Tag: Silvia Haia Antonucci

“2, 5, 9, 23…1000 sfumature di ebraismo”

“2, 5, 9, 23…1000 sfumature di ebraismo”

Il Pitigliani
Centro Ebraico Italiano

I giovedì al Ghimel
5780/2019-2020

con Elisabetta Moscati Anticoli
e Alessandra De Santis

Giovedì 5 dicembre 2019, ore 16,30
Il Pitigliani
Via Arco de’ Tolomei 1, Roma

“2, 5, 9, 23… 1000 sfumature di ebraismo”
a cura di Silvia Haia Antonucci

Per info e prenotazioni: 065898061

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A Roma: “Una giornata particolare” Mercoledì 20 Novembre 2019

A Roma: “Una giornata particolare” Mercoledì 20 Novembre 2019

“Una giornata particolare”

Scene della Roma ebraica nel 1938: quando la storia passò da via Celimontana”

documentario di Claudio Della Seta

Mercoledì 20 novembre 2019, h 18,00

Rome Global Gateway, Aula Walsh

Via Ostilia 15, Roma

Intervengono

Claudio Della Seta

Silvia Haia Antonucci (Responsabile dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma-ASCER “Giancarlo Spizzichino”)

Claudio Procaccia (Direttore del Dipartimento Beni e Attività Culturali della Comunità Ebraica di Roma)

con la testimonianza della sig.ra Mirella Fiorentini

che frequentò le Scuole medie Israelitiche istituite dalla Comunità Ebraica di Roma – a seguito delle Leggi razziste –

dal 23 novembre 1938 presso Villa Celimontana

h 17,00: visita guidata della Villa di via Celimontana 23

si prega di prenotare: rome@nd.edu – 06772643100

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Apertura straordinaria dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma. Un’opportunità da non perdere!

Apertura straordinaria dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma. Un’opportunità da non perdere!

Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER)

«Giancarlo Spizzichino»

Apertura straordinaria:

Domeniche 27 ottobre, 3 e 10 novembre 2019: h 13,00-14,30; 14,30-16,00

Entrata in Lungotevere Cenci (Sinagoga Maggiore)

(per questioni di capienza, per ognuna delle 2 visite,

avranno accesso le prime 20 persone

che si prenoteranno al seguente indirizzo email: dibac@romaebraica.it)

La Comunità di Roma è la più antica d’Europa essendo la sua presenza nel II secolo a.e.c., ben prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 e. v.).

L’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma è ritenuto uno tra più importanti archivi d’Europa per ciò che riguarda la storia degli ebrei e, nel 1981, il Ministero per i Beni Culturali lo ha dichiarato di “notevole interesse storico”.

Conserva, prevalentemente, documenti relativi al periodo compreso tra l’inizio dall’età del ghetto (1555) e gli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale suddivisi in

1) Archivio Medievale e Moderno che conserva, tra l’altro, notizie diverse sulla popolazione, vita quotidiana degli ebrei, sull’attività delle “Cinque Scole” o Sinagoghe e delle Confraternite del ghetto, informazioni di carattere economico, finanziario e fiscale, carte riguardanti l’amministrazione della Comunità, e la condizione giuridica e civile degli ebrei all’interno dello Stato pontificio, lo Jus Gazagà (diritto di inquilinato perpetuo), il prestito contro interesse e la gestione dei banchi di pegno, le false accuse di omicidio rituale, i battesimi clandestini e forzati, i rapporti con la Casa dei Catecumeni, le restrizioni per la detenzione dei libri ebraici, e le diverse vessazioni cui era soggetta la popolazione ebraica nel periodo del carnevale e durante altre festività cattoliche);

2) Archivio Contemporaneo che conserva documentazione di carattere amministrativo, contabile e fiscale, materiale relativo alla fase dell’emancipazione dopo la breccia di Porta Pia (1870), alle persecuzioni razziali, alla costruzione delle nuove sinagoghe, alla legislazione della Comunità ebraica di Roma e delle Confraternite, che poi confluirono nella Deputazione di Assistenza, negli Asili infantili israelitici, nell’Ospedale Israelitico, ai verbali delle sedute del Consiglio della Comunità.

