deformano simboli per trasformarli in offese, senza rendersene conto; oppure rendendosene conto benissimo. Colpisce che non ci sia più inibizione a dichiarare simpatie fasciste».

C’è anche un antisemitismo di sinistra?
«Certo che c’è».

Cosa pensa di Lotito?
«Scusi, ma lei e io ci siamo incontrati qui nella sinagoga di Roma, in una splendida mattina di sole, per parlare di Lotito?».

E di Papa Francesco?
«È un Papa che sa ascoltare. Gli ho chiesto di non citare più i farisei come paradigma negativo, visto che l’ebraismo rabbinico deriva da loro; e l’ha fatto. Gli ho chiesto di non cadere nel marcionismo, e mi pare ci stia attento».

Cos’è il marcionismo?
«L’idea — cara all’eretico Marcione e tuttora diffusa tra i laici che di religione sanno poco, come Eugenio Scalfari — che esista un Dio dell’Antico Testamento, severo e vendicativo, e un Dio del Nuovo, buono e amorevole. Ma Dio è uno solo. Ed è insieme il Dio dell’amore e il Dio della giustizia. Il Dio che perdona, e il Dio degli eserciti».

Primo Levi criticò Israele dopo Sabra e Shatila.
«È vero, anche se la colpa fu di mancata vigilanza, non furono israeliani a massacrare i palestinesi. E comunque Se non ora quando è un libro molto sionista. Persino troppo, là dove si compiace per gli ebrei in armi».

Lei non ha punti di disaccordo con Papa Francesco?
«Ne ho molti. Ad esempio il Papa fa passare la domenica come un’invenzione cristiana; ma se voi avete la domenica, è perché noi abbiamo il sabato. Quando Francesco è venuto qui in sinagoga voleva discutere di teologia. Gli ho risposto di no: di teologia ognuno ha la sua, e non la cambia; discutiamo di altro».

Di migranti?
«Sui migranti noi ebrei siamo lacerati. La fuga, l’esilio, l’accoglienza fanno parte della nostra storia e della nostra natura. Ma mi chiedo: tutti i musulmani che arrivano qui intendono rispettare i nostri diritti e valori? E lo Stato italiano ha la forza di farli rispettare?».

Si risponda.
«Purtroppo devo rispondere due no. Per questo sono preoccupato. L’Europa è nata dopo Auschwitz; non vorrei che finisse con un’altra Auschwitz. Non so chi sarebbero stavolta le vittime. So che la migrazione incontrollata può provocare una reazione di intolleranza; ci andremmo di mezzo anche noi, e forse per primi».

L’arrivo di migliaia di migranti musulmani è un problema per gli ebrei?
«Non solo per gli ebrei; per tutti».

Lei è andato alla moschea di Roma, ma l’imam non è venuto in sinagoga. Come mai?
«Il rapporto con l’Islam è molto complesso. Ci stiamo lavorando. Al corteo del mese scorso a Milano si sono sentiti slogan in arabo che inneggiavano a Khaybar, la strage di ebrei fatta da Maometto. Ho ricevuto lettere private di scuse da parte di organizzazioni islamiche; non ho sentito parole pubbliche».

Cos’è per lei il Giorno della Memoria?
«Una data necessaria. Con rischi da evitare: l’assuefazione, la noia, e alla lunga il rigetto di chi dice: “Non ne posso più di questi che stanno sempre a piangere”».

Chi è per lei Gesù?
«Innanzitutto, un ebreo. Conosceva la tradizione ebraica, ha predicato insegnamenti morali in gran parte condivisi dalla tradizione, in parte “eterodossi”. Ma per voi è il Messia, il figlio di Dio; per noi non lo è».

Un falso Messia?
«Non voglio usare questa espressione. Per noi non è il Messia».

Cosa pensa delle leggi sulle unioni civili e sul fine vita?
«Lo Stato fa le leggi che ritiene; i credenti fanno quel che ritengono, spesso dopo averci chiesto consiglio. La sedazione profonda non è un problema; ma l’idratazione e la nutrizione non vanno interrotte. Mai».

Voi rabbini potete sposarvi.
«Non possiamo; dobbiamo. Nella nostra visione, un uomo che non si sposa non è pienamente realizzato».

Come immagina l’aldilà?
«Non è al centro delle mie preoccupazioni. Noi crediamo che la vita non si fermi qui, in questo mondo, in questa dimensione. Per il resto abbiamo poche informazioni, ma confuse».

Noi cristiani crediamo alla resurrezione della carne.
«È un concetto ebraico, l’avete preso da noi. Ma non abbiamo un sistema ultraterreno definito come il vostro, con il Paradiso, il Purgatorio, l’Inferno. C’è l’idea della punizione e del premio; del resto discutiamo da millenni. Voi pensate gli ebrei come un monolito; ma da sempre non facciamo altro che litigare».

Dunque la lobby ebraica non esiste?
«In Italia “lobby” ha una connotazione negativa, in America no: è un gruppo di espressione che difende valori e interessi. E noi abbiamo valori e interessi da difendere».

20 gennaio 2018 (modifica il 21 gennaio 2018 | 10:37)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Fonte: Corriere della Sera.

