Categoria: Articoli

Da Gaza, pioggia di missili su Israele. Preghiamo per i soldati della Difesa e per il popolo israeliano sotto attacco nemico.

Da Gaza, pioggia di missili su Israele. Preghiamo per i soldati della Difesa e per il popolo israeliano sotto attacco nemico.

Forza piccolo e grandissimo stato ebraico. Ripeterlo come un mantra: “Io sostengo il diritto di Israele a difendersi”.

Senza tutti gli utili idioti occidentali che chiamano Israele “occupante, nazista, apartheid”, che riempiono le piazze europee scandendo slogan contro gli ebrei, o semplicemente rimanendo in silenzio quando Israele è attaccato, i terroristi islamici che da Gaza lanciano missili sulle strade israeliane non sarebbero niente.

di Giulio Meotti

da: ITALIAISRAELETODAY.IT

Condividi con:
Apertura straordinaria dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma. Un’opportunità da non perdere!

Apertura straordinaria dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma. Un’opportunità da non perdere!

Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER)

«Giancarlo Spizzichino»

Apertura straordinaria:

Domeniche 27 ottobre, 3 e 10 novembre 2019: h 13,00-14,30; 14,30-16,00

Entrata in Lungotevere Cenci (Sinagoga Maggiore)

(per questioni di capienza, per ognuna delle 2 visite,

avranno accesso le prime 20 persone

che si prenoteranno al seguente indirizzo email: dibac@romaebraica.it)

La Comunità di Roma è la più antica d’Europa essendo la sua presenza nel II secolo a.e.c., ben prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 e. v.).

L’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma è ritenuto uno tra più importanti archivi d’Europa per ciò che riguarda la storia degli ebrei e, nel 1981, il Ministero per i Beni Culturali lo ha dichiarato di “notevole interesse storico”.

Conserva, prevalentemente, documenti relativi al periodo compreso tra l’inizio dall’età del ghetto (1555) e gli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale suddivisi in

1) Archivio Medievale e Moderno che conserva, tra l’altro, notizie diverse sulla popolazione, vita quotidiana degli ebrei, sull’attività delle “Cinque Scole” o Sinagoghe e delle Confraternite del ghetto, informazioni di carattere economico, finanziario e fiscale, carte riguardanti l’amministrazione della Comunità, e la condizione giuridica e civile degli ebrei all’interno dello Stato pontificio, lo Jus Gazagà (diritto di inquilinato perpetuo), il prestito contro interesse e la gestione dei banchi di pegno, le false accuse di omicidio rituale, i battesimi clandestini e forzati, i rapporti con la Casa dei Catecumeni, le restrizioni per la detenzione dei libri ebraici, e le diverse vessazioni cui era soggetta la popolazione ebraica nel periodo del carnevale e durante altre festività cattoliche);

2) Archivio Contemporaneo che conserva documentazione di carattere amministrativo, contabile e fiscale, materiale relativo alla fase dell’emancipazione dopo la breccia di Porta Pia (1870), alle persecuzioni razziali, alla costruzione delle nuove sinagoghe, alla legislazione della Comunità ebraica di Roma e delle Confraternite, che poi confluirono nella Deputazione di Assistenza, negli Asili infantili israelitici, nell’Ospedale Israelitico, ai verbali delle sedute del Consiglio della Comunità.

3) Archivio Fotograficoche conserva le immagini dall’epoca del ghetto nei periodi immediatamente precedenti la sua distruzione ad oggi, comprese foto della Terra di Israele scattate nei primi decenni del ‘900).

4) Archivio Musicale che conserva 740 spartiti di musica liturgica ebraica dal periodo del ghetto ad oggi.

L’iniziativa è realizzata con il contributo della Regione Lazio, Area Servizi Culturali, Promozione della Lettura e Osservatorio della Cultura, legge regionale 42/1997, artt. 13-16

Condividi con:
Lettera a un musulmano.

Lettera a un musulmano.

