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La lettera di Laura Malchiodi al Papa

La lettera di Laura Malchiodi al Papa

Dopo il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della santa sede

Sua Santità, Le scrivo, ancora, perché trovo sempre più difficile considerarmi Cattolica. Eppure sono sempre stata molto vicina alla Chiesa, grazie anche al fatto che provengo da una famiglia molto religiosa, con due pro-zii Vescovi (Umberto Malchiodi, Vescovo di Piacenza e Gaetano Malchiodi, Vescovo a Loreto, erano fratelli di mio nonno Aldo)… ma non solo per questo. La lettura dei Vangeli, che ho cominciato alle medie e quella della Bibbia, che ho iniziato ad affrontare nel 1972, a 15 anni (grazie al regalo di zio don Umberto), mi hanno sempre più coinvolta. Ho poi conosciuto Madre Speranza, che mi ha detto che sarei rimasta delusa dalla Chiesa, ma che avrei dovuto lottare contro le sue storture e non avrei dovuto abbandonarla… Lei mi sta rendendo estremamente difficile mantenere questa promessa. Oggi, per la prima volta nella mia vita, non me la sento di andare a Messa.

E pensare che ero così felice quando L’ho vista la prima volta!

La Sua scelta del nome Francesco (il mio Santo preferito) mi aveva fatto sperare che Lei volesse in qualche modo testimoniare il suo distacco dai capitoli bui della nostra storia, che hanno visto i Gesuiti come protagonisti di pogrom e persecuzioni orribili nei confronti degli Ebrei… ma evidentemente mi sbagliavo.

E non Le scrivo solo a mio nome. Miei amici, conoscenti e parenti ogni giorno mi confessano il loro imbarazzo profondo e la crisi che stanno attraversando, grazie a Lei.

Le sue gaffes imbarazzanti in occasione del suo viaggio in Israele e in Cisgiordania… il suo assordante silenzio in occasione del rapimento dei tre ragazzi israeliani e la sua sollecita preghiera in occasione della tragica vendetta su un ragazzo palestinese, … la Sua assenza al Convegno ecumenico di Salerno dello scorso novembre (ha preferito andare ad elogiare il fedele alleato di Hamas, in Turchia),… e adesso il suo riconoscimento dello Stato Palestinese e la sua elezione di un capo terrorista ad “angelo della pace”… mi hanno sconvolta e profondamente ferita.

In questi mesi mi sono domandata il perché.

Ho pensato che forse Lei non ha letto mai gli statuti di Olp e Hamas, che negano in assoluto la possibilità di esistere a Israele (se è questo il caso, La invito a farlo subito). Condivido l’opinione che la pace in Israele potrà essere raggiunta solo attraverso negoziati che prevedano due Stati, e credo che sia questo il punto che l’Occidente dovrebbe sottolineare e pretendere, anche e soprattutto dai Palestinesi. È infatti noto che è questo il punto dolente, perché per Statuto, sia Olp che Hamas non possono accettare l’esistenza dello Stato ebraico israeliano ed è su questo punto, su questa richiesta di RECIPROCITÀ, che si sono arenati tutti i negoziati di pace.

L’Occidente finge di sostenere Israele, ma accetta che Israele non possa scegliere la propria capitale storica, Gerusalemme, perché l’idea non piace ai Palestinesi. E ai Palestinesi l’idea non piace perché per negare il futuro al popolo israeliano, negano anche la loro storia e la loro presenza millenaria in quei territori. (Stanno negando anche la nostra storia, al punto da dichiarare che Abramo e Gesù non erano ebrei, ma palestinesi… e celebrando la Liturgia a Betlemme con alle spalle quel manifesto di propaganda palestinese, Lei ha avvalorato – spero inconsapevolmente – questa assurda tesi…). Una cosa analoga è avvenuta in Armenia circa cento anni fa, e anche allora l’Occidente ha assistito indifferente (quando non ha collaborato attivamente) al genocidio armeno che ne è seguito.

Mi sono detta che forse non ha saputo della sentenza emessa dalla corte francese di Versailles, del 2013 (ed è risaputo che la Francia con Ebrei e Israele non è affatto tenera!). In questa occasione, il tribunale di Versailles ha stabilito che – secondo il diritto internazionale – quella di Giudea e Samaria è un’occupazione legittima, che non viola nessuna norma internazionale, contrariamente a quanto sostiene la propaganda di Olp e Anp, propaganda che – come sottolineato nella sentenza di Versailles – non costituisce diritto internazionale.

O forse, mi sono detta, non ha saputo che recentemente Anp e Olp e Hamas sono stati accusati di terrorismo da un altro tribunale, a New York. Anche il Suo interlocutore preferito, “l’angelo della pace” Abu Mazen, è stato condannato per atti terrorismo in questa occasione…. E una banca giordana è stata multata per aver finanziato, con prestiti, il terrorismo di Hamas. (E questo dovrebbe mettere in serio imbarazzo anche l’Europa, che da anni offre generosi finanziamenti ai Palestinesi, senza preoccuparsi di come vengono utilizzati).

Ma mi sono anche detta che una persona che sta utilizzando il potere politico che ha Lei, non può non aver prima studiato con attenzione la situazione e la storia di quei territori… quindi Le chiedo: perché?

Perché non ha reagito neppure alla richiesta europea e dell’Italia dell’etichettatura obbligatoria per le aziende israeliane che operano in Samaria e Giudea?

È difficile capire questa scelta italiana, anche considerando le ripetute promesse del nostro Governo di sostenere Israele, in quanto unico Stato democratico in mezzo ad una polveriera impazzita e minacciato seriamente dall’Iran.

