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L’antisemitismo nei “Pensieri vaganti di un Cardinale”

L’antisemitismo nei “Pensieri vaganti di un Cardinale”

Ugo Card. Poletti
In una scuola di Roma si sono verificati tristi episodi di antisemitismo. Leggendo queste notizie, il cuore si stringe. Anche in altre città europee si sono verificati episodi del genere. Se si potesse tornare indietro nel tempo; rivedere le pagine della storia, correggerle, come vorremmo poter rimuovere le cause che hanno originato l’antisemitismo, demolire i cancelli dei ghetti, strappare la stella gialla contrassegno di disprezzo, dai vestiti degli ebrei, perseguitati da inique e tetre leggende. Quanto dolore rappreso, quante lacrime amare nel livore vendicativo dello Sylok di Shakespeare, l’immortale personaggio del Mercante di Venezia. 

Ma questa nostra società, malgrado tutto, secondo la definizione di Benedetto Croce non può non dirsi cristiana. Sbandata, ultra-consumistica, indifferente, la civiltà occidentale non può cancellare le stigmate del cristianesimo che l’ha generata.


Allora come si può essere antisemiti? Scriveva Léon Bloy: «Ogni mattina, durante la Messa, io mangio un ebreo e quell’ebreo diventa parte di me, cuore del mio cuore.  Gesù infatti è israelita. Saluto con le parole dell’Angelo, al mattino e alla sera, una fanciulla ebrea che è la Madre di Dio e che è anche mia madre››. Belle, stupende parole di Léon Bloy.


Il fenomeno turpe dell’antisemitismo nasce dalla grettezza dell’ignoranza, miasma venefico di un passato che dovremmo cancellare con tutto l’amore possibile. Chi perseguita per motivi razziali un altro essere umano, non sa di perseguitare quella parte di se stesso che costituisce la sua ombra, che lo condiziona al punto di spingerlo a compiere azioni di cui si deve vergognare.


Inconsciamente chi perseguita un ebreo, perseguita una parte di ebreo che è pure in lui: perché perseguita un uomo. Noi non possiamo raccomandarli, questi antisemiti, che al Signore.


Cardinal Ugo Poletti
  
Vicario Generale di Sua Santità 
per Roma

(Pensieri vaganti di un cardinale – editrice AVE– Roma 1981)

Nota: Gli episodi di antisemitismo denunciati dal Cardinal Poletti nel 1981 (trentacinque anni fa!) si ripetono ancor oggi, con crescente virulenza. Siamo entrati nel tecnologico terzo millennio, ma l’odio e la grettezza d’animo, alimentati da una becera ignoranza, persistono!

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L’Ebraismo è vita!

L’Ebraismo è vita!

“La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà”

Rav Giuseppe Laras

Caro direttore, l’importanza del ricordo come antidoto all’antisemitismo è ribadita in ogni commemorazione del Giorno della Memoria. Molto viene fatto. Con mezzi scientifici, tecnici e didattici si cerca di mostrare ciò che di infame ed efferato fu perpetrato dal nazifascismo in Europa — e non solo — dagli anni 30 del ‘900. Si è parlato. Si sono mostrate immagini agghiaccianti dei campi di sterminio, in cui strame fu fatto dei corpi di milioni di esseri umani. Si è ricorso ai superstiti vittime di tali brutture (ai quali va commossa gratitudine per lo sforzo, specie psichico, a cui si sottopongono) per rendere testimonianza dell’annientamento dell’essere umano e dello sterminio del Popolo Ebraico.


Le scuole accompagnano scolaresche ad Auschwitz perché «vedano» e «tocchino con mano» quello che, lungi dall’essere favola triste, è verità storica profanante e contraddicente i valori etici e spirituali dell’umanità e, specialmente, delle culture da secoli promananti dalla scaturigine biblica. Presso il grande pubblico si è purtroppo ridotto l’ebraismo alla Shoah. 

L’ebraismo è ben altro: Bibbia, Talmùd, persone, volti, lingue, Israele, Oriente e Occidente insieme. In Italia, poi, si tratta di un cammino di popolo e di cultura — in primis religiosa, ma non solo — , in dinamica osmosi con la cultura italiana non ebraica, perdurato 22 secoli, nonostante sofferenze ed emarginazioni.


Gli ebrei italiani hanno, almeno in parte, la responsabilità di non aver loro stessi sufficiente cognizione e coscienza di ciò. E di non averlo spesso convenientemente saputo trasmettere ad altri, compresi persino gli ebrei non italiani. Sembrerebbe che la memoria della Shoah non sia servita a granché: l’antisemitismo, mutante anche in antisionismo, con il suo corredo di discredito, violenza e morte, è vivo e vegeto, più aggressivo che mai in Europa e in terra di Islam. I giornali riportano bollettini di opinioni e fatti antisemiti. Non accadeva nulla di simile, con tale intensità e frequenza, dalla caduta del nazismo, inclusa l’ignavia di troppa cultura e politica occidentale. Si è sconfitto il nazismo perché gli ebrei debbano abbandonare nuovamente l’Europa o per vedere accostati da alcuni, con falsità assordante e perversa immoralità, nazifascismo e sionismo? Si è sconfitto il nazismo per tacitamente accordarsi con chi vuole distruggere in vario modo Israele e inficiare così ogni costruttiva, ancorché talvolta severa, critica che tale Stato, come qualsiasi realtà statuale, necessita? Conservare e trasmettere la memoria serve allora poco o niente? Se così fosse, sarebbe disperante. Potrebbe invece essere che questa memoria, che ci sforziamo di conservare e di attualizzare, in realtà non sappiamo trasmetterla come occorrerebbe, nonostante la grande dedizione di molti.

Può essere, infine, che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi. Un’altra risposta all’inadeguatezza della memoria per combattere l’antisemitismo potrebbe dimorare nella gravità di tale malattia dell’anima e della mente, che non sarebbe aggredibile da alcuna terapia e che si presenterebbe quindi alla stregua di male endemico e cronico. Posso testimoniare che, come molti ebrei, sono nato con l’antisemitismo e con esso sono invecchiato.


Sono considerazioni amare. Se l’arma della memoria per contrastare questa infezione dell’umanità appare spuntata, dobbiamo interrogarci sul perché tale male risulti così duro a morire o, perlomeno, a essere contenuto e, al contempo, per converso, così facilmente pronto a infettare. Ciò che rende l’antisemitismo malattia incurabile è probabilmente la sua veneranda età. Quasi 2000 anni di presenza nella storia del mondo, sia in terra di cristianità sia in terra di Islam, con l’accompagnamento devastante di predicazioni e azioni ininterrottamente rivolte contro l’ebreo, deicida per troppi secoli per i primi e kafir per molti dei secondi, meritevole dunque di discredito e punizione. Troppo tempo per non provocare catastrofi e l’assunzione dell’ebreo (specie in Europa, cristiana prima e purtroppo scristianizzata poi) a paradigma del male, come tale infido e mostruoso. So bene che, almeno in certi Paesi, qualcosa è cambiato, specie nella coscienza di molti amici cristiani che hanno riconosciuto con coraggio e onestà un nesso causale tra devastazioni hitleriane della Shoah e antiebraismo cristiano, nascente anticamente con le tentazioni marcionite ma presente e serpeggiante per secoli e ancora oggi, laicizzatosi poi nell’antisemitismo moderno di matrice illuminista, quest’ultimo mai davvero seriamente analizzato e meditato dalla storia del pensiero politico e filosofico occidentale.


So bene che il Dialogo ebraico-cristiano, nato dopo la Shoah, nonostante alti e bassi e vita relativamente breve, offre un ausilio alla lotta all’antisemitismo, agendo in parte da «farmaco sperimentale», contributo forse non imponente e risolutivo, ma significativo e prezioso per i contenuti di amicizia e passione che lo alimentano da parte sia cristiana sia ebraica. La lotta attiva e concreta all’antisemitismo (incluso l’antisionismo), nelle sue mutevoli e subdole forme, deve quindi trovare oggi accoglienza con coraggio e acribia, studio e passione, anche presso i cristiani e le Chiese. Altrimenti il Dialogo andrà erodendosi. Per rispondere all’interrogativo se il Giorno della Memoria, nonostante i limiti che presenta, possa continuare a essere proposto come momento non trascurabile di una strategia della civiltà e dell’umanizzazione, giudiziosamente dobbiamo concludere che, disattendendolo e smarrendolo, ci priveremmo di un prezioso freno inibitore.


Corriere della Sera 25.1.2016    

Fonte: 



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Giorno della Memoria 2016

Giorno della Memoria 2016

Pubblichiamo qui di seguito gli eventi che si terranno in Italia in occasione del Giorno della memoria.


