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Gerusalemme, tremila anni di storia

Gerusalemme, tremila anni di storia

“Melchisedec, re di Salem . . . Egli era sacerdote del Dio altissimo” (Gn 14:18). Questo passo, che è riferito al 20° secolo a. E. V., non solo indica il nome più antico di Gerusalemme (Salem) ma è anche il primo accenno storico alla città, di cui non si hanno notizie anteriori, se non quelle desunte dalle tavolette di Tell el-Amarna, che furono scritte da regnanti cananei, alcune delle quali indirizzare al capo di Urusalim (nome accadico di Gerusalemme); poiché tali lettere furono scritte prima che gli ebrei conquistassero Canaan, l’antica Salem (poi Gerusalemme) fu sotto dominazione straniera nel periodo (circa cinque secoli) che va da Abraamo alla conquista israelita della Terra Promessa. Dopo la conquista, “quanto ai Gebusei che abitavano in Gerusalemme, i figli di Giuda non riuscirono a scacciarli; e i Gebusei hanno abitato con i figli di Giuda in Gerusalemme” (Gs 15:63; cfr. Gdc 1:21). La convivenza mista di giudei e gebusei a Gerusalemme si protrasse per circa 400 anni, tanto che perfino nella Bibbia la città di Gerusalemme è chiamata qualche volta “Gebus, che è Gerusalemme”. – Gdc 19:10-12; 1Cron 11:4,5.

Fu per volere divino che Davide fece di Gerusalemme la capitale:

“[Davide] disse: ‘Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele, il quale di sua propria bocca parlò a Davide mio padre, e con la sua potenza ha adempiuto quanto aveva dichiarato dicendo: ‘Dal giorno che feci uscire il mio popolo Israele dal paese d’Egitto, io non scelsi alcuna città, fra tutte le tribù d’Israele, per costruire là una casa, dove il mio nome dimorasse; e non scelsi alcun uomo perché fosse principe del mio popolo Israele; ma ho scelto Gerusalemme perché il mio nome vi dimori, e ho scelto Davide per regnare sul mio popolo Israele’”. – 2Cron 6:4-6; cfr. 2Cron 7:12.

La decisione davidica di fare di Gerusalemme la capitale ebraica suscitò derisione nei gebusei, che dissero a Davide, con sarcasmo: “’Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!’ Volevano dire: ‘Davide non entrerà mai’” (2Sam 5:6). “Ma Davide prese la fortezza di Sion [la cittadella di Gerusalemme], che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: ‘Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono gli avversari di Davide…’. Da questo ha origine il detto: ‘Il cieco e lo zoppo non entreranno nel tempio’. Davide abitò nella fortezza e la chiamò Città di Davide; e vi fece delle costruzioni intorno, cominciando da Millo verso l’interno. Davide diventava sempre più grande e il Signore, il Dio degli eserciti, era con lui”. – Vv. 7-10.

L’antica roccaforte dei gebusei ricevette così il nome di “città di Davide” e anche di “Sion”: “Sion, che è la città di Davide” (2Sam 5:7). A Davide si devono le successive costruzioni nell’area urbana e il migliorato sistema cittadino di difesa (2Sam 5:9-11; 1Cron 11:8). Era intenzione del re Davide di costruire a Gerusalemme anche il Tempio e, verso la fine del suo regno, aveva avviato perfino la preparazione del materiale necessario (1Cron 22:1,2; cfr. 1Re 6:7). Le “pietre squadrate” (1Cron 22:2, TNM) che Davide fece lavorare dai “tagliapietre” (Ibidem) e le “grandi pietre” fatte preparare poi da Salomone (1Re 5:17, TNM), “pietre costose secondo le misure, squadrate, segate con seghe per pietre” (1Re 7:9, TNM), sono ancora visibili oggi al cosiddetto Muro del Pianto a Gerusalemme.

Dopo Davide, suo figlio Salomone fece rilevanti lavori di costruzione in Gerusalemme: la città iniziava a espandersi (1Re 3:1;9:15-19,24;11:27). Oltre al Tempio (completato nel 1007 a. E. V.) con tutta la sua area (2Cron 3:1; 1Re 6:37,38;7:12), Salomone edificò grandiosi edifici: il palazzo reale, la casa detta “Foresta del Libano”, il portico a colonne e il portico del trono (chiamato “Portico del giudizio”) dove amministrava la giustizia:

“Poi Salomone costruì il suo palazzo, e lo terminò interamente in tredici anni. Costruì la casa detta: ‘Foresta del Libano’; era di cento cubiti di lunghezza, di cinquanta di larghezza e di trenta d’altezza. Era basata su quattro ordini di colonne di cedro, sulle quali poggiava una travatura di cedro. Un soffitto di cedro copriva le camere che poggiavano sulle quarantacinque colonne, quindici per fila. C’erano tre file di camere, le cui finestre si trovavano le une di fronte alle altre lungo tutte e tre le file. Tutte le porte con i loro stipiti e architravi erano quadrangolari. Le finestre delle tre file di camere si trovavano le une di fronte alle altre, in tutti e tre gli ordini. Fece pure il portico a colonne, che aveva cinquanta cubiti di lunghezza e trenta di larghezza, con un vestibolo davanti, delle colonne, e una scalinata sul davanti. Poi fece il portico del trono dove amministrava la giustizia, che fu chiamato: ‘Portico del giudizio’; lo ricoprì di legno di cedro dal pavimento al soffitto. La sua casa, dove abitava, fu costruita nello stesso modo, in un altro cortile, dietro il portico. Fece una casa dello stesso stile di questo portico per la figlia del faraone, che egli aveva sposata”. – 1Re 7:1-8.

Dopo la divisione del regno, nel 977 a. E. V., Gerusalemme continuò a essere la capitale del Regno di Giuda o Regno del Sud. Sacerdoti e leviti si trasferirono a Gerusalemme (2Cron 11:1-17). Nel primo lustro dopo la morte di Salomone, il faraone egizio Sisac (chiamato Sheshonk I nei documenti egizi) prese i tesori del Tempio, nel 972 a. E. V., sebbene Gerusalemme non subisse la completa rovina. – 1Re 14:25,26; 2Cron 12:2-12.

