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Quel Papa che scosse il mondo – Marcello Veneziani

Quel Papa che scosse il mondo – Marcello Veneziani

Fu una sera di ottobre di quarant’anni fa, come domani, che sentimmo per la prima volta risuonare quel cognome misterioso e remoto di cardinale eletto Papa. Alcuni pensarono, anche in tv, che fosse africano. Ma Karol Woytila veniva dalla Polonia martoriata. Quell’elezione fu un segno profetico, segnò una svolta pastorale e civile. Nella Chiesa finì lo strascico del Concilio Vaticano II e la Cristianità ritrovò avvenire e Tradizione. E nel mondo, quel Papato influì non poco in Polonia e poi in Russia per la caduta del comunismo, pur combinandosi a fattori diversi, interni e internazionali. Di Giovanni Paolo II si ricordano gli happening e i trionfi mediatici, l’attentato in Vaticano, le folle osannanti e i ragazzi plaudenti, la sua malattia e la sua vitalità, il suo pontificato lunghissimo e larghissimo nel tempo e nello spazio, il suo addio glorioso, mentre il vento sfogliava le pagine del Vangelo. Ma c’è da raccontare la sua eredità civile e religiosa, delle sue sconfitte, della sua maestosa solitudine, del suo pontificato difficile e sofferto.

Giovanni Paolo II fronteggiò la crisi più radicale che possa abbattersi su un Santo Padre: la scristianizzazione del mondo a partire dalla sua Sede. Woytila predicò in un mondo e in un tempo in cui Dio si è ritirato, la cristianità sommersa dal nichilismo gaio e dall’ateismo pratico, dai complessi di colpa e dal fanatismo islamico. A tutti i papi era accaduto di fronteggiare pagani e musulmani, eretici e satanici, miscredenti e carogne, a volte anche interni alla Chiesa. Ma non era mai accaduto di dover fronteggiare oltre i suddetti anche un deserto così esteso e profondo d’indifferenza, cinismo e ironia. La sua lunga lotta contro l’Allegra Disperazione dell’Occidente fu coronata da un magnifico insuccesso. È stato il papa dell’Europa che si unisce e tramonta, del comunismo sconfitto da un altro materialismo, e dell’attacco islamico. Mai un papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato. Il pensiero debole del relativismo dispone di poteri forti; il pensiero forte di Woytila aveva invece poteri fragili, la parola e la Croce. Giovanni Paolo II testimoniò la grandiosa sconfitta del cristianesimo nella vita quotidiana. Ebbe un ruolo straordinario sul piano storico, contribuendo come nessuno a mutare assetti; ma raccolse uno straordinario insuccesso sul piano etico e religioso, perché i suoi appelli furono elusi e delusi, alla difesa della morale e della famiglia, alla fede e alle radici cristiane dell’Europa. Un vinto. Come Cristo, del resto. Lui fermò l’onda del Concilio Vaticano II, ma senza tornare indietro, alla Chiesa preconciliare.

Il papa non abbracciò l’idea di uno scontro di civiltà e di un conflitto religioso col fanatismo islamico. Secondo Woytila la prima minaccia all’occidente e alla cristianità non proviene dall’esterno, ma dall’interno. La stessa caduta del comunismo non fu letta solo come la vittoria dei valori di libertà e dignità umana ispirati dal cristianesimo: ma come il passaggio, denunciato più volte dal Papa e da Solzenicyn, dall’ateismo ideologico del comunismo all’ateismo pratico delle società capitaliste. Per il Papa il nemico principale della cristianità non è il fondamentalismo altrui ma il relativismo etico del nostro occidente, la scristianizzazione.

Giovanni Paolo II denunciò il tradimento dell’Unione Europea verso la civiltà cristiana. L’Europa unita che volta le spalle alle radici cristiane ed inclina verso quel relativismo etico che la porta a riconoscere legittimi l’aborto, l’eutanasia, le manipolazioni genetiche, le famiglie gay, i matrimoni provvisori, la liberazione sessuale.

