Autore: Vittoria Scanu

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D’Ercole, un’altra vittima della misericordia bergogliana.

D’Ercole, un’altra vittima della misericordia bergogliana.

«Una scelta difficile, sofferta ma profondamente libera ispirata al servizio della Chiesa»; e poi il ritiro in un monastero per accompagnare «il cammino della Chiesa in modo più intenso, con la preghiera». Le parole con cui monsignor Giovanni D’Ercole ha annunciato ieri le sue dimissioni da vescovo di Ascoli Piceno rimandano immediatamente a quelle con cui Benedetto XVI quasi otto anni fa annunciò la rinuncia all’esercizio del pontificato. Non per niente, nella lettera ai fedeli della sua diocesi monsignor D’Ercole richiama un passaggio di quel discorso di Benedetto XVI, papa per cui monsignor D’Ercole non nasconde un grande affetto: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

Le dimissioni di D’Ercole hanno suscitato un notevole clamore, perché egli è un volto molto conosciuto al grande pubblico, avendo per 24 anni condotto programmi religiosi in Rai, fino al 5 gennaio 2019. Religioso orionino, dopo l’ordinazione sacerdotale (1974) era stato otto anni in missione in Costa d’Avorio (dove tornerà ora per il periodo da passare in monastero) e poi a fine anni ’80 vice-direttore della Sala Stampa vaticana. In Rai aveva iniziato la collaborazione nel programma “Prossimo tuo”, ma poi è stato l’ideatore e il conduttore dal 2002 del programma “Sulla via di Damasco”, che lo ha reso familiare a milioni di italiani che il sabato mattina lo seguivano su Rai2.

Ma non è solo per la sua notorietà che molti organi di stampa hanno parlato di dimissioni-choc; esse infatti cadono in un periodo di grande confusione e divisione nella Chiesa e appaiono senza un motivo evidente: non ci sono problemi di salute, non si vocifera di scandali. Inoltre mancherebbero appena due anni all’età (75 anni) in cui i vescovi vanno “in pensione”, salvo proroghe concesse dal Papa. Quindi “perché?”, si chiedono in tanti.
La scelta sarà anche stata libera, ma ciò non vuol dire che questa libertà non sia stata esercitata di fronte a circostanze molto pesanti. Quali?

Chi ha potuto sentirlo prima dell’annuncio ufficiale racconta di un D’Ercole molto sofferente nell’anima, una decisione «difficile e sofferta», ha detto lui. Che cosa è accaduto, dunque? Da fonti attendibili, la Bussola Quotidiana ha appreso che in realtà sono state fatte molte pressioni su monsignor D’Ercole perché si dimettesse: la richiesta è partita da Santa Marta e riferita attraverso la Congregazione dei vescovi. E per evitare bracci di ferro che avrebbero creato ancora più tensioni nella Chiesa, monsignor D’Ercole ha “liberamente” scelto di obbedire e farsi da parte. Non per niente nella lettera di commiato dalla diocesi ha ripreso le parole di Benedetto XVI citate all’inizio: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

Del resto proprio l’amore per la Chiesa deve averlo portato in rotta di collisione con Roma. Anche se non è dato sapere con certezza i motivi della richiesta di dimissioni, si può facilmente intuire che D’Ercole abbia pagato a caro prezzo la difesa pubblica della libertà della Chiesa davanti a un potere politico che aveva proibito le messe e a un potere ecclesiale che aveva ben volentieri acconsentito, o addirittura preceduto. Tutti ricordano infatti il video con cui lo scorso aprile monsignor D’Ercole si ribellò al prolungamento del divieto di messe, accusando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte di aver “fregato” i vescovi e di aver instaurato una dittatura.

«La Chiesa non è luogo di contagi», ripeté più volte con una fermezza che non deve essere piaciuta neanche ai vertici della CEI, così proni al governo nell’accettare la catalogazione delle chiese tra i luoghi a maggior rischio. «Bisogna che il diritto al culto ce lo diate, sennò ce lo prendiamo – proseguiva D’Ercole riferendo di una popolazione “stanca” e psicologicamente provata – e se ce lo prendiamo è solo un nostro diritto». E rivendicava inoltre la Chiesa come «uno spazio di libertà e uno spazio di speranza».

Parole forti, parole dure che gli sono da subito costate molti problemi: aveva attaccato il governo proprio mentre il Papa lo difendeva anche rimettendo in riga la presidenza CEI, che aveva mostrato qualche segno di insofferenza. La forza delle espressioni di monsignor D’Ercole e la sua libertà metteva anche in risalto la pusillanimità dei vertici dell’episcopato italiano, che avevano svenduto la libertà della Chiesa sancita anche dal Concordato pur di avere la benevolenza del governo.

