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Divieto di vaccinazione obbligatoria: lo dice la Corte di Giustizia Europea!

Divieto di vaccinazione obbligatoria: lo dice la Corte di Giustizia Europea!

La Corte di giustizia europea si è finalmente pronunciata il 27.1.2021 sul divieto delle vaccinazioni forzate.

Tutte le vaccinazioni forzate sono illegali di default. Il Consiglio d’Europa (da non confondere con l’UE), che comprende tutti gli stati europei tranne la Bielorussia, il Kosovo e il Vaticano, che è il padrino della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha deciso il 27.01.2021 nella sua risoluzione 2361/2021, tra le altre cose, che nessuno può essere vaccinato sotto pressione contro la sua volontà.

I 47 stati membri sono chiamati ad annunciare prima della vaccinazione che la vaccinazione non è obbligatoria e che le persone non vaccinate non possono essere discriminate.

La discriminazione in caso di rischi per la salute esistenti o se una “persona” non vuole essere vaccinata è anche esplicitamente vietata. I produttori di vaccini sono obbligati a pubblicare tutte le informazioni sulla sicurezza dei vaccini.

Con questa risoluzione, la più grande organizzazione europea per i diritti umani ha ora stabilito norme e obblighi ed elaborato linee guida di diritto internazionale che devono essere applicate da tutti i 47 stati membri, compresa l’UE come organizzazione.

La discriminazione, per esempio sul posto di lavoro o il divieto di viaggiare per i “non vaccinati”, sono quindi legalmente esclusi.

Dal 27 gennaio, non un solo politico ne ha parlato, e per una buona ragione. Vogliono che la gente dimentichi che non è obbligatorio e si faccia vaccinare “volontariamente”.

Agire contro la risoluzione 2361/2021 è chiaramente un crimine contro l’umanità e un procedimento penale internazionale sarà avviato contro ogni singolo politico, funzionario pubblico, medico e qualsiasi altro agente vicario che cerchi di imporre la “vaccinazione obbligatoria” contro la libera volontà di un essere umano (“persona protetta”). Una nota importante è che i crimini contro l’umanità non hanno un termine di prescrizione.

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“Profezia di San Malachia sui Papi”

“Profezia di San Malachia sui Papi”

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“La chiesa di Bergoglio brucia”, scrive Riccardi. Ma il problema è l’assenza della Logica, non il verticismo

“La chiesa di Bergoglio brucia”, scrive Riccardi. Ma il problema è l’assenza della Logica, non il verticismo

Tutte le irrazionalità di una neo-Chiesa irriconoscibile.

 “La Chiesa Brucia” è il titolo del recentissimo libro (Laterza) di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di S. Egidio. Se perfino l’alfiere del cattoprogressismo più avanzato si spinge a lanciare un allarme del genere vuol dire che la situazione ha già oltrepassato i livelli di guardia. Dagli scandali connessi alle devianze sessuali a quelli finanziari, dalle chiese vuote al ground zero delle vocazioni, dalla fuga dei giovani alla perdita di credibilità, la Chiesa cattolica – specialmente in Europa – è in caduta libera.

Riccardi parte dall’immagine di Notre Dame in fiamme, che secondo una narrativa istituzionale francese dovrebbe essere andata a fuoco per una sigaretta che avrebbe incendiato travi di quercia  spesse un metro: un po’ come nei serial d’azione americani anni ’80, tipo A-Team MacGyver.  Casualmente, in Francia sono andate a fuoco in due anni 15 chiese cattoliche per incendi dolosi di matrice islamica, ma se lo dice Macron, sarà stata la “sigaretta”.

Nel suo libro, Riccardi individua nel verticismo di Francesco una causa fondamentale di questo sfacelo, ma ci permettiamo di dissentire. Il pugno di ferro col quale Francesco governa è, invece, uno dei pochi elementi grazie al quale si tiene ancora in piedi la “sua” chiesa. Se non ci fosse nemmeno questo ferreo autoritarismo, tutto sarebbe dissolto ormai da tempo.

Il vero problema della Chiesa bergogliana non è – a nostro avviso – nemmeno il modernismo, i frutti del Concilio, il neoarianesimo, la massoneria ecclesiastica… E’ qualcosa di antecedente, primario, che, del resto, genera e annovera tutte le deviazioni citate: è, potremmo dire, la rinuncia, ormai definitiva, alla Logica. Ed essendo il Cristianesimo la religione del Logos, del Verbo di Dio fatto uomo, forse c’è un problema sistemico.

Ma facciamo qualche esempio partendo dalle irrazionalità più macroscopiche. La politica di Francesco sui migranti, ad esempio, dei quali adesso non si parla quasi più, peraltro, visto che ormai i flussi sono finalmente regolari e assicurati, con un Salvini annullato” grazie al bastone di qualche schicchera giudiziaria e alla carota di una mezza baronia nel governo Draghi.

Mentre Giovanni Paolo II e Benedetto XVI citavano il “diritto a non emigrare”, Bergoglio ha parlato per anni dell’opposto, con un’ossessiva frenesia accoglientista che – ovviamente – ha contribuito a incoraggiare i viaggi della speranza, con tutti gli annessi e connessi. La dottrina dell’ordo amoris di S. Agostino, cancellata. QUI Per far cosa, poi? Riempire l’Italia di musulmani, senza peraltro nessuna volontà dichiarata di convertirli: in che modo questo dovrebbe andare a vantaggio del Cattolicesimo? Vi vedete una logica?

Oppure, che senso ha per Bergoglio dichiararsi “personalmente” a favore delle unioni civili, se il secondo dei “peccati che gridano vendetta al cielo” – stando alla dottrina cattolica – è quello contro-natura?  Come se un peccato potesse essere un beneficio per i laici e un danno solo per i cattolici. QUI   Vi pare coerente?

Che significa poi intronizzare in San Pietro l’idolo pagano Pachamama, vetusto, rischiosissimo arnese da inculturazione, quando già dal ‘500 la Vergine di Guadalupe ha soppiantato i culti non cattolici dell’America LatinaQUI

Ancora: dopo aver minimizzato il culto mariano, Francesco cambia le litanie lauretane e fa diventare la Madonna “solacium migrantium”, sollievo dei migranti, i quali, per la stragrande maggioranza, sono  islamici e certo non recitano le litanie mariane. Come se fossero, tra l’altro, costituzionalmente, una pia categoria come gli infermi, le vergini, i martiri… mentre invece sappiamo che un terzo dei reati commessi in Italia proviene dagli stranieri che sono appena il 12% dei residenti sul territorio nazionale  (dati del Viminale) e di certo non sono i turisti giapponesi QUI

Oppure, Bergoglio scrive 350 pagine di enciclica Amoris Laetitia per chiarire la faccenda della comunione ai divorziati, ma nemmeno i cardinali capiscono cosa voglia dire. Quando quattro di questi gli espongono i loro Dubia, lui non risponde.

