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Nobile: Chiesa e Sinistra, cronaca di un matrimonio contronatura.

Nobile: Chiesa e Sinistra, cronaca di un matrimonio contronatura.

Potremmo scrivere diversi libri, ma penso che sia sufficiente riportare alcuni titoli dei quotidiani per rilevare la devastante ambiguità vaticana.

La Repubblica,19 maggio 2019: Rosario sul palco, il mondo cattolico contro Salvini. Il Vaticano: “Dio è di tutti, pericoloso invocarlo per sé”.
Il Messaggero, 19 febbraio 2020: Trovato l’accordo tra Cina e Vaticano sul vescovo di Hong Kong, scelto un “falco filo cinese”.
Avvenire, 12 marzo 2020: Coronavirus. La Presidenza Cei: chiusura delle chiese possibile, la scelta ai vescovi. È per senso di responsabilità e di appartenenza alla famiglia umana che la Chiesa italiana indica una scelta che ora si può rendere necessaria.
Avvenire, 10 aprile 2020: Coronavirus. È il momento di gettare le basi per un nuovo ordine mondiale. La pandemia ha generato percorsi di solidarietà inediti. Da questa base si può ripartire per unire i Paesi nella lotta ai veri conflitti.
Corriere della Sera, 10 aprile 2020: La Via Crucis di Papa Francesco in una piazza San Pietro deserta.
La Repubblica, 12 aprile 2020: Coronavirus, Francesco rinuncia al rito del “Resurrexit” e al posto dell’omelia un momento di silenzio – La decisione motivata dalla pandemia in corso così da adeguare la festa di Pasqua alle difficoltà del tempo presente.
La NBQ, 16 marzo 2020: Adesso è troppo: la polizia interrompe la Messa. Scene da Cina comunista a Marina di Cerveteri dove il parroco viene colto di sorpresa da due agenti che intimano al sacerdote di interrompere la celebrazione. Il motivo? Sul sagrato si erano radunati – a distanza! – alcuni fedeli in preghiera. (La cosa si è ripetuta in una chiesa di Soncino in provincia di Cremona https://www.youtube.com/watch?v=W0HkDPEcius Roba da far arrossire di vergogna tutto l’episcopato. Al contrario la diocesi di Cremona interviene con una sviolinata che non lascia dubbi: “Riguardo alla vicenda pur consapevole dell’intima sofferenza e del profondo disagio di tanti presbiteri e fedeli per la forzata e prolungata privazione dell’Eucaristia, non può non sottolineare con dispiacere che il comportamento del parroco è in contraddizione con le norme civili e le indicazioni canoniche che ormai da diverse settimane condizionano la vita liturgica e sacramentale della Chiesa in Italia e della Chiesa cremonese.”
Tempi, 24 aprile 2020: La polizia è entrata armata in chiesa per interrompere la Messa. Ora basta -La denuncia a tempi.it di padre Philippe de Maistre, parroco a Parigi: “C’erano tre fedeli in chiesa, nessun assembramento. Senza espressione pubblica non c’è fede cattolica: è ora che i vescovi alzino la voce”.
Youtube, il 25 aprile: La sinistra manifesta per le strade cantando Bella ciao. Governo e Vaticano non battono ciglio.
Il Giornale, 26 aprile 2020: Conte dice no alle Messe. L’ira della Cei: “Violate le libertà di culto”. (VatiGiano bifronte.)
Stilum Curiae, 27 aprile 2020: Mons. Giovanni D’Ercole “La Chiesa non è il luogo del contagio“.
Il giorno seguente, martedì 28 aprile, nell’introduzione della messa a Santa Marta, Bergy di Marcomao, per evitare confusione e preoccupato per il coraggio dimostrato da alcuni religiosi, riconferma la sua linea politica: “In questo tempo nel quale si comincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena preghiamo il Signore perché dia al suo popolo, a tutti noi, la grazia della prudenza e dell’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”.
Da queste vicende possiamo trarre alcune considerazioni. Il Vaticano e la sinistra filo-Xi Jinping confermano che i matrimoni contronatura, oltre che grotteschi, sono controproducenti. Probabilmente gli sposini si sono messi d’accordo per dare l’opportunità alla sposa, dopo infinite umiliazioni, di salvare la faccia attraverso l’ultima uscita di Conte che conferma la chiusura delle chiese. Infatti la Cei, per accattivarsi un po’ di credito dai cattolici nauseati, miagolano “Violate le libertà di culto”. Poveretti, hanno fallito anche qui, perché dopo l’intervento di Bergymao del 28 aprile, che ricorda “l’obbedienza alle disposizioni perché la pandemia non torni”, hanno fatto l’ennesima figura cacina. A mio avviso, comunque, l’articolo che dovrebbe chiarire questa opera buffa e al contempo terribilmente drammatica, è senz’altro il titolo del quotidiano dei vescovi sul Nuovo Ordine Mondiale. Ne siamo convinti perché Bergymao non ha mai ricordato Gesù Cristo come unico Salvatore. Dopo aver relativizzato la cattolicità con Lutero, islam e Pachamama, ha gettato definitivamente alle ortiche il Cristo per adorare il messia totalitario.

Agostino Nobile

Tratto da:
Stilum Curiae, di Marco Tosatti del 30 aprile 2020

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Fratture nel “Partito dell’odio”. Lo schiaffo di Conte. Il momentaneo sussulto di dignità dei vescovi e il tradimento di Bergoglio. L’ennesimo (vedi Post Scriptum).

Fratture nel “Partito dell’odio”. Lo schiaffo di Conte. Il momentaneo sussulto di dignità dei vescovi e il tradimento di Bergoglio. L’ennesimo (vedi Post Scriptum).

Sta naufragando rovinosamente il sogno di Giuseppe Conte e dei suoi strateghi: usare l’emergenza Covid-19 per dare, allo sconosciuto avvocato foggiano, un’aura da statista attorno alla quale costruire un nuovo partito di centrosinistra e (pseudo) cattolico.

Anzitutto perché da domenica sera è cambiata l’atmosfera: dilagano il malcontento e la rabbia. Si assiste a una sollevazione generale per l’incompetenza del governo che non ha visione, non ha un piano e, invece di varare la Fase 2, sprofonda nelle sabbie mobili di norme assurde. I danni economici e sociali sono giganteschi e ogni giorno si aggravano.

