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Mangiare al Ghetto di Roma…

Mangiare al Ghetto di Roma…

 …e altri consigli kasher di Laura Ravaioli


 “Nella città simbolo del cattolicesimo batte un cuore ebraico”, comincia con queste parole l’ultimo programma di Laura Ravaioli sul Gambero Rosso, dal titolo “Kasher”. Neanche a dirlo, è dedicato alla cucina giudaico-romanesca e si dipana come un viaggio fra i luoghi della comunità ebraica più estesa d’Italia, passando attraverso i suoi piatti, frutto di un lontano melting pot di culture diverse. Una globalizzazione ante-litteram che si è sviluppata in cucina, per via delle tante migrazioni degli ebrei, fra le deportazioni subite e la costante ricerca della terra promessa.
L’abbiamo incontrata per saperne di più sulle regole della kasherut, per scoprire qualche indirizzo “giusto” nella capitale (scorri sotto), e per la sua ricetta di Carciofo alla Giudia, passo a passo.

Dove bisogna andare per capire qualcosa di più della comunità ebraica a Roma?

Naturalmente in quello che a Roma è conosciuto come Ghetto, anche se in realtà non si può più definire tale dalla Breccia di Porta Pia, nel 1870, quando Roma venne annessa al Regno d’Italia e cadde il potere temporale del Papa. È lì, vicino al Portico d’Ottavia che ci sono i simboli della comunità, come il Tempio Maggiore, il Museo ebraico che consiglio di visitare, la scuola che affaccia su quella che gli ebrei romani chiamano “La Piazza”. E poi tutt’intorno ci sono le piazzette nascoste ma deliziose, come quella della fontana della Tartarughe, Piazza Costaguti, Piazza Mattei. Ci tengo a specificare che sono posti sicuri, anche di questi tempi, perché oltre ad essere area pedonale, c’è un doppio controllo, sia delle forze dell’ordine che della comunità stessa. Per girare il programma ci sono stata per due mesi giorno e notte e posso confermarlo.

E poi ovviamente si mangia.

Certamente, anzi lo si fa sempre di più a tutte le ore, grazie al fatto che è diventata una zona turistica. L’ex Ghetto è il quartiere dove si può trovare la vera cucina kasher in città, a meno che non si abbia la fortuna di essere invitati a casa dai membri della comunità per un vero pranzo kasher.

A proposito, una volta per tutte, kosher o kasher?

Il significato è lo stesso e comporta l’adesione alle regole della Kasherut. “Kosher” è il termine più comune, quello utilizzato in tutto il mondo, la cui radice proviene dall’Est Europa. “Kasher” è la versione italiana.

Il piatto simbolo della cucina giudaico-romanesca?

Agli occhi del mondo è il carciofo alla giudia, che fra l’altro essendo verdura può essere servito sia nei ristoranti di carne che in quelli di latte. Ma se si chiede a un ebreo romano probabilmente risponderà lo stracotto, o la concia, oppure il tortino di indivia e alici.

Che vuol dire che ci sono ristoranti di carne e ristoranti di latte?

Tra le numerose regole della kasherut c’è il rigidissimo divieto di consumare insieme carne e latte e questo vuol dire che non ci deve essere contaminazione di nessun genere in cucina. Sarebbe difficile per un ristorante gestire le due cose contemporaneamente e i locali del centro storico sono tutti piccolissimi, ricavati nei locali dei vecchi negozi. Un tempo erano le mercerie dove si compravano i “pedalini”, come si dice a Roma, cioè i calzini. Oggi, complice il fenomeno cucina, sono stati quasi tutti riconvertiti.

È un fiorire di nuovi locali nell’ex Ghetto, quindi?

Esatto, ma attenzione, non sono tutti kasher. Per esserlo devono possedere la Teudà, ovvero la certificazione di adesione alla Kasherut e sono sottoposti alla supervisione del mashgiach, che effettua sia di controllo delle materie prime che di tutte le procedure. Solo in quelli si cucina effettivamente kasher.

Il posto in cui mangiare qualcosa di tipico?

Ristoranti ce ne sono molti e non mi sento di consigliare l’uno o l’altro, perché sono tutti buoni. Quello che sicuramente non faccio fatica a nominare è il forno Boccione, una vera e propria istituzione. È il forno del Ghetto da più di trecento anni ed è gestito da sole donne, tutte della stessa famiglia. È famoso in tutta Roma per la sua crostata di ricotta e visciole e poi perché vende da sempre i bruscolini caldi, appena tostati, oltre ai pistacchi. Ma io consiglio di assaggiare la pizza di Berid.

