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Testamento spirituale di Rav Giuseppe Laras

Testamento spirituale di Rav Giuseppe Laras

Cari amici,

la mia malattia sta avanzando inesorabilmente ed è pertanto mio desiderio, seppur brevemente, consegnarvi alcuni pensieri.

Durante la mia vita ho potuto vivere in prima persona il tramontare e il sorgere di mondi diversi, con inquietudini e speranze. La distruzione degli ebrei d’Europa ha sfiorato la mia esistenza, segnandola per sempre. Misteriosamente, grazie alla forza e al coraggio di mia madre, il Santo e Benedetto ha voluto che sopravvivessi agli orrori e alle ceneri della Shoah. Nel 1948 è nato lo Stato di Israele, dopo un lavorio pluridecennale, alacre e devoto: ricordo la commozione, l’euforia e il senso di stupore di quei giorni. Ricordo anche le angosce che assalirono me, come molti altri tra noi, sino all’ora presente, in relazione alla sopravvivenza del nostro piccolo Stato. Mi ricordo distintamente il mio primo viaggio in Israele e la sorpresa, la felicità e l’orgoglio di leggere le scritte in ebraico, dai cartelli stradali alle insegne nei mercati, segno di un mondo vivo e vitale, seppur sottoposto a continua, durissima prova. In queste decadi, nel silenzio o nella nescienza delle più grandi Nazioni, abbiamo assistito alla persecuzione e alla cacciata di centinaia di migliaia di ebrei dai Paesi islamici, ove molti di costoro risiedevano da secoli, talora ben prima dell’avvento dell’Islàm. Cosa non meno inaudita, molti ebrei ed io abbiamo visto nascere e continuare a esistere il dialogo ebraico-cristiano. Oggi sono testimone del sorgere di una nuova ondata di antisemitismo (specie nella sua ambigua forma di antisionismo), del tradimento delle sinistre e del rapido declino intellettuale e morale della civiltà occidentale. Nuove sfide e nuove angosce si stanno proiettando sul nostro mondo. Dell’Europa occidentale che abbiamo conosciuto non sappiamo quanto rimarrà e molto muterà, con disillusioni e, forse, speranze: la strada particolare di noi ebrei, come sta già avvenendo in Francia e Belgio, nonché nel consesso internazionale, è probabile che sia in salita e strettissima. Tuttavia, oggi la nostra esistenza non è più, ringraziando il Santo e Benedetto e l’impegno di moltissimi, in totale balia delle Nazioni.

Il nostro ebraismo italiano è giunto a una fase accelerata di consunzione e inaridimento. Il nuovo Statuto è già vecchio e privo di vigore nella pratica, sicché servirà quanto prima che vi sia un congresso straordinario, che duri qualche giorno, ove siedano assieme rabbini, presidenti di comunità e consiglieri, giovani, lucidi analisti ebrei dalla Francia e da Israele, membri delle kehillòt italiane in Eretz Israel. È necessario e quanto mai urgente pensare, senza romanticismi, senza compiacimenti esterni e senza voler indorare pillola alcuna, a un’architettura nuova per le sfide prossime che solleciteranno l’ebraismo italiano dopo un cammino secolare. Ho già scritto che è doveroso coinvolgere gli ebrei italiani di Eretz Israel, le giovani famiglie che lì si sono formate e chi, in vario modo, anima e guida le loro comunità. Non farlo sarebbe folle e suicida, nonché ingiusto nei loro e nei nostri riguardi.

L’alto livello di polemica e di astio che percorre trasversalmente le nostre realtà comunitarie è un nostro grave fallimento: si tratta di una tentazione che dobbiamo sentirci obbligati a vincere, perché i tempi non sono facili. Una delle mitzvòth più misteriose e difficili da comprendersi è quella dell’ahavàth Israel, dell’amore responsabile degli ebrei per gli altri ebrei e per l’intero popolo ebraico. Questa grandissima mitzvah deve essere riscoperta in tutta la sua forza, la sua eloquenza e la sua creatività da parte di noi ebrei italiani. La mitzvah dell’ahavàth Israel non consiste in alcun modo in un generale buonismo per cui, per amor di coesistenza, tutte le opinioni sono buone, in una prospettiva di ora in ora sempre più accomodante, specie in relazione all’osservanza religiosa. Se compresa in una prospettiva teorica, questa mitzvah rischia di sfuggirci, specie a fronte dello spirito dell’epoca. Dobbiamo invece declinarla, in relazione agli ebrei di Italia e di Eretz Israel, praticamente, concretamente. Molte nostre famiglie sono povere o in forte difficoltà, molte giovani coppie non hanno stipendi che permettano loro di progettare un futuro ebraico, molti singoli sono abbandonati a loro stessi, moltissimi sono ignoranti delle nozione basilari dell’ebraismo e si sentono respinti -a torto o a ragione- dalle nostre istituzioni, molte famiglie hanno problemi ben noti legati ai matrimoni misti, moltissimi giovani emigrano all’estero perché qui non c’è lavoro. È urgente che si ribalti la rappresentatività e l’auto-coscienza istituzionale dell’ebraismo italiano su questi temi, invece che continuare a essere vittime di malumori tra potentati familiari, pruderie di circoli intellettuali avulsi dal reale e insofferenti rispetto a molti drammi e paure della nostra gente, vanità di alcuni pronti a compiacere per essere compiaciuti. Abbiamo tutti imparato a nostre spese che una concezione intellettualistica dell’ebraismo, dal religioso al culturale e al politico, porta all’invecchiamento e al deteriorarsi delle nostre realtà comunitarie. La sfida è enorme e, che ci piaccia o meno, saremo obbligati a raccoglierla: prego chi ha ruoli di responsabilità di non tardare e di avere coraggio, anche se si sente non all’altezza della situazione o da quest’ultima oppresso. Sono certo che l’ebraismo italiano, con tenacia, saprà tener testa a queste difficoltà.