In seguito ci fu un tentativo, non riuscito, di assediare Gerusalemme da parte del secessionista Regno di Israele o Regno del Nord (1Re 15:17-22). Fu poi la volta di un’alleanza arabo-filistea, che la invase e la saccheggiò (2Cron 21:12-17). Poi, “l’esercito dei Siri . . . venne in Giuda e a Gerusalemme” e probabilmente riuscì a penetrare in città (2Cron 24:20-25). Toccò poi al Regno d’Israele invadere il Regno di Giuda: “Giuda rimase sconfitto da Israele, e quelli di Giuda fuggirono, ognuno alla sua tenda . . . Ioas, re d’Israele, fece prigioniero, a Bet-Semes, Amasia, re di Giuda . . . lo condusse a Gerusalemme, e fece una breccia di quattrocento cubiti [=180 m] nelle mura di Gerusalemme . . . Prese tutto l’oro e l’argento e tutti i vasi che si trovavano nella casa di Dio [il Tempio] . . . e i tesori della casa del re; prese pure degli ostaggi, e se ne tornò a Samaria [capitale del Regno d’Israele” (2Cron 25:22-24). La città santa fu poi fortificata sotto il re giudeo Uzzia: “Uzzia costruì pure delle torri a Gerusalemme” (2Cron 26:9), “Fece fare, a Gerusalemme, delle macchine inventate da esperti per collocarle sulle torri e sugli angoli, per scagliare saette e grosse pietre” (2Cron 26:15); suo figlio “costruì anche delle città nella regione montuosa di Giuda, e dei castelli e delle torri nelle foreste” (2Cron 27:4). Grazie al fedele re Ezechia, l’area del Tempio fu purificata e restaurata; egli ordinò di celebrare la Pasqua, invitando a Gerusalemme tutti, inclusi gli israeliti del Regno del Nord (2Cron 29:1-5,18,19;30:1,10-26). Dopo che gli assiri ebbero conquistato il Regno di Israele nel 720 a. E. V., invasero il Regno di Giuda, nel 712 a. E. V.: “Dopo queste cose e questi atti di fedeltà di Ezechia, Sennacherib, re d’Assiria, venne in Giuda, e cinse d’assedio le città fortificate, con l’intenzione d’impadronirsene”. – 2Cron 32:1.

“Sennacherib, re d’Assiria, mentre stava di fronte a Lachis con tutte le sue forze, mandò i suoi servitori a Gerusalemme per dire a Ezechia, re di Giuda, e a tutti quelli di Giuda che si trovavano a Gerusalemme: ‘Così parla Sennacherib, re degli Assiri: In chi confidate voi per rimanervene così assediati in Gerusalemme? Ezechia v’inganna per ridurvi a morir di fame e di sete, quando dice: Il Signore, nostro Dio, ci libererà dalle mani del re d’Assiria! . . . Non sapete voi quello che io e i miei padri abbiamo fatto a tutti i popoli degli altri paesi? Gli dèi delle nazioni di quei paesi hanno forse potuto liberare i loro paesi dalla mia mano? Qual è fra tutti gli dèi di queste nazioni che i miei padri hanno sterminate, quello che abbia potuto liberare il suo popolo dalla mia mano? Potrebbe il vostro Dio liberarvi dalla mia mano? Ora Ezechia non v’inganni e non vi svii in questa maniera; non gli prestate fede! Poiché nessun dio d’alcuna nazione o d’alcun regno ha potuto liberare il suo popolo dalla mia mano o dalla mano dei miei padri; quanto meno potrà il Dio vostro liberare voi dalla mia mano!’”. – 2Cron 32:9-15.

Con grande tattica militare, Ezechia si era già preparato all’assedio assiro: “Quando Ezechia vide che Sennacherib era giunto e si proponeva di attaccare Gerusalemme, deliberò . . . di turare le sorgenti d’acqua che erano fuori della città . . . turarono tutte le sorgenti e il torrente che scorreva attraverso il paese. ‘Perché’, dicevano essi, ‘i re d’Assiria, venendo, dovrebbero trovare abbondanza d’acqua?’ Ezechia prese coraggio; e ricostruì tutte le mura dov’erano diroccate, rialzò le torri, costruì l’altro muro di fuori, fortificò Millo nella città di Davide, e fece fare una gran quantità d’armi e di scudi” (2Cron 32:2-5). Nello stesso tempo provvide acqua per Gerusalemme: “Ezechia fu colui che turò la sorgente superiore delle acque di Ghion e le convogliò giù direttamente attraverso il lato occidentale della città di Davide” (2Cron 32:30). Dio stesso aveva assicurato:

“Così parla il Signore riguardo al re d’Assiria:

Egli non entrerà in questa città,

e non vi lancerà freccia;

non l’assalirà con scudi,

e non alzerà trincee contro di essa.

Egli se ne tornerà per la via da cui è venuto,

e non entrerà in questa città, dice il Signore.

Io proteggerò questa città per salvarla,

per amor di me stesso e per amor di Davide, mio servo’”. – 2Re 19:32-34.

“Quella stessa notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini; e quando la gente si alzò la mattina, erano tutti cadaveri. Allora Sennacherib re d’Assiria tolse l’accampamento, partì e se ne tornò a Ninive, dove rimase”. – 2Re 19:35,36.