Ma, in secondo luogo, perché Conte, con il pesante schiaffo dato ai cattolici (ancora niente messe, ma solo funerali e con meno di 15 persone, possibilmente all’aperto), è riuscito a inimicarsi perfino l’unico vero sponsor di cui aveva l’appoggio: la gerarchia cattolica e vaticana (da non confondere col popolo cattolico che vota come vuole e – com’è noto – all’opposto di Bergoglio e della Cei).

Eppure da sempre la Cei – su ordine del papa argentino, mosso dalla precisa intenzione di attaccare la Lega di Salvini – era stata più che collaborativa: servile.

Tale era la sottomissione al governo che i vescovi – all’inizio dell’emergenza Covid – in Lombardia non hanno esitato a buttar fuori il popolo cristiano dalle chiese, spazzando via messe e sacramenti, mentre ancora erano aperti bar e ristoranti (il successo di Conte per loro “val bene una messa”).

Dio, nel dramma dell’epidemia, veniva dichiarato inutile: “obbedite al governo”, ha ripetuto Bergoglio. Più realisti del re, non si sono limitati a indicare lo stato di necessità, ma hanno perfino teorizzato (assurdamente) che messe e sacramenti non erano necessari perché bastava pregare da soli in casa. Guadagnandosi così lo sdegno dei fedeli i quali hanno tratto la conclusione che allora nemmeno preti e vescovi erano necessari (tanto meno l’otto per mille).

Con questo servilismo governativo i vescovi non si sono nemmeno resi conto della loro plateale contraddizione, perché – mentre sospendevano le messe per evitare assembramenti – tenevano aperte le frequentatissime mense della Caritas al fine di collaborare col governo nel nutrire chi era senza pasto (prima i migranti). I fedeli hanno capito quindi la malafede.

La Cei si è trasformata in una sorta di ufficio statale alla maniera cinese (come piace a Bergoglio) e ha accettato che la Messa venisse parificata alle attività ludico-ricreative non essenziali (perciò sospese) come la sagra della bistecca.

Non solo. Quando Matteo Salvini, nella settimana santa, si è sommessamente associato alla proposta di Davide Rondoni, per far celebrare le messe almeno a Pasqua, sono stati proprio i vescovi e i media clericali a “linciarlo”.

Tuttavia nel giro di pochi giorni il malcontento e le proteste dei fedeli e dei parroci sono assai cresciuti, anche per diversi inauditi episodi di incursione nelle chiese delle forze dell’ordine durante celebrazioni liturgiche.

Inoltre la sospensione delle attività delle parrocchie rappresenta per la Chiesa un grosso danno economico e ai soldi i vescovi sono alquanto devoti. Così la Cei, in vista della fase 2 che doveva essere varata domenica sera, ha chiesto a Conte di tornare a celebrare le messe, ovviamente con le dovute misure sanitarie. Si aspettava la sua gratitudine e il suo “sì”.

Invece è arrivato “un duro schiaffone condito da una sottile presa in giro”, come ha scritto un analista cattolico di idee moderate, Riccardo Cascioli, che ha aggiunto: “La Cei raccoglie quello che ha seminato. Da servi si sono comportati, da servi vengono ora trattati”.

Allora la Cei ha scoperto d’improvviso che il governo sta attaccando “la libertà di culto”. E ieri dappertutto si sono sentiti i vescovi protestare e strepitare. Ma can che abbaia non morde. I vescovi se volessero potrebbero riaprire subito le chiese al culto perché il governo, in realtà, non ha nessun potere di vietarlo, secondo la Costituzione.

Però non ne hanno il coraggio perché sanno che Bergoglio appoggiava il progetto politico di Conte (lo ha perfino ricevuto con tutti gli onori proprio nei giorni della chiusura totale delle chiese al popolo). Ma ora che farà il politico argentino vestito di bianco? La resa del Conte si avvicina.

Antonio Socci

Da “Libero”, 28 aprile 2020

 

POST SCRIPTUM:

Nelle ore in cui è stato scritto questo articolo tutti i vescovi erano sul piede di guerra e sembrava (a molti) che avessero dalla loro parte anche il Vaticano. Infatti la Cei, prima di pubblicare il suo durissimo comunicato contro il governo, aveva avuto il placet della Segreteria di stato vaticana.

Ma siccome io so come ragiona Bergoglio e so che lui fra il Potere e Cristo sceglie sempre il Potere, ho concluso il mio articolo con un punto interrogativo sul suo comportamento.

E infatti, puntualmente, stamani (martedì), nella sua omelia (perché lui strumentalizza le cose sacre per fare le sue personali battaglie politiche e di potere), stamani – dicevo – ha subito sconfessato la Cei e la Segreteria di Stato, esprimendo il suo appoggio alla “prudenza” di Conte che continua a tenere il popolo cristiano fuori dalle chiese e lontano dai sacramenti.

È un tradimento, contro Cristo e contro il popolo cristiano. Ma Bergoglio se ne infischia. A lui interessano solo la politica e il potere, tanto è vero che la “prudenza” che ha raccomandato oggi agli altri (per continuare a sospendere le messe) non la ebbe lui il 23 febbraio scorso quando – eravamo già nella “psicosi” del Covid – tenne il raduno di Bari dove, davanti a 40 mila persone, fece il suo stizzito comizio politico “anti sovranista”, cioè contro l’Italia).

Siccome il suo fido Conte è in grosse difficoltà, perché il suo governo (il più anticattolico della storia recente), sta facendo enormi danni al paese, Bergoglio subito è corso in suo aiuto (sempre e solo in odio a Salvini che è la sua ossessione).

L’umiliazione che ha inferto ai (pavidi) vescovi italiani per lui non è un problema. È il suo metodo di governo: umiliare i sottoposti gli serve a riaffermare il suo dominio assoluto e ad avere piena sottomissione.

Probabilmente con questo gesto spera anche di ottenere le dimissioni di Bassetti, che lui vuole sostituire con Zuppi, cioè uno ancora più sottomesso di Bassetti. L’umiliazione della Chiesa italiana è dovuta al suo oscuro odio per l’Italia e gli italiani.