Ed è una curiosa coincidenza che l’ufficialità delle dimissioni arrivi proprio mentre si fanno più forti le voci di un nuovo possibile stop alle messe, causa aumento dei contagi. Difficile respingere la sensazione che si usi sempre il vecchio metodo “colpirne uno per educarne cento”: con le dimissioni dell’unico vescovo che abbia alzato la voce a difesa della libertà della Chiesa, Conte e il suo comitato tecnico scientifico avranno ancor più la strada spianata per qualsiasi decisione vogliano prendere.

È un’altra brutta pagina per la Chiesa italiana, parzialmente riscattata dal gesto di un vescovo che per amore della Chiesa, di fronte a questa situazione drammatica, sceglie e indica la preghiera come l’azione più importante ed efficace che un cristiano, tanto più un pastore, possa fare. Perché non si dimentichi che il vero capo della Chiesa è Cristo, ed è a Lui che dobbiamo rivolgerci perché eviti che nel mare in tempesta la barca si rovesci.

RICCARDO CASCIOLI

Fonte: LANUOVABQ.IT

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“Santifica le famiglie!”

“Santifica le famiglie!”

O Madre della Chiesa!

Fa’ che non manchino gli operai alla vigna del Signore.

Santifica le famiglie!

Veglia sull’anima dei giovani e sul cuore dei bambini!

Aiuta a superare le grandi minacce morali che colpiscono

i fondamentali ambienti della vita e dell’amore.

Ottieni per noi la grazia di rinnovarci continuamente,

attraverso tutta la bellezza della testimonianza

data alla Croce e alla Risurrezione del Tuo Figlio.

Papa Giovanni Paolo II

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Covid. Il governo ha perso mesi preziosi e l’Italia oggi è una nave senza timoniere. A sorpresa lo dicono…

Covid. Il governo ha perso mesi preziosi e l’Italia oggi è una nave senza timoniere. A sorpresa lo dicono…

“State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.

Søren Kierkegaard, nel libro “Stadi sul cammino della vita”, illustra bene la condizione umana nella modernità in cui è censurata la domanda sul “dove andiamo”. Ma questa memorabile pagina oggi torna utilissima per descrivere la situazione politica italiana nella seconda ondata del Covid 19.

Sembra infatti che – nelle liti fra i partiti di governo e il premier o nello scontro fra regioni e governo – a Palazzo Chigi abbiano perso il controllo della nave la quale sta andando verso una cascata dove si sommano l’emergenza sanitaria e quella economica.

La prospettiva del Paese è molto cupa, ma chi parla “al megafono del comandante” non tiene il timone per portare la barca in salvo: riesce solo a balbettare cosa c’è oggi sul menù di bordo, ovvero parla di questioni (in fondo) secondarie (tipo: quanti ospiti voi potete invitare a cena, o la distinzione fra correre in un parco e camminare) e non sa affrontare di petto la situazione.

In effetti sembra che il problema oggi sia rappresentato proprio dalla mancanza di un (vero) timoniere, cioè di un inquilino di Palazzo Chigi che sappia dove andare e sappia guidare la nave. Il “rinvio” è la cifra politica e stilistica di Giuseppe Conte (vengono perennemente rimandati tutti i dossier più scottanti) e oggi non è più tempo di rinvii.

A imputargli questa inadeguatezza, in queste ore, con la seconda ondata del Covid, sono (esplicitamente) i giornali che – all’esordio dell’esecutivo – erano filo governativi e (sommessamente, nei corridoi) i partiti di governo (soprattutto Pd e Iv, perché il M5S sembra impegnato nella lotta interna di tutti contro tutti).

Il ritornello che ieri si leggeva su quei giornali (non di opposizione) era questo: a febbraio tutti siamo stati colti di sorpresa, ma la seconda ondata era preannunciata da mesi e non è stato preparato nulla, sono stati sprecati mesi preziosi inutilmente, perciò oggi siamo nei guai.

Così Walter Veltroni (sic!) sul Corriere della sera: “non siamo più nella condizione di legittima sorpresa che ci ha colpito all’emersione di questa orrenda bestia. Sono passati mesi, bisognava essere pronti”.

Così, su RepubblicaStefano Folli: “Tutto sembra piuttosto casuale, avviene al di fuori di una strategia, di un piano coerente. E c’è una divergenza sostanziale rispetto alla primavera. Allora i cittadini si aggrapparono in massa alla figura del presidente del consiglio (…). Ora invece un segmento crescente di opinione pubblica è impaurita, sì, ma anche sconcertata. La magia sembra svanita e nell’aria aleggia il rimprovero: perché questi mesi in cui il virus aveva concesso una tregua sono stati sprecati? Perché in sostanza la seconda ondata ha preso alla sprovvista il governo?”.

Stefano Feltri su Domani (il quotidiano di Carlo De Benedetti) titolava il suo editoriale: “Ogni contagio è un voto di sfiducia verso il governo”.

Ecco le sue parole: “I dati sui contagi sono un quotidiano voto di sfiducia della realtà nei confronti di questo governo. Oltre 10.000 nuovi positivi in un giorno certificano che i mesi di tregua concessi dalla disciplina degli italiani durante il lockdown e dal caldo estivo sono stati sprecati in un’orgia irresponsabile di autocompiacimento. Ricordate la passerella degli stati generali a Villa Pamphili, a Roma?”.