In seguito, nonostante fossero aumentate le mura cittadine, i giudei peggiorarono nella loro infedeltà alla Legge di Dio (2Cron 33:1-9,14). Alla fine il Regno di Giuda diventò vassallo della Babilonia. Quando i giudei cercarono di ribellarsi, Gerusalemme fu prima assediata, poi invasa e saccheggiata; il re e i notabili della città furono deportati (2Re 24:1-16; 2Cron 36:5-10). Come re vassallo dei babilonesi fu designato nel 597 a. E. V. il giudeo Sedechia, che poi tentò la rivolta, provocando un nuovo assedio di Gerusalemme (2Re 24:17-20;25:1; 2Cron 36:11-14). In aiuto della città vennero delle milizie egiziane che provocarono il ritiro temporaneo degli assedianti babilonesi (Ger 37:5-10). Ma Dio aveva già decretato la punizione dei giudei per la loro infedeltà: “’Darò Sedechia, re di Giuda, e i suoi capi in mano dei loro nemici, in mano di quelli che cercano la loro vita, in mano dell’esercito del re di Babilonia, che si è allontanato da voi. Ecco, io darò l’ordine’, dice il Signore, ‘e li farò ritornare contro questa città; essi combatteranno contro di lei, la conquisteranno, la daranno alle fiamme; io farò delle città di Giuda una desolazione senza abitanti’” (Ger 34:21,22). Così, i babilonesi tornarono ad assediare Gerusalemme (Ger 52:5-11). Infine Gerusalemme fu distrutta dai babilonesi, nel 587 a. E. V., dopo un assedio che aveva provocato fame, malattie e morte. “Quando Gerusalemme fu presa . . . Nabucodonosor re di Babilonia venne con tutto il suo esercito contro Gerusalemme e la cinse d’assedio . . . una breccia fu fatta nella città, tutti i capi del re di Babilonia entrarono” (Ger 39:1-3; cfr. 2Re 25:2-4). La città santa, ormai vinta, fu distrutta; il Tempio fu abbattuto (i suoi tesori presi come bottino) e le mura cittadine demolite; gran parte della popolazione fu portata in esilio a Babilonia. – 2Re 25:7-17; 2Cron 36:17-20; Ger 52:12-20.

È degno di nota che i babilonesi (a differenza di quanto fecero di assiri con il Regno di Israele) non sostituirono la popolazione giudaica con altre genti. Ciò permise ai giudei di mantenere la loro identità anche dopo il loro rientro a Gerusalemme. Ancora oggi i giudei sono identificabili. Viceversa, gli israeliti (ovvero le tribù del settentrionale Regno di Israele) persero la loro identità, tanto che si parla delle tribù perdute della Casa di Israele.

“Affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia [cfr. Ger 25:12;29:14;33:11] il Signore destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale a voce e per iscritto fece proclamare per tutto il suo regno questo editto: ‘Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del Signore, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo del Signore, dovunque risiedano, siano assistiti dalla gente del posto con argento, oro, doni in natura, bestiame, e inoltre con offerte volontarie per la casa del Dio che è a Gerusalemme” (Esd 1:1-4). Questo decreto reale entrò in vigore nel 537 a. E. V.. Nel 536 a. E. V. furono poste le fondamenta e nel 515 a. E. V. la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme fu completata.

Dopo 132 anni dalla distruzione babilonese di Gerusalemme, nel 455 a. E. V., Neemia ricostruì Gerusalemme (Nee 1:1). In Nee 2:11-15;3:1-32 si ha un’importante descrizione della struttura di Gerusalemme in quel tempo, specialmente delle porte cittadine. Dopo la ricostruzione, “la città era grande ed estesa; ma dentro c’era poca gente, e non si erano costruite case” (Nee 7:4). Tirando a sorte furono scelti i giudei, uno su dieci, che insieme a dei volontari andassero a popolare Gerusalemme. – Nee 11:1,2.

Nel quarto secolo a. E. V. il macedone Alessandro il Grande invase il territorio di Giuda. Sebbene dalle cronache storiche non risulti che Gerusalemme fosse invasa da Alessandro, di certo la città passò sotto il dominio greco, però non subendo danni. Lo storico e scrittore romano (di origini ebraiche) Titus Flavius Iosephus, più noto come Giuseppe Flavio, riporta una tradizione ebraica secondo cui il sommo sacerdote andò incontro ad Alessandro che si dirigeva a Gerusalemme, mostrandogli le profezie di Daniele (Dn 8:5-7,20,21) che presagivano le conquiste elleniche. – Antichità giudaiche, XI, 326-338.

Morto Alessandro, fu la volta dei Tolomei d’Egitto di dominare la Giudea e quindi anche Gerusalemme. Nel secondo secolo a. E. V., Antioco il Grande, re di Siria, conquistò Gerusalemme e Giuda, così la città santa fu sotto la dominazione dei seleucidi per 30 anni.

In seguito, nel 168 a. E. V., il re di Siria Antioco IV (Epifane), cercando di ellenizzare completamente i giudei, fece qualcosa di insopportabile per loro: dedicò al dio Zeus (il dio Giove dei romani) il Tempio di Gerusalemme. Egli arrivò al punto di profanarne l’altare con sacrifici ripugnanti.

“Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle patrie leggi e a non governarsi più secondo le leggi divine, inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio . . . Grave e intollerabile per tutti era il dilagare del male. Il tempio infatti fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L’altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. Non era più possibile né osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo. Si era trascinati con aspra violenza ogni mese nel giorno natalizio del re ad assistere al sacrificio; quando ricorrevano le feste dionisiache, si era costretti a sfilare coronati di edera in onore di Dioniso. Fu emanato poi un decreto diretto alle vicine città ellenistiche, per iniziativa dei cittadini di Tolemàide, perché anch’esse seguissero le stesse disposizioni contro i Giudei, li costringessero a mangiare le carni dei sacrifici e mettessero a morte quanti non accettavano di partecipare alle usanze greche. Si poteva allora capire quale tribolazione incombesse. Furono denunziate, per esempio, due donne che avevano circonciso i figli: appesero i loro bambini alle loro mammelle e dopo averle condotte in giro pubblicamente per la città, le precipitarono dalle mura. Altri che si erano raccolti insieme nelle vicine caverne per celebrare il sabato, denunciati a Filippo, vi furono bruciati dentro, perché essi avevano ripugnanza a difendersi per il rispetto a quel giorno santissimo”. – 2Maccabei 6:1-11, CEI.