Per quello che riguarda il Tribunale Rabbinico da me presieduto, che serve le Comunità più in difficoltà e sofferenti, ossia quelle piccole e medie, ho ritenuto di affidarlo al mio allievo Rav David Sciunnach shlita, con l’intesa convergente di altri rabbini, sia italiani (in particolare Rav Elia Richetti, Rav Roberto Della Rocca, Rav Adolfo Locci e Rav Alberto Sermoneta) sia israeliani (Rav Eliahu Abargel e Rav Zalman Nechemia Goldberg). Voglia il Santo e Benedetto accompagnare questo difficile e delicatissimo lavoro, vegliando sulle nostre Comunità. In particolare, prego le persone la cui ebraicità è stata dichiarata da questo Tribunale ad aver coscienza del dono loro fatto, con tutte le responsabilità e gli oneri che ne conseguono, invitandole a rafforzare la loro vita ebraica in seno alle comunità di appartenenza.

Mi rivolgo alle dirigenze istituzionali e rabbiniche, perché le ore di lingua e storia ebraica vengano il più possibile aumentate nelle nostre scuole, le quali in qualche modo dovrebbero, almeno come opzione possibile e praticabile, poter ospitare i ragazzi delle comunità più piccole, con tutoring e incentivi.

In quanto figlio della Shoah e cittadino europeo mi è cara la Giornata della Memoria, che è però anch’essa arrivata a una crisi di senso e di comunicazione. Le attuali stantie forme celebrative sono in consunzione ed è necessario ripensarla quanto prima, specie in relazione all’attualità dell’antisemitismo contemporaneo, che è fenomeno vasto e complesso, con fila eterogenee e inquietanti. Anzitutto è necessario riportare, almeno per noi ebrei italiani, la Shoah in Italia, insistendo certo sui luoghi europei peggiori della “soluzione finale”, ma ancor più insistendo sul nostro tessuto nazionale italiano: ossia la Risiera di S. Sabba, il campo di Bolzano, Fossoli e Borgo S. Dalmazzo. È necessario che su questi luoghi italiani rifletta l’Italia e l’ebraismo italiano. Ed è necessario ricordare, anche a taluni nostri intellettuali e storici che contribuiscono all’aumento dell’assordante confusione, che l’antisemitismo non è né una forma particolare di razzismo o intolleranza, né, tantomeno, risulta confinato ai soli totalitarismi di “destra”. L’antisemitismo è specifico, e una comprensione “ermeneutica” e “estensiva” di quest’incubo è sempre fragile e da problematizzare. Come già ricordai, l’unico collegamento estensivo reale riguarda, per precise ragioni storiche e ideologiche, il solo Genocidio Armeno, fatto che, lungi dall’incrinare l’unicità della Shoah, rende ancor più profondi e inquietanti entrambi questi terribili baratri della storia umana.

In questi ultimi anni ho ritenuto di aiutare il dialogo ebraico-cristiano con una serie di critiche controcorrente. Per alcuni ciò è stato destabilizzante e fastidioso, alienandomi delle simpatie. Pazienza. Sono convinto della giustezza delle critiche mosse, tese solo al suo progredire e al suo correggersi, nonostante essere soli sia spesso difficile da sostenere ed estremamente scomodo. Purtroppo, confermando la vacuità che contraddistingue gran parte dell’esperienza umana, tale dialogo resta esposto a tentazioni e a miseri giochi di potere di individui che amano presentarsi come irreprensibili, ognora inclusivi e “pronti a fare la storia”. Se tale Dialogo vuole continuare (come è imperativo che sia!), dovendo essere in primo luogo non tanto teoretico ma pratico, deve progressivamente uscire dalle ambiguità su Israele, dato che è lì che vive la maggior parte del nostro Popolo ed è sempre lì che si sta edificando, tra disillusioni e speranze, il futuro di un ebraismo in ampia parte post-diasporico. Tale dialogo dovrebbe sempre più coinvolgere inoltre gli ebrei religiosi, cosa difficoltosa da entrambe le parti, dato che l’altro soggetto è in sé religioso, ossia i cristiani.
Si spera che vi siano slanci nuovi, entusiastici e autentici.

Il mio carattere non facile mi ha permesso di sopravvivere ad alcuni gravi rovesci della mia vita, causandomi tuttavia anche incomprensioni e problemi. Nel corso del mio servizio alle nostre Kehillòth, mi auguro, tuttavia, di aver aiutato e rinfrancato più persone di quante possano essere state quelle respinte dalle mie difficoltà caratteriali, a cui vanno le mie scuse.

Che il Santo e Benedetto tutti Vi protegga e accompagni, facendo splendere il Suo volto su di Voi e benedicendo il Suo Popolo con la pace.

Rav Giuseppe Laras

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La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell’Associazione Biblica Italiana.

La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell’Associazione Biblica Italiana.

Rav Giuseppe Laras
Qui di seguito i punti salienti della lettera:


«1. Partiamo dalla frase finale (“La trattazione del tema generale del convegno, così delineata, intende evitare l’impressione che si voglia parlare della religione dell’Antico Testamento in luce negativa”): i latini solevano dire “excusatio non petita, accusatio manifesta”! E, per inciso, fa specie che, proprio dei biblisti, ad esempio, usino l’espressione A.T. e non Bibbia Ebraica, Primo Testamento o Scritture di Israele, indipendentemente dai Documenti Ufficiali redatti negli scorsi decenni dalla Chiesa Cattolica, da altre Chiese e dal dialogo ebraico/cristiano. (qui sono “conservatori” È certamente significativo, circa il punto 1, che non figuri (nemmeno pro forma o per portare acqua al loro mulino) neanche un ebreo biblista o rabbino in siffatte giornate di studio.

2. Si parla di “religione dell’AT”, introitando l’idea che l’ebraismo postbiblico rabbinico e il cristianesimo siano fratelli diversi e gemelli di una supposta religione biblica precedente (qui fanno i “progressisti”, recependo l’ultimo ambiguo documento vaticano sul dialogo ebraico-cristiano) di cui sarebbero egualmente eredi ebrei e cristiani.

3. Circa codesta “religione dell’AT”, coincidente con ogni evidenza con la Torah (e difatti vi mettono in polemica Giobbe, che non ha connotazioni ebraiche così evidenti), costoro affermano a più riprese che essa è “ambivalente”, con “ambiguità” e una “rivelazione double-face”. È chiaro dai toni che, per questi lettori cristiani, vi è uno scarto e un’opposizione con la fede e gli scritti cristiani successivi (il che è contraddittorio però con il punto 3), di cui è detto infatti che ha avuto un rapporto “dialettico”, cioè come a dire che se ne sono “smarcati”. È evidente il marcionismo, con buona pace di Agostino di Ippona, che, nonostante il disastroso sostituzionismo, riuscì comunque a scrivere circa le Scritture ebraiche: «In vetere Testamento novum latet, in novo vetus patet» (Hept. 2, 73: PL 34, 623). Inoltre, cosa ancor più significativa, i termini “ambivalente” e “double-face” esprimono un chiaro giudizio assiologico negativo. Il marcionismo non è quindi più teologico, ma etico (cosa ancor più preoccupante). Probabilmente le persone che hanno organizzato il convegno (senza nemmeno l’ipocrisia di invitare un ebreo biblista) si sono sentite incoraggiate dai contenuti di vari Angelus e omelie dell’attuale Pontefice.

