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Come distinguere tra arroganza e forza. Vedi alla voce Wojtyla

Come distinguere tra arroganza e forza. Vedi alla voce Wojtyla

Noi tutti abbiamo una buona opinione di noi stessi e pensiamo di meritare più di quanto abbiamo ottenuto. Siamo convinti di avere, nel complesso, un buon carattere, di essere sensibili e intelligenti. Ma questo giudizio ce lo teniamo per noi e ce lo confessiamo quando siamo soli, nel silenzio della nostra anima. Invece, quando siamo in rapporto con gli altri, quando dobbiamo confrontarci con loro in una gara, o in un concorso, spesso ci sentiamo inferiori, inadeguati, abbiamo paura di non riuscire, diventiamo timidi. La timidezza è un meccanismo di difesa che ci frena per non andare incontro a una frustrazione o a una delusione.

Ci sono però persone che, in questa stessa situazione, reagiscono nel modo opposto, con la presunzione e l’arroganza. Il presuntuoso si convince di avere capacità che non possiede, si auto elogia. L’arrogante non tiene conto degli altri, delle loro idee, della loro sensibilità, li schiaccia. L’arrogante si rivela già dal modo in cui parla, ad alta voce, zittendo gli altri. O dal modo in cui entra in casa vostra, come se fosse un carro armato. Il risultato è una figura sgradevole, ingombrante, su cui non puoi fare completo affidamento, perché promette più di quanto non sappia fare. Una figura qualche volta un po’ patetica, perché piena di buona volontà e di iniziativa, ma che, anche se ammette gli errori, poi non sa correggerli.

Finché la persona presuntuosa e arrogante non ha potere è irritante più che pericolosa. Le cose cambiano quando ha potere. Perché il presuntuoso crede di saper fare cose che non sa fare, si imbarca in progetti sballati, dà ordini demenziali, sbaglia e non vuol ammettere di aver sbagliato. Poiché è arrogante, non ascolta le critiche, tratta male le persone intelligenti che possono aiutarlo, dà la colpa degli insuccessi agli altri e finisce per creare attorno a sé un’atmosfera tesa e irrespirabile.

La presunzione e l’arroganza diventano tanto più pericolose quanto più cresce il potere e diminuisce il controllo. I politici, in una democrazia, vengono eletti e perciò, quando fanno molto male, possono essere cacciati via. Invece i burocrati, i funzionari, i professori di ruolo, i magistrati non sono eletti e restano in carica a vita. Sia ben chiaro, la burocrazia è indispensabile e la maggior parte dei funzionari sono onesti e imparziali. Molti di loro, per un modesto stipendio, si prodigano o fanno servigi preziosi alla comunità. Perciò ci sono anche eccezioni. Vi sono potenti burocrati che, nei loro uffici, sono presuntuosi, arroganti, tirannici. Trattano i cittadini come vermi. E questi chinano il capo e non dicono niente, perché quelli hanno in mano le scartoffie, i timbri, i commi, con cui possono dare o non dare una licenza, far prosperare o rovinare la loro impresa.

Però bisogna stare molto attenti a non confondere la presunzione e l’arroganza con la sicurezza e l’impeto delle persone che hanno una grande meta. Ricordo che all’inizio del suo pontificato, molti rimproveravano a Papa Wojtyla di andare diritto per la sua strada e di imporre il suo volere in modo autoritario. Poi hanno capito che aveva un grandioso disegno da realizzare e non poteva ascoltare tutti gli incerti e gli insicuri. Questo non è presunzione e arroganza, ma entusiasmo e carisma.

di Francesco Alberoni.

Tratto da “Il Corriere della Sera” Pubblico &\ Privato, 13 luglio ‘98

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Dio ci salvi dalla dittatura etica.

Dio ci salvi dalla dittatura etica.

“Vaccinarsi è un dovere etico” ha tuonato Papa Bergoglio. Il piano pandemico del ministero della sanità, in bozza, decreta: “i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”. Traduci: con l’etica scegliamo chi salvare e chi no. L’etica prelude all’eugenetica. Ma il presidente del comitato di bioetica Lorenzo D’Avack condanna questa cernita. All’etica si appella sia chi dice di vaccinare prima i vecchi, sia chi dice di vaccinare prima i giovani. È ancora l’etica il freno d’emergenza che colpisce come una mannaia e una censura il mondo politically uncorrect, da Trump al filosofo Alain Fienkelkraut, fino ai sovranisti di casa nostra. Le leggi speciali, le commissioni di vigilanza, i tutori e i censori social che si abbattono come una scure su chi la pensa in modo difforme, si appellano all’etica. L’etica, l’unico Assoluto in vigore. Rischiamo la dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo oligarchi

Tramonta la religione, sparisce la morale, fu sepolta l’ideologia, si modifica la natura e scompare il diritto naturale, si cancellano memorie storiche, tradizioni, principi e valori. Nel mondo globale, dominato dalla tecnologia e dall’economia, di tutta quella moria c’è solo un erede universale: l’etica, appunto. Se perfino un papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità non si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono, vuol dire davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana e giustiziera del pianeta. L’etica applicata agli algoritmi è devastante e dispotica.

Ma guai a parlare di Stato etico, quello no, è fascismo: ma l’etica che interviene dappertutto, che decide, discrimina, punisce, censura che cos’è se non la sua applicazione urbi et orbi? Il richiamo costante alla bioetica, all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici, segna il dominio di questo principio indeterminato; chi la decide, chi prescrive e proscrive ciò che va fatto, detto e pensato? Non una tradizione né un’esperienza storica consolidata, non una religione e un Dio né un dovere patriottico; ma a stabilirla e a decidere, è una casta, un’oligarchia che decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Sono i tutori dello Spirito del Tempo, i virtuosi custodi dell’eticamente corretto; sono loro a stabilire il perimetro e poi a decidere chi è dentro e chi è fuori. Per questo anni fa parlai di un nuovo razzismo che sorveglia la società e la controlla come una cupola, dividendola in due razze diverse, una dannata e l’altra dominante: è il razzismo etico, più subdolo e invasivo del razzismo etnico. Anche la giustizia è in mano ai pasdaran dell’etica: sentenze, divieti, condanne e assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima che delitti e reati. L’etica fornisce ai suoi utenti pregiudizi indiscutibili.

Eppure l’etica che avevamo conosciuto negli studi classici, l’etica da Aristotele a Spinoza, a Hegel, era una dimensione culturale, civile, educativa fondamentale. Ma assunta a regina solitaria dal mondo, dopo aver fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee, somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile e autoproclamato di custodi, diventa inquietante. E può generare una spirale di intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza. Se non si può discutere e dissentire, subentra la prova muscolare… Una deriva pericolosa.

Ci può portare ovunque, anche alla liquidazione dell’umanità, perfino all’avvento del transumanesimo, a un sistema di controllo totalitario, di sorveglianza etica invasiva… È curioso che imprese private come i giganti del web escano dalla neutralità di mezzi di comunicazione e nel nome dell’etica decidano selezioni, esclusioni e censure etiche, al di sopra degli stati e delle leggi. Come si è visto con TwitterFacebookGoogleYouTubeParler, ecc. Un inquietante scenario che si aggrava se si aggiungono forme sempre più penetranti di controllo e schedatura degli utenti (ora esplode il caso WhatsApp e l’esodo verso Signal e Telegram).