Tutto ciò provocò la rivolta dei maccabei. Nel 165 a. E. V., dopo tre anni di combattimenti, Giuda Maccabeo riuscì a prendere la città e il Tempio. “La purificazione del tempio avvenne nello stesso giorno in cui gli stranieri l’avevano profanato, il venticinque dello stesso mese, cioè di Casleu” (2Maccabei 10:5, CEI). Ogni 25 di kislèv (che inizia dopo il tramonto del 24) del calendario ebraico si celebra da allora la festa di Khanukà (חנכה, “dedicazione”), conosciuta anche come Festa delle Luci, per commemorare la consacrazione del nuovo altare del Tempio di Gerusalemme. A questa festività partecipò anche Yeshùa: “Ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione [il manoscritto ebraico J22 ha qui: החנכה חג (khag hakhanukà), “festa della dedicazione”]. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone”. – Gv 10:22,23.

Per difendersi contro i seleucidi, i giudei chiesero e ottennero l’aiuto di Roma nel 160 a. E. V.. “Giuda pertanto scelse Eupòlemo, figlio di Giovanni, figlio di Accos, e Giasone, figlio di Eleàzaro, e li inviò a Roma a stringere amicizia e alleanza per liberarsi dal giogo, perché vedevano che il regno dei Greci riduceva Israele in schiavitù. Andarono fino a Roma con viaggio lunghissimo, entrarono nel senato e incominciarono a dire: ‘Giuda, chiamato anche Maccabeo, e i suoi fratelli e il popolo dei Giudei ci hanno inviati a voi, per concludere con voi alleanza e amicizia e per essere iscritti tra i vostri alleati e amici’. Piacque loro la proposta” (1Maccabei 8:17-21, CEI). Gli ‘alleati e amici’ romani iniziarono così a esercitare influenza sui giudei. Intorno al 142 a. E. V. Simone Maccabeo fece di Gerusalemme la capitale e la regione giudaica sembrava autonoma: non doveva pagare tasse a una nazione straniera. Nel 104 a. E. V. Aristobulo I, sommo sacerdote di Gerusalemme, assunse addirittura il titolo di re, cosa assai strana, perché in Israele il re era soggetto all’unzione da parte del sommo sacerdote e questi era soggetto al re (i due poteri erano interindipendenti). Era un periodo di ambizioni e d’accesi contrarsi interni (tra sadducei, farisei, zeloti e altri ruppi). Il dissidio interno fu tale che divenne violento fra Aristobulo II e suo fratello Ircano. Si dovette ricorrere al giudizio di Roma. La situazione iniziò a precipitare nel 63 a. E. V., quando le truppe romane comandate da Pompeo posero l’assedio per tre mesi a Gerusalemme; dopodiché penetrarono nella città santa per reprimere le liti interne. Ala fine, ad Antipatro II, un idumeo, fu dato l’incarico di governatore romano sulla Giudea; a un maccabeo fu permesso di rimanere sommo sacerdote e etnarca di Gerusalemme. l figlio di Antipatro, Erode il Grande, fu poi nominato da Roma “re” della Giudea, sebbene non riuscisse ad assumere il controllo di Gerusalemme fino al 37/36 a. E. V..

A Erode il Grande furono dovuti gli ampliamenti edilizi di Gerusalemme; egli seppe portare nella città prosperità; oltre al palazzo reale, costruì un teatro e una palestra (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XV, 424). La sua più notevole opera edilizia fu però la ricostruzione del Tempio gerosolimitano (Antichità giudaiche, XV, 380), la cui area fu alla fine grande circa il doppio dell’area del Tempio precedente. Parte del muro occidentale del cortile del Tempio, il cosiddetto Muro del Pianto, è ancora visibile oggigiorno.

A Gerusalemme, nel 30 E. V. Yeshùa fu processato davanti al Sinedrio (Mt 26:57–27:1; Gv 18:13-27), poi portato da Pilato (Mt 27:2; Mr 15:1,16) e quindi da Erode Antipa (Lc 23:6,7), per essere alla fine rimandato da Pilato per la condanna a morte. – Lc 23:11; Gv 19:13.

Nel 66 E. V. i giudei si ribellarono alla dominazione romana. Le milizie romane comandate da Cestio Gallo circondarono perciò Gerusalemme e attaccarono le mura del Tempio. Inaspettatamente (e stranamente), Cestio Gallo si ritirò. Era il momento di agire e di seguire il consiglio che Yeshùa aveva dato decenni prima: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano sui monti; e quelli che sono in città, se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo” (Lc 21:20-23). I discepoli di Yeshùa fuggirono da Gerusalemme e dalla Giudea, rifugiandosi a Pella, in Perea (Eusebio, Storia ecclesiastica, III, V, 3). E fecero bene. L’esercito romano tornò nel 70 E. V., più numeroso ancora, stavolta comandato da Tito. Gerusalemme era affollata per la Pasqua. L’assedio fu durissimo. Era impossibile scappare: i romani avevano posto trincee e eretto tutta una recinzione attorno alla città. Yeshùa aveva detto: “Verranno su di te [Gerusalemme, vv. 41,42 ] dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte” (Lc 19:43). Fu oltremodo terribile. Sebbene Tito offrisse la pace, i gerosolimitani erano irremovibili. “Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi” (Lc 19:42). Chi tentava di fuggire veniva ucciso come traditore dai compatrioti. Le persone, affamate, cercarono di mangiare addirittura il fieno e il cuoio; per sfamarsi si contendevano perfino i neonati. – Cfr. Giuseppe Flavio.

Alla fine, i soldati romani abbatterono le mura della città e invasero Gerusalemme. L’ordine di risparmiare il Tempio fu ignorato: nella loro furia i romani lo incendiarono e lo distrussero (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VI, 250, 251; II, 426-428; VI, 354). Giuseppe Flavio parla di 1.100.000 morti; i prigionieri furono 97.000, poi venduti in Egitto (Dt 28:68) o fatti uccidere da gladiatori o da belve nelle arene romane delle province dell’impero.