Poi, la preghiera comune insieme ai capi delle altre religioni: ma se il Cristianesimo è una fede rivelata, che senso ha pregare con le altre religioni, se un cattolico sa per certo (dalla sua ottica) che quegli altri non adorano il vero Dio?   QUI

Da ultimo, Francesco emana un motu proprio, Traditionis custodes, che abolisce però la più antica e sacra delle tradizioni ecclesiastiche, cioè la messa in latino, come se la tradizione dal Concilio Vaticano II (1962) contasse più di una tradizione vecchia di 2000 anni. QUI  Un provvedimento, peraltro, da lui voluto “per evitare divisioni” e che ora ha portato la chiesa al punto dello scisma semidichiarato.

Ma l’Illogica, si vede anche nei piccoli, ma esiziali cambiamenti liturgici. Hanno inserito la rugiada nella II preghiera eucaristica, “Manda o Signore «la rugiada» del tuo spirito a santificare questi doni”: un retaggio del III secolo, quando ancora non esisteva la teologia dello Spirito Santo. Quindi perché oggi inserire una metafora ormai obsoleta della Terza Persona trinitaria quando questa venne dogmatizzata appena un secolo dopo? Anche perché “manda la rugiada del tuo Spirito” non corrisponde a “manda il tuo Spirito”. La rugiada è un “prodotto” dello Spirito, non lo Spirito in prima persona, se l’italiano non è un’opinione. Viceversa, si fa un favore all’anticristianissima Massoneria che condivide la rugiada come importante elementale esoterico. QUI

Tra l’altro, tanti accusano Bergoglio di essere massone, e poi lui ogni momento parla di Fratellanza universale.  Il criterio? QUI

Ricordiamo anche il cambiamento del Padre Nostro con l’inserimento del politicamente corretto “fratelli e sorelle”, quando poi scrive l’enciclica “Fratelli tutti”. E le sorelle allora? O si mettono sempre, oppure con fratelli si intende il genere umano, no?

Poi ci sono gli episodi estemporanei, le iniziative e le dichiarazioni-choc.

Da un lato se la prende con le famiglie cattoliche numerose: “non figliate come conigli” e poi si lamenta dell’inverno demografico dell’Italia. Delle due, l’una.

Non si inginocchia mai davanti al Santissimo, perché gli fanno male le ossa, però poi si inginocchia di fronte a islamici, capi di stato africani fino a baciar loro i piedi.

Nel capitello romanico di Vezelay indica il becchino che porta via il cadavere di Giuda impiccato, come se fosse il Cristo Buon Pastore, in totale contraddizione con la teologia medievale e con quanto affermato da tutti gli storici dell’arte. QUI

Fa fare l’elemosina ai transessuali – con grande visibilità – senza però spingerli (almeno con altrettanta risonanza) alla conversione e al cambiamento di vita, in modo che, dopo il lockdown questi poveretti possano riprendere tranquillamente la loro attività. QUI

Manda l’elemosiniere a riattaccare la corrente in un palazzo okkupato dalla delinquenza e dal malaffare e questo, ovviamente, a Capodanno si rende protagonista di episodi di reati e degrado assoluto.  QUI

Parla con toni affettuosi del “caro nonnino” papa Ratzinger, e poi  gli fa espiantare la vigna prediletta di Castel Gandolfo non appena questi osa contraddirlo. QUI

Continui appelli contro la guerra, per la pace, e poi inserisce un guerriero cornuto con un teschio sulla fronte nel presepe in Piazza San Pietro. QUI

Che senso hanno tutti quei discorsi sulla misericordia e poi far scomunicare senza processo i sacerdoti che osano mettere in dubbio la sua legittimità come pontefice, invece di accoglierli come pecorelle smarrite? QUI

Oppure, come nel recente Angelus, Bergoglio si scaglia contro una visione della fede utilitarista, volta unicamente a chiedere delle grazie, dopo aver, per decenni, propagandato il culto (del tutto inedito) di Maria che scioglie i nodi e di san Giuseppe dormiente, ai quali si chiedono proprio grazie e benefici tramite ritualità paganeggianti – se non addirittura esoteriche. QUI QUI

La Chiesa brucia, dunque, ma non è per il verticismo di Bergoglio, come dice Riccardi, non è per “la sigaretta”. Divampano le fiamme nella Chiesa perché non c’è più la sua ANIMA IGNIFUGA: manca il LOGOS, quella perfetta coerenza interna che ha tenuto in piedi il sistema per 2000 anni QUI.

O meglio, un’altra logica ci può essere, nascosta e anche molto coerente, ma è opposta a quella che ricerca apertamente il bene della Chiesa e la conversione del mondo al Cattolicesimo. E’ la logica del Nuovo ordine mondiale che, peraltro, Bergoglio ha auspicato ormai apertamente in un’intervista del 15 marzo 2021 e che ha ben  prefigurato Flores d’Arcais in un libello del 2021: QUI : distruzione dell’identità cattolica, annichilimento della sua fede bimillenaria in uno pseudoluteranesimo filomassonico, neoariano, esoterico, ecologista, gay-friendly, neomalthusiano asservito ai poteri forti. Una logica ci può essere, sotterranea, ma ha poco a che fare col Dio cattolico. (Del resto, lo stesso Francesco dice che non esiste un Dio cattolico…).

In sintesi abbiamo, oggi, una chiesa dell’A-logos, dell’irragionevolezza, che trova una sua logica coerente, ma inversiva, solo se gli obiettivi sono opposti a quelli che la Chiesa persegue da 2000 anni.

Come mai questo strano rovesciamento?