3) Archivio Fotograficoche conserva le immagini dall’epoca del ghetto nei periodi immediatamente precedenti la sua distruzione ad oggi, comprese foto della Terra di Israele scattate nei primi decenni del ‘900).

4) Archivio Musicale che conserva 740 spartiti di musica liturgica ebraica dal periodo del ghetto ad oggi.

L’iniziativa è realizzata con il contributo della Regione Lazio, Area Servizi Culturali, Promozione della Lettura e Osservatorio della Cultura, legge regionale 42/1997, artt. 13-16

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Il salvataggio della famiglia Perugia da parte di Mons. Igino Roscetti

Il salvataggio della famiglia Perugia da parte di Mons. Igino Roscetti

Mercoledì 19 giugno 2019, ore 17

Biblioteca Comunale, via della Repubblica 26, Subiaco

 Comunità Ebraica di Roma      –       Comune di Subiaco

Chi salva una vita, salva un mondo intero (Talmud Sanhedrin 37a)

Il salvataggio della famiglia Perugia da parte di Mons. Igino Roscetti

 —

Saluti

Francesco Pelliccia (Sindaco di Subiaco)

Mons. Mauro Parmeggiani (Vescovo di Tivoli e di Palestrina)

Rav Riccardo Di Segni (Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma)

Ruth Dureghello (Presidente della Comunità Ebraica di Roma)

 

Interventi

Tommaso Dell’Era (Università degli Studi della Tuscia): il contesto storico

Fabrizio Lollobrigida (giornalista): Mons. Igino Roscetti

— 

Le testimonianze:

Lettura di alcuni passi tratti dal manoscritto di Mons. Igino Roscetti

Laura Perugia (salvata da Mons. Igino Roscetti):

testimonianza riportata da Silvia Haia Antonucci

(Responsabile dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma “Giancarlo Spizzichino”)

Sandra Perugia (salvata da Mons. Igino Roscetti)

— 

Modera

Claudio Procaccia (Direttore del Dipartimento Beni e Attività Culturali

della Comunità Ebraica di Roma)

 —

Saranno presenti Elena e Anna Fedeli (nipoti di Mons. Igino Roscetti)

 

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Sono ancora molto preoccupata.

Sono ancora molto preoccupata.

di Silvia Haia Antonucci

Le informazioni che arrivano tramite i mass media, sono molto diverse – per fortuna – ma il numero di facili e banali distorsioni della realtà che sembrano essere accettate dal pubblico acriticamente stanno aumentando a dismisura.

La mia sensazione è che la nostra società occidentale sia in pieno decadimento.
Purtroppo, se si guarda al passato, certi meccanismi sono sempre gli stessi: un impero / società nasce, si sviluppa e poi decade. Solitamente, purtroppo, il decadimento porta a un evento disastroso, di solito una guerra che distrugge la società esistente, seguita da un periodo “buio” e poi da una rinascita di un’altra società…

Il decadimento che riguarda la nostra società da molti anni ormai colpisce tutti i settori, nessuno escluso. Ma solitamente, i primi effetti devastanti si notano nel campo della cultura e dei valori.
Non è certo mia intenzione scrivere qui un trattato sociologico/filosofico, anche se moltissimo ci sarebbe da scrivere.

Quello che più mi preoccupa è la diffusa ignoranza – intesa proprio etimologicamente, quindi non sapere, non avere gli strumenti per capire – che, malgrado l’apparente facile accesso a scuole, università, master, notizie, informazioni, etc., dilaga ed è accettata senza che vi sia una qualche “autorità” che possa correggere gli errori. E’ proprio il concetto di “autorità” che non esiste più, inteso non come una dittatura, ma come un qualcosa che è riconosciuto, seguito, rispettato, che ha gli “strumenti” per costituire un esempio da seguire riconosciuto.
Mi riferisco al ruolo atavico di genitori, insegnanti, politici, etc., insomma tutti coloro che dovrebbero formare, indirizzare e dare l’esempio.