La città santa di Gerusalemme fu rasa al suolo dai romani, risparmiando solamente le torri del palazzo d’Erode e un tratto del muro occidentale, di modo che servissero da testimonianze e d’ammonimento. “Tutto il resto della cinta muraria fu abbattuto e distrutto in maniera così radicale, che chiunque fosse arrivato in quel luogo non avrebbe mai creduto che vi sorgeva una città” (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VII, 3, 4 ). Ancora oggi è visibile a Roma l’Arco di Tito con un bassorilievo in cui è scolpita la scena di soldati romani che recano come bottino alcuni sacri arredi del Tempio che avevano distrutto.

Fin verso il 130 E. V. la città rimase desolata, poi l’imperatore romano Adriano vi eresse una nuova città, chiamata Aelia Capitolina. Ciò fu preso come un affronto dai giudei rimasti e ci fu una nuova insurrezione, capeggiata da Simon Bar Kokeba. Nel 132-135 E. V. ci fu una nuova guerra, con la finale e definitiva vittoria dei romani, che impedirono per i successivi due secoli l’accesso in Gerusalemme agli ebrei.

Nel 4° secolo la madre di Costantino il Grande, Elena, andò Gerusalemme e v’identificò molti luoghi considerati santi. Nel 614 Gerusalemme fu conquistata dai persiani sasanidi che fecero strage della popolazione. Gerusalemme fu riconquistata da Eraclio I di Bisanzio, nel 629. Venne quindi il tempo della conquista musulmana e la città si arrese nel 637 a un califfo, rimanendo poi amministrata da califfi di Damasco e di Bagdad. Verso la fine del 7° secolo vi fu edificata una moschea nei pressi dell’antica area del Tempio, chiamata Cupola della Roccia.

Nel 972 Gerusalemme fu presa da califfi/Imàm. Nel 1076 passò ai turchi. Nel 1099, dopo l’occupazione dei crociati, divenne capitale del Regno Latino di Gerusalemme. Nel 1187 fu conquistata di nuovo dai musulmani con Saladino; da allora fu sotto la dominazione musulmana fino a quella dei mamelucchi. Gerusalemme rimase mamelucca fino al 1517, quando l’Egitto e la Siria vennero occupati dal sultano ottomano Selim I. Il dominio ottomano durò fino al novembre del 1917, quando fu occupata dai britannici comandati dal generale E. Allenby. Gerusalemme fu quindi dichiarata capitale del Mandato Britannico della Palestina con il trattato di Versailles.

Nel 1948 ci fu la guerra arabo-israeliana, che i giudei chiamano “guerra d’indipendenza” e gli arabi “catastrofe”. L’intento islamico era di impedire la nascita dell’autoproclamato Stato di Israele. Fino al ritiro britannico, che avvenne il 14 maggio 1948, si trattò essenzialmente di una guerra civile tra ebrei e arabi di Palestina: il conflitto rimase a livello di guerriglia (anche perché erano presenti le forze britanniche). Alla partenza dei britannici, gli ebrei proclamarono la nascita di Israele mentre truppe provenienti da Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq, insieme a corpi di spedizione minori provenienti da altri paesi arabi, penetrarono nella Palestina cisgiordana. Fu davvero guerra; gli scontri terminarono nei primi mesi del 1949.

Finalmente, nel 1949, l’Assemblea Generale dell’O.N.U. proclamò l’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo della stessa O.N.U., per favorire la convivenza di cristiani, musulmani e ebrei. Mentre gli ebrei accettarono il piano di ripartizione della Palestina in due stati (ebraico uno e arabo l’altro), i palestinesi e il resto del mondo arabo e islamico lo respinsero. Nessuno voleva rinunciare alla città santa, così le forze ebraiche e quelle arabe giordane occuparono Gerusalemme: le prime occuparono il settore occidentale della città e le seconde la sua parte orientale. Nel 1950 gli israeliani scelsero Gerusalemme quale capitale del nuovo Stato d’Israele. Dopo la guerra dei sei giorni, con un decreto approvato dal Parlamento israeliano (Knèset) fu dichiarata, il 30 luglio 1980, l’annessione ufficiale del settore giordano di Gerusalemme e la sua proclamazione a capitale “unita e indivisibile” di Israele.

 

Fonte:https://bit.ly/2IWraXR

 

 

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GERUSALEMME/SION

GERUSALEMME/SION

di Nathan Ben Horin
Mentre il cristianesimo aveva trasferito il fulcro sacrale di Gerusalemme dalla spianata del tempio al santo sepolcro, questa spianata, con la conquista araba del settimo secolo, viene integralmente islamizzata e totalmente disebreizzata. Ancora oggi la pretesa islamica fondamentalista che i templi successivi di Salomone e di Erode sul Monte Moriah non siano mai esistiti viene accolta e propugnata, senza il minimo dubbio, da vastissimi strati del mondo islamico. Se la storia, le innumerevoli testimonianze, comprese  quelle archeologiche, smentiscono questa versione, se i fatti provano il contrario, allora tanto peggio per i fatti.


A questo punto non sarà forse inutile ricordare come, storicamente, Gerusalemme venne a essere contemporaneamente capitale nazionale e città santa d’Israele. Gerusalemme entra nella storia con il popolo ebraico all’età del bronzo, 3000 anni fa,1000 anni prima dell’era cristiana, 1600 anni prima dell’era musulmana.


É il re Davide che, dopo aver regnato per sette anni a Hebron, conquista, verso l’anno mille prima dell’era contemporanea, l’enclave gebusea per unificare il suo regno, proclamando Gerusalemme capitale. Ma egli non si accontenta dell’unificazione nazionale, ma trasferendo l’arca dell’alleanza da Kiryat Yearim a Gerusalemme ed erigendo un altare sull’aia al Monte Moriah comprata da Aravna, il gebuseo, conferisce alla città lo status di santuario centrale d’Israele. Egli concretizza il motivo ricorrente nella Bibbia ebraica dell’elezione divina di Gerusalemme, come espressa fra tanti altri nel passo del Salmo 132,13-14: «Poiché il Signore ha scelto Sion, l’ha voluta come la sua sede. Questo è il luogo del mio riposo in eterno, qui risiederò, perché l’ho amato».