Caro “muslim”,
vorrei poter scrivere caro AMICO muslim, ma purtroppo non posso.
L’amicizia è una cosa seria. Significa fidarsi, condividere progetti e valori.
L’amicizia è quella cosa che il “barbaro e peccatore” occidente ti ha offerto.
Che tu hai fatto finta di accettare.
Ma in tutta onestà sai che non possiamo essere amici.
Io rispetto la tua Fede, per certi versi l’ammiro. Ma non è la mia. Non è compatibile con la società in cui tanto insistentemente pretendi di essere accolto ed integrato.
Ho letto e riletto, con il massimo rispetto, il tuo Libro Sacro: il Corano; in cerca di uno spiraglio, di una speranza di pacifica convivenza.
Non l’ho trovata. Non c’è.
La tua Fede non ammette interpretazioni. La “Sunna” è la Legge.
Ma devi sapere che noi, l’Occidente, ha lottato, sofferto, combattuto per la sua Libertà… anche di fronte agli dei.
È dall’antica Grecia, attraverso i miti prima e le guerre poi, che affermiamo il principio che l’uomo è padrone del suo destino, capitano della sua anima. Non ci siamo mai inginocchiati. 2500 anni di storia che ci hanno portati a quella libertà che ti ha permesso di venire qui, a casa mia, di essere libero di professare la tua fede, di pretendere e offendere. Anche di uccidere. Anche di uccidermi.
Odio l’ipocrisia. Per questo ti dico: “non possiamo essere amici”.
Perché tu non mi rispetti. Tu mi usi.
La tua Fede, ti permette di mentire a me che non la condivido. Addirittura di negare la tua fede per nasconderti, proteggerti e colpirmi.
La tua Fede ammette la schiavitù, la poligamia, le punizioni corporali a moglie e figli. Non riconosce diritti alle donne.
Nella tua Fede ci sono schiavi sessuali bambini… perché il Corano vieta l’omosessualità solo tra uomini (adulti).
Nel tuo Libro, tu devi uccidermi. Ti posso elencare tutte le sure e i versetti in cui ti è ordinato di farlo. Ma li conosci e sono talmente tante da non starci qui [a perdere tempo].
Poi, la tua fede ti VIETA di obbedire ai “kefirut”, gli infedeli. È scritto chiaramente.
[3;149,151]-[4;59]-[12;54]-[40;35,36].
Mi amareggia molto. Mi piacerebbe ci fosse uno spiraglio per una possibile pacifica convivenza.
Ma perché ci sia, tu dovresti distaccarti dal tuo Libro, non pensare che Religione e Stato siano lo stesso. Lasciare tua moglie e tua figlia libera. Non essere poligamo e non sentirti offeso dalla mia cultura e dai miei simboli. Allora forse potremmo anche iniziare a conoscerci e, chissà, un giorno essere veramente amici.
Ma tu non lo farai. Non puoi. Non te ne faccio una colpa.
Semplicemente, tu non puoi stare qui.
Non c’è spazio per lasciarti praticare qui appieno la tua Fede. Almeno, senza calpestare la mia e me.
Per il tuo bene e il mio bene, te ne devi andare.
Quando sarai pronto per separare la tua vita spirituale da quella secolare, sarai il benvenuto. Quando il Corano sarà per te quello che per noi è la Bibbia, sarai pronto per vivere con noi.
Apprezzo molto quello che in passato è stata la tua cultura. Le siamo debitrici per tante cose.
Lo so che l’Islam è pace. Ma lo è perché prevede che tutti debbano essere musulmani o muoiano. La religione è una scelta non un’imposizione, per noi.
Forse noi ci arriveremo da soli a islamizzarci. Chissà, dubito. Ma più premete, più ci indurite. Più ci attaccate, più ci incattivite.
Ci state cambiando, e questo non è un bene, né per noi né per voi.
Lo sai che abbiamo una storia di violenza, guerra e crudeltà. Una brutta storia da cui per secoli abbiamo cercato di purgarci.
Questa minaccia che rappresentate, l’arroganza con cui ci disprezzate, ci sta facendo riemergere il lato peggiore e più oscuro.
La vergogna di questo ed il senso di colpa è la sola ragione per cui ancora non abbiamo reagito. Forse anche il petrolio. Ma sta venendo meno. TUTTO.
La gente apre gli occhi. Lo faranno anche i governi.
Non ci sentiremo in colpa, ci avrete ferito così tanto da non farci più vergognare di noi, il petrolio non ci servirà più, e se ci servisse ce lo prenderemo di forza.
Allora accadrà quello che nessuno vuole.
Avrete portato la guerra e la paura nelle nostre strade. Le stesse da cui sarete ferocemente scacciati.
Non ci sarà più libertà, né per me né per te.
Non ci sarà più la possibilità di convivere.
Cosa peggiore, non ci sarà un ritorno, perché, come sai, noi siamo guidati dalla ragione e non dalla Fede. La ragione ci dice che fino a che resterà uno di voi e una copia del Corano, noi saremo sempre in pericolo.
Sarà l’orrore peggiore che il mondo avrà visto. Miliardi di morti.
Pensa, potevamo essere amici. Tu con la tua Fede nel tuo Paese. Io nel mio.
Tu che lotti perché il tuo paese sia migliore (invece di abbandonarlo per cercare di cambiarne un altro che non ti appartiene), io che rispetto la tua lotta, il tuo coraggio e la tua libertà.
Non mi convertirò mai, non ti lascerò mai convertire la mia Terra. Non ti lascerò uccidere chi non la pensa come te.
Difenderò me, i mie cari, compatrioti europei fino all’ultimo respiro e proiettile. Finiti quelli continuerò con le unghie e i denti.
Come hanno fatto i miei nonni e i loro nonni e i nonni dei nonni dei miei nonni prima di loro. Fino all’alba della Nostra Civiltà. Questa terra è imbevuta del sangue dei miei avi.
Io sono Italiano, io sono Europeo.
Sono della genia di Enea, Achille, Alessandro, Cesare, Omero, Dante, Napoleone, Riccardo, Scipione…
Abbiamo combattuto alle Termopili, Maratona, Poitiers, Vienna … Gerusalemme.
Noi non ci inginocchiamo. Spargiamo il sale sulle ceneri dei nostri nemici dopo averli cancellati.
Forse prevarrete, ma se regnerete, regnerete su una distesa di tombe, di croci e stelle di David.
Avrete perso, anche voi