Ci fu un effetto Woytila anche sull’Italia. Sotto il suo pontificato finì l’era della democrazia cristiana e del collateralismo. Finì, con l’era Woytila, la delega ai partiti; la Chiesa espresse direttamente le proprie posizioni sui temi civili, famigliari e morali che toccano la vita e i principi cristiani, senza mediazioni. Ricordo quando il Papa entrò nell’aula di Montecitorio come un apostrofo bianco galleggiante nel blu istituzionale dei Palazzi. Lui curvo per malanni, loro curvi per deferenza. La chiave del suo discorso in Parlamento fu la tradizione, a cui si riferì più volte: “il patrimonio di valori trasmesso dagli avi”, l’impossibilità di comprendere l’Italia e l’Europa “fuori da quella linfa vitale costituita dal cristianesimo”, la necessità di “fondare la casa comune europea sul cemento di quella straordinaria eredità religiosa, culturale e civile che ha reso grande l’Europa nei secoli”, “le tracce gloriose che la religione cristiana ha impresso nel costume e nella cultura del popolo italiano”, il richiamo alle testimonianze d’arte e di bellezza fiorite in Italia nel nome della fede, al diritto naturale e al sentire comune tramandato; infine il suo appello agli italiani a “continuare nel presente e nel futuro a vivere secondo la sua luminosa tradizione”. L’interventismo papale venne attaccato come ingerenza papista negli affari politici o statali dagli stessi che oggi esaltano e invocano l’ingerenza di Papa Francesco nella vita civile e sociale.

Il papato di Giovanni Paolo II coronò un Anno Decisivo per la storia d’Italia. Il 1978, l’anno di tre Papi e tre Presidenti. Un vero terremoto. La morte di Paolo VI, la morte di Papa Luciani, il suo avvento; e sul piano civile l’assassinio di Aldo Moro, le dimissioni di Leone dal Quirinale, l’avvento di Pertini. L’anno della svolta, dal furore ideologico al riflusso, dalle Br al privato, l’ascesa di Craxi.  Ma il Pontificato di Woytila, un papa venuto da lontano dopo mezzo millennio, fuoriesce dalla dimensione nazionale, fu globale.

Nel suo libro-testamento, Memoria e Identità, risuona l’antico messaggio di Dio, patria e famiglia; c’è la difesa dell’amor patrio e della nazione, la lingua e le tradizioni, la natura e la cultura dei popoli; il richiamo alle radici cristiane dell’Europa, dimenticate dagli eurocrati vigliacchi e smemorati; la difesa della Tradizione con la T maiuscola; c’è l’equiparazione dell’aborto allo sterminio degli ebrei, c’è lo sconveniente parallelo tra il nazismo e il comunismo; c’è la denuncia dell’ideologia radicale, ad esempio attraverso “il riconoscimento delle unioni omosessuali come forme alternative di famiglia”, c’è la difesa della vita. I mass media si soffermano sui gesti mediatici, sugli aspetti telegenici ed emozionali, sui messaggi di pace, caduti anch’essi nel vuoto, sulle molteplici scuse che ha chiesto per gli orrori del passato cristiano. Esaltano la sua personalità, la sua simpatia, la sua leadership nello star system e dimenticano il suo carisma religioso e il suo ruolo di Vicario di Cristo, erede di una Tradizione. Silenziano i suoi messaggi pastorali da guerriero clemente di Cristo in lotta contro le ingiurie del tempo. Karol Magno fu Grande, non solo in santità.

di Marcello Veneziani

MV, Il Tempo 21 ottobre 2018

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Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

di Aldo Maria Valli

«Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».

Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
«Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
«Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.

L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».

Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
«Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».

«Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».

Aldo Maria Valli 

26 Agosto 2018

Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

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Vaticano e mondo islamico

Vaticano e mondo islamico

Nel 2006, papa Benedetto XVI, nel suo discorso di Ratisbona, ha detto ciò che nessun Pontefice aveva osato mai dire: che esiste un legame tra la violenza e l’islam.

Dieci anni dopo, papa Francesco non ha mai chiamato per nome i responsabili delle violenze contro i cristiani e non ha mai scandito la parola “islam”. Dopo Ratisbona, le scuse al mondo islamico sono diventate la politica ufficiale del Vaticano.

Oggi, l’intero corpo diplomatico del Vaticano evita accuratamente di pronunciare le parole “islam” e “musulmani” e nega che esista uno scontro di civiltà.

