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Israele il Popolo Eletto-La comunità apostolica

Israele il Popolo Eletto-La comunità apostolica

di Fratello Yechezkel

La comunità apostolica è l’embrione del movimento allora conosciuto come “nazareni”, perché si riconoscevano come discepoli di Yeshua il Nazareno.
In realtà erano soprattutto discepoli dei suoi apostoli.
Questa assemblea giudeo-messianica oggi è denominata “chiesa primitiva”, ed i suoi aderenti sono chiamati “cristiani”, termini a loro completamente sconosciuti.
Infatti, secondo Atti 11:26, “fu in Antiochia che per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”, e come si può intendere dal testo greco, furono denominati così non da sé stessi ma dagli altri, ed apparentemente in modo derisorio, come anche oggi certi gruppi sono identificati da altri da una loro caratteristica particolare, o perché seguono un pastore o capo carismatico, o da qualche altra nota distintiva.
Altrettanto la parola tradotta ʹchiesaʹ dovrebbe essere sostituita da un termine più corretto, che è “assemblea”, che corrisponde al termine greco ekklesía ed al ebraico ʹkahalʹ ‒ che è la stessa parola usata nelle Scritture Ebraiche ed è correttamente tradotta come “l’assemblea d’Israele” (kahal Yisrael).
Infatti, nelle vecchie versioni della Bibbia in italiano, così come in inglese ed altre lingue, in Atti 7:38 era scritto: «Questi è colui che nella “chiesa” del deserto fu con l’angelo che gli parlava sul monte Sinai, e con i nostri padri, e che ricevette rivelazioni viventi per darcele»; semplicemente perché la parola greca era stata sempre tradotta ʹchiesaʹ in tutto il Nuovo Testamento, doveva essere così anche in questo caso. Ovviamente, la “chiesa” nei tempi di Mosheh non esisteva, quindi le nuove versioni hanno sostituito il clamoroso errore con la parola adeguata, ovvero, assemblea (o congregazione, adunanza).

Quindi, in questo studio useremo i termini più appropriati quando si farà riferimento al periodo apostolico: ʹassembleaʹ anziché ʹchiesaʹ o ʹnazareniʹ o ʹmessianiciʹ, o ʹgiudeo-messianiciʹ anziché ʹcristianiʹ. Con i termini convenzionali (chiesa e cristiani), s’intenderà invece l’istituzione successiva che si contraddistingue per le notevoli diversità dottrinali da quella ch’era la comunità apostolica originale.

Tecnicamente, le Scritture del Patto Rinnovato incominciano con gli Atti degli Apostoli, in cui si racconta l’inizio di questa assemblea. Tuttavia, è opportuno ricordare che nessuno di questi credenti dell’era apostolica ha mai letto il Nuovo Testamento, il quale non faceva parte delle Scritture che loro leggevano ogni volta che si riunivano, ed il loro unico punto di riferimento come Parola ispirata era la Torah, i Profeti e gli Scritti, ovvero, quello che poi la chiesa ha denominato “Antico Testamento”.
Gli apostoli e, loro discepoli e successori non conoscevano una cosa tale come andare la domenica in chiesa ad ascoltare la lettura dell’Evangelo, ma continuavano ad essere dei Giudei che andavano il Shabat alla Sinagoga per ascoltare la lettura della Torah e dei Profeti e cantare dei Salmi all’Eterno Elohim d’Israele. La fede nel Messia non alterava minimamente la loro fedeltà al giudaismo, né aveva in alcun modo minimizzato la validità delle Scritture Ebraiche, le uniche che essi consideravano Parola dell’Eterno.

Un culto come quelli che svolgono la stragrande maggioranza dei cristiani oggi sarebbe per loro una stranissima forma di promiscuità religiosa in cui si leggono le Scritture ma si praticano dei costumi pagani mescolati con nuove leggi e regolamenti umani. Essi non predicavano l’Evangelo di Yohanan per convertire le persone, ma continuavano a dimostrare qual’era il piano d’Elohim per l’umanità ed annunciare la salvezza per grazia leggendo le Scritture Ebraiche. In altre parole, anche se il Nuovo Testamento non era ancora stato scritto, non era un problema per loro trasmettere il messaggio che Yeshua aveva loro commissionato. Certamente, nessuno si sarebbe mai permesso di dire «questo ormai non è più valido», perché la Parola dell’Eterno non ha scadenza di termini, né limiti nel tempo, né cambiamento di programma, ma è valida per sempre.

Infatti, il canone del Nuovo Testamento non fu definito se non circa un secolo dopo la nascita ufficiale dell’assemblea apostolica, la quale avvenne nella celebrazione di Shavuot (Pentecoste). Per un centinaio d’anni, l’unica “Bibbia” riconosciuta dai fedeli al Messia Yeshua erano le Scritture Ebraiche e gli Evangeli che erano già stati scritti. Le lettere sono state accettate ed aggiunte molto tempo dopo.

La versione più originale del Nuovo Testamento è quella in aramaico, chiamata ʹPeshittaʹ, in uso dalla Comunità Assira, che contiene i seguenti libri nell’ordine indicato:
1)
Evangelo di Mattai
Evangelo di Marqus
Evangelo di Luqa
Evangelo di Yukhanan
Atti degli Apostoli

2)
Lettera di Yakub (Giacomo)
Lettera di Ke’efa (1Pietro)
Lettera di Yukhanan (1Yohanan)

3) Lettere di Shaul:
Romani
1-2Corinzi
Galati
Efesî
Filippesi
Colossesi
1-2Tessalonicesi
1-2Timoteus
Titus
Filemon

4) Lettera agli Ebrei

Come si può notare, a differenza del Nuovo Testamento “greco”, non contiene 2 Kefa, Yehuda, 2 e 3 Yohanan e l’Apocalisse, scritti considerati apocrifi dagli Assiri.
La versione greca, considerata “originale” dalle chiese occidentali, ha un ordine diverso dei libri, collocando le lettere paoline subito dopo il libro degli Atti, seguite da quella intitolata “agli Ebrei” e poi dalle epistole degli apostoli, nel seguente ordine: Yakov, 1-2Kefa, 1-2-3Yohanan, Yehuda e l’Apocalisse.
In questo studio prenderemo considerazione di tutti i libri, compresi quelli non accettati nel canone aramaico –anche se con le dovute riserve perché, infatti, contengono un marcato riferimento a fonti apocrife–. L’ordine non è rilevante, tuttavia, per motivi pratici, conviene studiare il Nuovo Testamento per autori, come segue: (i libri indicati con un X corrispondono a quelli la cui canonicità è controversa)
1)
Evangelo di Matteo
Evangelo di Marco
Evangelo di Luca
Evangelo di Yohanan
Atti degli Apostoli

2)
Lettera agli Ebrei
Lettere Apostoliche:
Yakov (Giacomo)
1Shimon (1Pietro)
X 2Shimon (2Pietro)
X Yehuda (Giuda)
1Yohanan (1Giovanni)
X 2Yohanan (2Giovanni)
X 3Yohanan (3Giovanni)

3)
Lettere di Shaul:
Romani
1-2Corinzî (o 1 e 3 Corinzî)
Galati
Efesî
Filippesi
Colossesi
1-2Tessalonicesi
1-2Timoteo
Tito
Filemon

4)
X Apocalisse

Qui tuttavia seguiremo l’ordine tradizionale conosciuto nelle chiese occidentali, anche se non è puramente casuale che le lettere dette paoline siano state collocate immediatamente dopo gli Atti, lasciando al lettore le lettere generali per l’ultimo posto, nelle quali s’enfatizza principalmente l’ubbidienza alla Torah e molto di meno la “grazia” che viene attribuita alla predicazione di Saulo. Queste lettere, di fatto, non sono citate quasi mai nella maggioranza delle omelie cristiane.

Gli Evangeli sono già stati considerati nello studio sulla persona e l’insegnamento di Yeshua. Seguiremo con il libro degli Atti e poi con le lettere di Shaul, dette “paoline”, che sono in tutto tredici, di cui due ai Corinzi, due ai Tessalonicesi e due a Timoteo. Le epistole dirette ai Corinzi che noi conosciamo sono la prima e la terza, perché tra l’una e l’altra dev’esserci una seconda che è andata persa, e quindi quella che ci è arrivata come “seconda” è in realtà la terza.
C’è da chiedersi, come mai una lettera è Scrittura ispirata, l’altra no, poi quella successiva lo è di nuovo?
Oppure, se anche la seconda era ispirata, perché si è persa?
Sappiamo dall’epistola ai Colossesi (4:16) che anche una lettera diretta ai Laodicesi non ci è pervenuta.
In quanto all’autore della lettera senza destinatari, che poi si è deciso di intitolare genericamente “agli Ebrei”, per molto tempo si è ritenuto che sia stato Shaul di Tarso, detto Paolo, ma le evidenze interne sono decisamente contrarie a tale ipotesi; più avanti vedremo perché.