(di Gian Paolo Sardos Albertini)

Condividi con:
Non togliete quel Crocefisso.

Non togliete quel Crocefisso.

Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto.

Non togliete quel Crocefisso

Il crocifisso non genera nessuna discriminazione.Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?

Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

L’Unità 22 marzo 1988

Condividi con:
Osservatore Vaticano: a Messa la retorica CEI sui Migranti. Ma non tiene.

Osservatore Vaticano: a Messa la retorica CEI sui Migranti. Ma non tiene.

Ieri l’altro,  29 settembre, sono andato a messa e nel foglietto <La Domenica> edito dalla CEI, nell’ultima pagina, il retro del manifestino, che riporta le letture e un commento finale, intitolato: <105ma giornata mondiale del migrante  e del rifugiato>, il commento era titolato così: <CHE NON SI TRATTI SOLO DI MIGRANTI?>, ed era a firma del “Direttore generale Migrantes” ( don Giovanni DeRobertis ). Consentimi un commento. 

“Con l’usurato metodo teso a stimolare commozione, il Direttore generale Migrantes ci racconta che nel 1989  morì a Roma di freddo un “senza fissa dimora”, creando indignazione generale. Questo inverno ne son morti dodici, nell’indifferenza generale. Stiamo chiudendo i nostri cuori, oltre che i porti ? (si chiede astutamente il “Direttore Generale” – sempre più direttore generale di qualcosa e sempre meno sacerdote di anime…).

Bene, giochiamo pure a questo gioco. Chi ne è responsabile, chi ha sulla coscienza questi 12 morti di freddo? Salvini? Noi? O chi li ha fatti venire illudendoli e poi abbandonandoli? Vede signor Direttore Generale di Migrantes, ormai nessuno (tranne chi è costretto a farlo) crede più alla storia dei migranti per guerre e fame.

Lo stesso suo padrone Spadaro ci spiega che è per fare meticciato. Ma senza le spiegazioni di Spadaro, ci spieghi lei perché i migranti son quasi tutti giovani e forti; ci spieghi chi paga il loro viaggio, cosa si aspettano di trovare qui, di chi sono le ONG che li trasportano, quanto guadagnano,  ecc.

Le pare poi che siano mal accolti? Son trattati molto meglio dei nostri derelitti, da voi ignorati.

Ma risponda anche a questo: quanti migranti alloggiano nei lussuoso palazzi della Santa Sede, in Vaticano o altrove? Chi sono i ricchi Epuloni, noi o voi?

E’  vero siamo diventati diffidenti, insensibili, ma ciò è avvenuto anche  per colpa vostra. Non so lei, signor Direttore Generale, ma molti suoi colleghi ci pare  vivano  come ricchi Epuloni, e meglio che non le dica quello che pensano dei migranti ….

Ma voi pensate piuttosto se non sembrate  aver fallito  nella vostra missione di evangelizzazione: state trasformando la fede cattolica in una forma di etica socialmente utile. Persa la fede, caro signor Direttore generale, rischiate di  far male tutto, e di far del male a tutti.  Faccia gli esercizi spirituali ignaziani, prima di dare lezioni di etica sociale”.

Tratto da: Stilum Curiae di Marco Tosatti.

1 Ottobre 2019 Pubblicato da wp_7512482 37 Commenti —

Condividi con:
“L’Occidente sta uccidendo Dio, e per questo morirà”.

“L’Occidente sta uccidendo Dio, e per questo morirà”.

Perfino correnti di pensiero visceralmente anticristiane hanno attinto dal cristianesimo le basi delle loro affermazioni.