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Alan Dershowitz: “Ecco quello che penso di Donald Trump”.

Alan Dershowitz: “Ecco quello che penso di Donald Trump”.

“I terroristi non devono esercitare alcun veto sulla politica americana”. Con queste parole di pietra – apparse il 7 scorso su “The Hill”, giornale on-line pubblicato da Capitol Hill Publishing, D.C. – Alan M. Dershowitz ha commentato il discorso di Donald Trump, che ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, impegnandosi a trasferire l’Ambasciata americana da Tel-Aviv alla stessa Gerusalemme. Si è trattato di una svolta rivoluzionaria nella politica americana verso la questione di Gerusalemme, una questione rimasta bloccata fin dal 1967. Il problema era rimasto all’ordine del giorno subito dopo la fine della guerra dei sei giorni, quando gli israeliani avevano riunito la città sotto la propria esclusiva amministrazione. Le contestazioni avevano occupato un arco di tempo lunghissimo, senza mai giungere a una definizione precisa. Viceversa, negli anni tra il 1948 e il 1967, quando quei luoghi erano occupati dalla Giordania, in conseguenza della prima guerra arabo-israeliana, le Nazioni Unite si guardarono bene dal condannare quell’occupazione. La doppiezza della politica onusiana sulla questione di Gerusalemme costituisce un test-case dell’atteggiamento negativo che la cosiddetta comunità internazionale ha avuto nei confronti di Israele, con particolare riguardo al problema di Gerusalemme. Purtroppo, anche gli Stati Uniti, su tale punto, hanno avuto, nel corso dei decenni, un comportamento profondamente ambiguo e sostanzialmente dilatorio.

Per questo motivo, Dershowitz così conclude il suo articolo: “Lodiamo il Presidente Trump per aver fatto la cosa giusta, rifiutandosi di ripetere quella cosa ingiusta che il Presidente Obama aveva fatto alla fine della sua presidenza”. Ma che cosa aveva fatto Obama, per giustificare le lodi rivolte da Dershowitz a Trump? Obama aveva chiuso la decennale querelle non a favore di Israele, ma a favore dei nemici di Israele, facendo sì che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvasse una risoluzione che definiva i Luoghi Sacri del Giudaismo presenti in Gerusalemme territori “occupati” e perciò “una flagrante violazione della legge internazionale”; in questo modo, Obama – scrive Dershowitz – modificò radicalmente “lo status quo e rese più difficile la pace, fornendo ai palestinesi un enorme vantaggio nei futuri negoziati e disincentivandoli dallo stipulare un compromesso di pace”. La giusta affermazione di Dershowitz implica, però, una domanda cruciale? La pace implica un negoziato: ma quale negoziato si sta svolgendo attualmente? La realtà è che la pessima azione di Obama consente ai palestinesi di non dare avvio ad alcun negoziato, approfittando anche della vasta azione di delegittimazione di Israele messa in campo dai leader palestinesi in tutte le istituzioni internazionali. Ecco perché il riconoscimento di Trump è veramente un sasso nello stagno, che pone brutalmente la cosiddetta comunità internazionale di fronte a un problema per troppo tempo eluso. L’Onu ha condannato il gesto di Trump, ma il suo atto ha un valore pari a zero. Il fatto è che la più grande potenza internazionale ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Nessuno può ignorarlo. I mesi futuri ci diranno che Trump ha fatto la cosa giusta. Opportunamente Dershowitz afferma che “il Presidente Trump merita un elogio per aver riequilibrato le posizioni negoziali tra Israele e i palestinesi”, posizioni che dopo il 1967, e soprattutto con l’atto di Obama, avevano fornito ai nemici di Israele un assurdo vantaggio negoziale, nonostante le vittorie di Israele. Un fatto unico nella storia delle relazioni internazionali.

Si può dire, quindi, afferma Dershowitz, che i Luoghi Sacri del Giudaismo in Gerusalemme durante l’occupazione giordana, durante la quale furono distrutti molti di quei luoghi, furono judenrein e, dopo il 1967, Washington “assunse la posizione ufficiale per la quale non riconosceva le legittime richieste di Israele di una Gerusalemme ebraica”. In conseguenza di tutto ciò, si ritenne che la situazione di Gerusalemme sarebbe rimasta aperta per il negoziato finale, ma la storia ci ha insegnato che questo stato di sospensione non faceva altro che rafforzare le posizioni dei nemici di Israele, ammesso che essi volessero iniziare un processo negoziale. L’atto di Obama ha offerto un punto di forza straordinario ai palestinesi. Occorre aggiungere qualche considerazione sulla posizione degli Stati Uniti in tutti gli anni che hanno preceduto il riconoscimento di Trump. Johnson era contrario a che Israele aprisse le ostilità nei confronti degli arabi, perché pensava che gli arabi dovessero assumersi la responsabilità di iniziare una nuova guerra contro Israele. Ma Israele non poteva aspettare. Dopo la schiacciante vittoria israeliana, Johnson si accodò subito al trionfo di Gerusalemme, perché questo gli dava un grande vantaggio su Mosca, ma lasciò insoluta la questione della città, in quanto riteneva che un appoggio a Israele su questo delicato problema avrebbe riaperto un contenzioso in cui i sovietici e gli stessi arabi avrebbero potuto rialzare la testa. I successivi presidenti americani lasciarono insoluta la questione, per ragioni diverse. Nixon fornì un aiuto decisivo in armamenti nella fase più difficile per Israele durante la guerra del 1973, cosicché l’esito finale positivo per lo Stato ebraico fu un grande sollievo che accantonò la questione di Gerusalemme.

