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CHI ERA VERAMENTE IL CARDINALE SILVESTRINI

CHI ERA VERAMENTE IL CARDINALE SILVESTRINI

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Super Ex (Ex di Avvenire, Ex di Movimento per la Vita, Ex di altre sigle e bandiere attonite, ma NON ex cattolico, ci ha regalato un ricordo sulla carriera, le amicizie e le propensioni politiche del defunto cardinale Achille Silvestrini, il portabandiera della sinistra tout court in Vaticano, grande diffusore di giornalisti di sinistra (alterni vicibus…)nel mondo dell’informazione, e legati alla consorteria dei diplomatici vaticani, la vera sola “carriera” presente in quel mondo, e stranamente coccolata dal Pontefice regnante. Credo che nello straboccare di coccodrilli agiografici una visione lucida come quella di Super Ex sia benvenuta.

Marco Tosatti

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Nel giorno dell’apparente trionfo del suo “figlioccio” Giuseppe Conte è morto il cardinal Achille Silvestrini – amico di Sergio Matteralla, di Romano Prodi, del cardinale Parolin- e “che di Conte è stato il mentore dagli anni in cui frequentava il collegio di Villa Nazareth, il prelato a cui più di tutti il premier incaricato deve le sue entrature ecclesiastiche”.

Silvestrini è ben descritto anche nell’articolo de La Bussola quotidiana di Nico Spuntoni:

In morte di Silvestrini, regista del gruppo di San Gallo.

Vorrei solo aggiungere che di lui parlò con notevole ricchezza di dettagli un monsignore di curia, tale Marinelli, autore nel 1999, per l’editore Kaos, di un libro denuncia sui mali della chiesa intitolato Via col vento in Vaticano, firmato con lo pseudonimo I Millenari.

Quel libro ebbe un successo di vendite straordinario, analogo ai testi di Nuzzi, benché molto più serio e mosso da ben altri intenti: denunciare i tradimenti di uomini di Chiesa, non per attaccarla, ma per aiutarla a purificarsi.

Il monsignore infatti, dopo aver descritto sotterfugi, giochi di potere, logge massoniche vaticane davvero influenti e tese persino alla conquista del papato, scriveva: “Dio deprime la Chiesa per poi elevarla; taglia i rami inutili per rinvigorirla; atterra il suo orgoglio per poi sollevarla nella grandezza dell’umiltà…”.

Ebbene nel libro citato proprio Silvestrini aveva un posto d’onore come leader del “clan romagnolo”, composto anche da Pio Laghi, Luigi Bettazzi, Edoardo Menichelli, Claudio Celli… un clan, sosteneva il denunciante, quasi “massonico” e tutto teso alla conquista di posizioni di potere.

Un brutto colpo per il “sinistro” Silvestrini fu però l’elezione di Albino Luciani, del tutto ostile a certi comportamenti e forse, in quanto italiano, a conoscenza degli intrighi di alcuni uomini di curia. Silvestrini intravide la fine della sua ascesa ed ebbe a temere di non poter divenire cardinale.

Ma “fu profondo e lungo- scriveva mons Marinelli – il sospiro di sollievo quando s’accertò che dopo soli 33 giorni quel pontefice era stato trovato morto a letto. Dio sia benedetto! L’eccellente romagnolo poteva serenamente riprendere a sperare verso la scalata…”.

Scalata non solo ecclesiale, ma anche politica, tutta a sinistra: Silvestrini è stato presidente della Fondazione Sacra Famiglia di Nazareth, della quale basti dire che è stata organizzatrice, nel 1996,  di un convegno a cui parteciparono il Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro (il cattolico eletto anche grazie a Marco Pannella), il Ministro della Pubblica Istruzione, il comunista, Luigi Berlinguer, i sindaci di Roma Francesco Rutelli e quello di Venezia Massimo Cacciari. Tra i relatori: Romano Prodi e Stefano Zamagni, i catto-com bolognesi!

Nel 2013, con l’elezione di Bergoglio, caldeggiata dallo stesso Silvestrini, non mancano i riconoscimenti per l’anziano cardinale, così influente nella vita ecclesiastica e politica del paese.