Il consumo dei prodotti kasher sta crescendo, come mai?

Il marchio “K”, quello che distingue il kosher food, è una vera e propria certificazione di qualità. Solo per fare degli esempi: conservanti e additivi sono pressoché vietati, gli animali macellati sono venduti solo se assolutamente in perfetta salute. Se viene trovata anche solo una cisti la carne non può essere venduta come kosher. L’assenza totale di maiale rende sicuri gli alimenti, che potrebbero contenerne tracce, anche per i musulmani e i vegetariani. Idem per gli intolleranti al lattosio, che se acquistano ad esempio una margarina kosher sono sicuri che c’è non traccia di latte. Ecco perché i consumi del kosher food nel mondo sono in aumento, interessano fasce diverse di popolazione oltre gli ebrei stessi.

E il vino?

È un capitolo importante e delicato da trattare. Negli ultimi anni sono sempre più di qualità e anche molti produttori fuori da Israele hanno cominciato a produrre vini kosher. Questo implica che l’uva, dalla vigna alla bottiglia, viene costantemente seguita da una squadra di “controllori”, qualificatissimi ed ebrei osservanti. Ma l’argomento vino è vasto e sottoposto a tante di quelle regole che preferisco sempre far parlare gli esperti del settore.

A chi dovesse programmare un viaggio per visitare Roma e il Ghetto in particolare, quando consiglierebbe di andare?

A me piace molto in inverno quando si celebra la festa di Hanukkah, che cade pressappoco nel periodo di Natale, è la festa delle luci e ricorda a tutti gli ebrei che un grande miracolo è avvenuto: l’olio che doveva bastare per un solo giorno illuminò il Tempio per 8 giorni. Per l’occasione si accende il grande candelabro a nove bracci che è davanti al Tempio Maggiore e anche nelle case dietro i vetri delle finestre si scorgono i candelabri accesi. È un momento molto intenso ed emozionante. Tutto questo in cucina si traduce in 8 giorni di festa del fritto. Che dire di più?

Dove mangiare al Ghetto secondo La Cucina Italiana

Bellacarne – ristorante di carne. Il proprietario Alberto Ouazana è figlio dello shoket, il rabbino che si occupa dalle macellazione della carne secondo il rituale ebraico. Inoltre è proprietario di uno dei punti di riferimento degli ebrei romani per la spesa, Kosher Delight.

Yotvatà – ristorante di latte. Marco Sed, il proprietario, da anni produce formaggi kasher. Il suo ristorante è il posto giusto in cui assaggiare un tagliere con le sue produzioni casearie, oltre ai più famosi piatti kasher, come la concia e il carciofo alla giudìa.

Ba’ Ghetto – ristorante di carne o ristorante di latte. Sono due gli indirizzi di questo ristorante kashèr con origini tripoline al Portico d’Ottavia, dove la versione Milky serve solo piatti di latte e la versione tradizionale quelli di carne. Da loro si possono trovare i piatti mediorientali come i burik e la baklava.

Fonzie – ristorante di carne. Si vanta di essere il primo hamburger kasher della Capitale. Il posto giusto per una sosta veloce, dove gli hamburger si distinguono per il peso della carne (da 120, 150 o 240 per i più affamati.



Fonte:

www.Kolòt.it

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Giorno della Memoria 2016

Giorno della Memoria 2016

Pubblichiamo qui di seguito gli eventi che si terranno in Italia in occasione del Giorno della memoria.


DA DOMENICA 24 FINO A MERCOLEDÌ 27 GENNAIO 2016

il Memoriale della Shoah di Milanoaprirà le sue porte a tutti i cittadini interessati a scoprire questo luogo unico in Europa, in quanto il solo teatro delle deportazioni ad essere rimasto intatto. In questi quattro giorni di apertura al pubblico, si potranno effettuare visite sia guidate che libere dalle ore 10.00 alle 18.30. Per ciascuna tipologia di visita, è vivamente consigliata la prenotazione attraverso la piattaforma www.ticketone.com, dove sarà possibile selezionare la fascia oraria desiderata. Nei giorni dell’evento e compatibilmente con la capienza e con le prenotazioni già pervenute, sarà comunque possibile riservare le visite anche in loco, nelle fasce orarie rimaste disponibili. La visita è gratuita, fatto salvo il costo di gestione della prevendita TicketOne, pari a 1,50 €.