4. L’opposizione Profeti e Agiografi versus Torah, intesa come universalismo e profetismo contro moralismo e legalismo, ricalca il marcionismo tradizionale (e qui sono ancora “conservatori”)… e si tratterebbe di “biblisti”!

5. L’opposizione succitata rientra coerentemente con l’orrenda bozza di titolo: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Risuona nell’orecchio, per contrario, il titolo dello sciagurato scritto di A. V. Arnack “Marcione, il Vangelo del Dio Straniero”… È chiaro che “geloso” e “elitaria” sono caratteri etici, simbolici e politici negativi. E hanno una storia -che costoro sin nella bozza di titolo hanno fatto finta di ignorare- antisemita! E restano tra gli argomenti preferiti degli antisemiti odierni!

6. Il carattere binario della Torah (universalimo/particolarismo; Israele/ Popoli; ideale/concreto; estasi/normativa; misericordia/giustizia), degradato a “ambiguità double-fax”, sarebbe la base secondo costoro per la nascita del fondamentalismo e dell’assolutismo, qualora salti uno dei due termini delle polarità. Questo ammesso e non concesso, tuttavia ovviamente non viene analizzato l’altro caso in cui può manifestarsi la sconnessione dei termini delle polarità: cioè quello dell’utopia…come se nella storia dei singoli e delle collettività non sia stato un veleno altrettanto pericoloso,dilagato e dilagante abbondantemente nei vari universi cristiani per secoli (vd. sessualità, vita politica, riflessioni su guerra e pace)!

7. Pare evidente dai toni e dai contenuti dello scritto introduttivo che chi scrive (oltre a essere antisemita e marcionita) sia ateo, nel senso deteriore del termine (ci sono infatti atei che sono persone degnissime e rispettabilissime): la Scrittura cioè è intesa unicamente e solo come elaborazione di temi e idee, tra cui si può selezionare un’antologia ragionata di ciò che è oggi accettabile o meno, in base allo spirito del tempo. Questo non sarebbe accettabile se applicato a un’opera letteraria fondativa, smembrata e compresa con altri criteri esterni, come la Divina Commedia o l’Eneide, ma con la Bibbia sì. La domanda che si impone, oltre alla constatazione della loro non-credenza, è: perché? a cosa risponde questa loro esigenza?

8. È strano che questo “ateismo teologico”, peraltro poco rigoroso, non risponda, se assunto effettivamente, con la più semplice delle spiegazioni, ossia quella sociologica: la Bibbia sarebbe fatta così come loro la descrivono -sempre che ci si voglia muovere in questa prospettiva falsante- perché espressione di una minoranza assoluta determinata a resistere, che si vuole preservare e che vuole darsi un senso “per differenza” rispetto alle maggioranze in cui è nata e da cui era schiacciata.

9. La cosa drammaticamente significativa è che questa operazione sia portata avanti non da filosofi o teologi (e sarebbe grave ugualmente), che farebbero cioè un “meta-lavoro” su questi dati, ma da biblisti, ossia coloro che dovrebbero essere innamorati per professione del testo biblico e lontani per formazione dal marcionismo, il che è ancor più preoccupante. Come è molto preoccupante che questi signori, nel parlare dei rapporti e degli eventuali prestiti tra la “religione dell’Antico Testamento” (che espressione odiosa e assurda!) e le altre “religioni coeve”, non colgano -o non vogliano ammettere- quantomeno una folgorante differenza qualitativa tra queste ultime e il monoteismo abramitico e mosaico… e sarebbero biblisti!

10. Cosa ancor più preoccupante, ancora così scrivono: “Questo aspetto andrà approfondito con attenzione, perché inciderà sulle religioni post-bibliche (sarà accentuato nel rabbinismo post-biblico, dialetticamente affrontato nel cristianesimo, globalmente assimilato nell’Islam). L’ambivalenza della Tôrāh si riscontra su due versanti.” Purtroppo non si tratta di una novità e sembrerebbero saldarsi pericolosamente qui “cattolicesimo filo-islamico”, “vecchio marcionismo” (specie ora in una prospettiva etico-intersoggettiva e non più teologica) e alcune tesi sostenute da non pochi islamologi occidentali: ossia che la parte fondamentalista del Corano sia in primo luogo e soprattutto un’eredità ebraica (la Bibbia Ebraica) e che gli eccessi della Sharia siano dovuti eminentemente ad opera di ebrei convertiti all’Islam nei secoli o di loro discendenti (come se le norme sofisticate e oppressive dell’impero cristiano bizantino non siano state recepite dalla normativa aggressiva teologico-politica islamica!). A titolo informativo ed esemplificativo ecco quello che scrive il docente C. Lo Jacono (Einaudi) nel suo “Storia del Mondo Islamico VII-XVI secolo”, un occidentale dunque e non un musulmano arabo (pg 8): “Un Dio clemente dunque, che ama le Sue creature e che indica loro, per Sua grazia, il Suo volere (e dunque il bene) e quanto gli dispiace (e dunque il male), compiendo ed evitando i quali l’uomo potrà francescanamente sperare “ka la morte secunda no ‘l farrà male”. Un Dio tremendo, però, Onnipotente e giusto, come il Dio degli Ebrei, che non tollera compagni da associarGli nella venerazione dovutaGli, con cui non è possibile alcun patteggiamento e che esige la totale sottomissione….” Ora, chiaramente nella bozza dell’ABI questo non è scritto, tuttavia non pare remoto il fatto che si voglia andare a parare esattamente lì. Il che culturalmente, religiosamente e politicamente significa andare a sollevare l’Islam e la sua tradizione da responsabilità primarie di sorta, in quanto erede passivo di tradizioni arcaiche negative (le nostre), ossia la Torah (peccato che questi biblisti si dimentichino che per i musulmani la Torah è erronea e alterata, e non da un punto di vista filologico bensì teologico-fondativo). Vi sarebbe infine da ricordare a costoro che non poche delle argomentazioni antigiudaiche presenti nel Corano e nella Sunna sono state da più studiosi ricollegate con estrema facilità all’antigiudaismo militante dei gruppi cristiani arabi locali ai tempi di Muhammad, molti dei quali convertitisi all’Islam nascente e imperante. Questo se proprio si vuol parlare di responsabilità remote….!