Per più di mille anni Gerusalemme fu tale, capitale e città santa d’Israele, eccetto per la breve parentesi dell’esilio babilonese. Risale a questo esilio il giuramento di fedeltà a Gerusalemme espresso nel Salmo 137 e mantenuto per tutte le generazioni fino ai nostri

giorni: «Se ti dimenticherò, o Gerusalemme, si paralizzi la mia destra, si attacchi la lingua al mio palato se non ti ricorderò, se non innalzerò Gerusalemme al vertice della mia gioia››.


La Bibbia ebraica nomina Gerusalemme esplicitamente circa 700 volte e il suo sinonimo Sion 150 volte. Inoltre la città ha circa 70 soprannomi, come per esempio Figlia di Sion, Città del gran re, Città di giustizia, Città di verità, Città fedele e cosi via. Questi riferimenti biblici non si contano.


É da Gerusalemme che i profeti d’Israele avevano lanciato al mondo pagano la sfida del monoteismo. Da lì avevano denunciato il culto della violenza, della forza brutale e della crudeltà, contrapponendovi l’insegnamento dell’amore del prossimo, del valore sacro della vita umana. Al posto dell’oppressione del debole, del povero, avevano insegnato la carità, la misericordia, la giustizia sociale. Contro il mito della fatalità, dell’impotenza umana, avevano predicato il concetto della responsabilità dell’uomo verso il suo simile, verso il Creatore e la creazione. Infine da Sion era uscita la visione della pace e della redenzione universale.

È questa profezia, insieme con il libro dei Salmi, come osserva Zwi Werblowsky dell’Università ebraica di Gerusalemme, che racchiude il significato di Gerusalemme, che poi ha determinato l’autocomprensione e la coscienza storica ebraica. Gerusalemme e Sion sono giunti a significare non soltanto la città, ma tutta la terra d’Israele e il popolo d’Israele. Nel profeti, e in particolare in Geremia e Isaia, la città, il paese e il popolo si confondono in un tutto unico come per esempio nel passo di Isaia che esulta per la gioia di Sion, quando i suoi figli ritorneranno dall’esilio o Isaia 51,16: «Io ho messo le mie parole nella tua bocca […] per dire a Sion tu sei il mio popolo».


Nell’anno 70 Gerusalemme è conquistata dalle legioni di Roma. La città è distrutta insieme con il tempio, dato alle fiamme. La popolazione è decimata. Comincia il lungo esilio del popolo, legato simbolicamente nella tradizione, all’esilio della Presenza divina (Shekhinah). Poi, dopo un’ultima, disperata resistenza nel 135, sotto l’imperatore Adriano, è la catastrofe finale. Tutto ciò che rimane della città viene raso al suolo, lasciando come unico vestigio-testimone solo il Muro Occidentale, per secoli chiamato il Muro del Pianto. Il nome stesso di Gerusalemme è cancellato e sostituito da Aelia Capitolina. É il primo tentativo di degiudaizzare Gerusalemme.


Ma Gerusalemme continua a vivere nell’anima d’Israele disperso, come  nostalgia e speranza. Nostalgia e lutto per lo splendore perduto, speranza nel ritorno, nella redenzione. Questi due poli sono collegati nella coscienza ebraica. «Chi porta il lutto per Gerusalemme nella sua distruzione ~ dice il Talmud ~ si meriterà di vedere la sua ricostruzione».


Il tempo non ci permette di esporre, neanche nel modo più succinto, come la memoria di Gerusalemme e la speranza della sua restaurazione siano state gelosamente custodite nella tradizione rabbinica, nella liturgia della sinagoga, negli usi della vita quotidiana, nella poesia medievale, la kabbalah, nella letteratura yiddished ebraica moderna e finalmente nel movimento di risorgimento nazionale, che è il sionismo.


É stato rilevato che non a caso questo movimento ha tratto il suo nome da una città, Sion, e non da un popolo o da un paese. Nello stesso modo Sion e Gerusalemme sono al centro del nostro inno nazionale, Hatikva, «la speranza».


La memoria di Gerusalemme pervade la vita quotidiana dell’ebreo dalla nascita alla morte. Chi osserva un minimo di pratica religiosa ne pronuncia il nome decine di volte al giorno. Il noto augurio alla fine del Seder pasquale: <<L’anno prossimo a Gerusalemme>> è solo una delle espressioni di speranza.


Nathan Ben Horin

(da “Nuovi Orizzonti tra ebrei e cristiani”, Edizioni Messaggero Padova)

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Gerusalemme: “Museo delle terre della Bibbia”

Gerusalemme: “Museo delle terre della Bibbia”

In mostra 110 tavolette di argilla di 2500 anni fa.

Uno spaccato della vita degli ebrei durante l’esilio a Babilonia 2.500 anni fa: lo testimoniano più di 100 tavolette di argilla – incise in cuneiforme accadico – esposte per la prima volta questa settimana al ‘Museo delle terre della Bibbia’ a Gerusalemme. La rassegna – intitolata ‘Dalle rive di Babilonia’ – è considerata “uno dei più importanti antichi archivi ebraici dalla scoperta dei Rotoli del Mar Morto”.

Come le tavolette (molto più numerose delle 110 della rassegna che riguardano solo temi ebraici) siano state scoperte, resta ancora in gran parte un mistero: gli studiosi hanno ipotizzato che la collezione sia stata rinvenuta in uno scavo nel sud dell’Iraq negli anni ’70 e che sia poi riemersa nel mercato internazionale di antichità. Fatto sta che la raccolta di reperti è ritenuta una scoperta molto importante per far luce sulla vita delle comunità ebraiche sradicate da Israele all’epoca dell’esilio. Le tavolette – che contengono principalmente certificati amministrativi come vendite, contratti, affitti, discorsi – sono nel classico cuneiforme accadico e alcune sono state cotte al forno.

Grazie all’uso babilonese di scrivere la data su ogni documento, in base al re in quel momento sul trono, gli archeologi – secondo quanto reso noto dal museo – hanno fatto risalire le argille tra il 572 e il 477 prima di Cristo.