DA DOMENICA 24 GENNAIO FINO A FINE FEBBRAIO

Memoriale della Shoahall’interno dello Spazio Mostre Bernardo Caprotti, sarà possibile visitare la mostra “Dalle leggi antiebraiche alla Shoah”, organizzata dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e allestita dagli architetti Guido Morpurgo e Annalisa de Curtis. La mostra è dedicata alle persecuzioni antiebraiche, agli eventi storici generali e alle vicende personali vissute nell’Italia del regime fascista e dell’occupazione tedesca, riportate alla memoria attraverso l’esposizione dei testi delle leggi persecutorie, dei diari delle vittime e di lettere, fotografie e pubblicazioni originali dell’epoca.


DOMENICA 24 GENNAIO
Teatro Manzoni, dalle 11.00. La musica come strumento di emozione, partecipazione, raccoglimento e ricordo. Melodia e tragedia saranno strettamente legate fra loro, per il Giorno della Memoria”,  quando l’orchestra del trombettista ebreo newyorchese Frank London si esibirà con il suo “The Glass House Project”   in un emozionante concerto inserito nel calendario  degli appuntamenti della prestigiosa rassegna musicale di “Aperitivo in concerto”.


DOMENICA 24 GENNAIO
MILANO

ore 17.30, Memoriale della Shoah: presso l’Auditorium Joseph e Jeanne Nissim verrà proiettato il film “Pecore in Erba”, diretto da Alberto Caviglia. La pellicola, in concorso nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2015, hacome tema portante l’antisemitismo, affrontato per la prima volta in chiave satirica, attraverso il particolare genere del mockumentary, il falso documentario surreale. La riproduzione del film verrà preceduta da una breve introduzione.


ROMA
Ore 11.50, Palazzo del Quirinale,
“I concerti della Cappella Paolina”.
Salmi ebraici che incontrano ritmi e armonie dell’occidente. Quando il dialogo tra culture e religioni diverse diventa scontro, alimentando tensioni che tengono tutti col fiato sospeso, brilla un’iniziativa che vuole dimostrare come la musica sia un efficace modello di integrazione. Domenica 24 gennaio 2016, in occasione del “Giorno della Memoria” il Palazzo del Quirinale ospiterà un concerto dell’Ensemble Salomone Rossi fondato dalla violinista milanese Lydia Cevidalli. In programma, arie, danze e sinfonie commissionate tra il Sei e il Settecento dalle più importanti sinagoghe europee: musiche di grande suggestione dove l’antica tradizione del salmodiare giudaico e gli stili rinascimentale e barocco di matrice europea si fondono in perfetta armonia, come a indicare la strada di una possibile felice convivenza tra civiltà. Per quanto riguarda gli autori: si va dal portoghese-olandese sefardita Avraham  Caceres a Salomone Rossi, l’”Hebreo di Mantova” che ha suggerito il nome all’ensemble, sino all’italo-viennese Christian Joseph Lidarti. L’appuntamento fa parte della rassegna “I concerti della Cappella Paolina” e verrà trasmesso in diretta da Rai Radio3 ed Euroradio.
Per ragioni di sicurezza è obbligatoria la prenotazione ed è necessario presentarsi 50 minuti prima dell’inizio del concerto, muniti di un documento di riconoscimento.


LUNEDì 25 GENNAIO
Amicizia Ebraico-Cristiana di Milano Carlo Maria Martini e Comunità Ebraica di Milano in occasione del Giorno della memoria 2016,“Frammenti di Memorie dimenticate”.

Programma
Saluto del Presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana, Yoram Ortona
Canto introduttivo Anì Ma’amin, eseguito da Rav David Sciunnach
Antonia Arslan, Armeni che salvarono ebrei, ebrei che salvarono armeni
Vittorio Robiati Bendaud, L’onda lunga della Shoah nel Mediterraneo e oltre
Saluto dell’Ecc.mo  Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano
Modera Paolo Liguori, Direttore di TGCom24
L’evento avrà luogo alle ore 20.45 di lunedì 25 gennaio 2016 presso la Sinagoga Maggiore di via Guastalla a Milano, straordinariamente aperta alla Cittadinanza per l’occasione


LUNEDì 25 GENNAIO
La Compagnia Teatrale Chronos3 vi invita, dal 25 al 31 gennaio 2016 al Teatro Libero, a vedere lo spettacolo Testastorta– la storia inventata, tratto dal romanzo “Testastorta” di Nava Semel. Drammaturgia di Tobia Rossi. Regia di Manuel Renga. Con Alessandro Lussiana e Valeria Perdonò
Info: www.compagniachronos3.wix.com/compagniachronos3


MARTEDì 26 GENNAIO
Ore 10.15: in via Corti 12,
 presso l’Area di Ricerca Uno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della memoria verrà inaugurata la mostra “Auschwitz – I luoghi della memoria” del fotografo Enzo Catalano, allestita dal Comitato Unico di Garanzia del CNR (CUG) e aperta al pubblico fino al 28 febbraio. Nel corso della manifestazione verrà lanciata anche  l’iniziativa “Insegnare la Shoah, attraverso la quale formatori diplomati allo Yad Vashem di Gerusalemme trasmetteranno le loro competenze agli insegnanti che si trovano ad affrontare tematiche così difficili con i loro studenti.