11. È interessante che, in tale senso, si voglia ledere proprio la base e il senso del Tanakh, spuntando o mettendo forti ipoteche sul suo concetto cardine, ossia quello teologico e pratico di libertà, ancora una volta addomesticando l’Islam svilendo la Bibbia.

12. Molti di noi hanno “toccato per mano” la scelta di certi ambienti cattolici di preferire l’abbraccio con l’islam al “trialogo” includente l’ebraismo e allo specifico dialogo ebraico-cristiano. Ma sappiamo anche che non tutti i cattolici vogliono quell’abbraccio. Non tutti i cattolici che vogliono ricondurre qualsiasi negatività all’ebraismo sanno però che sono stati proprio dei cristiani convertiti all’islam come Titus Burckhardt, René Guénon e altri che con i loro scritti hanno diffuso il concetto che, essendo l’ebraismo la religione della giustizia, e il cristianesimo quella dell’amore, l’islam è la religione della sintesi, la religione completa e perfetta (Era uno dei ritornelli contro i quali è stato necessario lottare negli anni Settanta e Ottanta). Forse tra i cattolici con cariche importanti alcuni hanno la consapevolezza che l’abbraccio con l’islam può condurre anche alle conversioni all’islam (per non parlare di tutti gli altri pericoli)”.

CONCLUSIONI

Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi promossa dalla Chiesa Cattolica o da sue parti rilevanti:

1) La causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);

2) La causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero Islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).

Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e Islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.

Questa strategia (peraltro a lungo termine cieca e suicida anche per il cristianesimo stesso, ammesso che costoro vogliano sopravvivere e il loro odio verso i loro padri, noi e loro stessi non travalichi troppo), mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazareth:

-non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia Natura etc etc), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;

-evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù Ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;

-parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: marcionismo etico (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo)».



Fonte: 



a cura di Vittoria Scanu






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Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Incontro a Venezia sulla religione ebraica

inchiesta di Giulio Meotti sul Foglio


Dall’11 al 16 settembre a Venezia, l’Associazione biblica italiana organizza un convegno con studiosi italiani ed europei che sembra uscito dalle ombre del primo Novecento. “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Niente meno. L’Associazione, riconosciuta dalla Cei, di cui fanno parte esponenti del clero cattolico e protestante, 800 studiosi e professori di cultura laica e che il Papa ha salutato a Roma lo scorso settembre, discuterà delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. Degeneranti? L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e “l’ assolutismo”. “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, recita il programma veneziano.

Non si è fatta attendere la risposta, durissima, dei rabbini italiani. Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana, ha scritto ai vertici dell’Associazione biblica, denunciandone le posizioni, ma senza ottenere risposta. “Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato!”, scrive Laras nella lettera che il Foglio anticipa qui. “Certamente, indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni, emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione: un sentore carsico di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo; una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo; un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica”.
Secondo Laras, “questo programma dell’Associazione biblica italiana è la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta. Personalmente registro con dolore che uomini come Martini e il loro Magistero in relazione a Israele in seno alla chiesa siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”. Questa teologia ha conseguenze politiche, dice Laras: “La causa dell’instabilità del medio oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica); la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa). Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti”.
D’accordo con Laras i principali rabbini italiani, a cominciare da Roberto Della Rocca, responsabile dell’educazione nelle comunità ebraiche italiane. “Non voglio fare il processo alle intenzioni”, dice al Foglio il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. “Ma o è uno scivolone o è qualcosa di preoccupante. Sono argomentazioni teologiche usate nel passato come arma antiebraica il Dio vendicativo degli ebrei, il Dio della giustizia contrapposto al Dio dell’amore, usate come propaganda antiebraica. Quando si usano argomentazioni del genere a noi si alzano le antenne. La chiesa cattolica nel dialogo ebraico-cristiano ha superato queste argomentazioni. Sembra che ora vengano riprese. L’idea dell’ebraismo elitario che si sente superiore è stata usata nel passato in maniera preoccupante. E’ chiaramente il sospetto che si voglia avere una ricaduta sull’attualità, su Israele”.
D’accordo con Arbib il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che al Foglio dice: “O è una cosa fatta con piena coscienza e quindi gravissima, oppure non si rendono conto. Non è solo una analisi teologica, biblica, ma un discorso che si presta a essere contestualizzato al medio oriente, con implicazioni micidiali in politica”. Alla stesura della lettera di protesta dei rabbini ha partecipato anche un laico, David Meghnagi, docente a Roma Tre, esperto di didattica della Shoah e membro dell’Unione comunità ebraiche italiane. “Sono convinto che il convegno sia l’indice che dentro la chiesa, fra gli intellettuali e gli studiosi, gli elementi di marcionismo che l’hanno corrotta non sono stati superati”, dice Meghnagi al Foglio. “E sono presenti anche nella cultura laica che legge la Bibbia. Lo si vede negli interventi di Eugenio Scalfari su Repubblica, la contrapposizione fra il Dio veterotestamentario e quello del Nuovo Testamento. Nel 1990, alla prima giornata dell’amicizia fra ebrei e cristiani della Cei, mentre piovevano i missili su Tel Aviv da parte dell’Iraq, mi si avvicina un vescovo e mi dice: Lo sa quanta fatica noi cristiani facciamo per nobilitare il Vecchio Testamento?’. Il linguaggio cristiano rispetto agli ebrei presenta diverse patologie, compresa la valutazione degli ebrei come popolo decaduto, di cui si eredita la primogenitura. Solo dopo la Shoah c’è stata una rivalutazione. Nella cultura più ampia di molti laici e democratici ci sono pregiudizi che arrivano da questa visione”.
Ecco allora che in tante, troppe guerre, Israele finisce per diventare “il nuovo Erode” e i palestinesi “il nuovo Gesù”. “Siccome non viviamo nel vuoto, la scelta di privilegiare questa riflessione si incontra con una teologia palestinese e di matrice cristiano-orientale, che trova ascolto nei movimenti pacifisti e terzomondisti, che tende a vedere l’attuale contrapposizione in medio oriente come la riedizione su più vasta scala della violenza del Dio biblico, l’ebraismo della carne contrapposto allo spirito, i valori della terra contro quelli dello spirito”, conclude Meghnagi. “Vorrei citare un articolo di Gianni Baget Bozzo uscito sul Manifesto sulla guerra di Israele come violenza biblica, o quello di Scalfari su Repubblica che parlò del Dio della vendetta. Lo si vede anche nelle vignette di Forattini. E’ un elemento che è passato nella cultura attraverso la demonizzazione del sionismo, la falsa innocenza della diaspora rispetto allo stato-nazione ebraico da esecrare”.