Apprendiamo dal sito della fondazione che in  “occasione del novantesimo compleanno del Card. Silvestrini, viene organizzato a Villa Nazareth un convegno per riflettere sui valori di cui don Achille è stato testimone e che costituiscono oggi l’essenza del cammino della comunità: libertà (Alberto Monticone), servizio (don Luigi Ciotti), cultura (Luca Serianni), amicizia (Claudio Magris). – Viene presentato a Villa Nazareth il programma, sviluppato in partnership con l’Università per stranieri di Siena, di formazione per l’insegnamento della lingua italiana per stranieri, con particolare attenzione ad un percorso specialistico per docenti di italiano per l’ambito religioso. – Il 15 dicembre, la Comunità di Villa Nazareth, riunita per la Messa di Natale nell’Aula delle Benedizioni in San Pietro, riceve la visita di Papa Francesco, salutato con affetto ed entusiasmo da studenti, associati, amici e le loro famiglie”. Nel 2014, invece,”la comunità accoglie il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato e già assistente spirituale degli studenti di Villa Nazareth”.

Nel 2015 un altro importante convegno con il card. Pietro Parolin e  Romano Prodi, e nel 2016, il 18 giugno, un’altra visita di Bergoglio!

Concludo con un passo tratto dall’articolo dell’Huffington post già citato. Prima di definire Silvestrini “un vigoroso oppositore anche pubblico di Ratzinger”, Maria Antonietta Calabrò ci dà un’altra informazione utile: “Oggi, il capo (di Villa Nazareth, ndr) è monsignor Claudio Celli, romagnolo pure lui, come Silvestrini, una carriera coronata – dopo essere stato capo dell’Apsa, Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica – dal nuovo deal concluso da Papa Francesco con la Cina, che ha portato nei giorni scorsi alla nomina d’intesa tra il Vaticano e il Governo cinese dei due primi vescovi, con l’ok comune. Secondo indiscrezioni, Celli nelle settimane della crisi agostana del Governo gialloverde si è molto speso a favore di Giuseppe Conte, il pupillo del cardinale Silvestrini”.

Fonte: Marco Tosatti – di Stilum Curiae

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Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello
Auguri di Pace e prosperità

a tutto il popolo santo d’Israele.

BUON ANNO 5777 (2016-2017)

SHANA’ TOVA’ !








In occasione del Capodanno ebraico “ROSH HaSHANA’ 5777” , pubblichiamo per intero l’intervento di Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, tenuto domenica 17 gennaio 2016, durante la visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, parole di pace e verità per la costruzione di un mondo migliore.
“Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità Ebraica di Roma a Lei, Papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da S. Pietro seppur breve, è sembrata per secoli incolmabile. L’incontro odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano.
Questo impegno comune si è concretizzato per la prima volta il 13 aprile 1986 con la storica visita di un Papa in questa Sinagoga. Se oggi siamo qui è grazie a due grandi del nostro tempo e soprattutto grazie al loro coraggio: Giovanni Paolo II ed Elio Toaff zl. Che la loro memoria sia di benedizione.
Il 17 Gennaio del 2010 quel gesto si è rinnovato dando il segno della continuità dei rapporti di amicizia tra le due sponde del Tevere ed è per questo che un caloroso saluto voglio indirizzarlo al Papa Emerito Benedetto XVI.

Oggi scriviamo ancora una volta la storia.

Più di mezzo secolo fa incontri come quello al quale partecipiamo oggi sarebbero stati difficili da immaginare. Il Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, concepì la dichiarazione Nostra Aetate aprendo le porte di un nuovo percorso all’insegna del dialogo. Percorso che, a 50 anni di distanza, continua con la produzione di nuovi documenti, anche grazie alla Commissione Vaticana per i Rapporti con l’Ebraismo.

La Sua visita non porta con sé il segno dei ritualismi. È una tappa importante, in un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società.
Mi sento di poter dire che ebrei e cattolici, a partire da Roma, debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli.

Come sappiamo Roma ha un ruolo universale. Gli ebrei sono qui da ormai 22 secoli. La nostra Comunità, che ha vissuto una storia straordinaria di sopravvivenza dell’identità nonostante le discriminazioni e le persecuzioni, è una comunità vivace, attiva e complessa. In questa Sinagoga, simbolo dell’emancipazione politica della nostra Comunità, dopo la segregazione perdurata per quasi quattrocento anni, sono oggi presenti le tante espressioni dell’ebraismo romano, italiano e internazionale.
Gli Enti Ebraici sono istituzioni con radici antiche e tradizioni solide che rappresentano un ebraismo impegnato, nei secoli, al sostegno dei bisognosi, alla cura dei malati e degli anziani e, soprattutto, all’educazione dei figli e delle nuove generazioni. Persone, nella stragrande maggioranza volontari, che lavorano ogni giorno silenziosamente, con o senza ruoli ufficiali, per tenere viva una Comunità che è il mio più grande orgoglio ed è un grande orgoglio per tutta la città.