È evidente che lo scopo della richiesta dell’etichettatura è finalizzata ad un prossimo boicottaggio, già in uso presso le cooperative italiane – e non solo – e che tanto ricorda le prime leggi razziali del periodo fascista… Davvero non comprende che cosa significa boicottare le aziende israeliane, dove lavorano anche molti arabi palestinesi e israeliani? Significa boicottare la normalizzazione, l’integrazione, la dignità di quel popolo, dignità che si ottiene con il lavoro, come Lei stesso ultimamente ha spesso ripetuto in riferimento alla disoccupazione in Italia. E boicottare questo, boicottare la normalizzazione, significa boicottare la pace.

Gli oltre 800.000 ebrei che vivevano da secoli nei paesi arabi, che dalla fine degli anni ’40 sono stati espropriati di soldi, case e terreni (i terreni espropriati corrispondevano a circa 5 volte lo Stato di Israele), sono stati accolti dal piccolo neonato stato israeliano e hanno avuto la possibilità di ricostruirsi una vita. Possibilità negata ai profughi palestinesi, visto che i Paesi arabi hanno rifiutato anche la proposta di dare loro parte delle ricchezze e dei terreni espropriati agli ebrei. Possibilità negata perché solo costringendoli a vivere da profughi, in cattività, impediscono loro di sentirsi uomini liberi e quindi non desiderosi di recriminare diritti assurdi (perché solo ai discendenti dei palestinesi questo diritto? Perché non ai discendenti degli ebrei? O degli italiani cacciati dall’Istria?…)

Ha mai pensato a cosa può condurre la Sua politica per i figli e i nipoti di quegli ebrei, che con tanta fatica si sono ricostruiti una vita, in Israele? Davvero considera giusto e legittimo sostenere chi li vuole – ancora una volta – cacciare ed espropriare di tutto? Anche della loro vita?

Sono trascorsi solo 70 anni dalla nostra presunta liberazione dal nazismo, dalle leggi razziali, da un antisemitismo becero e vergognoso. Cinquant’anni fa, veniva firmato il documento Nostra Aetate che avrebbe dovuto modificare radicalmente anche i rapporti tra Chiesa e mondo ebraico, aprendoci ad un dialogo onesto e alla pari (e non si immagina quanto mi renda orgogliosa l’ultima firma di quel documento!)

Eppure oggi, come negli anni ’20, stiamo ripercorrendo la stessa strada, commettendo gli stessi errori. E questo fa molto male.
E fa ancora più male assistere, ancora, impotenti, a certi comportamenti antisemiti in seno alla Chiesa…. ai vertici della Chiesa.
Sembra che quello che Le interessa non sia la pace in quei territori martoriati, ma colpire gli Ebrei…
Devo pensare che lo faccia per salvaguardare la vita dei cristiani in Medio Oriente e in Occidente? La storia ci insegna a non fidarci di tali allenze! Oltre al fatto che noi Cristiani siamo chiamati a fare scelte coraggiose! E il Vescovo di Roma dovrebbe essere il primo a dare l’esempio…

Le ho già scritto altre volte… allora speravo in una Sua risposta, perché lo stato in cui mi trovo – soprattutto per questi motivi – è davvero grave. Anche stanotte non ho dormito e Le ho twittato… ma evidentemente non Le interessa l’avermi ferita, così profondamente. D’altra parte chi sono io, per destare il Suo interesse?

Mi scuso per la durezza della mia lettera… ma quando sto male mi è difficile nascondere il mio stato e la gravità dei suoi ultimi atti non mi ha dato scelta.

Continuerò a pregare per Lei e perché il Signore mi aiuti a perdonarLa.

Laura Malchiodi

Fonte: www.Kolot.it

18 maggio 2015

Antisemitismo, Comunità Ebraiche, Cristianesimo, IsraeleTag:Abu Mazen,Palestina, Papa Francesco

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MANIFESTO Intellettuali ebrei e cattolici

MANIFESTO Intellettuali ebrei e cattolici

“Solidarietà al Popolo Armeno, al Catholicos e al Papa”.    
 

MANIFESTO (testo integrale)    

In relazione al Genocidio Armeno lasciano sconcertati, turbati e profondamente feriti le parole del Sotto-Segretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri Sandro Gozi, a maggior ragione considerando il fatto che è italiana la responsabile della politica estera dell’Unione Europea. Preoccupano inoltre i timori e i silenzi di altri governi occidentali. Eppure esistono coraggiose voci di intellettuali turchi e di persone di quella società civile che hanno apertamente riconosciuto il Genocidio Armeno.

Quanto sofferto dal Popolo Armeno (e dalle altre antiche Comunità cristiane orientali dell’Impero Ottomano) non è questione di interpretazioni, bensì un fatto innegabile, drammatico e terribile, con i suoi orrori documentati, i suoi testimoni, i suoi aguzzini. E gli storici si sono già sufficientemente espressi, in maniera inoppugnabile.

Si tratta di un fatto che per decenni è stato parzialmente occultato e abbondantemente negletto da una certa “cultura”. Colpevolmente.

Il Genocidio Armeno coinvolse in primo luogo i turchi, ma non solo: fu certo una questione etnico-politica, ma fu anche una questione di “teologia politica” (il jihad contro gli Armeni), come testimoniano le conversioni forzate dei bambini armeni, la compravendita di schiavi armeni e altre ignominie perpetrate. E su tutte queste cose, anche in relazione all’attualità delle persecuzioni delle antichissime comunità cristiane di Oriente oggi la cultura e la politica occidentale non hanno ancora sufficientemente meditato –quando non si tratta, invece, di abissale ignoranza-.