*********************

Monsignor Henrique Soares da Costa, vescovo di Palmares, nello Stato brasiliano di Pernambuco, ha pubblicato questa riflessione sulla nostra epoca e sulle conseguenze della sua rottura con le radici cristiane:La società occidentale si sta decomponendo, sfigurandosi rapidamente. È stata generata dalla tradizione giudaico-cristiana, che ha partorito la nostra cultura d’Occidente. È stato il cristianesimo, con la sua convinzione del fatto che ogni individuo è creato a immagine e somiglianza di Dio in Cristo, ad aver permesso che questa cultura sviluppasse concetti come persona, diritti umani, democrazia, dignità dell’individuo… È stato il pensiero giudaico-cristiano, affermando che la storia è aperta e cammina verso una pienezza e che l’uomo ha la funzione di “dominare” la terra, ad aver ispirato e reso possibile lo sviluppo tecnologico che ha fatto sì che l’Occidente si affermasse egemonicamente di fronte ad altre culture. Senza il cristianesimo, l’Occidente non esisterebbe. Perfino correnti di pensiero che si sono mostrate visceralmente anticristiane hanno attinto dal cristianesimo le basi delle loro affermazioni…

Dal XVIII secolo, però, con l’illuminismo razionalista, l’uomo occidentale ha voltato le spalle a Dio, a Cristo, alla Chiesa, e ha generato un progetto suicida: conservare e custodire i valori della nostra società negando Dio. Questo progetto va avanti con il vento in poppa: l’illusione di un umanesimo senza Dio e il suo Cristo, un progetto di fraternità universale che nasconde Gesù Cristo, nostro Signore… C’è solo un problema, grave, urgente, inevitabile: senza la sua linfa cristiana, il grande albero occidentale marcirà, morirà e si seccherà. Rinnegando la cosmovisione cristiana che li ha ispirati, la nostra società non potrà conservare i valori ammirevoli che ha costruito.

Attualmente, è di moda criticare il cristianesimo, biasimare la Chiesa e il suo passato, relativizzare Cristo, distruggere la morale cristiana sfigurandola. Lo fanno nelle università, lo promuovono nei mezzi di comunicazione, si porta avanti questa politica nei vari programmi governativi…Il prezzo sarà alto, le conseguenze saranno tremende, perché l’uomo non può uccidere Dio e continuare ad essere umano, vivendo una vita umana. Saremo lupi di noi stessi, delusi da noi stessi, che disprezzano se stessi. Esempi di questa necrosi? La distruzione del concetto di famiglia e della sua stessa realtà, il disincanto e la mancanza di ideali dei nostri giovani, la banalizzazione della sessualità, l’esaltazione dell’omosessualità come ideologia, la corruzione in politica, la violenza nelle più varie manifestazioni, la droga e la guerriglia urbana nelle nostre città, il disprezzo della vita: aborto, esperimenti immorali con embrioni umani, promozione dell’eutanasia…

L’Occidente sta uccidendo Dio, e per questo morirà! Se continuiamo così, il nostro destino non molto distante saranno la barbarie e la tirannia. Alla fine dei conti, valgono per tutta la nostra società le parole che l’ateo Miguel de Unamuno diceva al Dio in cui non riusciva a credere: “Che peccato che Tu non esista! Se esistessi, anch’io esisterei davvero”.

TRATTO DA https://it.aleteia.org/2019/09/28/loccidente-sta-uccidendo-dio-e-per-questo-morira/

Monsignor Henrique Soares da Costa | Set 28, 2019

Condividi con:
Riflessione sul Capodanno Ebraico /ROSH HASHANA/ del nuovo Ambasciatore d’Israele in Italia, Sua Eccellenza DROR EYDAR.

Riflessione sul Capodanno Ebraico /ROSH HASHANA/ del nuovo Ambasciatore d’Israele in Italia, Sua Eccellenza DROR EYDAR.

Le cose rinate

In onore del nuovo anno ebraico che è alle porte, ci siamo riuniti nella sala riunioni dell’ambasciata per augurarci a vicenda un felice anno nuovo. Ne abbiamo tutti bisogno. Questa settimana ha piovuto a Roma, e la pioggia mi ha ricordato un po’ il profumo inebriante della prima pioggia d’autunno in Israele, l’odore dell’infanzia di un nuovo anno.
La strada lavata dalla pioggia mi ha riportato alla mente i versi di “Viali nella pioggia” di Nathan Alterman (che altro?):

בָּאוֹר וּבַגֶּשֶׁם הָעִיר מְסֹרֶקֶת.
הַיָּפָה בֶּאֱמֶת – הִיא תָּמִיד בַּיְשָׁנִית,
אֵלֵךְ נָא הַיּוֹם, עִם בִּתִּי הַצּוֹחֶקֶת,
בֵּין כָּל הַדְּבָרִים שֶׁנּוֹלְדוּ שֵׁנִית…

(“La città è sferzata da luce e da pioggia.
La più bella davvero: è sempre pudica,
Oggi me ne andrò con mia figlia ridente
Tra tutte le cose rinate …”)

Con l’occasione, ho parlato del costante bisogno di rinnovamento, di scrollare la polvere accumulatasi nel tempo su noi stessi e i nostri pensieri. Ho ricordato il suono dello Shofàr (il corno di montone): la chiamata alla sveglia annuale. Tra i due suoni “semplici” (detti teki’òt), ci sono i suoni spezzati e a singhiozzo (Shevarìm e Teru’à). Come le nostre vite fatte di frammenti e tempi di crisi, di clamore (Teru’à) di pianto, e di clamore di gioia (che sia sempre in abbondanza). Il tutto avvolto dai colpi di shofàr semplici, pieni e completi, per ricordarci da dove veniamo e dove stiamo andando.