La più antica tavoletta della collezione è stata scritta circa 15 anni dopo la distruzione nel 586 del Primo Tempio di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, il re caldeo che deportò gli ebrei a Babilonia. L’ultima invece è stata incisa circa 60 anni dopo il ritorno di una parte degli esiliati in Israele secondo la concessione del re di Persia Ciro nel 538 avanti Cristo. Nei libri pubblicati dal Museo sulla collezione, si dice che il contenuto delle tavolette riflette la vita di villaggi tra l’Eufrate e il Tigri: uno di questi chiamato Al-Yahudu, termine usato nelle fonti babilonesi per indicare Gerusalemme.

“Il villaggio – ha detto Horowitz, citato dai media – è la ‘Gerusalemme di Babilonia’ così come New York è la ‘nuova York'”. Gli abitanti di Al-Yahudu erano ebrei, come testimoniano i loro nomi: Gedalyahu, Hanan, Dana, Shaltiel e Netanyahu. Inoltre, in una delle tavolette sono incise, accanto alla lingua accadica, antiche lettere ebraiche. “Le più vecchie – ha sottolineato Horowitz – dall’esilio babilonese”. (ANSA).

Fonte: “SHALOM 7”- 8 febbraio 2015


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Dove cercare Gesù

Dove cercare Gesù

Dove trovare Gesù? 

Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

Veduta di Gerusalemme


Abbiamo celebrato in questi giorni la sua nascita, abbiamo cantata l’incarnazione del Verbo di Dio che ha posto la sua tenda in mezzo a noi, ma poi nella nostra vita di ogni giorno facciamo l’esperienza di Maria e Giuseppe di non trovare Gesù accanto a noi durante il viaggio. Il Vangelo di questa domenica ci può aiutare a rispondere a questa domanda così fondamentale per la nostra vita e per sperimentare per noi il senso dell’incarnazione oggi. Dove trovare Gesù?

Gesù va cercato innanzitutto a Gerusalemme. 

 Per Luca la Città santa ha un significato del tutto particolare. Luca scrive un’opera in due volumi nei quali Gerusalemme è il punto di arrivo e il punto di partenza. E’ il punto di arrivo verso il quale Gesù si dirige per compiere la sua Pasqua. Gran parte del Vangelo di Luca è costituito da un grande viaggio di Gesù verso Gerusalemme come luogo nel quale doveva compiersi il suo “esodo”, il suo passaggio, l’evento della sua morte e risurrezione. Da Gerusalemme, poi, i suoi discepoli dovevano ripartire per raggiungere gli estremi confini della terra.

Gerusalemme è il luogo della Pasqua, della morte e risurrezione di Gesù, il luogo del dono della vita. Questo è il punto di arrivo e il punto di partenza per ogni uomo e donna alla ricerca di Gesù. Non si può trovare Gesù al di fuori della sua Pasqua, al di fuori da Gerusalemme.

Inoltre Gesù lo possiamo trovare nel Tempio seduto in mezzo ai maestri mentre li ascoltava e li interrogava. Il Tempio è il luogo scelto dal Signore per far abitare il suo Nome in mezzo al suo popolo. Non dobbiamo pensare il Tempio come la casa di un Dio lontano, ma come una casa tra le case. Il Tempio è il segno della presenza del Dio santo-altro in mezzo al suo popolo. Gesù lo possiamo trovare lì dove abita l’umanità che egli ha scelto per sua dimora. Non dobbiamo cercare Gesù lontano dagli uomini e dalle donne del nostro tempo, perché egli, come è nello stile del Dio di Israele, pone la sua tenda in mezzo a noi.

Ai tempo dell’esilio in Babilonia, quando i giudei sono costretti ad andare esuli lontano dalla loro terra, Ezechiele ci dice che la presenza, la gloria, del Signore si alza dal Tempio e si sposta verso oriente. Non è l’immagine di un Dio che abbandona il suo popolo nel momento del bisogno; non è un Dio che, irato, si allontana sdegnato dal suo popolo, ma è un Dio che va in esilio insieme al suo popolo proprio perché la sua presenza non è legata ad una costruzione di pietra. Dio ritorna ad essere un nomade, come lo era quando seguiva il cammino di Israele nel deserto verso la terra promessa.

Anche noi non possiamo trovare Gesù se non tra gli uomini e le donne del nostro tempo, perché egli abita lì dove essi abitano. E’ questo il senso del luogo del Tempio.

Nel Tempio Gesù è tra i maestri, mentre li ascolta e li interroga. Si tratta dei sapienti di Israele, esperti nella Legge, nelle Scritture. Non si può trovare Gesù al di fuori delle Scritture. Anche questo è un aspetto importante: non possiamo trovare Gesù se non nella sua Pasqua, nel suo abitare tra gli uomini e le donne del nostro tempo, alla luce delle Scritture, in dialogo con esse, ascoltando e interrogando.


Sono i tre luoghi nei quali anche noi oggi possiamo ritrovare Gesù: la sua Pasqua, l’umanità del nostro tempo, le Scritture ascoltate e interrogate. Ma per trovare Gesù in questi tre luoghi occorre l’atteggiamento sapiente di Maria: cercare il senso dei fatti che accadono nella nostra vita. E’ infatti la nostra esistenza il luogo nel quale ritrovare il dono della vita, l’incontro con l’umanità del nostro tempo, l’ascolto della Parola. L’atteggiamento di Maria non è un disincarnato spiritualismo, ma l’attenzione a ciò che la vita presenta. Il cuore nelle Scritture non è il luogo dei sentimenti, ma il luogo dell’intelligenza, il luogo dove si prendono le decisioni, dove si ascolta la Parola e ci si decide per Dio. Il cuore è ciò che noi chiameremmo coscienza. Ecco non basta conoscere i luoghi nei quali trovare Gesù, occorre anche l’atteggiamento intelligente di Maria che cercava il senso degli avvenimenti della sua vita. 

Monastero di Camaldoli – La Vergine 

Se avremo come Maria la capacità di meditare nel cuore, allora la vita vissuta come dono, l’umanità del nostro tempo e la guida delle Scritture sante saranno il luogo dove trovare Gesù nella nostra vita.