Giulio Meotti sul FOGLIO

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L’Ebraismo è vita!

L’Ebraismo è vita!

“La lotta all’antisemitismo come strategia della civiltà”

Rav Giuseppe Laras

Caro direttore, l’importanza del ricordo come antidoto all’antisemitismo è ribadita in ogni commemorazione del Giorno della Memoria. Molto viene fatto. Con mezzi scientifici, tecnici e didattici si cerca di mostrare ciò che di infame ed efferato fu perpetrato dal nazifascismo in Europa — e non solo — dagli anni 30 del ‘900. Si è parlato. Si sono mostrate immagini agghiaccianti dei campi di sterminio, in cui strame fu fatto dei corpi di milioni di esseri umani. Si è ricorso ai superstiti vittime di tali brutture (ai quali va commossa gratitudine per lo sforzo, specie psichico, a cui si sottopongono) per rendere testimonianza dell’annientamento dell’essere umano e dello sterminio del Popolo Ebraico.


Le scuole accompagnano scolaresche ad Auschwitz perché «vedano» e «tocchino con mano» quello che, lungi dall’essere favola triste, è verità storica profanante e contraddicente i valori etici e spirituali dell’umanità e, specialmente, delle culture da secoli promananti dalla scaturigine biblica. Presso il grande pubblico si è purtroppo ridotto l’ebraismo alla Shoah. 

L’ebraismo è ben altro: Bibbia, Talmùd, persone, volti, lingue, Israele, Oriente e Occidente insieme. In Italia, poi, si tratta di un cammino di popolo e di cultura — in primis religiosa, ma non solo — , in dinamica osmosi con la cultura italiana non ebraica, perdurato 22 secoli, nonostante sofferenze ed emarginazioni.


Gli ebrei italiani hanno, almeno in parte, la responsabilità di non aver loro stessi sufficiente cognizione e coscienza di ciò. E di non averlo spesso convenientemente saputo trasmettere ad altri, compresi persino gli ebrei non italiani. Sembrerebbe che la memoria della Shoah non sia servita a granché: l’antisemitismo, mutante anche in antisionismo, con il suo corredo di discredito, violenza e morte, è vivo e vegeto, più aggressivo che mai in Europa e in terra di Islam. I giornali riportano bollettini di opinioni e fatti antisemiti. Non accadeva nulla di simile, con tale intensità e frequenza, dalla caduta del nazismo, inclusa l’ignavia di troppa cultura e politica occidentale. Si è sconfitto il nazismo perché gli ebrei debbano abbandonare nuovamente l’Europa o per vedere accostati da alcuni, con falsità assordante e perversa immoralità, nazifascismo e sionismo? Si è sconfitto il nazismo per tacitamente accordarsi con chi vuole distruggere in vario modo Israele e inficiare così ogni costruttiva, ancorché talvolta severa, critica che tale Stato, come qualsiasi realtà statuale, necessita? Conservare e trasmettere la memoria serve allora poco o niente? Se così fosse, sarebbe disperante. Potrebbe invece essere che questa memoria, che ci sforziamo di conservare e di attualizzare, in realtà non sappiamo trasmetterla come occorrerebbe, nonostante la grande dedizione di molti.

Può essere, infine, che alcuni fatti siano stati troppo sottostimati, come, per esempio, il rapporto, tutt’altro che occasionale e trascurabile, tra nazismo e Islam jihadista, quest’ultimo nutrito ed eccitato dalla Germania guglielmina prima e dal nazifascismo poi. Un’altra risposta all’inadeguatezza della memoria per combattere l’antisemitismo potrebbe dimorare nella gravità di tale malattia dell’anima e della mente, che non sarebbe aggredibile da alcuna terapia e che si presenterebbe quindi alla stregua di male endemico e cronico. Posso testimoniare che, come molti ebrei, sono nato con l’antisemitismo e con esso sono invecchiato.


Sono considerazioni amare. Se l’arma della memoria per contrastare questa infezione dell’umanità appare spuntata, dobbiamo interrogarci sul perché tale male risulti così duro a morire o, perlomeno, a essere contenuto e, al contempo, per converso, così facilmente pronto a infettare. Ciò che rende l’antisemitismo malattia incurabile è probabilmente la sua veneranda età. Quasi 2000 anni di presenza nella storia del mondo, sia in terra di cristianità sia in terra di Islam, con l’accompagnamento devastante di predicazioni e azioni ininterrottamente rivolte contro l’ebreo, deicida per troppi secoli per i primi e kafir per molti dei secondi, meritevole dunque di discredito e punizione. Troppo tempo per non provocare catastrofi e l’assunzione dell’ebreo (specie in Europa, cristiana prima e purtroppo scristianizzata poi) a paradigma del male, come tale infido e mostruoso. So bene che, almeno in certi Paesi, qualcosa è cambiato, specie nella coscienza di molti amici cristiani che hanno riconosciuto con coraggio e onestà un nesso causale tra devastazioni hitleriane della Shoah e antiebraismo cristiano, nascente anticamente con le tentazioni marcionite ma presente e serpeggiante per secoli e ancora oggi, laicizzatosi poi nell’antisemitismo moderno di matrice illuminista, quest’ultimo mai davvero seriamente analizzato e meditato dalla storia del pensiero politico e filosofico occidentale.