Con Carter, la pace tra Israele ed Egitto rappresentò, nonostante tutto, un cruciale passo in avanti nei rapporti tra Israele e il paese più importante del mondo arabo e, di conseguenza, tirare in ballo il problema di Gerusalemme avrebbe potuto far saltare l’intero accordo. Reagan assicurò a Israele un sostegno continuo e senza ambiguità. Scrisse nelle sue memorie: “Io ho creduto in molte cose nella mia vita, ma nulla è stato più forte della mia convinzione che gli Stati Uniti dovessero assicurare la sopravvivenza di Israele”. Ma, anche con Reagan, la questione di Gerusalemme restò fuori dall’agenda americana, sempre per non dare a un’Unione Sovietica in crisi di prestigio internazionale ai tempi di Gorbacev, l’opportunità di avere qualche chance di rimonta; oppure, più probabilmente, perché la crisi sovietica consentiva a Washington di avere un controllo così solido sul Medio Oriente che la questione di Gerusalemme scivolò in secondo piano, anche con il benestare di Israele che in quel momento godeva di una tale self-confidence da non voler rischiare nulla sul problema della città. Alla svolta del secolo, la prima guerra del Golfo con George H.W. Bush e la seconda con George W. Bush dettero alla situazione mediorientale una scossa molto pericolosa, che vide un impegno massiccio militare da parte degli Stati Uniti per fronteggiare l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait, e poi l’intervento americano per abbattere il regime del dittatore iracheno. In ambedue i casi la crisi generale dell’area impegnò così severamente gli Stati Uniti che la questione di Gerusalemme sembrò un problema di secondaria importanza.

Ma, oltre a tutto ciò, la ragione del disimpegno americano nei confronti del problema della città era soprattutto Arafat. Così ha scritto George W. Bush nelle sue memorie: “Nella primavera del 2002, ero giunto alla conclusione che la pace non sarebbe stata possibile con Arafat al potere”. Toccare la questione di Gerusalemme avrebbe scatenato una terribile ondata di terrorismo. Fra i due Bush si inserisce l’attività di Clinton che tentò vanamente di convincere Arafat ad accettare le proposte di Barak: il fallimento portò con sé anche l’impossibilità di affrontare la questione di Gerusalemme. Occorre, però, alla fine di questa carrellata, sottolineare la mancanza di volontà – per motivi diversi ma confluenti nello stesso atteggiamento – di tutti i presidenti americani post-1967 a risolvere il problema della città nei termini che soltanto Trump ha saputo affrontare in modo unilaterale, cioè dal punto di vista di una responsabilità esclusiva di una potenza che ribadisce la propria centralità nel sistema politico internazionale. Tornando all’articolo di Dershowitz, egli giudica l’atto di Trump la rottura decisiva di un immobilismo che aveva avvantaggiato la posizione palestinese. Con la decisione di Obama, che aveva concluso tutto un lungo periodo di immobilismo sulla questione con un atto di estrema gravità, Dershowitz si chiede: “Se questo è lo status quo, quali incentivi hanno i palestinesi per entrare in una fase negoziale?”. E se da parte americana si è accettato che la situazione di Gerusalemme fosse discussa nei negoziati finali, risulta consequenziale “il ragionamento in base al quale gli Stati Uniti hanno rifiutato di riconoscere qualsiasi parte di Gerusalemme, inclusa Gerusalemme Ovest, come parte di Israele”. Ora tutto ciò è finito. Il processo di pace, se nascerà, dovrà partire da questo dato di fatto ineludibile; e “nessuna decisione americana dovrà essere influenzata dalla minaccia della violenza”.

 

Fonte: Testata: Informazione Corretta
Data: 11 dicembre 2017
Autore: Antonio Donno
Titolo: «Alan Dershowitz: ‘Ecco quello che penso di Donald Trump’»

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Discorso del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump

Discorso del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump

a seguito del quale ha firmato il documento di riconoscimento da parte degli Stati Uniti

di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele, 6 dicembre 2017

 

“Quando ho intrapreso il mandato, ho promesso di guardare alle sfide del mondo con occhi aperti e un pensiero molto rinnovato.

Non possiamo risolvere i nostri problemi facendo le stesse scelte fallite e ripetendo le stesse strategie fallite del passato. Tutte le sfide richiedono nuovi approcci.Il mio annuncio oggi segna l’inizio di un nuovo approccio al conflitto tra Israele e i palestinesi.