Grazie al cielo che c’è anche l’epistola di Yakov (chissà come è riuscita a passare la censura dei padri della chiesa?) la quale è stata accettata a malincuore da molti protestanti… Infine, le epistole di Shimon e quella di Yehuda sono molto somiglianti sia nella tematica che nello stile e sarebbe opportuno collocarle in successione continua, anche per non separare quelle di Yohanan dall’Apocalisse, che appartiene allo stesso autore.

Il primo atto degli apostoli fu scegliere un dodicesimo componente, perché l’Iscariota ne era uscito. Perché dovevano per forza essere in dodici?
Che cosa rappresentava questo numero, che persino si faceva una scelta tramite la sorte, un metodo così poco “cristiano”?

In altre parole, perché il numero degli apostoli doveva essere conforme a quello delle Tribù d’Israele? “E la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli” (Atti 1:26) ‒ di questo dodicesimo apostolo non se ne parla più, e non sappiamo quale sia stato il suo ministero.
Il suo nome era lo stesso di quello di un altro apostolo, Matteo ‒ nella lingua originale entrambi sono Mattay.
I nomi dei dodici sono, quindi, come segue: Shimon, chiamato Kefa, e suo fratello Andreas; Yohanan e Yakov, figli di Zavdai, soprannominati B’nei-Regesh; Filippos; Yehuda Toma chiamato Didymos; Natan’el Bar-Talmai; Levi figlio di Halfai, chiamato Mattay; Yakov figlio di Halfai (un altro Halfai, o Yakov era fratello di Matteo?); Shimon Zelota; Yehuda fratello di Yakov, chiamato Taddai; e Mattay.
È strano che due di questi nomi, Andreas e Filippos, siano greci; probabilmente gli evangelisti non conoscevano il loro nome ebraico, visto che era comune in quei tempi averne due. C’erano due Shimon –Kefa e Zelota–, due Yakov –ben-Zavdai e ben-Halfai–, e due Yehuda, inoltre all’Iscariota –Toma e Taddai–.

È anche poco, ciò che sappiamo sulla vita degli apostoli. Il Nuovo Testamento riferisce pochissimi dettagli su tre di loro (Kefa, Yohanan e Yakov) e niente sugli altri nove; inoltre ci sono dei documenti storici che ci indicano che almeno altri tre (Natan’el Bar-Talmai, Yehuda Taddai e Yehuda Toma) sono andati nei territori dove si trovavano sparse le Tribù della Casa di Israele, in Assiria, Armenia e India.
È presumibile che anche tutti gli altri siano andati a predicare in terre d’Oriente, perché la loro commissione era di andare prima dalle pecore perdute della Casa di Israele… Infatti, l’apostolo dell’Occidente fu un altro, possiamo dire, il “tredicesimo”, Shaul di Tarso, chiamato appunto, “apostolo dei gentili”.

Leggiamo dunque come avvenne la nascita dell’assemblea dei messianici o dei nazareni:
Atti 2:5 Or in Yerushalaym si trovavano di soggiorno dei Giudei, devoti d’ogni nazione di sotto il cielo. 6 Ed essendosi fatto quel suono, la moltitudine si radunò e fu confusa, perché ciascuno li udiva parlare nel suo proprio linguaggio. 7 E tutti stupivano e si meravigliavano, dicendo: «Ecco, tutti costoro che parlano non sono essi Galilei? 8E com’è che li udiamo parlare ciascuno nel nostro proprio natìo linguaggio? 9 Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, 10 della Frigia e della Pampylia, dell’Egitto e delle parti della Libia Cirenaica, e di quelli che abitano fra i Romani, 11 tanto Giudei che proseliti, Cretesi ed Arabi, li udiamo parlar delle cose grandi d’Elohim nelle nostre lingue». 12 E tutti stupivano ed erano perplessi dicendosi l’uno all’altro: «Che vuol esser questo?» 13 Ma altri, beffandosi, dicevano: «Sono pieni di vino dolce». 14 Ma Kefa, levatosi in piè con gli undici, alzò la voce e parlò loro in questa maniera: «Uomini Giudei, e voi tutti che abitate in Yerushalaym, siavi noto questo, e prestate orecchio alle mie parole. 15 Perché costoro non sono ebbri, come voi supponete, poiché non è che la terza ora del giorno… 22 Uomini Israeliti, udite queste parole: Yeshua il Nazareno, uomo che Elohim ha accreditato fra voi mediante opere potenti e prodigî e segni che Elohim operò per mezzo di lui fra voi, come voi stessi ben sapete, 23 quest’uomo, allorché vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e per la prescienza d’Elohim, voi, per man d’uomini senza Torah, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; 24 ma Elohim lo risuscitò, avendo sciolto gli angosciosi legami della morte, perché non era possibile ch’egli fosse da essa ritenuto… 36 Sappia dunque sicuramente tutta la <Casa di Israele> che Elohim ha fatto e Signore e Messia quel Yeshua che voi avete crocifisso».

Questo è l’inizio ufficiale dell’assemblea dei credenti in Yeshua di Natzaret, nel giorno di Shavuot, il 6 Sivan. Per celebrare la festa giungevano a Yerushalaym degli Ebrei da ogni parte: come risulta ben chiaro dal testo, tutti i presenti erano Israeliti, compresi alcuni proseliti, ossia, Gerim convertiti al giudaismo.

Non c’erano gentili. È interessante il fatto che la fondazione dell’assemblea fu costituita da membri di tutti i paesi dove le Tribù d’Israele erano disperse, e non a caso, l’elenco delle nazioni inizia dai ʹParti e Mediʹ, proprio i popoli presso i quali la Casa di Israele si trovava ancora. Il messaggio di Shimon, che specifica che coloro che uccisero materialmente Yeshua erano uomini ʹsenza Torahʹ (tradotto ʹiniquiʹ, ma le versioni più aggiornate hanno reso il significato più preciso come ʹsenza leggeʹ) è stato fatto Messia per la Casa di Israele. Conviene ricordare che il termine “Casa di Israele” nelle Scritture rappresenta una comunità distinta dalla “Casa di Yehudah”, come abbiamo già dimostrato, perché è fondamentale capire che questo concetto è implicito nelle lettere apostoliche. Tenendo presente che il Nuovo Testamento fu redatto da persone che avevano come unica fonte d’autorità la Torah, i Profeti e gli Scritti, bisogna immergersi nella loro conoscenza per poter interpretare correttamente il messaggio che ci hanno voluto trasmettere.

Atti 3:1 Or Shimon Kefa e Yohanan salivano al Tempio per la preghiera dell’ora nona… 11 E mentre colui teneva stretti a sé Kefa e Yohanan, tutto il popolo, attonito, accorse a loro al portico detto di Shlomo. 12 E Kefa, veduto ciò, parlò al popolo, dicendo: «Uomini Israeliti, perché vi meravigliate di questo?… 18 Ma quello che Elohim aveva preannunziato per bocca di tutti i Profeti, cioè, che il suo Unto soffrirebbe, Egli l’ha adempiuto in questa maniera. 19Ravvedetevi dunque e ritornate, onde i vostri peccati siano cancellati, 20 affinché vengano dalla presenza di Adonay dei tempi di refrigerio e ch’Egli vi mandi il Messia che v’è stato destinato, 21 cioè Yeshua, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; tempi dei quali Elohim parlò per bocca dei suoi santi Profeti, che sono stati fin dal principio. 22 Mosheh, infatti, disse: “Adonay Elohim vi susciterà di fra i vostri fratelli un Profeta come me; ascoltatelo in tutte le cose che vi dirà”. 23 E avverrà che ogni anima la quale non avrà ascoltato codesto Profeta, sarà del tutto distrutta di fra il popolo. 24 E tutti i Profeti, da Shmuel in poi, quanti hanno parlato, hanno anch’essi annunziato questi giorni. 25 Voi siete i figliuoli dei Profeti, e del patto che Elohim stabilì con i vostri padri, dicendo ad Avraham: “E nella tua progenie tutte le nazioni della terra saranno benedette”. 26 A voi per i primi Elohim, dopo aver suscitato il suo Servitore, l’ha mandato per benedirvi, facendo ritornare ciascun di voi dalle sue malvagità».

Gli apostoli continuavano a comportarsi da Giudei, andavano al Tempio com’era stabilito.
In questo secondo discorso, Shimon ancora una volta chiama ai suoi ascoltatori “Israeliti”, e parla in modo esplicito sull’identità dell’Unto con cui egli identifica Yeshua di Natzaret:
1) il Messia sofferente della Casa di Israele, il quale rimarrà nascosto fino al tempo della restaurazione di tutte le cose;
2) il Profeta come Mosheh.