Certo, c’è ancora qualcuno che cerca di incolpare gli italiani accusandoli di aver passato “un’estate rock temerariamente sbarazzina” (La Stampa), ma è un’accusa assurda, ingiusta e improponibile.

Primo: perché la seconda ondata è arrivata ad autunno inoltrato e non a ferragosto. Secondo: perché sapevamo che sono le condizioni climatiche a portare la seconda ondata e infatti era stata perfettamente prevista in primavera, tanto è vero che la stanno subendo tutti i paesi, sbarazzini o no, ed è storicamente accertato che le epidemie hanno questo andamento: anche la spagnola tornò in autunno e cento anni fa, dopo la Grande guerra, nessuno aveva fatto estati sbarazzine.

Del resto sono gli stessi partiti di governo – a cominciare da Pd e Iv – a fremere, brontolare e chiedere chiarimenti e riunioni del consiglio dei ministri con nuove misure. Ma ormai il loro stesso giudizio sul governo è di inadeguatezza.

Peraltro ieri anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi è tornato a bombardare l’esecutivo: “Il Covid è stato qualcosa su cui nessuno era preparato” a marzo, “ma dall’emergenza bisognava pensare al futuro. Cosa è stato fatto nel frattempo?… Siamo ancora fermi; il modello Veneto ha funzionato: perché non lo abbiamo adottato? Ora ci troviamo qua a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla”.

In conclusione, questo esecutivo e questo presidente del consiglio sembrano e sono al capolinea, ma potrebbero continuare ancora per mesi a stare al loro posto – nonostante la gravità della situazione del Paese – perché i partiti di governo temono di destabilizzare i loro equilibri di potere. A pagare il prezzo (salato) di questa politica sono gli italiani.

Così viene in mente la micidiale immagine usata ieri da Walter Veltroni all’inizio del suo editoriale sul Corriere.

Ha ricordato una sequenza di “Todo modo”, il film di Elio Petri ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia: “Un’ambulanza gira per la periferia di una città con degli altoparlanti montati: ‘Attenzione attenzione. A tutti i cittadini… l’epidemia sta continuando a mietere vittime tra la popolazione…’. Poco lontano, nell’albergo Zafer… il potere del tempo mette in mostra il suo lato malato tra intrighi, lotte di potere, separazione dal reale. Fuori c’è l’epidemia, dentro la malattia… Esiste questo rischio oggi?”.

La risposta di Veltroni è “finora non è stato così”, ma ne è convinto? O risponde così per carità di patria (anzi di partito)? In ogni caso se ha esordito con quella citazione il motivo è molto chiaro e drammatico, per chi lo vuol capire.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 18 ottobre 2020

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PG a Viganò: Come si può obbedire, Eccellenza?

PG a Viganò: Come si può obbedire, Eccellenza?

Eccellenza Reverendissima ho chiesto a Marco Tosatti di ospitare questa mia lettera dato che, non potendo firmarla, c’è un solo sito che merita la sua pubblicazione, Stilum Curiae.

Ho letto la Sua intervista su Life Site News a John-Henry Westen sulla pseudo- enciclica (chiamiamola così per non offendere le Encicliche dei grandi Papi), così come ho letto su Stilum Curiae la Sua lettera a Vincente Montesinos di Adoración y Liberación sul tema Obbedienza.

Mi riferisco ad entrambe perché è evidente come il tema – Obbedienza – si ponga verso un documento di magistero del Papa, sia pur di un livello così basso da toccare ormai il fondo del barile.

Dobbiamo obbedire a ciò che chiede Bergoglio in Fratelli Tutti?

Quando nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si concluse la Guerra Fredda, il mondo riconobbe che ciò era avvenuto grazie ad una alleanza di fatto tra il mondo Occidentale libero e democratico, che aveva gli Stati Uniti quale leader, e la Chiesa Cattolica apostolica romana guidata da Papa Giovanni Paolo II.

L’Occidente fondato su valori cristiani si sentì vincitore verso una cultura di potere perversa qual era il comunismo.

Ma questa vittoria che fine ha fatto? Le radici cristiane sono oggi fondamento costituzionale dell’Europa?

I principi etici non negoziabili sono incorporati nelle nostre leggi?

No.

I valori che si sono affermati sempre più, sostituendo progressivamente quelli cristiani, sono stati i valori illuministici (uguaglianza, fratellanza…) ben camuffati naturalmente, essendo valori utopistici ed irrealizzabili senza fede in Dio.

Senza i valori cristiani, il mondo post guerra fredda ha fatto scelte che hanno portato alla crisi economico-sociale in corso ed alla creazione di un nuovo mostro più pericoloso dell’Unione Sovietica, la Cina armata del suo pragmatismo morale.