DA DOMENICA 24 FINO A MERCOLEDÌ 27 GENNAIO 2016

il Memoriale della Shoah di Milanoaprirà le sue porte a tutti i cittadini interessati a scoprire questo luogo unico in Europa, in quanto il solo teatro delle deportazioni ad essere rimasto intatto. In questi quattro giorni di apertura al pubblico, si potranno effettuare visite sia guidate che libere dalle ore 10.00 alle 18.30. Per ciascuna tipologia di visita, è vivamente consigliata la prenotazione attraverso la piattaforma www.ticketone.com, dove sarà possibile selezionare la fascia oraria desiderata. Nei giorni dell’evento e compatibilmente con la capienza e con le prenotazioni già pervenute, sarà comunque possibile riservare le visite anche in loco, nelle fasce orarie rimaste disponibili. La visita è gratuita, fatto salvo il costo di gestione della prevendita TicketOne, pari a 1,50 €.


DA DOMENICA 24 GENNAIO FINO A FINE FEBBRAIO

Memoriale della Shoahall’interno dello Spazio Mostre Bernardo Caprotti, sarà possibile visitare la mostra “Dalle leggi antiebraiche alla Shoah”, organizzata dalla Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea e allestita dagli architetti Guido Morpurgo e Annalisa de Curtis. La mostra è dedicata alle persecuzioni antiebraiche, agli eventi storici generali e alle vicende personali vissute nell’Italia del regime fascista e dell’occupazione tedesca, riportate alla memoria attraverso l’esposizione dei testi delle leggi persecutorie, dei diari delle vittime e di lettere, fotografie e pubblicazioni originali dell’epoca.


DOMENICA 24 GENNAIO
Teatro Manzoni, dalle 11.00. La musica come strumento di emozione, partecipazione, raccoglimento e ricordo. Melodia e tragedia saranno strettamente legate fra loro, per il Giorno della Memoria”,  quando l’orchestra del trombettista ebreo newyorchese Frank London si esibirà con il suo “The Glass House Project”   in un emozionante concerto inserito nel calendario  degli appuntamenti della prestigiosa rassegna musicale di “Aperitivo in concerto”.


DOMENICA 24 GENNAIO
MILANO

ore 17.30, Memoriale della Shoah: presso l’Auditorium Joseph e Jeanne Nissim verrà proiettato il film “Pecore in Erba”, diretto da Alberto Caviglia. La pellicola, in concorso nella sezione Orizzonti al Festival di Venezia 2015, hacome tema portante l’antisemitismo, affrontato per la prima volta in chiave satirica, attraverso il particolare genere del mockumentary, il falso documentario surreale. La riproduzione del film verrà preceduta da una breve introduzione.


ROMA
Ore 11.50, Palazzo del Quirinale,
“I concerti della Cappella Paolina”.
Salmi ebraici che incontrano ritmi e armonie dell’occidente. Quando il dialogo tra culture e religioni diverse diventa scontro, alimentando tensioni che tengono tutti col fiato sospeso, brilla un’iniziativa che vuole dimostrare come la musica sia un efficace modello di integrazione. Domenica 24 gennaio 2016, in occasione del “Giorno della Memoria” il Palazzo del Quirinale ospiterà un concerto dell’Ensemble Salomone Rossi fondato dalla violinista milanese Lydia Cevidalli. In programma, arie, danze e sinfonie commissionate tra il Sei e il Settecento dalle più importanti sinagoghe europee: musiche di grande suggestione dove l’antica tradizione del salmodiare giudaico e gli stili rinascimentale e barocco di matrice europea si fondono in perfetta armonia, come a indicare la strada di una possibile felice convivenza tra civiltà. Per quanto riguarda gli autori: si va dal portoghese-olandese sefardita Avraham  Caceres a Salomone Rossi, l’”Hebreo di Mantova” che ha suggerito il nome all’ensemble, sino all’italo-viennese Christian Joseph Lidarti. L’appuntamento fa parte della rassegna “I concerti della Cappella Paolina” e verrà trasmesso in diretta da Rai Radio3 ed Euroradio.
Per ragioni di sicurezza è obbligatoria la prenotazione ed è necessario presentarsi 50 minuti prima dell’inizio del concerto, muniti di un documento di riconoscimento.


LUNEDì 25 GENNAIO
Amicizia Ebraico-Cristiana di Milano Carlo Maria Martini e Comunità Ebraica di Milano in occasione del Giorno della memoria 2016,“Frammenti di Memorie dimenticate”.

Programma
Saluto del Presidente dell’Amicizia Ebraico-Cristiana, Yoram Ortona
Canto introduttivo Anì Ma’amin, eseguito da Rav David Sciunnach
Antonia Arslan, Armeni che salvarono ebrei, ebrei che salvarono armeni
Vittorio Robiati Bendaud, L’onda lunga della Shoah nel Mediterraneo e oltre
Saluto dell’Ecc.mo  Rav Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano
Modera Paolo Liguori, Direttore di TGCom24
L’evento avrà luogo alle ore 20.45 di lunedì 25 gennaio 2016 presso la Sinagoga Maggiore di via Guastalla a Milano, straordinariamente aperta alla Cittadinanza per l’occasione


LUNEDì 25 GENNAIO
La Compagnia Teatrale Chronos3 vi invita, dal 25 al 31 gennaio 2016 al Teatro Libero, a vedere lo spettacolo Testastorta– la storia inventata, tratto dal romanzo “Testastorta” di Nava Semel. Drammaturgia di Tobia Rossi. Regia di Manuel Renga. Con Alessandro Lussiana e Valeria Perdonò
Info: www.compagniachronos3.wix.com/compagniachronos3


MARTEDì 26 GENNAIO
Ore 10.15: in via Corti 12,
 presso l’Area di Ricerca Uno del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della memoria verrà inaugurata la mostra “Auschwitz – I luoghi della memoria” del fotografo Enzo Catalano, allestita dal Comitato Unico di Garanzia del CNR (CUG) e aperta al pubblico fino al 28 febbraio. Nel corso della manifestazione verrà lanciata anche  l’iniziativa “Insegnare la Shoah, attraverso la quale formatori diplomati allo Yad Vashem di Gerusalemme trasmetteranno le loro competenze agli insegnanti che si trovano ad affrontare tematiche così difficili con i loro studenti.

MARTEDì 26 GENNAIO
ore 18.30
allo spazio SEICENTRO in via Savona 99, Milano, Musica e Parole per la Memoria dei Giusti, con Miriam Camerini, Bruna Di Virgilio, Andrea Gottfried

MARTEDì 26 GENNAIO
Spettacolo teatrale “Der Doktor”

ore 21.00 Teatro Wagner, piazza R. Wagner 2 – Milano
In occasione del “Giorno della Memoria” delle vittime della Shoah, andrà in scena lo spettacolo “Der Doktor, Etty e Ruth”. Un testo originale e inedito, per ricordare i milioni di vittime della follia nazifascista degli anni ’40. La regia è di Emanuele Drago, le musiche originali di Piero Chianura, la compagnia Progetto4 Milano, collettivo di artisti milanesi. Tre protagonisti in scena, il male e l’incapacità di capirne la portata, la vittima e la sua voglia di rinascita. Musiche dalle sonorità contemporanee, un pianoforte acustico che diventa a tratti elettronico, video e pochi oggetti in scena. L’allestimento scenico, pensato per trasportare lo spettatore in una dimensione cruda come un quadro di Francis Bacon, è il sottofondo di uno spettacolo che racconta fatti  realmente accaduti da non dimenticare. In scena Marco Marzari, Fiorella Fruscio, Ketty Capra e Letizia Randazzo.


MERCOLEDì 27 GENNAIO
L’Associazione Figli della Shoah, la Comunitàebraica di Milano, il Conservatorio Verdi di Milano, la Fondazione CDEC e il Memoriale della Shoah di Milano invitano a “Dalla Shoah al ritorno alla vita. Parole, musiche e silenzi”. Sala Verdi del Conservatorio, ore 20.00

A cura dell’Associazione Figli della Shoah, si svolgono i seguenti incontri:
XVI GIORNO DELLA MEMORIA
27 gennaio 2016 ore 10.30
Testimonianza di Liliana Segre
Teatro Arcimboldi di Milano
Diretta Streaming sul sito del Corriere della Sera.
www.corriere.it


27 gennaio 2016 ore 10.30
Scuola Ebraica di Milano
Testimonianza di Goti Bauer

27 gennaio 2016 ore 10.30
Conservatorio G. Verdi di Milano
Testimonianza di Franco Schonheit

10 febbraio 2016 ore 10.30
Conservatorio G.Verdi di Milano.
Testimonianza di Sami Modiano


MERCOLEDì 27 GENNAIO
Ore 18.00, Sistema Bibliotecario Milano, gli INCONTRI CON L’AUTORE,
Via Valvassori Peroni 56, Esther Fintz Menascé, eccezionale appassionata testimone di momenti di storia ebraica. Esposizione con letture, immagini,
canzoni. Introducono un rappresentante dell’Associazione Scuola
Stoppani e Alberta Bezzan della Fondazione Centro di
Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano
CDEC-onlus. L’incontro si inserisce all’interno del progetto
“La memoria degli archivi scolastici. Recupero e
valorizzazione dell’archivio storico dell’Istituto Comprensivo
Antonio Stoppani” dell’Associazione Scuola Stoppani.