Lei, Papa Francesco, ha dimostrato da sempre un’amicizia con il mondo ebraico. Dall’Argentina ha portato con sé un bagaglio di rapporti saldi con l’Ebraismo, ribaditi fin dai primi atti del suo pontificato. Voglio ricordare due momenti in cui mi sono sentita particolarmente toccata dalle sue parole. Il primo, quando, durante la visita della delegazione di questa Comunità in Vaticano, l’11 ottobre del 2013, al quale ho avuto l’onore di partecipare, Lei si è rivolto al nostro Rabbino Capo dicendo che “un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna”. Il secondo, quando incontrando poche settimane fa il Presidente del World Jewish Congress, ha detto che “attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo”. Lo ribadisco perché questa Comunità,   come tutte le comunità ebraiche nel mondo, ha un rapporto identitario con Israele. Siamo italiani, profondamente orgogliosi di esserlo e allo stesso tempo siamo parte del Popolo di Israele.  È attraverso le sue parole che riaffermo con forza che l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo.


Il Suo viaggio in Israele, e nella sua capitale Gerusalemme, è stato un atto per noi importante. Anche in quell’occasione Lei ha usato parole di profondo rispetto per lo Stato Ebraico auspicando che possa vivere in pace e sicurezza.
Per vedere tutto questo realizzato, dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. Tutti noi dobbiamo dire al terrorismo di fermarsi. Non solo al terrorismo di Madrid, di Londra, di Bruxelles e di Parigi, ma anche a quello che colpisce ormai tutti i giorni Israele. Il terrorismo non ha mai giustificazioni.

La lezione dell’odio che porta solo morte è davanti agli occhi di tutti. Lo insegna la storia recente e quella meno recente. Lo ha visto Lei con i suoi occhi a Buenos Aires che ha conosciuto il terrore   antisemita il 18 luglio del 1994: ottantacinque morti e oltre duecento feriti.

Molti si chiedono se il terrorismo islamico colpirà mai Roma. Signori, Roma è già stata colpita. Un solo nome: Stefano Gaj Taché z.l, due anni, 9 ottobre 1982, ucciso da un commando di terroristi palestinesi. Ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver onorato la memoria del piccolo Stefano ricordandolo nel suo discorso d’insediamento a Camere riunite e il Presidente Giorgio Napolitano per averlo inserito tra le vittime italiane del terrorismo.

L’odio che nasce dal razzismo e trova il suo fondamento nel pregiudizio o peggio usa le parole ed il nome di D-o per uccidere, merita sempre il nostro sdegno e la nostra ferma condanna.

Papa Francesco, oggi abbiamo una grande responsabilità di fronte al mondo. Di fronte al sangue sparso dal terrore in Europa e in Medio Oriente, di fronte al sangue dei cristiani perseguitati e agli attentati perpetrati contro civili inermi, anche all’interno dello stesso mondo arabo, di fronte agli   orrendi crimini compiuti contro le donne. Non possiamo essere spettatori. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo cadere negli stessi errori del passato, fatti di silenzi assordanti e teste voltate. Uomini e donne che rimasero immobili davanti a vagoni stipati di ebrei spediti nei forni   crematori. Eccoli, oggi in prima fila i nostri sopravvissuti alla tragedia della Shoah a ricordarci che la Memoria non è un esercizio di autoconsolazione per riparare agli orrori commessi. La Memoria del più grande genocidio della Storia dell’Uomo la teniamo viva affinché nulla di simile possa ripetersi. Questo il nostro impegno più grande per il futuro e per le nuove generazioni.
Con questa visita Ebrei e Cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito le cronache degli ultimi mesi.  
La Fede non genera odio, la Fede non sparge sangue, la Fede richiama al dialogo.
Una convivenza ispirata all’accoglienza, alla pace e alla libertà in cui si impari a rispettare, ciascuno con la propria identità, l’altro. Come oggi qui a Roma, così in ogni luogo. Siamo certi che questa consapevolezza, che non appartiene esclusivamente alle nostre religioni, possa trovare la collaborazione anche dell’Islam. La nostra speranza è che questo messaggio giunga ai tanti Musulmani che condividono con noi la responsabilità di migliorare il mondo in cui viviamo. Insieme possiamo farcela.