L’etica è l’alibi di questo controllo globale, e a differenza della politica, è al riparo dal consenso e dal dissenso, impermeabile al voto; è perentoria, assoluta benché arbitraria. Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto a sottrarsi alla vita, con l’eutanasia, o il suicidio assistito, nel nome della dignità della vita. Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in primis la vita del nascituro. Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e può essere etico al contrario dare priorità ai più giovani. L’etica non è una pianta che nasce nella testa di qualcuno, medico, magistrato, ceo, politico o intellettuale, ma rimanda a un terreno precedente, e controverso, fatto di valori, esperienze, religioni, culture, popoli, tradizioni. Temperato dall’esercizio democratico del voto. L’etica non può ergersi a giudice assoluto della vita e della sorte, dei rapporti sociali e delle scelte pubbliche e politiche, ma deve far parte di un politeismo di principi, riferimenti e priorità. L’etica non può esistere senza passione di verità e ricerca della verità. Fermate l’etica che vuol farsi sovrana.

Marcello Veneziani

Tratto da: MV, Panorama n.4 (2021)

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Invece dei dittatori censurano Trump. L’intolleranza che stritola la democrazia. Le “Ombre” e il singolare “Anticristo” di Joseph Roth.

Invece dei dittatori censurano Trump. L’intolleranza che stritola la democrazia. Le “Ombre” e il singolare “Anticristo” di Joseph Roth.

La Guida Suprema dell’Iran, Alì Khamenei, su twitter, tuona tranquillamente: “Israele è un cancro maligno che deve essere rimosso e debellato: è possibile e accadrà”.

E’ un tweet che sta lì da tempo, nessuno ritiene di cancellarlo, tanto meno viene cancellata da Twitter la Guida Suprema che pure in questi mesi ha tuonato contro gli stati musulmani che “scendono a compromessi con il regime sionista usurpatore” (si riferisce agli “Accordi di Abramo” stipulati grazie a Trump fra Israele e alcuni stati arabi).

In compenso Twitter ha “imbavagliato” Trump che continua a ripetere che ci sono state enormi irregolarità nel voto del 3 novembre.

Su Twitter cinguettano tutti, solo Trump è stato cancellato. C’è per esempio Maduro, che domina in Venezuela e può twittare esaltando il suo regime e attaccando gli oppositori.

“Mentre Twitter bannava il presidente degli Stati Uniti”, ha scritto Giulio Meotti, l’ambasciata cinese negli Stati Uniti presentava la tragedia demografica degli Uiguri “come una loro ‘scelta riproduttiva’. Il fantastico mondo della libertà digitale”.

Si assiste a un fenomeno incredibile di doppiopesismo: si censurano le idee non gradite di un leader democratico e si lasciano fare proclami di Capi illiberali come quelli che abbiamo letto.

Ma c’è di più: c’è la pretesa di farlo in nome del Bene. Così – osserva ancora Meotti – hanno creato un meccanismo geniale e infernale: censura in nome della libertà, esclusione in nome dell’inclusione, discriminazione in nome della lotta alla discriminazione, odio in nome della lotta all’odio, intolleranza in nome della tolleranza”.

E’ un fenomeno che, pure in Italia, si era già osservato nella politica e nel dibattito sui media. L’Impero del Bene – come io stesso avevo scritto in un mio libro (se posso citarmi) – è un mondo alla rovescia dove le parole hanno divorziato dalle cose:

“si ‘censura’ in nome della Tolleranza, si odia in nome dell’Amore Universale, si demonizza in nome della Filantropia, si mette al rogo (mediatico) in nome della Fraternità, si diffondono balle mentre si lotta contro le fake news, si imbavaglia in nome della Libertà, si discrimina in nome dell’Uguaglianza, si scomunica in nome dell’Apertura mentale, si mette all’Indice in nome del Dialogo”

C’è un romanzo distopico di Joseph Roth che indica proprio in questo cortocircuito del linguaggio il regno dell’Anticristo (metafora della menzogna universale): “Non riconosciamo più, oramai da molto tempo, l’essenza e l’aspetto delle cose che ci accadono” scrive Roth. E prosegue:

“Similmente a coloro che sono fisicamente ciechi abbiamo soltanto nomi per tutte le cose di questo mondo, che più non vediamo: nomi! […] Il cieco non distingue le une dalle altre. Noi, i ciechi, non le distinguiamo. Alle cose autentiche diamo nomi falsi. […] Poiché siamo divenuti ciechi, utilizziamo erroneamente nomi e denominazioni. Chiamiamo grande il piccolo, il piccolo grande; il nero bianco e il bianco nero; l’ombra luce e la luce ombra. […] Nomi e denominazioni perdono dunque contenuto e significato. È peggio che al tempo della costruzione della torre di Babele. […] Oggi tutti parlano la stessa, falsa lingua, e tutte le cose hanno le stesse ma false denominazioni”.

Roth è famoso per “La cripta dei cappuccini”“Giobbe” e “La leggenda del santo bevitore”. Nato nel 1894 nell’impero austroungarico – nella cui cultura si riconosceva – è morto a Parigi nel 1939 dove era andato per sfuggire alle persecuzioni naziste essendo d’origine ebraica.

Scrisse “L’Anticristo” nel 1934, tuttavia questo romanzo distopico non coglie solo la menzogna dei totalitarismi di quegli anni, ma pure quella possibile nel mondo libero. E’ un singolare affresco visionario.  Il finale sorprende.

Il protagonista, che “lotta contro l’Anticristo”, riceve la visita di un frate che viene da Roma e lavora presso il Papa: “Una volta” gli racconta “vidi al posto del Santo Padre, sulla sedia di Pietro, un altro… Proprio un altro!”.

Allora il protagonista interroga il frate sul Papa e l’Anticristo e il religioso riprende a raccontare: “un giorno vidi che il Santo Padre si era addormentato, solo per poche ore. Ma in quel tempo però un altro si mise sul suo trono sublime. E proprio in quelle ore vennero i delegati di alcuni Paesi pagani”.

Il frate racconta l’arrivo del delegato dell’Urss, poi di quello della Germania e i loro erano progetti di violenza e di dominio per i quali chiedevano l’appoggio della Chiesa.

Poi venne la terza delegazione: “Noi veniamo da Hollywood, alcuni lo pronunciano ‘furore dell’inferno’, Hölle-Wut, ma Tu, Santo Padre, non crederci! Noi non vogliamo più conquistare il mondo, infatti l’abbiamo già conquistato. Noi siamo il Paese delle ombre”.

L’allusione è al cinema e ai media in generale. Questo delegato e i suoi “si impegnano a diffondere l’ombra del Redentore su tutti gli schermi del mondo. A regola d’arte truccheremo i Tuoi veri cardinali e i Tuoi veri sacerdoti, affinché essi diventino delle vere ombre”. In questo modo “diffonderemo la vera fede in tutto il mondo, rappresentata da vere ombre. Perché il mondo di oggi consiste di vere ombre”. Così “il Santo Padre annuì. E stipulò un concordato” con loro.

Non svelerò il finale davvero sorprendente. Ma c’è in esso il presentimento che tutti possiamo essere false immagini nel menzognero regno “delle ombre”. E che tutti finiamo a recitare una parte nel teatro dell’Anticristo, anche chi gli si oppone. Roth lascia così aperta la drammatica domanda: come sottrarsi alla menzogna universale?

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 11 gennaio 2021

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La Festa delle luci, il 25 dicembre e la Luce del mondo

La Festa delle luci, il 25 dicembre e la Luce del mondo

La Sacra Scrittura ci dice che il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. La festa ebraica delle luci inizia in una data, il 25 kislev – mese che si colloca a cavallo tra novembre e dicembre – che fa drizzare le antenne. Non c’è la certezza della data esatta del Natale, bensì un intorno di giorni, ma la lettura dei due Testamenti e i fatti storici rendono plausibile il 25 dicembre.

La mole di informazioni accumulate (vedi quiquiquiquiqui qui) fornisce l’anno (2 a.C.) e il periodo (fine anno) in cui nacque Gesù: adesso possiamo cercare di comprendere il perché la data che festeggiamo sia proprio il 25 dicembre.  L’argomento da portare a sostegno non può essere meramente matematico o apodittico: è ragionevole concedere agli scettici che non basti aggiungere nove mesi alla data dell’Annunciazione per conoscere automaticamente la data di nascita e che dire nel “sesto mese” di una gravidanza non coincida necessariamente con la fine del mese, ma solo con uno qualunque dei giorni che lo compongono.