GIOVEDì 28 GENNAIO
Presso la Casa della Cultura in via Borgogna 3 alle ore 11.00 il  CDEC, Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea in collaborazione con la Comunità Ebraica di Milano presentano il “Rapporto nazionale sull’antisemitismo”. Saranno illustrati i principali casi di antisemitismo in Italia, con uno speciale focus su quanto emerge da Facebook. Sarà poi presentata una panoramica dedicata all’antisemitismo in Europa. Interverranno:Betti Guetta(responsabile del settore Osservatorio Antisemitismo del Cdec), Stefano Gatti (Responsabile dell’Antenna Antisemitismo) e Davide Romano (Assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano).

Ore 18.30, Centro Ceco di Milano (via G.B. Morgagni 20).
Incontro al alle ore 18.30 con Helga Weiss-Hošková, un’autrice ceca di origine ebraica che ha raccolto le sue memorie dei campi di concentramento nel libro “Il diario di Helga” (2014, Einaudi). Questo libro verrà presentato durante l’incontro con l’autrice, che vedrà anche la partecipazione di prof. Alessandro Vitale di Dipartimento di studi internazionali di UNIMI. L´evento è organizzato dal Centro Ceco di Milano.  “Il diario di Helga” è una testimonianza sull’orrore del nazismo, un volume scritto da Helga Weiss-Hošková quando era ancora una ragazza e cercava di sopravvivere nei campi di concentramento di Terezin e Auschwitz. Una testimonianza tremenda ma sempre attuale.


GIOVEDì 28 GENNAIO
Senago (MI) ore 21.00, via Repubblica 7, ingresso libero. Il progetto TEMPO SCADUTO – NOTE SALVATE propone un viaggio attraverso le opere di grandi compositori ebrei del ‘900 in cui la musica classica si intreccia a temi popolari, chassidici, klezmer, tradizionali ebraici. Il recital è composto dall’esecuzione dei brani per l’insolito trio violino, corno e pianoforte, accompagnata da letture e racconti. Voce recitante Miriam Camerini.


DOMENICA 31 GENNAIO
Ore 16.00, Memoriale della Shoah: il Memoriale ospiterà lo spettacolo teatrale “Che non abbiano fine mai…” di Eyal Lerner, dedicato alla storia e alla cultura ebraiche, ma soprattutto alla tragedia della Shoah. Per assistere allo spettacolo è richiesta la prenotazione, al costo di 5 euro comprensivi di prevendita, attraverso il sito Ticketone, che offrirà la possibilità di scegliere il posto in pianta.

Ore 18.00, Memoriale della Shoah: incontro dal titolo “Porte chiuse, porte aperte”, organizzato da Comunità di Sant’Egidio e Comunità Ebraicadi Milano, a cui parteciperanno Liliana Segre e i profughi ospitati dal Memoriale nel 2015, i quali racconteranno le loro testimonianze.


DOMENICA 7 FEBBRAIO
ore 9.00, Memoriale della Shoah: incontro “Medicina e Shoah. Dalle politiche razziste dell’800 alla bioetica”, organizzato dall’Associazione Medica Ebraica in collaborazione con il CDEC e la Fondazione Memorialedella Shoah di Milano. Nel corso della mattinata, presentata da Michele Sarfatti e moderata da Giorgio Mortara, interverranno Antonio Pizzutti dell’Università Sapienza di Roma, Marcello Buiatti del Centro Interuniversitario di Filosofia dell’Università di Firenze, Marcello Pezzetti della Fondazione Museo della Shoah di Roma e Laura Boella dell’Università Statale di Milano.


LUNEDÌ 8 FEBBRAIO
ore 18.00, Memoriale della Shoah:presentazione del libro “Un amore ad Auschwitz. Edek e Mala: una storia vera” (UTET) di Francesca Paci, che dà voce a Edek e Mala: un giovane prigioniero politico polacco e una ragazza ebrea bella e vitale che s’innamorano nel campo di sterminio di Auschwitz. Una storia d’amore, ma anche di lotta, solidarietà e speranza, inspiegabilmente e ingiustamente dimenticata, che la giornalista Francesca Paci ricostruisce per la prima volta in tutti i suoi aspetti grazie a documenti dell’archivio del museo statale di Auschwitz e testimonianze dirette dei sopravvissuti. L’autrice ne parla con Marcello Pezzetti, Direttore del Museo della Shoah di Roma. In collaborazione con l’Associazione Figli della Shoah.


“NOI NON DIMENTICHIAMO!”

“Per Amore di Gerusalemme” è e sarà
sempre accanto ai fratelli ebrei, nella gioia
e nel dolore – con rispetto e gratitudine!

Israele ama la vita! Israele vive! 

www.peramoredigerusalemme.com


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La lettera di Laura Malchiodi al Papa

La lettera di Laura Malchiodi al Papa

Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della santa sede

Sua Santità, Le scrivo, ancora, perché trovo sempre più difficile considerarmi Cattolica. Eppure sono sempre stata molto vicina alla Chiesa, grazie anche al fatto che provengo da una famiglia molto religiosa, con due pro-zii Vescovi (Umberto Malchiodi, Vescovo di Piacenza e Gaetano Malchiodi, Vescovo a Loreto, erano fratelli di mio nonno Aldo)… ma non solo per questo. La lettura dei Vangeli, che ho cominciato alle medie e quella della Bibbia, che ho iniziato ad affrontare nel 1972, a 15 anni (grazie al regalo di zio don Umberto), mi hanno sempre più coinvolta. Ho poi conosciuto Madre Speranza, che mi ha detto che sarei rimasta delusa dalla Chiesa, ma che avrei dovuto lottare contro le sue storture e non avrei dovuto abbandonarla… Lei mi sta rendendo estremamente difficile mantenere questa promessa. Oggi, per la prima volta nella mia vita, non me la sento di andare a Messa.

E pensare che ero così felice quando L’ho vista la prima volta!

La Sua scelta del nome Francesco (il mio Santo preferito) mi aveva fatto sperare che Lei volesse in qualche modo testimoniare il suo distacco dai capitoli bui della nostra storia, che hanno visto i Gesuiti come protagonisti di pogrom e persecuzioni orribili nei confronti degli Ebrei… ma evidentemente mi sbagliavo.

E non Le scrivo solo a mio nome. Miei amici, conoscenti e parenti ogni giorno mi confessano il loro imbarazzo profondo e la crisi che stanno attraversando, grazie a Lei.

Le sue gaffes imbarazzanti in occasione del suo viaggio in Israele e in Cisgiordania… il suo assordante silenzio in occasione del rapimento dei tre ragazzi israeliani e la sua sollecita preghiera in occasione della tragica vendetta su un ragazzo palestinese, … la Sua assenza al Convegno ecumenico di Salerno dello scorso novembre (ha preferito andare ad elogiare il fedele alleato di Hamas, in Turchia),… e adesso il suo riconoscimento dello Stato Palestinese e la sua elezione di un capo terrorista ad “angelo della pace”… mi hanno sconvolta e profondamente ferita.

In questi mesi mi sono domandata il perché.

Ho pensato che forse Lei non ha letto mai gli statuti di Olp e Hamas, che negano in assoluto la possibilità di esistere a Israele (se è questo il caso, La invito a farlo subito). Condivido l’opinione che la pace in Israele potrà essere raggiunta solo attraverso negoziati che prevedano due Stati, e credo che sia questo il punto che l’Occidente dovrebbe sottolineare e pretendere, anche e soprattutto dai Palestinesi. È infatti noto che è questo il punto dolente, perché per Statuto, sia Olp che Hamas non possono accettare l’esistenza dello Stato ebraico israeliano ed è su questo punto, su questa richiesta di RECIPROCITÀ, che si sono arenati tutti i negoziati di pace.

L’Occidente finge di sostenere Israele, ma accetta che Israele non possa scegliere la propria capitale storica, Gerusalemme, perché l’idea non piace ai Palestinesi. E ai Palestinesi l’idea non piace perché per negare il futuro al popolo israeliano, negano anche la loro storia e la loro presenza millenaria in quei territori. (Stanno negando anche la nostra storia, al punto da dichiarare che Abramo e Gesù non erano ebrei, ma palestinesi… e celebrando la Liturgia a Betlemme con alle spalle quel manifesto di propaganda palestinese, Lei ha avvalorato – spero inconsapevolmente – questa assurda tesi…). Una cosa analoga è avvenuta in Armenia circa cento anni fa, e anche allora l’Occidente ha assistito indifferente (quando non ha collaborato attivamente) al genocidio armeno che ne è seguito.

Mi sono detta che forse non ha saputo della sentenza emessa dalla corte francese di Versailles, del 2013 (ed è risaputo che la Francia con Ebrei e Israele non è affatto tenera!). In questa occasione, il tribunale di Versailles ha stabilito che – secondo il diritto internazionale – quella di Giudea e Samaria è un’occupazione legittima, che non viola nessuna norma internazionale, contrariamente a quanto sostiene la propaganda di Olp e Anp, propaganda che – come sottolineato nella sentenza di Versailles – non costituisce diritto internazionale.