Tratto da:

Lo Straniero – il blog di Antonio Socci

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Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

All’Ambasciata americana di via Veneto ieri saranno ammutoliti quando hanno letto ciò che che uno dei leader del M5S, Alessandro Di Battista, ha scritto sul “Fatto quotidiano” sull’abbraccio con la Cina.
In pratica Dibba ha messo a tema un capovolgimento di alleanze internazionali dell’Italia, dallo schieramento occidentale al “rapporto privilegiato con Pechino” nella “terza guerra mondiale” che si sta combattendo e che – parole sue – “la Cina vincerà”.
Siccome i nostri governi da sempre sono definiti anzitutto dalla loro collocazione internazionale, un’affermazione del genere (che non è solo una dichiarazione d’intenti o una sparata a salve) dovrebbe destabilizzare questo esecutivo, dal momento che il M5S ne è il socio di maggioranza ed esprime addirittura il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri.
A meno che anche Pd e Leu (magari per un ritorno di fiamma del loro Dna rosso delle origini) non siano sedotti dall’idea di ributtarsi fra le braccia di un regime comunista orientale (ieri Mosca oggi Pechino).
Eppure era partito bene, Di Battista, criticando l’Ue, il Patto di stabilità “che ha dato inizio all’era dell’austerità” (e al disastro sociale), il Mes e gli altri “strumenti” di cui si sta discutendo a Bruxelles.
Per Di Battista sono “tutte proposte che aumenteranno i debiti pubblici degli Stati”. Aumenteranno anche la tassazione fino a soffocare le economie europee. Infatti l’esponente del M5S sostiene che la Germania vuol far “aumentare i debiti pubblici” degli altri Stati “costringendo presto al rientro i Paesi più esposti a cominciare dall’Italia”.
Per tutti questi motivi – dice Di Battista – “il Mes è una trappola da evitare”, ma di fatto il crollo del Pil e l’aumento del debito ci costringeranno a mettere la testa nel cappio della Ue.
E qui viene lo scenario del M5S tratteggiato da Di Battista: “Ci spingeranno a indebitarci per poi passare all’incasso, ma abbiamo delle carte da giocare. In primis il fatto che senza l’Italia la Ue si scioglierebbe come neve al sole. Poi un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia, è anche merito del lavoro di Di Maio. La Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europeo tale relazione”.
Si allude probabilmente all’idea di vendere parte del debito pubblico a Pechino e di fatto si prospetta la trasformazione dell’Italia in una colonia cinese, la base del Dragone in Europa. Con tutto quello che comporta.
E’ abbastanza singolare che il Quirinale – così come i grandi giornaloni dell’establishment – non facciano una piega, visto che si stracciavano e si stracciano sempre le vesti alla più piccola critica alla Ue della Lega, sicuramente filoamericana.
Oltretutto è noto che non si tratta di parole a vanvera di Dibba. Infatti Di Maio, come ministro degli Esteri, si sta davvero spendendo per questo “matrimonio” con Pechino, dall’accordo per la “via della seta” (condannato dagli Usa), al 5G, fino all’emergenza Coronavirus durante la quale la Cina è stata trattata in guanti bianchi pur essendo all’origine della pandemia.
Nel blog di Beppe Grillo il 12 marzo scorso uscì un articolo intitolato “Cina-Italia: un destino condiviso”. Era un’apologia della Cina nella crisi del coronavirus e una critica all’Occidente.
La linea del M5S è chiara da tempo. Basti ricordare i due incontri che Beppe Grillo ebbe il 22 e il 23 novembre con l’ambasciatore cinese a Roma (intervallati da un confronto proprio con Di Maio).
D’altra parte il Vaticano di Bergoglio è l’altro alleato forte del regime cinese e – guarda caso – proprio il papa argentino è il principale sostenitore del premier Conte, espressione del M5S.
E’ un asse che va da Grillo a Bergoglio, passando per Conte e Di Maio. Che il regime cinese sia il nemico n. 1 dell’Occidente a costoro non interessa.

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 aprile 2020

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TRUMP/CINA/OMS

TRUMP/CINA/OMS

REPETITA IUVANT

E arriva il colpo di maglio di Trump sull’OMS. Colpo di maglio annunciato ed eseguito. I fondi americani, i più cospicui erogati all’organizzazione, come sono i più cospicui quelli erogati all’ONU, i più cospicui quelli erogati alla NATO, erano i più cospicui quelli erogati al baraccone della moltiplicazione palestinese, UNRWA, sono finalmente stati sospesi. Si tratta di 400 milioni di dollari in meno.

Motivo? Very simple. L’ossequiosità filocinese dell’organizzazione la quale attaccò il presidente americano quando mise il veto sugli ingressi dei viaggiatori dalla Cina.

La stessa organizzazione che ha atteso un mese intero prima di dichiarare la pandemia e il cui segretario l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus, ex militante dell’organizzazione marxista-leninista, “Fronte di Liberazione del Popolo delle Tigri”, si recò a Pechino a baciare la pantofola di Xi Jinping tacendo su i silenzi e le censure del governo cinese che cercò di nascondere al mondo l’epidemia.

Se oggi ci troviamo in questa situazione disastrosa lo dobbiamo, non va mai dimenticato, in primis al governo cinese e al suo illuminato leader e subito di seguito all’OMS.

Al di là delle carenze organizzative, delle specifiche responsabilità di questo o quell’altro paese nell’avere gestito l’epidemia, a monte del disastro c’è la Cina, dove il virus è originato, e non sappiamo ancora come, e la colpevole carenza informativa dell’OMS.

Repetita iuvant. Non a stare meglio, ma a ribadire alcune verità fondamentali.

Niram Ferretti

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L’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma a casa vostra

L’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma a casa vostra

Comunità Ebraica di Roma. Assessorato alla Cultura e all’ASCER

In questo momento di difficoltà profonda e di lontananza, l’Assessorato alla Cultura con l’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma ha deciso di promuovere, attraverso il Dipartimento Beni e Attività Culturali, una serie di iniziative.

Questo progetto specifico, dal titolo “l’Archivio Storico a casa vostra”, propone agli interessati alla storia della Comunità Ebraica di Roma un ciclo di lezioni, o meglio una serie di clip di pochi minuti ciascuna, che consentiranno di ricostruire in modo agile la storia della nostra collettività dalle origini del suo insediamento a Roma fino ai giorni nostri.

sito web: http://www.romaebraica.it/archivio-storico-ascer/

Oltre agli interventi dello staff del Dipartimento Beni e Attività della CER, sono previsti contributi da parte di studiosi ed esperti del settore che potranno approfondire alcuni nuclei tematici relativi alla storia della nostra comunità.