Siamo tutti ambasciatori, ognuno di noi nel suo piccolo è un messaggero, un inviato: della sua famiglia, in pubblico, dello Stato di Israele, del popolo di Israele, e della buona volontà di fare del bene al mondo.

Abbiamo intinto degli spicchi di mela nel miele, per addolcire i nostri pensieri e il nostro futuro, e abbiamo levato i calici con del vino israeliano, brindando alla “vita” (lechaim).
Concludo con il tradizionale augurio di Rosh Hashanà (il Capodanno ebraico): “Ktivà ve-chatimà tovà”, (Buona scrittura e buona firma [nel Libro della Vita]!

Nella foto: la bellissima tavola imbandita dalle bravissime Tair ed Eden.

Condividi con:
Perché sono tutti ossessionati da Salvini?

Perché sono tutti ossessionati da Salvini?

Come si accende la Tv e ci si sintonizza su un talk show il menù è sempre uno e solo quello: Matteo Salvini. Da mesi. Non si parla d’altro.

In molti casi sembra di assistere a “processi in contumacia” dove commentatori e conduttori in gran parte sono schierati, come un tribunale, tutti contro uno, Salvini. Poi apri i giornali ed è, più o meno, la stessa solfa. Una fissazione generale.

Ci sono illustri colleghi – che un tempo abbiamo apprezzato come sagaci e brillanti analisti – i quali ormai non scrivono che di lui. Ne sono così ossessionati – e tanto è il loro livore – che viene da credere che ne siano innamorati pazzi (politicamente parlando), essendo questo tipo di odio una maschera dell’infatuazione, come insegna René Girard.

D’altra parte una così accanita mania collettiva attorno a un sol uomo ha molto a che fare col meccanismo mimetico e con la girardiana dinamica del “capro espiatorio”.

Antonio Polito, sul “Corriere della sera”, ha scritto che nei confronti di Salvini, portato in alto dalle elezioni e dai sondaggi, si è ormai costituito – ed è scatenato – il partito trasversale del “Tutto Tranne Lui”.

Polito aggiunge che questa “santa alleanza di tutti” contro “l’Uomo solo in fuga” è “una legge non scritta della politica italiana” perché si è già verificata la stessa cosa con Matteo Renzi  e con Silvio Berlusconi nel loro periodo di massimo fulgore (e potere).

La caratteristica di questo fenomeno – spiega Polito – è che partecipa al “tutti contro lui” anche “una quinta colonna”, cioè “alcuni presunti alleati dell’Uomo da battere”.

E’ vera l’analisi di Polito, ma ci sono alcune grandi differenze fra i tre. Anche contro Renzi si saldò alla fine un fronte politico trasversale, ma Renzi aveva il sostegno di quasi tutti i media e anche delle cancellerie straniere (scusate se è poco). Berlusconi aveva dalla sua almeno una parte dei media (a quel tempo non c’erano i social).

Salvini – oltre al partito trasversale antisalvini – ha contro di sé quasi tutti i media, moltissime cancellerie straniere e tutte le élite  (perfino le élite clericali che lo detestano).

Inoltre sia Berlusconi che Renzi detenevano un potere reale, come capi del governo. Salvini no, è ancora (solo) ministro dell’Interno e in Parlamento la Lega ha tuttora (solo) il 17 per cento.

Anche se nel Paese si avvicina al 40 per cento  (come hanno dimostrato le europee), questo consenso e questa forza restano potenziali nell’equilibrio parlamentare di oggi e state certi che tutti faranno in modo che non possa conseguirlo nelle urne

Trovarsi accerchiati dal partito del “Tutto Tranne Lui” può avere un beneficio immediato nel catalizzare consensi, nel polarizzare le tifoserie, ma è sempre da evitare.

Un politico dovrebbe scongiurare ad ogni costo la saldatura di tutti gli avversari in un fronte unico contro di lui. Perché è la premessa della disfatta. La storia insegna.

Bisogna sempre rompere l’accerchiamento, scombinare i giochi, cercare alleanze e sorprendere gli avversari. Bisogna essere leone, ma anche volpe insegnava Machiavelli.

C’è un’ultima cosa da chiedersi. Questa personalizzazione della politica è una cosa positiva ? No. E’ disastrosa per il Paese, perché trasforma tutto in teatro, in baruffe personali, in battibecchi, impedendo di parlare dei problemi veri, delle idee, delle proposte e degli interessi del Paese. Quello che gli italiani vorrebbero vedere è un confronto serio sulle diverse proposte e le idee per il nostro Paese.