Il Genocidio Armeno coinvolse Oriente e Occidente. Molti Paesi europei (in primo luogo la Germania) sapevano, non intervennero, ma anzi collaborarono. Un’intesa tra persecutori. Lo stesso è accaduto, pur con molte imprescindibili differenze, con la Shoah, che coinvolse Occidente (fascista e nazista) e parti del mondo arabo-islamico. Basti pensare al Gran Muftì di Gerusalemme dell’epoca. E che dire di alcuni militari tedeschi (e/o dei loro figli) che, dopo aver collaborato a uccidere gli Armeni, furono attivi aguzzini nelle varie macchine della morte della Germania nazista e dei suoi alleati? Certamente vi furono eroi solitari che si opposero in vario modo al male, ma furono purtroppo troppo pochi. In Oriente e in Occidente sembrano esserci oggi non pochi individui disposti ad avallare entrambi i negazionismi: la negazione della Shoah in buona parte del mondo islamico, assieme ai negazionisti occidentali e a molti musulmani di Occidente; la negazione del Genocidio Armeno in Turchia e in ampia parte del mondo islamico, assieme agli imbarazzi, alle cautele e ai silenzi di non pochi pavidi governi occidentali.

C’è poi la questione del rapporto tra ebrei e cristiani. E dei cristiani, di diverse confessioni, tra di loro. Molti armeni (cristiani dunque, in quanto prima Nazione che accettò la fede cristiana al mondo) furono salvati dagli ebrei, ben prima del difficile cammino di riconciliazione, successivo alla Shoah, tra Chiese ed ebraismo, quando gli ebrei erano ancora vittime della secolare persecuzione antiebraica, della “teologia della sostituzione” e dell’ “insegnamento del disprezzo”. Ci sono poi stati, ieri come oggi, i molti silenzi dei cristiani occidentali, cattolici o riformati che fossero. Vien da pensare a che servano i tanti incontri interconfessionali tra le Chiese cristiane su questioni dottrinali forse “lontane”, quando non si è capaci di preservare, con dignità, fermezza e tenacia, il ricordo comune, commosso e orante, dei centinaia di migliaia di martiri armeni di ieri, al pari dell’impegno per salvare i cristiani di Oriente oggi?

E vien da porre una domanda ai governi occidentali e agli esponenti della cultura occidentale: se non riuscite a indignarvi e a impegnarvi per il tentativo in atto di cancellazione del ricordo di centinaia di migliaia di uccisi di ieri, e voltate silenti e imbarazzati le spalle, cosa dobbiamo aspettarci –Dio non voglia- per le minoranze cristiane -ed ebraica- nel Vicino Oriente? E ancora, che futuro per l’Occidente e per il mondo libero?

È evidente che i “prudenti” politici ed intellettuali più o meno apertamente negazionisti del Genocidio Armeno, lo sono per un malinteso senso di “opportunità” politica ed economica, che va dai petrodollari agli scambi commerciali, dalle strategie geopolitiche sino alle nuove demografie religiose in Europa. Noi viviamo in un’epoca in cui, per la prima volta, l’economia detta potentemente, e senza quasi possibilità di appello, l’agenda alla politica. Ed è così che, per motivi economici, le conquiste, tanto giuridico-sociali che economiche, del cd. welfare, negli ultimi anni sono state esposte a insidiose erosioni. Si pensi a questo, a un certo Occidente (imbelle, edonista, nichilista e dimentico -scientemente e non- delle proprie viventi radici bibliche e greche) e al fatto che sempre maggiori fette della produttività e dell’economia occidentali sono in mano a capitali stranieri legati, per esempio, ai petrodollari: perdita di sovranità economica e quindi potenziale futura perdita di sovranità politica e culturale. E se si inizia “per opportunità” a negare un Genocidio, per motivi di diversa “opportunità” se ne potrà domani negare un altro, chiudere gli occhi su quello dei cristiani di Oriente (e di zoroastriani e yazidi) in corso e magari, perché no, commetterne poi uno.

Chi scrive ha origini, cultura e confessione religiosa differente e crede, specie nella nostra tormentata e difficile contemporaneità, che la necessaria e continuamente rinnovantesi pacificazione tra le persone e i popoli debba basarsi sul rispetto e sulla vicendevole, approfondita e onesta conoscenza. Un cammino difficile, estraneo a silenzi, revisionismi o negazioni della verità.

Chi scrive, infine, desidera ricordare, manifestando piena solidarietà e vicinanza ai figli e alle figlie del Popolo Armeno, al loro Catholicos e a Papa Francesco.

Coro giovani Armene – Basilica  S. Pietro – Domenica 12 aprile 2015






Andrée Ruth Shammah

Annamaria Samuelli

Antonia Arslan

Antonietta Cargnel

Maria e Paolo De Benedetti

Marina Mavian

Rosellina Archinto

Rav Giuseppe Laras

Rav Roberto Della Rocca

Rav Alfonso Arbib

S.E. Mons. Luciano Monari

S.E. Mons. Luigi Negri

p. Pierbattista Pizzaballa, ofm

p. Lino Dan, sJ

p. Giulio Michelini, ofm

Mons. Gianantonio Borgonovo

Mons. Luigi Nason

Mons. Francesco Iannone

don Maurizio Ventura

Philippe Daverio

Salvatore Natoli

Alberto Jori

Carlo Sini

Riccardo Calimani

Guido Guastalla

Vittorio Robiati Bendaud

Cosimo Buongiorno

Aldo Ferrari

Bruno Dapei

Stefano Boeri

Beppe Severgnini 





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Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Quali sono i numeri di Israele in vista del viaggio di Papa Francesco? 

Sergio Della Pergola

Ci risponde Sergio Della Pergola, professore israeliano di origine italiana, riconosciuto come la principale autorità in tema di demografia e di statistiche relative alla popolazione ebraica in tutto il mondo. Aleteia lo ha intervistato per conoscere da vicino le “cifre” del popolo israeliano (ebraico ma anche cristiano) e per avere uno sguardo “accademico” sull’arrivo del Papa in Terra Santa.

Cominciamo con i numeri. Quanti sono oggi gli ebrei che vivono in Israele e da chi è composta la popolazione ebraica?