Abbiamo già parlato dei due Messia, e Shimon è certo nell’identificare Yeshua con quello sofferente della Casa di Israele, annunciato da Zekharyah 9:9-11, che rimarrà velato ai Giudei fino a quando il Messia della Casa di Yehudah verrà per stabilire la restaurazione di tutte le cose. Quello che Shimon rivela qui, è che si tratta della stessa persona. È interessante il fatto che, di tutti i passi delle Scritture Ebraiche che parlano del Messia, Shimon ha scelto proprio Deuteronomio 18:15-18, dov’è scritto: “Per te HaShem, il tuo Elohim, farà sorgere in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un Profeta come me; a lui darete ascolto! Io farò sorgere per loro un Profeta come te in mezzo ai loro fratelli, e metterò le Mie parole nella sua bocca ed egli dirà loro tutto quello che Io gli comanderò”.
Perché non scelse Isaia 11:10, o Geremia 23:5-6 o 33:15-16, o Yehezkel 37:24-25, o Daniel 7:13-14 o 9:25-26, o Osea 1:11, o Amos 9:11-15, o Zaccaria 6:12-13, o qualche altra profezia che si riferisca specificamente al Messia dei Giudei?
Non ha nemmeno presentato Yeshua come il “lui” di Zaccaria 12:10 (passo che abbiamo già commentato).

Perché identifica Yeshua con “il Profeta come Mosheh”, colui che in Yohanan 1:25 è nominato insieme ad Eliyahu ed al Messia come i tre probabili personaggi con cui intendevano identificare Yohanan il battezzatore?

Quando dice genericamente che i Profeti hanno già annunciato questi giorni, non ci dà alcuna indicazione su quali sono le profezie specifiche: certamente, non esiste alcuna profezia che annunci un rifiuto della Casa di Yehudah al proprio Messia, come pretendono i cristiani ‒ abbiamo letto tutte le Scritture, e non l’abbiamo trovata.

A cosa si riferisce dunque l’apostolo con le sue parole?
Oppure, a chi vanno dirette?

Per saperlo, è necessario capire il contesto sia culturale che testuale, e correggere i termini tradotti in modo ambiguo o errato, anche se questi sono molto popolari: un chiaro esempio di traduzione pregiudicata è ravvisabile nel verso 19, dove nelle versioni più comuni si legge “ravvedetevi dunque e convertitevi”, mentre che la traduzione corretta è “ritornate”, perché essi sono richiamati a ritornare sulla via seguita e tracciata dai Profeti, non a convertirsi ad un’altra fede!

Questo termine ha lo stesso senso di Luca 1:16, che dice: “e farà ritornare molti dei figli d’Israele a Adonay, loro Elohim” ‒ anche questo verso è stato tradotto erroneamente, usando quella parola tanto cara ai cristiani ma tanto priva di senso per i Giudei… Invece, è giusto usarla per esempio in Atti 14:15-16, dov’è scritto: “Uomini, perché fate queste cose? Anche noi siamo uomini della stessa natura che voi; e vi predichiamo che da queste cose vane vi convertiate all’Elohim vivente, che ha fatto il cielo, la terra, il mare e tutte le cose che sono in essi; che nelle età passate ha lasciato camminare nelle loro vie tutte le nazioni”.
Effettivamente, i pagani, che adorano cose vane, devono convertirsi, non li si può chiedere di ritornare sulla via dei loro padri, né dei loro falsi profeti! Infatti, queste sono le vie delle nazioni (i gentili); certamente non è il caso d’Israele. Quando la Casa di Israele s’allontanò dall’Eterno, i Profeti l’ammonivano di ritornare al loro Elohim

Atti 4:1 Or mentr’essi parlavano al popolo, i sacerdoti e il capitano del tempio e i sadducei sopraggiunsero, 2 essendo molto crucciati perché ammaestravano il popolo e annunziavano in Yeshua la risurrezione dei morti… 5 E il dì seguente, i loro capi, con gli anziani e gli scribi, si radunarono in Yerushalaym, 6 con Anan, il sommo sacerdote, e Kayafa, e Yohanan, e Alexandros e tutti quelli che erano della famiglia dei sommi sacerdoti. 7 E fatti comparir quivi in mezzo Kefa e Yohanan, domandarono: «Con qual potestà, o in nome di chi avete voi fatto questo?» 8 Allora Kefa, ripieno dello Spirito Santo, disse loro: «Rettori del popolo ed anziani…»

Questo brano ci illustra chiaramente che coloro che s’opponevano a Yeshua e la sua predicazione erano i sadducei e le famiglie dei sacerdoti, i quali, come sappiamo, erano quelli che avevano usurpato il sacerdozio, non essendo della stirpe dei Leviti come stabilito nella Torah. Anche dai loro nomi non tutti ebraici si può verificare la loro origine. Qui è evidenziato anche il vero motivo per il quale essi s’opponevano sia a Yeshua che ai suoi discepoli: la risurrezione, nella quale i sadducei non credevano. Nel libro degli Atti, infatti, non troveremo i farisei se non dalla parte dei discepoli di Yeshua, compresi quei farisei che non avevano creduto in lui. A conferma di questo, leggiamo in Atti 23:6-9:

Atti 23:6 Or Shaul, sapendo che una parte erano sadducei e l’altra farisei, esclamò nel Sanhedrin: «Fratelli, io sono fariseo, figlio di farisei; ed è a motivo della speranza e della risurrezione dei morti, che sono chiamato in giudizio». 7 E com’ebbe detto questo, nacque contesa tra i farisei ed i sadducei, e l’assemblea fu divisa. 8 Poiché i sadducei dicono che non v’è risurrezione, né angelo, né spirito; mentre i farisei affermano l’una e l’altra cosa. 9 E si fece un gridar grande; e alcuni degli scribi del partito de’ farisei, levatisi, cominciarono a disputare, dicendo: «Noi non troviamo male alcuno in quest’uomo; e se gli avesse parlato uno spirito o un angelo?».

È chiaro che questi farisei non erano seguaci di Yeshua di Natzaret, tuttavia, non consideravano Shaul né i discepoli come predicatori d’un’altra dottrina, né d’un’eresia che si discosti in qualche maniera dal giudaismo che loro professavano.
Abbiamo visto che nel processo contro Yeshua i farisei non presero parte perché esso era illegale, e infatti non sono nominati. In questi casi, invece, i farisei erano presenti, ed hanno votato a favore dei credenti in Yeshua, pur non essendolo loro stessi, perché non trovavano niente di contrario al giudaismo. Il libro degli Atti ci riporta un altro caso in cui i farisei, nel Sanhedrin, hanno deciso in favore dei discepoli:
Atti 5:34 Ma un certo fariseo, chiamato per nome Gamliel, dottor della Torah, onorato da tutto il popolo, levatosi in piè nel Sanhedrin, comandò che gli apostoli fossero per un po’ messi fuori. 35 Poi disse loro: «Uomini Israeliti, badate bene, circa questi uomini, a quel che state per fare… 38 E adesso io vi dico: Non vi occupate di questi uomini, e lasciateli stare; perché, se questo disegno o quest’opera è dagli uomini, sarà distrutta; 39 ma se è da Elohim, voi non li potrete distruggere, se non volete trovarvi a combattere anche contro Elohim».

Gamliel non era un credente in Yeshua, tuttavia, egli difese i discepoli nel Sanhedrin, dov’erano stati portati dai sadducei per essere processati (Atti 5:26-27).

Nel rimanente del Nuovo Testamento, non troveremo altre menzioni dei farisei come gruppo che queste, a parte quelle di un noto fariseo che mai rinnegò la sua appartenenza a questa scuola: Shaul di Tarso.

Fratello Yechezkel

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Gerusalemme, tremila anni di storia

Gerusalemme, tremila anni di storia

“Melchisedec, re di Salem . . . Egli era sacerdote del Dio altissimo” (Gn 14:18). Questo passo, che è riferito al 20° secolo a. E. V., non solo indica il nome più antico di Gerusalemme (Salem) ma è anche il primo accenno storico alla città, di cui non si hanno notizie anteriori, se non quelle desunte dalle tavolette di Tell el-Amarna, che furono scritte da regnanti cananei, alcune delle quali indirizzare al capo di Urusalim (nome accadico di Gerusalemme); poiché tali lettere furono scritte prima che gli ebrei conquistassero Canaan, l’antica Salem (poi Gerusalemme) fu sotto dominazione straniera nel periodo (circa cinque secoli) che va da Abraamo alla conquista israelita della Terra Promessa. Dopo la conquista, “quanto ai Gebusei che abitavano in Gerusalemme, i figli di Giuda non riuscirono a scacciarli; e i Gebusei hanno abitato con i figli di Giuda in Gerusalemme” (Gs 15:63; cfr. Gdc 1:21). La convivenza mista di giudei e gebusei a Gerusalemme si protrasse per circa 400 anni, tanto che perfino nella Bibbia la città di Gerusalemme è chiamata qualche volta “Gebus, che è Gerusalemme”. – Gdc 19:10-12; 1Cron 11:4,5.

Fu per volere divino che Davide fece di Gerusalemme la capitale:

“[Davide] disse: ‘Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele, il quale di sua propria bocca parlò a Davide mio padre, e con la sua potenza ha adempiuto quanto aveva dichiarato dicendo: ‘Dal giorno che feci uscire il mio popolo Israele dal paese d’Egitto, io non scelsi alcuna città, fra tutte le tribù d’Israele, per costruire là una casa, dove il mio nome dimorasse; e non scelsi alcun uomo perché fosse principe del mio popolo Israele; ma ho scelto Gerusalemme perché il mio nome vi dimori, e ho scelto Davide per regnare sul mio popolo Israele’”. – 2Cron 6:4-6; cfr. 2Cron 7:12.

