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Roma – Conferenza SHOAH

Roma – Conferenza SHOAH

Nell’ambito delle Conferenze su:
“La Shoah tra memoria e storia: le rappresentazioni della Shoah in Italia e in Europa”
Conferenza a due voci dal titolo:
La Teologia Cristiana
dopo la Shoah
Prof. Daniele Menozzi
Scuola Normale Superiore, Pisa
P. Philipp G. Renczes, SJ
Pontificia Università Gregoriana
Modererà l’incontro la Prof.ssa Daniela Piattelli,
Professore Invitato presso il Centro Cardinal Bea.
Mercoledì, 20 febbraio, 2013 – ore 18:00
Pontificia Università Gregoriana – Aula C008
Piazza della Pilotta, 4 – Roma
Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici
Pontificia Università Gregoriana
Tel. + 39. 06. 6701.5522
www.unigre.it/judaicstudies
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NUOVI ORIZZONTI TRA EBREI E CRISTIANI

NUOVI ORIZZONTI TRA EBREI E CRISTIANI

Nathan Ben Horin

L’apertura di nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani è dovuta, in massima parte, a tre eventi: la Shoah, la nascita dello Stato d’Israele e il Concilio Vaticano II. Fra le molte voci che periodicamente intervengono sul tema del dialogo ebraico-cristiano, quella di Nathan Ben Horin ci pare particolarmente significativa per equilibrio e pacatezza, oltre che per autorevolezza.

Quali orizzonti per il dialogo? 

Prima in Francia, a combattere contro i nazisti. Poi in Israele, a combattere per l’indipendenza. Infine a Roma, incaricato dei rapporti con il Vaticano: dal 1961 come primo segretario dell’ambasciatore israeliano in Italia, dal 1980 al 1986 come ministro plenipotenziario.

Iniziata prima che spirasse il vento nuovo del concilio Vaticano II e che prendessero forma le intuizioni della Nostra Aetate, finita prima del riconoscimento de iure dello Stato di Israele da parte del Vaticano tra il 1993 e il 1994, la carriera diplomatica di Nathan Ben Horin rappresenta una testimonianza tra le più dirette della storia delle complesse relazioni tra Israele e la Santa Sede. Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, una raccolta curata da Pietro Stefani di otto interventi pronunciati in varie occasioni da Ben Horin tra il 1986 e il 2008, è per questo uno dei libri più utili se si vuole comprendere cosa pensi Israele di se stesso, cosa attenda da quanti si accreditino come suoi interlocutori e perciò anche, come recita il titolo, in quali orizzonti tra ebrei e cristiani possa esistere dialogo (quanta strada sia stata fatta e quanta ne resti da percorrere).

Certo, leggendo Ben Horin, il centro della questione non è mai l’ebraicità di Gesù di Nazareth o la riabilitazione dei farisei, né, in fondo, l’eliminazione, pure indispensabile, di certe caratteristiche posizioni del pensiero cristiano preconciliare: l’accusa di deicidio, per intendersi, o la cosiddetta teologia della sostituzione, così concentrata sul «nuovo» Israele, cristiano, da potersi dimenticare del patrimonio spirituale, se non della stessa esistenza, di quello «vecchio». Acqua passata, si potrebbe dire.

Ma c’è un punto ostico, che pesca nel profondo delle rispettive concezioni dell’umano e del divino: è la terra di Israele con la sua capitale Gerusalemme, contemporaneamente promessa divina e comandamento per il suo popolo secondo il sionismo più autentico. È facile per un non ebreo credere o anche solo accettare che attraverso la vita di uno Stato, attraverso la sua stessa sopravvivenza entro confini scritti tra la terra e il Cielo, permane l’alleanza di Dio con tutta l’umanità?

In almeno sei degli interventi riportati questo è il punto su cui Ben Horin si sofferma maggiormente, proprio perché capisce che soprattutto dal punto di vista cattolico (e non invece secondo alcune impostazioni nate in seno al protestantesimo specialmente statunitense) risulta innaturale legare la salvezza a una terra specifica, e questo a prescindere dalle difficoltà di ordine politico sorte passo dopo passo nella storia dello Stato ebraico.