MARTEDì 26 GENNAIO
ore 18.30
allo spazio SEICENTRO in via Savona 99, Milano, Musica e Parole per la Memoria dei Giusti, con Miriam Camerini, Bruna Di Virgilio, Andrea Gottfried

MARTEDì 26 GENNAIO
Spettacolo teatrale “Der Doktor”

ore 21.00 Teatro Wagner, piazza R. Wagner 2 – Milano
In occasione del “Giorno della Memoria” delle vittime della Shoah, andrà in scena lo spettacolo “Der Doktor, Etty e Ruth”. Un testo originale e inedito, per ricordare i milioni di vittime della follia nazifascista degli anni ’40. La regia è di Emanuele Drago, le musiche originali di Piero Chianura, la compagnia Progetto4 Milano, collettivo di artisti milanesi. Tre protagonisti in scena, il male e l’incapacità di capirne la portata, la vittima e la sua voglia di rinascita. Musiche dalle sonorità contemporanee, un pianoforte acustico che diventa a tratti elettronico, video e pochi oggetti in scena. L’allestimento scenico, pensato per trasportare lo spettatore in una dimensione cruda come un quadro di Francis Bacon, è il sottofondo di uno spettacolo che racconta fatti  realmente accaduti da non dimenticare. In scena Marco Marzari, Fiorella Fruscio, Ketty Capra e Letizia Randazzo.


MERCOLEDì 27 GENNAIO
L’Associazione Figli della Shoah, la Comunitàebraica di Milano, il Conservatorio Verdi di Milano, la Fondazione CDEC e il Memoriale della Shoah di Milano invitano a “Dalla Shoah al ritorno alla vita. Parole, musiche e silenzi”. Sala Verdi del Conservatorio, ore 20.00

A cura dell’Associazione Figli della Shoah, si svolgono i seguenti incontri:
XVI GIORNO DELLA MEMORIA
27 gennaio 2016 ore 10.30
Testimonianza di Liliana Segre
Teatro Arcimboldi di Milano
Diretta Streaming sul sito del Corriere della Sera.
www.corriere.it


27 gennaio 2016 ore 10.30
Scuola Ebraica di Milano
Testimonianza di Goti Bauer

27 gennaio 2016 ore 10.30
Conservatorio G. Verdi di Milano
Testimonianza di Franco Schonheit

10 febbraio 2016 ore 10.30
Conservatorio G.Verdi di Milano.
Testimonianza di Sami Modiano


MERCOLEDì 27 GENNAIO
Ore 18.00, Sistema Bibliotecario Milano, gli INCONTRI CON L’AUTORE,
Via Valvassori Peroni 56, Esther Fintz Menascé, eccezionale appassionata testimone di momenti di storia ebraica. Esposizione con letture, immagini,
canzoni. Introducono un rappresentante dell’Associazione Scuola
Stoppani e Alberta Bezzan della Fondazione Centro di
Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano
CDEC-onlus. L’incontro si inserisce all’interno del progetto
“La memoria degli archivi scolastici. Recupero e
valorizzazione dell’archivio storico dell’Istituto Comprensivo
Antonio Stoppani” dell’Associazione Scuola Stoppani.


GIOVEDì 28 GENNAIO
Presso la Casa della Cultura in via Borgogna 3 alle ore 11.00 il  CDEC, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea in collaborazione con la Comunità Ebraica di Milano presentano il “Rapporto nazionale sull’antisemitismo”. Saranno illustrati i principali casi di antisemitismo in Italia, con uno speciale focus su quanto emerge da Facebook. Sarà poi presentata una panoramica dedicata all’antisemitismo in Europa. Interverranno:Betti Guetta(responsabile del settore Osservatorio Antisemitismo del Cdec), Stefano Gatti (Responsabile dell’Antenna Antisemitismo) e Davide Romano (Assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano).