La popolazione ebraica ha superato i 6.100.000 di persone ai quali bisogna aggiungere circa 350.000 membri di famiglie ebraiche che però non solo tali in quanto provenienti da famiglie dell’ex Unione Sovietica, per cui una parte della famiglia è membro di altre religioni o non ha alcuna appartenenza religiosa.

Poi ci sono circa 160.000 cristiani in Israele e ci sono circa 130 000 drusi. Di questi Cristiani 125.000/ 130.000 sono di etnia araba, quindi della popolazione veterana, e gli altri provengono da matrimoni misti di ebrei immigrati più di recente che sono registrati come cristiani ma nella vita fanno parte più o meno della comunità ebraica. Questi sono i numeri.

Per quanto riguarda il costante calo demografico relativo alle comunità cristiane in Israele e nei Territori Palestinesi lei ci può dire qualcosa?

Qui c’è da fare una chiara distinzione. La comunità cristiana in Israele è in costante aumento, e negli ultimi 40 anni si è più che raddoppiata. Invece i cristiani nei territori palestinesi sono in costante diminuzione e questo credo sia un fenomeno che ha un’importanza più ampia, perché nella visione delle comunità cristiane del medio oriente, che sono una realtà molto antica, molto importante costituita da molti milioni di persone,esiste un forte rischio che si confondano le situazioni. Esiste purtroppo una situazione di grave persecuzione e disagio per le comunità cristiane un po’ dappertutto nel mondo islamico. Vediamo i massacri perpetrati in Egitto, in Iraq, la situazione è molto difficile in Libano, per non parlare della Siria. Anche nei territori palestinesi c’è stata una grave flessione delle comunità cristiane che è dovuta allo strapotere dei fondamentalisti musulmani in ambito palestinese.

A Gaza non vive quasi più nessun cristiano. Nella Cisgiordania due città importanti, come Betlemme, sede della Natività e come Ramallah-El Bireh hanno avuto un grande calo, per via dell’islamizzazione forzata dei territori palestinesi e la fuga dei Cristiani. Quindi attenzione: Israele è ancora un regime che si può definire “democratico” e le diverse comunità godono di libertà di espressione e protezione. Si può naturalmente stigmatizzare delle forme di vandalismo che ci sono, perché purtroppo esistono balordi in tutte le società, come in tutti i popoli, e ci sono stati anche dei fatti spiacevoli recentemente, ma questi fatti locali non sono da confondere con una dimensione generale di benessere e di sviluppo socio-economico e religioso.

C’è per esempio un episodio che riguarda Nazareth, la più importante città arabo-cristiana dello stato d’Israele. Qui c’è una grande cattedrale nella piazza principale e i mussulmani volevano costruire una moschea sul sagrato della cattedrale. Il governo Israeliano in questa discussione municipale ha preso le parti dei Cristiani e ha deliberato che non si può costruire una moschea di fronte a una cattedrale. Questo tanto per chiarire che sono due tendenze ben diverse: In Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sarebbe più opportuno che la Chiesa cattolica noti e metta in risalto che il posto in cui le comunità Cristiane possono esprimersi liberamente è proprio lo stato d’Israele.

Si dice che la maggior parte degli ebrei vivano ancora fuori da Israele e che l’Aliyah sia di fatto incompiuto. E’ vero secondo lei? Come commenta questo fatto?

Il fatto di per sé è esatto però ci sono delle premesse fondamentali da fare. Nel 1948, quando è stato fondato lo stato d’Israele, al suo interno ci viveva solo il 5 % del popolo ebraico, il 95 % viveva altrove. Oggi nel 2014 circa il 45% del popolo ebraico vive in Israele e il 55 % vive altrove. C’è stata una rapidissima crescita della comunità ebraica in Israele, in parte compensata da una diminuzione nel numero degli ebrei della Diaspora. Resta il fatto che Israele, che aveva un ruolo marginale quando raggiunse l’indipendenza, è oggi la comunità ebraica più grande del mondo. Questa tendenza è in netta crescita, per cui nell’eventualità in cui si possa arrivare a una maggioranza del popolo ebraico che risiede in Israele è una prospettiva dai 10 ai 20 anni. Naturalmente sempre che le condizioni globali non creino delle catastrofi e dei cataclismi.

Partendo da una situazione in cui in Israele praticamente non esisteva l’Aliyah (che vuol dire “salita, ascesa“), comunemente chiamata “immigrazione”, si procede con dei ritmi abbastanza alternati che riflettono molto le condizioni variabili del sistema mondiale. Bisogna chiarire che in generale le migrazioni internazionali riflettono lo stato delle persone nel paese di origine più che nei paesi di destinazione, quindi il numero di ebrei che emigrano in Israele è sensibile alle condizioni della Diaspora ebraica che hanno avuto momenti veramente molto drammatici e poi momenti più favorevoli. Abbiamo avuto due grandi ondate principali: uno con la fondazione di Israele, quindi gli anni dal 1948 al 1951, anni di grande fermento e di grande immigrazione, soprattutto dopo la grande strage della Shoah e dopo l’esodo forzoso dai paesi musulmani. Poi nel 1990/91 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica.

E ora?

Siamo intorno a 15-20.000 all’anno, che non sono dei grossissimi numeri, a volte sono arrivate anche 200-250.000 persone in un solo anno. Devo dire però che nel 2014 si nota già un chiaro incremento, abbiamo i dati del primo quadrimestre, da gennaio ad aprile, e siamo dunque a circa un terzo di quello che può essere il totale annuale.

I mesi più intensi sono quelli di luglio e agosto, in cui arrivano più persone e il primo paese oggi è la Francia, che in teoria sarebbe un paese occidentale, sviluppato, democratico. Questo denota un forte disagio nella collettività ebraica francese; al secondo posto rimane la Russia e c’è un evidente incremento dall’Ucraina, in questo momento il terzo paese. È chiaro che le vicende interne di questi mesi sono un fattore di spinta.