#LaCulturaNonSiFerma
#IoRestoACasa

Dott.ssa Silvia Haia Antonucci, Responsabile dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER) “Giancarlo Spizzichino”
Largo Stefano Gaj Tachè (Sinagoga), 00186 Roma, Tel. 0668400663, Fax 0668400664

sito webhttp://www.romaebraica.it/archivio-storico-ascer/
Orario (su appuntamento): lun-gio 9,00-13,30 e 14,00-17,30; dom 8,30-12,30; ven e sab chiuso

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Talmud: “Se in città c’è una pestilenza ritira i tuoi passi”, cioè: chiuditi in casa.

Talmud: “Se in città c’è una pestilenza ritira i tuoi passi”, cioè: chiuditi in casa.

Che cosa ci racconta la Torà sul modo in cui il popolo ebraico affrontava le malattie epidemiche? E qual è la linea guida dell’ebraismo per la protezione della salute individuale e collettiva?

Gam zeh ya’avor, “anche questo passerà”

Oltre alla prescrizione di ordine generale: wenishmartem meod le-nafshoteykem (Devarim 4,4) per cui dobbiamo salvaguardare le nostre persone, i Maestri del Talmud affermano: chamira sakkanta me-issura (Chullin 10), “il rischio per la salute richiede maggior attenzione e rigore comportamentale rispetto agli stessi normali divieti della Torah”. Ma credo che il passo talmudico più significativo per la nostra presente situazione sia il seguente: dever ba-‘ir – kannès raglekha (Bavà Qammà 60): “se in città c’è una pestilenza ritira i tuoi passi”, cioè: chiuditi in casa. Il Talmud porta ben tre versetti a supporto di questa raccomandazione. Il primo è tratto dal racconto dell’ultima piaga d’Egitto, la morte dei primogeniti, scoppiata a mezzanotte. Agli Ebrei fu richiesto di non uscir di casa fino al mattino (Shemot 12,27), perché una volta che il morbo colpisce potrebbe non fare più distinzioni. E qualora pensassimo che la restrizione è in vigore solo di notte arriva un altro versetto: “Va’ popolo mio, entra nelle tue stanze, chiuditi la porta dietro finché non sarà passata l’ira Divina” (Yesha’yahu 26,20). E qualora pensassimo ancora che potrebbe farci bene uscire insieme agli altri per vincere il timore all’interno, ricordiamoci che “fuori uccide la spada (della malattia) mentre nelle stanze si ha paura” (Devarim 32,25). Le recenti disposizioni governative sono dunque perfettamente in linea con la nostra Tradizione e vanno rispettate. Chi esce di casa senza motivo non si limita a infrangere una legge dello Stato. Infrange la Halakhah.

Voglio fare un’ulteriore puntualizzazione. Vedere le nostre Sinagoghe chiuse addolora profondamente. Ma se queste sono le disposizioni vigenti non dobbiamo per forza ostinarci a fare come se nulla fosse. Confidare in H. non significa trascurare ciò che umanamente siamo tenuti a fare per preservare la salute nostra e degli altri. La Tefillah pubblica e la lettura della Torah, per quanto le abbiamo a cuore, sono solo prescrizioni rabbiniche. Tutti ricordiamo Monsignor Mazenta dei Promessi Sposi che durante la peste manzoniana moltiplicava le processioni e così diffondeva la malattia. Si racconta che R. Israel Salanter, fondatore del movimento Mussar, durante l’epidemia di colera che infestò la Lituania nel 1848, la mattina di Kippur nella Grande Sinagoga di Vilna recitò il Qiddush come se fosse stato un Sabato normale e si mise a mangiare davanti a tutti, nello sconcerto generale.

Che cosa possiamo imparare come ebrei da una situazione di emergenza sanitaria come quella che stiamo attraversando?

Dobbiamo mettere a frutto questo periodo di clausura. Anzitutto approfittarne per studiare. In secondo luogo dobbiamo imparare a sviluppare la dimensione domestica dell’Ebraismo, che per molti si è persa nel tempo, dal momento che quella comunitaria, cui siamo ormai abituati ad affidarci, non è al momento disponibile. Ma soprattutto dobbiamo imparare a gestire prudenza e pazienza. Pazienza verso l’esterno per via della reclusione forzata. Ma anche e soprattutto pazienza verso l’interno, verso gli altri membri della famiglia con cui ora siamo costretti a condividere spazi e tempi assai aldilà delle nostre normali abitudini. Il Ben Ish Chay di Baghdad raccomanda che in particolare la vigilia di Rosh ha-Shanah i coniugi non litighino sui preparativi della festa, perché è questa l’ennesima prova cui li sottopone l’istinto del Male e occorre resistergli. Perché proprio a Rosh ha-Shanah? Perché è Yom ha-Din, il giorno del giudizio. Anche noi oggi stiamo vivendo un periodo di Din, in cui siamo sottoposti al Giudizio Divino. Lo stesso Ben Ish Chay racconta che portava al dito un anello su cui era incisa la scritta: Gam zeh ya’avor, “anche questo passerà”. Nei periodi lieti lo guardava ed evitava l’orgoglio pensando che le gioie terrene hanno comunque un limite. Ma anche nei periodi tristi lo osservava e diceva: “anche questo passerà” e lascerà spazio a qualcosa di differente. Le-fum tza’arà agrà, “in misura della sofferenza sarà la ricompensa”. Confidiamo che il buon D. abbia in serbo per il nostro futuro un bene che ora non siamo minimamente in grado di immaginare. Che possiamo udire solo buone notizie!

di Rav Alberto Somekh

Tratto da: Mosaico – cem.it

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Il Cantico dei Cantici non è il Decamerone. Benigni e la subdola falsificazione del testo sacro.

Il Cantico dei Cantici non è il Decamerone. Benigni e la subdola falsificazione del testo sacro.

Quanto andato in onda a Sanremo è l’ennesimo luccicante manifesto di un’umanità capace di guardare solo alle proprie parti basse, svuotata di tutto, che ha volutamente distolto lo sguardo dalle stelle e si sente infastidita dal vedersi ricordare che c’è anche altro nella vita. Un abbrutimento costruito sul vecchio trucco di chiamare il sesso: amore e che di conseguenza ha bisogno di sublimare il sesso  per dare un minimo di parvenza di ragion di vita a chi è caduto nella sua trappola.

Fin qui niente di nuovo, un copione già visto, la novità è invece l’uso di tutta una serie di menzogne costruite ad arte sul libro sacro del Cantico dei Cantici.