Sarà mica che Benedetto XVI non ha mai abdicato ed è ancora lui il papa? Sarà forse che papa Ratzinger si tiene ben stretto il munus petrino, con tanto di assistenza esclusiva dello Spirito Santo e che quindi Francesco è un antipapa? QUI

Vescovi, preti, teologi, giuristi, avvocati, docenti universitari, magistrati, latinisti, giornalisti, intellettuali lo affermano, anche pagando di persona, argomentando sotto tutti i punti di vista (canonico, indiziario, teologico) e il bello è che nessuno dal Vaticano li contesta opponendo una disastrosa strategia del “never complain, never explain” (vulgo “muro di gomma”).

E chi tace, a questo punto, acconsente.

 

LiberoQuotidiano – 07 agosto 2021

Tratto dal Blog di Andrea Cianci

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ORA BERGOGLIO CANCELLA RATZINGER (dopo aver abbattuto i pilastri del Pontificato di Giovanni Paolo II)

ORA BERGOGLIO CANCELLA RATZINGER (dopo aver abbattuto i pilastri del Pontificato di Giovanni Paolo II)

Con il Motu proprio “Traditionis custodes”, papa Bergoglio ha spazzato via la liberalizzazione della messa in rito antico di Benedetto XVI che, nel 2007, aveva voluto rispondere alla richiesta di tanti, anche giovani, attirati dall’antica liturgia la quale era stata proibita dopo il Concilio.

Joseph Ratzinger, che pure era un uomo del Concilio Vaticano II, aveva raccontato: “rimasi sbigottito per il divieto del messale antico, dal momento che una cosa simile non si era mai verificata in tutta la storia della liturgia. Si diede l’impressione che questo fosse del tutto normale”.

Ratzinger sottolineò che “Pio V (dopo il Concilio di Trento) si era limitato a far rielaborare il messale romano allora in uso, come nel corso vivo della storia era sempre avvenuto lungo tutti i secoli… senza mai contrapporre un messale a un altro. Si è sempre trattato di un processo continuativo di crescita e di purificazione, in cui però la continuità non veniva mai distrutta… Ora invece” spiegava Ratzinger “la promulgazione del divieto del messale che si era sviluppato nel corso dei secoli, fin dal tempo dei sacramentali dell’antica Chiesa, ha comportato una rottura nella storia della liturgia, le cui conseguenze potevano solo essere tragiche… si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro”.

Ratzinger sottolineava che ora “per la vita della Chiesa è drammaticamente urgente un rinnovamento della coscienza liturgica, una riconciliazione liturgica, che torni a riconoscere l’unità della storia della liturgia e comprenda il Vaticano II non come rottura, ma come momento evolutivo. Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo dipende in gran parte dal crollo della liturgia, che talvolta viene addirittura concepita ‘etsi Deus non daretur’: come se in essa non importasse più se Dio c’è e se ci parla e ci ascolta”.

Quindi Benedetto XVI, con il “Summorum pontificum” del 2007, riparò un errore che non era affatto dovuto al Concilio Vaticano II, infatti la proibizione della liturgia latina contraddiceva la stessa Costituzione conciliare sulla liturgia e anche la Lettera Apostolica “Sacrificium laudis” di Paolo VI come pure la “Veterum sapientia” di Giovanni XXIII.

La cancellazione dell’antico rito era andato di pari passo con la scristianizzazione galoppante del ‘68 e con un drammatico crollo di civiltà.

Nel 2005, alla vigilia dell’elezione al pontificato di Benedetto, lo scrittore Guido Ceronetti, in una lettera aperta al nuovo papa su “Repubblica”, chiede: “che sia tolto il sinistro bavaglio soffocatore della voce latina della messa” e sia possibile celebrarla come quella in volgare “imposta da una riforma liturgica distruttiva”.
Lo scrittore aggiungeva: “Certamente non ignorerete quanto piacque alle autorità comuniste quella riforma conciliare dei riti occidentali; non erano degli stupidi, avevano nella loro bestiale ignoranza del sacro, percepito che si era aperta una falla”.
In effetti il rito latino era il concreto legame universale che univa i cattolici di tutto il pianeta in un’unica Chiesa guidata da Pietro e in un’unica fede.

D’altra parte, già negli anni Sessanta, in difesa dell’antica liturgia attaccata dai cattoprogressisti, si era pronunciata la migliore cultura laica e cattolica, che metteva in guardia dalla grave perdita di bellezza, di cultura e sacralità.

Nel 1966 e nel 1971 uscirono due appelli pubblici in difesa della Messa tradizionale di s. Pio V firmati da personalità come Jorge Luis Borges, Giorgio De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, i registi Bresson e Dreyer, Augusto Del Noce, Julien Green, Jacques Maritain (il filosofo vicino a Paolo VI a cui il Papa consegnò, alla fine del Concilio, il documento agli intellettuali), Eugenio Montale, Cristina Campo, Francois Mauriac, Salvatore Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Gianfranco Contini, Giacomo Devoto, Giovanni Macchia, Massimo Pallottino, Ettore Paratore, Giorgio Bassani, Mario Luzi, Guido Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e tanti altri come il famoso direttore del “Times”, William Rees-Mogg.

La decisione di Benedetto XVI, nel 2007, di recuperare la tradizione ebbe anche il sostegno di altre personalità come René Girard, Vittorio Strada, Franco Zeffirelli e il citato Guido Ceronetti.

Papa Bergoglio ora sostiene di aver azzerato la libertà di rito introdotta da Benedetto XVI perché essa, invece di creare unità del corpo ecclesiale (come volevano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI), ha prodotto divisione e “un rifiuto crescente non solo della riforma liturgica, ma del Concilio Vaticano II, con l’affermazione infondata e insostenibile che abbia tradito la Tradizione e la ‘vera Chiesa’”.

Qui c’è anche del vero. In effetti c’è chi ha vissuto “la messa in latino” in modo un po’ settario, sentendosi “la vera Chiesa”. Ma papa Bergoglio confonde l’effetto con la causa.

A provocare il rifiuto (sbagliato) del Concilio in realtà non è il rito antico, ma casomai certe innovazioni “rivoluzionarie” del suo pontificato (che non c’entrano nulla col Concilio) o certi abusi nella liturgia in volgare che papa Bergoglio riconosce, ma su cui non interviene con proibizioni.

La decisione di Francesco, che azzera un pilastro del pontificato di Benedetto XVI, è un doloroso errore che toglie libertà e provocherà nuove divisioni. Il papa fa il grosso regalo ai lefebvriani dell’esclusività del rito antico e di alcuni fedeli. E la Chiesa è sempre più smarrita e confusa in questo tramonto di pontificato.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 17 luglio 2021

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Napoleone Bonaparte: Il Proclama agli ebrei.