Gli ultimi due interventi riportati in coda vedono Ben Horin sotto un altro aspetto: quello di membro della Commissione per la designazione dei Giusti fra le nazioni (ruolo tuttora ricoperto); si parla in modo interessante dei criteri e delle difficoltà che emergono quando si cerca di individuare un «giusto», cioè un non ebreo che durante la Shoah ha aiutato, a rischio della vita, i perseguitati dai nazisti.

Daniele Civettini

Fonte:Terrasanta.net

Nathan Ben Horin
Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani
Edizioni Messaggero, Padova

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Custodire la Memoria

Custodire la Memoria

“…di generazione in generazione”

Rav Roberto Della Rocca

La Tradizione ebraica è caratterizzata dall’imperativo categorico zachor, ricorda. « Noi ebrei – scriveva Martin Buber nel 1938 – siamo una comunità basata sul ricordo. Il comune ricordo ci ha tenuti uniti e ci ha permesso di sopravvivere… ».

Il verbo zachar, nelle sue varie forme, ricorre nella Bibbia ben 222 volte e, nella maggior parte dei casi, ha per soggetto Israele o Dio. La memoria, infatti, incombe su entrambi.
Il concetto di ricordare trova il suo complemento e completamento in quello di segno opposto: dimenticare. Al popolo ebraico viene ingiunto di ricordare e al tempo stesso di non dimenticare. La Toràh – il Pentateuco – in particolare nel versetto del Deuteronomio, 32;7, ci sprona ripetutamente a ricordare e a non dimenticare.

Nelle ultime parole di congedo, Mosè raccomanda al popolo: “Ricorda i tempi antichi, cercate di comprendere gli anni dei secoli trascorsi (il corso della storia), interroga tuo padre e ti racconterà, i tuoi anziani e te lo diranno…”.

Ma sbaglierebbe chi intendesse questa affermazione come un mero invito a fondare la nostra esistenza sul passato che ci appartiene. La memoria, custodita di generazione in generazione, è l’antidoto più potente contro la morte, rappresentando una ferma determinazione, una volontà di non abbandonare nel nulla le tracce di ciò che è già trascorso e passato ed è ormai sparito dalla storia. Nell’ebraismo, infatti, il passato non è qualcosa di sorpassato, privo di utilità, ma al contrario costituisce un valido aiuto per affrontare la vita. Per questo nella Toràh ci viene detto anche che ricordare gli avvenimenti non può bastare: « …binu scenot dor vador…. », « …cercate di comprendere gli anni dei secoli trascorsi… ». Bisogna riflettere su di essi, ponderarli, capirne a fondo il significato. L’ insegnamento della Toràh, come si vede, è ben differente rispetto alla saggezza di Plutarco, secondo cui “la storia si ripete”. Per la cultura ebraica la storia non si ripete. E’ semmai l’uomo che può perpetuare i suoi fallimenti e i suoi successi. Ricordare il passato, ma soprattutto comprenderlo, ci aiuta a mettere a fuoco correttamente gli eventi attuali.

Non a caso Rashi’, forse il più autorevole commentatore della Bibbia (1040-1105) nel suo commento a Deuteronomio, 32; 7, interpreta il passaggio « … Binu scenot dor vador… » non tanto come “gli anni dei secoli trascorsi” ma piuttosto come “gli anni delle future generazioni” , nella convinzione che il futuro sarà tanto migliore quanto meno si dimenticheranno le lezioni del passato.

Il compito di trasformare il ricordo in memoria viva e trasmetterlo alle generazioni future è assegnato dall’ebraismo alla ‘Tradizione orale’ che, anziché essere isolata e decontestualizzata in un monumento, è inserita nella continuità di un sistema culturale.