So bene che il Dialogo ebraico-cristiano, nato dopo la Shoah, nonostante alti e bassi e vita relativamente breve, offre un ausilio alla lotta all’antisemitismo, agendo in parte da «farmaco sperimentale», contributo forse non imponente e risolutivo, ma significativo e prezioso per i contenuti di amicizia e passione che lo alimentano da parte sia cristiana sia ebraica. La lotta attiva e concreta all’antisemitismo (incluso l’antisionismo), nelle sue mutevoli e subdole forme, deve quindi trovare oggi accoglienza con coraggio e acribia, studio e passione, anche presso i cristiani e le Chiese. Altrimenti il Dialogo andrà erodendosi. Per rispondere all’interrogativo se il Giorno della Memoria, nonostante i limiti che presenta, possa continuare a essere proposto come momento non trascurabile di una strategia della civiltà e dell’umanizzazione, giudiziosamente dobbiamo concludere che, disattendendolo e smarrendolo, ci priveremmo di un prezioso freno inibitore.


Corriere della Sera 25.1.2016    

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Laras: Il coraggio della verità

Laras: Il coraggio della verità

Rav  Giuseppe Laras

Lutto e dolore accompagnano una guerra difficile e lunga, combattuta anche con la dissimulazione e la strategia della confusione. Alleati dell’Islam jihadista (Isis, Fratelli Musulmani, Hamas, Al Qaeda, Hezbollah e Iran) sono quei politici, pensatori, storici e religiosi che hanno distorto la pace in pacifismo, la tolleranza e l’inclusione in laissez-faire, la forza della verità in debolezza dell’opinione arbitraria, il dialogo in liceità di ogni espressione, il sano dissenso in intollerante conformismo politically correct. Questi occidentali “odiatori di sé” sono complici. Hanno svenduto alla sottomissione la libertà per cui mai personalmente lottarono o pagarono. Questa è la triste fotografia dell’inadeguatezza politica e culturale di molti europei.

É un clima che richiama l’ascesa del nazismo. Possiamo crederci o no, ma ciò che colpisce l’Europa oggi è l’inevitabile reiterazione di problemi che Israele ha da decenni: sopravvivere allo jihadismo che nutre menti, cuori e attese politico-religiose di troppi musulmani, anche se non di tutti. Come non sentirsi profondamente vicini anche alle famiglie delle vittime musulmane degli attacchi parigini?

Il dramma è che, con cieca ignoranza, la cultura laicista considera, semplificandolo, l’Islam politico realtà consimile e analoga a cristianesimo ed ebraismo e alle loro storie, anch’esse non prive di ombre. Le cose non stanno così. Finiamola con il mantra buonista, esorcistico dei problemi nell’immediato ma amplificante gli stessi nel tempo, della “religione di pace”. Si vedano le piazze dei Paesi Islamici giubilanti per i fatti parigini, come per Charlie, per i morti ebrei, per le Twin Towers. Che dire dei Bhuddah monumentali abbattuti dai talebani? Non insultiamo l’intelligenza con “questo non è Islam”. Basta con sensi di colpa anacronistici per crociate e colonialismo: la city di Londra, mezza Parigi e i nuovi grattacieli milanesi sono oggi di proprietà islamica. Circa il colonialismo, perché non ascoltare anche le voci dissonanti degli ebrei e dei cristiani locali (armeni, caldei, copti), che all’epoca non erano contrari (costituendo ampia parte della popolazione dei Paesi nordafricani e mediorientali) alla colonizzazione che li sollevò da secoli di dhimmitudine? Certi storici su ciò tacciano, minimizzando. E questo non significa affatto assolvere da responsabilità i governi coloniali.

L’Islam politico ha armi potenti: le demografie europee, da decenni non governate nei nostri Paesi, e il fatto che tiene in pugno le economie di numerosi Stati occidentali, con popolazioni vecchie e in decrescita economica. Alla convenienza ora si aggiunge il terrore. Alcuni ritengono, paralizzati da paure economiche, demografiche e belliche, di patteggiare con i mandanti del terrore, proponendo maggiore “inclusione” e “integrazione”, giustificando l’intollerabile e pensando che, venendo a patti col male, si scongiuri il peggio. Non funziona così: arretrando si arretra sempre più.

Veniamo agli ebrei. Noi siamo i primi nemici. Ogni attacco in Europa riguardò anche gli ebrei. Solo che, per sconvolgere i nostri concittadini in Europa, il nostro sangue non é bastato e non ha avuto importanza. Tutti ricordano Charlie Hebdo. E i morti di Tolosa? Di Brussels? Del ristorante kasher di Parigi contestuale a Charlie? Cari europei, ammettiamolo, si trattò solo di ebrei. Di irriducibili rompiscatole che turbano, con la nostra storia di persecuzione in Europa, la buona coscienza di questo crepuscolare continente. Nulla di più allettante, quindi, di trasferire sensi di colpa e inquietudini identitarie verso un disappunto censorio su Israele per la questione palestinese. Ma non è una questione palestinese, é anzitutto una questione islamico-politica. È per questo che, in definitiva, indipendentemente dagli errori di entrambe le parti, non si procede nel necessario cammino verso la pace.

Gli ebrei, ora come in passato, sarebbero causa dei mali del mondo. Se non ci fosse Israele, sostengono molti -musulmani e non-, vi sarebbe pace con l’Islam. È falso. È una “verità apparente” trasformata in dogma. I jihadisti lo sanno bene e sosterranno questa tesi avvelenata e allettante per far credere che solo così tornerà a esservi pace, anche in Europa. Fu la tentazione delle Chiese cristiane arabe con il panarabismo. I risultati? Fuggiti gli ebrei, purtroppo muoiono loro, tra silenzi e balbettii dei cristiani d’Occidente. Settant’anni fa l’Europa ebbe paura e molti capi di governo pensarono che si potesse scendere a patti. Conosciamo le conseguenze.

Erodiamo la libertà e le singole libertà e ancora cederemo. Indeboliamo il cristianesimo e l’ebraismo europei e offriremo ai nostri comuni odiatori, tutt’altro che sprovveduti, nuovi strumenti di sopraffazione e d’odio.

Concittadini, da 2000 anni in Europa dimorano gli ebrei, maltrattati, trasformati in mostri, additati come colpevoli di nefandezze, uccisi in camere a gas. Oggi siamo biasimati in quanto israeliani o filo-israeliani. Tuttavia, durante XX secoli, mai gli ebrei, se non nei deliri degli antisemiti, auspicarono la fine della religione cristiana o la sovversione di cultura e istituzioni occidentali (vi furono al massimo esasperazione e disperazione per le persecuzioni subite). Parimenti mai gli ebrei invocarono -o suggerirono ad altri- la fine dell’Islam o dei Paesi Islamici. Oggi il cristianesimo è vilipeso e perseguitato, si vogliono annientare le nostre libertà e sovvertire le nostre istituzioni laiche. Ritengo inusitato e colpevolmente utopistico che alcuni invitino a fronteggiare questa violenza inaudita e dilagante senza il ricorso alla forza legittima e necessaria.