Invece, sempre più spesso, mi capita di cogliere discorsi di genitori che si lamentano per il fatto che i figli fanno tutto quello che vogliono e sono i genitori stessi a subire i loro comportamenti… Purtroppo, anche a causa del fatto che i genitori sono sempre più assenti (in genere per il lavoro che molto spesso è una effettiva necessità) e incapaci di gestire la fluidità attuale dei ruoli genitoriali – soprattutto da parte maschile – i figli non ne riconoscono più la loro giusta autorevolezza.

La scuola non riesce più a compiere la propria funzione di formazione e istruzione, con gli insegnanti che, ad esempio, se danno voti bassi a studenti che se li meritano, devono poi affrontare l’ira dei genitori che difendono a spada tratta e acriticamente i figli a parole e, a volte, anche con minacce e scontri fisici mentre, ad episodio accaduto, la “Legge” non è in grado di comminare allo studente e ai genitori la giusta punizione per il comportamento altamente scorretto, al fine di ricostituire l’autorità dell’insegnante che, invece, risulta irrimediabilmente compromessa…
Anche l’università dà il suo contributo a questo panorama – a parte eccezioni che esistono, ma stanno diventando purtroppo una minoranza –, infatti, non riesce a compiere il proprio ruolo, ovvero produrre la futura dirigenza del Paese. Tutti, o quasi, possono accedere all’università, stazionarvi come preferiscono – basta che i genitori continuino a pagare le rette – e a volte sono promossi perché, altrimenti, “quella cattedra” o “quella università” rischia di chiudere (sottolineo il fatto che, purtroppo, queste mie affermazioni si basano su fatti realmente accaduti di cui sono venuta a conoscenza dai diretti interessati). Il risultato è che coloro che vorrebbero formare la nostra classe dirigente sono sempre meno preparati e adeguati, quindi, di conseguenza, anche la classe dirigente spesso lo è e, ovviamente, a caduta, coloro che lavorano nei ruoli da essa dipendenti sono scelti in modo tale che non possano “oscurare” la dirigenza… è il meccanismo perverso del “cane che si morde la coda”….

Inoltre, oggi tutti possono dire tutto a tutti – sui Social Network in generale – contando su una platea enorme, compresi anche coloro che in passato erano irraggiungibili, ad esempio i politici: non sembra esistere più distinzione di ruoli – anche perché poi spesso, come già accennato prima, la competenza non c’è e il livello culturale di chi dirige è molto simile a quello della “persona comune” –  quindi chiunque può governare il Paese a prescindere dalle proprie capacità e titoli: tutto si appiattisce, tutto è uguale e banalizzato.

Inoltre, se la scuola fallisce nel fornire una base culturale e valoriale solida, tale ruolo non è certo supplito da altri, ad esempio i mass media. A parte il fatto che anche i quotidiani più seri ormai propinano al pubblico una serie di “notizie” che riguardano solo il pettegolezzo sui volti noti, svilendo quindi la propria funzione giornalistica sia per quanto riguarda l’importanza che viene data alla notizia, sia per quanto concerne la sua attendibilità: nella nostra società in cui non conta più il rigore nel controllo della veridicità della notizia e il conseguente rispetto per il pubblico, ma la velocità con cui viene data, tutti possono dire tutto, smentire tutto, ribaltare tutto, senza che esista più un’etica e senza che chi dà una notizia errata venga punito e tale “punizione” sia di esempio per tutti gli altri…
Molto ci sarebbe da dire anche sul livello culturale della TV italiana, ma andiamo oltre…

Questa mancanza di base di un sistema culturale e valoriale di riferimento, produce di conseguenza superficialità, appiattimento, inaffidabilità…
E questo ha ricadute pesantissime sulla vita di tutti i giorni: in un mondo che cambia sempre più velocemente, non siamo più in grado di analizzare e comprendere le situazioni e il significato stesso delle parole.