Eppure proprio in questi ultimi tempi la chiesa di Bergoglio sposa questi valori illuministici e questa alleanza cinese, ponendo fine ai valori morali del cristianesimo e ripudiando l’occidente.

Bergoglio sta realizzando un catto-neoilluminismo, ambientalista e filocinese, destrutturando la Genesi e la dottrina sociale della Chiesa.

Cosa diventeranno i diritti umani, la libertà personale, la bioetica, la dignità dell’uomo il bene comune in un mondo dominato dalla cultura cinese-bergogliana?

Oggi il vero maggior dramma che stiamo vivendo non è economico o politico, è morale.

La mancanza di un’autorità e guida morale; anzi il suo tradimento, è il nostro dramma. Bergoglio ha innalzato lui un MURO, ma verso i cattolici.

La Chiesa non c’è più, c’è la “Rete “, le Ong e i loro barconi, Greta e BillGates. Non si propone più fede, ma si accetta il ricatto ambientalista centrato sull’igiene grazie al Covid, che per Bergoglio è dovuto alla violenza che facciamo alla natura.

Bergoglio confonde bene e male con una forma di dottrina catto-neoilluminista utopistica e pragmatica.

Come si può obbedire Eccellenza?

PezzoGrosso

17 ottobre 2020

Fonte: “Stilum Curiae” di Marco Tosatti

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SIA LODATO GESÙ CRISTO!!!

SIA LODATO GESÙ CRISTO!!!

LA PERLA DEL MATTINO…

LA VERA “ACQUA VIVA”…

…In questo tempo dell’assenza di Dio, quando la terra delle anime è arida e la gente ancora non sa da dove venga l’acqua viva, chiediamo al Signore che Egli si mostri. Vogliamo chiedergli che a coloro che cercano altrove l’acqua viva, mostri che tale acqua è Lui stesso, e che Lui non permette che la vita degli uomini, la loro sete per ciò che è grande, per la pienezza, anneghi e soffochi nel transitorio. Vogliamo chiedere a Lui, soprattutto per i giovani, che la sete di Lui diventi viva in loro e che essi riconoscano dove si trova la risposta…

BXVI

Fonte: Papa Benedetto 16 / SER Gänswein

  • 15/10/2020
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Terremoto in Vaticano: anche in Svizzera i soldi di Bergoglio c/c aperto nel 2015! Alla faccia della povertà!

Terremoto in Vaticano: anche in Svizzera i soldi di Bergoglio c/c aperto nel 2015! Alla faccia della povertà!

C’è qualcosa che non torna, nell’ultima storia vaticana, e riguarda il pontefice molto da vicino. Qualcosa di grosso: almeno 20 milioni di sterline, che al cambio di ieri fanno 22.023.884.903 euro. Cifra che stona con la retorica pauperista che avvolge il papato di Jorge Mario Bergoglio e legittima alcune domande, anche alla luce degli 1,14 miliardi di euro che ogni anno i contribuenti italiani, tramite l’Otto per mille, devolvono alla Chiesa cattolica. È normale che Bergoglio, nella banca privata svizzera Ubs, abbia un conto riservato che i documenti vaticani definiscono «Fondo discrezionale creato nel 2015 per le spese discrezionali del Santo Padre e dallo stesso autorizzate»? Un conto la cui consistenza è – presumibilmente – assai maggiore di quei 20 milioni di sterline che alcuni collaboratori infedeli hanno prelevato per le loro speculazioni? È normale, è credibile che un dipendente della segreteria di Stato vaticana, tale Fabrizio Tirabassi, assieme a monsignor Alberto Perlasca (già capo dell’ufficio che gestisce l’Obolo di San Pietro, ex collaboratore del cardinale Angelo Becciu, quindi nominato da Bergoglio magistrato del supremo tribunale della Segnatura apostolica) possa prendere simili cifre dal conto personale del Papa con la convinzione di farla franca? È normale che questi e molti altri soldi versati dai fedeli per sostenere la Chiesa e le sue opere di carità finiscano nelle parcelle di ricchissimi avvocati o – peggio – in speculazioni spericolate e fallimentari, realizzate in combutta con finanzieri che figurano nelle liste internazionali dei personaggi «ad alto rischio»? In altre parole: che Papa è Francesco? Dietro al grande moralizzatore dei costumi vaticani capace di mostrare il pugno con aria grintosa, del pastore che vuole una Chiesa povera e pretende comportamenti irreprensibili da chi lo circonda, si vede per la prima volta un uomo molto diverso. E parecchio solo. Un capo che non sa scegliere i collaboratori. Che non vede ciò che gli accade sotto il naso. Incapace di impedire che centinaia di milioni di euro versati dai fedeli finiscano in qualche conto criptato delle isole Cayman anziché in opere di bene. Che non è in grado nemmeno di proteggere il proprio «fondo discrezionale».

12.ottobre 2015

Fonte

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Gian Pietro Caliari,il Pontificato: “Fuori strada come un agnello perso”.

Gian Pietro Caliari,il Pontificato: “Fuori strada come un agnello perso”.