La decisione davidica di fare di Gerusalemme la capitale ebraica suscitò derisione nei gebusei, che dissero a Davide, con sarcasmo: “’Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!’ Volevano dire: ‘Davide non entrerà mai’” (2Sam 5:6). “Ma Davide prese la fortezza di Sion [la cittadella di Gerusalemme], che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: ‘Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono gli avversari di Davide…’. Da questo ha origine il detto: ‘Il cieco e lo zoppo non entreranno nel tempio’. Davide abitò nella fortezza e la chiamò Città di Davide; e vi fece delle costruzioni intorno, cominciando da Millo verso l’interno. Davide diventava sempre più grande e il Signore, il Dio degli eserciti, era con lui”. – Vv. 7-10.

L’antica roccaforte dei gebusei ricevette così il nome di “città di Davide” e anche di “Sion”: “Sion, che è la città di Davide” (2Sam 5:7). A Davide si devono le successive costruzioni nell’area urbana e il migliorato sistema cittadino di difesa (2Sam 5:9-11; 1Cron 11:8). Era intenzione del re Davide di costruire a Gerusalemme anche il Tempio e, verso la fine del suo regno, aveva avviato perfino la preparazione del materiale necessario (1Cron 22:1,2; cfr. 1Re 6:7). Le “pietre squadrate” (1Cron 22:2, TNM) che Davide fece lavorare dai “tagliapietre” (Ibidem) e le “grandi pietre” fatte preparare poi da Salomone (1Re 5:17, TNM), “pietre costose secondo le misure, squadrate, segate con seghe per pietre” (1Re 7:9, TNM), sono ancora visibili oggi al cosiddetto Muro del Pianto a Gerusalemme.

Dopo Davide, suo figlio Salomone fece rilevanti lavori di costruzione in Gerusalemme: la città iniziava a espandersi (1Re 3:1;9:15-19,24;11:27). Oltre al Tempio (completato nel 1007 a. E. V.) con tutta la sua area (2Cron 3:1; 1Re 6:37,38;7:12), Salomone edificò grandiosi edifici: il palazzo reale, la casa detta “Foresta del Libano”, il portico a colonne e il portico del trono (chiamato “Portico del giudizio”) dove amministrava la giustizia:

“Poi Salomone costruì il suo palazzo, e lo terminò interamente in tredici anni. Costruì la casa detta: ‘Foresta del Libano’; era di cento cubiti di lunghezza, di cinquanta di larghezza e di trenta d’altezza. Era basata su quattro ordini di colonne di cedro, sulle quali poggiava una travatura di cedro. Un soffitto di cedro copriva le camere che poggiavano sulle quarantacinque colonne, quindici per fila. C’erano tre file di camere, le cui finestre si trovavano le une di fronte alle altre lungo tutte e tre le file. Tutte le porte con i loro stipiti e architravi erano quadrangolari. Le finestre delle tre file di camere si trovavano le une di fronte alle altre, in tutti e tre gli ordini. Fece pure il portico a colonne, che aveva cinquanta cubiti di lunghezza e trenta di larghezza, con un vestibolo davanti, delle colonne, e una scalinata sul davanti. Poi fece il portico del trono dove amministrava la giustizia, che fu chiamato: ‘Portico del giudizio’; lo ricoprì di legno di cedro dal pavimento al soffitto. La sua casa, dove abitava, fu costruita nello stesso modo, in un altro cortile, dietro il portico. Fece una casa dello stesso stile di questo portico per la figlia del faraone, che egli aveva sposata”. – 1Re 7:1-8.

Dopo la divisione del regno, nel 977 a. E. V., Gerusalemme continuò a essere la capitale del Regno di Giuda o Regno del Sud. Sacerdoti e leviti si trasferirono a Gerusalemme (2Cron 11:1-17). Nel primo lustro dopo la morte di Salomone, il faraone egizio Sisac (chiamato Sheshonk I nei documenti egizi) prese i tesori del Tempio, nel 972 a. E. V., sebbene Gerusalemme non subisse la completa rovina. – 1Re 14:25,26; 2Cron 12:2-12.

In seguito ci fu un tentativo, non riuscito, di assediare Gerusalemme da parte del secessionista Regno di Israele o Regno del Nord (1Re 15:17-22). Fu poi la volta di un’alleanza arabo-filistea, che la invase e la saccheggiò (2Cron 21:12-17). Poi, “l’esercito dei Siri . . . venne in Giuda e a Gerusalemme” e probabilmente riuscì a penetrare in città (2Cron 24:20-25). Toccò poi al Regno d’Israele invadere il Regno di Giuda: “Giuda rimase sconfitto da Israele, e quelli di Giuda fuggirono, ognuno alla sua tenda . . . Ioas, re d’Israele, fece prigioniero, a Bet-Semes, Amasia, re di Giuda . . . lo condusse a Gerusalemme, e fece una breccia di quattrocento cubiti [=180 m] nelle mura di Gerusalemme . . . Prese tutto l’oro e l’argento e tutti i vasi che si trovavano nella casa di Dio [il Tempio] . . . e i tesori della casa del re; prese pure degli ostaggi, e se ne tornò a Samaria [capitale del Regno d’Israele” (2Cron 25:22-24). La città santa fu poi fortificata sotto il re giudeo Uzzia: “Uzzia costruì pure delle torri a Gerusalemme” (2Cron 26:9), “Fece fare, a Gerusalemme, delle macchine inventate da esperti per collocarle sulle torri e sugli angoli, per scagliare saette e grosse pietre” (2Cron 26:15); suo figlio “costruì anche delle città nella regione montuosa di Giuda, e dei castelli e delle torri nelle foreste” (2Cron 27:4). Grazie al fedele re Ezechia, l’area del Tempio fu purificata e restaurata; egli ordinò di celebrare la Pasqua, invitando a Gerusalemme tutti, inclusi gli israeliti del Regno del Nord (2Cron 29:1-5,18,19;30:1,10-26). Dopo che gli assiri ebbero conquistato il Regno di Israele nel 720 a. E. V., invasero il Regno di Giuda, nel 712 a. E. V.: “Dopo queste cose e questi atti di fedeltà di Ezechia, Sennacherib, re d’Assiria, venne in Giuda, e cinse d’assedio le città fortificate, con l’intenzione d’impadronirsene”. – 2Cron 32:1.

“Sennacherib, re d’Assiria, mentre stava di fronte a Lachis con tutte le sue forze, mandò i suoi servitori a Gerusalemme per dire a Ezechia, re di Giuda, e a tutti quelli di Giuda che si trovavano a Gerusalemme: ‘Così parla Sennacherib, re degli Assiri: In chi confidate voi per rimanervene così assediati in Gerusalemme? Ezechia v’inganna per ridurvi a morir di fame e di sete, quando dice: Il Signore, nostro Dio, ci libererà dalle mani del re d’Assiria! . . . Non sapete voi quello che io e i miei padri abbiamo fatto a tutti i popoli degli altri paesi? Gli dèi delle nazioni di quei paesi hanno forse potuto liberare i loro paesi dalla mia mano? Qual è fra tutti gli dèi di queste nazioni che i miei padri hanno sterminate, quello che abbia potuto liberare il suo popolo dalla mia mano? Potrebbe il vostro Dio liberarvi dalla mia mano? Ora Ezechia non v’inganni e non vi svii in questa maniera; non gli prestate fede! Poiché nessun dio d’alcuna nazione o d’alcun regno ha potuto liberare il suo popolo dalla mia mano o dalla mano dei miei padri; quanto meno potrà il Dio vostro liberare voi dalla mia mano!’”. – 2Cron 32:9-15.

Con grande tattica militare, Ezechia si era già preparato all’assedio assiro: “Quando Ezechia vide che Sennacherib era giunto e si proponeva di attaccare Gerusalemme, deliberò . . . di turare le sorgenti d’acqua che erano fuori della città . . . turarono tutte le sorgenti e il torrente che scorreva attraverso il paese. ‘Perché’, dicevano essi, ‘i re d’Assiria, venendo, dovrebbero trovare abbondanza d’acqua?’ Ezechia prese coraggio; e ricostruì tutte le mura dov’erano diroccate, rialzò le torri, costruì l’altro muro di fuori, fortificò Millo nella città di Davide, e fece fare una gran quantità d’armi e di scudi” (2Cron 32:2-5). Nello stesso tempo provvide acqua per Gerusalemme: “Ezechia fu colui che turò la sorgente superiore delle acque di Ghion e le convogliò giù direttamente attraverso il lato occidentale della città di Davide” (2Cron 32:30). Dio stesso aveva assicurato:

“Così parla il Signore riguardo al re d’Assiria:

Egli non entrerà in questa città,

e non vi lancerà freccia;

non l’assalirà con scudi,

e non alzerà trincee contro di essa.

Egli se ne tornerà per la via da cui è venuto,

e non entrerà in questa città, dice il Signore.