In Italia invece cosa succede?

Sono poche centinaia di persone quelle che arrivano in Israele, però in forte aumento. Si potrebbe prevedere che alla fine dell’anno arrivino oltre 200/250 persone, che per l’Italia sarebbe il massimo dagli ultimi 45 anni. C’è qualcosa che succede in Italia per cui molte persone sentono disagio, in primo luogo un disagio economico condiviso da molti; ma anche un disagio culturale e politico di chi sente che qualcosa si sta deteriorando nel meccanismo della tolleranza e della comprensione, della diversità, del pluralismo.

Tutti, seppur con aspettative diverse, attendono l’arrivo di Papa Francesco. Secondo lei un Pontefice cattolico del suo calibro cosa può portare di fatto al popolo israeliano?

C’è molta attesa e grande interesse. Oserei dire che un tempo era un fatto marginale, ora è diventata quasi una routine, fa parte della mappa, delle grandi visite pontificali, questo ovviamente è un elemento positivo. Francesco è una personalità molto interessante, molto positiva, ha ripristinato una grande capacità mediatica che avevamo già visto con Papa Wojtyla, la cui visita in Israele fu memorabile. Per cui esiste questo confronto, c’è molta curiosità, molta simpatia.

Ci sono alcune osservazioni che vorrei fare in proposito: la prima è che ci si aspetta che il Papa menzioni il fatto di fare visita allo stato d’Israele. Non vorremo sentire un riferimento solo alla Terra Santa (senza sottovalutare l’importanza ecumenica che avrà la visita) ma il fatto di enunciare in maniera esplicita che esiste lo stato d’Israele e che fa parte di questa visita. A me non è chiaro se questo faccia parte dei messaggi che Papa Francesco vorrà esplicitare durante la sua visita. Questo fatto è molto importante perché i rapporti diplomatici e il riconoscimento ufficiale da parte della chiesa esistono già dagli anni 90 e sono cresciuti sotto Papa Giovanni Paolo II e sotto Papa Benedetto XVI che ne parlò esplicitamente durante la sua visita. Non era stato così nel 1964 durante la prima visita di Paolo VI che evitò ogni riferimento.

Narrano le cronache quando Papa Montini arrivò al confine le autorità Israeliane stesero un tappeto rosso e lui passò al di fuori del tappeto rosso, proprio per far notare che lui non si considerava ospite ufficiale di quello stato che evitò accuratamente di menzionare. Ma queste sono cose passate.

Io penso che Papa Bergoglio sarà sensibile a queste sottigliezze che hanno una valenza non solo politica ma identitaria. Quindi c’è grande aspettativa nel suo programma di visita.

Vorrei fare un’altra considerazione: Papa Bergoglio porta con sé un’esperienza di una profonda amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires. Fra le persone che viaggeranno nello stesso periodo ci saranno anche il rabbino Skorka, grande amico del Pontefice e già solo per questa scelta c’è molto interesse. Proprio in questo contesto di amicizia vorrei mettere in rilievo che nelle omelie dell’ultimo anno il Papa ha fatto riferimento anche a un passato storico più antico.

Per lei chi è Papa Francesco?

E’ il Papa comunicatore, è il Ministro dell’istruzione del genere umano. L’insegnamento etico di certe sue proposte credo abbiano una valenza universale. Per questo bisogna stare molto attenti alle sfumature dei suoi discorsi. Spesso ha fatto riferimento al fariseo come stereotipo sociologico politico, un’immagine di qualcosa che non riguarda lo stato moderno e la politica contemporanea. Ma il fariseo è anche una figura concreta, reale. La parola fariseo viene dall’ebraico e significa “interprete”. Dunque il fariseo è proprio quel tipo più avanzato e positivo per il quale il testo non va solo considerato alla lettera ma va anche interpretato.

Io personalmente avrei preferito sentire una critica al mondo pagano e non al fariseo “interprete” che è poi il diretto progenitore dell’ebreo di oggi. E qui si entrerebbe in una polemica che non ha senso e che certamente non è voluta dal Papa. Ma l’elemento negativo è il pagano, colui che è alieno da valori morali.

Nel mondo accademico israeliano come è visto l’arrivo di Francesco? E’ vicino o distante da una sensibilità accademico-intellettuale?

Vorrei prima parlare di Benedetto XVI che da alcuni è stato sottovalutato nel suo carattere accademico, serio, riservato, un po’ introverso. Ha scritto e detto cose di enorme importanza. Ha scritto alcune pagine che rimarranno fondamentali, in particolare nel dialogo Cattolico-Ebraico.

Naturalmente Papa Francesco è orientato verso una comunicazione più ampia, come del resto anche papa Wojtyla che nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo ha creato una pagina indimenticabile. Il suo storico incontro con il rabbino Toaff con cui c’è stata un profonda amicizia (Giovanni Paolo II lo menzionò nel suo testamento) fa capire il rapporto eccezionale che si era stabilito fra questi due uomini.

Papa Bergoglio porta di nuovo avanti una personalità solare aperta ai rapporti umani. Sono certo che anche lui per quanto riguarda il dialogo cattolico-ebraico voglia fare e dire qualcosa che aiuti a portare avanti questo rapporto di fratellanza.

Fonte: ALETEIA

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La Crocifissione bianca di Marc Chagall

La Crocifissione bianca di Marc Chagall

Piace a papa Francesco
 

di Maria Gloria Riva

Da ardito filosofo e colto intellettuale, Papa Francesco ha una predilezione per la Crocifissione bianca di Chagall. Questo conferma l’intuizione, avuta sin dal suo primo apparire, di un Papa sì semplice e informale, ma dalla natura ferma e dalla comprensione piena di ciò che ci attende. E quello che ci attende lo si può comprendere solo alla luce di un’adeguata lettura di un passato non lontano, come quello descritto da Marc Chagall nell’opera in questione.