Napoleone Bonaparte: Il Proclama agli ebrei.

5 maggio: Ei fu! 1821- 2021: a 200 anni dalla morte dell’Imperatore.

Il proclama di Napoleone Bonaparte, predecessore di Theodor Herzl, si legge sul libro di Jaques Attali “Gli ebrei, il mondo, il denaro” un testo di grande interesse storico, pubblicato in italiano dall’editore Argo, reperibile in tutte le librerie.

A pag. 423/424 Attali riporta questo documento che merita la nostra attenzione, in quanto profetico di quel che sarebbe avvenuto nella realtà 150 anni dopo. Napoleone Bonaparte sionista, ancora prima che il sionismo diventasse il movimento di liberazione ebraico che è stato.

Ecco un motivo in più per combattere la Cancel Culture, la memoria del bicentenario di Napoleone. La memoria come rimedio contro chi vuole cancellare la storia.

Nel marzo del 1798, Napoleone Bonaparte, giunto in Alessandria d’Egitto, pubblica un proclama in cui istituisce un consiglio degli Ebrei dell’Egitto, che prevede anche una funzione per il gran sacerdote. Egli spera poi di occupare Acco, raggiungere immediatamente Gerusalemme, dove emanare un secondo proclama, per annunciare la creazione, in Palestina, di uno stato ebraico indipendente.

Tutto prima di occupare Damasco. Gli Inglesi, giunti in aiuto ai Turchi, costringono però Napoleone a ritirarsi; non può quindi entrare a Gerusalemme. Il testo della Proclamazione alla Nazione Ebraica, che doveva , si presume, datare I° floreale anno VII della Repubblica Francese (20-aprile 1799),Quartier Generale Gerusalemme, non è stato quindi più pubblicato.
E’ il primo testo sionista ,ma non solo, è un testo che propone una riflessione sul problema della emancipazione dei popoli. Merita di essere letto proprio in quanto anticipa , in modo radicale, nuovo, ciò che sarebbe dovuto valere per i secoli successivi.

Napoleone Bonaparte, comandante in capo delle armate della Repubblica francese, in Africa e in Asia,

agli Ebrei,

eredi legittimi della Palestina, solo popolo ,che le conquiste e le tirannidi, patite per migliaia di anni, hanno privato della terra dei propri antenati, ma non del loro nome e della loro identità di nazione!….

In piedi,

per la vostra felicità, o esiliati! Questa guerra, senza esempi nella Storia, è stata fatta a sola difesa di una nazione, le cui terre d’origine erano per i suoi nemici preda offerta da smembrare. Ora questa nazione si vendica di duemila anni di vergogna…La Provvidenza mi ha mandato, capo di un’armata giovane, sotto la guida della giustizia e in compagnia della vittoria. Gerusalemme è il mio quartier generale; fra pochi giorni sarò a Damasco, la cui prossimità la città di Davide non dovrà più temere.

Eredi legittimi della Palestina!

La Grande Nazione (la Francia), che non baratta uomini e paesi come coloro che hanno venduto a tutti i vostri antenati (Joel I Cronache 5,4-6), non vi chiama alla conquista del vostro patrimonio. No,vi chiede di divenire padroni di quello che lei ha conquistato. E, sotto la sua protezione e con il suo aiuto,vi chiede di essere i signori di questa terra e proteggerla dai nemici, che non mancheranno.

Alzatevi!

Dimostrate che la forza dei vostri oppressori non ha potuto distruggere il coraggio di chi discende da eroi che avrebbero fatto l’onore di Sparta e Roma.(Macc.12,15)

Mostrate

che duemila anni di schiavitù non hanno soffocato questo coraggio.

Affrettatevi!

è il momento e forse non tornerà se non tra mille anni, di reclamare la restituzione dei vostri diritti civili, di occupare il vostro posto in mezzo agli altri popoli, nel mondo. Avete il diritto ad esistere politicamente perché siete una nazione fra le altre nazioni.

(traduzione di Florence Colombo)

Tratto da “Informazione Corretta” 2 maggio 2021

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La sinistra che fa la guerra alla lingua e quella che vuole proibire ai maschi di urinare in piedi (era meglio il compagno Engels)

La sinistra che fa la guerra alla lingua e quella che vuole proibire ai maschi di urinare in piedi (era meglio il compagno Engels)

Il caso che ha suscitato più ironie, nella rivoluzione del politicamente corretto, è quello del parlamentare Usa Emanuel Cleaver, del partito Democratico, che, recitando la preghiera di inizio dei lavori del Congresso, ha concluso con “Amen and Awomen” (in realtà “amen” non è maschilista: è un’antica parola ebraica-aramaica che non c’entra nulla con l’inglese “men”).
Ormai la rivoluzione “politically correct” galoppa dappertutto, anche in Emilia dove un tempo sognavano altre rivoluzioni: il comune di Castelfranco Emilia ha deciso di usare sui propri canali social lo “schwa”(una “e” rovesciata) per promuovere un linguaggio inclusivo e non discriminatorio (così dicono) verso le donne o verso chi non si riconosce nel cosiddetto “binarismo di genere”.
Dunque scrivono: “A partire da mercoledì 7 aprile moltǝ nostrǝ bambinǝ e ragazzǝ potranno tornare in classe!”, anziché “molti nostri bambini e ragazzi” (maschile che, nell’italiano corrente, include tutti).
Lo schwa è un segno grafico difficile da pronunciare. I napoletani, nel loro dialetto, usano un suono simile, per esempio nell’espressione mamm’t, ma non c’entra nulla con il “politicamente corretto”.
Se però si contesta l’uso del maschile universale, si dovrebbe cominciare a correggere anche quelle parole che finiscono in “a”, ma includono maschi e femmine. Sarebbe da ridere.
Si dovrebbe chiamare “dentisto” chi finora era “dentista”, ma è di sesso maschile. Così pure l’elettricista (che diventa elettricisto) o il pianista maschio (che diventa pianisto), il violinista maschio (violinisto) o il tassista (che diventa tassisto) o il barista, lo stilista e il marmista. Ma anche “socialista, comunista ed ecologista” – per i maschi – diventerebbero socialisto, comunisto ed ecologisto.
A Castelfranco però vanno oltre e, contro il “binarismo” maschio/femmina, aboliscono il genere stesso delle parole. È una conquista di uguaglianza? O è un altro traguardo grottesco del “politically correct”? Siamo sicuri che sia proprio ciò di cui oggi si sente il bisogno?
L’insospettabile Friedrich Engels, braccio destro di Marx, nell’“Anti-Dühring” osserva che “ogni rivendicazione di uguaglianza che va oltre finisce necessariamente nell’assurdo”.
Quello emiliano sembra proprio un egualitarismo che “va oltre”. Rientra nella moda ideologica che è stata definita ironicamente “pertuttismo”. Ma è soprattutto ciò che è maschile a essere preso di mira, condannato come retaggio della “società patriarcale”.
Il filosofo francese Jean-Claude Michéa, nel suo libro “I misteri della sinistra: dall’ideale illuminista al trionfo del capitalismo assoluto”, indicava un caso emblematico di questa crociata ideologica contro il maschile, nell’iniziativa del partito di sinistra svedese (che aveva 22 parlamentari): “il 12 giugno 2012, quel partito ha depositato presso il consiglio regionale della contea di Sörmland un progetto di legge che punta a vietare a tutti gli ‘individui di sesso maschile’ di urinare in piedi. Il fatto – del tutto incomprensibile nel XXI secolo – che ancora non esista in Svezia una legge che stabilisca un modo di urinare che possa finalmente essere lo stesso per tutti costituisce infatti – agli occhi dei militanti di quel partito di estrema sinistra – una discriminazione vergognosa e ideologicamente inaccettabile (del resto, l’unica maniera democratica di urinare non poteva evidentemente essere quella imposta dalla norma maschile)”.
L’uguaglianza politicamente corretta nella minzione è garantita solo dal democratico catetere. Di questo passo lo imporranno a tutti?