Ma come impedire che la memoria muoia cristallizzandosi nella prospettiva storica, come è accaduto con le Crociate, con l’Inquisizione, con i pogrom? La storia dà garanzia di stabilità al ricordo, ma quasi sempre monumentalizza e distanzia i sentimenti, li raffredda, li normalizza, e pretende di offrire in cambio un’impossibile obiettività. La storia come il monumento sottrae la memoria alla sua appartenenza individuale per consegnarla alla collettività universale, che la deposita nel proprio archivio polveroso dopo averla elaborata in modo soggettivo, magari opportunamente revisionata, per liberarsene come di un documento scomodo.

La commemorazione del passato, i monumenti ai caduti, i musei, sono tutte forme di memoria collettiva istituzionalizzata e, di fatto, sottratta alla coscienza individuale. Per assicurare alla memoria un ruolo vitale, anche nella salvaguardia di un modello di vita, è dunque necessario che la memoria storica si innesti nel presente entrando a far parte della coscienza individuale. A maggior ragione, quindi, abbiamo il dovere di ricordare e perpetuare il ricordo della Shoah, momento tra i più tragici della storia ebraica.

Oggi, quindi, le manifestazioni e le testimonianze sono particolarmente significative poiché assistiamo ad una recrudescenza di violenza che non ci deve lasciare inerti.

Anche in Italia vi è un tentativo esplicito da parte di alcuni di mettere sullo stesso piano, vittime e carnefici, persecutori e perseguitati. Ma il tempo trascorso non può legittimare operazioni del genere. Per questo siamo convinti che il dovere di ricordare appartenga a tutti gli uomini, proprio perché quei fatti hanno ancora un aspetto di attualità. Noi dobbiamo in tutti i modi sostenere i superstiti che si sono assunti il gravoso impegno di testimoniare affinché il sacrificio di coloro che non sono più ritornati non cada nel vuoto. Il loro messaggio è un monito che ci invita ad operare affinché ciò che è accaduto una volta non si ripeta. Quindi oggi più che mai dobbiamo ricordare quei giorni e non dimenticare, poiché dimenticare nell’ingenua speranza di sopire l’offesa subita, come taluni affermano, può significare vedere riacutizzare ancora di più il pericolo che tali tragedie possano ripetersi.

Non resta che percorrere quindi la via della perpetuazione del ricordo a monito per i posteri. Una memoria attiva, come ci ha insegnato Primo Levi, che significa per ognuno, e non solo per l’ebreo, assumere i crimini della storia come male fatto a ciascuno di noi, appartenenti tutti alla grande famiglia dell’umanità. E significa anche non liberarsi mai passivamente del dolore e del lutto elaborandoli attraverso riti, cerimonie e monumenti, ma accettarli come segno permanente di un crimine le cui responsabilità collettive e singole sono assai precise, malgrado i ripetuti tentativi di confondere la storia.

Ben vengano tutte le testimonianze, articoli, libri di storia, film e conferenze di ogni genere che ci parlino della Shoah e che ne parlino a tutti.
Resta, poi, a noi il compito di trasmettere, commentare e far rivivere questa memoria per non dimenticare chi si è e da dove si viene.

Nel libro di interviste ai figli dei deportati di Claudine Vegh, “Non gli ho detto arrivederci”, un figlio racconta ancora perplesso dopo quasi quarant’anni, come suo padre, mentre veniva trascinato dalle SS, anziché dirgli per l’ultima volta « ti voglio bene, non temere nulla, bada a te stesso » , gli abbia invece urlato soltanto: “Robert, non dimenticare mai che sei ebreo e devi restare ebreo”. Il figlio, ormai adulto, continua a interrogarsi sul senso di quel monito « non dimenticare mai…». Evidentemente era, per il padre, l’unico modo di dirgli – nei pochi attimi che gli restavano – che per sopravvivere, egli doveva preservare viva la memoria di sé, la sua identità, la sua coscienza, la sua storia.
 

Rav Dr. Roberto Della Rocca
direttore Dipartimento Educazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.