Nel 1995, il Congresso adottò il “JerusalemEmbassyAct”, che invitava il governo federale a trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme e riconoscere che quella città – e così importante – fosse la capitale di Israele.Questo atto fu approvato dal Congresso con una schiacciante maggioranza bipartisan, e fu riaffermato con voto unanime del Senato solo sei mesi fa.

Eppure per oltre 20 anni, ogni precedente presidente americano ha esercitato un’esenzione di questa legge, rifiutando di spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme o di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele.I presidenti hanno emesso queste deroghe nella convinzione che ritardare il riconoscimento di Gerusalemme avrebbe portato avanti la causa della pace. Alcuni dicono che è stata una mancanza di coraggio, ma hanno fatto i loro ragionamenti prendendo le loro decisione, basati sui fatti come li avevano intesi in quel momento.

Tuttavia, dopo oltre vent’anni di rinunce, non siamo più vicini a un accordo di pace duraturo tra Israele e i palestinesi. Sarebbe una follia presumere che ripetere la stessa formula ora possa produrre un risultato diverso o migliore.

Pertanto, ho stabilito che è tempo di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele.

Mentre i precedenti presidenti hanno fatto di questa importante decisione solo campagna elettorale, senza riuscire a portarla a termine, io oggi la sto portando a termine.

Ho giudicato questa linea d’azione nel migliore interesse degli Stati Uniti d’America e nel perseguimento della pace tra Israele e i palestinesi. Questo è un passo da lungo tempo necessario per far progredire il processo di pace e per lavorare verso un accordo duraturo.

Israele è una nazione sovrana con il diritto, come ogni altra nazione sovrana, di determinare la propria capitale. Riconoscere questo come un fatto è una condizione necessaria per raggiungere la pace.
Settanta anni fa gli Stati Uniti sotto il presidente Truman riconobbero lo stato di Israele
.

Da allora, Israele ha fatto della città di Gerusalemme la sua effettiva capitale, la capitale che il popolo ebraico ha stabilito in tempi antichi.Oggi Gerusalemme è la sede del moderno governo israeliano. È la casa del parlamento israeliano, della Knesset, così come della Corte suprema israeliana. È la sede della residenza ufficiale del Primo ministro e del Presidente. È la sede di molti Ministeri del governo. Per decenni, durante le loro visite, Presidenti, Segretari di Stato e Capi militari americani ha incontrato i loro omologhi israeliani a Gerusalemme, come ho fatto io stesso nel mio viaggio in Israele all’inizio di quest’anno.

Gerusalemme non è solo il cuore di tre grandi religioni, ma ora è anche il cuore di una delle democrazie di maggior successo al mondo.

Negli ultimi sette decenni, il popolo israeliano ha costruito un paese in cui ebrei, musulmani e cristiani – e persone di tutte le fedi – sono liberi di vivere e pregare secondo la loro coscienza e secondo le loro credenze. Gerusalemme è oggi – e deve rimanere – un luogo dove gli ebrei pregano al Muro occidentale, dove i cristiani percorrono le stazioni della Via Crucis, e dove i musulmani preganoalla moschea di Al-Aqsa.
Tuttavia, durante tutti questi anni, i presidenti che rappresentano gli Stati Uniti hanno rifiutato di riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale di Israele. In realtà, abbiamo rifiutato di riconoscere qualsiasi capitale israeliana.

Ma oggi, finalmente riconosciamo l’ovvio: che Gerusalemme è la capitale di Israele.

Questo non è niente di più o niente di meno che un riconoscimento della realtà. È anche la cosa giusta da fare. È qualcosa che deve essere fatto.

Ecco perché, coerentemente con la legge sull’ambasciata di Gerusalemme, sto anche dirigendo il Dipartimento di Stato per iniziare la preparazione per spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme.

Inizierà immediatamente infatti il processo che porterà all’assunzione di architetti, ingegneri e planners in modo che la nuova ambasciata, una volta completata, sarà un magnifico tributo alla pace.

Nel fare questi annunci, voglio anche chiarire un punto: questa decisione non intende in alcun modo riflettere un allontanamento dal nostro forte impegno per facilitare un accordo di pace duraturo. Vogliamo un accordo che sia molto importante per gli israeliani e molto per i palestinesi.
Non stiamo prendendo posizione su eventuali problemi relativi al cosiddetto status finale, compresi i confini specifici della sovranità israeliana a Gerusalemme o la risoluzione dei confini contestati.

Queste questioni dipendono dalle parti coinvolte. Gli Stati Uniti rimangono profondamente impegnati a contribuire e a facilitare un accordo di pace accettabile per entrambe le parti. Intendo fare tutto ciò che è in mio potere per contribuire a forgiare un simile accordo.

Senza dubbio, Gerusalemme è uno dei temi più delicati in questi negoziati. Gli Stati Uniti potrebbero sostenere una soluzione a due stati se concordati da entrambe le parti.

Invito quindi tutte le parti a mantenere lo status quo nei luoghi sacri di Gerusalemme, incluso il Monte del Tempio, noto anche come Haram al-Sharif.