Prendiamo ad esempio la situazione attuale di coloro che immigrano in Europa.
Movimenti migratori sono sempre esistiti nel mondo, a volte si è trattato di un fenomeno che si è riassorbito senza traumi per la società, altre volte, invece, si è trattato di vere e proprie invasioni.
E’ ovvio e scontato che la solidarietà verso chi è in difficoltà deve essere sempre un valore condiviso. Ma siamo davvero certi di sapere cosa significhi davvero la parola “solidarietà” e che sia corretto impiegarla per ogni situazione estrapolandola dal suo contesto?
Una persona soffre: ha bisogno della nostra solidarietà… chi sia, perché soffre e perché chiede aiuto fa parte del contesto che la maggior parte della popolazione ignora completamente. Siamo certi che sia giusto e corretto usare la parola “solidarietà” in modo automatico e acritico?

In generale, semplificando molto, le informazioni che riceviamo dai mass media circa gli immigrati sono:
1.      nei paesi del Terzo Mondo ci sono tante guerre;
2.      nei paesi del Terzo Mondo le persone muoiono di fame;
3.      l’Occidente deve aiutare il Terzo Mondo;
4.      l’Italia deve accogliere tutti altrimenti mostra di non avere umanità e solidarietà;
5.      le ONG sono le uniche associazioni umanitarie che possono aiutare i migranti;
6.      bisogna accogliere tutti per non compiere di nuovo gli errori accaduti in passato.

Tutto apparentemente corretto, ma andiamo ad analizzare la situazione nel dettaglio:

1.      Nei paesi del Terzo Mondo ci sono tante guerre…
Anche l’Europa ha subito guerre devastanti e vi sono state emigrazioni, ma certamente non ingenti come quelle a cui stiamo assistendo adesso. Inoltre, per quanto riguarda, ad esempio, la situazione italiana, studiando un po’ di storia si scoprirebbe che molto spesso dietro a questi flussi di migranti vi sono veri e propri accordi polico-economici tra i paesi interessati che nulla hanno a che vedere con la parola “solidarietà”. Possibile, comunque, che se c’è una guerra è automaticamente normale e giusto che la popolazione scappi e vada in altri paesi, comunque non limitrofi, ma lontani, come è, ad esempio, l’Europa per il continente africano?… C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento…

2.      Nei paesi del Terzo Mondo le persone muoiono di fame…
E’ vero che nel Terzo Mondo molta gente muore di fame e vuole scappare… eppure è noto che coloro che scappano pagano somme non indifferenti agli scafisti per fuggire. E poi, perché mai l’Occidente non mette in atto nessuna procedura per minare il lavoro degli scafisti che sono ladri e approfittatori immorali? Gli immigrati comunque danno loro tanti soldi, ma, allora, sono davvero poveri oppure no?… C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento…

3.      L’Occidente deve aiutare il Terzo Mondo…
E’ vero che il mondo occidentale non può rimanere inerte di fronte ai problemi del Terzo Mondo, ma come mai la maggior parte dei migranti approda in Italia? Solo recentemente qualcosa è cambiato e la reazione durissima del presidente francese Macron, e non solo, contro l’Italia è un indicatore evidente di come l’Europa dia assolutamente per scontato che tutti debbano arrivare in Italia, ma perché? Perché quasi tutti danno per scontato che solo l’Italia debba accogliere tutti coloro che arrivano sulle sue coste e che questo sia giusto? C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento…

4.      L’Italia deve accogliere tutti altrimenti mostra di non avere umanità e solidarietà…
Considerando la crisi finanziaria che stiamo affrontando, è evidente che continuare ad accogliere tutti è semplicemente un suicidio per l’Italia, non credo che ci vogliano capacità analitiche professionali per capirlo. L’Italia deve essere per forza il “primo approdo” per tutti al di là delle proprie capacità di accoglienza altrimenti è “disumana”? C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento…