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MILANO – Giorno della Memoria

MILANO – Giorno della Memoria

PROGRAMMA

Memoriale della Shoah di Milano

Domenica 27 gennaio, ore 11.00

Alla presenza di S. Em. Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, del Presidente della Provincia di Milano Guido Podestà, del Sindaco di Milano Giuliano Pisapia, del Rabbino Capo della Comunità Rav Alfonso Arbib, di Rav Giuseppe Laras in rappresentanza delle Associazioni ebraiche, Ospite d’Onore la Signora Lily Safra, si terrà la cerimonia di inaugurazione del Memoriale della Shoah di Milano alla Stazione Centrale, e dell’intitolazione della piazza antistante a Edmond Safra.

Domenica 27 gennaio, Ore 20.00, “Milano ricorda la Shoah”

Nella Sala Verdi del Conservatorio G. Verdi. Commemorazione del XIII Giorno della Memoria. Serata aperta a tutta la cittadinanza organizzata dall’Associazione Figli della Shoah, Comunità Ebraica di Milano, Conservatorio G. Verdi di Milano, Fondazione CDEC, Fondazione Memoriale della Shoah Milano.

Concerto, riflessioni e testimonianze per il Giorno della Memoria. Musiche di Salomone Rossi, Kurt Weill. Con la partecipazione del Coro delle Voci Bianche e dei musicisti del Conservatorio di Milano. Omaggio in ricordo di Shlomo Venezia, ultimo testimone italiano del Sonderkommando di Aschwitz-Birkenau.

Introdurrà la serata Ferruccio de Bortoli, presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano. Con la partecipazione di Goti Bauer, Nedo Fiano e Liliana Segre, Testimoni della Shoah.

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Le fonti documentarie e lo studio della Shoah

Le fonti documentarie e lo studio della Shoah

SEMINARIO – Mercoledì 12 dic.2012 
Archivio Centrale dello Stato
Fnism
Federazione Nazionale Insegnanti
Sezione Roma e Regione Lazio

In collaborazione con
– MiBac – Direzione generale per le Biblioteche, gli Istituti culturali e il Diritto d’Autore. Servizio per il Diritto d’Autore
– Progetto Memoria – Fondazione CDEC e Dipartimento Cultura Comunità ebraica di Roma
– Archivio Storico della Comunità ebraica di Roma
-I.T.E.  V. Veneto – G. Salvemini di Latina
– ANED- Roma
Progetto multidisciplinare per le scuole:
Clio insegna
Aspetti della storia del ‘900 come storia di fatti e persone
nei documenti d’archivio, tra memoria e costruzione di memoria
Seminario:
Le fonti documentarie e lo studio della Shoah
Mercoledì 12 dicembre – ore 10,00 /13.00
Aula Magna I.T.E. V. Veneto /G. Salvemini
Viale Le Corbusier snc Latina
Programma
Ore 10.00
Saluti Dirigente scolastico
Luigi Orefice, Dirigente scolastico I.T.E. V. Veneto- G. Salvemini
Ore 10.15
Le fonti orali come strumento didattico. Il portale: “Ti racconto la storia: voci dalla Shoah” interviste italiane realizzate da USC Shoah Foundation Institute for Visual History and Education, conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato.
Sandra Terracina, Progetto Memoria
Ore 10.40
Esperienze di ricerca in archivio e attraverso le testimonianze: un libro
“Un cammino lungo un anno. Gli Ebrei salvati dal primo italiano Giusto tra le Nazioni”
Emilio Drudi, Giornalista
Pausa 11.10
Ore 11.20
La costruzione della memoria attraverso i documenti dell’Archivio Storico della Comunità ebraica di Roma
Silvia Haia Antonucci, Archivio Storico della Comunità ebraica di Roma
Ore 11.50
La Shoah nel cinema: problemi d’interpretazione
Nando Tagliacozzo, Progetto Memoria
Coordinamento
Lucia Renzi, Fnism Roma e Regione Lazio – docente I.T.E. V. Veneto -G. Salvemini
Ideazione e coordinamento scientifico:
Erminia Ciccozzi. Liliana Di Ruscio, Rita Gravina, Enrico Modigliani, Sandra Terracina
Fnism Federazione Nazionale Insegnanti – Sezione Roma e Regione Lazio Codice fiscale: 97256510583
Associazione Professionale Qualificata per la Formazione Docenti DM 177/2000 Prot. n. 2382/L/3 – 23.05.2002