L’eccessiva personalizzazione deriva in parte dalla sparizione delle grandi culture politiche della prima Repubblica che avevano dato vita a “forme partito” in cui l’identità ideale non era mai identificata in uno solo.

Ma deriva anche dalla pessima propensione della Sinistra italiana alla demonizzazione dell’avversario, quindi alla trasformazione della battaglia politica in guerra di liberazione contro il Nemico. E’ una storia antica che si è vista anche nella prima Repubblica (basti pensare al caso Craxi).

L’area ideologica marxista, così forte nella nostra storia, dal dopoguerra, per decenni, nelle sue diverse articolazioni politiche, o ha teorizzato “l’odio di classe” o ha praticato l’odio politico verso gli avversari.

In questo senso al PD, che è erede della Sinistra, e a quei suoi dirigenti che provengono dal Pci e che continuano a demonizzare gli avversari politici come una sorta di “partito dell’odio”, andrebbe detto, serenamente, che l’Italia sta ancora aspettando una vera riflessione autocritica di chi ha partecipato alla storia del comunismo. Non è ancora venuta l’ora di rinnegarla e condannarla?

Ovviamente di individui odiatori ce ne sono dappertutto, perché l’uomo purtroppo è così (e c’è solo il Vangelo che può convertirne il cuore).

Ma la politica non si occupa di individui, bensì di partiti e ideologie. E se è vero che tutte le parti devono guardarsi dal fomentare l’odio, difficilmente può dare lezioni chi proviene da una certa storia (non rinnegata) e chi pratica da sempre la demonizzazione dell’avversario.

.

Antonio Socci

.

Da “Libero”, 29 luglio 2019

Condividi con:
L’Ideona dell’Espresso: abolire le frontiere. Facile prevedere cosa accadrebbe…

L’Ideona dell’Espresso: abolire le frontiere. Facile prevedere cosa accadrebbe…

“L’Espresso”, il magazine di De Benedetti, distribuito con “La Repubblica”, ha avuto un’ideona. Una pensata così geniale e risolutiva che ci si chiede perché mai – nella storia dell’umanità – non si sia escogitata prima.

Sta nella copertina dell’ultimo numero: “Le frontiere uccidono… l’unica speranza è un mondo libero dai confini”.

Non è meraviglioso? Non vi pare la pensata del secolo o addirittura del millennio? A ispirare questa geniale copertina è l’antropologo Michel Agier, intervistato dal settimanale (il titolo della conversazione è: “L’unica speranza per il mondo è liberare i confini”).

Agier è l’autore del libro “La Giungla di Calais”, uno studio di quell’immensa distesa di tende e baracche che si è formata, davanti al Canale della Manica, sulla costa francese, dove nel 2016 vivevano più di 10 mila migranti.

Questo intellettuale – dall’astrazione ideologica facile – sostiene “la libera circolazione delle persone”, “l’ospitalità come regole giuridica” e afferma che “se oggi (le frontiere) fossero aperte avremmo una situazione molto più pacifica”. E “L’Espresso” sposa questa surreale utopia facendo la copertina che si è visto.

Basta rifletterci un attimo per capire cosa accadrebbe. Lo Stato d’Israele, per esempio, sparirebbe, circondato com’è dall’odio arabo e dall’estremismo islamico (tanto è vero che in questi anni, per proteggersi, ha dovuto erigere un formidabile muro in Cisgiordania).

Ma la stessa cosa vale per l’Italia e per l’Europa. Basti considerare l’afflusso irregolare di centinaia di migliaia di persone degli ultimi anni: se abbattessimo davvero le frontiere e fosse possibile emigrare liberamente, a proprio arbitrio, l’Italia diventerebbe la banchina di sbarco di milioni di persone solo dall’Africa (continente di un miliardo e 200 milioni di abitanti).

Con effetti devastanti non solo per l’Italia e l’Europa, ma anche per l’Africa stessa. Sarebbe il caos. La stessa cosa si può facilmente immaginare per gli Stati Uniti.

Non si capisce, del resto, per quale motivo si dovrebbero abbattere le frontiere spazzando via, così, gli Stati e anche i popoli stessi con le loro identità.

Agier accenna ai morti nel Mediterraneo in questi anni di immigrazione irregolare. Tuttavia nessuno ha ancora risposto al ministro dell’Interno Salvini il quale, citando i dati dell’Unhcr, ha mostrato il crollo del numero di vittime da quando si è fatta una politica di blocco delle partenze.

D’altronde è facile immaginare che un sommovimento gigantesco di milioni di persone verso l’Europa, da Africa e Asia, sarebbe tanto traumatico da provocare reazioni, rivolte e guerre civili davvero tragiche per moltissimi anni.