Ore 18.30, Centro Ceco di Milano (via G.B. Morgagni 20).
Incontro al alle ore 18.30 con Helga Weiss-Hošková, un’autrice ceca di origine ebraica che ha raccolto le sue memorie dei campi di concentramento nel libro “Il diario di Helga” (2014, Einaudi). Questo libro verrà presentato durante l’incontro con l’autrice, che vedrà anche la partecipazione di prof. Alessandro Vitale di Dipartimento di studi internazionali di UNIMI. L´evento è organizzato dal Centro Ceco di Milano.  “Il diario di Helga” è una testimonianza sull’orrore del nazismo, un volume scritto da Helga Weiss-Hošková quando era ancora una ragazza e cercava di sopravvivere nei campi di concentramento di Terezin e Auschwitz. Una testimonianza tremenda ma sempre attuale.


GIOVEDì 28 GENNAIO
Senago (MI) ore 21.00, via Repubblica 7, ingresso libero. Il progetto TEMPO SCADUTO – NOTE SALVATE propone un viaggio attraverso le opere di grandi compositori ebrei del ‘900 in cui la musica classica si intreccia a temi popolari, chassidici, klezmer, tradizionali ebraici. Il recital è composto dall’esecuzione dei brani per l’insolito trio violino, corno e pianoforte, accompagnata da letture e racconti. Voce recitante Miriam Camerini.


DOMENICA 31 GENNAIO
Ore 16.00, Memoriale della Shoah: il Memoriale ospiterà lo spettacolo teatrale “Che non abbiano fine mai…” di Eyal Lerner, dedicato alla storia e alla cultura ebraiche, ma soprattutto alla tragedia della Shoah. Per assistere allo spettacolo è richiesta la prenotazione, al costo di 5 euro comprensivi di prevendita, attraverso il sito Ticketone, che offrirà la possibilità di scegliere il posto in pianta.

Ore 18.00, Memoriale della Shoah: incontro dal titolo “Porte chiuse, porte aperte”, organizzato da Comunità di Sant’Egidio e Comunità Ebraicadi Milano, a cui parteciperanno Liliana Segre e i profughi ospitati dal Memoriale nel 2015, i quali racconteranno le loro testimonianze.


DOMENICA 7 FEBBRAIO
ore 9.00, Memoriale della Shoah: incontro “Medicina e Shoah. Dalle politiche razziste dell’800 alla bioetica”, organizzato dall’Associazione Medica Ebraica in collaborazione con il CDEC e la Fondazione Memorialedella Shoah di Milano. Nel corso della mattinata, presentata da Michele Sarfatti e moderata da Giorgio Mortara, interverranno Antonio Pizzutti dell’Università Sapienza di Roma, Marcello Buiatti del Centro Interuniversitario di Filosofia dell’Università di Firenze, Marcello Pezzetti della Fondazione Museo della Shoah di Roma e Laura Boella dell’Università Statale di Milano.


LUNEDÌ 8 FEBBRAIO
ore 18.00, Memoriale della Shoah:presentazione del libro “Un amore ad Auschwitz. Edek e Mala: una storia vera” (UTET) di Francesca Paci, che dà voce a Edek e Mala: un giovane prigioniero politico polacco e una ragazza ebrea bella e vitale che s’innamorano nel campo di sterminio di Auschwitz. Una storia d’amore, ma anche di lotta, solidarietà e speranza, inspiegabilmente e ingiustamente dimenticata, che la giornalista Francesca Paci ricostruisce per la prima volta in tutti i suoi aspetti grazie a documenti dell’archivio del museo statale di Auschwitz e testimonianze dirette dei sopravvissuti. L’autrice ne parla con Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma. In collaborazione con l’Associazione Figli della Shoah.


“NOI NON DIMENTICHIAMO!”

“Per Amore di Gerusalemme” è e sarà
sempre accanto ai fratelli ebrei, nella gioia
e nel dolore – con rispetto e gratitudine!

Israele ama la vita! Israele vive! 

www.peramoredigerusalemme.com


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La terra d’Israele e il popolo ebraico

La terra d’Israele e il popolo ebraico

“Non me ne andrò via da qui”
Ani lo azuz mi po’

  

Giacomo Kahn

  
Il funerale dei tre ragazzi uccisi in Cisgiordania – Eyal Yifrah (19 anni), Gilad Shaar (16) e Naftali Fraenkel (16) – ha mostrato al mondo intero un’immagine del popolo d’Israele affranto,  piangente, ma saldo e composto nel suo dolore. Nessun grido, nessuna voglia di vendetta, se non la legittima richiesta di giustizia, di vedere catturati e condannati gli esecutori di questo brutale omicidio. “Loro – ha detto il premier Netanyahu, nell’elogio funebre – celebrano la morte, noi la vita. Loro inneggiano alla crudeltà, noi alla pietà”. Una crudeltà non di questi giorni. Da troppo tempo il fanatismo islamico e il terrorismo palestinese urla: “Itbach al-yahud”, a morte gli ebrei.