  

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Viaggio in Israele del Patriarca ortodosso di Mosca

Viaggio in Israele del Patriarca ortodosso di Mosca

Una visita di rilevanza storica

Il Patriarca Kirill  e  Shimon Peres

 

Dal 9 al 14 novembre ha avuto luogo la visita in Israele del Patriarca ortodosso di Mosca, Kirill. “A livello religioso, è la visita più importante che un capo di una Chiesa effettua in Israele, dopo la visita di Benedetto XVI nel 2009” – ha dichiarato il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Ygal Palmor. In Israele vive un numero rilevante di cittadini  provenienti dall’ex Unione sovietica. 


 

Allo Yad Vashem sono state ricordate le vittime della Seconda Guerra Mondiale

 

Visitando il Museo della Memoria, il Patriarca Kirill ha invitato i popoli della Russia e di Israele a “ricordare la tragedia della Seconda guerra mondiale, pregare per le vittime della guerra e non dimenticare mai le lezioni della storia”. Il Patriarca ortodosso ha poi aggiunto: “Sono felice di sapere che qui vengono ricordati anche i nomi di quelli che si sacrificarono per salvare il popolo ebraico. Proprio in questo luogo vorrei ricordare i soldati dell’Armata Rossa che salvarono il mondo dalla peste nazista. Insieme ai sei milioni di ebrei vorrei ricordare anche 27 milioni di cittadini sovietici, tra cui anche degli ebrei, che a prezzo della loro vita difesero il mondo e l’Europa dal potere nazista”.

Il presidente di Israele, Shimon Peres, rivolgendosi al Patriarca ha detto che ricordando la Shoah gli israeliani ricordano con gratitudine anche il ruolo che la Russia ha svolto durante la Seconda guerra mondiale:“Insieme ai paesi alleati la Russia ha vinto la Seconda guerra mondiale, pagando il prezzo più alto: quasi 30 milioni di vite umane. E’ stata la Russia a sferrare il colpo decisivo alla Germania di Hitler, salvando il mondo dalla tragedia senza precedenti, e all’Armata Rossa noi porgiamo tutto il nostro rispetto”. 

 

 

Gerusalemme – Yad Vashem
Il Patriarca di Mosca Kirill e  il Patriarca ortodosso di Gerusalemme Teofilo III
rendono omaggio alle vittime della Seconda Guerra Mondiale




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SHOAH / RICHARD WILLIAMSON

SHOAH / RICHARD WILLIAMSON

Yad Vashem , Museo della Memoria

Vescovo negazionista espulso dalla Fraternità Sacerdotale di San Pio X

Mons. Richard Williamson, noto per essere stato sulle prime pagine della stampa internazionale a causa delle sue posizioni antisemite e negazioniste, è stato espulso dalla Fraternità San Pio X, con un comunicato del Consiglio generale della Fraternità, pubblicato mercoledì 24 ottobre 2012 a Menzingen (Svizzera), sede della casa generalizia del movimento fondato da monsignor Marcel Lefebvre.

“Mons. Richard Williamson” – così inizia il comunicato – “avendo preso le sue distanze dalla direzione e dal governo della Fraternità sacerdotale San Pio X da diversi anni, e rifiutando di manifestare il rispetto e l’ubbidienza dovuti ai suoi superiori legittimi, è stato dichiarato escluso dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X per decisione del Superiore generale e del suo Consiglio”. Il comunicato precisa inoltre: “Per sottomettersi gli era stata accordata un’ultima proroga, al termine della quale ha annunciato la diffusione di una ‘lettera aperta’, in cui domanda al Superiore generale di dimettersi”.