 L’Europa potrebbe in un futuro risultare inospitale per gli ebrei (in Francia è già realtà). Questo è uno degli obiettivi dei jihadisti. Se così dovesse essere, l’Europa diverrà un territorio desolato e inospitale per tutti coloro che amano e difendono la propria e l’altrui libertà. E non ci sarà nemmeno spazio per i musulmani onesti e pacifici (ahimè troppo silenti).

Per fronteggiare il presente, occorrono saldo spirito razionale, energia e coraggio. L’alternativa è tra libertà e sottomissione (ai Fratelli Musulmani, Hamas, Isis, Al Qaeda, Iran, Hezbollah et similia). Tutti noi, con la viltà, otterremo solo sottomissione. Mai libertà.

Circa gli autori dei massacri, i loro compagni e chi applaude loro, come si può pensare che l’Unico e Onnipotente, buono e giusto, tolleri o gradisca questa furia omicida e le sofferenze ingiuste e blasfeme inflitte alle Sue creature?

Giuseppe Laras
18/11/2015
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Un rabbino Dottore Honoris Causa

Un rabbino Dottore Honoris Causa

Rav Giuseppe Laras, presidente emerito dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, sarà il primo ebreo Dottore Honoris Causa.
Prof. Rav Giuseppe Laras

               

di Anna Mangiarotti  

MILANO – Giuseppe Laras Dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana honoris causa. Con la cerimonia ufficiale, nel 2015, legittimata dalla presenza del cardinale Angelo Scola, per la prima volta un ebreo entrerà a far parte del collegio di studiosi che rappresenta la vera anima dell’istituzione creata nel Seicento dal cardinale Federico Borromeo.
Subito straordinario centro di cultura d’avanguardia, aperta al pubblico, la grande magnifica Ambrosiana di Milano ora conferma la città punto di riferimento qualificato, in Europa e non solo, per il dialogo interreligioso. Promosso dal cardinal Martini proprio insieme a Laras.

Legati, i due testimoni di fede, da forti sentimenti di stima e soprattutto sincera amicizia, per un confronto ampio e civile su temi etici di valore universale come la famiglia, il lavoro, la pace. All’inizio degli anni ’80, l’avvio di una svolta che il futuro saprà valutare in tutta la sua importanza. Intanto, la riflessione sui Dieci Comandamenti è arrivata in tv. Ma prima di diventare pop, è stata condivisa dai cittadini ambrosiani, cristiani e non, tutti figli di Abramo. 
Già Accademico fondatore della Classe di Studi sul Vicino Oriente della stessa Ambrosiana nel 2009, il torinese Laras, 79 anni, attualmente presidente del Tribunale Rabbinico dell’Italia Settentrionale, nel capoluogo lombardo è stato rabbino tra il 1980 e il 2005, oltre che docente all’Università degli Studi.
Coerenti, le sue dichiarazioni a proposito dell’evento messianico, quale annuncio di riconciliazione non solo familiare e intergenerazionale, e di re-incontro e di ricomposizione nell’unità di fede nel Dio unico fra popoli, creature e credi diversi. Alle sue lezioni presso la Fondazione Maimonide, da lui voluta a Milano nel nome di un pensatore del XII secolo che mise a confronto l’identità ebraica con la cultura greco-latina e il pensiero islamico, ha partecipato anche monsignor Franco Buzzi, prefetto dell’ Ambrosiana. Che nella nomina di Laras vede rafforzata una secolare tradizione d’impegno comune: «Tanto più significativo nel nostro tempo, travagliato da problemi che, per meglio essere affrontati, necessitano di sinergie consapevoli e appassionate».

(il Giorno, 31 dicembre 2014)

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Israele:dialogo ebraico-cristiano

Israele:dialogo ebraico-cristiano

All’ombra dei pini di Galilea, un’energia di pace

 

In Israele si è concluso il primo viaggio interreligioso per il dialogo-ebraico cristiano. Un evento importante e unico, alla presenza di cardinali, vescovi e rabbini, culminato col bosco piantato in memoria del Cardinal Martini 

 

Di Marina Diwan

Dalle spiagge di Tel Aviv alle mura di Gerusalemme, alle rive del lago di Tiberiade. Dal contatto diretto con la modernità d’Israele alla pionieristica fondazione dello Stato ebraico, alla storia biblica più antica e comune alle religioni monoteistiche. Fino alla preghiera comune davanti al Kotel e gli alberi in memoria del Cardinale Carlo Maria Martini, piantati su una ventosa collina della Galilea.

Si è concluso ieri Ebrei e cristiani in viaggio, un “pellegrinaggio interreligioso” che dal 9 al 18 giugno ha visto un gruppo di circa un centinaio di persone visitare Tel Aviv, Gerusalemme e la Galilea. Un evento storico fortemente voluto da rav Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia e Rabbino emerito di Milano, per dare futuro a quel dialogo ebraico-cristiano che fu costruito e condiviso con il Cardinale Martini, scomparso il 31 agosto scorso. E dedicare così all’amico, grande amante di Israele dove visse per diversi anni, una foresta di 5000 alberi nei pressi del lago di Tiberiade, con il patrocinio del Keren Kayemet Leisrael. Sfortunatamente, per motivi di salute, rav Laras non ha potuto prendere parte al viaggio, che è stato comunque un grande successo a testimonianza che i progetti bene ispirati dai loro ideatori sono figli capaci di camminare con le loro gambe. A dirigere l’iniziativa si sono distinti con generosità i suoi collaboratori: rav Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica d’Italia, e l’assistente di rav Laras, Vittorio Robiati Bendaud, le due anime guida del percorso.

«La novità di questo evento», spiega Bendaud, «sta nell’incontro di ebrei e cristiani credenti e ortodossi che viaggiano per condividere un’avventura di conoscenza reciproca e per pregare insieme», e «senza snaturare l’identità di ciascuno, mantenendo il rispetto delle diversità reciproche», precisa rav Richetti.
 