5.      Le ONG sono le uniche associazioni umanitarie che possono aiutare i migranti…
E’ vero che spesso lo Stato non è in grado da solo di assistere coloro che hanno bisogno di aiuto e il fatto che vi siano persone che svolgono attività di volontariato nell’aiuto dei più deboli è giusto e bellissimo, ma questa attività dovrebbe essere solo di supporto all’azione dello Stato. Ma com’è che sembra che senza ONG non si riesca più a soccorrere nessuno?
E poi ci vorrebbe una estrema chiarezza circa il lavoro delle ONG, proprio per evitare accuse davvero infamanti di lucrare sui migranti: lo Stato dovrebbe chiarire bene chi sono le ONG autorizzate a intervenire (è chiaro che debbano avere una serie di precisi requisiti per operare), se la loro attività è svolta solo su base volontaria o se i loro membri sono pagati e, in caso positivo, da chi? Dallo Stato? E perché lo Stato non riesce a organizzare propri uffici per far fronte all’emergenza? Perché le ONG sono diventate i principali soggetti coinvolti nell’aiuto ai migranti? C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento…

6.      Bisogna accogliere tutti per non compiere di nuovo gli errori accaduti in passato…
Sempre a proposito di questa “solidarietà acritica”, sui mass media compaiono paragoni agghiaccianti e antistorici con la Shoah che mostrano una profonda ignoranza della situazione. Ogni fatto va contestualizzato e affermare che l’aiuto ai migranti oggi è uguale all’aiuto – che non c’è stato – agli ebrei durante la Shoah è mostrare una superficialità terribile. Perché l’idea che l’Europa, anzi, l’Italia, provi a difendersi da un’ondata migratoria senza precedenti a cui non riesce a far fronte, non risulta una semplice, banale e normale politica di autotutela, mentre qualsiasi no ai migranti viene interpretato automaticamente come un’offesa all’umanità? C’è qualcosa che non torna in questo ragionamento…

La parola “solidarietà” applicata a quello che sta accadendo oggi nel Mediterraneo, è quasi sempre usata in modo completamente distorto, antistorico e fazioso. L’accogliere chiunque in nome di una “solidarietà acritica” è una politica suicida verso il proprio Paese che forse nasconde ben altri interessi.

E gli esempi di ragionamenti “che non tornano” e parole, di cui si è perso il significato reale, usate a sproposito, potrebbero moltiplicarsi…

E’ giusto che ognuno manifesti la propria opinione e quindi non mi stupisce di leggere articoli faziosi che distorcono la realtà e manipolano il significato delle parole.
Quello che mi spaventa è che non vi sia un’alzata di scudi consapevole contro di ciò.

La nostra società sta perdendo l’abitudine al ragionamento critico in favore di una molto più facile e accessibile superficialità, banalizzazione, appiattimento, accettazione passiva, giustificazione di qualsiasi comportamento e disinteresse…

Il problema è che non è affatto facile ragionare in modo critico, crescere in modo consapevole e con un’identità e valori forti, svolgere un ruolo attivo all’interno della società, ambire a voler essere protagonisti sui Social Network e sui mass media in generale, e via dicendo. Tutto ciò è ormai accessibile a tutti, ma ci si dimentica troppo spesso che, per farlo bene, bisogna avere gli strumenti necessari e per averli è fondamentale faticare, impegnarsi.

 

di Silvia Haia Antonucci

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Mercoledì 1 marzo 2017 ore 9.00/Liceo Classico e Linguistico “Piero Gobetti” – Fondi (LT)

Mercoledì 1 marzo 2017 ore 9.00/Liceo Classico e Linguistico “Piero Gobetti” – Fondi (LT)

Presentazione del volume

“La punizione che diventò salvezza.
Il salvataggio della famiglia Sonnino durante la Shoah ad opera del Prof. Giuseppe Caronia”

a cura di Silvia Haia Antonucci e Micol Ferrara

Udine, Forum Editrice Universitaria, 2014(a cui è allegato il DVD di Silvia Haia Antonucci e Micol P. Ferrara, Non dovevamo essere qui, documentario realizzato dall’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma e dall’Associazione Culturale “Le Cinque Scole”, Roma, società DocLab)

Incontro con il co-autore
Silvia Haia Antonucci
(Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma “Giancarlo Spizzichino”)

Mercoledì 1 marzo 2017 ore 9,00
Liceo Classico e Linguistico “Piero Gobetti”, Aula Magna
Via Pietro Gobetti, 2, 04022 Fondi (LT)