Più di tutto, la nostra più grande speranza è per la pace, l’anelito universale in ogni anima umana. Con la decisione di oggi, ribadisco l’impegno di lunga data della mia amministrazione, per un futuro di pace e sicurezza per la regione. Ci sarà, ovviamente, disaccordo e dissenso riguardo questo annuncio. Ma siamo fiduciosi che alla fine, mentre continuiamo a lavorare su questo genere di disaccordi, arriveremo ad una pace e ad un punto molto più avanzato, nella comprensione e nella cooperazione. Q

uesta sacra città dovrebbe suscitare il meglio dell’umanità, sollevando il nostro sguardo verso ciò che è possibile, senza trascinarci indietro e scendere alle vecchie lotte che sono diventate, ormai, così prevedibili.
La pace non è mai al di là della comprensione di coloro che sono disposti a raggiungerla.

Quindi oggi chiediamo calma, moderazione e che le voci della tolleranza prevalgano sui dispensatori d’odio. I nostri figli dovrebbero ereditare il nostro amore, non i nostri conflitti.

Ripeto il messaggio che ho pronunciato in occasione del vertice storico e straordinario in Arabia Saudita all’inizio di quest’anno: il Medio Oriente è una regione ricca di cultura, spirito e storia. Le sue persone sono brillanti, orgogliose e diverse, vibranti e forti. Ma il futuro brillante che attende questa regione è tenuto ben lontano dagli spargimenti di sangue, dall’ignoranza e dal terrore di oggi. Il Vicepresidente Pence si recherà nella regione nei prossimi giorni per riaffermare il nostro impegno a lavorare con i partner in tutto il Medio Oriente per sconfiggere il radicalismo che minaccia le speranze e i sogni delle generazioni future.

È giunto il momento per i molti che desiderano la pace, di espellere gli estremisti. È giunto il momento che tutte le nazioni e le persone civili rispondano al disaccordo con un dibattito ragionato, non con la violenza. Ed è tempo per voci giovani e moderate in tutto il Medio Oriente di rivendicare come proprio un futuro che sia luminoso e bello.

Quindi oggi, riconsegniamo noi stessi a un percorso fatto di comprensione e di rispetto reciproci. Riconsideriamo i vecchi presupposti e apriamo i nostri cuori e le nostre menti al possibile e alle possibilità del futuro.

Infine, chiedo ai leader della regione – politici e religiosi, israeliani e palestinesi, ebrei, cristiani e musulmani – di unirsi a noi nella nobile ricerca di una pace duratura.

Grazie, Dio vi benedica, Dio benedica Israele, Dio benedica i palestinesi e Dio benedica gli Stati Uniti.”.

****
Questo il testo originale:

“When I cameinto office, I promised to look at the world’schallenges with open eyes and veryfreshthinking. Wecannot solve ourproblems by making the samefailedassumptions and repeating the samefailedstrategies of the past. All challengesdemand new approaches.

My announcementtodaymarks the beginning of a new approach to conflictbetween Israel and the Palestinians. In 1995, Congressadopted the JerusalemEmbassyActurging the federalgovernment to relocate the American embassy to Jerusalem and to recognizethatthat city — and so importantly — is Israel’s capital.
This actpassedCongress by an overwhelming bipartisan majority, and wasreaffirmed by unanimous vote of the Senateonlysixmonths ago. Yet for over 20 years, everyprevious American presidenthasexercised the law’swaiver, refusing to move the US embassy to Jerusalem or to recognizeJerusalemasIsrael’s capital city.
Presidentsissuedthesewaivers under the beliefthatdelaying the recognition of Jerusalem would advance the cause of peace. Some say they lackedcourage, but they made their best judgmentsbased on factsas they understoodthem at the time.

Nevertheless, the record is in. After more than twodecades of waivers, we are no closer to a lastingpeaceagreementbetween Israel and the Palestinians. It would be folly to assume thatrepeating the exactsame formula would now produce a different or betterresult.

Therefore, I have determinedthat it is time to officiallyrecognizeJerusalemas the capital of Israel. Whilepreviouspresidents have made this a major campaign promise, they failed to deliver. Today, I amdelivering.
I’vejudged this course of action to be in the best interests of the United States of America and the pursuit of peacebetween Israel and the Palestinians. This is a long overduestep to advance the peaceprocess and to work towards a lastingagreement.

Israel is a sovereignnation with the right, likeevery other sovereignnation, to determineitsown capital. Acknowledging this as a fact is a necessarycondition for achievingpeace.

It was 70 years ago that the United States under President Truman recognized the state of Israel. Eversincethen, Israel has made its capital in the city of Jerusalem, the capital the Jewish peopleestablished in ancienttimes.
Today, Jerusalem is the seat of the modernIsraeligovernment. It is the home of the Israeliparliament, the Knesset, aswellas the Israeli supreme court. It is the location of the official residence of the prime minister and the president. It is the headquarters of manygovernmentministries. For decades, visiting American presidents, secretaries of state, and military leaders have mettheirIsraelicounterparts in Jerusalem, as I did on my trip to Israel earlier this year.

