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Il Popolo ebraico: segno di Dio.

Il Popolo ebraico: segno di Dio.

Premessa

Federico il Grande, chiese a Jean Baptiste du Boyer, marchese d’Argent: “Può darmi un segno inconfutabile dell’esistenza di Dio?”. Il marchese, rispose: “Sì, Maestà, gli Ebrei!”.

“All’origine di questo piccolo popolo situato tra i grandi imperi di religione pagana che lo eclissano con lo splendore della loro cultura, vi è l’elezione divina. Questo popolo è invitato e guidato da Dio, Creatore del cielo e della terra… Si tratta di un fatto soprannaturale. Questo popolo persevera a dispetto di tutti perché è il popolo dell’Alleanza e perché, nonostante le infedeltà degli uomini, il Signore è fedele alla sua Alleanza”. (1)

“I cristiani sono legati agli ebrei da una speciale parentela spirituale: hanno in comune con loro un patrimonio religioso da mettere a frutto nel dialogo e nella collaborazione” (CdA, 449).  Il Catechismo degli Adulti della CEI: “La Verità vi farà liberi”, illustrando lo stretto legame che intercorre tra la Chiesa e gli Ebrei, tra l’Antica e la Nuova Alleanza, dice: “L’antica alleanza non è mai stata revocata, ma perfezionata dalla nuova. Gli ebrei, intimamente solidali con la comunità cristiana, rimangono popolo di Dio. Congiunti pertanto al mistero della Chiesa, che ha la pienezza dei mezzi di salvezza, cooperano anch’essi all’edificazione del regno di Dio; svolgono ‘un servizio all’umanità intera’Gli ebrei rimangono depositari e testimoni delle promesse di Dio(CdA, 443-444). Lo stesso Catechismo, enumera poi le componenti comuni che caratterizzano le due religioni: “Il comune patrimonio spirituale è grande: un solo Dio, creatore, signore della storia, trascendente e presente; bontà del mondo creato, sviluppo proteso a un compimento ultimo, risurrezione dei morti e vita eterna; tradizione orale accanto alla Scrittura; istituzioni ecclesiali derivate dalla sinagoga; etica dell’amore verso Dio e il prossimo, senso della famiglia, della giustizia e della solidarietà; liturgia come memoriale, lettura dell’Antico Testamento e preghiera dei Salmi, feste ebraiche come la Pasqua e la Pentecoste attualizzate con nuovo significato, elementi rituali di derivazione ebraica come il battesimo, la preghiera eucaristica di benedizione, la stessa struttura complessiva della Messa. Conoscere la religione ebraica giova a conoscere meglio anche la religione cristiana(CdA,447).

RELIGIONE EBRAICA  

  1. Un solo Dio.

Fondamento della religione ebraica è la professione di fede nell’unico Dio. Essendo il solo popolo monoteista, in mezzo a nazioni idolatre, il popolo ebraico è stato, fin dalla sua costituzione, combattuto e perseguitato proprio a causa di questa sua specificità.

Si può dire che la fede nel Dio unico, abbia reso unico anche il popolo d’Israele, e lo abbia separato, in un certo qual modo, dagli altri popoli politeisti. La professione di fede nell’unico Dio è espressa nello Shemà.

  • Shemà, Israel, Adonài Elohénu, Adonài Echàd” – “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico!”

La preghiera dello Shemà è la dichiarazione di fede e di appartenenza a Dio che caratterizza la vita di ogni ebreo, di generazione in generazione. Essa viene recitata mattina e sera ed è contenuta – scritta a mano su piccoli rotoli di pergamena – in astucci di cuoio, detti tefillin (filatteri), che si legano sulla fronte e sul braccio sinistro, prima della preghiera. Inoltre, una piccola pergamena con le parole dello Shemà – custodita in un astuccio detto mezuzàh – viene applicata sul lato destro della porta di casa delle famiglie ebree. Ciò avviene in ossequio al comando del Signore: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un frontale tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6, 4-9).

Ecco che cosa scrive l’ ebreo Alfonso Pacifici nei suoi Discorsi sullo Shemà: “In tutti i luoghi, sotto tutti i cieli, in tutti i tempi, sera e mattina, cantate e silenziose, nelle riunioni delle case di studio e delle case di preghiera, dalla culla del bimbo, dal fondo di una prigione, dall’arsura dei deserti, dai geli, dalla stiva delle navi, dal silenzio cupo delle trincee, dalla lenta carovana scampanante, dai treni in corsa pazza per la notte buia, si sono alzate verso il cielo quelle sei parole, tenui ed ostinate conferme di una verità suprema: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”, e sono state come piccole infinite luci accese nel buio di un’umanità ostinata a non vedere quel vero, a negarlo, ma talvolta anche a voler sopprimerlo, e allora non sono state più le miti parole addolcite dall’uso, ma sono diventate il grido di sfida, sorto dai roghi, la risposta alla spada omicida, il grido in cui si sono sublimati e confermati gli eroismi del martirio” (Ed.Israel 1953).