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Le Chajim – Alla vita, di Roberto Fiorentini

Le Chajim – Alla vita, di Roberto Fiorentini

Biblioteche di Roma – Roma Capitale
Biblioteca Casa della Memoria e della Storia

Presentazione del romanzo di
Roberto Fiorentini

Le chajim – Alla vita

Edizioni Graphofeel, 2014

Interventi di
Silvia Haia Antonucci,
responsabile dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma

Pupa Garribba, ricercatrice di storia orale

Letture di
Giorgia Palmucci e Angelo Zito
Proiezioni di antiche immagini del ghetto di Roma

Sarà presente l’autore

Un romanzo storico denso di vicende e personaggi. Suspense e colpi di scena si intrecciano nelle viuzze del ghetto e nelle piazze della Roma papalina del 1775

Roma, dicembre dell’anno 1775 o meglio mese di Kislev dell’anno 5536 dalla Creazione.

Pio VI ha da poco emanato il suo famigerato Editto sopra gli Ebrei, che conferma e inasprisce tutte le norme che da secoli opprimono e discriminano gli ebrei.

In quei giorni Diamante, un’adolescente del ghetto, viene “offerta” alla religione cristiana dal padre, convertitosi anni prima. Come d’uso all’epoca, la ragazza viene prelevata, contro la sua volontà e quella della sua famiglia, e reclusa al fine di ottenerne con ogni mezzo una “sincera” conversione, nella Domus Conversorum, la Casa dei Catecumeni a Santa Maria dei Monti.

Priora della casa, frati predicatori e lo stesso Cardinale vicegerente si scontreranno con le solide convinzioni, la forte personalità e la profonda preparazione religiosa della ragazza.

Diamante è un personaggio romanzesco ma la sua storia è ispirata alle vicissitudini di una ragazza realmente esistita, Anna del Monte, che nel maggio 1749 fu reclusa nella Casa dei Catecumeni di Roma per ottenerne la conversione ed ha lasciato un diario di quella terribile esperienza


Mercoledì 18 gennaio 2017, ore 17,30
Casa della Memoria e della Storia
via San Francesco di Sales 5, Roma

Culturaviva – Roma città aperta



A cura di: Per Amore di Gerusalemme
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Dentro e fuori dal ghetto di Micol Ferrara

Dentro e fuori dal ghetto di Micol Ferrara

Questo volume è un’indagine molto rigorosa che intende ricostruire uno spaccato della storia sociale di Roma tra XVI e XIX secolo ripercorrendo le strade del ghetto e soprattutto inserendo gli ebrei in quelle della città.


La prima parte della ricerca si concentra sulla struttura urbanistica del ghetto romano e sui relativi effetti per la vita comunitaria, mentre la seconda sezione approfondisce il fenomeno delle conversioni e dei suoi percorsi. Grazie sia all’approfondito studio delle fonti ebraiche e cattoliche disponibili sia alla trasposizione dei dati archivistici alla cartografia storica, il libro fornisce ipotesi concrete di ricostruzione dei luoghi esclusivamente ebraici così come degli spazi condivisi da ebrei e cattolici, riuscendo peraltro a ridefinire il perimetro dell’area del ghetto. L’immagine che viene restituita è quella di un luogo tutt’altro che isolato, come si è soliti credere.


“Analizzata in una prospettiva di relazione e di scambio con l’esterno – sottolinea l’autrice – seppur spesso animata da tensioni e conflitti, la storia degli ebrei romani si rileva tutt’altro che statica e isolata. Il ghetto non è un’isola separata dalla città ma nasce nel suo centro, nel Cinquecento, e tale resta nel corso dei secoli, attraversato alla luce del giorno da un flusso di cristiani che lo percorrono, cuore di un rapporto che è anche un rapporto di persone, di commercio, di legami e di contatti tra mondi.”


Corredano il volume le ricostruzioni multimediali del ghetto e del ghettarello in epoca moderna, realizzate attraverso due brevi filmati in cui viene analizzato il tessuto urbanistico di questi luoghi ormai scomparsi.