בַּמֶּ֣ה יְזַכֶּהנַּ֖עַר אֶתאָרְח֑וֹ לִ֜שְׁמֹ֗ר כִּדְבָרֶֽךָ (Salmo 119, 9).

 

Si tratta della domanda che soggiace a tutti gli altri interrogativi che scandiscono il più lungo dei Salmi dell’Antico Testamento: “In che modo un giovane dovrebbe purificare la sua strada? Per osservare secondo la tua parola”. E che che nell’ultimo dei suoi 179 versetti termina con una dolente constatazione e un invocazione d’aiuto: “Sono andato fuori strada come un agnello perso; cerca il tuo servo, perché non ho dimenticato i tuoi comandamenti”.

 In questo Salmo il vero credente si riconosce come un Bar mitzwah, un figlio del Precetto che non vede nella Legge di Dio una mera prescrizione legalistica o ritualistica ma la sola הלכה Halakhah, il vero cammino che conduce alla Vita. “Vedi, io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti comando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva” (Deuteronomio 30, 15-16).

Nell’attuale e oltremodo salutare dibattito sul Concilio Vaticano II bisogna ripartire proprio dai sapienziali interrogativi posti dal Salmista, come per altro lo stesso Vaticano II dogmaticamente insegna:   “In religioso ascolto della Parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il santo Concilio fa sue queste parole di san Giovanni: Annunziamo a voi la vita eterna, che era presso il Padre e si manifestò a noi: vi annunziamo ciò che abbiamo veduto e udito, affinché anche voi siate in comunione con noi, e la nostra comunione sia col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo” (Dei Verbum 1). E aggiunge: “A Dio che rivela è dovuta l’obbedienza della fede, con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà” (Ibidem 5).

In questa sapienziale prospettiva, trascorsi ormai 55 anni dalla sua chiusura, è legittimo porsi alcuni interrogativi.

 Come, innanzi tutto, valutare gli esiti della tanto declamata “dimensione pastorale” del Concilio  Vaticano II?

 Se lo chiedeva nell’ormai lontano 7 dicembre 1965, lo stesso Paolo VI, chiudendo i lavori dell’Assise Conciliare: “Per valutarlo degnamente bisogna ricordare il tempo in cui esso si è compiuto; un tempo, che ognuno riconosce come rivolto alla conquista del regno della terra piuttosto che al regno dei cieli; un tempo, in cui la dimenticanza di Dio si fa abituale e sembra, a torto, suggerita dal progresso scientifico; un tempo, in cui latto fondamentale della personalità umana, resa più cosciente di sé e della sua libertà, tende a pronunciarsi per la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo, in cui il laicismo sembra la conseguenza legittima del pensiero moderno e la saggezza ultima dellordinamento temporale della società; un tempo, inoltre, nel quale le espressioni dello spirito raggiungono vertici dirrazionalità e di desolazione; un tempo, infine, che registra anche nelle grandi religioni etniche del mondo turbamenti e decadenze non prima sperimentate”.

 Appare legittimo osservare che a distanza di 55 anni a nessuna delle problematiche, così acutamente osservate e minuziosamente elencate dal Pontefice bresciano, la Chiesa Cattolica con la sua “pastorale conciliare” abbia saputo o potuto offrire, non solo un rimedio, ma pure un’alternativa convincente e credibile! Anzi, l’analisi montiniana appare oggi ancor più drammaticamente profetica!

 La Chiesa uscita dal Concilio, inoltre, – sempre secondo le parole di Paolo VI –  avrebbe dovuto offrire al mondo e all’uomo una “concezione teocentrica e teologica delluomo e delluniverso, quasi sfidando laccusa danacronismo e di estraneità, che si è sollevata con questo Concilio in mezzo allumanità, con delle pretese, che il giudizio del mondo qualificherà dapprima come folli, poi, Noi lo speriamo, vorrà riconoscere come veramente umane, come sagge, come salutari; e cioè che Dio È. Sì, È reale, È vivo, È personale, È provvido, È infinitamente buono; anzi, non solo buono in sé, ma buono immensamente altresì per noi, nostro creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che quello sforzo di fissare in Lui lo sguardo ed il cuore, che diciamo contemplazione, diventa latto più alto e più pieno dello spirito, latto che ancor oggi può e deve gerarchizzare limmensa piramide dellattività umana” (Paolo VI, Allocuzione all’ultima seduta del Concilio Vaticano II).

 Ebbene, ci domandiamo, perché alla visione “teocentrica e teologica dell’uomo e dell’universo”, assistiamo oggi – drammaticamente – alla predicazione di un verbo pagano cosmocentrico e di un ateo neo-antropocentrismo, che hanno avuto e avranno il loro manifesto ideologico nell’Enciclica Laudato sì, nella Dichiarazione di Abu Dhabi e nell’accettazione del neo-umanesimo totalitario, che sarà certamente il leitmotiv dell’imminente Fratelli Tutti?