Cominciamo dalla più innocua: è la canzone più antica. Falso, la canzone più antica è l’inno a Nikal ritrovato a Ugarit nell’odierna Siria e risalente al 1400 a.C. e, a parte i canti dell’antico Egitto, vi si potrebbero aggiungere anche le famosissime Iliade ed Odissea scritte in metrica perché venivano cantate, non semplicemente lette come facciamo noi oggi.

Dopo questa iniziale svista di Benigni, arrivano però tutta una serie di ripetuti bassi attacchi alle religioni Ebraica e Cristiana in perfetta sintonia con la deriva ateista e globalista che si vorrebbe proporre come preziosa conquista a cui deve tendere l’umanità, ma che in realtà sta solo producendo un grandissimo vuoto, il niente.

– Il Cantico dei Cantici parla di amore fisico, vale a dire sesso, le implicazioni religiose e mistiche sono tutte sovrastrutture ideate dai rabbini e teologi per tenere nascosto il messaggio d’amore. Questa è la più bella, perché porta lo stesso Benigni a contraddirsi dato che il Cantico dei Cantici privato della sua valenza religiosa perde di bellezza e diventa uno dei tanti canti d’amore. Infatti poco dopo per riguadagnare l’elemento sopranaturale e di mistero che contraddistingue il Cantico, Benigni parla d’infinito, identificandolo nell’orgasmo e qui scappa da ridere … Certo in mancanza di Dio ci si accontenta veramente di poco. Una sublimazione veramente mal riuscita.

Restando alle affermazioni che fanno ridere, c’è quella che l’erotismo fa paura, un vecchio ritornello sessantottino, stupisce che trovi ancora adesioni, ideato per le masse ormai semischiavizzate e private di effettivo potere decisionale alle quali viene gettata in elemosina la libertà sessuale, quando in realtà è semplicemente uno strumento di distrazione di massa.

In passato come oggi, per chi detiene il potere, e quindi ha anche eserciti e armi nucleari, quale minaccia può mai costituire la gente che si dà alla pazza gioia a letto?  La risposta è semplice: nessuna.

– Per l’Ebraismo e la Chiesa l’amore è il peggiore dei peccati, anche questo viene ripetuto più volte. Ecco, qui c’è solo da sperare che sia una distorsione della realtà di Benigni, altrimenti significherebbe che i biblisti, che l’hanno consigliato, non sanno dell’esistenza dei Dieci Comandamenti, i quali stabiliscono chiaramente che il peccato più grave è la violazione del primo comandamento: Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altri Dei di fronte a me, non il sesso che si trova in fondo alla lista.

– In un testo maschilista come la Bibbia il Cantico dei Cantici è l’opera di una donna che parla d’amore. Qui ci si chiede se gli esperti che cita abbiano mai aperto la Bibbia in cui troviamo: il Libro di Ester, il Libro di Ruth, il Canto di Debora, il Cantico di Miriam e vorrei aggiungere personaggi femminili di straordinaria grandezza come Sara, Giuditta etc.

– Benigni afferma più volte che Ebraismo e Cristianesimo hanno cercato di censurare il Cantico dei Cantici. Curiosa censura, se si tiene conto che il Cantico dei Cantici fa parte della liturgia del matrimonio cattolico come prima lettura, mentre in Sinagoga viene letto nel giorno di Pasqua.

Ma più di ogni altra lasciano di stucco le accuse alla Bibbia, presentata come un qualcosa che si dà per scontato che sia negativa, Benigni sembra quasi scusarsi di averla menzionata… finge di avere paura di avere offeso il pubblico citandola, la definisce: un libro pieno di violenza e guerre. Dimenticando, o peggio ignorando volutamente, che la Bibbia narra la storia di un popolo e del suo Dio, o meglio la storia d’amore tra Dio e il suo popolo, e questa è anche la bellezza del Cantico dei Cantici.

Gli Ebrei erano, e sono, un popolo perseguitato per questo nella Bibbia ci sono violenza e guerre, forse è il caso di ricordare che le persecuzioni ebraiche trovano il loro apice nei campi di sterminio nazisti.

Com’è possibile allora che da una televisione pubblica parta un attacco così deciso contro i rabbini falsamente e ripetutamente accusati di non avere voluto la bellezza del Cantico dei Cantici all’interno della Bibbia? O peggio ancora di avere voluto nascondere il messaggio d’amore che conteneva, quando questo non è assolutamente vero? Quando ho sentito parlare in quel modo dei rabbini, sapendo le accuse false, devo ammettere che mi si è gelato il sangue nelle vene.

Ciò che non si capisce assolutamente è il perché di questi subdoli attacchi, che bisogno c’era di usare il palcoscenico di Sanremo per attaccare con accuse false Ebraismo e Cristianesimo? Che per inciso al momento sono le due religioni più perseguitate, vittime delle peggiori atrocità immaginabili.

L’accusa terribile è quella di essere contro l’amore e la bellezza, ma guardatevi attorno, non solo il Cantico dei Cantici ma tutto ciò che vedete e sentite è frutto della civiltà judaico-cristiana e dell’amore degli uomini per Dio e viceversa, come è possibile che venga tollerato un attacco così carico di falsità e stizza?

Per coloro che da cristiani plaudono a Benigni solo perché ha parlato di religione, senza essere capaci di distinguere se questo sia avvenuto in senso positivo o negativo, vorrei ricordare che ciò che può andare bene come marketing per un rapper non dovutamente è adatto ad un testo sacro, non ci si può vendere Dio pur di essere ammessi nel luccicante mondo di Sanremo.

di Nicoletta Latteri

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Dimissioni Papa Ratzinger

Dimissioni Papa Ratzinger

Come oggi, sette anni fa Benedetto XVI lasciava il pontificato ed entrava nella penombra del papato emerito. Ero presente in San Pietro quella mattina. C’era il sole, la piazza era gremita e il Papa citava più volte il cuore per suscitarlo; ma invano. Mi era accaduto altre volte di tagliare con gli occhi un’atmosfera tesa, partecipe e dolente come fu alla morte di Giovanni Paolo II o in altre occasioni liturgiche e visite pastorali. Altre volte ho sentito sfiorare l’aura che per i credenti è il soffio dello Spirito Santo. Quella volta il clima radioso sembrava rubare l’attenzione al rito e l’autunno di un pontificato veniva sopraffatto da un sorprendente annuncio di primavera. Girando tra la gente non vedevo commossa partecipazione, piuttosto turismo e qualche amarezza, forse un filo di delusione e un’onda di umana simpatia, più tanta curiosità. Al di là dell’immagine che ne dava la tv, la gente era spaesata di fronte a un evento inedito. Stava lì a salutare il congedo del Pensionato Eccellente. Una cerimonia mesta e festosa. Il Papa si dilungò nei ringraziamenti come un vecchio preside che va in pensione e ringrazia gli studenti, i bidelli e il corpo docente e poi si sofferma a ricordare che i presidi passano ma la scuola resta, è viva. Ratzinger ripeté tante volte che la Chiesa è viva, anzi “è un corpo vivo” e quell’insistenza tradiva il timore inverso: che quel corpo avesse subito ferite difficilmente sanabili. Ora che sono passati sette anni possiamo ben dirlo.