Jerusalem is not just the heart of three greatreligions, but it is nowalso the heart of one of the mostsuccessfuldemocracies in the world. Over the pastsevendecades, the Israelipeople have built a country where Jews, Muslims, and Christians — and people of all faiths — are free to live and worshipaccording to theirconscience and according to theirbeliefs. Jerusalem is today — and must remain — a placewhere Jews pray at the Western Wall, whereChristianswalk the Stations of the Cross, and whereMuslimsworship at Al-Aqsa Mosque.
However, through all of theseyears, presidentsrepresenting the United States have declined to officiallyrecognizeJerusalemasIsrael’s capital. In fact, we have declined to acknowledgeanyIsraeli capital at all. But today, wefinallyacknowledge the obvious: thatJerusalem is Israel’s capital. This is nothing more or less than a recognition of reality. It is also the right thing to do. It’ssomethingthathas to be done.
That is why, consistent with the JerusalemEmbassyAct, I amalsodirecting the State Department to beginpreparation to move the American embassy from Tel Aviv to Jerusalem. This willimmediatelybegin the process of hiringarchitects, engineers, and planners so that a new embassy, whencompleted, will be a magnificent tribute to peace.

In makingtheseannouncements, I alsowant to make one pointveryclear: This decision is notintended in any way to reflect a departure from our strong commitment to facilitate a lastingpeaceagreement. Wewant an agreementthat is a great deal for the Israelis and a great deal for the Palestinians.
We are nottaking a position on anyfinal status issues, including the specificboundaries of the Israelisovereignty in Jerusalem or the resolution of contestedborders. Thosequestions are up to the parties involved. The United States remainsdeeplycommitted to helping facilitate a peaceagreementthat is acceptable to bothsides. I intend to do everything in my power to help forge such an agreement.
Withoutquestion, Jerusalem is one of the most sensitive issues in thosetalks. The United States would support a two-state solutionifagreed to by bothsides. In the meantime, I call on all parties to maintain the status quo at Jerusalem’sholysites, including the Temple Mount, alsoknownasHaram al-Sharif. Above all, ourgreatesthope is for peace — the universalyearning in every human soul.

With today’saction, I reaffirm my administration’slongstandingcommitment to a future of peace and security for the region. Therewill, of course, be disagreement and dissentregarding this announcement. But we are confidentthatultimately, aswe work throughthesedisagreements, wewillarrive at a peace and a place far greater in understanding and cooperation.

This sacred city should call forth the best in humanity — lifting oursights to what is possible, notpullingus back and down to the oldfightsthat have become so totallypredictable. Peace is neverbeyond the grasp of thosewilling to reach it. So todaywe call for calm, for moderation, and for the voices of tolerance to prevail over the purveyors of hate. Our childrenshouldinheritour love, notourconflicts.
I repeat the message I delivered at the historic and extraordinary summit in Saudi Arabia earlier this year: The Middle East is a regionrich with culture, spirit, and history. Itspeople are brilliant, proud, and diverse, vibrant and strong.

But the incredible future awaiting this region is held at bay by bloodshed, ignorance, and terror. Vice PresidentPencewilltravel to the region in the comingdays to reaffirmourcommitment to work with partnersthroughout the Middle East to defeatradicalismthatthreatens the hopes and dreams of future generations.
It is time for the many who desire peace to expel the extremists from theirmidsts. It is time for all civilizednations, and people, to respond to disagreement with reasoneddebate, notviolence. And it is time for young and moderate voices all across the Middle East to claim for themselves a bright and beautiful future.
So today, letusrededicateourselves to a path of mutualunderstanding and respect. Letusrethinkoldassumptions and open ourhearts and minds to possible and possibilities. And finally, I ask the leaders of the region — political and religious, Israeli and Palestinian, Jewish and Christian and Muslim — to join us in the noblequest for lastingpeace.

Thankyou, Godblessyou, Godbless Israel, Godbless the Palestinians, and Godbless the United States.
Thankyouvery much. Thankyou.”

Donald J. Trump

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GERUSALEMME E LA CENTRALITÀ EBRAICA

GERUSALEMME E LA CENTRALITÀ EBRAICA

di RICCARDO DI SEGNI, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma

La Stampa, 9 dicembre 2017

 

Caro Direttore,

martedì gli ebrei di tutto il mondo festeggeranno la festa di Chanukkà, accendendo ogni sera dei lumi per otto giorni.

All’origine di questa festa c’è una storia militare: la rivolta degli ebrei ribelli contro il dominio dei greci seleucidi.

La vittoria portò alla costituzione di un regno ebraico indipendente in Giudea, con capitale Gerusalemme, il cui Tempio fu ripulito dalle contaminazioni ellenistiche. Tutto questo avveniva intorno al 165 prima dell’era cristiana.

La tradizione successiva ha cercato di concentrare l’attenzione più sul miracolo religioso della restaurazione che sull’evento militare; questa festa comunque rimane uno dei numerosi documenti della continua e intensa attenzione ebraica su Gerusalemme.

II nome della città evoca la pace; è stata invece perenne centro di scontri tra popoli e culture. Gli ebrei, conquistatori di quella città ai tempi del re David (nel X secolo prima dell’era cristiana ne fece la capitale del suo regno), esiliati, ritornati, per poco tempo sovrani indipendenti, poi di nuovo sconfitti ed esiliati, non hanno mai rinunciato a quella città, non solo come capitale dello spirito, ma come capitale reale.