Come spiega Anna Foa nella prefazione, questo libro vuole far riemergere ai nostri occhi la realtà di un luogo ormai inesistente. Il ghetto di Roma non ha più le sue strade, le sue piazzette e i suoi vicoli, non c’è più la parte che arrivava fino al Tevere, costantemente allagata, là dove ora ci sono gli argini e il Lungotevere. Non ci sono più nemmeno i portoni e le mura che lo chiudevano. Eppure, proprio forse per questa sua scomparsa, il ghetto di Roma continua ad attrarre l’attenzione di visitatori e turisti, oltre che quella degli studiosi.


Micol Ferrara, Dottore di Ricerca in «Cultura e territorio» e Docente di «Storia Ebraica in età moderna» presso il Diploma di Laurea Triennale UCEI, collabora assiduamente anche con altri istituti di ricerca, tra i quali l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma. Fa parte della redazione del Giornale di Storia (www.giornaledistoria.org). Tra le sue pubblicazioni: Sulle orme del parroco: la parrocchia di S. Crisogono in Trastevere nel XVIII secolo, in «Trasformazioni urbane: il caso del Rione Trastevere», a cura di L. Ermini Pane e C.M. Travaglini, Roma, 2010, pp. 363-398; La struttura edilizia del «serraglio» degli ebrei romani (secc. XVI-XIX), in «Roma moderna e contemporanea», XIX (2011), n. 1, pp. 83-102; Popolazione e territorio nella Roma del Settecento: un’analisi sugli Stati delle Anime delle parrocchie di S. Crisogono e di S. Bartolomeo all’Isola, in «Popolazione e Storia», 2011, n. 1-2, pp. 43-63.

Ha inoltre curato, assieme a S.H. Antonucci, il volume La punizione che diventò salvezza, Il salvataggio della famiglia Sonnino durante la Shoah ad opera del Prof. Giuseppe Caronia, Udine, Forum, 2014.


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Un amore Capitale.

Un amore Capitale.

Salvatore Fornari e Roma. di Silvia Haia Antonucci*   

Recensione di Marco Brunazzi**


Il bel libro di Silvia Haia Antonucci, responsabile dell’Archivio storico della Comunità Ebraica di Roma, è un nuovo e interessante contributo per la messa in luce di quell’immenso patrimonio di storia e di memorie della più antica comunità ebraica d’Italia, quella di Roma.

Si tratta infatti di una monografia dedicata a Salvatore Fornari, orafo e argentiere, ma anche eclettica figura di artista, fotografo, collezionista e intellettuale del Novecento, che fu tra i protagonisti della fondazione (1960) del Museo Ebraico di Roma e suo primo Direttore. La ricerca spazia quindi dalla biografia personale alla ricostruzione degli ambienti e delle atmosfere nelle quali Fornari visse, grazie anche al bell’apparato iconografico che arricchisce il volume. Molto stimolante anche l’appendice di interviste, mentre di particolare efficacia risulta la introduzione di Anna Foa.

Questo lavoro di Silvia Haia Antonucci si segnala però anche per il contributo che arreca alla più approfondita conoscenza di quello che fu il mondo degli ebrei italiani a partire dagli anni dell’Unità nazionale e per buona parte del Novecento.

Una conoscenza che purtroppo non ha mai fatto parte della memoria diffusa e di senso comune tra gli italiani, dove invece mai del tutto scomparsi e sotto traccia continuano ad allignare pregiudizi d’antica matrice antiebraica o addirittura, più o meno camuffati di “antisionismo”, antisemiti.

Eppure, se si guarda all’apporto degli ebrei al Risorgimento nazionale e soprattutto alla rapida e profonda integrazione che ebbe luogo nei primi decenni successivi, si comprende appieno il senso di quell’acuta osservazione che fece Arnaldo Momigliano. E cioè che gli ebrei rappresentavano, nel processo unificatore, una regione senza territorio, ma certamente equivalenti alle altre regioni i cui abitanti, divenendo italiani, non per questo perdevano il senso della loro identità locale originaria. E in effetti, l’intera storia degli ebrei italiani, dal Risorgimento al 1938, non si può non leggere che in questo modo. Uno straordinario caso di profondissima integrazione nazionale, sociale, culturale, affettiva, che nondimeno preservava, con discrezione e costanza, il nucleo dell’antica e mai dismessa identità.