Shalom Papa Francesco, Shalom a tutti voi”.

a cura di Per Amore di Gerusalemme

Discorso tratto da: www.mosaico-cem.it

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Roma // 5 aprile 2016 //

Roma // 5 aprile 2016 //

Il Talmud babilonese tradotto in Italiano per la prima volta!

Verrà presentato all’Accademia dei Lincei, alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

“Studio” è il suo nome in ebraico, ma “mare” è il nome con cui viene chiamato colloquialmente dal popolo ebreo. Si tratta del Talmud babilonese, 5422 pagine, pilastro dell’ebraismo insieme alla Bibbia, frutto del pensiero dei dottori di Babilonia tra il II e il V secolo dopo Cristo.


Scritto in ebraico e aramaico, non era mai stato tradotto finora in italiano. Martedì prossimo, nella sede dell’Accademia dei Lincei, il primo volume della traduzione italiana verrà consegnato al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il lavoro di traduzione, durato cinque anni, ha visto la collaborazione di Miur, Cnr e Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, su impulso della Presidenza del Consiglio. Un’opera avviata nel 2011 e che proseguirà al ritmo di 13 saggi all’anno, che ha visto impegnati 50 studiosi di diversi rami del sapere. Emuli, in parte, dei 70 saggi che secondo la tradizione tradussero la Torah in greco in 72 giorni.

“La pace è per il mondo quello che il lievito è per la pasta” recita uno dei passi più citati ancora oggi dal Talmud. Ma il libro rappresenta soprattutto il bagaglio culturale che per secoli, a volte accettato a volte mandato al rogo, ha accompagnato gli ebrei nella diaspora. Si tratta di 63 trattati divisi in 517 capitoli che si occupano di regolamentare e spiegare tutti i diversi aspetti della vita spirituale, sociale, giuridica, etica e culturale della popolazione ebraica. La sua prima funzione è quella di interpretare e dettare l’applicazione delle norme scritte nella Torà, che e’ la vera fonte dei precetti della vita ebraica. Non per niente il Talmud e’ anche definito come Torà orale. Ma in esso sono fissate norme di vita che riguardano tutti gli aspetti dell’esistenza, oltre alla religione, dai rapporti sociali a quelli familiari, dalle ricette mediche ai consigli per una corretta alimentazione, dall’astrologia alla zoologia.

La stesura orale cominciò nel terzo secolo dopo Cristo a Babilonia e proseguì fino al V secolo, quando molto probabilmente vi fu la prima versione scritta. Nei secoli fu limato e accompagnato dal Talmud palestinese, più breve e circoscritto. Giunto in Europa nel tardo Medio Evo fu spesso osteggiato, vietato e bruciato ma papa Leone X ne concesse la pubblicazione a Venezia nei primi anni del ‘500. La prima edizione a stampa in Occidente fu dunque quella veneziana, del 1520-23, ancora oggi testo base per molti studiosi. La fortuna fu breve, poiché l’Inquisizione lo mise all’indice e nel 1553 ne ordinò il rogo, puntualmente avvenuto a Campo de’ Fiori il 9 settembre dello stesso anno, seguito a ruota da un rogo in piazza San Marco a Venezia. Fu poi riabilitato parzialmente dal Concilio di Trento che ne permise la pubblicazione a patto che si espungessero alcuni passi. 
Dopo tre secoli di silenzio fu nuovamente al centro di polemiche da parte di movimenti antisemiti nell’Ottocento.

Attualmente in Europa è stato tradotto in tedesco e inglese e quella che verrà consegnata la prossima settimana a Mattarella sarà la prima copia in italiano, corredata di commenti e testo a fronte. 

(AGI)




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Eccidio delle Fosse Ardeatine

Eccidio delle Fosse Ardeatine

24 marzo 1944 – 24 marzo 2015: 71 anni fa.

Il dovere della memoria per battere l’odio, oggi e sempre! 


“L’alleanza tra nazioni e popolo seppe battere l’odio nazista, razzista, antisemita e totalitario di cui questo luogo è simbolo doloroso. La stessa unità in Europa e nel mondo saprà battere chi vuole trascinarci in una nuova stagione di terrore”.

Sergio Mattarella 

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