 Camaldoli, 30 dicembre 2012 – Domenica della Santa Famiglia




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Quel lume alla finestra

Quel lume alla finestra

La festa di Chanukkà 


Il 25 di Kislèv cade la festa di Chanukkà (Inaugurazione) che dura otto giorni. Si chiama anche Chàg Haneròth (festa dei lumi), Chàg Haurìm (festa delle luci) e Chàg Hamakkabìm (festa dei Maccabei).

Quando Giuda, figlio del sacerdote Mattatia e soprannominato Maccabeo, dalle iniziali delle parole della frase: “Mi Kamòkha Baelìm Adon-i?” (Chi è pari a Te, o Signore?) entrò nel Tempio di Gerusalemme, a capo dei suoi valorosi seguaci, sapeva bene quale fosse il suo primo compito: riconsacrare il Santuario al Signore e abbattere gli idoli, fatti installare dal re di Siria Antioco IV Epifane, persecutore del culto israelitico, sotto il cui governo era caduta Èretz Israèl (la Terra d’Israele).

Antioco, infatti, voleva che gli ebrei abolissero completamente l’osservanza della Torà e seguissero la religione e la cultura greca, secondo le quali egli stesso era cresciuto. Molti ebrei morirono piuttosto che tradire la loro fede. Ma col passare del tempo, gli animi erano giunti all’esasperazione e quando il vecchio Mattatia, appoggiato dai suoi figli, diede il segno della rivolta, molti non indugiarono a seguirlo.

Le forze di Israele, sotto il comando di Giuda Maccabeo, riuscirono finalmente ad affrontare e sopraffare il nemico, entrando a Gerusalemme. Il Talmùd racconta che quando gli Asmonei riconsacrarono il Tempio, trovarono una piccola ampolla di olio puro, col sigillo del Sommo Sacerdote. L’olio poteva bastare per un solo giorno, ma avvenne un grande miracolo: Nes gadòl hayà pò e l’olio bruciò per otto giorni, diffondendo una bellissima luce e dando così la possibilità ai Sacerdoti di prepararne dell’altro nuovo. Allora fu proclamato che il 25 Kislèv si festeggiasse l’avvenimento, per tutti i tempi. Ancora oggi si accendono i lumi per otto sere, in ricordo non solo del miracolo dell’olio, ma soprattutto del miracolo che pochi ebrei, con l’aiuto del Signore, riuscirono a sconfiggere l’esercito potente dei siriani.

Durante l’accensione dei lumi di Chanukkà si recita il seguente brano:  

“Noi accendiamo questi lumi in ricordo dei miracoli e della liberazione e delle prodezze e delle salvezze e dei prodigi e delle consolazioni che facesti ai nostri padri in quei giorni in quest’epoca, per mezzo dei tuoi santi sacerdoti. Tutti gli otto giorni di Chanukkà questi lumi sono sacri e non possiamo servirci di loro, ma solo guardarli, per rendere omaggio al Tuo Nome per i Tuoi miracoli e i Tuoi prodigi e le Tue salvezze”.

sevivòn  (trottolina)


Negli otto giorni della festa di Chanukkà non si possono fare manifestazioni di lutto e non si può digiunare. I bambini ricevono regali e in particolare dei sevivòn (trottoline) su cui compaiono le iniziali delle parole Nes gadòl hayà pò (Un grande miracolo è avvenuto qui).
Uno dei precetti relativi alla festa è quello di “rendere pubblico il miracolo”, per questo si usa accendere i lumi al tramonto o più tardi, quando c’è ancora gente nelle vie, vicino alla finestra che si affaccia sulla strada, al fine di rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo.

UNA RIFLESSIONE SUL MIRACOLO DELL’OLIO
di Rav Riccardo Di Segni


“Il miracolo di Chanukkà, dell’olio che basta per accendere la Menorà per otto giorni, ha un precedente nel secondo libro dei Re, al capitolo 4. È la storia di una povera vedova piena di debiti alla quale il profeta Elishà (Eliseo) fa un miracolo. In casa la vedova ha solo un’ampollina di olio; Elishà le chiede di chiudersi in casa, e di farsi prestare quanti più recipienti (kelìm) può; e poi di cominciare a versare il suo poco olio nei recipienti. L’olio comincia a scendere e riempie di volta in volta i recipienti che vengono portati. Finiti i recipienti, il miracolo si interrompe. Questa storia può essere molto utile per spiegare il senso del miracolo di Chanukkà. L’olio e i recipienti rappresentano lo spirito e la materia. C’è un’effusione ininterrotta dell’olio, della luce, dell’energia, dello spirito, nella materia vuota. Finché c’è un recipiente disponibile, l’energia arriva”.

Negli ultimi anni nelle grandi piazze di alcune città italiane, si issa un’enorme Chanukkià i cui lumi vengono accesi in presenza di numerosi intervenuti. 

Roma, la grande Chanukkià di piazza Barberini

A cura di “Per Amore di Gerusalemme”

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Il giorno dell’Espiazione

Il giorno dell’Espiazione

Yom Kippùr

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, “il giorno” per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. “Il giorno” cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale.

Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di “capro espiatorio”. Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché “in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore” (versetto 30).

Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono: la tesciuvà; letteralmente è il “ritorno” ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.

Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.

La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.

Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.

A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati: il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte: un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

Riccardo Di Segni
Rabbino capo di Roma

Fonte: (©L’Osservatore Romano 8 ottobre 2008) 


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Mistero del Nome di Dio

Mistero del Nome di Dio

“Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud (studio delle Scritture) dice: “Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il Nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del sommo sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno” (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti (yod, he, waw, he): JHWH, dette “Tetragramma sacro”, citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “I tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: “la tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo “Adonai”, cioè “Signore” o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo Catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro” (CdA 48,6).
Anche Papa Giovanni Paolo II ci invita, con il suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome”, in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico” (“Via Crucis” -venerdì santo – 30 marzo 1986 ).

Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

N.B.: La trascrizione “italiana” del Nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

Vittoria Scanu 

Giovanni Paolo II e il rabbino Elio Toaff – Roma, Tempio maggiore, 13 aprile 1986
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