Io proteggerò questa città per salvarla,

per amor di me stesso e per amor di Davide, mio servo’”. – 2Re 19:32-34.

“Quella stessa notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini; e quando la gente si alzò la mattina, erano tutti cadaveri. Allora Sennacherib re d’Assiria tolse l’accampamento, partì e se ne tornò a Ninive, dove rimase”. – 2Re 19:35,36.

In seguito, nonostante fossero aumentate le mura cittadine, i giudei peggiorarono nella loro infedeltà alla Legge di Dio (2Cron 33:1-9,14). Alla fine il Regno di Giuda diventò vassallo della Babilonia. Quando i giudei cercarono di ribellarsi, Gerusalemme fu prima assediata, poi invasa e saccheggiata; il re e i notabili della città furono deportati (2Re 24:1-16; 2Cron 36:5-10). Come re vassallo dei babilonesi fu designato nel 597 a. E. V. il giudeo Sedechia, che poi tentò la rivolta, provocando un nuovo assedio di Gerusalemme (2Re 24:17-20;25:1; 2Cron 36:11-14). In aiuto della città vennero delle milizie egiziane che provocarono il ritiro temporaneo degli assedianti babilonesi (Ger 37:5-10). Ma Dio aveva già decretato la punizione dei giudei per la loro infedeltà: “’Darò Sedechia, re di Giuda, e i suoi capi in mano dei loro nemici, in mano di quelli che cercano la loro vita, in mano dell’esercito del re di Babilonia, che si è allontanato da voi. Ecco, io darò l’ordine’, dice il Signore, ‘e li farò ritornare contro questa città; essi combatteranno contro di lei, la conquisteranno, la daranno alle fiamme; io farò delle città di Giuda una desolazione senza abitanti’” (Ger 34:21,22). Così, i babilonesi tornarono ad assediare Gerusalemme (Ger 52:5-11). Infine Gerusalemme fu distrutta dai babilonesi, nel 587 a. E. V., dopo un assedio che aveva provocato fame, malattie e morte. “Quando Gerusalemme fu presa . . . Nabucodonosor re di Babilonia venne con tutto il suo esercito contro Gerusalemme e la cinse d’assedio . . . una breccia fu fatta nella città, tutti i capi del re di Babilonia entrarono” (Ger 39:1-3; cfr. 2Re 25:2-4). La città santa, ormai vinta, fu distrutta; il Tempio fu abbattuto (i suoi tesori presi come bottino) e le mura cittadine demolite; gran parte della popolazione fu portata in esilio a Babilonia. – 2Re 25:7-17; 2Cron 36:17-20; Ger 52:12-20.

È degno di nota che i babilonesi (a differenza di quanto fecero di assiri con il Regno di Israele) non sostituirono la popolazione giudaica con altre genti. Ciò permise ai giudei di mantenere la loro identità anche dopo il loro rientro a Gerusalemme. Ancora oggi i giudei sono identificabili. Viceversa, gli israeliti (ovvero le tribù del settentrionale Regno di Israele) persero la loro identità, tanto che si parla delle tribù perdute della Casa di Israele.

“Affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia [cfr. Ger 25:12;29:14;33:11] il Signore destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale a voce e per iscritto fece proclamare per tutto il suo regno questo editto: ‘Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del Signore, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo del Signore, dovunque risiedano, siano assistiti dalla gente del posto con argento, oro, doni in natura, bestiame, e inoltre con offerte volontarie per la casa del Dio che è a Gerusalemme” (Esd 1:1-4). Questo decreto reale entrò in vigore nel 537 a. E. V.. Nel 536 a. E. V. furono poste le fondamenta e nel 515 a. E. V. la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme fu completata.

Dopo 132 anni dalla distruzione babilonese di Gerusalemme, nel 455 a. E. V., Neemia ricostruì Gerusalemme (Nee 1:1). In Nee 2:11-15;3:1-32 si ha un’importante descrizione della struttura di Gerusalemme in quel tempo, specialmente delle porte cittadine. Dopo la ricostruzione, “la città era grande ed estesa; ma dentro c’era poca gente, e non si erano costruite case” (Nee 7:4). Tirando a sorte furono scelti i giudei, uno su dieci, che insieme a dei volontari andassero a popolare Gerusalemme. – Nee 11:1,2.

Nel quarto secolo a. E. V. il macedone Alessandro il Grande invase il territorio di Giuda. Sebbene dalle cronache storiche non risulti che Gerusalemme fosse invasa da Alessandro, di certo la città passò sotto il dominio greco, però non subendo danni. Lo storico e scrittore romano (di origini ebraiche) Titus Flavius Iosephus, più noto come Giuseppe Flavio, riporta una tradizione ebraica secondo cui il sommo sacerdote andò incontro ad Alessandro che si dirigeva a Gerusalemme, mostrandogli le profezie di Daniele (Dn 8:5-7,20,21) che presagivano le conquiste elleniche. – Antichità giudaiche, XI, 326-338.

Morto Alessandro, fu la volta dei Tolomei d’Egitto di dominare la Giudea e quindi anche Gerusalemme. Nel secondo secolo a. E. V., Antioco il Grande, re di Siria, conquistò Gerusalemme e Giuda, così la città santa fu sotto la dominazione dei seleucidi per 30 anni.

In seguito, nel 168 a. E. V., il re di Siria Antioco IV (Epifane), cercando di ellenizzare completamente i giudei, fece qualcosa di insopportabile per loro: dedicò al dio Zeus (il dio Giove dei romani) il Tempio di Gerusalemme. Egli arrivò al punto di profanarne l’altare con sacrifici ripugnanti.

“Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle patrie leggi e a non governarsi più secondo le leggi divine, inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio . . . Grave e intollerabile per tutti era il dilagare del male. Il tempio infatti fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L’altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. Non era più possibile né osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo. Si era trascinati con aspra violenza ogni mese nel giorno natalizio del re ad assistere al sacrificio; quando ricorrevano le feste dionisiache, si era costretti a sfilare coronati di edera in onore di Dioniso. Fu emanato poi un decreto diretto alle vicine città ellenistiche, per iniziativa dei cittadini di Tolemàide, perché anch’esse seguissero le stesse disposizioni contro i Giudei, li costringessero a mangiare le carni dei sacrifici e mettessero a morte quanti non accettavano di partecipare alle usanze greche. Si poteva allora capire quale tribolazione incombesse. Furono denunziate, per esempio, due donne che avevano circonciso i figli: appesero i loro bambini alle loro mammelle e dopo averle condotte in giro pubblicamente per la città, le precipitarono dalle mura. Altri che si erano raccolti insieme nelle vicine caverne per celebrare il sabato, denunciati a Filippo, vi furono bruciati dentro, perché essi avevano ripugnanza a difendersi per il rispetto a quel giorno santissimo”. – 2Maccabei 6:1-11, CEI.

Tutto ciò provocò la rivolta dei maccabei. Nel 165 a. E. V., dopo tre anni di combattimenti, Giuda Maccabeo riuscì a prendere la città e il Tempio. “La purificazione del tempio avvenne nello stesso giorno in cui gli stranieri l’avevano profanato, il venticinque dello stesso mese, cioè di Casleu” (2Maccabei 10:5, CEI). Ogni 25 di kislèv (che inizia dopo il tramonto del 24) del calendario ebraico si celebra da allora la festa di Khanukà (חנכה, “dedicazione”), conosciuta anche come Festa delle Luci, per commemorare la consacrazione del nuovo altare del Tempio di Gerusalemme. A questa festività partecipò anche Yeshùa: “Ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione [il manoscritto ebraico J22 ha qui: החנכה חג (khag hakhanukà), “festa della dedicazione”]. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone”. – Gv 10:22,23.

Per difendersi contro i seleucidi, i giudei chiesero e ottennero l’aiuto di Roma nel 160 a. E. V.. “Giuda pertanto scelse Eupòlemo, figlio di Giovanni, figlio di Accos, e Giasone, figlio di Eleàzaro, e li inviò a Roma a stringere amicizia e alleanza per liberarsi dal giogo, perché vedevano che il regno dei Greci riduceva Israele in schiavitù. Andarono fino a Roma con viaggio lunghissimo, entrarono nel senato e incominciarono a dire: ‘Giuda, chiamato anche Maccabeo, e i suoi fratelli e il popolo dei Giudei ci hanno inviati a voi, per concludere con voi alleanza e amicizia e per essere iscritti tra i vostri alleati e amici’. Piacque loro la proposta” (1Maccabei 8:17-21, CEI). Gli ‘alleati e amici’ romani iniziarono così a esercitare influenza sui giudei. Intorno al 142 a. E. V. Simone Maccabeo fece di Gerusalemme la capitale e la regione giudaica sembrava autonoma: non doveva pagare tasse a una nazione straniera. Nel 104 a. E. V. Aristobulo I, sommo sacerdote di Gerusalemme, assunse addirittura il titolo di re, cosa assai strana, perché in Israele il re era soggetto all’unzione da parte del sommo sacerdote e questi era soggetto al re (i due poteri erano interindipendenti). Era un periodo di ambizioni e d’accesi contrarsi interni (tra sadducei, farisei, zeloti e altri ruppi). Il dissidio interno fu tale che divenne violento fra Aristobulo II e suo fratello Ircano. Si dovette ricorrere al giudizio di Roma. La situazione iniziò a precipitare nel 63 a. E. V., quando le truppe romane comandate da Pompeo posero l’assedio per tre mesi a Gerusalemme; dopodiché penetrarono nella città santa per reprimere le liti interne. Ala fine, ad Antipatro II, un idumeo, fu dato l’incarico di governatore romano sulla Giudea; a un maccabeo fu permesso di rimanere sommo sacerdote e etnarca di Gerusalemme. l figlio di Antipatro, Erode il Grande, fu poi nominato da Roma “re” della Giudea, sebbene non riuscisse ad assumere il controllo di Gerusalemme fino al 37/36 a. E. V..