Dobbiamo constatare che, dopo quel lontano 7 dicembre 1965, è prevalso nella Chiesa un’ermeneutica conciliare dell’immanenza che, nel velleitario e blasfemo tentativo di trasformare il Vaticano II in “evento fondatore” della Chiesa stessa, l’ha pervertito privandolo della sua più intima ma essenziale dimensione e visione trascendente.

La Chiesa del postconcilio è stata sottoposta da molti suoi Pastori alla logica mondana dell’hic et nunc (qui e ora), perdendo la sua essenziale e imprescindibile dimensione dell’ibi et semper (là e sempre).

Il Vaticano II aveva pur ribadito che “Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa” (Lumen Gentium 1).

 Di questa Luce Divina la Chiesa doveva essere il sacramentum, un segno efficace, ma forse – come già osservava Romano Guardini, proprio in riferimento alla stessa Chiesa – “Viviamo in un mondo di segni ma abbiamo perduto la realtà da essi significata” (I santi segni, Brescia 1996, p. 117).

 L’attuale pontificato, infine, è solo il naturale epigono di quel Concilio o, invece, solo una ben miserevole eterogenesi delle finalità per le quali quell’Assise fu voluta e si tenne?

 Tenendo ben presente la gerarchia magistrale interna ai testi del Concilio stesso, di cui solo tre dogmatici (Sacrosantum Concilium implicitamente per materia trattata, Dei Verbum e Lumen Gentium per espressa titolazione), e distinguendo attentamente da ciò che il Concilio veramente auspicò e le molte e assai discutibili e persino deprecabili applicazioni post-conciliari – in primis la cosiddetta riforma liturgica! – ancora a Paolo VI di aiutarci nella risposta.

 “Possiamo noi dire daver dato gloria a Dio, daver cercato la sua conoscenza ed il suo amore, daver progredito nello sforzo della sua contemplazione, nellansia della sua celebrazione, e nellarte della sua proclamazione agli uomini che guardano a noi come a Pastori e Maestri delle vie di Dio? Noi crediamo candidamente che sì. Anche perché da questa iniziale e fondamentale intenzione scaturì il proposito informatore del celebrando Concilio. Risuonano ancora in questa Basilica le parole pronunciate nella Allocuzione inaugurale del Concilio medesimo dal Nostro venerato predecessore Giovanni XXIII, che possiamo ben dire autore del grande Sinodo. Egli allora ebbe a dire: Ciò che al Concilio Ecumenico massimamente interessa è questo: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e proposto con maggiore efficacia” (Allocuzione allultima seduta del Concilio Vaticano II).

 Quanto lontane, persino estranee, appaiano e siano queste parole non nel tempo ma dall’attuale direzione della Chiesa Cattolica, rapidamente imboccata da oramai sette anni, è lapalissiano!

 Dobbiamo coraggiosamente dirlo col il salmista: “Sono andato fuori strada come un agnello perso”. Quella strada, che come plasticamente afferma il Sommo Poeta, “ché la diritta via era smarrita” (Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, I,3).

 Un pontificato quello attuale “clinicamente morto” o “la parabola di un papato” – come è stato autorevolmente scritto? Più semplicemente, che è “andato fuori strada”, dalla strada di Colui che solo è Via, Verità e Vita!

Gian Pietro Caliari

Pubblicato da Marco TOSATTI – “Stilum Curiae”

8 ottobre 2020

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Riccardo Cascioli:” ‘Fratelli tutti’, visione opposta a Giovanni Paolo II”

Riccardo Cascioli:” ‘Fratelli tutti’, visione opposta a Giovanni Paolo II”

Mettiamo a confronto la visione di “Fratelli tutti” con l’omelia di inizio pontificato di san Giovanni Paolo II, quella del grido “Aprite le porte a Cristo”. Si tratta di due visioni completamente diverse, l’enciclica di papa Francesco è in chiara discontinuità con le encicliche sociali che l’hanno preceduta. Cosa deve pensare e fare un semplice fedele?

Detta in estrema sintesi: la nostra stessa natura ci indica che siamo tutti fratelli e che siamo chiamati a costruire la fraternità universale; per questo dobbiamo superare i nostri egoismi individuali, le nostre chiusure, per poter creare una società aperta basata sull’inclusione, l’amore per ogni uomo, la valorizzazione dei poveri e degli ultimi; per aiutare tutte le nazioni a questo scopo è necessaria in diversi campi una “global governance”, una autorità internazionale capace di indirizzare i singoli stati e sanzionarli quando si chiudono; anche le religioni, che tutte hanno una vocazione alla fraternità universale, devono aiutare a questo scopo, e un esempio è il documento sulla fratellanza umana firmato nel febbraio 2019 da papa Francesco e il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb (la dichiarazione di Abu Dhabi) che è l’ispirazione principale di questa enciclica.

Questo per sommi capi il pensiero portante di Fratelli tutti, l’enciclica di papa Francesco pubblicata domenica 4 ottobre.