Ad Hebron, la città che ospita la Grotta di Macpelà, acquistata da Abramo ed in cui sono seppelliti i Patriarchi – il luogo che forse più della stessa Gerusalemme costituisce la prova del legame tra la terra d’Israele e il popolo ebraico – sono stati assassinati negli ultimi venti anni oltre quaranta ebrei: studenti come Erez Shmuel; padri e figli come Mordechai e Shalom Lapid; gherim (convertiti all’ebraismo) come Rafael Yariri e Margalit Shohat; giovani sposi come Effie e Yaron Ungar; rabbini come Shlomo Ra’anan (nipote del grande rabbino rav Kook) pugnalato al cuore e Elnatan Horowitz; o come la piccola Shalhevet Pass, 10 mesi, uccisa da un cecchino; famiglie intere sterminate come Yosef Dickstein, sua moglie Hannah e la piccola Shuv’el (nove anni).

Poi vi sono le famiglie trucidate nelle loro case: come la famiglia Shabo (la madre Rachel e i figli Avishai, Zvika e Neria), uccisi a Karnei Shomron nel 2001; come la famiglia Gavish (David, Rachel, il figlio Avraham e il nonno Yitzhak), trucidati il 28 marzo 2002 a Elon Moreh; come la famiglia Fogel (Udi, Ruth, Yoav 11 anni, Elad 4 anni, Hadas 3 mesi) sgozzata nel sonno ad Itamar (marzo 2011).

Vi sono i giovani massacrati: come Kobi e Yossi, 16 anni, immobilizzati e lapidati nel 2002 a Tekoa, nel deserto della Giudea; il ragazzino Eliyhau Asheri, rapito mentre faceva l’autostop ed ucciso con un colpo alla testa; Shlomo Nativ (13 anni) massacrato a colpi d’ascia; Yehuda Shoham (cinque mesi), ucciso in macchina sulla strada per Shiloh; Danielle Shefi, cinque anni, ucciso in casa ad Adora; Shaked Avraham, sette mesi, ucciso a Negohot; Noam Apter ucciso a Shiloh; e gli otto studenti (Avraham David Moses, Ro’i Roth, Neria Cohen, Yonatan Eldar, Yochai Lifshitz, Segev Peniel Avichail, Yonadav Hirscheld, Doron Meherete) trucidati nel marzo 2008 nella yeshivah Merkaz Harav di Gerusalemme.

Vi sono gli adulti assassinati lungo le strade: Sara Norman, uccisa mentre andava a Gush Etzion (29 maggio 2001); Avital Wolanski, uccisa lungo la strada per Eli; Yehudit Cohen, Sharon Ben-Shalom, il rabbino Hillel Lieberman, Zvi Goldstein; o Tali Hutel (34 anni, incinta) assassinata nella sua auto a Gush Katif (2 maggio 2004), insieme alle sue figlie Hila (11 anni), Hadar (9 anni), Roni (7 anni) e Merav (2 anni).

Tutte queste persone sono state assassinate (insieme alle altre centinaia di vittime del terrorismo suicida palestinese che ha insanguinato le strade, i bar, i ristoranti di Israele) a prescindere da dove avessero scelto di abitare, se al di qua o al di là della Linea Verde, se nelle città o negli insediamenti. Non è importante. Il terrorismo islamista mira alla totalità del territorio israeliano, non fa differenze: Tel Aviv è come Itamar; Haifa è come Tekoa.

Davanti alla violenza brutale e disumana che si accanisce sui ragazzi – fatta per annichilire e abbattere il morale d’Israele – il popolo ebraico trova una solo risposta: Ani lo azuz mi po’. Io non andrò via da qui. Non c’è altro posto, non c’è  altro luogo dove andare, dove gli ebrei possano realizzare le proprie aspettative, svolgere la propria missione, siano essi religiosi o non osservanti.