La Crocifissione bianca riassume la tragedia del popolo ebraico, delle persecuzioni, dei pogrom, delle espropriazioni indebite subite lungo tutto il XX secolo. In alto, a sinistra, le bandiere rosse dell’ideologia comunista firmano drammaticamente l’azione distruttrice verso una comunità che ovunque si trovi conserva il legame prezioso dei tefillim. La sinagoga incendiata rievoca le distruzioni naziste dei luoghi di culto e delle opere di molti artisti ebrei, tra cui quelle dello stesso Chagall. In alto, il dolore dei rabbini e delle donne si mescola al fumo che, salendo da Auschwitz, porta con sé infinite esistenze.

Al centro, Cristo catalizza la girandola di eventi: un Cristo luminoso in cui ogni dolore s’infrange, tanto è grande la pace e la serenità che emana. Cristo come capitulum, come rotolo attorno al quale si avviluppa la torà, assomma in sé la forza intrinseca di un popolo che canta a Dio: «se anche mi uccidesse, spererei in Lui». Cristo, infatti, porta il talled Gadol, lo scialle della preghiera e davanti a Lui arde instancabile una menorah.

Da alcune dichiarazioni rilasciate da Papa Francesco mentre ancora era Cardinale, dalle parole brevi e chiare pronunciate all’inizio di questo suo Pontificato mi pare davvero ch’egli abbia davanti ai suoi occhi il capitulum del Cristo crocefisso, attorno al quale si avviluppa non soltanto tutta la Torà, ma la storia della salvezza nella sua totalità.

In quest’opera si legge in filigrana il dolore di ogni perseguitato. Chagall, infatti, ebreo convinto, ha saputo leggere nelle piaghe del Crocefisso il grido di ogni innocente, specie dell’innocenza del suo popolo. Non aveva bisogno Chagall di togliere la croce dai muri per proclamare la sua identità, non aveva bisogno di cancellare la fede cristiana per affermare la sua. Egli ha saputo riconoscere nell’autentica esperienza religiosa cristiana la via per dare un nome al dolore.

Forse per questo l’opera in questione piace tanto al Papa, Chagall ci riconduce al valore della testimonianza: chi non confessa Cristo, ha appena annunciato il neo eletto Pontefice, lo voglia o no annuncia l’Anticristo, cioè Satana. Abbiamo bisogno di parole così, chiare, com’è chiara l’arte ispirata. L’arte, come la fede vera, quella sorretta dalla ragione, l’arte vera, come la ragione sorretta dalla fede nella verità, educa al Mistero, educa all’incontro con quell’Altro e con quell’Oltre che rende liberi di fronte al diverso che ci vive accanto.

Chagall dipinge in quest’opera ciò che ha visto con i suoi occhi: la sofferenza della Shoà, il tramonto dell’ideologia che ancora inonda di rosso il cielo di Europa. Ha visto e non può tacere. Nella sua voce c’è la nostra voce. Non è la voce altisonante e stridula che si leva spesso dai polemici ad oltranza, da quelli che per definizione sono «contro». È la voce sommessa della preghiera salmica, voce impercettibile, ma robusta e ardente come il fuoco della menorah. È la voce del violino che riposa ancora, nonostante i pogrom, accanto alle case incendiate del quadro di Chagall. È la voce della bellezza della verità la quale, proprio quando è conculcata, allora grida più forte. Questa è la voce del Papa e di mille volti sconosciuti (come era sconosciuto ai più il volto di Bergoglio) che del dialogo o meglio, dell’incontro e della ricerca sincera della verità, fanno la loro missione.

Maria Gloria Riva

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“Buon Anno” da Papa Francesco

“Buon Anno” da Papa Francesco

“Shanà Tovà” del Papa per il nuovo Anno ebraico 5774.  

Papa Francesco riceve la delegazione del WJC

Nel corso di un’udienza concessa ieri ad una delegazione del World Jewish Congress (WJC), il Papa ha augurato agli ebrei di tutto il mondo buon nuovo anno ebraico. Bergoglio, che ha usato l’espressione augurale ebraica ‘Shana Tova‘ (Buon Anno), ha pregato il presidente dell’organismo ebraico internazionale, Ronald S. Lauder, di trasmettere il suo augurio alle comunità ebraiche di tutto il mondo.

Bergoglio ha ribadito quanto già affermato nei mesi scorsi, quando, in occasione di un’udienza all’International Jewish Committee on Interreligious Consultations, aveva affermato che “un cristiano non può essere antisemita” e che per “essere un buon cristiano è necessario comprendere la storia e le tradizioni ebraiche”.

Lauder ha elogiato il Papa affermando che la guida di Francesco non ha solo rafforzato la Chiesa cattolica ma ha anche dato nuovo slancio alle relazioni con l’ebraismo. Mai nei passati duemila anni di storia le relazioni tra Chiesa cattolica e popolo ebraico sono state così buone. La guida dei Papi che si sono succeduti negli ultimi cinquanta anni ha aiutato a superare molto pregiudizio. Ciò ci permette ora di lavorare insieme in difesa della libertà religiosa dovunque essa sia minacciata e qualsiasi comunità religiosa sia coinvolta”.

Nel loro incontro, infine, il Papa e Lauder hanno parlato della situazione in Siria e hanno concordato sul fatto di opporsi agli attacchi alle minoranze religiose, come i cristiani copti in Egitto, e contro le tendenze a restringere le tradizionali pratiche religiose come la circoncisione. Il Papa, in maniera specifica, ha espresso la sua preoccupazione sui divieti alla macellazione kosher in Polonia e ha indicato al cardinale Kurt Koch, presidente della commissione vaticana per le relazioni con gli ebrei, di informarsi sulla questione e convocare una riunione entro la prossima settimana.