Williamson è uno dei quattro vescovi lefebvriani a cui papa Benedetto XVI aveva rimosso la scomunica imposta nel 1988. In una intervista, trasmessa dalla televisione di Stato svedese il 21 gennaio 2009, il presule negazionista aveva dichiarato: “Io credo che le prove storiche siano fortemente in contrasto con l’idea che sei milioni di ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas, a seguito di un’indicazione di Adolf Hitler. Io credo che non siano esistite le camere a gas”.
V.S.

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Conferenze SHOAH

Conferenze SHOAH

La Shoah tra memoria e storia

 Mercoledì 7 novembre 2012 – ore 18 – presso l’Aula Magna della Pontificia Università Gregoriana in Roma avrà luogo il primo incontro del ciclo annuale di conferenze sul tema della Shoah promosso dal Centro “Cardinal Bea” per gli Studi Giudaici, in collaborazione con l’Università degli Studi Roma Tre e l’Ufficio per la Pastorale Scolastica del Vicariato di Roma. Tema dell’incontro: La tragedia della Shoah: una sfida per la didattica
Prof. David Meghnagi, Università degli Studi Roma Tre
Prof. Frediano Sessi, Università di Brescia

 

Tutte le conferenze, gratuite e aperte al pubblico, si terranno dalle ore 18:00 alle ore 20:00 presso la Pontificia Università Gregoriana, Piazza della Pilotta 4 e l’Università degli Studi Roma Tre, Via Ostiense 159.



Programma annuale completo :

7 novembre, 2012
La tragedia della Shoah: una sfida per la didattica
Prof. David Meghnagi, Università degli Studi Roma Tre
Prof. Frediano Sessi, Università di Brescia
Sede: Pontificia Università Gregoriana – Aula Magna C021

21 novembre, 2012
La Shoah nella Letteratura
Prof. Piero Boitani, Sapienza Università di Roma
Prof. Alberto Cavaglion, Università di Firenze
Sede: Pontificia Università Gregoriana – Aula C008

5 dicembre, 2012
La Shoah nel Cinema
Prof.ssa Claudia Hassan, Università di Roma Tor Vergata
Prof. Claudio Siniscalchi, LUMSA, Roma
Sede: Università Roma Tre – Aula Magna del Rettorato

16 gennaio, 2013
Il Pensiero Ebraico di fronte alla Shoah
Rav Prof. Benedetto Carucci Viterbi, Scuole Ebraiche di Roma
Rav Dott. Roberto Della Rocca, Dipartimento Educazione e Cultura, UCEI, Roma
Sede: Pontificia Università Gregoriana – Aula C008

20 febbraio, 2013
La Teologia Cristiana dopo la Shoah Prof. Daniele Menozzi, Scuola Normale Superiore, Pisa
Prof. Philipp G. Renczes, SJ, Pontificia Università Gregoriana
Sede: Pontificia Università Gregoriana – Aula C008

6 marzo, 2013
La Shoah e l’Italia nella Storiografia
Prof. Frediano Sessi, Università di Brescia
Prof. David Meghnagi, Università degli Studi Roma Tre
Sede: Università Roma Tre – Aula Magna del Rettorato

10 aprile, 2013
La Shoah nella Filosofia
Prof.ssa Irene Kajon, Sapienza Università di Roma
Prof. Martin Morales, SJ, Pontificia Università Gregoriana
Sede: Pontificia Università Gregoriana – Aula C008

8 maggio, 2013
Tavola Rotonda:
Le sfide dell’insegnamento della Shoah
Prof. Andrea Di Maio, Pontificia Università Gregoriana
Dott.ssa Antonella Maucioni, IIS Leonardo da Vinci,Fiumicino
Dott. Enrico Modigliani, Progetto Memoria, Roma
Don Filippo Morlacchi, Ufficio Pastorale Scolastica,Vicariato di Roma
Sede: Pontificia Università Gregoriana – Aula C008

Comitato Scientifico:
Prof. David Meghnagi, Don Filippo Morlacchi, P. Philipp G. Renczes, SJ

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Jules Isaac – Gesù e Israele

Jules Isaac – Gesù e Israele

 Viene nuovamente presentato al lettore italiano uno dei grandi libri del XX secolo. Jules Isaac (Rennes 1877 – Aix-en-Provence 1963) iniziò a scriverlo nel 1943, quando la sua esistenza, ormai alle soglie della vecchiaia, era minacciata ed errante, sconvolta e perseguitata. Dopo quasi quarant’anni di insegnamento della Storia, nella Francia occupata dai Tedeschi egli dovette abbandonare tutto e fuggire. Vide i suoi numerosi libri, frutto di una vita intera dedicata agli studi, finire al macero.