A Erode il Grande furono dovuti gli ampliamenti edilizi di Gerusalemme; egli seppe portare nella città prosperità; oltre al palazzo reale, costruì un teatro e una palestra (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XV, 424). La sua più notevole opera edilizia fu però la ricostruzione del Tempio gerosolimitano (Antichità giudaiche, XV, 380), la cui area fu alla fine grande circa il doppio dell’area del Tempio precedente. Parte del muro occidentale del cortile del Tempio, il cosiddetto Muro del Pianto, è ancora visibile oggigiorno.

A Gerusalemme, nel 30 E. V. Yeshùa fu processato davanti al Sinedrio (Mt 26:57–27:1; Gv 18:13-27), poi portato da Pilato (Mt 27:2; Mr 15:1,16) e quindi da Erode Antipa (Lc 23:6,7), per essere alla fine rimandato da Pilato per la condanna a morte. – Lc 23:11; Gv 19:13.

Nel 66 E. V. i giudei si ribellarono alla dominazione romana. Le milizie romane comandate da Cestio Gallo circondarono perciò Gerusalemme e attaccarono le mura del Tempio. Inaspettatamente (e stranamente), Cestio Gallo si ritirò. Era il momento di agire e di seguire il consiglio che Yeshùa aveva dato decenni prima: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano sui monti; e quelli che sono in città, se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo” (Lc 21:20-23). I discepoli di Yeshùa fuggirono da Gerusalemme e dalla Giudea, rifugiandosi a Pella, in Perea (Eusebio, Storia ecclesiastica, III, V, 3). E fecero bene. L’esercito romano tornò nel 70 E. V., più numeroso ancora, stavolta comandato da Tito. Gerusalemme era affollata per la Pasqua. L’assedio fu durissimo. Era impossibile scappare: i romani avevano posto trincee e eretto tutta una recinzione attorno alla città. Yeshùa aveva detto: “Verranno su di te [Gerusalemme, vv. 41,42 ] dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte” (Lc 19:43). Fu oltremodo terribile. Sebbene Tito offrisse la pace, i gerosolimitani erano irremovibili. “Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi” (Lc 19:42). Chi tentava di fuggire veniva ucciso come traditore dai compatrioti. Le persone, affamate, cercarono di mangiare addirittura il fieno e il cuoio; per sfamarsi si contendevano perfino i neonati. – Cfr. Giuseppe Flavio.

Alla fine, i soldati romani abbatterono le mura della città e invasero Gerusalemme. L’ordine di risparmiare il Tempio fu ignorato: nella loro furia i romani lo incendiarono e lo distrussero (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VI, 250, 251; II, 426-428; VI, 354). Giuseppe Flavio parla di 1.100.000 morti; i prigionieri furono 97.000, poi venduti in Egitto (Dt 28:68) o fatti uccidere da gladiatori o da belve nelle arene romane delle province dell’impero.

La città santa di Gerusalemme fu rasa al suolo dai romani, risparmiando solamente le torri del palazzo d’Erode e un tratto del muro occidentale, di modo che servissero da testimonianze e d’ammonimento. “Tutto il resto della cinta muraria fu abbattuto e distrutto in maniera così radicale, che chiunque fosse arrivato in quel luogo non avrebbe mai creduto che vi sorgeva una città” (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VII, 3, 4 ). Ancora oggi è visibile a Roma l’Arco di Tito con un bassorilievo in cui è scolpita la scena di soldati romani che recano come bottino alcuni sacri arredi del Tempio che avevano distrutto.

Fin verso il 130 E. V. la città rimase desolata, poi l’imperatore romano Adriano vi eresse una nuova città, chiamata Aelia Capitolina. Ciò fu preso come un affronto dai giudei rimasti e ci fu una nuova insurrezione, capeggiata da Simon Bar Kokeba. Nel 132-135 E. V. ci fu una nuova guerra, con la finale e definitiva vittoria dei romani, che impedirono per i successivi due secoli l’accesso in Gerusalemme agli ebrei.

Nel 4° secolo la madre di Costantino il Grande, Elena, andò Gerusalemme e v’identificò molti luoghi considerati santi. Nel 614 Gerusalemme fu conquistata dai persiani sasanidi che fecero strage della popolazione. Gerusalemme fu riconquistata da Eraclio I di Bisanzio, nel 629. Venne quindi il tempo della conquista musulmana e la città si arrese nel 637 a un califfo, rimanendo poi amministrata da califfi di Damasco e di Bagdad. Verso la fine del 7° secolo vi fu edificata una moschea nei pressi dell’antica area del Tempio, chiamata Cupola della Roccia.

Nel 972 Gerusalemme fu presa da califfi/Imàm. Nel 1076 passò ai turchi. Nel 1099, dopo l’occupazione dei crociati, divenne capitale del Regno Latino di Gerusalemme. Nel 1187 fu conquistata di nuovo dai musulmani con Saladino; da allora fu sotto la dominazione musulmana fino a quella dei mamelucchi. Gerusalemme rimase mamelucca fino al 1517, quando l’Egitto e la Siria vennero occupati dal sultano ottomano Selim I. Il dominio ottomano durò fino al novembre del 1917, quando fu occupata dai britannici comandati dal generale E. Allenby. Gerusalemme fu quindi dichiarata capitale del Mandato Britannico della Palestina con il trattato di Versailles.

Nel 1948 ci fu la guerra arabo-israeliana, che i giudei chiamano “guerra d’indipendenza” e gli arabi “catastrofe”. L’intento islamico era di impedire la nascita dell’autoproclamato Stato di Israele. Fino al ritiro britannico, che avvenne il 14 maggio 1948, si trattò essenzialmente di una guerra civile tra ebrei e arabi di Palestina: il conflitto rimase a livello di guerriglia (anche perché erano presenti le forze britanniche). Alla partenza dei britannici, gli ebrei proclamarono la nascita di Israele mentre truppe provenienti da Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq, insieme a corpi di spedizione minori provenienti da altri paesi arabi, penetrarono nella Palestina cisgiordana. Fu davvero guerra; gli scontri terminarono nei primi mesi del 1949.

Finalmente, nel 1949, l’Assemblea Generale dell’O.N.U. proclamò l’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo della stessa O.N.U., per favorire la convivenza di cristiani, musulmani e ebrei. Mentre gli ebrei accettarono il piano di ripartizione della Palestina in due stati (ebraico uno e arabo l’altro), i palestinesi e il resto del mondo arabo e islamico lo respinsero. Nessuno voleva rinunciare alla città santa, così le forze ebraiche e quelle arabe giordane occuparono Gerusalemme: le prime occuparono il settore occidentale della città e le seconde la sua parte orientale. Nel 1950 gli israeliani scelsero Gerusalemme quale capitale del nuovo Stato d’Israele. Dopo la guerra dei sei giorni, con un decreto approvato dal Parlamento israeliano (Knèset) fu dichiarata, il 30 luglio 1980, l’annessione ufficiale del settore giordano di Gerusalemme e la sua proclamazione a capitale “unita e indivisibile” di Israele.