O forse, mi sono detta, non ha saputo che recentemente Anp e Olp e Hamas sono stati accusati di terrorismo da un altro tribunale, a New York. Anche il Suo interlocutore preferito, “l’angelo della pace” Abu Mazen, è stato condannato per atti terrorismo in questa occasione…. E una banca giordana è stata multata per aver finanziato, con prestiti, il terrorismo di Hamas. (E questo dovrebbe mettere in serio imbarazzo anche l’Europa, che da anni offre generosi finanziamenti ai Palestinesi, senza preoccuparsi di come vengono utilizzati).

Ma mi sono anche detta che una persona che sta utilizzando il potere politico che ha Lei, non può non aver prima studiato con attenzione la situazione e la storia di quei territori… quindi Le chiedo: perché?

Perché non ha reagito neppure alla richiesta europea e dell’Italia dell’etichettatura obbligatoria per le aziende israeliane che operano in Samaria e Giudea?

È difficile capire questa scelta italiana, anche considerando le ripetute promesse del nostro Governo di sostenere Israele, in quanto unico Stato democratico in mezzo ad una polveriera impazzita e minacciato seriamente dall’Iran.

È evidente che lo scopo della richiesta dell’etichettatura è finalizzata ad un prossimo boicottaggio, già in uso presso le cooperative italiane – e non solo – e che tanto ricorda le prime leggi razziali del periodo fascista… Davvero non comprende che cosa significa boicottare le aziende israeliane, dove lavorano anche molti arabi palestinesi e israeliani? Significa boicottare la normalizzazione, l’integrazione, la dignità di quel popolo, dignità che si ottiene con il lavoro, come Lei stesso ultimamente ha spesso ripetuto in riferimento alla disoccupazione in Italia. E boicottare questo, boicottare la normalizzazione, significa boicottare la pace.

Gli oltre 800.000 ebrei che vivevano da secoli nei paesi arabi, che dalla fine degli anni ’40 sono stati espropriati di soldi, case e terreni (i terreni espropriati corrispondevano a circa 5 volte lo Stato di Israele), sono stati accolti dal piccolo neonato stato israeliano e hanno avuto la possibilità di ricostruirsi una vita. Possibilità negata ai profughi palestinesi, visto che i Paesi arabi hanno rifiutato anche la proposta di dare loro parte delle ricchezze e dei terreni espropriati agli ebrei. Possibilità negata perché solo costringendoli a vivere da profughi, in cattività, impediscono loro di sentirsi uomini liberi e quindi non desiderosi di recriminare diritti assurdi (perché solo ai discendenti dei palestinesi questo diritto? Perché non ai discendenti degli ebrei? O degli italiani cacciati dall’Istria?…)

Ha mai pensato a cosa può condurre la Sua politica per i figli e i nipoti di quegli ebrei, che con tanta fatica si sono ricostruiti una vita, in Israele? Davvero considera giusto e legittimo sostenere chi li vuole – ancora una volta – cacciare ed espropriare di tutto? Anche della loro vita?

Sono trascorsi solo 70 anni dalla nostra presunta liberazione dal nazismo, dalle leggi razziali, da un antisemitismo becero e vergognoso. Cinquant’anni fa, veniva firmato il documento Nostra Aetate che avrebbe dovuto modificare radicalmente anche i rapporti tra Chiesa e mondo ebraico, aprendoci ad un dialogo onesto e alla pari (e non si immagina quanto mi renda orgogliosa l’ultima firma di quel documento!)

Eppure oggi, come negli anni ’20, stiamo ripercorrendo la stessa strada, commettendo gli stessi errori. E questo fa molto male.
E fa ancora più male assistere, ancora, impotenti, a certi comportamenti antisemiti in seno alla Chiesa…. ai vertici della Chiesa.
Sembra che quello che Le interessa non sia la pace in quei territori martoriati, ma colpire gli Ebrei…
Devo pensare che lo faccia per salvaguardare la vita dei cristiani in Medio Oriente e in Occidente? La storia ci insegna a non fidarci di tali allenze! Oltre al fatto che noi Cristiani siamo chiamati a fare scelte coraggiose! E il Vescovo di Roma dovrebbe essere il primo a dare l’esempio…

Le ho già scritto altre volte… allora speravo in una Sua risposta, perché lo stato in cui mi trovo – soprattutto per questi motivi – è davvero grave. Anche stanotte non ho dormito e Le ho twittato… ma evidentemente non Le interessa l’avermi ferita, così profondamente. D’altra parte chi sono io, per destare il Suo interesse?

Mi scuso per la durezza della mia lettera… ma quando sto male mi è difficile nascondere il mio stato e la gravità dei suoi ultimi atti non mi ha dato scelta.

Continuerò a pregare per Lei e perché il Signore mi aiuti a perdonarLa.

Laura Malchiodi

Fonte: www.Kolot.it

18 maggio 2015

Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo, IsraeleTag:Abu Mazen,Palestina, Papa Francesco

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Se torna a soffiare il vento del califfato 

Giorgio Israel

Fino a poco tempo era considerato paranoico chi prendeva sul serio i proclami della nascita di un nuovo califfato che avrebbe riconquistato l’Europa fino a Roma. Oggi rischia di far la figura della talpa chi non vede la concreta realizzazione di quel disegno. Esiste ormai un nuovo califfato non virtuale ma ancorato su un territorio, che si espande con una potenza militare inattesa, mette in fuga centomila cristiani e quarantamila curdi e distrugge le tracce di qualsiasi altra civiltà. Quei proclami un tempo ritenuti ridicoli riecheggiano dall’Iraq a Londra – dove un imam promette di sgozzare a Trafalgar Square chiunque non si assoggetterà alla Sharia – al Veneto – dove un altro imam incita a uccidere gli ebrei fino all’ultimo. Altri spezzoni del califfato emergono in tutto il Medio Oriente, fino alla Libia, a poca distanza dalle coste italiane e già emergono movimenti in Tunisia che si dichiarano pronti a combattere a fianco dell’esercito del califfato (Isis). Una parola chiara va anche detta sulla guerra di Gaza che ormai solo una talpa potrebbe non rendersi conto che va ben oltre il conflitto israelo-palestinese. Nessuno può mettere in discussione che tale conflitto resti il problema centrale sullo sfondo e che sia legittimamente aperto un ampio ventaglio di opinioni sul modo di risolverlo. Ma la sua riduzione a una questione umanitaria o addirittura a un’aggressione genocida da parte israeliana al popolo palestinese è un’inaccettabile contraffazione della verità che ha trovato espressione in un indegno striscione affisso (e fortunatamente poi rimosso) a Livorno. L’equazione Gaza = Auschwitz proposta da taluno è ridicola e scandalosa al contempo: non risulta che da Auschwitz fosse possibile bombardare le cittadine tedesche circostanti con missili ricevuti dall’esterno o preparare un assalto massiccio di centinaia di terroristi sbucati da tunnel costruiti con sussidi umanitari. Piuttosto occorre dire che nessuno stato sovrano potrebbe tollerare una simile aggressione al suo territorio e che riesca a contrastarlo con qualche efficacia non è una colpa bensì un fatto positivo. Il punto è che la questione israelo-palestinese – su cui entrambe le parti sono chiamate a scelte chiare, coraggiose e anche dolorose – potrà riemergere soltanto quando il campo sarà libero da chi persegue altri obiettivi: una guerra santa condotta con ogni mezzo, incluso il farsi scudo della popolazione civile, nel quadro di un assalto generalizzato che mira sia a imporre l’islam integralista a tutto il mondo musulmano, sia al cuore delle società occidentali. Dovrebbe far riflettere che esso si presenti, a distanza di anni, con forza e pericolosità tanto cresciute da rendere patetico il ricordo di Al Qaeda. E davanti a tutto ciò non vi è altro che debolezza e sbandamento crescenti. Sarebbe da ridere – se non fosse tragico ­– che, mentre mezzo Occidente è impegnato a indurire le punizioni contro chi non è d’accordo con il matrimonio gay, la British Law Society dia istruzioni a notai e avvocati perché accettino i testamenti redatti secondo le regole della Sharia che sono basati sulla condizione di totale subordinazione del coniuge femminile; o che gran parte del mondo musulmano francese abbia votato a destra di fronte alle leggi sul matrimonio e sull’educazione alla cultura del “genere” promosse dal governo socialista. Sono ulteriori manifestazioni di questa tendenza suicida la sostanziale indifferenza con cui sono accolte le persecuzioni dei cristiani (cosa deve succedere di peggio perché si esprima una chiara reazione?) e il dilagare di un nuovo antisemitismo che, ancora una volta, mette alla gogna gli ebrei come responsabili di tutti i mali del mondo e si manifesta in modo inquietante anche nel nostro paese con l’invito al boicottaggio dei negozi gestiti da ebrei.