Riferendosi al conflitto in Siria, il Papa ha definito inaccettabile l’uccisione di esseri umani e ha detto che “i leader mondiali devono fare tutto per evitare la guerra”.


Dopo l’incontro, Lauder – a nome di tutti – ha donato al Papa una coppa per il kiddush, tipica delle cerimonie per le festività ebraiche, e una altrettanto tipica torta al miele. 

Da: Shalom7 – 03 Settembre 2013

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Papa Francesco/World Jewish Committee

Papa Francesco/World Jewish Committee

Il primo incontro di Francesco con i leader della comunità ebraica mondiale (World Jewish Committee)

di Lisa Palmieri Billig

Rav David Rosen

 

A tre mesi dalla sua elezione, Jorge Maria Bergoglio ha impresso un nuovo stile sul papato. Fedele al suo nome, che ha scelto ispirandosi alla vita di San Francesco d’Assisi, il 266mo Papa di Roma sta battendo ogni record con la sua empatia e la sua esemplare semplicità. Si presenta come un francescano, lasciandosi dietro il rigore del suo background gesuita. Va scartando uno per uno molti orpelli mondani del papato.

Seguendo una tradizione iniziata con Giovanni XXIII, tramandata da Giovanni Paolo I durante il suo breve regno e poi continuata attraverso i talenti di Giovanni Paolo II nella comunicazione e nel suo uso geniale dei media, Francesco preferisce la comunicazione spontanea e diretta alle formalità gerarchiche.

Com’è tipico del suo stile, lavora per eliminare i simboli di potere ed i privilegi per sé e per la Curia romana. Dopo una serie di scelte non proprio convenzionali – qualcuno direbbe “dissidenti” – contro le convenzioni papali (il rifiuto di trasferirsi nella suite papale, la scelta di indossare una croce d’argento piuttosto che d’oro, l’aver disertato un concerto in suo onore preferendo un incontro con rappresentanze internazionali presso la Santa Sede, l’abolizione della classe dei nobili “gentiluomini del Papa” e così via), il nuovo stile è stato evidenziato ancora una volta il 24 giugno, durante il suo primo incontro ufficiale con i rappresentanti della comunità ebraica mondiale.

I 28 delegati delle organizzazioni ebraiche che costituiscono l’IJCIC (il Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose) hanno potuto assistere ad una rottura visibile con le tradizioni del passato quando Papa Francesco, sorprendendoci, è entrato tranquillamente senza preavviso nella sala dove eravamo in attesa.

Il suo breve discorso ha trasmesso calore personale e un chiaro abbraccio dei progressi compiuti in mezzo secolo di dialogo ebraico-cristiano sulla base del documento del Vaticano II, “Nostra Aetate”.

Un messaggio essenziale, sentito in tutto il mondo, è stato ribadito nella sua dichiarazione enfatica: “Per le nostre radici comuni, un cristiano non può essere antisemita!”

Altrettanto importanti sono le riflessioni di Francesco su “il cammino di maggiore conoscenza e comprensione reciproca percorso negli ultimi decenni tra ebrei e cattolici”, un percorso al quale i suoi predecessori “hanno dato notevole impulso sia mediante gesti particolarmente significativi sia attraverso l’elaborazione di una serie di documenti che hanno approfondito la riflessione circa i fondamenti teologici delle relazioni tra ebrei e cristiani. Si tratta di un percorso di cui dobbiamo sinceramente rendere grazie al Signore.”

Jorge Maria Bergoglio, da arcivescovo di Buenos Aires, ha preso parte a un dialogo intimo con la grande comunità ebraica di quella città. La sua ricca esperienza personale è stata evidenziata da ulteriori osservazioni. A Buenos Aires, ha detto, “ho avuto la gioia di mantenere relazioni di sincera amicizia con alcuni esponenti del mondo ebraico.” Ha ricordato anche di essersi “confrontato con loro in più occasioni sulle sfide comuni che attendono ebrei e cristiani. Ma soprattutto”, ha continuato,”come amici, abbiamo gustato l’uno la presenza dell’altro, ci siamo arricchiti reciprocamente nell’incontro e nel dialogo, con un atteggiamento di accoglienza reciproca, e ciò ci ha aiutato a crescere come uomini e come credenti”.

“La stessa cosa è avvenuta ed avviene in molte altre parti del mondo” ha concluso, “e queste relazioni di amicizia costituiscono per certi aspetti la base del dialogo che si sviluppa sul piano ufficiale. Non posso pertanto che incoraggiarvi a proseguire il vostro cammino, cercando, come state facendo, di coinvolgere in esso anche le nuove generazioni. L’umanità ha bisogno della nostra comune testimonianza… “.

Una testimonianza comune è stata offerta appena due settimane prima di questo incontro, quando il Movimento dei Focolari ha ospitato un incontro ebraico-cattolico a Castel Gandolfo, al quale ha preso parte una delegazione della Comunità Ebraica di Buenos Aires. Alla conferenza stampa conclusiva della riunione, i rappresentanti cattolici ed ebrei sono stati altrettanto entusiasti per l’elevato livello di comunicazione. “Il dialogo ha raggiunto nuove vette di fiducia e di espressione di solidarietà spirituale”, ha commentato uno dei partecipanti, Emily Soloff, Direttore Associato del Dipartimento Interreligioso della American Jewish Committee (AJC).

Anche Il rabbino argentino Abraham Skorka, amico di Papa Francesco e co-autore assieme al pontefice del libro “Tra Cielo e Terra”, ha preso parte al seminario dei Focolarini. Ha detto di considerare Jorge Maria Bergoglio “un vero amico”, così come Papa Francesco, che ha utilizzato la stessa espressione parlandomi di Rabbi Skorka in un commento privato dopo l’udienza IJCIC.