Per una curiosa coincidenza il giorno prima, alla Giornata della Bussola, abbiamo riascoltato il famoso passaggio dell’omelia di inizio pontificato di san Giovanni Paolo II (22 ottobre 1978), che è stato anche il programma e la sintesi del suo pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!».

Una breve omelia, in cui si annunciava con certezza la potestà di Cristo sul mondo e la missione evangelizzatrice della Chiesa, come peraltro definita dal Concilio Vaticano II. L’incertezza, la disperazione dei singoli uomini così come dei popoli, ha una sola risposta, diceva Giovanni Paolo II: Gesù Cristo. «Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna».

L’impostazione dell’enciclica “Fratelli tutti” non poteva dunque non riportare alla mente quelle parole di Giovanni Paolo II, appena riascoltate. Perché esprimono due visioni radicalmente diverse, direi opposte. E questo non può non suscitare alcune domande.

Per papa Francesco scopo ultimo di ogni uomo, cristiani in testa, è costruire la fraternità universale: basta la sola ragione umana per concepirla e riconoscere gli strumenti necessari a realizzarla. E le religioni, tutte indistintamente, devono essere un aiuto a questo perché a a questo scopo, tutte indistintamente, sono chiamate.

Per san Giovanni Paolo II, invece, solo Cristo è risposta esauriente alle domande dell’uomo come dei popoli, tutto il mondo è sotto la Sua potestà, solo Lui ha «parole di vita eterna».

La visione che papa Francesco esprime nella “Fratelli tutti” non è una declinazione di quella certezza espressa da san Giovanni Paolo II, è chiaramente un’altra cosa. Essa è piuttosto in sintonia con il pensiero che ispira “Our Global Neighborood” (Il nostro vicinato globale), il Rapporto della Commissione Onu sulla Global Governance, pubblicato nel 1995, che disegna un’etica globale per un mondo pacificato e fraterno. L’ispirazione e i valori fondanti di questa etica globale sono chiaramente assimilabili a quelli espressi nella “Fratelli tutti”. Si tratta di un manifesto socialisteggiante e utopistico che pretende di comprendere ogni «paese, razza, religione, cultura, lingua, stile di vita». Le religioni, che possono ritrovarsi su questi valori comuni, sono ovviamente necessarie in questo disegno, perché hanno la capacità di controllare una percentuale altissima della popolazione.

La prima domanda sorge dunque naturale: è questa prospettiva compatibile con la visione cattolica? Se stiamo a Giovanni Paolo II, che richiama il Concilio Vaticano II, decisamente no. La pace, la fraternità è possibile – dice san Giovanni Paolo II – se i confini degli Stati si aprono alla potestà di Cristo, non agli immigrati; se alla potestà di Cristo si aprono i sistemi economici, politici, la cultura, ogni aspetto della società. La Chiesa esiste solo per vivere e annunciare questo.

Non c’è bisogno di molti ragionamenti per rendersi conto che la “Fratelli tutti” è un rovesciamento di questa visione. Chiaramente non si tratta di due sensibilità diverse, o di sottolineature di aspetti diversi di una stessa visione dati dal vivere due momenti diversi della storia. Nel leggere la Rerum Novarum di Leone XIII e la Centesimus Annus di Giovanni Paolo II si percepiscono i cento anni che separano le due encicliche, ma è altrettanto chiara la continuità che esiste nella visione dei due pontefici.
Qua ci troviamo di fronte a qualcosa che invece rompe questa continuità e non può essere un caso che circa due terzi dei richiami di questa enciclica siano citazioni di precedenti discorsi, messaggi ed encicliche dello stesso papa Francesco.

E qui un’altra domanda diventa inevitabile: cosa deve pensare e fare un semplice fedele che non vuole chiudere gli occhi davanti a questa evidente discontinuità?

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana di Antonio Socci .Editoriale  del 06.10.2020

lanuovabq.it

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Giuseppe Conte ad Assisi

Giuseppe Conte ad Assisi

Conte ad Assisi a sdoganare lo slogan della P2 di Gelli: “piano di rinascita”, ubbidendo al massone Bergoglio che, come ha notato Mons.Viganò parlando dell’enciclica di Bergoglio: “è scandalosa, con un’impronta massonico/ mondialista e non ha nulla a che vedere con nessun precetto cristiano”. Ovvio in pochi l’abbiamo notata…e a proposito di notare: Conte, i frati e i fan di Conte sono tutti immuni…come mai loro in chiesa senza mascherine, distanziamenti, possono anche toccarsi…mentre i plebei devono comportarsi come fossero in sala operatoria? Ma possibile che i covidioti non vedano quello che hanno sotto gli occhi ogni giorno?

da Anna Gentileschi

Assisi, 5 ottobre 2020

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Il Papa marxista che manda la Chiesa alla deriva.

Il Papa marxista che manda la Chiesa alla deriva.