Antonio Socci

Da “Libero”, 15 aprile 2021

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Come distinguere tra arroganza e forza. Vedi alla voce Wojtyla

Come distinguere tra arroganza e forza. Vedi alla voce Wojtyla

Noi tutti abbiamo una buona opinione di noi stessi e pensiamo di meritare più di quanto abbiamo ottenuto. Siamo convinti di avere, nel complesso, un buon carattere, di essere sensibili e intelligenti. Ma questo giudizio ce lo teniamo per noi e ce lo confessiamo quando siamo soli, nel silenzio della nostra anima. Invece, quando siamo in rapporto con gli altri, quando dobbiamo confrontarci con loro in una gara, o in un concorso, spesso ci sentiamo inferiori, inadeguati, abbiamo paura di non riuscire, diventiamo timidi. La timidezza è un meccanismo di difesa che ci frena per non andare incontro a una frustrazione o a una delusione.

Ci sono però persone che, in questa stessa situazione, reagiscono nel modo opposto, con la presunzione e l’arroganza. Il presuntuoso si convince di avere capacità che non possiede, si auto elogia. L’arrogante non tiene conto degli altri, delle loro idee, della loro sensibilità, li schiaccia. L’arrogante si rivela già dal modo in cui parla, ad alta voce, zittendo gli altri. O dal modo in cui entra in casa vostra, come se fosse un carro armato. Il risultato è una figura sgradevole, ingombrante, su cui non puoi fare completo affidamento, perché promette più di quanto non sappia fare. Una figura qualche volta un po’ patetica, perché piena di buona volontà e di iniziativa, ma che, anche se ammette gli errori, poi non sa correggerli.

Finché la persona presuntuosa e arrogante non ha potere è irritante più che pericolosa. Le cose cambiano quando ha potere. Perché il presuntuoso crede di saper fare cose che non sa fare, si imbarca in progetti sballati, dà ordini demenziali, sbaglia e non vuol ammettere di aver sbagliato. Poiché è arrogante, non ascolta le critiche, tratta male le persone intelligenti che possono aiutarlo, dà la colpa degli insuccessi agli altri e finisce per creare attorno a sé un’atmosfera tesa e irrespirabile.

La presunzione e l’arroganza diventano tanto più pericolose quanto più cresce il potere e diminuisce il controllo. I politici, in una democrazia, vengono eletti e perciò, quando fanno molto male, possono essere cacciati via. Invece i burocrati, i funzionari, i professori di ruolo, i magistrati non sono eletti e restano in carica a vita. Sia ben chiaro, la burocrazia è indispensabile e la maggior parte dei funzionari sono onesti e imparziali. Molti di loro, per un modesto stipendio, si prodigano o fanno servigi preziosi alla comunità. Perciò ci sono anche eccezioni. Vi sono potenti burocrati che, nei loro uffici, sono presuntuosi, arroganti, tirannici. Trattano i cittadini come vermi. E questi chinano il capo e non dicono niente, perché quelli hanno in mano le scartoffie, i timbri, i commi, con cui possono dare o non dare una licenza, far prosperare o rovinare la loro impresa.

Però bisogna stare molto attenti a non confondere la presunzione e l’arroganza con la sicurezza e l’impeto delle persone che hanno una grande meta. Ricordo che all’inizio del suo pontificato, molti rimproveravano a Papa Wojtyla di andare diritto per la sua strada e di imporre il suo volere in modo autoritario. Poi hanno capito che aveva un grandioso disegno da realizzare e non poteva ascoltare tutti gli incerti e gli insicuri. Questo non è presunzione e arroganza, ma entusiasmo e carisma.

di Francesco Alberoni.

Tratto da “Il Corriere della Sera” Pubblico &\ Privato, 13 luglio ‘98

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Dio ci salvi dalla dittatura etica.

Dio ci salvi dalla dittatura etica.