Tuttavia gli indizi raccolti si imbattono con una circostanza molto particolare. La Sacra Scrittura è esplicita: il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in una terra caliginosa di ombre di morte risplendette una luce (Is 9,1). La festa ebraica delle luci inizia in una data, il 25 kislev, che fa drizzare le antenne. Il mese di kislev nel calendario lunare è il terzo dell’anno civile e il nono dell’anno ecclesiastico. Nel nostro calendario si colloca a cavallo di novembre/dicembre. La festa dura otto giorni. Ogni sera sulla menorah si accende una luce laterale, utilizzando la fiamma della candela centrale per le otto sere fino al 2 o 3 teveth. L’ultima sera c’è il massimo della luce.

Se l’Annunciazione fu, come ho ipotizzato, all’inizio di marzo – com’è possibile in base ai mesi di gravidanza di Elisabetta – 38 settimane dopo siamo proprio a fine novembre. La festa di Hannukah iniziò quell’anno il 20 novembre e terminò tra sabato 27 e domenica 28 novembre. San Giovanni nel suo Vangelo non parla esplicitamente del Natale, ma inizia definendo Gesù la luce del mondo. In 2 Maccabei 10,6 si dice che la festa è in piena allegrezza. Il Natale è festa della gioia e l’annuncio dato ai pastori è “vi annuncio una grande gioia”.

La circostanza della Festa delle Luci si abbina alla presenza dei pastori: molti profeti fecero riferimento a Gesù come Buon Pastore. Al contempo Gesù è l’Agnello di Dio: in effetti condivide con molti agnelli il tempo della nascita e con gli agnelli nati nel suo mese il destino di essere macellati a Pasqua. Gesù verrà crocifisso nel giorno e nell’ora in cui al tempio si sacrificano gli agnelli per la Pasqua ebraica, il 14 nisan.

La festa fa memoria dei misfatti di Antioco Epifane, che profanò il tempio nel 145 dell’era seleucide il 15 di kislev. Il 25 kislev di quell’anno furono offerti sacrifici sull’altare degli olocausti (1 Mac 1,59), insieme ad altre disposizioni ancor più violente e tragiche. La rivolta degli Ebrei fu determinata e in capo a tre anni rimediò alla profanazione: il 25 kislev dell’anno 148 dell’era seleucide (1 Mac 4,52) il tempio venne ridedicato conformemente alla legge. Per i più curiosi, l’anno della dedicazione nel nostro calendario fu il 163 a.C.

La successione dei mesi, dal giorno dell’espiazione (10 tishri) al quinto mese di Elisabetta e alla nascita di Gesù; la Festa delle Luci prima dell’inverno; le condizioni climatiche; il fotoperiodo delle pecore e l’Agnello di Dio; i pastori e il Buon Pastore: se fosse tutta una leggenda si resta stupiti per i tanti riscontri storici.

Quel 25 del mese cattura l’attenzione… Un tempio profanato e la sua nuova dedicazione: non suggerisce il tempio di Dio, l’uomo, il vertice della creazione, profanato dal peccato e qui riportato alla sua luce, vestito proprio da Chi l’ha creato? E poi le allusioni di Gesù al tempio del suo corpo, che se distrutto risorgerà il terzo giorno? Intanto Gesù nasce a Betlemme (“casa del pane”) e Cristo si darà a noi nel suo corpo, sotto la specie del pane, facendosi ostia-agnello sacrificale e perciò versando il sangue-vino…

Nel quarto Vangelo troviamo “era la festa della Dedicazione ed era d’inverno” (Gv 10,22). La festa detta delle luci segue il calendario lunare. L’anno in cui nacque Gesù fu particolarmente “bassa”, anteriore all’inizio dell’inverno più ricco di precipitazioni. Nel caso citato da san Giovanni era più “alta”.

Gesù, Luce del mondo, è nato in quei giorni. Tra l’altro la scelta del 25 dicembre adottata per festeggiare il Natale nel calendario attuale risulta del tutto logica, senza appoggiarsi a tradizioni estranee alla Bibbia. Il 25 è il giorno che ci interessa e il mese di kislev generalmente si sovrappone a dicembre. Il giorno più luminoso è l’ultimo, già nel mese di teveth, ma la festa è identificata dal 25 di kislev, la data iniziale. In effetti il giorno culmine della dedicazione del tempio umano si accese ben altra luce…

Circa il fatto che il Vangelo di san Giovanni parli della Festa delle Capanne (più abituale riferirlo a quella celebrata a settembre/ottobre), prima di scandalizzarsi inutilmente c’è da sapere che anche il secondo libro dei Maccabei parla di “festa delle Capanne del mese di kislev” (2Mac 1,9). Si usava dire anche così.

In definitiva è plausibile il 25 dicembre come data del Santo Natale di Nostro Signore. Non ci sono solo i paganeggianti Sol invictus e mitraismo, per altro di molto posteriori al culto dei primi cristiani nell’imposizione che ne vollero gli imperatori romani anti-cristiani. È vero che non c’è la certezza della data esatta, solo un intorno di giorni, ma c’è la precisa logica di una scelta storicamente prossima ai fatti che ha costituito la primissima tradizione, solidamente attestata dai Vangeli.

Il Natale è diventato una festa “fissa” nel calendario, mentre la Pasqua è rimasta “mobile”. Per Pasqua è stata mantenuta l’oscillazione nel calendario dovuta al giorno della prima luna piena dopo l’equinozio primaverile, ma spostandola alla domenica e non al 14 nisan della Pasqua ebraica. Per Natale è invece stato scelto il riferimento al 25 kislev (data mobile nel calendario ebraico) e alla Festa delle Luci con tutti i suoi rimandi simbolici, ma fissandola alla data del 25 dicembre in un calendario solare. Non è certo che Gesù sia nato proprio un 25 dicembre, anche se capitano degli anni in cui il 25 dicembre e la data che viene otto giorni dopo il 25 kislev coincidano. Nel 2 a.C. non fu così, ma non è questo il punto. Anche a Pasqua si festeggia la Resurrezione di domenica e non è quasi mai il giorno di calendario in cui avvenne a Gerusalemme.

tratto da https://lanuovabq.it/it/la-festa-delle-luci-il-25-dicembre-e-la-luce-del-mondo

di Ruggero Sangalli 24 dicembre 2020

fidei defensor | 25 dicembre 2020 alle 6:29 | Categorie: #festadellaluce#natale#tradizionidinatale | URL: https://wp.me/p8kBc9-8Ar
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Arcivescovo Carlo Maria Viganò: l’inevitabile apostasia dei vertici della Chiesa.

Arcivescovo Carlo Maria Viganò: l’inevitabile apostasia dei vertici della Chiesa.

L’Arcivescovo Carlo Maria Viganò e il Dr. Maike Hickson circa l’Altare Papale vuoto.

Eccellenza, in un mio recente articolo ho fatto notare che l’Altare Papale della Basilica Vaticana non viene utilizzato da quando fu profanato dall’offerta presentata all’idolo della pachamama. In quella circostanza, alla presenza di Bergoglio e della sua corte, fu compiuto un gravissimo sacrilegio. Qual è il Suo pensiero in proposito?

La profanazione della Basilica Vaticana nel corso della cerimonia conclusiva del Sinodo Panamazzonico ha contaminato l’Altare della Confessione, dal momento che sulla sua mensa è stato posto un vaso dedicato al culto infernale della pachamama. Trovo che questa ed altre analoghe profanazioni di chiese e altari ripropongano in qualche maniera altri gesti analoghi avvenuti nel passato e consentano di comprenderne la vera natura.

A cosa si riferisce?