Circola una battuta: i cinesi hanno qualche imbarazzo a farsi ricevere in Vaticano, perché Bergoglio è troppo comunista. Un cliché, d’accordo, ma ogni cliché nasconde un pizzico di verità e qui più che pizzichi sono manciate, sono palate: ci sarà una ragione se il papa argentino è stato adottato dalla sinistra come ultima spes del marxismo riverniciato. Se rifiuta di accogliere Mike Pompeo, segretario di stato Usa, se con Donald Trump fa la faccia schifata come con l’ex presidente del suo paese, Macrì, se il vescovo di Hong Kong lo tiene a cuccia, se Matteo Salvini non vuole vederlo neanche dipinto e lo umilia platealmente e invece non si fa problemi coi dittatori sudamericani che gli regalano allucinanti Crocifissi sulla falce e martello.

Fama da prete di sinistra

Bergoglio riposa in fama di prete di sinistra, affiliato alla teologia della Liberazione di Romero ma è un abbaglio, Bergoglio se mai è un pastore da  barricata, vicino a posizioni anarcoidi: il Messaggero scrisse tre anni fa, mai smentito, dei suoi appoggi, anche finanziari, alla galassia dei centri sociali; all’arruffapopoli Casarini dice “vai avanti fratello mio” e sulle Ong che trafficano clandestini non trova mai altro che elogi incondizionati e sconclusionati. Arrivò perfino a giustificare, se non scusare, gli stragisti islamisti di Charlie Hebdo con la delirante uscita aerea su quelli da prendere a pugni se ti toccano la mamma. Che poi il suo marxismo appartenga a Karl o piuttosto a Groucho, è questione più sfumata, forse insolubile.

Non un Papa sociale: un Papa militante. Fazioso come lo sono le milizie a senso unico. Ma può un Papa permettersi di essere spericolatamente fazioso? Sempre tardivo, sofferente quando si tratta di difendere le mattanze dei cristiani per il mondo, entusiasta e quasi minaccioso se c’è da schierarsi in favore di altre religioni, anche nei loro aspetti antitetici e devastanti per il cristianesimo. Bergoglio lascia correre e non condanna mai episodi di devastazioni di chiese, di statue, di simboli della santità cristiana ma si scatena appena sente eccepire sulla sacralità emblematica dell’Islam. C’è chi insinua: fatto fuori Ratzinger, dopo Ratisbona, a suon di attentati e roghi, sono stati gli imam ad imporre un capo cattolico di loro gradimento dietro il ricatto della strage diffusa, infinita. Anche questo, probabilmente, un cliché ma anche qui un pizzico di verità o almeno di plausibilità sembra affiorare.

Differenze con Wojtyla

La patente sgarberia alla massima diplomazia americana è resa ancora più bruciante dalla motivazione, offensivamente pretestuosa: il Vaticano non si presta a campagne elettorali. Qualcosa di puerile, che con Wojtyla non sarebbe mai potuto accadere se è vero che il Papa polacco anticomunista, antimodernista, a suo modo anticapitalista incontrava sì i dittatori da destra a sinistra, da Pinochet a Castro: ma poi, in privato, li strigliava, dettava le sue condizioni. Bergoglio non si preoccupa neppure di dissimulare, a seconda dell’identità ideologica, disprezzo o compiacenza.

Questo pontefice ringhioso ma debole, umorale, si disinteressa delle questioni finanziarie fino a che non esplodono in tutte le sue drammatiche contraddizioni ma contraddizioni che egli per primo ha alimentato; nomina e caccia, ma le nomine le decide lui o chi per lui e se si dimostrano perverse o disastrose la responsabilità è anzitutto sua. Lui invece si comporta sempre come il padrone che scarica tutto sui sottoposti. Teologicamente è difficile trovarci qualche sostanza, le sue encicliche viaggiano su un terzomondismo climatista che sfiora l’infantilismo di Greta o di Carola, le grandi riforme interne alla macchina vaticana sono rimaste pie intenzioni, la Chiesa come comunità dei fedeli implode in un messaggio solidaristico, sì, caritatevole, ma senza respiro, senza concretezza, senza grandezza. Senza autorevolezza.

Una riduzione ai minimi termini che i prelati conservatori non possono accettare, mentre i progressisti stanno alla finestra. Ma se i preti progressisti sono i don Biancalani o gli esagitati che su Twitter augurano morte violenta a Trump e Salvini, se hanno la faccia del cardinale elemosiniere che aiuta i parassiti del centro sociale a rubare la corrente elettrica alla comunità, allora non c’è da rallegrarsi. La Chiesa non è una Ong e non è un ente assistenziale e che il suo sommo pontefice sia finito sulla bandiera al posto di Guevara dovrebbe preoccupare anche i cattolici che se ne compiacciono.

Non è necessario essere cardinali duri, duramente conservatori come Robert Sarah per capire che la Chiesa è una nave mandata alla deriva da un nocchiero che non sembra preoccuparsene affatto.

Max Del Papa, 2 ottobre 2020

da Nicola Porro – Facebook

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