Il paradosso della coscienza collettiva diffusa italiana è quello di non avere mai del tutto acquisito la consapevolezza di quella vicenda storica, né, dopo, dei mutamenti intervenuti. Infatti, è evidente che quella storia esemplare e onorevole subì una drammatica cesura con l’introduzione delle ignobili leggi razziali (cioè antiebraiche) nel 1938. A quella seguirono gli anni dell’orrore della Shoah e poi ancora, ovviamente su altro e positivo piano, la nascita dello Stato di Israele. Si vuol dire insomma che dopo quei tre eventi capitali, la riflessione degli ebrei italiani su se stessi e la loro identità non poteva non mutare e che quel tormentato e intenso dibattito continua ancora.

Il superficiale e autoconsolatorio approccio che in termini di opinione pubblica e divulgazione storica continua invece a prosperare tra gli italiani non ebrei è anche frutto di questa scarsissima conoscenza storica, del “prima” come del “dopo”.

Con gli ebrei d’Italia essi hanno convissuto per secoli e, come a Roma, addirittura millenni. Con l’unificazione nazionale sono cadute le norme discriminatorie e restrittive e gli ebrei hanno condiviso senza problemi luoghi, funzioni, impieghi, lavori e ogni aspetto della vita culturale e civile. Hanno condiviso vicinati e compagni di banco e di pianerottolo, dividendosi, come tutti gli italiani, in ogni possibile varietà di posizioni politiche e scelte ideali. Ma ciononostante, allo scoccare del fatale 1938, si stenta a rintracciare, pur nelle condizioni di conformismo coatto che il fascismo a tutti imponeva, un pur minimo ma significativo moto personale, se non collettivo, di protesta o almeno di disagio critico capace di dare un segno percepibile che non fosse il celato mormorio e il borbottio privato.

Ma anche dopo, il lavoro ingrato e penoso che gli ebrei italiani hanno compiuto su se tessi per darsi ragione dell’accaduto e per trovare posizioni corrispondenti all’evoluzione storica, inevitabilmente con una revisione critica dei presupposti identitari sino allora mantenuti, è stato e poco compreso e per nulla ricollocato in un processo di autocoscienza storica della comunità nazionale.

Eppure, la storia di un ebreo italiano e romano come Salvatore Fornari, che ebbe la ventura di vivere quasi per intero l’arco del secolo (1900-1993), riassume, pur nelle peculiarità personali, quella intera vicenda, che è storica e culturale insieme.

Ecco perché il libro della Antonucci su Salvatore Fornari è di grande utilità. Perché, al di là dei meriti di una ricerca storica di eccezionale e originale valore, dà conto di una vicenda umana e culturale esemplare.

Non può non commuovere ancora leggere, tra le poesie in romanesco di Fornari, versi come questi:Quinni se domannate a li romani / de riparlà er dialetto de Pasquino / eccheme qui: comincio da domani (Romanesca, 1978). E riflettere allora su quale patrimonio di sentimenti e di affetti (per non parlare di quello storico e sociale) una piccolissima minoranza come quella ebraica (solo l’1 per mille, aveva sentenziato Mussolini per giustificarne l’esclusione da pubblici uffici e professioni) ha lasciato a tutti gli italiani, di ieri ma anche di oggi e, si spera, di domani.

Marco Brunazzi
** Vicepresidente dell’Istituto di Studi Storici Gaetano Salvemini di Torino e docente di Storia Contemporanea presso l’Università degli Studi di Bergamo.  

Articolo pubblicato su : “HaKeillah“. Bimestrale ebraico torinese. Organo del Gruppo di Studi Ebraici. 

Silvia Haia Antonucci* “Un amore Capitale. Salvatore Fornari e Roma“, Esedra editrice, Padova, 2014, € 19




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