Il menage tra i due papi è entrato nella crisi del settimo anno e i segni si vedono tutti. Quello speciale “concubinato” è andato via via logorandosi fino al gesto autoritario di Bergoglio di congedare Padre George Ganswein che ha segnato un punto di non ritorno nella relazione tra il papa emerito e il papa in carica. Sette anni fa si pensava che un papa malandato che si dimetteva per ragioni di salute non avrebbe fatto ombra a lungo al papa in carica; e la sua discrezione, la sua schiva timidezza e la sua deliberata scelta di farsi da parte, lasciavano pensare che i papi non si sarebbero mai sovrapposti. Ma le posizioni assunte da Bergoglio, l’enfasi mediatica che le ha moltiplicate, le tifoserie opposte e la nostalgia di un pontificato nel segno della tradizione e della civiltà cristiana, oltre che il piglio dispotico assunto dal pontefice in carica nei confronti di chi dissente dalla sua linea, hanno reso quella coabitazione davvero problematica e sempre a un passo dallo scisma. Ratzinger non ha intenzione di capeggiare alcuna fronda e nemmeno di fomentarla; non ha l’età, il temperamento, la volontà di farlo. Ma resta simbolicamente imbarazzante il bipapismo divergente che rispecchia, al di là delle intenzioni, la divaricazione radicale nella Chiesa e nella Cristianità.

Quando fu eletto quindici anni fa Ratzinger apparve il papa della continuità, non solo rispetto a Woytila ma alla tradizione cattolica. La sua elezione rispecchiava la centralità geopolitica tedesca nell’Europa unita. Sul piano pastorale, l’avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada e una sfida: affrontare il nichilismo, il relativismo e l’ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l’Europa cristiana. Ma la sordità dell’Europa, i pregiudizi verso la Chiesa e il Papa della Tradizione, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici e la pedofilia, le maldicenze contro di lui, l’inimicizia dei poteri che contano, portarono Ratzinger alla ritirata. La Chiesa allora preferì puntare sul cuore anziché sulla testa e ripartire dalle periferie del mondo, a sud, anziché dall’epicentro della crisi, a nord. Con Francesco, il papulista, nacque la parrocchia globale, ecosolidale, l’interclub delle religioni, con una spiccata predilezione verso gli islamici, soprattutto migranti. Restò il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s’incrociano ingenerando smarrimento ottico e pastorale.

Le sue dimissioni pronunciate in latino in quel febbraio di sette anni fa, sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie e indelebili. Si avvertiva nella voce di Ratzinger l’affanno dei secoli e nei suoi occhi che evitavano di incrociare lo sguardo del mondo sembrava celarsi un segreto. Forse la percezione della catastrofe spirituale del nostro tempo, la sordità alla missione religiosa e alle aspettative della fede. Nel suo invecchiare si rifletteva la tremenda vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese svuotate, vocazioni calanti, sacerdoti vacillanti nella fede. Il cinismo che cresce. Ma con Bergoglio le cose anziché migliorare precipitarono.

Ratzinger fu lacerato dal conflitto tra fede e inquietudine, poco compreso dal mondo. Per la sua lievità era più amabile del suo predecessore e del suo successore, ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della nostra società senza padre.

Non si dimenticano i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale, le sue delicate maniere, le sue pantofole rosse. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi serafici, anche quando fu scaraventato per terra (quanta differenza…); occhieggiava all’umorismo degli angeli o si atteggiava a un’affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa nel ruolo del Papa Re nel Marchese del Grillo. Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: siate indulgenti, sono un pensatore che regge il Pontificato. Aveva “quel non so che di angelico”, come diceva Petrarca di Celestino V, il papa che abdicò, “inesperto di cose umane”. Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. Quella luce che ora non vediamo.

MV, La Verità 28 febbraio 2020

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Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Sebbene ignorati, disprezzati, perseguitati e traditi (anzitutto dall’attuale Vaticano) i cristiani continuano ad essere luce laddove più buie sono le tenebre. Come nella Cina di questi giorni, in cui al totalitarismo comunista si è aggiunta la micidiale epidemia di coronavirus.

È il caso del medico cinese Li Wen Liang che per primo lanciò l’allarme per il coronavirus e fu silenziato dalla polizia del regime. Dopo le accuse della polizia, una volta che l’epidemia è diventata evidente a tutti, è stato scagionato, ma è morto lui stesso, il 6 febbraio, per aver subito il contagio curando i malati.

La sua tragica vicenda ha provocato un’onda di commozione popolare che ha toccato milioni di persone. E, nonostante la censura, milioni di cinesi in questi giorni hanno manifestato anche la loro indignazione per la sua sorte. Questo medico cristiano è diventato un eroe nazionale.

Li, 34 anni, lavorava come oculista in un ospedale di Wuhan, la città dove è divampata l’epidemia del coronavirus. Per primo, a dicembre scorso, si rese conto di qualcosa di anomalo curando dei malati gravi di polmonite (dalle cause ignote) che avevano la congiuntivite. Considerando i sintomi e la precedente epidemia di Sars ritenne che potesse trattarsi di un nuovo coronavirus e avanzò questa ipotesi in un gruppo chat, ovviamente controllato dalla polizia.

Le autorità invece di allertarsi per verificare quell’allarme (erano ancora in tempo a fermare il contagio), accusarono il medico di diffondere notizie false che turbavano l’ordine pubblico.

Ci vollero alcune settimane perché il regime riconoscesse l’esistenza dell’epidemia, scagionando Li dalle accuse.

Il medico tornò a lavoro al suo ospedale e riprese a curare i malati mentre divampava il contagio cosicché lui stesso ne fu colpito ed è morto il 6 febbraio scorso. Perfino la notizia della sua morte è stata inizialmente censurata (con un tira e molla di conferme e smentite).