Mi riferisco a tutte le volte in cui Satana si è scatenato contro la Chiesa di Cristo, dalle persecuzioni dei primi Cristiani alla guerra di Cosroe contro Bisanzio, dalla furia iconoclasta dei Maomettani al Sacco di Roma per mano dei Lanzichenecchi, e poi la Rivoluzione francese, l’anticlericalismo dell’Ottocento, il Comunismo ateo, i Cristeros in Messico e la Guerra civile in Spagna, fino agli esecrabili delitti dei Partigiani comunisti durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale e alle forme di cristianofobia che vediamo oggi in tutto il mondo. Ogni volta, invariabilmente, la Rivoluzione – in tutte le sue molteplici varianti – conferma la propria essenza luciferina, lasciando emergere la biblica inimicizia tra la stirpe del Serpente e la stirpe della Donna, tra i figli di Satana e i figli della Vergine Santissima. Non si spiega altrimenti questa ferocia contro la Madonna e i suoi figli.

Penso in particolare all’intronizzazione della “dea ragione”, che ebbe luogo il 10 Novembre 1793 nella Cattedrale di Notre Dame a Parigi, in pieno Terrore. Anche in quella circostanza l’odio infernale dei rivoluzionari volle sostituire al culto della Madre di Dio il culto di una prostituta, eretta a simbolo della religione massonica, portata a spalle, su una portantina, e collocata in presbiterio. Le analogie con la pachamama sono molteplici e rivelano la mente infernale che le ispira.

Non dimentichiamo che il 10 Agosto 1793, pochi mesi prima della profanazione di Notre Dame, era stata eretta in piazza della Bastiglia la statua della “dea ragione”, nelle sembianze della dea egizia Iside: è significativo ritrovare questo richiamo ai culti dell’antico Egitto anche nell’orrido presepe che oggi campeggia in Piazza San Pietro. Ovviamente le analogie che riscontriamo in questi eventi si accompagnano anche ad un elemento assolutamente nuovo.

Vorrebbe spiegarci in cosa consiste questo elemento nuovo?

Mi riferisco al fatto che mentre fino al Concilio – o, a voler essere indulgenti, fino a questo “pontificato” – le profanazioni e i sacrilegi erano compiuti da nemici esterni alla Chiesa, da allora gli scandali vedono coinvolti attivamente i vertici stessi della Gerarchia, nel silenzio colpevole dell’Episcopato e nello scandalo dei fedeli. La chiesa bergogliana sta dando di sé un’immagine sempre più sconcertante, in cui la negazione delle verità cattoliche si accompagna all’affermazione esplicita di un’ideologia intrinsecamente anticattolica e anticristica; e in cui non si nasconde nemmeno più il culto idolatrico di false divinità pagane – ossia dei demoni – che vengono propiziate con atti sacrileghi e profanazioni delle cose sacre. Mettere quel vaso immondo sull’Altare della Confessione è un gesto liturgico, con una precisa valenza e uno scopo non solo simbolico. La presenza di un idolo della “madre terra” è un’offesa diretta a Dio e alla Vergine Santissima, un segno tangibile che spiega in qualche modo le molteplici esternazioni irriverenti di Bergoglio nei riguardi della Madonna.

Non vi è dunque da stupirsi se chi vuole demolire la Chiesa di Cristo e il Papato Romano lo faccia proprio dal più alto Soglio, secondo la profezia di Nostra Signora alla Salette: «Roma perderà la Fede e diverrà sede dell’Anticristo». Mi pare che oggi non si possa più parlare di semplice “perdita della Fede”, ma si debba prendere atto del passo successivo, che si esplicita in una vera e propria apostasia, così come l’iniziale sovversione del culto cattolico con la riforma liturgica si vada evolvendo in una forma di culto pagano che comporta la sistematica profanazione del Santissimo Sacramento – specialmente con l’imposizione della Comunione nella mano, col pretesto del Covid – ed in un’avversione sempre più evidente nei riguardi dell’antica liturgia.

In sostanza, molte forme di iniziale “prudenza” nel dissimulare i veri intenti dei Novatori stanno venendo meno, rivelando la vera natura dell’opera dei nemici di Dio. Il pretesto della preghiera comune per la pace che ad Assisi legittimò lo sgozzamento di polli e altre abominazioni scandalose, oggi non serve più, e si teorizza che la fratellanza tra gli uomini può prescindere da Dio e dalla missione salvifica della Chiesa.

Qual è la Sua valutazione degli eventi a partire dallo scorso Ottobre 2019, in particolare l’abbandono del titolo di Vicario di Cristo da parte di Bergoglio, il fatto che non abbia più celebrato all’Altare Papale e la sospensione della celebrazione pubblica della Messa a Santa Marta?

Il principio filosofico secondo il quale «Agere sequitur esse» ci insegna che ciascuno si comporta conformemente a come è. Chi rifiuta di farsi chiamare Vicario di Cristo evidentemente ha la percezione che questo titolo non gli si confaccia, o addirittura guarda con disprezzo all’eventualità di essere Vicario di Colui che con le parole e i fatti dimostra di non voler riconoscere e adorare come Dio. O più semplicemente non considera che il proprio ruolo al vertice della Chiesa debba coincidere con il concetto cattolico del Papato, ma con una sua versione aggiornata e “demitizzata”. Allo stesso tempo, non considerandosi Vicario di Cristo, Bergoglio può anche esimersi dal comportarsi come tale, adulterando con disinvoltura il Magistero e dando scandalo all’intero popolo cristiano. Celebrare in pontificalibus all’altare eretto sulla tomba dell’Apostolo Pietro farebbe sparire l’argentino, metterebbe in ombra le sue eccentricità, quell’espressione perpetuamente disgustata che non si perita di dissimulare ogniqualvolta che celebra le funzioni papali: molto meglio primeggiare sul sagrato deserto di San Pietro, in pieno lockdown, riservando a sé l’attenzione dei fedeli altrimenti rivolta a Dio.

Ella riconosce quindi il valore “simbolico” degli atti di papa Francesco?

I simboli hanno un loro valore preciso: fu simbolica la scelta del nome, la decisione di vivere alla Domus Santa Marta, l’abbandono delle insegne e delle vesti proprie del Romano Pontefice, come la mozzetta rossa, il rocchetto e la stola, o lo stemma papale sulla fascia. È simbolica l’enfasi ossessiva su tutto ciò che è profano, ed altrettanto simbolica l’insofferenza verso tutto ciò che simbolicamente richiama contenuti specificamente cattolici. È forse simbolico il gesto con cui, all’epiclesi della Consacrazione della Messa, Bergoglio ogni volta copre completamente il calice, lo tappa con la mano, quasi a voler impedire l’effusione dello Spirito Santo.

Così, come nell’atto di inginocchiarsi dinanzi al Santissimo Sacramento si testimonia la fede nella Presenza Reale e si compie un atto latreutico nei confronti di Dio, nel non inginocchiarsi davanti al Santissimo, Bergoglio proclama pubblicamente di non volersi umiliare dinanzi a Dio, mentre non ha alcun problema a mettersi carponi davanti a degli immigrati o a funzionari di una repubblica africana. E nel prostrarsi davanti alla pachamama alcuni frati, suore, chierici e laici hanno compiuto un atto di vera e propria idolatria, onorando indebitamente un idolo e rendendo culto ad un demone. I simboli, i segni, i gesti rituali sono dunque lo strumento tramite il quale la chiesa bergogliana si manifesta per ciò che è.