Di fronte al disastro, l’ex-superpotenza mondiale non trova di meglio che scaricare qualche bomba episodica farfugliando di transazioni diplomatiche con chi non ne vuol sentir neppure parlare. È chiaro che la paralisi statunitense è generata da una sequenza di politiche sbagliate, prodotte dall’incapacità di comprendere anche antropologicamente le dinamiche dei territori coinvolti. Ma gli errori non giustificano il voltarsi dall’altra parte di fronte a un dramma di dimensioni epocali che, più prima che poi, riguarda tutti. E ancor meno è giustificabile la totale irrilevanza dell’Unione europea che tende a cancellare le politiche nazionali per sostituirvi il nulla, come insegnano vicende che riguardano da vicino il nostro paese, ovvero il dramma dell’immigrazione di massa che l’occhiuta eurocrazia ci impone di affrontare con il massimo in quantità e qualità dell’accoglienza per poi offrire un muro di spalle di fronte alla richiesta di delineare una linea politica continentale. E, anche qui, solo una talpa potrebbe non vedere le connessioni tra l’afflusso migratorio e le campagne militari dell’integralismo. È noto che l’irrilevanza europea nella politica estera è conseguenza dell’aver costruito l’intero edificio comunitario sul terreno dell’economia, mettendo il resto in secondo piano. Questa constatazione dovrebbe condurre in tempi rapidissimi a capire che avanti a tutto viene la politica. I califfati bussano imperiosamente alle porte e traggono incoraggiamento dall’ignavia di quello che, piaccia o no, è il loro nemico dichiarato.


Giorgio Israel

http://gisrael.blogspot.it/2014/08/se-torna-soffiare-il-vento-del-califfato.html

(Il Mattino, 10 agosto 2014)

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Israele e Chiesa: accecamento.

Israele e Chiesa: accecamento.


Meditazione su Israele e Chiesa: l’accecamento. 

 di Adolfo Lippi cp

 

 
«Per un lungo tratto di strada camminarono insieme coloro che credevano alla croce e quelli che dovevano portarla. In tal modo la passione del Nazareno divenne pretesto per una passio judaica senza fine nel cuore di un’Europa battezzata» Pinchas Lapide[1].

Sono assai note le raffigurazioni scultoree della Chiesa e della Sinagoga che si trovano in alcune cattedrali medioevali. La Chiesa, raffigurata come una regina trionfante, che inalbera la Croce come un vessillo di vittoria, la Sinagoga umiliata e con gli occhi bendati. La benda sugli occhi ricorda la Lettera di Paolo ai Romani, che parla di un accecamento o indurimento della vista per non aver riconosciuto il Messia. La splendida donna che simboleggia la Sinagoga nella Cattedrale di Strasburgo ha la testa chinata di fianco quasi ad indicare smarrimento.

E’ importante osservare che nel contesto paolino l’accecamento d’Israele riguardo al Messia ha una valenza positiva: serve a far entrare le genti nell’economia della salvezza preparata da Dio per Israele e per tutti gli uomini. Paolo arriva ad argomentare a favore di Israele dicendo: “Se la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti, quanto più la loro totalità!… Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione per il mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti?” (Rom 11, 12 e 15).

Segue il paragone della radice e dei rami con la seguente conclusione, della quale mi pare che la teologia cristiana si sia ben poco ricordata: “Se ti vanti, ricordati che non sei tu che porti la radice, ma la radice che porta te” (Rom 11, 18).

Nella teologia della sostituzione, dominante fino al recente Concilio, il discorso dell’accecamento fu di fatto estrapolato dal suo contesto. L’apostolo dei gentili è l’unico che abbia patito un’angoscia mortale di fronte all’orgoglio di alcuni cristiani gentili. Ha percepito un pericolo enorme e ha visto giusto. Come si può chiamare il fatto che gli altri cristiani non abbiano avuta alcuna percezione di questo male se non un accecamento? Che fossero così ciechi i crociati del Medio Evo, che dovevano essere assai ignoranti e grossolani, o lo fossero alcuni monaci fanatici lo si può pure comprendere. Ma cosa pensare di uomini impegnati al massimo a favore della giustizia di Dio e del bene comune come Giovanni Crisostomo, Girolamo o Ambrogio di Milano? Non c’è altra riposta se non che anche in essi c’erano dei punti oscuri nei quali non entrava la lucidità di Paolo, nonostante che i suoi scritti fossero considerati Scrittura rivelata.

Per Girolamo gli ebrei sono “serpenti la cui immagine è Giuda e la cui preghiera un raglio d’asino”. Per Giovanni Crisostomo sono “banditi perfidi, distruttori, dissoluti, simili ai maiali, che superano in ferocia le bestie selvatiche… essi immolano al diavolo i loro bambini”. Ambrogio di Milano si oppose all’imperatore Teodosio che aveva ordinato il ripristino di una sinagoga bruciata, scrivendogli: “E’ la mia negligenza ad impedirmi di dare io stesso fuoco alla sinagoga di Milano”[2].

E’ opinione ormai condivisa fra i teologi che il cristianesimo sia identificato in quanto tale dalla teologia della Croce. La croce è criterio ermeneutico e architettonico della teologia cristiana, cioè della conoscenza di Dio da parte dei cristiani. Se riflettiamo per un poco sul passo riportato sopra di Pinchas Lapde, è il caso di dire che, a parte singole persone sante, dalla parte della croce ci sono stati più gli ebrei come popolo che non i cristiani. O meglio che i popoli cristiani parlano della croce, ma il popolo ebraico la porta. Una croce diventata vessillo di potere mondano, come nell’allegoria medioevale della Chiesa, è ancora la croce dell’ebreo Gesù di Nazareth? C’è stato un accecamento diffuso e condiviso senza obiezioni.

Lutero fu il più lucido teorizzatore della teologia della Croce: mentre, per lui, la teologia della gloria cerca Dio attraverso le sue opere grandiose e potenti, la teologia della Croce “insegna che le pene, le croci e la morte sono il tesoro più prezioso fra tutti”, attraverso il quale Dio confonde la superbia e la boria dell’uomo e rivela se stesso in quello che può apparire il suo contrario[3]. Anche lui, però rimase totalmente accecato per quanto riguardava l’umiliazione e la sofferenza degli ebrei. Commenta una teologa protestante: “La chiave di volta della relazione fra Dio e gli uomini è Cristo, vero uomo e vero Dio. Una concezione teologica di tal genere conduce Lutero a contrapporre le sfortunate e movimentate peregrinazioni del popolo ebraico alla marcia trionfale (e sotto moli punti di vista trionfalistica, se soltanto si pensa all’allegoria della Chiesa incoronata e della Sinagoga con gli occhi bendati) della Chiesa cristiana. Paragonando le due storie, gli ebrei dovrebbero arrendersi all’evidenza che la collera di Dio è sopra di loro e che il Signore li ha abbandonati a favore dei cristiani”[4]. E’ un ragionamento rigorosamente opposto a tutta la theologia crucis teorizzata dallo stesso Lutero. Che cos’abbiamo qui, se non un altro esempio di accecamento?

Scriveva ancora Lapide: “Nel pensiero cristiano, il modo di interpretare le sofferenze conobbe una strana dissociazione. Per un verso alla luce della Passione di Cristo esse vennero considerate come un segno celeste del loro accoglimento da parte di Dio… D’altra parte le sofferenze del popolo da cui Gesù ha tratto origine venivano interpretate come il segno della ripulsa, ad opera dello stesso Dio… Si dimenticò e si rimosse il fatto che, stando al dato biblico, l’elezione di Dio e la sofferenza dei suoi eletti sono strettamente congiunte”[5].

La richiesta di perdono fatta dagli ultimi papi al popolo di Israele è stata un enorme progresso per il cammino dell’umanità verso Dio, per la crescita nella scoperta del Dio vivente. Il nostro sogno di oggi è che si faccia insieme un cammino di ascolto di Dio, Israele e Chiesa. Se l’alleanza con Israele non è stata mai revocata, ce ne possiamo noi disinteressare? E, se ci interessa, non lo esprimeremo nella preghiera, anche liturgica? Abbiamo tolto il negativo – oremus et pro perfidis judaeis – : perché non procedere al positivo? Ci possiamo disinteressare dello Stato di Israele e della Terra Santa? Una piccola preghiera liturgica c’è: quella del venerdì santo. Potrebbe ampliarsi.

Ma il caso più eclatante di accecamento non appartiene alle Chiese o alla fede ebraica, bensì ad una corrente di pensiero che dalla luce e dalla visione traeva la propria autocomprensione: l’illuminismo. Secondo questa corrente che ha influenzato e continua ad influenzare la modernità, l’istruzione e il progresso tecnico portano la luce e conseguentemente i comportamenti giusti, l’ignoranza e il rifiuto delle scienze causano l’accecamento e quei comportamenti malvagi e crudeli che noi giustamente deploriamo nelle epoche oscure. E’ accaduto, però, che l’accecamento più scandaloso e più gravido di conseguenze fatali per l’umanità non si sia verificato in tempi oscuri o in qualche nazione arretrata, ma nella nazione forse più evoluta culturalmente, ben ordinata e ben organizzata razionalmente nel secolo ventesimo. Chi ne ha sofferto di più è stato proprio quel popolo ebraico che era stato definito cieco. Mentre l’ubriacatura nazista raggiungeva il suo vertice, i filosofi ebrei Horkheimer e Adorno scrivevano Dialettica dell’illuminismo, che si potrebbe sintetizzare nella tesi secondo cui l’illuminismo tende a convertirsi nel suo contrario, cioè nell’oscurità e nella barbarie.