Gesù di Nazareth, allo scriba che gli chiede qual è il primo di tutti i comandamenti, risponde con le parole dello Shemà: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” ( Mc 12,29-30).

  1. Il Nome di Dio: (Yod, he,vav, he): JHWH *

“Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. E’ come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione, il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: “Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno” (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti: JHWH, dette “Tetragramma sacro”, citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “i tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: “La tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo “Adonai”, cioè “Signore” o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro” (CdA 48,6).

Anche il Papa ci invita, col suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome” , in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “Quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico” (Giovanni Paolo II – “Via Crucis” Venerdì Santo – 30 marzo 1986).

Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

* N.B.: La trascrizione “italiana” del nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

LE FESTE EBRAICHE

L’ebraismo è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo… Ci insegna a sentirci legati alla santità nel tempo, ad essere legati ad eventi sacri, a consacrare i santuari che emergono dal grandioso corso di un anno”. (2)

  1. Il Sabato: Shabbàth

Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il Sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di Sabato e lo ha dichiarato sacro” (Es 20,8-11).

Nella Genesi ( 1 e 2), di tutte le cose create, Dio dice che sono buone; dell’uomo dice che è: “molto buono”, ma soltanto il Sabato viene da lui benedetto e dichiarato sacro. Sabato, in ebraico Shabbàth, vuol dire: cessò, perché appunto nel settimo giorno, avendo compiuto la creazione, Dio si fermò, “cessò da ogni suo lavoro” (Cfr Gn 1,2). Egli ha voluto donare a Israele un giorno di riposo, di pace e di santificazione, in ricordo perenne dell’opera della Creazione.

Durante il giorno del venerdì, nelle case degli ebrei, fervono i preparativi per il Sabato, ‘signore e re di tutti gli altri giorni’. Viene adornata la casa, preparati i cibi, i vestiti della festa e fatto quanto è necessario per ricevere il Sabato con l’onore che gli è dovuto. Lo Shabbàth ha inizio la sera del venerdì e viene accolto con la preghiera nelle sinagoghe e nelle case. Mentre il padre di famiglia, con i figli maggiori, partecipa alla preghiera della comunità, in casa, la madre di famiglia, con i figli più piccoli, presiede alla liturgia domestica accendendo, prima del tramonto, le due candele che rappresentano i due volti del Sabato. Una di esse è chiamata “ricorda” e l’altra “osserva” (per ricordare e osservare il precetto di santificare il Sabato).

La madre di famiglia accende le candele e, coprendosi gli occhi con le mani, dice: “Benedetto sii tu, Signore Dio nostro, re dell’universo che ci hai santificati con i tuoi precetti e ci hai comandato di accendere i lumi del Sabato”.

Il padre di famiglia, al ritorno dalla Sinagoga, davanti alla tavola imbandita, in mezzo ai suoi cari, alza il calice col vino e recita un’antica preghiera di benedizione a Dio per il frutto della vite, per la santificazione di Israele mediante i precetti, per il dono del Sabato, memoria della Creazione e dell’uscita dall’Egitto. Segue la benedizione sul pane.

“Il vino rallegra il cuore dell’uomo” è scritto nei Salmi (104,15); per questo motivo la santificazione sul vino (Kiddush) fu introdotta nelle case come simbolo di gioia e di allegria nei Sabati e in tutte le festività.

Il Sabato è consacrato all’incontro con Dio, alla preghiera, allo studio della Toràh, alla festa in famiglia, alle riunioni con i parenti ed alle visite agli ammalati. “Il Sabato è un ricordo dei due mondi: questo mondo e il mondo futuro; esso è un esempio di entrambi i mondi. Il Sabato infatti è gioia, santità e riposo; la gioia è parte di questo mondo, la santità e il riposo sono del mondo futuro”. (3)

“I Sabati sono le nostre grandi cattedrali; e il nostro Santo dei Santi è un santuario che né i Romani, né i Tedeschi sono riusciti a bruciare”. (4)

Quando il giorno del Sabato sta per terminare, esso viene salutato con grande nostalgia, quasi a volerlo trattenere e a prolungarne la presenza. Il rito del saluto al Sabato esprime la speranza nel suo prossimo ritorno.