Tutti questi “riti” della nuova chiesa, queste “cerimonie” più o meno accennate, questi elementi presi in prestito da liturgie profane non sono casuali. Essi costituiscono uno dei passaggi della Finestra di Overton verso l’accettazione di ciò che in realtà Bergoglio aveva già teorizzato nei suoi interventi e negli atti del suo “magistero”. D’altra parte lo stregone che fa il segno di Shiva sulla fronte di Giovanni Paolo II e il Buddha adorato sul tabernacolo di una chiesa di Assisi si comprendono nella loro perfetta coerenza con gli orrori odierni, esattamente come in ambito sociale prima di considerare accettabile l’aborto al nono mese si è dovuto legittimarlo in casi più limitati, e prima di legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso si è prudentemente preferito lasciar credere che la tutela della sodomia non avrebbe messo in discussione l’istituto del matrimonio naturale.

Vostra Eccellenza ritiene quindi che questi eventi avranno uno sviluppo ulteriore?

Se il Signore, Sommo ed Eterno Sacerdote, non si degnerà di porre fine a questa azione di pervertimento generale della Gerarchia, la Chiesa Cattolica verrà sempre più oscurata dalla setta che le si sovrappone abusivamente. Noi confidiamo nelle promesse di Cristo e nella speciale assistenza dello Spirito Santo, ma non dobbiamo dimenticare che l’apostasia dei vertici della Chiesa fa parte degli eventi escatologici e non potrà essere evitata.

Ritengo che le premesse poste finora – e che rimontano in buona parte al Vaticano II – conducano inesorabilmente in modo sempre più esplicito verso una “professione di apostasia” dei vertici della chiesa bergogliana. Il Nemico esige fedeltà dai suoi servi e se all’inizio pare accontentarsi di un idolo di legno adorato nei Giardini Vaticani o di un’offerta di terra e piante posta sull’Altare di San Pietro, a breve egli pretenderà un culto pubblico e ufficiale, che sostituisca il Sacrificio perpetuo. Si concretizzerebbe cioè quello che profetizzò Daniele a proposito dell’abominazione della desolazione che sta nel luogo santo. Faccio notare l’espressione precisa della Sacra Scrittura: «Cum videritis abominationem desolationis stantem in loco sancto»; è scritto chiaramente che questo abominio starà, si troverà cioè in una posizione di sfrontata e arrogante imposizione di sé nel luogo che le è più alieno ed estraneo. Sarà uno sfregio, uno scandalo, una cosa inaudita dinanzi alla quale mancano le parole di condanna.

Cosa ci aspetta, se le cose continuano in questa direzione?

Ciò a cui stiamo assistendo rappresenta a mio parere la prova generale per l’instaurazione del regno dell’Anticristo, che sarà preceduto dalla predicazione del Falso Profeta, il Precursore di colui che compirà la persecuzione finale contro la Chiesa prima della vittoria definitiva e schiacciante da parte di Nostro Signore.

Il “vuoto simbolico” dell’Altare Papale non è solo un monito per quanti fingono di non vedere gli scandali di questo “papato”. Esso è in qualche maniera un modo con cui Bergoglio vuole abituarci a prendere atto di una mutazione sostanziale del Papato e della Chiesa stessa; a vedere in lui non già l’ultimo di una lunga serie di Romani Pontefici ai quali Cristo ha ordinato di pascere le Sue pecore e i Suoi agnelli, ma il primo capo di una multinazionale filantropicache usurpa il nome «Chiesa Cattolica» solo perché gli consente di godere di un prestigio e di un’autorità difficilmente eguagliabili, anche in tempi di generale crisi religiosa.

Il paradosso è quindi evidente: Bergoglio sa che può distruggere efficacemente la Chiesa e il Papato solo se viene riconosciuto come Papa; ma allo stesso tempo non può esercitare il Papato nel senso stretto del termine, perché così facendo dovrebbe necessariamente parlare, comportarsi e apparire come il Vicario di Cristo e il Successore del Principe degli Apostoli. È lo stesso paradosso che vediamo in ambito civile o politico, dove chi è costituito in autorità per governare la cosa pubblica e promuovere il bonum commune è allo stesso tempo emissario dell’élite e ha il compito di demolire la Nazione e violare i diritti dei cittadini. Dietro a deep state e deep church vi è sempre il medesimo ispiratore: Satana.

Cosa possono fare i laici e il clero per scongiurare questa corsa verso il baratro?

La Chiesa non appartiene al Papa, e men che meno ad una conventicola di eretici e fornicatori che con l’inganno e la frode è riuscita ad arrivare al potere. Dobbiamo quindi unire la nostra fede soprannaturale nell’azione costante di Dio in mezzo al Suo popolo con un’opera di resistenza, così come consigliato dai Padri della Chiesa: il Cattolico ha il dovere di opporsi alle infedeltà dei suoi Pastori, perché l’obbedienza che egli deve loro è finalizzata alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime. Denunciamo quindi tutto ciò che rappresenta un tradimento della missione dei Pastori, implorando il Signore di abbreviare questi tempi di prova. E se un giorno dovessimo sentirci dire da Bergoglio che per rimanere in comunione con lui dobbiamo compiere un atto che offende Dio, avremo un’ulteriore conferma che costui è un impostore, e che come tale non ha alcuna autorità.

Preghiamo, quindi. Preghiamo tanto e con fervore, memori delle parole del Salvatore e della Sua vittoria finale. Saremo giudicati non per gli scandali di Bergoglio e dei suoi complici, ma per la nostra fedeltà all’insegnamento di Cristo: una fedeltà che inizia dalla vita in grazia di Dio, dalla frequenza ai Sacramenti, dai sacrifici e dalle penitenze che offriamo per la salvezza dei Ministri di Dio.

Qual è il Suo auspicio per il prossimo Natale?

Il mio augurio è che questi tempi di prova ci permettano di vedere che dove non regna Cristo Re, si instaura inevitabilmente la tirannide di Satana; dove non regna la Grazia, si diffonde il peccato e il vizio; dove non si ama la Verità si finisce per abbracciare l’errore e l’eresia. Se molte anime tiepide non hanno saputo finora rivolgersi a Dio riconoscendo che solo in Lui possono trovare la piena e perfetta realizzazione della loro esistenza, forse possono ora capire che senza Dio la nostra vita diventa un inferno.

Come i pastori si prostrarono in adorazione ai piedi del Re Bambino, deposto nella mangiatoia ma significativamente rivestito delle fasce che nell’antichità erano prerogativa dei sovrani, così noi dobbiamo raccoglierci in preghiera attorno all’altare – fosse anche in una soffitta o in una cantina per sfuggire alla persecuzione o ai divieti di assembramenti – perché anche nella povertà di una cappella clandestina o di una chiesetta abbandonata il Signore scende sull’altare ad immolarsi misticamente per la nostra salvezza.

E preghiamo di poter vedere il giorno in cui un Papa tornerà a celebrare il Santo Sacrificio all’Altare della Confessione, nel rito che Nostro Signore insegnò agli Apostoli e che essi tramandarono intatto nei secoli. Sarà anche quello un simbolo della restaurazione del Papato e della Chiesa di Cristo.

§§§

Testimonium Veritati | 25 dicembre 2020 alle 17:41
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Media anticristici e totalitarismo cinese

Media anticristici e totalitarismo cinese

Chiunque abbia vissuto all’estero sa che le notizie italiane riportate nei vari paesi sono riprese prevalentemente da la Repubblica e il Corriere della sera. Per quanto riguarda i servizi e reportage televisivi il canale più gettonato, almeno fino a qualche anno fa, era RAI 3. Nel resto del mondo le notizie rilevate dagli USA vengono quasi tutte dal New York Times e dalla CNN, ovvero le principali Pravda del partito mondialista americano che si auto definisce Democratico. 

A queste fonti d’informazioni negli ultimi anni si è aggiunto il drago a quattro teste Google, Facebook, Twitter e Youtube che in questi mesi stanno mostrando tutto il loro disprezzo per il Cristo minacciando e chiudendo siti cattolici accusati ingiustamente di fomentare odio. D’altra parte i blog omosessualisti politicizzati, che veramente istigano all’odio, e di organizzazioni pedofile viaggiano su internet alla grande.