Anche quando le sanguinose guerre per il dominio di Gerusalemme avevano altri protagonisti (ad esempio cristiani, crociati e musulmani) gli ebrei erano presenti e marginali, vittime di massacri da parte dei belligeranti. II pensiero sulla città comunque non veniva mai meno, sostenuto da riti, preghiere e date di calendario liturgico.

Con queste premesse, il putiferio scatenato dalle dichiarazioni del presidente Trump su Gerusalemme non può essere spiegato solo in termini politici. La prospettiva storica e religiosa è indispensabile per capire la vera entità della questione e i meccanismi profondi e ancestrali che si attivano. Da una parte la centralità ebraica, di cui si è detto. Dall’altra l’opposizione reale e dura delle altre religioni, al di là del politically correct.

Per i musulmani, in termini teologici e politici, per loro difficilmente distinguibili, la sovranità e l’indipendenza ebraica, tanto più su Gerusalemme, sono semplicemente intollerabili, gli ebrei al massimo possono essere sottomessi.

E in termini cristiani pesa ancora l’idea dell’esilio ebraico e della perdita della terra e di Gerusalemme come punizione per il mancato riconoscimento della verità cristiana. Questa idea è presente fin dalle origini e rimane ufficiale fino al XX secolo. In altri termini anche il cristianesimo, con tutte le sue recenti aperture all’ebraismo, non ha del tutto elaborato l’idea della sovranità ebraica, dello Stato di Israele (si parla sempre di «terra santa») e tanto più di Gerusalemme capitale ebraica.

Se la reazione alla dichiarazione di Trump è stata così forte e persino viscerale, ciascuno, anche non credente, si interroghi sulle sue motivazioni più o meno inconsce, sull’educazione ricevuta, sulla riluttanza a riconoscere al popolo ebraico i diritti che per altri sarebbero scontati.

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“Lettera aperta al Papa” di Deborah Fait