 

Fonte:https://bit.ly/2IWraXR

 

 

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Il Dogma della Trinità

Il Dogma della Trinità

Il vero testo di Matteo 28:19

Un testo molto citato dai trinitari per sostenere la loro dottrina è Mt 28:19, in cui il risuscitato Yeshùa avrebbe dato, stando all’attuale testo biblico, questo comando ai suoi discepoli “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa formula trinitaria è uno dei presunti pezzi forti dei trinitari. Eppure questo passo pone un grande problema, perché se quel comando fosse genuino si dovrebbe dire che tutta la prima chiesa vi disubbidì in massa. Troviamo infatti nella Bibbia che il battesimo fu sempre amministrato nel solo nome di Yeshùa e che mai fu utilizzata quella formula.
La verità è che quella formula non risale a Yeshùa. La formula originale doveva essere: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel mio nome”. Così infatti fece la prima chiesa, come ampiamente attestato nella Scrittura. Evidentemente qualche scriba trinitario manipolò il testo. Di ciò abbiamo un’autorevole testimonianza: Eusebio di Cesarea (265-340), vescovo e scrittore greco, definito uno dei “padri della chiesa”, il quale aveva posizioni simili a quelle di Ario (256-336). Ario era un teologo che professava il puro monoteismo, insegnando il Dio uno e unico, eterno e indivisibile e, di conseguenza, che Yeshùa – in quanto “generato” – non poteva essere considerato Dio allo stesso modo del Padre proprio perché la natura divina è unica; essendo infatti un “figlio” (e quindi “venuto dopo” di Colui che lo ha generato), Ario spiegava che non poteva essere co-eterno al Padre, essendo la natura divina di per sé eterna e indivisibile. Il Figlio, dunque, come attesta la Bibbia, è in posizione subordinata rispetto al Padre. Ario fu scomunicato nel 300.
Eusebio di Cesarea aveva la stessa posizione. Ai primi del 20° secolo lo studioso Fred. C. Conybeare analizzò le citazioni di Mt 28:19 fatte da Eusebio. Costui conosceva bene il testo mattaico, quello genuino, perché nelle sue opere più recenti e molto spesso (ben diciassette volte), Eusebio cita Mt 28:19 sotto questa forma: “Andate e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel mio nome”. Le due citazioni più interessanti si leggono nella sua Dimostrazione evangelica. Nel primo passaggio (in, 6, PG 24, col. 233) Eusebio cita integralmente Mt 28:19 compreso il seguito del testo: “[…] insegnando loro a rispettare tutto ciò che io vi ho comandato”. Nel secondo passaggio (ibidem, col. 240) prima cita le parole “andate, fate discepoli in tutte le nazioni”, poi commenta lungamente l’espressione “nel mio nome”, dando prova di averla letta bene nel testo biblico. È dunque certo che Eusebio conosceva la forma genuina del testo mattaico, che conteneva “nel mio nome” e che non era ancora stata manomessa modificandola in “battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Questa testimonianza di Eusebio di Cesarea è resa ancora più certa perché è sostenuta dall’apologeta Giustino di Nablus (100-162/168), filosofo cristiano. Nel suo Dialogo con Trifone, composto verso il 150, in 39,2 egli scrisse che se Dio ritardava il suo giudizio finale lo faceva sapendo che ogni giorno “alcuni, essendo stati fatti discepoli nel nome del suo Cristo”, abbandonavano la via dell’errore. Queste ultime parole mostrano chiaramente che si trattava di pagani, come nel testo mattaico.
Nella forma genuina, attestata da Eusebio e da Giustino, il testo mattaico offre un buon parallelo con quello di Lc 24:47: “Nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti”. Luca, scrivendo per lettori non ebrei, rimpiazza il verbo “fare discepoli” con il più comune “predicare”.
In ogni caso la formula trinitaria di Mt 28:19, che non è genuina e autenticamente di Yeshùa, non costituisce neppure una prova per la dottrina della trinità, perché dalla formula manipolata non si può dedurre alcuna identificazione di Yeshùa con Dio e neppure che lo spirito santo sia una persona.

Fonte: http://www.biblistica.eu/viewtopic.php?f=5&t=218ssia

Inoltre, vedi anche le ricerche di: Nestle e Aland, e dell’Institut für neutestamentliche Textforschung (“Istituto per la ricerca testuale del Nuovo Testamento”) Perché? Perché, il testo di Nestle e Aland propone l´idea che questo versetto possa essere spurio, o non ispirato, e che Rabbi(Messyeh) in realtà non abbia mai pronunciato per esteso le parole contenute in quel versetto.

La nota in calce del NA27 dice che Eusebio di Cesaria, noto “Padre della Chiesa” vissuto tra il III e il IV secolo, riporta una versione diversa di Matteo 28:19. Secondo Eusebio, in una versione del vangelo di Matteo,il versetto direbbe in greco: “Poreuthentes matheteusate panta ta ethne en to onomati mou” che tradotto in italiano verrebbe reso: “Andate e fate discepoli di genti di tutte le nazioni nel mio nome”.

Gli studiosi dell´Istituto di Munster sono propensi a dare credito alle parole di Eusebio. Detto in maniera semplice, l´evidenza contenuta nelle Scritture sembra dare ragione ad Eusebio. Perché?

Un primo indizio lo si trova confrontando il finale del Vangelo di Matteo con il finale del Vangelo di Luca. Le parole pronunciate dal Rabbi in Matteo 28:19 sono state pronunciate in circostanze diverse da quelle pronunciate in Luca 24:46-49. Infatti, Matteo 28:16 dice che Gesù era in Galilea con i suoi discepoli, mentre Luca 24:50 dice che Gesù e i suoi discepoli erano vicini a Betania. Nonostante questa differenza, é ovvio che sia Matteo che Luca pongono le ultime parole pronunciate da Gesù nei rispettivi vangeli come “le ultime volontà” del Rabbi (Maestro) prima che egli se ne vada. Cosa possiamo comprendere confrontando i due finali?
Il finale del vangelo di Luca conferma la versione di Eusebio, in quanto Luca 24:46-49 dice: “ Poi disse: «Sì, così fu scritto, e così è stato: il Messia doveva soffrire, morire e risorgere dalla morte il terzo giorno, e nel suo nome sarebbe stato predicato il pentimento e la remissione dei peccati a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme. Voi avete visto avverarsi queste profezie. Ed ora manderò su di voi lo Spirito Santo, come promise mio Padre. Ma non cominciate ancora a predicare agli altri; rimanete in città, finché lo Spirito Santo non venga a fortificarvi con la potenza del cielo”. (La Parola è Vita) Queste parole, che dovrebbero essere le ultime parole del Rabbi prima di ascendere ai cieli, non contengono il comando di battezzare, ma di “predicare nel suo nome”, esattamente come scrive Eusebio. Inoltre, in questa circostanza il Maestro non usa la formula “nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo”.

Va aggiunto che il vangelo di Marco non contiene nel finale nessun comando di battezzare. Nemmeno il vangelo di Giovanni contiene il comando di battezzare nel suo finale. Piuttosto, il vangelo di Giovanni contiene il toccante invito “ Intanto, tu seguimi! …”. (Vedi Gv 21:19,22) Gli studiosi Nestle e Aland si chiedono: se il Maestro avesse dato il comando di battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo” non sarebbe logico ritrovare questo comando citato almeno una seconda volta nelle Scritture? Invece, su questo comando, oltre a Matteo 28:19, le Scritture tacciono.

Un secondo indizio che fanno ritenere spurio il versetto di Matteo 28:19 cosi come contenuto nelle copie delle Scritture attuali é il “fattore tempo”. Le parole di Matteo 28:19, sono state pronunciate al più tardi 40 giorni dopo la morte di Cristo. Infatti Luca 1:3 dice che Cristo fu visibile ai suoi apostoli come uomo solo per 40 giorni dopo la sua morte. Comunque, dalle Scritture noi apprendiamo che il paràkletos, l´entità della forza attiva nel quale i discepoli dovevano essere battezzati, in quel tempo ancora non era ancora arrivato sui discepoli, e quindi lo “spirito santo” non aveva ancora battezzato nessuno. Infatti, Atti 1:4,5 riporta le parole del Rabbi, che dice “Durante uno di questi incontri, mentre stava a tavola con loro, Gesù ordinò agli apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettare che lo Spirito Santo scendesse su di loro e s’adempisse così la promessa di Dio Padre, di cui lui stesso aveva parlato. Giovanni battezzava con acqua», ricordò loro Gesù, «voi, invece, fra pochi giorni, sarete battezzati con lo Spirito Santo! (La Parola è Vita).

Quando vengono pronunciate le parole di Matteo 28:19, i discepoli erano ancora su un monte della Galilea, dove avevano incontrato Cristo. Successivamente si recano a Gerusalemme dove aspettavano la Pentecoste. (Vedi Atti capitolo 2). Quindi, necessariamente, le parole di Atti 1:4,5 sono successive a Matteo 28:19. Si comprende che, quando il Maestro avrebbe detto in Matteo 28:19 di “battezzare nel nome dello spirito santo” non c´era ancora nessuno “spirito santo” nel nome del quale battezzare. Messo quindi nel suo giusto contesto, il comando di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo suona del tutto anacronistico, come se fosse stato aggiunto “dopo” che il battesimo nella forza attiva divenne una pratica comune tra i cristiani.

Possiamo considerare un ulteriore aspetto. Secondo le Scritture, nel nome di chi venivano battezzati i nuovi discepoli? Leggendo le Scritture, notiamo che TUTTI i credenti, nessuno escluso, venne battezzato in acqua solo nel “Nome del Signore Rabbi”, e non nel nome del “Padre, del Figlio e dello spirito santo”. (Vedi i battesimi descritti in Atti 2:38; 8:16; 10:48; 19:5). Con questo modo di fare sono pienamente concordi le Scritture, che dicono in Atti 4:12 “Inoltre, non c’è salvezza in nessun altro, poiché non c’è sotto il cielo nessun altro nome dato fra gli uomini mediante cui dobbiamo essere salvati”. Il modo di battezzare in acqua dei primi cristiani, come leggiamo in tutti gli Atti degli apostoli, smentisce quindi qualsiasi pretesa che la frase di battezzare in acqua “nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo” venisse praticata. I primi cristiani non hanno mai usato questa forma battesimale.