Nascosto nella campagna francese con la moglie, la figlia, il genero e il figlio (che vennero scoperti e deportati nei campi di sterminio: solo il figlio farà ritorno) Isaac iniziò a chiedersi come fosse possibile nel cuore dell’Europa, nel cuore del Novecento una simile barbarie. Com’è stata possibile la Shoah nell’Europa da secoli cristiana?

Non vi è dubbio che l’antisemitismo nazista è altra cosa rispetto all’antiebraismo teologico, ma la sconvolgente scoperta di Isaac è che l’insegnamento del disprezzo, capillarmente diffuso per secoli, e che ha il suo culmine nel mito del popolo deicida, ha contribuito a preparare e rendere possibile la distruzione degli Ebrei d’Europa.

Terminato nel 1946 nella solitudine di un rifugio e pubblicato a Parigi nel 1948, Gesù e Israele non può essere considerato un’opera di scienza (come lo stesso Isaac riconosce). È invece “il grido di una coscienza indignata, di un cuore lacerato”.

Il libro si compone di ventun argomenti e di una conclusione pratica, che così riassumiamo:

1 – La religione cristiana è figlia della religione ebraica.
2 – Gesù è ebreo.
3 – Ebraica è la sua famiglia, ebrea è sua madre Maria (Miryam), ebraico è l’ambiente nel  quale vive.
4 – Gesù è circonciso.
5 – Il suo nome ebraico è Yeshua. Cristo è l’equivalente greco di Messia.
6 – Il Nuovo Testamento è scritto in greco, ma Gesù parlava aramaico.
7 – Nel I secolo in Israele la vita religiosa era profonda e intensa.
8 – L’insegnamento di Gesù si è svolto nel quadro tradizionale dell’ebraismo.
9 – Gesù ha osservato la Torah. Non ne ha proclamato l’abolizione.
10 – È un errore voler separare il Vangelo dall’ebraismo.
11 -La diaspora ebraica ha avuto inizio molti secoli prima della nascita di Gesù.
12 – Non si può affermare che il popolo ebraico nella sua totalità abbia rinnegato Gesù.
13 – Secondo i Vangeli, ovunque Gesù sia passato, salvo rare eccezioni, è stato accolto con entusiasmo.
14 – Non si può affermare che il popolo ebraico abbia respinto il Messia.
15 – Gesù non ha pronunciato una sentenza di condanna e di decadenza d’Israele.

Gli argomenti dal 16 al 20 sono dedicati al tema del popolo deicida: “In tutta la Cristianità, da diciotto secoli, si insegna correntemente che il popolo ebraico, pienamente responsabile della crocifissione, ha compiuto l’inesplicabile crimine del deicidio. Non vi è accusa più micidiale: effettivamente non vi è accusa che abbia fatto scorrere più sangue innocente”.

21 – Israele non ha respinto Gesù né lo ha crocifisso. Gesù non ha respinto Israele né lo ha maledetto.
22 – Conclusione pratica: necessità di una riforma (redressement) dell’insegnamento cristiano.

Nell’estate del 1947 si tenne a Seelisberg, in Svizzera, una conferenza internazionale alla quale parteciparono un centinaio di delegati cristiani (di diverse confessioni) ed ebrei, provenienti da una ventina di Paesi. Isaac aveva preparato uno schema in diciotto punti, che vennero discussi, e infine venne approvata una dichiarazione conosciuta come I dieci punti di Seelisberg. Viene riportata in appendice perché è interessante confrontare quei punti con gli argomenti di Gesù e Israele.