“Lettera aperta al Papa” di Deborah Fait

Egregio Pontefice,

Sono qui a scrivere per esprimerle il mio disappunto come essere umano alle sue esternazioni dopo la dichiarazione di Donald Trump su Gerusalemme Capitale di Israele.
Non appena la decisione del presidente americano è diventata pubblica, lei è stato tra i primi a commentarla e lo ha fatto esattamente come io mi aspettavo.
Nessuna parola di pace, nessuna raccomandazione agli arabi (palestinesi) di evitare violenze e terrorismo, nessun appello alla calma, tantomeno un accenno al diritto di Israele di avere riconosciuta la propria capitale millenaria.
Le sue parole, del tutto faziose e dirette esplicitamente allo stato ebraico, sono state :” “Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”.
Mi chiedo per quale motivo lei abbia trovato necessario invocare lo status quo dal momento che ( e lei lo sa perfettamente) Israele ha sempre garantito, nonostante gli attacchi di guerra arabi e il terrorismo palestinese, la libertà di culto per tutte le religioni. Non solo per le tre religioni monoteiste ma anche per i Bahai che, fuggiti dalle persecuzioni in Iran, si sono rifugiati in Israele dove hanno, a Haifa, il loro tempio più bello, e per tutte le altre fedi esistenti nel Paese.
Perchè ha voluto mettere la mani avanti sapendo perfettamente che Israele è una democrazia e come tale si comporta nei confronti di ogni religione?
E poi di quale status quo parla? Quello interpretato dai palestinesi con la loro violenza, con le continue pretese, con il veto di salire sul Monte se non dopo previo benestare del waqf?
Quando questa terra era occupata dall’islam, prima i turchi e poi la Giordania, ebrei e cristiani non potevano accedere ai propri luoghi santi. Erano interdetti, quando non venivano rasi al suolo, e il Kotel, sacro agli ebrei perché unico muro rimasto in piedi dalla distruzione del Tempio di Salomone, era addirittura chiuso da un altro muro a ridosso del quale erano state sistemate le latrine pubbliche.
E lei Pontefice parla di status quo sapendo perfettamente che attualmente gli ebrei possono accedere al Monte del Tempio (Bet haMikdash) solamente in orari stabiliti dagli arabi e quando riescono ad arrivarci vengono assaliti da donne e uomini e bambini palestinesi che urlano, strattonano e sputano loro addosso.
E’ questo il suo prezioso status quo, egregio Pontefice?
All’inizio di questa lettera ho scritto che mi aspettavo le sue parole e le spiego perché.
Se lo ricorda il massacro a Charlie Hebdò e al Superkosher di Parigi? Se li ricorda i morti al grido di Allahu Akhbar? E si ricorda qual è stato il suo commento rilasciato sull’aereo che la riportava a Roma da uno dei suoi tanti viaggi all’estero?
Io me lo rammento bene perché è stato in quel momento che ho perso stima e illusione nei suoi confronti. “Ma se qualcuno offende la mia mamma, beh, io gli do un pugno” queste sono state le sue parole, crudeli e pericolose, che giustificavano i terroristi assassini di giornalisti colpevoli di aver fatto satira su Maometto.
Dopo questo fatto dovevano arrivarne altri ad aumentare la mia disillusione, mi riferisco quando a Betlemme lei fece fermare la macchina per andare davanti al muro salvavita…nostra, a pregare.
Lei forse non sapeva che quel muro era stato costruito per bloccare i terroristi che ogni santo giorno entravano in Israele e fare decine e decine di morti tra la popolazione civile? Come dice? Lo sapeva? E allora perché è andato proprio là a pregare? E’ stato forse costretto dal suo caro amico Abu Mazen? Può darsi, non lo so, sono generosa e le do il beneficio del dubbio anche se credo che un Sommo Pontefice abbia la facoltà di dire di no a un terrorista.
Non le do invece nessun beneficio per quella messa recitata sotto una gigantesca immagine di Gesù Bambino coperto da una kefiah palestinese.
Non mi dica, egregio Pontefice, che lei, proprio lei, capo assoluto della Chiesa cattolica, non sa che Gesù era ebreo, che come tale è vissuto e come tale è morto, come ebreo ha celebrato il proprio Bar Mitzvà a Gerusalemme, davanti ai rabbini, all’età di 13 anni, come ogni bambino ebreo. Non mi dica che non lo sapeva!
E allora perché? Cosa l’ha indotta a compiere un atto di tale offesa per tutto il mondo cristiano? Cosa può averla convinta a sottomettersi alle fantasiose favole della lercia propaganda araba? La ragion di stato? Quale stato?
Non esiste nessuno stato palestinese , esiste solo un’ accozzaglia di terroristi, (autoproclamatisi palestinesi quando questo nome era degli ebrei che vivevano nel Mandato britannico di Palestina) che vogliono distruggere uno stato sovrano, Israele!
A questi episodi mi va di aggiungere il suo volto serio e corrucciato quando è andato in visita al Tempio Maggiore di Roma, si vedeva lontano un miglio che non era felice nè sereno. Si capiva che non le piaceva proprio trovarsi là, forse temendo di fare cosa sgradita ai musulmani. Non doveva preoccuparsi, però, dal momento che solo due anni prima era andato a prostrarsi, scalzo e piegato fino a terra, nella moschea blu di Istanbul dove si era graziosamente intrattenuto, pieno di sorrisi e generoso di abbracci. Secondo me, poteva bastare ad equilibrare le cose persino per l’intolleranza e l’odio islamico per gli infedeli ebrei.
Concludo questa mia avendo davanti agli occhi la visione di lei che, il giorno successivo alla dichiarazione di Donald Trump, ha ricevuto, senza por tempo in mezzo, una delegazione palestinese per il dialogo inter-religioso. E li ha accolti con queste parole “Per la Chiesa cattolica è sempre una gioia costruire ponti ed è una gioia particolare farlo con personalità religiose e intellettuali palestinesi”.
Sembra una barzelletta, egregio Pontefice, è una barzelletta!
A questo punto, amareggiata da tanta parzialità di chi dovrebbe essere del tutto imparziale, la saluto assicurandola che, nonostante il suo amore per la dittatura palestinese, Israele, fulgida democrazia, garantirà sempre la libertà di culto che la rende l’unico paese del Medio Oriente dove i cristiani sono liberi di pregare e di vivere rispettati e tranquilli.
Purtroppo ai pochi rimasti nei territori di Abu Mazen e di Gaza non è concesso.

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Gerusalemme: città davidica

Gerusalemme: città davidica

GERUSALEMME: luna piena

Gerusalemme per i biblisti è riferimento fon­damentale: la lingua ebraica è parlata, si può vivere la cultura giudaica, si possono compren­dere meglio feste come Sukkot, Pasqua, Penteco­ste… Si scopre un popolo ancora vivo che con­tinua a sperimentare la vocazione di Abramo. In secondo luogo, si costata che in Terra Santa è stupefacente, straordinaria per l’archeologia. Si nota che la Scrittura non è semplice composizio­ne di generi letterari, ma testimonianza di una realtà che gli archeologi stanno scoprendo ogni giorno. Uno degli ultimi scavi, ad esempio, ha interessato la città di Magdala, rinvenuta con la sinagoga, il foro, i bagni rituali, il porto, stu­penda meraviglia. Gli Ebrei ne hanno cercato sempre la parte del periodo di Davide, perché interessa dimostrare che la Terra promessa è stata data a loro già in quel periodo… Invece, dei resti dell’epoca del re Davide essi rinvengo­no quelli che riguardano il Figlio di Davide, con documentazione archeologica che si riferisce ai tempi di Gesù, cioè al periodo romano; ancora prima di trovare livelli più antichi. È questo il fascino di stare a Gerusalemme. Ogni anno ci sono scoperte archeologiche e si appura sempre più che il testo della Scrittura appartiene davve­ro alla terra e alla storia d’Israele. E che quindi c’è realmente una storia biblica, come una geo­grafia biblica, molto importante e sempre di più svelata e conosciuta”. 

Padre Frédéric Manns, biblista



A cura di Vittoria Scanu

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