Sui social, prima di venire cancellati dalla polizia, l’hashtag “E’ morto il dott. Li Wenliang” ha avuto 670 milioni di visualizzazioni e “Li Wenliang è morto” altri 230 milioni. In tutto 900 milioni.

Sebbene censurati sugli stessi social network sono comparsi migliaia di post che commentavano la vicenda di Li sotto un hashtag che (più o meno) significa “Vogliamo libertà di parola” ed erano critiche al regime per la sua gestione della grave crisi. Così sono scattate altre censure, ma l’indignazione tracima egualmente per altre vie.

La storia di Li ha impressionato e sdegnato talmente tanto l’opinione pubblica che il governo di Pechino, cercando di placare la rabbia, ha annunciato un’indagine sul suo caso per verificare l’arbitrarietà delle accuse della polizia contro di lui.

Alcuni accademici – scrive l’agenzia missionaria Asianews – hanno lanciato un appello: “Non lasciamo che Li Wen Liang sia morto invano”. E’ una lettera aperta che circola sul web ed è condivisa da milioni di persone. In questo appello si chiede “il rispetto della Costituzione, che (in teoria) garantisce la libertà di parola”.

Quindi si chiede l’abolizione delle leggi che impediscono tale libertà e si propone che il 6 febbraio – data della morte di Li – sia istituita la “Giornata della libertà di parola”. Infine si chiede che il governo chieda pubblicamente scusa “per non aver ascoltato, anzi per aver soffocato la voce del dottor Li, definito ‘un martire’ della verità”.

Asianews cita – tra i firmatari – il prof. Tang Yiming, capo della Facoltà dei classici cinesi all’Università normale di Wuhan: “Se le parole del dott. Li non fossero state trattate come dicerie, se ad ogni cittadino fosse garantito il diritto a dire la verità, non saremmo in questo disastro, non avremmo una catastrofe nazionale con contraccolpi internazionali”.

Un altro dei firmatari, Zhang Qianfan, professore di diritto alla Beijing University, ha affermato che la morte di Li Wenliang “non deve spaventarci, ma incoraggiarci a parlare chiaro… Se sempre più persone rimangono in silenzio per paura, la morte verrà ancora più presto. Tutti dovremmo dire no alla repressione della libertà di parola da parte del regime”.

Ciò che ha colpito e commosso è anche l’eroismo e l’abnegazione del giovane medico di 34 anni, sposato, con un figlio di cinque anni e la moglie incinta all’ottavo mese e anche lei contagiata.

Perché, nonostante l’ottusità del regime, lui è tornato in ospedale dove ha voluto prendersi cura dei malati per arginare l’epidemia, ben consapevole che questo lo avrebbe esposto a un sicuro contagio. Come infatti è avvenuto. “Il dottor Li Wen” scrive un sito cattolico “ha scelto di donare la sua vita per cercare di salvare quella di altri”.

All’origine di questa scelta eroica c’è la sua fede cristiana che traspare in uno scritto che ha lasciato, una sorta di testamento spirituale. Vi si legge:

“Non voglio essere un eroe. Ho ancora i miei genitori, i miei figli, la mia moglie incinta che sta per partorire e molti dei miei pazienti nel reparto (…). Quando questa battaglia sarà finita, guarderò il cielo, con lacrime che sgorgheranno come la pioggia”.

Parla dei malati, “tante persone innocenti” che “anche se stanno morendo, mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita. Chi avrebbe mai capito che stavo per morire?

“La mia anima è in paradiso”, scrive Li, mentre “il mio stesso corpo giace sul letto bianco”. Poi le sue domande struggenti: “Dove sono i miei genitori? E la mia cara moglie?”

Parla della sua nuova casa a Wuhan, “per la quale devo ancora pagare il mutuo ogni mese. Come posso rinunciare? Per i miei genitori perdere il figlio quanto deve essere triste? La mia dolce moglie senza suo marito, come può affrontare le vicissitudini del suo futuro? (…) Arrivederci, miei cari. Addio, Wuhan, mia città natale. Spero che, dopo il disastro, ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile. Spero che, dopo il disastro, imparerai cosa significa essere giusti. Mai più brave persone dovrebbero soffrire di paura senza fine e tristezza profonda e disperata.

Il dottore Li Wen Liang conclude il suo toccante scritto con una citazione di san Paolo“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora c’è in serbo per me la corona di giustizia del Signore” (2Tm 4, 7-8).

La Cina resterà segnata da questa eroica testimonianza cristiana. Avvenuta negli stessi giorni in cui il Vaticano di papa Bergoglio teneva un vertice diplomatico con alti esponenti del regime cinese: il Vaticano in soccorso del governo comunista a cui ha deciso di sottomettere la Chiesa cinese.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 17 febbraio 2020

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Ebrei di ieri e di oggi

Ebrei di ieri e di oggi

Ci sono solamente 14 milioni di ebrei nel mondo, di cui sette milioni negli Stati Uniti d’America, cinque milioni in Asia, due milioni in Europa e 100.000 in Africa. Per ogni ebreo nel mondo ci sono 100 musulmani. Ma gli ebrei sono cento volte più potenti che tutti i musulmani riuniti. Vi siete mai chiesti perché? Gesù è nato ebreo, Albert Einstein è lo scienziato più influente di tutti i tempi, e la rivista Time ha designato “persona del secolo” Sigmund Freud, padre della psicanalisi che era ebreo. Stesso discorso per Karl Marx, Samuelson Paul e Milton Fridman. Ecco altri ebrei, la cui produzione intellettuale ha arricchito tutta l’umanità. Benjamin Rubin ha donato al mondo l’ago da siringa per le vaccinazioni, Jonas Salk ha messo a punto il primo vaccino antipoliomelitico mentre Sabin ha sviluppato e migliorato lo stesso vaccino, Gertrude Elion ha creato una medicina contro la leucemia, Baruch Blumberg il vaccino contro l’epatite B, Paul Ehrlich ha scoperto un trattamento contro la sifilide, Elie Metchnikoff ha vinto un premio Nobel per la sua ricerca contro le malattie infettive mentre Andrew Schally ha vinto un Nobel per l’endocrinologia. E poi ancora Gregory Pincus, che ha sviluppato la prima pillola contraccettiva, Aaron Bech che ha fondato la terapia Cognitiva e Willem Kolff inventore della prima macchina per la dialisi renale.