Non si sradicherà l’antisemitismo dall’Occidente finché non si andrà oltre il piatto egualitarismo illuminista e razionalista che presume delegittimare ogni elezione, ogni vocazione e ogni missione e rende così impossibile la comprensione della fede ebraica.

Ci domandiamo: come è stato possibile Hitler? Possiamo dire di prendere sul serio questa domanda se la traduciamo così: come è possibile che Hitler sia così vicino a noi nell’Occidente cristiano? Ci sono dei passaggi che si possono riconoscere e ripercorrere a volo d’uccello per prendere chiaramente coscienza di ciò che è avvenuto.

I cristiani di cultura greca hanno attuato l’inculturazione della fede cristiana nell’ellenismo, inculturazione che certamente ha avuto anche i suoi meriti. Questo, però, ha già distanziato la cultura cristiana da quella ebraica. Poi questa inculturazione ellenico-bizantina si è ancor più distanziata dalla fede di Israele nella Scolastica aristotelico-tomista. L’illuminismo rompe tanti altri legami. L’analisi che ne fa la Scuola di Francoforte dovrebbe essere studiata sistematicamente. Sia le ideologie fasciste sia quelle marxiste del secolo ventesimo manifestano questa deriva dell’illuminismo. Gli intellettuali in massa, salvo rare eccezioni, hanno canonizzato queste derive spaventose[6].

Mentre tutte le derive del pensiero occidentale si attuavano, un popolo rimaneva fuori e stava a guardare, subendo tutte le minacce di culture potenti quasi come una fatalità legata alla propria fede nell’elezione alla quale non poteva rinunciare, perché essa lo costituiva in quanto popolo[7].

Qui mi viene da ricordare l’ammonimento dell’ebreo Shaùl-Paolo: “Tu non insuperbirti, ma abbi timore. Se infatti Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno risparmierà te” (Rom 11, 21).

Soltanto un popolo umile – o il popolo costituito da tutti gli umili della terra – potrà indicare la via dell’umiltà, che è la via della fede nel Dio vivente totalmente persa nella mentalità illuminista. Israele mostra che cos’è l’umiltà: non è certamente il ritenersi un popolo superiore ma non è neanche il ritenersi un popolo inferiore agli altri, bensì l’accettare con fiducia e fermezza il peso della fede nel Dio vivente che entra in rapporto con lui. Anche l’ebreo Gesù di Nazareth, che reclama con decisione il suo essere l’inviato del Padre, mostra alla stessa maniera che l’umiltà è la forza di portare il peso della verità della propria elezione fino al Calvario.

La conclusione della riflessione angosciosa e tuttavia piena di speranza di Paolo è: Dio ha chiuso tutti nella disobbedienza per fare a tutti misericordia (Rom 11, 32). Se l’alleanza fra Dio ed Israele non è stata mai revocata, come Paolo aveva insegnato, allora tutti quelli che hanno resistito alla tentazione di scrollarsela di dosso, sono martiri. Questo non ci porta alla disperazione del relativismo religioso e morale, ma solo alla consapevolezza che la storia dell’umanità, letta alla luce della Torah, cioè la storia di Dio nel mondo, va riscritta. E’ una storia punteggiata da diversi accecamenti e liberata progressivamente da autentiche illuminazioni. All’inizio di tutto c’è la fede di Abramo e l’esperienza del vero Israelita che canta: “Lampada per il mio piede è la tua Parola e luce sul mio cammino” (Sal 119, 105). 

p. Adolfo Lippi, passionista
_________________________

[1] P. Lapide, in P. Lapide-J.Moltmann, Israele e Chiesa: camminare insieme, Queriniana, Brescia 1982, 50-51.
[2] Citazioni prese da J. Elichaj, Ebrei e cristiani, Qiqajon, Bose 1995, 23 e 26.
[3] Rimando a A. Lippi, Lutero e la theologia crucis, in «La Sapienza della Croce», 1995, 339-358.
[4] L. Kaennel, Lutero era antisemita?, Claudiana, Torino 1999, 74-75.
[5] In P. Lapide – J. Moltmann, Israele e Chiesa… cit., 50-51.
[6] Il recente studio di Yvonne Sherrat I filosofi di Hitler (Bollati Beringhieri, Torino 2014) è illuminante su questo.
[7]Per quanto si possa discutere, dà molto da pensare anche lo studio di Shlomo Sand, L’invenzione del popolo ebraico (Rizzoli, Milano 2010).

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Antisionismo…

Antisionismo…

…fragile maschera dell’antisemitismo

di Rav Riccardo Di Segni

La Shoà è stata l’epilogo violento di una storia di millenni di ostilità, nella quale sono confluite contro il popolo ebraico motivazioni religiose, psicologiche, economiche, nazionalistiche, razziali. Siamo tutti testimoni del fatto che l’ostilità antiebraica non si è esaurita certo con la Shoà. Continua in questo Paese oggi e si esprime in tante forme: dagli stadi alle scritte sui muri, che sono fenomeni miseri e incivili, dalla battuta quotidiana di cattivo gusto, espressione del pregiudizio, alle forme politiche organizzate e non solo nei covi neonazisti, nelle cattedre dove si insegna nega-zionismo, nelle manifestazioni di becero antisionismo, fragile maschera dell’antisemitismo, alle forme religiose – l’insegnamento del disprezzo, il popolo deicida e il dio vendicativo – ormai deplorate dalla Chiesa cattolica ma conservate e trasmesse in sede “laica” anche da personaggi autorevoli.

Davanti a tutti questi fenomeni che potrebbero portare a chissà cosa è necessario che la società vigili e ricordi, che denunci, che non ceda, che non minimizzi, che non assolva e che non si autoassolva. Ma non c’è bisogno di essere ebreo per essere oggetto di ostilità e di odio. Basta essere in qualche modo solo un po’ diverso. Le cause dell’odio per il diverso sono tante e si intrecciano in continuazione: il desiderio di mantenere privilegi, la paura di confrontarsi, il senso della minaccia, la difesa del gruppo, una situazione esistenziale difficile e a rischio. La società più civile può scoprirsi all’improvviso crudele, inospitale, aggressiva, può avere leggi democraticissime e protettive ma allo stesso tempo negare i benefici a chi è considerato diverso. Sono perfettamente convinto della unicità della Shoà, ma l’insegnamento che ne deriva non riguarda gli ebrei come vittime e una società scomparsa 70 anni fa, è un discorso attuale in una società che cambia e che si fa fatica e seguire nelle sue evoluzioni tumultuose e nei germi anche micidiali che può covare al suo interno.
 

Fonte: Il Tempo del 27 Gennaio 2014

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Antisemitismo in Italia e in Europa

Antisemitismo in Italia e in Europa

Attualità di un intervento

Mons. Pietro Rossano
«biblista e uomo del dialogo»

Per dire qualcosa di attendibile su un fenomeno così vasto, e guardandolo prevalentemente dal punto di vista religioso, ritengo necessario qualche preliminare.
Ricordo anzitutto che l’odissea ebraica è una delle più grandi epopee della storia. È anteriore al cristianesimo, e non si può immaginare il volto dell’Europa moderna senza l’apporto culturale, sociale ed economico degli ebrei. Ma quanto è difficile scriverla! La loro storia in questo continente è così differenziata, diacronicamente e sincronicamente, che per seguirla occorre padroneggiare non soltanto il latino, il greco e l’ebraico, ma l’aramaico, l’arabo, il yiddish, il ladino e tutte le maggiori lingue europee. Appare in ogni caso che l’antisemitismo rappresenta una patologia costante, latente o in atto, il cui punto più critico è la Germania, ma si constata anche che gli ebrei hanno conosciuto periodi di pace, di benessere e perfino di splendore che sono stati benefici per tutti.

Lo scrittore e storico inglese Hilaire Belloc parla di un «ciclo tragico» delle comunità ebraiche in Europa: «Cordiale accoglienza di una colonia ebraica, quindi disagio, seguito da un’acuta insofferenza, che esplode in persecuzioni, esìli e perfino massacri… seguiti da una reazione e dalla ripresa del processo ciclico ricordato» (Gli ebrei, trad. di A. Marioli, Milano 1934, p. 129). Lo stesso autore delinea quattro vicende nella storia ebraica in Europa: la distruzione, tentazione frequente di masse popolari o di despoti; l’espulsione, come quelle avvenute in Spagna, Inghilterra e Russia; l’assorbimento e l’assimilazione, promossa con vane tecniche, dal battesimo forzato alla obliterazione della identità sociale ebraica; la segregazione, che può essere ostile o rispettosa (op. cit. p.3 ss.).
Ritengo opportuno, dal mio punto di vista, distinguere tra antigiudaismo, antisemitismo moderno e antisionismo.