“Vaccinarsi è un dovere etico” ha tuonato Papa Bergoglio. Il piano pandemico del ministero della sanità, in bozza, decreta: “i principi di etica possono consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti che hanno maggiori probabilità di trarne beneficio”. Traduci: con l’etica scegliamo chi salvare e chi no. L’etica prelude all’eugenetica. Ma il presidente del comitato di bioetica Lorenzo D’Avack condanna questa cernita. All’etica si appella sia chi dice di vaccinare prima i vecchi, sia chi dice di vaccinare prima i giovani. È ancora l’etica il freno d’emergenza che colpisce come una mannaia e una censura il mondo politically uncorrect, da Trump al filosofo Alain Fienkelkraut, fino ai sovranisti di casa nostra. Le leggi speciali, le commissioni di vigilanza, i tutori e i censori social che si abbattono come una scure su chi la pensa in modo difforme, si appellano all’etica. L’etica, l’unico Assoluto in vigore. Rischiamo la dittatura globale dell’etica; i suoi depositari non hanno alcuna legittimazione dall’alto o dal basso, religiosa o popolare, sono solo oligarchi

Tramonta la religione, sparisce la morale, fu sepolta l’ideologia, si modifica la natura e scompare il diritto naturale, si cancellano memorie storiche, tradizioni, principi e valori. Nel mondo globale, dominato dalla tecnologia e dall’economia, di tutta quella moria c’è solo un erede universale: l’etica, appunto. Se perfino un papa non si appella a valori religiosi e morali ma etici, se perfino la sanità non si appella a criteri medici ma etici, se la politica non affronta gli avversari sul terreno del confronto politico ma li squalifica sul terreno etico, e se perfino i colossi privati del web usano l’etica come alibi per censurare e favorire chi vogliono, vuol dire davvero che l’etica è diventata la nuova sovrana e giustiziera del pianeta. L’etica applicata agli algoritmi è devastante e dispotica.

Ma guai a parlare di Stato etico, quello no, è fascismo: ma l’etica che interviene dappertutto, che decide, discrimina, punisce, censura che cos’è se non la sua applicazione urbi et orbi? Il richiamo costante alla bioetica, all’etica degli affari, all’etica delle professioni, ai codici etici, segna il dominio di questo principio indeterminato; chi la decide, chi prescrive e proscrive ciò che va fatto, detto e pensato? Non una tradizione né un’esperienza storica consolidata, non una religione e un Dio né un dovere patriottico; ma a stabilirla e a decidere, è una casta, un’oligarchia che decide ciò che è etico e ciò che non lo è. Sono i tutori dello Spirito del Tempo, i virtuosi custodi dell’eticamente corretto; sono loro a stabilire il perimetro e poi a decidere chi è dentro e chi è fuori. Per questo anni fa parlai di un nuovo razzismo che sorveglia la società e la controlla come una cupola, dividendola in due razze diverse, una dannata e l’altra dominante: è il razzismo etico, più subdolo e invasivo del razzismo etnico. Anche la giustizia è in mano ai pasdaran dell’etica: sentenze, divieti, condanne e assoluzioni sono decise dai talebani dell’etica, processando parole e intenzioni prima che delitti e reati. L’etica fornisce ai suoi utenti pregiudizi indiscutibili.

Eppure l’etica che avevamo conosciuto negli studi classici, l’etica da Aristotele a Spinoza, a Hegel, era una dimensione culturale, civile, educativa fondamentale. Ma assunta a regina solitaria dal mondo, dopo aver fatto fuori religione e morale, tradizione e diritto naturale, storia e idee, somministrata e decisa da un nucleo inespugnabile e autoproclamato di custodi, diventa inquietante. E può generare una spirale di intolleranze destinata a sfociare nella violenza, nella rivolta e nella prova di forza. Se non si può discutere e dissentire, subentra la prova muscolare… Una deriva pericolosa.

Ci può portare ovunque, anche alla liquidazione dell’umanità, perfino all’avvento del transumanesimo, a un sistema di controllo totalitario, di sorveglianza etica invasiva… È curioso che imprese private come i giganti del web escano dalla neutralità di mezzi di comunicazione e nel nome dell’etica decidano selezioni, esclusioni e censure etiche, al di sopra degli stati e delle leggi. Come si è visto con TwitterFacebookGoogleYouTubeParler, ecc. Un inquietante scenario che si aggrava se si aggiungono forme sempre più penetranti di controllo e schedatura degli utenti (ora esplode il caso WhatsApp e l’esodo verso Signal e Telegram).

L’etica è l’alibi di questo controllo globale, e a differenza della politica, è al riparo dal consenso e dal dissenso, impermeabile al voto; è perentoria, assoluta benché arbitraria. Può essere etico il diritto alla vita come il diritto opposto a sottrarsi alla vita, con l’eutanasia, o il suicidio assistito, nel nome della dignità della vita. Può essere etico lasciare che le donne decidano la loro maternità o che si tuteli in primis la vita del nascituro. Può essere etico tutelare prima i più fragili, gli anziani, e può essere etico al contrario dare priorità ai più giovani. L’etica non è una pianta che nasce nella testa di qualcuno, medico, magistrato, ceo, politico o intellettuale, ma rimanda a un terreno precedente, e controverso, fatto di valori, esperienze, religioni, culture, popoli, tradizioni. Temperato dall’esercizio democratico del voto. L’etica non può ergersi a giudice assoluto della vita e della sorte, dei rapporti sociali e delle scelte pubbliche e politiche, ma deve far parte di un politeismo di principi, riferimenti e priorità. L’etica non può esistere senza passione di verità e ricerca della verità. Fermate l’etica che vuol farsi sovrana.

Marcello Veneziani

Tratto da: MV, Panorama n.4 (2021)

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Invece dei dittatori censurano Trump. L’intolleranza che stritola la democrazia. Le “Ombre” e il singolare “Anticristo” di Joseph Roth.

Invece dei dittatori censurano Trump. L’intolleranza che stritola la democrazia. Le “Ombre” e il singolare “Anticristo” di Joseph Roth.

La Guida Suprema dell’Iran, Alì Khamenei, su twitter, tuona tranquillamente: “Israele è un cancro maligno che deve essere rimosso e debellato: è possibile e accadrà”.

E’ un tweet che sta lì da tempo, nessuno ritiene di cancellarlo, tanto meno viene cancellata da Twitter la Guida Suprema che pure in questi mesi ha tuonato contro gli stati musulmani che “scendono a compromessi con il regime sionista usurpatore” (si riferisce agli “Accordi di Abramo” stipulati grazie a Trump fra Israele e alcuni stati arabi).

In compenso Twitter ha “imbavagliato” Trump che continua a ripetere che ci sono state enormi irregolarità nel voto del 3 novembre.

Su Twitter cinguettano tutti, solo Trump è stato cancellato. C’è per esempio Maduro, che domina in Venezuela e può twittare esaltando il suo regime e attaccando gli oppositori.