Di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù in Polonia, papa Francesco ha detto che tutte le religioni, compreso il cattolicesimo, hanno un potenziale di violenza. Francesco ha poi detto che “l’idea della conquista” appartiene all’islam come religione, ma ha subito aggiunto che si potrebbe interpretare con la stessa idea di conquista anche il cristianesimo “.

Bergoglio ha anche dichiarato che “l’islam è una religione di pace compatibile con il rispetto dei diritti umani e la convivenza pacifica” e ha asserito che sono i mali dell’economia mondiale, e non dell’islam, a ispirare il terrorismo.

Cosa ci dicono queste dichiarazioni papali? Che l’Europa sembra aver messo a punto una nuova strategia in tempo di guerra: sacrificare le vittime per evitare di dover combattere i carnefici.

Giulio Meotti

Tratto da: Il suicidio della cultura occidentale, ed.Lindau, pag.210

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Una benedizione reciproca: Giovanni Paolo II e il Popolo Ebraico.

Una benedizione reciproca: Giovanni Paolo II e il Popolo Ebraico.

Una Mostra da non perdere: dal 29 luglio al 17 settembre 2015
 

Roma – Città del Vaticano: presso il Braccio di Carlo Magno (colonnato del Bernini a sinistra della Basilica di San Pietro). Ingresso Libero
 

Lunedì, Martedì, Giovedì, Venerdì e Sabato ore 9.00 – 18.00
Mercoledì ore 13.00 – 18.00

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Un animale morale

Un animale morale

Le religioni sono la causa di tutti i peggiori mali? Non proprio, e anche Darwin ha qualcosa da dire in proposito.

 Jonathan Sacks

È il periodo più religioso dell’anno. In qualsiasi città americana o britannica il cielo notturno è illuminato da simboli religiosi, sicuramente ci sono decorazioni natalizie e probabilmente anche una menorah gigante. La religione in Occidente sembra essere viva, e in buona salute. Ma lo è veramente? O si tratta di simboli che sono stati svuotati di contenuto, nulla più che uno sfondo scintillante per la nuova fede occidentale, il consumismo, e per le sue cattedrali laiche, i centri commerciali?

A un primo sguardo, la religione è in declino. In Gran Bretagna sono appena stati pubblicati i risultati del censimento nazionale del 2011. Mostrano che un quarto della popolazione dichiara di non avere una religione, un dato circa doppio rispetto a quello di dieci anni fa. E nonostante gli Stati Uniti d’America restino il paese occidentale più religioso circa il venti per cento della sua popolazione dichiara di non avere un’affiliazione religiosa, un numero doppio rispetto alla generazione precedente.

Se si guardano i dati da un punto di vista differente, però, si può vedere come raccontino una storia diversa. Sin dal diciottesimo secolo, molti intellettuali occidentali hanno predetto l’imminente morte delle religioni. Tuttavia nonostante una serie di attacchi volti a sconfiggerle, il più recente da parte dei nuovi atei, fra cui Sam Harris, Richard Dawkins e lo scomparso Christopher Hitchens, si dichiarano devote a una fede religiosa tre persone su quattro in Gran Bretagna e quattro persone su cinque in America. Ed è questo, nell’età della scienza, a essere davvero sorprendente.

È ironico che molti dei nuovi atei siano seguaci di Charles Darwin. Siamo quello che siamo, sostengono, perché si tratta di ciò che ci ha permesso di sopravvivere e di passare il nostro codice genetico alla generazione successiva. Il nostro assetto biologico e culturale costituisce la nostra capacità di adattamento. Tuttavia la religione è il sopravvissuto più grande di tutti. I superpoteri tendono a durare un secolo, le grandi fedi durano millenni; la domanda è: perché?

Lo stesso Darwin ha suggerito quella che è quasi sicuramente la risposta corretta. Era stuzzicato da un fenomeno che sembrava contraddire una sua tesi di base, ossia che la selezione naturale debba favorire i più spietati. Gli altruisti, che mettono a rischio la propria vita per gli altri, dovrebbero quindi in genere morire prima di passare i propri geni alla generazione successiva. Però tutte le società danno valore all’altruismo, e qualcosa di simile può essere visto anche tra gli animali sociali, dagli scimpanzé ai delfini e alle formiche taglia foglie.