– l’antigiudaismo, di matrice per lo più religiosa, ha prevalso fino alla metà del secolo scorso. «L’affare di Damasco» e il «caso Mortara» seguiti dalla fondazione dell’Alliance Israelitique Universelle (Parigi I960) ne possono segnare la peripezia finale.

– l’antisemitismo moderno è un magma di elementi razziali, economici, nazionalistici, politici, senza escludere gli stereotipi religiosi: ha i suoi classici (E. Drumont, La France juive, 1886, W. Marr, The victory of Jewry over Germanism, A. Stocker, A. Rohling) e i suoi Pamphlets diffamatori!

– l’antisionismo del nostro secolo è nato come opposizione al Sionismo promosso da Herzl, per ridare a Israele la sua patria spirituale.

Tenendo distinti, anche se non separati, questi tre fenomeni mi sembra si possa affermare che la Chiesa cattolica ha implicazioni e responsabilità diverse in ciascuno di essi, ma nel nostro secolo, con gli ultimi Papi, e con il Concilio Vaticano II ha corretto decisamente la sua rotta, avviando un processo di eliminazione delle matrici religiose dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, affermando il diritto alla libertà religiosa per tutti, e per il popolo ebraico il diritto a vivere nella terra che gli appartiene.

Comincio con l’antigiudaismo.

La Chiesa ha tenuto fin dagli inizi un atteggiamento bivalente verso gli ebrei. Da una parte ha sempre onorato la propria parentela religiosa con Israele, dall’altra gli ha sempre rimproverato la per-fidia, cioè la fede venuta meno davanti al Cristo-Messia. Per questo gli ebrei furono tollerati ma umiliati, accettati ma sottomessi. Per la società medievale che distingueva i popoli con criteri religiosi, c’erano i cristiani e gli infedeli. Gli ebrei stavano nel mezzo, non esclusi come gli altri infedeli, ma non cittadini come i cristiani. Il codice di Teodosio (438 d.C.) fu la base di tutta la legislazione medievale a questo riguardo, canonica e civile. L’ebraismo era tollerato come l’unica religione dissenziente in seno alla cristianità. Era riconosciuto ufficialmente, ma a condizione di non accampare diritti. Ciò faceva sì che gli ebrei non potessero fare nulla senza il permesso concesso per graziosa disposizione dai re, papi, baroni, vescovi, abati, città, ecc… Cotesta situazione offriva esca al disprezzo sociale da parte dei cristiani e al risentimento da parte degli ebrei. «Questo dualismo, osserva uno storico dell’ebraismo (F. Schweitzer, A History of the Jews, London, 1971, p.75) di condannare gli ebrei a una condizione di paria da una parte e di salvaguardare loro certi diritti dall’altra, era…molto difficile da mantenere. Perché richiedeva nelle pubbliche autorità, civili ed ecclesiastiche, di camminare sullo stretto sentiero di prevenire gli ebrei dall’’andare oltre i magri diritti che avevano nella loro ignominia, e di impedire ai cristiani di infrangere tali diritti». Ciò spiega come Papa Callisto II emanasse nel 1120 una Constitutio pro Judaeis, una specie di Magna Charta negativa che vietava i battesimi forzati, l’aggressione agli ebrei e alle loro proprietà, la dissacrazione dei cimiteri, ecc. e come il terzo e quarto Concilio Lateranense qualche decennio dopo (1179 e 1215) imponessero divieti restrittivi agli ebrei, miranti a isolarli dalla vita sociale, li obbligassero a portare un segno distintivo (un cerchio giallo o cremisi sul vestito). Tale ambivalenza è continuata con l’abbruciamento del Talmud, la costituzione del ghetto di Roma, i processi dell’Inquisizione da una parte, mentre dall’altra parte si invitavano medici ebrei alla corte papale, si promuoveva lo studio dell’ebraico nelle facoltà di teologia, e Ignazio di Loyola, a dire del suo compagno e biografo Pedro Ribadeneyra (Dicta et facta Ignatii, Vol. I, p. 24), dichiarava un giorno che «non poteva immaginare per sé un privilegio più alto che essere ebreo, perché così sarebbe stato parente secundum carnem di Gesù Cristo suo Signore e della Vergine sua madre», e amava dirsi un «semita spirituale».
In questo clima non appariva altra soluzione del problema ebraico che la conversione al Cristianesimo e si svilupparono stereotipi teologici e sociologici che offriranno esca all’antisemitismo moderno.
Questo, come ho accennato, si venne sviluppando nella seconda metà del secolo scorso in Francia, in Germania e in Unione Sovietica, mentre l’Italia, il Belgio, l’Olanda e la Gran Bretagna, ne furono meno coinvolti. Non dimentichiamo che Roma ebbe un sindaco ebreo, Nathan, e l’Italia un capo del Governo ebreo (Luigi Luzzatti,1910-11).

L’antisemitismo moderno si alimentò da matrici economiche, razziali, politiche, nazionalistiche, culturali, illuministiche (non si dimentichi Voltaire e tanti altri) e veicolò spontaneamente gli stereotipi religiosi e culturali della tradizione medievale e controriformistica, favorito, o almeno non impedito, dall’inerzia del pensiero teologico sulla realtà dell’Ebraismo religioso. Due personalità ecclesiastiche levarono per prime a Roma e in Italia la voce contro l’antisemitismo: furono il Padre Semeria e Mons. Bonomelli, poi Vescovo di Cremona, che dichiaravano assurde le ragioni razziali, non fondate quelle economiche, «non cristiano» l’atteggiamento antisemita, e che agli ebrei di oggi non si può proprio imputare la morte di Gesù.

Nel 1926 Pio XI condannava l’Action Française nei cui programmi figurava l’antisemitismo; nel 1931 riceveva in udienza il Rabbino capo di Milano, Alessandro da Fano.

Si inserisce qui la vicenda dell’Associazione Amici Israel e del suo manifesto intitolato Pax super Israel; Vi aderivano 19 Cardinali, tra cui Merry del Val, Segretario di Stato di Pio X, 278 Vescovi e 3000 sacerdoti, tra cui 5 Consultori del S. Offizio. L’Associazione si proponeva la soppressione della preghiera del Venerdì Santo «pro perfidis Judaeis», il rigetto dell’accusa di «deicidio», la cessazione delle celebrazioni liturgiche riferite a leggendari omicidi rituali compiuti dagli ebrei. Un decreto del S. Offizio del 25 marzo 1928 pose fine all’Associazione, perché non rispondente alla prassi della Chiesa, ma ne dichiarava «lodevole» lo spirito, e condannava senza mezzi termini (reprobat vel maxime damnat) l’antisemitismo, descritto come odium adversus populum olim a Deo electum.

Tutti conoscono le posizioni di Pio XI, il suo celebre «Noi siamo spiritualmente semiti» del 6 settembre 1938, giorno successivo alla promulgazione delle leggi antiebraiche in Italia e il suo progetto, impedito dalla morte, di una lettera enciclica sull’antisemitismo. Frattanto scrittori cattolici come Maritain, Mounier, Leòn Bloy prendevano ferma posizione in Francia contro l’antisemitismo, ma Giovanni Papini in Italia non ne era immune (cfr. il capitolo «Le idee di Ben Rubi» nel Gog).

Poi vennero la guerra e la Shoah. La posizione della Chiesa verso gli ebrei si consolidò ufficialmente al di là di ogni equivoco, prima con l’impegno caritativo, sotto Pio XII, poi con Giovanni XXIII, che cominciò con il piano affettivo (ricordiamo l’espressione «Io sono Giuseppe vostro fratello»), per passare nell’enciclica «Pacem in terris» a quello giuridico-teologico della libertà della professione religiosa, che deve «essere immune da ogni costrizione».

Il problema degli ebrei entrò nel Concilio con la Dichiarazione sulla libertà religiosa, e quella Nostra aetate, e venne ribadito nei due documenti del 1975 e 1985 della Commissione Pontificia per i rapporti religiosi con l’ebraismo. Devono essere ricordati qui gli interventi espliciti e numerosi di Giovanni Paolo II, la dichiarazione fatta a Mainz (1980) che l’alleanza ebraica «non fu mai abolita», e la visita alla Sinagoga di Roma (1986) che intese simbolicamente chiudere un passato e consolidare una ritrovata fraternità.

Che cosa si propone la Chiesa? Educare i cristiani al rispetto e alla stima per il popolo ebraico e la sua fede, sviluppare la comprensione teologica del rapporto cristiano-ebraico e promuovere, dove è possibile, una collaborazione sociale e culturale. Tale è lo scopo della giornata annuale per l’ebraismo, fissata l’anno scorso dalla CEI per la Chiesa italiana il 17 gennaio di ogni anno.

Una parola infine sul Sionismo e l’antisionismo.

La posizione della Santa Sede è passata da un atteggiamento iniziale di benevola neutralità («la consideriamo una questione umanitaria» dichiarava il Segretario di Stato Card. Merry del Val a Theodore Herzl nel 1904) al riconoscimento, più volte affermato, del diritto di Israele di vivere al sicuro nella terra legittimamente posseduta, e alle dichiarazioni, anch’esse ripetute, che non sussistono pregiudiziali teologiche verso lo Stato d’Israele, ma che gravi cause persistenti impediscono tutt’oggi alla Santa Sede di perfezionare le relazioni politiche. In questo ambito l’antigiudaismo e l’antisemitismo sono del tutto fuori causa.