“Mentre Twitter bannava il presidente degli Stati Uniti”, ha scritto Giulio Meotti, l’ambasciata cinese negli Stati Uniti presentava la tragedia demografica degli Uiguri “come una loro ‘scelta riproduttiva’. Il fantastico mondo della libertà digitale”.

Si assiste a un fenomeno incredibile di doppiopesismo: si censurano le idee non gradite di un leader democratico e si lasciano fare proclami di Capi illiberali come quelli che abbiamo letto.

Ma c’è di più: c’è la pretesa di farlo in nome del Bene. Così – osserva ancora Meotti – hanno creato un meccanismo geniale e infernale: censura in nome della libertà, esclusione in nome dell’inclusione, discriminazione in nome della lotta alla discriminazione, odio in nome della lotta all’odio, intolleranza in nome della tolleranza”.

E’ un fenomeno che, pure in Italia, si era già osservato nella politica e nel dibattito sui media. L’Impero del Bene – come io stesso avevo scritto in un mio libro (se posso citarmi) – è un mondo alla rovescia dove le parole hanno divorziato dalle cose:

“si ‘censura’ in nome della Tolleranza, si odia in nome dell’Amore Universale, si demonizza in nome della Filantropia, si mette al rogo (mediatico) in nome della Fraternità, si diffondono balle mentre si lotta contro le fake news, si imbavaglia in nome della Libertà, si discrimina in nome dell’Uguaglianza, si scomunica in nome dell’Apertura mentale, si mette all’Indice in nome del Dialogo”

C’è un romanzo distopico di Joseph Roth che indica proprio in questo cortocircuito del linguaggio il regno dell’Anticristo (metafora della menzogna universale): “Non riconosciamo più, oramai da molto tempo, l’essenza e l’aspetto delle cose che ci accadono” scrive Roth. E prosegue:

“Similmente a coloro che sono fisicamente ciechi abbiamo soltanto nomi per tutte le cose di questo mondo, che più non vediamo: nomi! […] Il cieco non distingue le une dalle altre. Noi, i ciechi, non le distinguiamo. Alle cose autentiche diamo nomi falsi. […] Poiché siamo divenuti ciechi, utilizziamo erroneamente nomi e denominazioni. Chiamiamo grande il piccolo, il piccolo grande; il nero bianco e il bianco nero; l’ombra luce e la luce ombra. […] Nomi e denominazioni perdono dunque contenuto e significato. È peggio che al tempo della costruzione della torre di Babele. […] Oggi tutti parlano la stessa, falsa lingua, e tutte le cose hanno le stesse ma false denominazioni”.

Roth è famoso per “La cripta dei cappuccini”“Giobbe” e “La leggenda del santo bevitore”. Nato nel 1894 nell’impero austroungarico – nella cui cultura si riconosceva – è morto a Parigi nel 1939 dove era andato per sfuggire alle persecuzioni naziste essendo d’origine ebraica.

Scrisse “L’Anticristo” nel 1934, tuttavia questo romanzo distopico non coglie solo la menzogna dei totalitarismi di quegli anni, ma pure quella possibile nel mondo libero. E’ un singolare affresco visionario.  Il finale sorprende.

Il protagonista, che “lotta contro l’Anticristo”, riceve la visita di un frate che viene da Roma e lavora presso il Papa: “Una volta” gli racconta “vidi al posto del Santo Padre, sulla sedia di Pietro, un altro… Proprio un altro!”.

Allora il protagonista interroga il frate sul Papa e l’Anticristo e il religioso riprende a raccontare: “un giorno vidi che il Santo Padre si era addormentato, solo per poche ore. Ma in quel tempo però un altro si mise sul suo trono sublime. E proprio in quelle ore vennero i delegati di alcuni Paesi pagani”.

Il frate racconta l’arrivo del delegato dell’Urss, poi di quello della Germania e i loro erano progetti di violenza e di dominio per i quali chiedevano l’appoggio della Chiesa.

Poi venne la terza delegazione: “Noi veniamo da Hollywood, alcuni lo pronunciano ‘furore dell’inferno’, Hölle-Wut, ma Tu, Santo Padre, non crederci! Noi non vogliamo più conquistare il mondo, infatti l’abbiamo già conquistato. Noi siamo il Paese delle ombre”.

L’allusione è al cinema e ai media in generale. Questo delegato e i suoi “si impegnano a diffondere l’ombra del Redentore su tutti gli schermi del mondo. A regola d’arte truccheremo i Tuoi veri cardinali e i Tuoi veri sacerdoti, affinché essi diventino delle vere ombre”. In questo modo “diffonderemo la vera fede in tutto il mondo, rappresentata da vere ombre. Perché il mondo di oggi consiste di vere ombre”. Così “il Santo Padre annuì. E stipulò un concordato” con loro.

Non svelerò il finale davvero sorprendente. Ma c’è in esso il presentimento che tutti possiamo essere false immagini nel menzognero regno “delle ombre”. E che tutti finiamo a recitare una parte nel teatro dell’Anticristo, anche chi gli si oppone. Roth lascia così aperta la drammatica domanda: come sottrarsi alla menzogna universale?

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 11 gennaio 2021

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La Festa delle luci, il 25 dicembre e la Luce del mondo

La Festa delle luci, il 25 dicembre e la Luce del mondo

La Sacra Scrittura ci dice che il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce. La festa ebraica delle luci inizia in una data, il 25 kislev – mese che si colloca a cavallo tra novembre e dicembre – che fa drizzare le antenne. Non c’è la certezza della data esatta del Natale, bensì un intorno di giorni, ma la lettura dei due Testamenti e i fatti storici rendono plausibile il 25 dicembre.

La mole di informazioni accumulate (vedi quiquiquiquiqui qui) fornisce l’anno (2 a.C.) e il periodo (fine anno) in cui nacque Gesù: adesso possiamo cercare di comprendere il perché la data che festeggiamo sia proprio il 25 dicembre.  L’argomento da portare a sostegno non può essere meramente matematico o apodittico: è ragionevole concedere agli scettici che non basti aggiungere nove mesi alla data dell’Annunciazione per conoscere automaticamente la data di nascita e che dire nel “sesto mese” di una gravidanza non coincida necessariamente con la fine del mese, ma solo con uno qualunque dei giorni che lo compongono.