Cosa cambia questo dal punto di vista della nostra fede?

Dato che il battesimo nello Spirito Santo (paràkletos),è qualcosa che non dipende dalla volontà umana, nessuno è in grado sulla terra di battezzare nel nome dello Spirito Santo. Ecco perché il Maestro non può aver dato ai suoi apostoli il comando di battezzare nello “spirito santo”, ma disse piuttosto che tutti, compresi gli apostoli, sarebbero stati battezzati da questo spirito, come leggiamo in Atti 1:5 “Giovanni, in realtà, battezzò con acqua, ma voi [apostoli] sarete battezzati nello spirito santo fra non molti giorni”

Riassumendo, è altamente probabile che il versetto di Matteo 28:19, nella versione contenuta in tutte le copie delle Scritture del mondo, sia spurio, o non ispirato. La versione corretta non contiene né il comando di battezzarsi, né la formula “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo..

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Jules Isaac – Gesù e Israele

Jules Isaac – Gesù e Israele

 Viene nuovamente presentato al lettore italiano uno dei grandi libri del XX secolo. Jules Isaac (Rennes 1877 – Aix-en-Provence 1963) iniziò a scriverlo nel 1943, quando la sua esistenza, ormai alle soglie della vecchiaia, era minacciata ed errante, sconvolta e perseguitata. Dopo quasi quarant’anni di insegnamento della Storia, nella Francia occupata dai Tedeschi egli dovette abbandonare tutto e fuggire. Vide i suoi numerosi libri, frutto di una vita intera dedicata agli studi, finire al macero.

Nascosto nella campagna francese con la moglie, la figlia, il genero e il figlio (che vennero scoperti e deportati nei campi di sterminio: solo il figlio farà ritorno) Isaac iniziò a chiedersi come fosse possibile nel cuore dell’Europa, nel cuore del Novecento una simile barbarie. Com’è stata possibile la Shoah nell’Europa da secoli cristiana?

Non vi è dubbio che l’antisemitismo nazista è altra cosa rispetto all’antiebraismo teologico, ma la sconvolgente scoperta di Isaac è che l’insegnamento del disprezzo, capillarmente diffuso per secoli, e che ha il suo culmine nel mito del popolo deicida, ha contribuito a preparare e rendere possibile la distruzione degli Ebrei d’Europa.

Terminato nel 1946 nella solitudine di un rifugio e pubblicato a Parigi nel 1948, Gesù e Israele non può essere considerato un’opera di scienza (come lo stesso Isaac riconosce). È invece “il grido di una coscienza indignata, di un cuore lacerato”.

Il libro si compone di ventun argomenti e di una conclusione pratica, che così riassumiamo:

1 – La religione cristiana è figlia della religione ebraica.
2 – Gesù è ebreo.
3 – Ebraica è la sua famiglia, ebrea è sua madre Maria (Miryam), ebraico è l’ambiente nel  quale vive.
4 – Gesù è circonciso.
5 – Il suo nome ebraico è Yeshua. Cristo è l’equivalente greco di Messia.
6 – Il Nuovo Testamento è scritto in greco, ma Gesù parlava aramaico.
7 – Nel I secolo in Israele la vita religiosa era profonda e intensa.
8 – L’insegnamento di Gesù si è svolto nel quadro tradizionale dell’ebraismo.
9 – Gesù ha osservato la Torah. Non ne ha proclamato l’abolizione.
10 – È un errore voler separare il Vangelo dall’ebraismo.
11 -La diaspora ebraica ha avuto inizio molti secoli prima della nascita di Gesù.
12 – Non si può affermare che il popolo ebraico nella sua totalità abbia rinnegato Gesù.
13 – Secondo i Vangeli, ovunque Gesù sia passato, salvo rare eccezioni, è stato accolto con entusiasmo.
14 – Non si può affermare che il popolo ebraico abbia respinto il Messia.
15 – Gesù non ha pronunciato una sentenza di condanna e di decadenza d’Israele.

Gli argomenti dal 16 al 20 sono dedicati al tema del popolo deicida: “In tutta la Cristianità, da diciotto secoli, si insegna correntemente che il popolo ebraico, pienamente responsabile della crocifissione, ha compiuto l’inesplicabile crimine del deicidio. Non vi è accusa più micidiale: effettivamente non vi è accusa che abbia fatto scorrere più sangue innocente”.

21 – Israele non ha respinto Gesù né lo ha crocifisso. Gesù non ha respinto Israele né lo ha maledetto.
22 – Conclusione pratica: necessità di una riforma (redressement) dell’insegnamento cristiano.

Nell’estate del 1947 si tenne a Seelisberg, in Svizzera, una conferenza internazionale alla quale parteciparono un centinaio di delegati cristiani (di diverse confessioni) ed ebrei, provenienti da una ventina di Paesi. Isaac aveva preparato uno schema in diciotto punti, che vennero discussi, e infine venne approvata una dichiarazione conosciuta come I dieci punti di Seelisberg. Viene riportata in appendice perché è interessante confrontare quei punti con gli argomenti di Gesù e Israele.

In quell’occasione venne anche fondato l’International Council of Christians and Jews. Aveva dunque inizio un’altra fase della vita di Isaac, il quale fu tra i promotori dell’Amitié Judéo-Chrétienne de France (fondata nel 1948) e si adoperò per la costituzione della prima Amicizia ebraico-cristiana italiana (che venne fondata a Firenze nel 1950). Altri due libri vennero a completare il lavoro iniziato con Gesù e Israele : Genèse de l’antisémitisme (Paris 1956) e L’enseignement du mépris (Paris 1965).

Incontrò due Papi: nel 1949 venne ricevuto da Pio XII e nel 1960 da Giovanni XXIII. Nel corso di questo secondo incontro consegnò un Dossier che il Papa affidò al cardinale Bea: sarebbe stato all’origine della Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II.

Da allora, si è aperta una nuova era nelle relazioni ebraico-cristiane, anche se il lavoro è enorme e le difficoltà ancora numerose. A cinquant’anni di distanza, molte cose sono cambiate, e molti degli argomenti di Isaac vengono comunemente accettati.

Ci si può chiedere però quale sia il senso di questo avvicinamento tra ebrei e cristiani. Non è in fin dei conti rischioso sia per gli uni che per gli altri? Non c’è il rischio di annullare le differenze in un confuso sincretismo?

Queste preoccupazioni sono bene espresse da uno dei grandi maestri dell’ebraismo novecentesco, R. Joseph B. Soloveitchik: “Il dialogo non deve toccare argomenti di ordine teologico, ma solo questioni laiche, di interesse comune” e più avanti: “Collaboriamo con persone appartenenti ad altre fedi in tutti i campi dello sforzo umano, ma nello stesso tempo cerchiamo di preservare la nostra distinta identità, che inevitabilmente comprende aspetti di separazione”.

Da parte cristiana questa posizione viene così presentata dal pastore Matin Cunz (che la pensa diversamente ed è uno dei protagonisti del dialogo ebraico-cristiano): “Abbiamo una grandissima colpa riguardo agli ebrei. Abbiamo frainteso il Vangelo, abbiamo tradito i precetti del Cristo, il figlio del popolo ebraico. Ma tutti questi fatti tristi e vergognosi non devono e non possono cambiare le fondamenta della teologia cristiana. Le verità rimangono le stesse, il comportamento deve cambiare”.

Isaac, da parte sua, licenziava il suo volume con queste sorprendenti parole:”Forse qualcuno si domanderà a quale confessione appartenga l’autore. La risposta è facile: non appartiene a nessuna confessione. Ma tutto il libro attesta il fervore che lo ispira e lo guida”. Accusato di ambiguità, egli preciserà: “Fervore rispetto a Israele, fervore rispetto a Gesù, figlio d’Israele”.

Se l’Alleanza con Israele non è mai stata revocata, se rav Yeshua ben Yosef non ha abolito la Torah, se la Cristianità non si è sostituita a un Israele maledetto o comunque decaduto siamo di fronte alla necessità di ridefinire la relazione tra Israele e le Chiese.

La purificazione dell’insegnamento del disprezzo e l’abbandono della teologia della sostituzione rendono possibile un riconoscimento: l’Alleanza è stata estesa alle nazioni. Il che non priva i cristiani di essere testimoni della loro fede di fronte a Israele, anzi, per la prima volta, rende la loro testimonianza credibile. Il grosso problema è sapere in che cosa propriamente tale testimonianza consista.

Per quanto possa sembrare paradossale, la testimonianza messianica delle nazioni comporta in primo luogo la consapevolezza che non è la kefirah (apostasia) d’Israele a poter essere un segno della Redenzione. Se Israele è la radice santa, ha senso sperare nella sua conversione in ramo?

Questa nuova consapevolezza rappresenterebbe una vera teshuvah, che permetterebbe di partecipare al banchetto preparato dal Signore per tutti i popoli, quando verranno distrutti il velo e la coltre posti sui loro volti (Is 25, 6-8).

Marco Morselli

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