Obiettivo? Far conoscere la realtà ebraica israeliana a un gruppo di cristiani provenienti da tutta Italia, cristiani che erano in netta maggioranza. Gli ebrei invece, una decina, principalmente da Milano, hanno assolto al compito di ciceroni, per rispondere alle infinite curiosità e domande dei compagni di viaggio. «Volevamo comprendere le ragioni dell’altro vivendo gomito a gomito, avere occhi aperti e cuore disponibile. Questo forse è stato il vero valore di questo viaggio», ha dichiarato monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo di Milano, accompagnatore spirituale del gruppo fin dal primo giorno in Israele. Il duetto religioso caratterizzato dalla sua voce dolce e pacata e dalla prorompente verve canora di rav Richetti ha accompagnato la comitiva per tutto l’itinerario, una “strana coppia” davvero ben assortita. Due pullman hanno percorso le strade di Israele per seguire un programma fitto di appuntamenti.

Insieme al Kotel

Tutto è iniziato a Tel Aviv, due giorni alla scoperta dell’antica Yaffo, della realtà israeliana moderna e della storia pionieristica della fondazione dello Stato ebraico, tra la casa di Ben Gurion e la visita alla Indipendence Hall, in cui si sono rivissuti i momenti eroici del manipolo di ebrei che, sfidando la minaccia della Lega Araba e delle cautele delle autorità internazionali, hanno dichiarato l’indipendenza dello Stato di Israele. Non poteva mancare l’incontro molto apprezzato dal gruppo con rav Israel Meir Lau, il Rabbino capo di Tel Aviv-Yaffo, emerito Rabbino capo di Israele, protagonista della famosa stretta di mano con il Pontefice Giovanni Paolo II che, nelle intenzioni di Papa Wojtila doveva servire a “togliere il tappeto sotto ai piedi” di chi ancora professa l’antico antigiudaismo religioso da 50 anni azzerato dal Concilio Vaticano II.

Sono seguiti cinque giorni a Gerusalemme, dove si è passati dalle antiche pietre della città vecchia alla realtà più scottante. Inedita e sorprendente la visita alla Corte Suprema, capolavoro dell’architettura contemporanea progettato dall’architetto Ada Carmi per manifestare attraverso le forme e lo spazio lo spirito di giustizia della sapienza ebraica che deve ispirare chi è chiamato ad amministrarla. Significativa la sua posizione elevata rispetto alla Knesset, il Parlamento, a sancire che il potere degli uomini politici deve essere assoggettato alle regole di Giustizia, argomento che ha comprensibilmente toccato il pubblico italiano, colpito anche dalla passione politica e progettuale del sindaco di Tel Aviv, Ron Hudai e del vicesindaco di Gerusalemme, Naomi Tsur, che abbiamo incontrato nei palazzi delle rispettive municipalità.

Proprio nella città Santa l’incontro tra ebrei e cristiani ha vissuto il suo momento più significativo e commovente: la preghiera comune davanti al Kotel, il Muro del pianto. A dare man forte a rav Richetti, a Bendaud e a Monsignor Borgonovo sono giunti, dopo pochi giorni, il Cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, rav Eugene Korn dell’International Jewish Commitee e del Center for the Jewish-Christian Understanding & Cooperation, il teologo valdese Gioacchino Pistone e il professor David Meghnagi, docente di psicologia e direttore del Master Internazionale sulla Shoah. Insieme a tutto il gruppo di viaggiatori hanno recitato i Tehillim-Salmi ad alta voce, in ebraico e in italiano, una preghiera comune, un’energia di pace molto potente. Il tutto sotto lo sguardo stupito dei chassidim presenti, dapprima curiosi e poi compiaciuti per il significato simbolico dell’evento. Altro momento di condivisione religiosa si è avuto durante le celebrazioni dello shabbat nella cornice del Tempio italiano a Gerusalemme, che riporta gli arredi della antica sinagoga di Conegliano Veneto. A Yerushalaim non è mancata la visita a Yad Vashem con la presentazione di David Meghnagi che ha sottolineato come il museo con il suo “giardino dei giusti” e l’intera realtà di Israele siano la testimonianza della capacità profonda del popolo ebraico di saper perdonare e guardare al futuro con fede rinnovata.

Le stesse radici

Momento atteso e culminante di tutto il viaggio è stato l’approdo in Galilea, domenica 16 giugno. Sulla collina di Giv’at Avni, nei pressi del lago di Tiberiade, sventolavano le bandiere di Israele, d’Italia e del KKL per piantare gli alberi in memoria del Cardinale Martini, uomo del dialogo con gli ebrei, che amava chiamare “i nostri fratelli maggiori”. Gli è stata dedicata oggi una foresta di 5000 alberi con il patrocinio del Keren Kayemet Leisrael. Oltre alle personalità già citate al Kotel, erano presenti Maris Martini, sorella del Cardinale presente durante tutto il viaggio, suo figlio Giovanni, Raffaele Sassun, presidente del Kkl Italia, Silvio Tedeschi del KKl di Milano, il portavoce del Rabbino capo d’Israele rav Angel Kreiman e l’ambasciatore italiano in Israele, Francesco Talò. La foresta accoglie lo spirito del Cardinale che avrebbe voluto essere seppellito in Israele.

Simbolo di vita e futuro per veder crescere con gli alberi anche il dialogo tra ebrei e cristiani, momento chiave del viaggio, testimonianza di un’amicizia e affetto, la cerimonia ha rappresentato il culmine dell’itinerario che si è concluso con le visite a Cafarnao, Sephoris e Cesarea.
 
«Condividere un’esperienza di conoscenza reciproca, pregare insieme e onorare la memoria del Cardinal Martini»; «ritrovare le nostre radici bibliche, vivere la vita ebraica, lo Shabbat e comprendere in quale contesto si muoveva Gesù»; «contattare l’intelligenza e l’impegno di un popolo che ha costruito questo paese con creatività e determinazione»… Questi solo alcuni dei commenti dei partecipanti, tutti coinvolti nel cammino di dialogo, amicizia e comprensione reciproche sempre più diffusi nel mondo cristiano ed ebraico. A proposito del quale possiamo traslare le parole che furono di Theodor Herzel: “se vorrete non sarà un sogno”.

Fonte: mosaico-cem.it
Gerusalemme, 19/06/2013 

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