La vita dell’ebreo è come un pellegrinaggio che, di Sabato in Sabato, conduce verso il Sabato eterno, riposo perfetto nel Dio d’Israele. “L’ebraismo propugna una visione della vita intesa come pellegrinaggio verso il settimo giorno; l’aspirazione al Sabato durante tutti i giorni della settimana esprime l’aspirazione al Sabato eterno durante tutti i giorni della nostra vita”. (5)

  1. Capodanno: Rosh ha-shanà

Il Capodanno ebraico si celebra il 1° e 2° giorno del mese di Tishri (settembre – ottobre) esso segna l’inizio di un tempo di penitenza e di riconciliazione con Dio che dura dieci giorni, e termina con la solennità di Kippur. I due giorni del Capodanno vengono considerati un sol giorno, detto anche: giorno del Ricordo, in quanto Dio, in questo giorno, tiene presenti le azioni compiute dagli uomini durante l’anno e, in base al loro comportamento, ne fissa le sorti per l’anno che sta per iniziare: giorno del Giudizio, perché in questo giorno Dio, seduto sul trono della Giustizia, si accinge a giudicare il mondo, opera delle sue mani, decretando le sorti degli uomini e delle nazioni; Giorno del suono, perché in questo giorno è comandato di suonare lo Shofar (corno di ariete), per richiamare gli uomini a meditare su quanto è stato da loro compiuto durante l’anno passato, affinché non abbiano a ripetersi eventuali errori o azioni indegne. Il Capodanno ebraico si celebra, infine, per commemorare la Creazione del mondo. Il suono dello Shofar ha diversi significati: richiama alla memoria il sacrificio d’Isacco e ricorda la discendenza degli ebrei dagli antichi Patriarchi. Ricorda il suono dello Shofar che precedette il dono della Legge e, infine, il suono del grande Shofar che proclamerà il Giorno dell’avvento del Messia.

  1. Giorno dell’espiazione: Kippur

Il 10 di Tishri ricorre la solennità di Kippur, destinato al digiuno, alla preghiera e al sincero ritorno a Dio. Quale giorno di espiazione, esso è dedicato alla riparazione delle colpe e alla riconciliazione con l’Eterno. Detto anche “Sabato dei Sabati”, il Kippur ha la stessa importanza del Sabato, ed in esso è proibito anche il più piccolo lavoro.

In questo giorno sacro, i templi di tutto il mondo rimangono aperti per l’intera giornata, affinché tutti possano partecipare alla preghiera comune. Si recitano cinque preghiere, al termine delle quali si suona lo Shofar.

  1. Festa delle Capanne (o dei Tabernacoli): Sukkot

Il 15 del mese di Tishri ricorre la festa delle Capanne (Sukkot) che si celebra in memoria delle Capanne abitate dagli ebrei durante i 40 anni della loro permanenza nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Nel formulario di preghiere questa festa è chiamata ‘epoca della nostra gioia’, in quanto la Toràh raccomanda di celebrarla e di festeggiarla con allegria. Durante i sette giorni della festa, è comandato di abitare nella Capanna (Sukkà), elemento fondamentale della festa, costruita all’aria aperta ad imitazione di quelle utilizzate dagli ebrei nel deserto. Un’altra caratteristica di questa festa è il Lulav, composto da un lungo ramo di palma, insieme ad alcuni rami di mirto e di salice, accompagnati da un ramo di cedro. Il Lulav si tiene in mano durante le preghiere e il canto dell’Alleluia e degli Osanna.

  1. Festa della Riconsacrazione del Tempio: Channukkàh

La festa di Channukkàh dura otto giorni e si celebra in dicembre. La parola Channukkàh significa alla lettera “inaugurazione” e ricorda la riconsacrazione, ad opera dei fratelli Maccabei, del Santuario di Gerusalemme, che era stato profanato con statue di idoli. Durante la festa, si accende una lampada ad otto fiammelle, aumentandone una per ognuna delle otto sere. Gli otto giorni della festa sono considerati semifestivi e in essi è permesso qualsiasi lavoro.

Un’antica leggenda narra che allorché i fratelli Maccabei entrarono nel Tempio, la loro prima cura fu quella di riaccendere la lampada perenne (Ner tamid), spenta durante la profanazione. La leggenda vuole che nel sacro luogo essi trovassero una bottiglietta di olio puro, ancora sigillato, con il sigillo del Sommo Sacerdote, che sarebbe bastato appena per tenere acceso il lume soltanto fino all’indomani. Per un vero miracolo, però, l’olio bastò per ben otto giorni, il tempo necessario a preparare una provvista di nuovo olio per la lampada. E’ in ricordo di ciò che durante questa festa, detta anche Festa delle luci, si accendono le otto luci.

Il Candelabro ha otto bracci (più il nono usato per accendere le luci) e viene detto:Chanukkiyà.