I popoli del mondo non vengono informati, ma indottrinati come nei Gulag e nei Laogai comunisti. Possiamo dire che il Muro di Berlino non è stato abbattuto per chiudere definitivamente col comunismo, ma per estendere la sovietizzazione in tutto il pianeta. I nuovi campi di rieducazione creati da chi gestisce il Nuovo Ordine Mondiale hanno la capacità di instillare un odio planetario per le persone oneste o di convincere milioni di cittadini a votare un mascalzone che rovinerà la loro vita. Gli esempi abbondano.

Gli occidentali rappresentano l’unico popolo del mondo che si odia. Odia le proprie radici, la propria cultura e, i più sinistri, Gesù Cristo. Ma Gesù era un assassino? Complottava con i politici dell’epoca? Buttava le bombe nei centri urbani massacrando centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini? Costringeva – pena la morte – i giovani a morire in guerra, lasciando intere famiglie nella disperazione? Forse permetteva di strappare le creature che portavano nel grembo le donne, per poi tagliargli la testa, vivisezionarli e vendere i resti del corpicino ai migliori offerenti? Permetteva ai pedofili di governare e di entrare nelle scuole come educatori? No, tutto questo è opera di certi nostri governanti. Gesù ama, rispetta, eleva lo spirito, la dignità e non ha mai fatto male a nessuno. E dato che la verità non è stabilita dai fatti ma dai governi e media, milioni di utili idioti continuano a votare i propri aguzzini.

Certi “artisti”, nell’urina non ci mettono una foto o una statuetta del guerrafondaio Obama, o le marionette Macron, Renzi, Conte, Zingaretti o dei burocrati di Bruxelles, ma quella di Gesù  https://www.ilgiornale.it/news/cronache/cristo-nellurina-lopera-scandalo-finanziata-regione-toscana-1193908.html. I sinistri non bruciano immagini di Obama e simili, ma le chiese, i crocifissi e gli oggetti sacri. Le calunnie mediatiche e scolastiche hanno una forza corruttrice tale da portare a schernire l’Uomo più buono della storia. 

E cosa dire di quei giudici e politici che assolvono i promotori del male, mentre perseguono chi si oppone all’aborto e all’omosessualizzazione dei nostri figli? Solo chi procura morte e sollazzo autodistruttivo viene valorizzato. Oggi più che mai, l’informazione rappresenta il veleno delle coscienze, e i giornalisti che seguono il mainstream sono i boia. 

Al Signore della morte e della depressione gli abbiamo permesso il potere assoluto. I suoi maggiori adoratori si trovano tra i tycoon, intellettuali, professori, politici, giornalisti, artistoidi e bergogliani. 

Con la cancellazione della cultura occidentale e dei diritti umani scaturiti dal cristianesimo, stanno realizzando il genocidio culturale più esteso di tutte le epoche. Non è una boutade, è una constatazione, una evidenza macroscopica. 

Uno potrebbe chiedersi, perché hanno messo sotto tiro proprio il cristianesimo? Perché è l’unica, tra le religioni e filosofie, che nobilita l’uomo, la donna e il bambino, Ma questo all’Establishment non va proprio giù. Una società si controlla quando la parola dignità e libertà per tutti gli esseri umani diventeranno, come nell’islam, l’induismo e il comunismo, bestemmie. Nonostante questa realtà incontrovertibile gli utili idioti, invece di mettere nell’urina i politici menzionati, che stanno letteralmente massacrando fisicamente e moralmente miliardi di esseri umani, insultano Colui che gli ha dato diritti, dignità e libertà. 

Vi chiedo perdono se mi ripeto, ma credo che sia necessario ribadirlo, perché hanno fatto diventare il Covid peggio della bomba atomica. Prima di continuare e concludere, voglio ricordare l’articolo sul Covid 19 pubblicato su SC il 18 novembre scorso. Guardate e ascoltate attentamente il video Tg che tratta del virus Hong Kong https://www.marcotosatti.com/2020/11/18/lideologia-di-gates-rockefeller-c-puo-essere-fermata/     

Non si vuole assolutamente negare la pericolosità del Covid, ma nel 1969 il virus Hong Kong portò a letto 13 milioni di italiani con circa 20.000 decessi, mentre ad oggi in tutta Europa ci sono 19.092.538 casi confermati. Quindi, se nel 1969 solo in Italia erano 13 milioni, significa che in tutta Europa il numero degli infetti era molto superiore a quello attuale. Tra l’altro, a detta di non pochi medici europei, sembra che non tutte le morti siano causate dal Covid. Il che confermerebbe che con questi giochetti terroristici vogliono imporci la cinesizzazione.

Concludo. Con le proteste e l’indignazione la Bestia ingrassa e sghignazza. Se le persone di buon senso non passano all’azione avremo l’inferno in terra. I lockdown che distruggono l’economia, portando alla fame milioni di famiglie europee, e le chiese chiuse a Natale con l’approvazione vaticana, non sono campane ma cannoni d’allarme che non lasciano dubbi. Se poi aggiungiamo che potremo viaggiare e mandare a scuola i nostri figli solo se presentiamo un certificato che prova l’avvenuta vaccinazione, significa che la Cina non è vicina, è già di casa.

Agostino Nobile

Fonte: Stilum Curiae

www.marcotosatti.com

 

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D’Ercole, un’altra vittima della misericordia bergogliana.

D’Ercole, un’altra vittima della misericordia bergogliana.

«Una scelta difficile, sofferta ma profondamente libera ispirata al servizio della Chiesa»; e poi il ritiro in un monastero per accompagnare «il cammino della Chiesa in modo più intenso, con la preghiera». Le parole con cui monsignor Giovanni D’Ercole ha annunciato ieri le sue dimissioni da vescovo di Ascoli Piceno rimandano immediatamente a quelle con cui Benedetto XVI quasi otto anni fa annunciò la rinuncia all’esercizio del pontificato. Non per niente, nella lettera ai fedeli della sua diocesi monsignor D’Ercole richiama un passaggio di quel discorso di Benedetto XVI, papa per cui monsignor D’Ercole non nasconde un grande affetto: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

Le dimissioni di D’Ercole hanno suscitato un notevole clamore, perché egli è un volto molto conosciuto al grande pubblico, avendo per 24 anni condotto programmi religiosi in Rai, fino al 5 gennaio 2019. Religioso orionino, dopo l’ordinazione sacerdotale (1974) era stato otto anni in missione in Costa d’Avorio (dove tornerà ora per il periodo da passare in monastero) e poi a fine anni ’80 vice-direttore della Sala Stampa vaticana. In Rai aveva iniziato la collaborazione nel programma “Prossimo tuo”, ma poi è stato l’ideatore e il conduttore dal 2002 del programma “Sulla via di Damasco”, che lo ha reso familiare a milioni di italiani che il sabato mattina lo seguivano su Rai2.

Ma non è solo per la sua notorietà che molti organi di stampa hanno parlato di dimissioni-choc; esse infatti cadono in un periodo di grande confusione e divisione nella Chiesa e appaiono senza un motivo evidente: non ci sono problemi di salute, non si vocifera di scandali. Inoltre mancherebbero appena due anni all’età (75 anni) in cui i vescovi vanno “in pensione”, salvo proroghe concesse dal Papa. Quindi “perché?”, si chiedono in tanti.
La scelta sarà anche stata libera, ma ciò non vuol dire che questa libertà non sia stata esercitata di fronte a circostanze molto pesanti. Quali?