Nel corso degli ultimi 150 anni, gli ebrei hanno vinto 180 premi Nobel mentre soltanto 3 di questi premi sono stati vinti da musulmani. I più importanti magnati della finanza mondiale sono ebrei. Senza contare Ralph Lauren (Polo), Levi Strauss (Levi’s), Howard Schultz (Starbuck’s), Sergey Brin (Google), Michael Dell (Dell Computers), Larry Ellison (Oracle), Donna Karan (DKNY), Robbins Irv (Baskin & Roobings). Richard Levin, presidente dell’Università di Yale, era ebreo. Così come Henry Kissinger, al pari di Alan Greenspan (Presidente della Banca Federale sotto Regan, Bush, Clinton e Bush jr), Joseph Lieberman, senatore USA e Madeline Albright, già segretaria di Stato americana.

Quale è stato il filantropo più generoso nella storia del mondo? George Soros, un ebreo, che ha donato oltre 4 miliardi di dollari per l’aiuto nella ricerca scientifica e delle università; il secondo dopo Soros è Walter Annenberg, un altro ebreo, che ha costruito un centinaio di biblioteche donando circa 2 miliardi di dollari. Ai Giochi Olimpici, Mark Spitz stabilì un record assoluto vincendo sette medaglie d’oro mentre Lenny Krayzelburd è medaglia d’oro olimpica a tre riprese. Spitz, Krayzelburg e Boris Beker sono ebrei.

Sapete che Harrison Ford, George Burns, Tony Curtis, Charles Bronson, Sandra Bullok, Barbra Streisand, Billy Kristal, Woody Allen, Paul Newman, Peter Selles, Dustin Hoffman, Michael Douglas, Ben Kingsley, Kirk Douglas, William Shatner, Jerry Lewis e Peter Falk sono tutti ebrei? Allora, perché gli ebrei sono così potenti?

Risposta: L’educazione. Washington è la capitale che conta e a Washington la lobby che conta è l’American Israel Public Affairs Commintee (AIPAC). William James Sidis, con un QI di 250 su 300 è il più brillante uomo che esista; indovinate a quale religione appartiene?

Allora, perché gli ebrei sono così potenti? Risposta: L’educazione. Perché i musulmani sono così impotenti? Si stima che vivano sul globo 1.476.233,470 di musulmani: un miliardo in Asia, 400 milioni in Africa, 44 milioni in Europa e sei milioni in America. Un quinto del genere umano è musulmano. Per ogni hindou ci sono due musulmani, per ogni buddista ci sono due musulmani, e per ogni ebreo ci sono cento musulmani.

Mai ci si è mai chiesto perché i musulmani sono così impotenti? Ecco perché: ci sono 57 paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), e in tutti gli stati membri esistono 500 università: una università ogni tre milioni di musulmani. Gli Stati Uniti hanno 5.758 università (1 ogni 57.000 americani).

Nel 2004, la Shanghai Jiao Tong University ha comparato le performances delle università nel mondo e curiosamente, neanche una università di un paese islamico si trova nella top 500. Secondo i dati raccolti dal PNUD, l’alfabetizzazione nel mondo cristiano è pari al 90% e i 15 Stati a maggioranza cristiana raggiungono il 100%. Uno stato a maggioranza musulmana ha una media di alfabetizzazione intorno al 40% e non esiste un solo stato musulmano con un tasso di alfabetizzazione pari al 100%.

Qualcosa come il 98% degli alfabetizzati nel mondo cristiano finisce le scuole primarie, mentre meno del 50% degli alfabetizzati nel mondo musulmano fanno la stessa cosa. Perché i musulmani sono impotenti? Perché noi non sappiamo produrre e applicare un sapere musulmano. I paesi a maggioranza musulmana hanno 230 scienziati per un milione di musulmani. Negli Stati Uniti sono 4.000 scienziati per milione e in Giappone 5.000 per un milione d’abitanti. Nel mondo arabo, il numero totale dei ricercatori a tempo pieno è di 35.000 e ci sono solo 50 tecnici per un milione di arabi. Inoltre, il mondo arabo dispensa lo 0,2 per cento del suo PIL alla ricerca e allo sviluppo mentre in tutto il mondo cristiano vi consacra all’incirca il 5% del PIL.

Conclusione: il mondo musulmano non ha la capacità di produrre conoscenza. I quotidiani per 1.000 abitanti e il numero dei titoli di libri per milioni sono due indicatori per sapere se la conoscenza è diffusa in una società. In Pakistan, esistono 23 quotidiani per 1.000 pakistani mentre la stessa ratio è di 360 a Singapore. Nel Regno Unito, il numero di libri pubblicati per milioni di abitanti si eleva a 2.000 mentre si attesta a 20 in Egitto!

Conclusione: il mondo musulmano non si preoccupa di diffondere il sapere. Le esportazioni di prodotti di alta tecnologia del Pakistan si attesta all’1% del totale delle sue esportazioni. Dati tragici per l’Arabia Saudita, il Kuweit, il Marocco e l’Algeria (tutti a 0,3%) mentre Singapore è al 58%.

Perché dunque i musulmani sono impotenti? Perché noi non siamo in grado di produrre conoscenza, diffondere il sapere e incapaci di trovare delle applicazioni alle nostre conoscenze. E l’avvenire appartiene alle società del sapere. Fatto interessante, il PIL annuale di tutti i paesi dell’OCI è meno di 2 mila miliardi di dollari. L’America, da sola, produce beni e servizi per un valore di 12 mila miliardi di dollari, la Cina 8 miliardi di dollari, il Giappone oltre 3,8 miliardi e la Germania 2,4 miliardi di dollari (a parità di potere d’acquisto).

I paesi ricchi di petrolio come l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Qatar collettivamente producono dei beni e servizi (con il petrolio in primis) per un valore di 500 miliardi di dollari, mentre la cattolica Spagna produce beni e servizi per un valore di oltre 1.000 miliardi di dollari, la Polonia (cattolica anch’essa) di 489 miliardi di dollari e la buddista Thailandia 545 miliardi di $. La parte musulmana del PIL, in percentuale al PIL mondiale, si è abbassata rapidamente.

Allora, perché i musulmani sono così impotenti? Risposta: la mancanza di educazione. Tutto quello che noi facciamo è pregare Dio tutta la giornata e biasimare tutto il mondo per i nostri fallimenti molteplici.

 

A cura di: Farruk Saleem, giornalista, professore universitario, politico ed economista Pakistano

Fonte: Progetto Dreyfus

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