Gli scienziati hanno mostrato come funziona. Abbiamo neuroni specchio che ci portano a provare dolore quando vediamo gli altri soffrire. Siamo animali morali.

Le implicazioni precise delle risposte di Darwin sono ancora oggetto di dibattito da parte dei suoi discepoli, tra cui lo studioso di Oxford Richard Dawkins. Per spiegarlo nel modo più semplice possibile: passiamo i nostri geni come individui ma sopravviviamo come membri di un gruppo, e i gruppi possono esistere solo quando gli individui non agiscono esclusivamente per il proprio bene ma per il bene del gruppo come un unico insieme. Il nostro unico vantaggio è che formiamo gruppi più grandi e più complessi rispetto a qualsiasi altra forma di vita.

Un effetto è che abbiamo due modalità di reazione, una che si concentra su potenziali pericoli per noi, come individui, e l’altra, situata nella corteccia prefrontale, che ragiona in maniera più ponderata sulle conseguenza delle nostre azioni su di noi e sugli altri. La prima è immediata, istintiva ed emotiva. La seconda è riflessiva e razionale. Siamo presi in mezzo, per usare una frase dello psicologo Daniel Kellerman, tra pensiero veloce e pensiero lento.

Il percorso veloce ci aiuta a sopravvivere, ma può anche portarci ad agire in maniera impulsiva e distruttiva. Il percorso lento ci porta ad un comportamento più ragionato, ma che spesso è ignorato nella foga del momento. Siamo peccatori e santi, egoisti e altruisti, esattamente come hanno a lungo sostenuto filosofi e profeti.

Se è così, possiamo capire come la religione ci abbia aiutato a sopravvivere nel passato – e perché ne avremo ancora bisogno nel futuro.

Rafforza e accelera il percorso lento. Riconfigura i nostri tracciati neurali, trasformando l’altruismo in istinto, attraverso i rituali che seguiamo, il testo che leggiamo così come le preghiere che pronunciamo. Rimane l’elemento più potente per la costruzione di comunità che il mondo abbia mai conosciuto. La religione lega gli individui all’interno di un gruppo attraverso comportamenti altruisti, creando relazioni di fiducia abbastanza forti da sconfiggere emozioni distruttive. Ben lontani dal confutare la religione, i Neo Darvinisti ci hanno aiutati a capire perché è importante.

Nessuno lo ha spiegato in maniera più elegante di quella usata dallo scienziato politico Robert D. Putnam. Negli anni ’90 è diventato famoso per la frase “bowling alone” (giocare a bowling da soli): il numero di persone che andavano a giocare a bowling era in aumento, ma erano meno quelle che si univano a una squadra di bowling. L’individualismo stava lentamente distruggendo la nostra capacità di formare dei gruppi. Un decennio più tardi, nel suo libro American Grace, ha mostrato che è rimasto un solo luogo in cui è presente un capitale sociale: le comunità religiose.

La ricerca di Putnam ha mostrato che chi va frequentemente in chiesa o in sinagoga è più disponibile a donare soldi a enti caritatevoli, fare lavoro volontario, aiutare i senzatetto, donare sangue, aiutare un vicino con i lavori di casa, passare del tempo con chi si sente depresso, offrire il posto a uno sconosciuto o aiutare qualcuno a trovare un lavoro. La religiosità misurata in frequentazione di una chiesa o di una sinagoga è un indicatore di altruismo migliore rispetto a istruzione, età, reddito, genere o appartenenza razziale.

La religione è il miglior antidono all’individualismo dell’epoca del consumismo.

L’idea che la società possa farne a meno è contraria alla storia e, ora, all’evoluzionismo biologico. Questo potrebbe mostrare che Dio ha il senso dell’umorismo. Certamente mostra che le società libere dell’Occidente non devono mai perdere il loro senso del Divino.


Città del Vaticano – Papa Benedetto XVI, Lord Jonathan Sacks, rabbino capo delle Congregazioni ebraiche unite del Commonwealth e il cardinale svizzero Kurt Koch, presidente della Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo. 

 Articolo pubblicato sul New York Times e sull’International Herald Tribune, 24 dicembre 2012 (versione italiana di Ada Treves)
Fonte: Newsletter L’Unione Informa

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