Ani lo azuz mi po’, è una promessa solenne che non impegna però solo gli israeliani. E’ una dichiarazione che coinvolge anche gli ebrei della diaspora, il cui destino è legato al destino di Israele. D’altra parte il terrorismo islamista non fa differenze: obiettivi sono i bambini della scuola ebraica Tolosa, i visitatori del Museo ebraico di Bruxelles, i turisti israeliani di Burgas; gli studenti delle yeshivot o i fedeli che escono da una sinagoga.
Davanti a tanto sangue, alla capacità di sopportazione (quasi viene da dire al martirio) del popolo ebraico, le preghiere per la pace – invocate insieme – rischiano oggi di apparire come una mera esercitazione alla speranza. Quella giornata speciale nei giardini vaticani verrà consegnata alla storia – almeno per ora – non per il miracolo che tutti attendevamo, ma per l’ipocrisia del presidente palestinese Abu Mazen che da un lato invoca un accordo con Israele, ma dall’altro governa insieme ad Hamas che inneggia all’uccisione e al rapimento dei civili israeliani. Da Eilat a Rosh hanikrà, da Herzlya a Rosch ha Ajin: Ani lo azuz mi po’.

Giacomo Kahn 
Pubblicato su ‘Shalom’ luglio 2014  

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Progetto Davka

Progetto Davka

I-Tal-Iah

Risvegli nella rugiada divina


Il titolo del nuovo CD dell’ensemble “Progetto Davka” rievoca il peculiare universo della tradizione musicale e liturgica degli Ebrei italiani, unendolo all’auspicio di un “risveglio”. Questi sono infatti gli intenti del nuovo album secondo Maurizio di Veroli, l’ispiratore del progetto: «La raccolta di 8 brani di ispirazione liturgica propone un risveglio culturale/cultuale per testimoniare un impegno spirituale nella evoluzione musicale che non è cambiamento o frattura ma rinnovamento nel solco della tradizione. Il testo della liturgia viene pienamente accolto senza tradire la melodia originale ma con arrangiamenti ispirati a sensibilità musicali e contesti esecutivi diversi».

Come altri giovani cantori sinagogali e musicisti, anche Maurizio di Veroli intende colmare le distanze generazionali nella musica, scegliendo di accogliere le avanguardie contemporanee allo stesso modo in cui a loro tempo avevano fatto i compositori di musica ebraica in Italia nel Novecento, con repertori che oggi sono inseriti nel culto.

La tradizione corale interpretativa nel Tempio Maggiore di Roma, ad esempio, si è più volte rinnovata. Con la sua inaugurazione, dall’inizio del XX secolo si creò un’unica liturgia anche corale che accolse e integrò le tradizioni liturgiche delle preesistenti Scole senza essere impermeabile a quanto di nuovo veniva via via proposto e composto in contesti musicali anche non ebraici.

Nelle sinagoghe di rito italiano si esegue oggi un repertorio in parte ottocentesco e novecentesco, non esente da contaminazioni di origine diversa, talvolta con mera trasposizione di testi di poesia liturgica su brani di tradizione musicale di diversa provenienza che il coro esegue con opportuni adattamenti.

Le partiture elaborate per questo CD includono percussioni, strumenti a corda e a fiato. Arrangiamenti e ritmi sono rinnovati, ma pur sempre riconoscibili. Ricerche condotte nell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma hanno consentito la selezione, all’interno di repertori consolidati, dei pezzi ritenuti più adatti a questa sperimentazione. Brani come Maskil Shir Yedidot; A-donai Mi Yagur, Yom ha- Shishi, Ve Ata Israel Avdì vengono proposti in una versione diversa rispetto a quella sinagogale romana solo per l’introduzione di strumenti diversi dall’usuale organo, ovvero voce, piano e clarinetto. In Veshameru, e Imloch Bachurim le percussioni, anche etniche, costituiscono il basso continuo della melodia. In Halleluja si è scelto di valorizzare i toni gioiosi del testo, alleggerendoli dalla solennità delle esecuzioni consuete.

Un brano, composto dal Maestro Elio Piattelli, sia il Suo ricordo in benedizione, è dedicato a Stefano Gay Tachè, vittima dell’attentato dell’autunno 1982 al Tempio Maggiore di Roma: ancora un richiamo, ancora un risveglio ma, questa volta, sui temi dell’antisemitismo e del terrorismo. La partitura originale è stata rielaborata dal “Progetto DAVKA” accennando in esordio le note di Les feuilles mortes, canzone composta da J. Kosma per versi di J. Prevert.