  1. Festa delle sorti: Purìm

Questa festa si celebra in memoria della salvezza degli ebrei in Persia, per intercessione della regina Ester. Accogliendo la preghiera di costei, il re Assuero revocò il decreto mediante il quale si autorizzava l’uccisione in massa di tutto il popolo ebraico che risiedeva nelle 127 province del regno, dall’India all’Abissinia, secondo quanto è narrato nella Bibbia, nel Libro di Ester. Il giorno di Purim è destinato alla gioia e al divertimento; viene letto pubblicamente il rotolo di Ester, detto Meghillà e si scambiano doni fra amici e parenti. Inoltre, a Purim si inviano generose offerte ai poveri, affinché anche questi possano partecipare alla gioia comune, trascorrendo lietamente la festa e celebrare la giornata con un pasto festivo (Seudat Purim).

  1. Pasqua: Pèsach

La Pasqua è la prima e la principale festa ebraica. Essa ricorda il passaggio degli ebrei dallo stato di schiavitù a quello di libertà e la formazione del popolo ebraico come nazione unita ed indipendente, con usi, costumi e leggi proprie. La Pasqua commemora l’uscita degli ebrei dall’Egitto dopo 430 anni di dura schiavitù sotto il giogo faraonico. Il ricordo di questa miracolosa “uscita” è divenuto il punto centrale della legge e della vita degli ebrei, tanto che questo pensiero si trova un gran numero di volte espresso in molti passi della Bibbia e nei libri di preghiere.

Il nome della festa: Pèsach, deriva dal verbo pasoach, che significa “passare oltre”, perché l’Angelo, inviato dall’Eterno per colpire i primogeniti egiziani, “oltrepassò” le case abitate dagli ebrei, lasciandone in vita i primogeniti.

La festa viene anche chiamata “festa delle azzime” perché per tutta la durata della festa è vietato cibarsi di sostanze lievitate e si mangia pane azzimo, in ricordo del pane che gli ebrei in fuga non ebbero il tempo di far lievitare (Cfr Lv 23,6). La Pasqua ebraica dura otto giorni (sette in terra d’Israele). Le prime due sere, si fa una cena chiamata Sèder (ordine), appunto perché il suo svolgimento segue un determinato ordine, e si mangiano cibi simbolici che ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto e la dolcezza della libertà ritrovata. Durante il Sèder si recita il testo della Haggadà (racconto), libro contenente in forma edificante e leggendaria, commista a vari passi biblici, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. La notte di Pasqua, tutti, grandi e piccoli, celebrano la memoria di quella notte splendida e terribile, in cui Dio stesso scese a liberare Israele. Di generazione in generazione, partecipando al memoriale di Pèsach, ogni ebreo si sente salvato e liberato da Dio, rinnovato spiritualmente, come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto. Ai bambini che fanno domande, il padre di famiglia risponde spiegando perché la notte di Pasqua è unica, diversa da tutte le altre notti. Si cantano Salmi, Inni e il “grande Hallel” (Sal 136). Si bevono quattro coppe di vino durante la lettura dell’ haggadà, ma – al racconto di ogni piaga che ha colpito l’Egitto – ogni partecipante versa in una ciotola una goccia di vino, che verrà poi gettato. Essendo il vino segno di gioia, con questo gesto si vuol significare che, anche nella gioia più grande, non bisogna gioire per la morte di nessuno, neppure dei propri nemici.

  1. Pentecoste: Shavuòt

Il termine Shavuòt, alla lettera significa “settimane”, appunto perché la festa cade sette settimane dopo Pasqua. Questa festa si celebra in ricordo del dono dei dieci comandamenti, ricevuti da Mosè sul Monte Sinai e da lui trasmessi ed insegnati al popolo riunito ai piedi del monte. In ricordo di tale avvenimento, nel formulario ebraico di preghiere, la Festa viene definita “dono della Toràh”. La Toràh fu donata ad Israele dopo la sua liberazione dalla schiavitù perché soltanto un popolo libero può osservare la legge e gioirne. E’ anche festa della mietitura e delle primizie perché in questo giorno aveva termine in Israele il periodo della mietitura e venivano offerte al Santuario le primizie dei frutti e alcuni pani, confezionati con il nuovo frumento. Durante questa festa i Templi sono ornati di fiori, in omaggio ad una tradizione che insegna che nel giorno in cui Dio promulgò i Dieci Comandamenti, un grande profumo pervase il mondo intero.

 di Vittoria Scanu

Note:

(1) : Dal Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro di studio su “Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano” – 31 ott. ‘97.
(2) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi
(3) : Al Nakawa: Menorath ha-Maor, ed. Enelow
(4) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi
(5) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi

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Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

di Aldo Maria Valli

«Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».

Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
«Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
«Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.

L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».

Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
«Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».

«Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».

Aldo Maria Valli 

26 Agosto 2018

Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

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Pesach/Pasqua 2015

Pesach/Pasqua 2015

 
“Fai scendere su di noi l’olio della letizia, della pace e della salvezza”.  
                                             (dalle Lodi del Giovedì Santo)                                 
                                      
 AUGURI di Pace e di rinnovata fraternità!

                                                    da “Per Amore di Gerusalemme” 

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