Basta un minimo di realismo per rendersene conto. Ma certi intellettuali e certe aree politico-ideologiche sembrano vivere lontano dalla realtà. Ed è per questo che sia la sinistra immigrazionista che papa Bergoglio, eludono sempre la domanda: “quanti? Quanti immigrati vorreste far entrare prima di chiudere le frontiere?”

Nel loro mondo immaginario c’è un Eden simile alla vecchia utopia ideologica degli anni Settantaa cui John Lennon dette voce col brano “Imagine”, del 1971, il quale rappresenta – come ha scritto Eugenio Capozzi nel libro “Politicamente corretto”– “l’inno ufficiale del pacifismo… uno dei monumenti del catechismo politicamente corretto, ancora oggi imprescindibile collante emotivo e propagandistico”.

In quella canzonetta – tuttora celebrata – c’è già disegnato quell’Eden. Essa, osserva Capozzi, “elenca in maniera chiara quali sono i mali che bisognerebbe rimuovere per restaurare quella condizione: la religione trascendente e le Chiese (‘no heaven’, ‘No hell below us’, ‘Above us only sky’, ‘no religion’…), le nazioni (‘no countries’, ‘Nothing to kill or die for’), la proprietà (‘no possessions’, ‘No need for greed or hunger’). In pratica, i fondamenti della modernità euro-occidentale. Con una intuizione fulminante, Lennon si sintonizzava sulla stessa lunghezza d’onda del dilagante ripudio dell’eredità dell’Occidente”.

Il cantante riprendeva “in pochi icastici versi tutta l’eredità delle utopie di liberazione, da Rousseau a Marx fino al terzomondismo e alla rivolta hippie: comunione dei beni, secolarizzazione integrale, sradicamento di ogni identità politica e culturale sono… le chiavi per l’accesso (o meglio per il ritorno) a una naturale fratellanza”.

L’esito della stagione hippy degli anni Settanta è nota ed è stato tutt’altro che paradisiaco. La sua perfetta caricatura si può trovare in Ruggero, il comico “figlio dei fiori” di “Un sacco bello”interpretato da Carlo Verdone, quello che si avventura nella campagna e vede che “un sacco di fiori si aprivano al mio passaggio” e “un sacco di uccelli scendevano dagli alberi per parlarmi”. Con il santone che gli dice “Love, love love!”, che passa la notte con lui “sotto questa frasca” e lo indirizza a “un grandissimo casale bianco con una grandissima piscina dove un sacco di ragazzi di tutto il mondo stanno formando una grandissima comunità… ragazzi un sacco simpatici, cileni rhodesiani, tedeschi, inglesi… tutta gente che aveva fatto un certo tipo di scelta: la scelta dell’amore”.

L’altra realizzazione, stavolta tragica, di quell’utopia “universalista”è stata il comunismo sovietico, con la guerra a tutte le identità nazionali e religiose (oltreché alla proprietà privata) e la deportazione di intere popolazioni nella prospettiva di un mondo tutto sovietizzato e – a quel punto – davvero “senza confini”. Tutto profondo rosso. Senza altri colori.

L’Urss non c’è più. Né gli hippy. Cambiano le ideologie e i tempi. Ma resta qualcosa di inquietante anche nelle nuove utopie ideologiche.

Si ha la sensazione che dietro tutto questo “amore” per le migrazioni di massa – che viene proclamato anche negli alti organismi internazionali–  si possa cogliere un’inconfessata ostilità per le nazioni e le identità, un’utopia “ecumenica” che porta all’appiattimento di ogni diversità e storia. Sarebbe un futuro inquietante, certamente tragico e non prospero.

.

Antonio Socci

.

Da “Libero”, 15 luglio 2019

Condividi con:
Sorpresa! Ecco quali sono i Paesi che hanno alzato muri. In Primis c’è il Vaticano (vedi foto), poi i Paesi europei (che predicano a noi) e quelli che esportano migranti. Solo l’Italia non ne ha…

Sorpresa! Ecco quali sono i Paesi che hanno alzato muri. In Primis c’è il Vaticano (vedi foto), poi i Paesi europei (che predicano a noi) e quelli che esportano migranti. Solo l’Italia non ne ha…

Diceva Totò che ci sono le cose vere e quelle supposte. Spesso i media dimenticano le cose vere per usare le seconde – le (cose) supposte – contro i propri avversari politici.

E’ il caso dei “muri” , ovvero le barriere (rafforzate) di confine fra gli stati. I media sono interessati solo a due muri, quello che Donald Trump  vuole costruire sul confine messicano e quello che Matteo Salvini ha ipotizzato per la frontiera con la Slovenia.

Sono due muri che non esistono al momento, eppure sono al centro delle polemiche. Poi ci sono i muri veri, ma quelli non attirano l’attenzione dei media. Perché non si possono usare per propaganda.

Per esempio, si polemizza contro il muro che Trump vorrebbe costruire, tuttavia non si considera il muro, fra Usa e Messico, che è già stato costruito dai predecessori di Trump.