L’ensemble si avvale della collaborazione di Luana Mariani, come pianista e per la stesura degli arrangiamenti, del clarinettista Massimo Montagnolo per la parte jazzistica e del percussionista Tiziano Carfora che ha arricchito le esecuzioni con la sua conoscenza delle percussioni etniche

Marco Cassuto Morselli

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Conferenza di Silvia Haia Antonucci

Conferenza di Silvia Haia Antonucci

C’era una volta…
il Museo della Comunità ebraica più antica d’Europa


Conferenza di Silvia Haia Antonucci

(Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma) 

giovedì 18/10/2012 ore 16,30

presso il “Gruppo Ghimel” dell’Istituto Pitigliani (Via Arco de’ Tolomei 1, Roma)

 

A seguito della tesi  

Salvatore Fornari e Roma. Un collezionista di immagini della Capitale tra “emancipazione” e fine del XX secolo  

redatta attraverso l’analisi del Fondo Fornari conservato presso l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma, in occasione del conseguimento della Laurea Magistrale in Studi Storico-Artistici presso l’Università “La Sapienza” di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia (24 gennaio 2012) in Storia dell’Arte contemporanea (prof.ssa Antonella Sbrilli).












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16 ottobre 1943: Deportazione degli ebrei di Roma

16 ottobre 1943: Deportazione degli ebrei di Roma

La grande razzia

C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce.

«Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeria», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato quella mattina del 16 ottobre 1943.


Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.


Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”.


Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina.


Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini. Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna, Settimia Spizzichino. Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.


Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.


Fonte:
Romacivica.net

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RAV DI SEGNI, il rabbino ratzingeriano

RAV DI SEGNI, il rabbino ratzingeriano

Sulla rivista “Terrasanta” promossa dalla Custodia di Terra Santa in Italia, senza peraltro esserne organo ufficiale, è uscita un’ampia intervista al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, raccolta da Manuela Borraccino e riportata in parte su terrasanta.net.

A differenza del predecessore Elio Toaff, il rabbino Di Segni è noto per la ruvida franchezza con cui si rapporta alla Chiesa cattolica: un’ultima volta in occasione delle modifiche apportate alla didascalia su Pio XII nel museo della Shoah, a Gerusalemme.

Ma proprio per questo sono ancor più interessanti le notazioni di apprezzamento che egli riserva al papa attuale, più che al papa precedente.

Intanto, Di Segni non nasconde che per la visita compiuta da Benedetto XVI alla sinagoga di Roma “abbiamo ricevuto reazioni molto differenti da parte delle comunità ebraiche in giro per il mondo: alcuni ci hanno applaudito, altri ci hanno riservato critiche feroci”.

Poi così prosegue:

“Occorre innanzitutto considerare la personalità di questo papa: Joseph Ratzinger appartiene a un gruppo di teologi per i quali il legame con l’ebraismo è una questione di primaria importanza. E questo non è affatto scontato: molti teologi non condividono questa sua linea. Ho l’impressione che il papa guardi al dialogo con il mondo ebraico con assoluto rispetto: senza tenere conto di questo aspetto non si potrebbe comprendere l’insistenza sua e nostra sulle differenze fra di noi, che ad un esame superficiale potrebbe apparire fin troppo oppositiva. È difficile tradurre in atti mediatici questo rapporto di reciproco rispetto: diciamo che con questo papa siamo in rapporti di buon vicinato, lontani da quegli slanci mediatici di entusiasmo che si erano visti con Giovanni Paolo II e che, a mio avviso, non erano privi di una certa ambiguità”.

E all’intervistatrice che gli chiede “a cosa si riferisce in particolare”, risponde:

“Penso ad esempio al dibattito sul significato della definizione di ‘fratelli maggiori’, penso ai rischi di sincretismo in incontri come quello di Assisi, penso alla beatificazione di Edith Stein e al vero e proprio filone editoriale nato intorno al valore esemplare per la Chiesa della sua conversione… Direi che con l’attuale papa siamo in una fase diversa e molto particolare di un percorso di convivenza e vicinato”.

Più che un problema politico – sottolinea Di Segni in un altro passaggio dell’intervista – “c’è un problema teologico profondo, che contrappone da molti secoli la Chiesa e il mondo ebraico. È questo, a mio avviso, che dovrebbe entrare a pieno titolo fra i temi del dialogo”.

Fonte: Magister.blogautore.espresso
A proposito dell’ambiguità rilevata dal rabbino Di Segni dell’espressione “fratelli maggiori”, è illuminante questo passaggio del libro-intervista di Benedetto XVI “Luce del mondo”:

“L’espressione ‘fratello maggiore’, già utilizzata da Giovanni XXIII, non è particolarmente bene accolta dagli ebrei perché nella tradizione ebraica il ‘fratello maggiore’, ovvero Esaù, è anche il fratello abietto. La si può comunque utilizzare perché esprime qualcosa di importante. Ma è giusto che essi siano anche i nostri ‘Padri nella fede’. E forse quest’ultima espressione descrive con maggiore chiarezza il nostro rapporto”.

Di Sandro Magister

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