In quell’occasione venne anche fondato l’International Council of Christians and Jews. Aveva dunque inizio un’altra fase della vita di Isaac, il quale fu tra i promotori dell’Amitié Judéo-Chrétienne de France (fondata nel 1948) e si adoperò per la costituzione della prima Amicizia ebraico-cristiana italiana (che venne fondata a Firenze nel 1950). Altri due libri vennero a completare il lavoro iniziato con Gesù e Israele : Genèse de l’antisémitisme (Paris 1956) e L’enseignement du mépris (Paris 1965).

Incontrò due Papi: nel 1949 venne ricevuto da Pio XII e nel 1960 da Giovanni XXIII. Nel corso di questo secondo incontro consegnò un Dossier che il Papa affidò al cardinale Bea: sarebbe stato all’origine della Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II.

Da allora, si è aperta una nuova era nelle relazioni ebraico-cristiane, anche se il lavoro è enorme e le difficoltà ancora numerose. A cinquant’anni di distanza, molte cose sono cambiate, e molti degli argomenti di Isaac vengono comunemente accettati.

Ci si può chiedere però quale sia il senso di questo avvicinamento tra ebrei e cristiani. Non è in fin dei conti rischioso sia per gli uni che per gli altri? Non c’è il rischio di annullare le differenze in un confuso sincretismo?

Queste preoccupazioni sono bene espresse da uno dei grandi maestri dell’ebraismo novecentesco, R. Joseph B. Soloveitchik: “Il dialogo non deve toccare argomenti di ordine teologico, ma solo questioni laiche, di interesse comune” e più avanti: “Collaboriamo con persone appartenenti ad altre fedi in tutti i campi dello sforzo umano, ma nello stesso tempo cerchiamo di preservare la nostra distinta identità, che inevitabilmente comprende aspetti di separazione”.

Da parte cristiana questa posizione viene così presentata dal pastore Matin Cunz (che la pensa diversamente ed è uno dei protagonisti del dialogo ebraico-cristiano): “Abbiamo una grandissima colpa riguardo agli ebrei. Abbiamo frainteso il Vangelo, abbiamo tradito i precetti del Cristo, il figlio del popolo ebraico. Ma tutti questi fatti tristi e vergognosi non devono e non possono cambiare le fondamenta della teologia cristiana. Le verità rimangono le stesse, il comportamento deve cambiare”.

Isaac, da parte sua, licenziava il suo volume con queste sorprendenti parole:”Forse qualcuno si domanderà a quale confessione appartenga l’autore. La risposta è facile: non appartiene a nessuna confessione. Ma tutto il libro attesta il fervore che lo ispira e lo guida”. Accusato di ambiguità, egli preciserà: “Fervore rispetto a Israele, fervore rispetto a Gesù, figlio d’Israele”.

Se l’Alleanza con Israele non è mai stata revocata, se rav Yeshua ben Yosef non ha abolito la Torah, se la Cristianità non si è sostituita a un Israele maledetto o comunque decaduto siamo di fronte alla necessità di ridefinire la relazione tra Israele e le Chiese.

La purificazione dell’insegnamento del disprezzo e l’abbandono della teologia della sostituzione rendono possibile un riconoscimento: l’Alleanza è stata estesa alle nazioni. Il che non priva i cristiani di essere testimoni della loro fede di fronte a Israele, anzi, per la prima volta, rende la loro testimonianza credibile. Il grosso problema è sapere in che cosa propriamente tale testimonianza consista.

Per quanto possa sembrare paradossale, la testimonianza messianica delle nazioni comporta in primo luogo la consapevolezza che non è la kefirah (apostasia) d’Israele a poter essere un segno della Redenzione. Se Israele è la radice santa, ha senso sperare nella sua conversione in ramo?

Questa nuova consapevolezza rappresenterebbe una vera teshuvah, che permetterebbe di partecipare al banchetto preparato dal Signore per tutti i popoli, quando verranno distrutti il velo e la coltre posti sui loro volti (Is 25, 6-8).

Marco Morselli

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