Chi ha potuto sentirlo prima dell’annuncio ufficiale racconta di un D’Ercole molto sofferente nell’anima, una decisione «difficile e sofferta», ha detto lui. Che cosa è accaduto, dunque? Da fonti attendibili, la Bussola Quotidiana ha appreso che in realtà sono state fatte molte pressioni su monsignor D’Ercole perché si dimettesse: la richiesta è partita da Santa Marta e riferita attraverso la Congregazione dei vescovi. E per evitare bracci di ferro che avrebbero creato ancora più tensioni nella Chiesa, monsignor D’Ercole ha “liberamente” scelto di obbedire e farsi da parte. Non per niente nella lettera di commiato dalla diocesi ha ripreso le parole di Benedetto XVI citate all’inizio: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

Del resto proprio l’amore per la Chiesa deve averlo portato in rotta di collisione con Roma. Anche se non è dato sapere con certezza i motivi della richiesta di dimissioni, si può facilmente intuire che D’Ercole abbia pagato a caro prezzo la difesa pubblica della libertà della Chiesa davanti a un potere politico che aveva proibito le messe e a un potere ecclesiale che aveva ben volentieri acconsentito, o addirittura preceduto. Tutti ricordano infatti il video con cui lo scorso aprile monsignor D’Ercole si ribellò al prolungamento del divieto di messe, accusando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte di aver “fregato” i vescovi e di aver instaurato una dittatura.

«La Chiesa non è luogo di contagi», ripeté più volte con una fermezza che non deve essere piaciuta neanche ai vertici della CEI, così proni al governo nell’accettare la catalogazione delle chiese tra i luoghi a maggior rischio. «Bisogna che il diritto al culto ce lo diate, sennò ce lo prendiamo – proseguiva D’Ercole riferendo di una popolazione “stanca” e psicologicamente provata – e se ce lo prendiamo è solo un nostro diritto». E rivendicava inoltre la Chiesa come «uno spazio di libertà e uno spazio di speranza».

Parole forti, parole dure che gli sono da subito costate molti problemi: aveva attaccato il governo proprio mentre il Papa lo difendeva anche rimettendo in riga la presidenza CEI, che aveva mostrato qualche segno di insofferenza. La forza delle espressioni di monsignor D’Ercole e la sua libertà metteva anche in risalto la pusillanimità dei vertici dell’episcopato italiano, che avevano svenduto la libertà della Chiesa sancita anche dal Concordato pur di avere la benevolenza del governo.

Ed è una curiosa coincidenza che l’ufficialità delle dimissioni arrivi proprio mentre si fanno più forti le voci di un nuovo possibile stop alle messe, causa aumento dei contagi. Difficile respingere la sensazione che si usi sempre il vecchio metodo “colpirne uno per educarne cento”: con le dimissioni dell’unico vescovo che abbia alzato la voce a difesa della libertà della Chiesa, Conte e il suo comitato tecnico scientifico avranno ancor più la strada spianata per qualsiasi decisione vogliano prendere.

È un’altra brutta pagina per la Chiesa italiana, parzialmente riscattata dal gesto di un vescovo che per amore della Chiesa, di fronte a questa situazione drammatica, sceglie e indica la preghiera come l’azione più importante ed efficace che un cristiano, tanto più un pastore, possa fare. Perché non si dimentichi che il vero capo della Chiesa è Cristo, ed è a Lui che dobbiamo rivolgerci perché eviti che nel mare in tempesta la barca si rovesci.

RICCARDO CASCIOLI

Fonte: LANUOVABQ.IT

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Covid. Il governo ha perso mesi preziosi e l’Italia oggi è una nave senza timoniere. A sorpresa lo dicono…

Covid. Il governo ha perso mesi preziosi e l’Italia oggi è una nave senza timoniere. A sorpresa lo dicono…

“State attenti: la nave ormai è in mano al cuoco di bordo, e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.

Søren Kierkegaard, nel libro “Stadi sul cammino della vita”, illustra bene la condizione umana nella modernità in cui è censurata la domanda sul “dove andiamo”. Ma questa memorabile pagina oggi torna utilissima per descrivere la situazione politica italiana nella seconda ondata del Covid 19.

Sembra infatti che – nelle liti fra i partiti di governo e il premier o nello scontro fra regioni e governo – a Palazzo Chigi abbiano perso il controllo della nave la quale sta andando verso una cascata dove si sommano l’emergenza sanitaria e quella economica.

La prospettiva del Paese è molto cupa, ma chi parla “al megafono del comandante” non tiene il timone per portare la barca in salvo: riesce solo a balbettare cosa c’è oggi sul menù di bordo, ovvero parla di questioni (in fondo) secondarie (tipo: quanti ospiti voi potete invitare a cena, o la distinzione fra correre in un parco e camminare) e non sa affrontare di petto la situazione.

In effetti sembra che il problema oggi sia rappresentato proprio dalla mancanza di un (vero) timoniere, cioè di un inquilino di Palazzo Chigi che sappia dove andare e sappia guidare la nave. Il “rinvio” è la cifra politica e stilistica di Giuseppe Conte (vengono perennemente rimandati tutti i dossier più scottanti) e oggi non è più tempo di rinvii.

A imputargli questa inadeguatezza, in queste ore, con la seconda ondata del Covid, sono (esplicitamente) i giornali che – all’esordio dell’esecutivo – erano filo governativi e (sommessamente, nei corridoi) i partiti di governo (soprattutto Pd e Iv, perché il M5S sembra impegnato nella lotta interna di tutti contro tutti).

Il ritornello che ieri si leggeva su quei giornali (non di opposizione) era questo: a febbraio tutti siamo stati colti di sorpresa, ma la seconda ondata era preannunciata da mesi e non è stato preparato nulla, sono stati sprecati mesi preziosi inutilmente, perciò oggi siamo nei guai.

Così Walter Veltroni (sic!) sul Corriere della sera: “non siamo più nella condizione di legittima sorpresa che ci ha colpito all’emersione di questa orrenda bestia. Sono passati mesi, bisognava essere pronti”.

Così, su RepubblicaStefano Folli: “Tutto sembra piuttosto casuale, avviene al di fuori di una strategia, di un piano coerente. E c’è una divergenza sostanziale rispetto alla primavera. Allora i cittadini si aggrapparono in massa alla figura del presidente del consiglio (…). Ora invece un segmento crescente di opinione pubblica è impaurita, sì, ma anche sconcertata. La magia sembra svanita e nell’aria aleggia il rimprovero: perché questi mesi in cui il virus aveva concesso una tregua sono stati sprecati? Perché in sostanza la seconda ondata ha preso alla sprovvista il governo?”.

Stefano Feltri su Domani (il quotidiano di Carlo De Benedetti) titolava il suo editoriale: “Ogni contagio è un voto di sfiducia verso il governo”.

Ecco le sue parole: “I dati sui contagi sono un quotidiano voto di sfiducia della realtà nei confronti di questo governo. Oltre 10.000 nuovi positivi in un giorno certificano che i mesi di tregua concessi dalla disciplina degli italiani durante il lockdown e dal caldo estivo sono stati sprecati in un’orgia irresponsabile di autocompiacimento. Ricordate la passerella degli stati generali a Villa Pamphili, a Roma?”.

Certo, c’è ancora qualcuno che cerca di incolpare gli italiani accusandoli di aver passato “un’estate rock temerariamente sbarazzina” (La Stampa), ma è un’accusa assurda, ingiusta e improponibile.

Primo: perché la seconda ondata è arrivata ad autunno inoltrato e non a ferragosto. Secondo: perché sapevamo che sono le condizioni climatiche a portare la seconda ondata e infatti era stata perfettamente prevista in primavera, tanto è vero che la stanno subendo tutti i paesi, sbarazzini o no, ed è storicamente accertato che le epidemie hanno questo andamento: anche la spagnola tornò in autunno e cento anni fa, dopo la Grande guerra, nessuno aveva fatto estati sbarazzine.

Del resto sono gli stessi partiti di governo – a cominciare da Pd e Iv – a fremere, brontolare e chiedere chiarimenti e riunioni del consiglio dei ministri con nuove misure. Ma ormai il loro stesso giudizio sul governo è di inadeguatezza.