Tuttavia gli indizi raccolti si imbattono con una circostanza molto particolare. La Sacra Scrittura è esplicita: il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce; su coloro che abitavano in una terra caliginosa di ombre di morte risplendette una luce (Is 9,1). La festa ebraica delle luci inizia in una data, il 25 kislev, che fa drizzare le antenne. Il mese di kislev nel calendario lunare è il terzo dell’anno civile e il nono dell’anno ecclesiastico. Nel nostro calendario si colloca a cavallo di novembre/dicembre. La festa dura otto giorni. Ogni sera sulla menorah si accende una luce laterale, utilizzando la fiamma della candela centrale per le otto sere fino al 2 o 3 teveth. L’ultima sera c’è il massimo della luce.

Se l’Annunciazione fu, come ho ipotizzato, all’inizio di marzo – com’è possibile in base ai mesi di gravidanza di Elisabetta – 38 settimane dopo siamo proprio a fine novembre. La festa di Hannukah iniziò quell’anno il 20 novembre e terminò tra sabato 27 e domenica 28 novembre. San Giovanni nel suo Vangelo non parla esplicitamente del Natale, ma inizia definendo Gesù la luce del mondo. In 2 Maccabei 10,6 si dice che la festa è in piena allegrezza. Il Natale è festa della gioia e l’annuncio dato ai pastori è “vi annuncio una grande gioia”.

La circostanza della Festa delle Luci si abbina alla presenza dei pastori: molti profeti fecero riferimento a Gesù come Buon Pastore. Al contempo Gesù è l’Agnello di Dio: in effetti condivide con molti agnelli il tempo della nascita e con gli agnelli nati nel suo mese il destino di essere macellati a Pasqua. Gesù verrà crocifisso nel giorno e nell’ora in cui al tempio si sacrificano gli agnelli per la Pasqua ebraica, il 14 nisan.

La festa fa memoria dei misfatti di Antioco Epifane, che profanò il tempio nel 145 dell’era seleucide il 15 di kislev. Il 25 kislev di quell’anno furono offerti sacrifici sull’altare degli olocausti (1 Mac 1,59), insieme ad altre disposizioni ancor più violente e tragiche. La rivolta degli Ebrei fu determinata e in capo a tre anni rimediò alla profanazione: il 25 kislev dell’anno 148 dell’era seleucide (1 Mac 4,52) il tempio venne ridedicato conformemente alla legge. Per i più curiosi, l’anno della dedicazione nel nostro calendario fu il 163 a.C.

La successione dei mesi, dal giorno dell’espiazione (10 tishri) al quinto mese di Elisabetta e alla nascita di Gesù; la Festa delle Luci prima dell’inverno; le condizioni climatiche; il fotoperiodo delle pecore e l’Agnello di Dio; i pastori e il Buon Pastore: se fosse tutta una leggenda si resta stupiti per i tanti riscontri storici.

Quel 25 del mese cattura l’attenzione… Un tempio profanato e la sua nuova dedicazione: non suggerisce il tempio di Dio, l’uomo, il vertice della creazione, profanato dal peccato e qui riportato alla sua luce, vestito proprio da Chi l’ha creato? E poi le allusioni di Gesù al tempio del suo corpo, che se distrutto risorgerà il terzo giorno? Intanto Gesù nasce a Betlemme (“casa del pane”) e Cristo si darà a noi nel suo corpo, sotto la specie del pane, facendosi ostia-agnello sacrificale e perciò versando il sangue-vino…

Nel quarto Vangelo troviamo “era la festa della Dedicazione ed era d’inverno” (Gv 10,22). La festa detta delle luci segue il calendario lunare. L’anno in cui nacque Gesù fu particolarmente “bassa”, anteriore all’inizio dell’inverno più ricco di precipitazioni. Nel caso citato da san Giovanni era più “alta”.

Gesù, Luce del mondo, è nato in quei giorni. Tra l’altro la scelta del 25 dicembre adottata per festeggiare il Natale nel calendario attuale risulta del tutto logica, senza appoggiarsi a tradizioni estranee alla Bibbia. Il 25 è il giorno che ci interessa e il mese di kislev generalmente si sovrappone a dicembre. Il giorno più luminoso è l’ultimo, già nel mese di teveth, ma la festa è identificata dal 25 di kislev, la data iniziale. In effetti il giorno culmine della dedicazione del tempio umano si accese ben altra luce…

Circa il fatto che il Vangelo di san Giovanni parli della Festa delle Capanne (più abituale riferirlo a quella celebrata a settembre/ottobre), prima di scandalizzarsi inutilmente c’è da sapere che anche il secondo libro dei Maccabei parla di “festa delle Capanne del mese di kislev” (2Mac 1,9). Si usava dire anche così.

In definitiva è plausibile il 25 dicembre come data del Santo Natale di Nostro Signore. Non ci sono solo i paganeggianti Sol invictus e mitraismo, per altro di molto posteriori al culto dei primi cristiani nell’imposizione che ne vollero gli imperatori romani anti-cristiani. È vero che non c’è la certezza della data esatta, solo un intorno di giorni, ma c’è la precisa logica di una scelta storicamente prossima ai fatti che ha costituito la primissima tradizione, solidamente attestata dai Vangeli.

Il Natale è diventato una festa “fissa” nel calendario, mentre la Pasqua è rimasta “mobile”. Per Pasqua è stata mantenuta l’oscillazione nel calendario dovuta al giorno della prima luna piena dopo l’equinozio primaverile, ma spostandola alla domenica e non al 14 nisan della Pasqua ebraica. Per Natale è invece stato scelto il riferimento al 25 kislev (data mobile nel calendario ebraico) e alla Festa delle Luci con tutti i suoi rimandi simbolici, ma fissandola alla data del 25 dicembre in un calendario solare. Non è certo che Gesù sia nato proprio un 25 dicembre, anche se capitano degli anni in cui il 25 dicembre e la data che viene otto giorni dopo il 25 kislev coincidano. Nel 2 a.C. non fu così, ma non è questo il punto. Anche a Pasqua si festeggia la Resurrezione di domenica e non è quasi mai il giorno di calendario in cui avvenne a Gerusalemme.

tratto da https://lanuovabq.it/it/la-festa-delle-luci-il-25-dicembre-e-la-luce-del-mondo

di Ruggero Sangalli 24 dicembre 2020

fidei defensor | 25 dicembre 2020 alle 6:29 | Categorie: #festadellaluce#natale#tradizionidinatale | URL: https://wp.me/p8kBc9-8Ar
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