In un certo senso, Abraham Skorka sembra essere per Papa Francesco quel che Jerzy Kluger, amico d’infanzia polacco di Karol Wojtyla, fu per Giovanni Paolo II. In entrambi i casi, profonde amicizie personali fungono da chiavi emotive e spirituali per aprire le porte a una maggiore comprensione tra le nostre due religioni fraterne.

La consapevolezza dello stato avanzato del dialogo è stata tracciata, nel suo discorso al Papa Francesco, dal presidente della IJCIC Prof. Lawrence Schiffman, con un grafico dettagliato di ciò che è stato fatto e delle rimanenti sfide che dobbiamo affrontare insieme.

I progetti futuri del Comitato di collegamento internazionale (composto dall’IJCIC assieme ad ufficiali del Vaticano) comprendono un convegno, che si terrà ad ottobre a Madrid, sul tema “Le sfide alla fede nella società contemporanea” e gli eventi per celebrare il 50° anniversario di “Nostra Aetate” che avranno luogo nel 2015.

Il nostro impegno comune per la difesa della dignità umana e dell’uguaglianza, della libertà religiosa e dei valori etici che sorgono dalle nostre tradizioni parallele sono diventati argomenti di discussione il giorno successivo all’udienza dell’IJCIC col Papa. Molti dei delegati ebrei, nel corso di una riunione del mattino con il cardinale Koch e padre Norbert Hofmann (rispettivamente Presidente e Segretario della Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con gli Ebrei) hanno espresso preoccupazione per l’aumentare delle persecuzioni dei cristiani in molti paesi dell’Africa, Asia e del Medio Oriente, dove vivono come minoranze. Il cardinale Koch ha confermato che oggi i cristiani sono la minoranza più perseguitata nel mondo. Viste le ripetute persecuzioni delle comunità ebraiche nella storia, questo tocca una corda sensibile di empatia nella psiche ebraica. La questione di cosa può essere fatto e se le dichiarazioni pubbliche di solidarietà e di indignazione da parte di leader del mondo ebraico in realtà siano di aiuto o possano ostacolare la sicurezza dei cristiani in questi Paesi, ha ricevuto valutazioni contraddittorie.

Una organizzazione, l’AJC, ha abbracciato l’idea che è sempre meglio di parlare contro l’ingiustizia piuttosto che rimanere in silenzio, ed agisce in base a questa premessa. Insieme ad altre organizzazioni membri del IJCIC, l’AJC si è battuta per la solidarietà reciproca non solo contro l’antisemitismo, ma contro i pregiudizi e le persecuzioni di ogni gruppo, ovunque ed in qualsiasi momento.

“L’AJC è uno dei fondatori dell’IJCIC ed è la più antica organizzazione ebraica americana che ha aperto la strada alla trasformazione nelle relazioni tra cattolici ed ebrei”, ha detto il rabbino David Rosen, Direttore Internazionale di AJC per gli affari interreligiosi.

Questa trasformazione, come Papa Francesco ha ricordato a tutti noi, è radicata nella nostra amicizia sempre più profonda ed è parte di “un vasto movimento che si è realizzato a livello locale un po’ in tutto il mondo…”

Fonte: Vatican Insider – domenica 30 giugno 2013

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BENVENUTO!

BENVENUTO!

Abbiamo un nuovo Papa: Francesco.


“PER AMORE DI GERUSALEMME”, partecipa alla gioia comune per l’elezione a vescovo di Roma di papa Francesco e chiede al Signore di benedire abbondantemente il suo ministero di pastore della Chiesa universale.

CITTA’ DEL VATICANO, 14 Marzo 2013 –  Papa Francesco scrive al Rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Rav Riccardo Di Segni e lo invita all’inaugurazione del suo pontificato.

Il giorno stesso della sua elezione a Sommo Pontefice, papa Francesco ha inviato una lettera al Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, inviandogli il proprio “cordiale saluto” e invitandolo all’inaugurazione del suo pontificato che avverrà martedì prossimo, 19 marzo.

“Confidando nella protezione dell’altissimo – scrive il Santo Padre – spero vivamente di poter contribuire al progresso che le relazioni tra ebrei e cattolici hanno conosciuto a partire dal Concilio Vaticano II in uno spirito che possa essere sempre più in armonia con la volontà del creatore”.

A sua volta il Rabbino Di Segni ha fatto pervenire al neoeletto Vescovo di Roma, i propri auguri di buon pontificato, con l’auspicio che Francesco “possa guidare con forza e saggezza la Chiesa cattolica per i prossimi anni”.

Il Rabbino ha poi sottolineato che i rapporti tra Chiesa Cattolica ed ebraismo – in particolare con la comunità ebraica di Roma – “hanno compiuto dei passi importanti”.

Di Segni ha infine manifestato la speranza che “si possa proseguire il cammino nel segno della continuità e delle buone relazioni”.

Fonte: Zenit.org

ISRAELE, FELICITAZIONI DAL RABBINATO DI GERUSALEMME

Un messaggio di felicitazioni è stato inviato a papa Francesco dal rabbinato di Gerusalemme, ossia dai rabbini Shlomo Amar (sefardita) e Yona Metzger (ashkenazita).
 
”Negli ultimi 12 anni – rileva il Rabbinato – viene condotto un dialogo ricco e fruttuoso fra il Rabbinato di Israele e il Vaticano su questioni di massimo significato – come il divieto di invocare il nome del Signore per la giustificazione di azioni terroristiche; la santità della vita; la santità della cellula familiare, e via dicendo. In questo dialogo abbiamo raggiunto successi significativi”.

Il Rabbinato rileva che questo dialogo è stato portato avanti grazie anche all’incoraggiamento e al coinvolgimento dei due Papi precedenti. ”Il Rabbinato – si legge in un comunicato – è sicuro che papa Francesco, le cui buone relazioni con gli ebrei sono ben note, andrà avanti nello stesso spirito, curerà e rafforzerà le relazioni con Israele e con il popolo ebraico”.

Fonte: Shalom7

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