Riesce la Chiesa nel suo proposito di realizzare un nuovo corso con il popolo ebraico?

Un episodio può servire da spia per comprendere ciò che è stato fatto e ciò che resta da completare. Nella memoria dei Santi Gioacchino ed Anna, che il calendario cristiano colloca il 26 luglio, l’oremus della Messa recita nel testo ufficiale latino: «Domine Deus Patrum nostrorum… che hai preordinato Gioacchino ed Anna ad essere genitori della Madre del tuo figlio incarnato, concedici per loro intercessione… ut salutem tuo promissam populo consequamur». Il messale italiano traduce: «… concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna»: lasciando così cadere la grande categoria teologica dell’associazione dei cristiani alla promessa fatta al popolo ebraico».

Errore, svista, disattenzione? Non voglio giudicare, ma questo caso dimostra che c’è ancora da lavorare in questo campo.

Roma, 12 luglio 1990 – Camera dei Deputati – Tavola rotonda sul tema “L’Antisemitismo in Italia e in Europa”. 
Intervento di Mons. Pietro Rossano Magnifico Rettore dell’Università Lateranense

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MILANO: Jules Isaac

MILANO: Jules Isaac

INCONTRI DI ECUMENISMO 

Jules Isaac

ALLA FONDAZIONE AMBROSIANEUM di Milano

martedì 29 ottobre alle ore 18.00

Massimo Giuliani parla di :

 JULES ISAAC

             “MUTARE IL DISPREZZO IN DIALOGO”


Riprende martedì 29 ottobre alle 18.00 alla FONDAZIONE CULTURALE AMBROSIANEUM di via delle Ore, la tradizione degli “Incontri di ecumenismo” coordinati da Clara Achille Cesarini in collaborazione con il SAE (Segretariato Attività Ecumeniche).

In occasione del 50° anniversario della morte di papa Giovanni XXIII e di Jules Isaac (1877 – 1963), il 29 ottobre alle ore 18.00 Massimo Giuliani, docente di Studi Ebraici all’Università di Trento, esaminerà la figura e l’opera dello storico francese, che ebbe un ruolo fondamentale nell’evoluzione dei rapporti tra cristiani e popolo ebraico.

Protagonista di uno storico incontro con papa Giovanni, infatti, Isaac aveva perso moglie, figlia e genero durante la Shoah: sua la convinzione che l’ “insegnamento del disprezzo” nei confronti degli Ebrei praticato nelle Chiese cristiane fosse all’origine dell’antisemitismo contemporaneo, e che una svolta radicale nella dottrina insegnata dalla Chiesa fosse condizione necessaria per il risanamento dei rapporti tra cristiani ed ebrei.

L’incontro successivo è in programma:

mercoledì 6 novembre alle ore 18,00  

sempre alla FONDAZIONE AMBROSIANEUM, con un intervento di  

Piero Stefani 

 docente di Ebraismo alla Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale,su:

“CHIESA CATTOLICA E POPOLO EBRAICO DAL CONCILIO A OGGI”

Concilio Ecumenico Vaticano II

 


Per informazioni:
Fondazione Culturale Ambrosianeum
Via delle Ore, 3 – Milano (MM Duomo)
Tel. 02.86464053
www.ambrosianeum.org; info@ambrosianeum.org

Alessandra Rozzi
Ufficio Stampa Fondazione Ambrosianeum
comunicazione@ambrosianeum.org
tel. 02.86464053, 339.1363491

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Cristianità ed ebraismo: c’è ancora molto lavoro da fare.

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Una sfida da accogliere

Giorgio Israel

La sfida è trasportare i risultati ottenuti nelle coscienze dei singoli e radicarli in profondità.

Quando si parla dell’antisemitismo cristiano non occorre dimenticare il percorso compiuto in circa mezzo secolo. Constato senza esitazione che i miei figli non hanno conosciuto nemmeno una piccola parte delle cattive parole, delle insinuazioni devastanti, delle pressioni psicologiche che ho subito nei miei anni scolastici. L’insegnamento del disprezzo sopravvive, ma in circoli ristretti ed esterni alla dottrina ufficiale della Chiesa. Come dimenticare quel che veniva scritto ancora meno di un secolo fa sull’organo ufficiale dei Gesuiti, “Civiltà Cattolica”? Prose come quelle stentano a uscire – almeno in quei termini – persino dal covo più accanito dell’antisemitismo cattolico, la comunità lefebvriana. Un grande cammino è stato compiuto in mezzo secolo dopo duemila anni di odio e di persecuzioni.

Eppure questo non ci basta, ed è giusto che sia così. Ma non sarebbe giusto svalutare l’importanza di quel cammino, altrimenti non sapremmo neppure cosa resta da fare. L’opera di Giovanni XXIII e la Nostra Aetate hanno segnato l’inizio della svolta. Quel testo contiene l’embrione della tesi più audace, secondo cui i «doni» e la «vocazione» di Dio sono «senza pentimento», accanto a un atteggiamento di generica benevolenza: gli ebrei sono «ancora» carissimi a Dio e da rispettare per «religiosa carità evangelica». Era un passo decisivo per sbarazzare il campo dell’insegnamento del disprezzo incorniciato in un invito ai fedeli alla tolleranza e al rispetto malgrado le incomprensioni depositate nei secoli. Per iniziare a spazzare via il terreno da queste incomprensioni occorrevano atti concreti, spettacolari, carichi di emozioni. Tale fu la visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma. Il papato di Wojtyla non è stato esente da passi incespicanti, soprattutto in certe occasioni pasquali in cui rispuntarono ambigui accenni sul ruolo degli ebrei nella Passione di Gesù.

Ma la nota dominante fu quella della traduzione sul piano concreto dell’invito contenuto nella Nostra Aetate. Giovanni Paolo II dichiarò che «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo». Fu, ancor più che un asserto teologico, un proclama pratico, un invito a incontrare non soltanto un ebraismo astratto e cristallizzato nel passato, ma l’ebraismo vivente e, in definitiva, a incontrare gli ebrei. Ma neanche questo poteva bastare. Non poteva bastare la professione di fratellanza e il fatto emotivo, perché le radici più profonde, ostinate e difficili da sradicare sono sul terreno teologico. Chi ha compreso che questo era il passo decisivo da compiere è stato il Cardinale Ratzinger, prima sotto il papato di Giovanni Paolo II, e poi come quel papa Benedetto XVI che si è dimesso con un gesto che ha lasciato il mondo attonito. Sono in tanti, quasi tutti, a riconoscere l’importanza dell’opera da lui fatta, ma nel passato non sono stati altrettanti ad averla compresa e apprezzata; soprattutto ad aver valutato lo straordinario sforzo concettuale e teologico compiuto con il documento del 2001 su “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”. È un testo che sviscera tutti i passi evangelici in cui trova alimento l’antigiudaismo, al fine di eliminare le potenzialità negative che essi possono contenere.

A questo testo occorre aggiungere varie parti dei libri di Benedetto XVI su Gesù di Nazareth, che hanno sottratto ogni spazio al tragico mito del deicidio. C’è chi ha minimizzato l’importanza di quest’opera – che invece, a mio avviso, costituisce la conquista più solida di tutte – a causa della visione complessiva ratzingeriana tesa a una forte difesa della dottrina e della tradizione. È curioso che questa accusa sia venuta talora da chi propone una difesa del tutto analoga in ambito ebraico. È un atteggiamento incoerente: perché mai si dovrebbe chiedere un atteggiamento riformatore alla Chiesa quando si considera un indirizzo del genere una sciagura per sé stessi? Chi scrive considera
negativo – per dirla con le parole di Alberto Cavaglion – che siano sempre i “modernisti” ad avere la peggio. Ma non si può predicare il “modernismo” a tutti salvo che a sé stessi. L’importanza dell’opera teologica di Benedetto XVI è provata dal fatto che essa ha reso possibile il dialogo sul tema più difficile. Basti pensare al noto libro del rabbino Jacob Neusner, Un rabbino parla con Gesù; o all’affermazione del rabbino Gilles Benheim – che ricordavo nell’ultima rubrica di Shalom -secondo cui l’antigiudaismo sarà superato definitivamente quando i cristiani riusciranno a percepire il significato positivo del “no” ebraico alla divinità di Gesù. Cosa resta da fare? Il lavoro lungo e complesso di trasportare questi risultati nelle coscienze dei singoli e radicarli in profondità.

È un lavoro tanto più complesso in un periodo di grande difficoltà e di sfide epocali per il mondo cattolico, e cristiano in generale, di cui le dimissioni del Papa sono la testimonianza. Sta alla saggezza di tutti mettersi gli occhiali di quel che unisce, persino quando si guarda a quel che divide, anziché darsi all’opera di distruzione, la più facile di tutte.

Giorgio Israel

Fonte: Shalom, marzo 2013

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