Peraltro ieri anche il presidente di Confindustria Carlo Bonomi è tornato a bombardare l’esecutivo: “Il Covid è stato qualcosa su cui nessuno era preparato” a marzo, “ma dall’emergenza bisognava pensare al futuro. Cosa è stato fatto nel frattempo?… Siamo ancora fermi; il modello Veneto ha funzionato: perché non lo abbiamo adottato? Ora ci troviamo qua a dire: la curva è ripartita e non siamo in grado di monitorarla”.

In conclusione, questo esecutivo e questo presidente del consiglio sembrano e sono al capolinea, ma potrebbero continuare ancora per mesi a stare al loro posto – nonostante la gravità della situazione del Paese – perché i partiti di governo temono di destabilizzare i loro equilibri di potere. A pagare il prezzo (salato) di questa politica sono gli italiani.

Così viene in mente la micidiale immagine usata ieri da Walter Veltroni all’inizio del suo editoriale sul Corriere.

Ha ricordato una sequenza di “Todo modo”, il film di Elio Petri ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia: “Un’ambulanza gira per la periferia di una città con degli altoparlanti montati: ‘Attenzione attenzione. A tutti i cittadini… l’epidemia sta continuando a mietere vittime tra la popolazione…’. Poco lontano, nell’albergo Zafer… il potere del tempo mette in mostra il suo lato malato tra intrighi, lotte di potere, separazione dal reale. Fuori c’è l’epidemia, dentro la malattia… Esiste questo rischio oggi?”.

La risposta di Veltroni è “finora non è stato così”, ma ne è convinto? O risponde così per carità di patria (anzi di partito)? In ogni caso se ha esordito con quella citazione il motivo è molto chiaro e drammatico, per chi lo vuol capire.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 18 ottobre 2020

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PG a Viganò: Come si può obbedire, Eccellenza?

PG a Viganò: Come si può obbedire, Eccellenza?

Eccellenza Reverendissima ho chiesto a Marco Tosatti di ospitare questa mia lettera dato che, non potendo firmarla, c’è un solo sito che merita la sua pubblicazione, Stilum Curiae.

Ho letto la Sua intervista su Life Site News a John-Henry Westen sulla pseudo- enciclica (chiamiamola così per non offendere le Encicliche dei grandi Papi), così come ho letto su Stilum Curiae la Sua lettera a Vincente Montesinos di Adoración y Liberación sul tema Obbedienza.

Mi riferisco ad entrambe perché è evidente come il tema – Obbedienza – si ponga verso un documento di magistero del Papa, sia pur di un livello così basso da toccare ormai il fondo del barile.

Dobbiamo obbedire a ciò che chiede Bergoglio in Fratelli Tutti?

Quando nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si concluse la Guerra Fredda, il mondo riconobbe che ciò era avvenuto grazie ad una alleanza di fatto tra il mondo Occidentale libero e democratico, che aveva gli Stati Uniti quale leader, e la Chiesa Cattolica apostolica romana guidata da Papa Giovanni Paolo II.

L’Occidente fondato su valori cristiani si sentì vincitore verso una cultura di potere perversa qual era il comunismo.

Ma questa vittoria che fine ha fatto? Le radici cristiane sono oggi fondamento costituzionale dell’Europa?

I principi etici non negoziabili sono incorporati nelle nostre leggi?

No.

I valori che si sono affermati sempre più, sostituendo progressivamente quelli cristiani, sono stati i valori illuministici (uguaglianza, fratellanza…) ben camuffati naturalmente, essendo valori utopistici ed irrealizzabili senza fede in Dio.

Senza i valori cristiani, il mondo post guerra fredda ha fatto scelte che hanno portato alla crisi economico-sociale in corso ed alla creazione di un nuovo mostro più pericoloso dell’Unione Sovietica, la Cina armata del suo pragmatismo morale.

Eppure proprio in questi ultimi tempi la chiesa di Bergoglio sposa questi valori illuministici e questa alleanza cinese, ponendo fine ai valori morali del cristianesimo e ripudiando l’occidente.

Bergoglio sta realizzando un catto-neoilluminismo, ambientalista e filocinese, destrutturando la Genesi e la dottrina sociale della Chiesa.

Cosa diventeranno i diritti umani, la libertà personale, la bioetica, la dignità dell’uomo il bene comune in un mondo dominato dalla cultura cinese-bergogliana?

Oggi il vero maggior dramma che stiamo vivendo non è economico o politico, è morale.

La mancanza di un’autorità e guida morale; anzi il suo tradimento, è il nostro dramma. Bergoglio ha innalzato lui un MURO, ma verso i cattolici.

La Chiesa non c’è più, c’è la “Rete “, le Ong e i loro barconi, Greta e BillGates. Non si propone più fede, ma si accetta il ricatto ambientalista centrato sull’igiene grazie al Covid, che per Bergoglio è dovuto alla violenza che facciamo alla natura.

Bergoglio confonde bene e male con una forma di dottrina catto-neoilluminista utopistica e pragmatica.

Come si può obbedire Eccellenza?

PezzoGrosso

17 ottobre 2020

Fonte: “Stilum Curiae” di Marco Tosatti

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Terremoto in Vaticano: anche in Svizzera i soldi di Bergoglio c/c aperto nel 2015! Alla faccia della povertà!

Terremoto in Vaticano: anche in Svizzera i soldi di Bergoglio c/c aperto nel 2015! Alla faccia della povertà!

C’è qualcosa che non torna, nell’ultima storia vaticana, e riguarda il pontefice molto da vicino. Qualcosa di grosso: almeno 20 milioni di sterline, che al cambio di ieri fanno 22.023.884.903 euro. Cifra che stona con la retorica pauperista che avvolge il papato di Jorge Mario Bergoglio e legittima alcune domande, anche alla luce degli 1,14 miliardi di euro che ogni anno i contribuenti italiani, tramite l’Otto per mille, devolvono alla Chiesa cattolica. È normale che Bergoglio, nella banca privata svizzera Ubs, abbia un conto riservato che i documenti vaticani definiscono «Fondo discrezionale creato nel 2015 per le spese discrezionali del Santo Padre e dallo stesso autorizzate»? Un conto la cui consistenza è – presumibilmente – assai maggiore di quei 20 milioni di sterline che alcuni collaboratori infedeli hanno prelevato per le loro speculazioni? È normale, è credibile che un dipendente della segreteria di Stato vaticana, tale Fabrizio Tirabassi, assieme a monsignor Alberto Perlasca (già capo dell’ufficio che gestisce l’Obolo di San Pietro, ex collaboratore del cardinale Angelo Becciu, quindi nominato da Bergoglio magistrato del supremo tribunale della Segnatura apostolica) possa prendere simili cifre dal conto personale del Papa con la convinzione di farla franca? È normale che questi e molti altri soldi versati dai fedeli per sostenere la Chiesa e le sue opere di carità finiscano nelle parcelle di ricchissimi avvocati o – peggio – in speculazioni spericolate e fallimentari, realizzate in combutta con finanzieri che figurano nelle liste internazionali dei personaggi «ad alto rischio»? In altre parole: che Papa è Francesco? Dietro al grande moralizzatore dei costumi vaticani capace di mostrare il pugno con aria grintosa, del pastore che vuole una Chiesa povera e pretende comportamenti irreprensibili da chi lo circonda, si vede per la prima volta un uomo molto diverso. E parecchio solo. Un capo che non sa scegliere i collaboratori. Che non vede ciò che gli accade sotto il naso. Incapace di impedire che centinaia di milioni di euro versati dai fedeli finiscano in qualche conto criptato delle isole Cayman anziché in opere di bene. Che non è in grado nemmeno di proteggere il proprio «fondo discrezionale».

12.ottobre 2015

Fonte

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