Forse perché fra loro c’è il democratico Bill Clinton ? O dispiace ricordare che fra i senatori che nel 2006 votarono per il rafforzamento di quel muro c’erano anche Hillary Clinton  e Barack Obama?

Elisabeth Vallet, docente di Geografia all’Università del Québec, a Montreal, ha fatto uno studio sui muri: sono circa settanta, più altri sette in preparazione. La prima sorpresa è questa: non si tratta perlopiù di muri dell’egoista Occidente ricco  per lasciare fuori i poveri, come Bergoglio va dicendo.

Infatti in gran parte sono muri che dividono stati asiatici e africani. Muri di cui finora pochissimo si è parlato come quello fra India e Bangladesh, quelli fra gli stati sudafricani o quelli fra Algeria e Libia e fra Tunisia e Libia o fra Kenia e Somalia.

Mentre l’Italia è attaccata da tutti perché difende la sua frontiera marina dall’immigrazione irregolare proveniente dalla Libia, altri paesi africani alzano muri al confine con la Libia e nessuno dice nulla.

E i muri che gli altri paesi islamici hanno costruito attorno a Siria e Iraq ? Quelli di MaroccoTurchiaArabia Saudita, IranEgittoCina  o Birmania? Quelli di Pakistan e India?

Una cosa singolare è questa: diversi paesi da cui arrivano a noi immigrati irregolari, proteggono i loro confini con i muri. Ma a noi non è permesso.

Ieri il “Corriere della sera” ha pubblicato la cartina di questi muri: l’Europa ha pochi chilometri di “barriere”, ma ce ne sono dovunque eccetto l’Italia. Eppure è l’Italia a essere bastonata.

Ci sono muri, costruiti o progettati, a certi confini di Austria, Francia, Ungheria, Grecia, Bulgaria, Danimarca, Gran Bretagna, Spagna, Estonia, Lettonia, Lituania, Svezia. E nessuno dice nulla. Però appena Salvini ipotizza una barriera con la Slovenia per controllare il flusso di irregolari scoppia il finimondo.

Nella cartina del “Corriere”, che riflette lo studio della Vallet, manca però un muro: quello che separa lo Stato della Città del Vaticano dall’Italia.

Altissime mura che impediscono a chiunque di entrare nello Stato di cui Bergoglio è teocrate assoluto. E’ il muro di confine più efficace e insuperabile fra tutti.

Però il Capo di stato (assoluto) del Vaticano tuona continuamente pretendendo che gli altri stati (in primis l’Italia) aprano le loro frontiere a un fiume in piena di migranti.

Venerdì un incredibile articolo dell’Osservatore romano affermava “senza equivoci” che “quando si tratta della povertà e della disuguaglianza non vale il limite delle acque territoriali o della zona Sar di competenza”.

Il giornale vaticano poneva poi una domanda retorica che lascia esterrefatti (la cui risposta è per loro scontata):

Esiste o no – in presenza di macroscopiche asimmetrie nella garanzia dei fondamentali diritti economici e sociali – un diritto a forzare la condivisione o anche semplicemente a cercare condizioni e risorse per una vita migliore, entrando con ogni mezzo in altri paesi anche quando non ricorrono le condizioni richieste per lo status di rifugiato?

La risposta è: no. Sia per la legge che per il magistero di sempre della Chiesa (del tutto diverso da quello bergogliano).

Ad ogni modo se nel Vaticano di Bergoglio ritengono che esista “un diritto a forzare la condivisione… entrando con ogni mezzo in altri paesi” non resta – agli immigrati – che entrare “con ogni mezzo” in Vaticano e “forzare la condivisione” di tanti palazzi che potrebbero utilmente ospitarli. Compreso l’Hotel Santa Marta dove sta Bergoglio.

C’è poi tutta una retorica sentimentale sui “muri” che a sproposito evoca il famigerato “Muro di Berlino” come prototipo  (talvolta sono intellettuali che furono comunisti a fare questo autogol). Ma non c’entra nulla.

Infatti i muri costruiti per impedire alla propria gente di scappare (è appunto il caso del muro di Berlino) sono l’esatto opposto dei muri che servono per governare e regolamentare gli ingressi, anche per questioni di ordine pubblico e per motivi economici (sono sempre esistite le frontiere fra gli Stati).

I primi sono i muri di una prigione e caratterizzano i regimi comunisti che considerano i propri cittadini come schiavi.

I secondi connotano ogni tipo di Stato normale, il quale esiste solo se e finché ha il governo del proprio territorio: uno stato in cui entrano e scorrazzano, a proprio arbitrio, masse incontrollate di persone che arrivano da fuori non è più uno stato. E’ una terra di conquista destinata allo sfacelo.

.

Antonio Socci

.

Da “Libero”, 8 luglio 2019

Condividi con: