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CARDINALE SARAH: LA CHIESA STA VIVENDO IL SUO VENERDÌ SANTO…

CARDINALE SARAH: LA CHIESA STA VIVENDO IL SUO VENERDÌ SANTO…

Sarah: «La Chiesa vive il suo Venerdì Santo, ma Dio non l’abbandona mai»

«Oggi tutto è buio, difficile, ma qualunque sia la difficoltà che stiamo attraversando, c’è solo una Persona che può venire in nostro soccorso»: Gesù Cristo. Il cardinale Robert Sarah risponde così in una lunga intervista concessa al settimanale francese Valeurs, spiegando la scelta di usare come titolo del suo ultimo libro – Le soir approche et déjà le jour baisse (La sera si avvicina e il giorno volge già al termine) – il celebre versetto tratto dal brano sui discepoli di Emmaus (Lc 24, 13-35), la cui richiesta (Resta con noi) verso quel Gesù Risorto che non avevano ancora riconosciuto è la stessa che anima ogni cuore in cerca della beatitudine eterna.

Nell’intervista il prefetto della Congregazione per il culto divino ricorda che è la Chiesa l’istituzione voluta da Dio per condurci a Lui. Perciò la Sposa di Cristo deve riscoprire «il senso della sua grande missione divina», ossia «portare gli uomini a Cristo che è la Speranza». L’arcivescovo guineano spiega l’attuale notte della fede servendosi di una similitudine con la Passione di Gesù: «Credo fermamente che la situazione che viviamo nella Chiesa assomigli in ogni modo a quella del Venerdì Santo», con l’abbandono per paura da parte di quasi tutti gli apostoli, preceduto dal tradimento di Giuda, che voleva «un Cristo a modo suo, un Cristo preoccupato per le questioni politiche», allo stesso modo di «molti sacerdoti e vescovi» di oggi che «sono letteralmente stregati da questioni politiche o sociali», dimenticando che il loro primo dovere è guidare le anime alla salvezza.

“DIO NON ABBANDONA MAI LA SUA CHIESA”
Alla luce della crisi di fede contemporanea e «per prepararci a questa situazione, Dio ci ha dato dei Papi solidi», afferma Sarah, elencando alcuni dei doni di quattro degli ultimi cinque vicari di Cristo (con la parentesi dei 33 giorni di pontificato di Giovanni Paolo I). Il Signore «ci ha dato Paolo VI, che ha difeso la vita e l’amore vero – nonostante un’opposizione molto forte – con l’enciclica Humanae Vitae». San Giovanni Paolo II «è stato un Vangelo vivente» che ha saputo insegnare l’armonia tra fede e ragione come «una luce che guida il mondo verso una vera visione dell’uomo». Benedetto XVI ha illuminato il mondo attraverso un insegnamento di «impareggiabile chiarezza, profondità e precisione». E poi «oggi, Lui ci dà Francesco, che vuole letteralmente salvare l’umanesimo cristiano». Di certo, «Dio non abbandona mai la Sua Chiesa».

GERARCHIA E SINODALITÀ
A proposito dell’uso insistente del termine «sinodalità», Sarah ha ricordato l’importanza del primato petrino e della successione apostolica, perché «Cristo ha fondato una Chiesa il cui modo di governo è gerarchico. La prima persona responsabile della Chiesa è il Papa. La prima persona responsabile della Chiesa locale è il Vescovo nella sua diocesi, e non la conferenza episcopale, che è utile per lo scambio [di punti di vista], non per imporre una direzione», in quanto manca di autorità dottrinale.

CHIESA MADRE E MAESTRA
Il cardinale spiega che «c’è una forte maggioranza di sacerdoti che rimangono fedeli alla loro missione di insegnare, santificare e governare. Ma c’è anche un piccolo numero che cede alla tentazione morbosa e maligna di allineare la Chiesa con i valori delle odierne società occidentali», dominate dal relativismo morale e religioso. Questi chierici cadono nell’errore di «voler soprattutto dire che la Chiesa è aperta, accogliente, attenta, moderna. Ma la Chiesa non è fatta per ascoltare [ciò che vuole il mondo], è fatta per insegnare: lei è Madre e maestra, Madre ed educatrice».

IL DONO DEL CELIBATO
In vista del prossimo Sinodo sull’Amazzonia, che potrebbe divenire la leva per minare il celibato ecclesiastico, Sarah spiega che quest’ultimo è una delle «più grandi ricchezze della Chiesa». Di conseguenza, «l’abbandono del celibato aggraverebbe ulteriormente la crisi della Chiesa e sminuirebbe la posizione del sacerdote, che è chiamato non solo a essere un altro Cristo, ma Cristo stesso, povero, umile e celibe», nutrendo con la sua paternità spirituale ogni anima del suo gregge.

RIFORME E CONVERSIONE
Per un’autentica riforma della Chiesa il porporato indica di guardare all’esempio dei santi, come san Francesco d’Assisi e Madre Teresa di Calcutta, che hanno «trasformato la Chiesa vivendo il Vangelo radicalmente», mettendo Dio al primo posto e da Lui attingendo l’amore per il prossimo. «La vera riforma riguarda la nostra stessa conversione. Se non cambiamo noi stessi, tutte le riforme strutturali saranno inutili. Laici, sacerdoti, cardinali: tutti noi dobbiamo tornare a Dio».

Ermes Dovico   – da il Timone

30 Marzo 2019

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Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

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Quali sono i numeri di Israele in vista del viaggio di Papa Francesco? 

Sergio Della Pergola

Ci risponde Sergio Della Pergola, professore israeliano di origine italiana, riconosciuto come la principale autorità in tema di demografia e di statistiche relative alla popolazione ebraica in tutto il mondo. Aleteia lo ha intervistato per conoscere da vicino le “cifre” del popolo israeliano (ebraico ma anche cristiano) e per avere uno sguardo “accademico” sull’arrivo del Papa in Terra Santa.

Cominciamo con i numeri. Quanti sono oggi gli ebrei che vivono in Israele e da chi è composta la popolazione ebraica?

La popolazione ebraica ha superato i 6.100.000 di persone ai quali bisogna aggiungere circa 350.000 membri di famiglie ebraiche che però non solo tali in quanto provenienti da famiglie dell’ex Unione Sovietica, per cui una parte della famiglia è membro di altre religioni o non ha alcuna appartenenza religiosa.

Poi ci sono circa 160.000 cristiani in Israele e ci sono circa 130 000 drusi. Di questi Cristiani 125.000/ 130.000 sono di etnia araba, quindi della popolazione veterana, e gli altri provengono da matrimoni misti di ebrei immigrati più di recente che sono registrati come cristiani ma nella vita fanno parte più o meno della comunità ebraica. Questi sono i numeri.

Per quanto riguarda il costante calo demografico relativo alle comunità cristiane in Israele e nei Territori Palestinesi lei ci può dire qualcosa?

Qui c’è da fare una chiara distinzione. La comunità cristiana in Israele è in costante aumento, e negli ultimi 40 anni si è più che raddoppiata. Invece i cristiani nei territori palestinesi sono in costante diminuzione e questo credo sia un fenomeno che ha un’importanza più ampia, perché nella visione delle comunità cristiane del medio oriente, che sono una realtà molto antica, molto importante costituita da molti milioni di persone,esiste un forte rischio che si confondano le situazioni. Esiste purtroppo una situazione di grave persecuzione e disagio per le comunità cristiane un po’ dappertutto nel mondo islamico. Vediamo i massacri perpetrati in Egitto, in Iraq, la situazione è molto difficile in Libano, per non parlare della Siria. Anche nei territori palestinesi c’è stata una grave flessione delle comunità cristiane che è dovuta allo strapotere dei fondamentalisti musulmani in ambito palestinese.

A Gaza non vive quasi più nessun cristiano. Nella Cisgiordania due città importanti, come Betlemme, sede della Natività e come Ramallah-El Bireh hanno avuto un grande calo, per via dell’islamizzazione forzata dei territori palestinesi e la fuga dei Cristiani. Quindi attenzione: Israele è ancora un regime che si può definire “democratico” e le diverse comunità godono di libertà di espressione e protezione. Si può naturalmente stigmatizzare delle forme di vandalismo che ci sono, perché purtroppo esistono balordi in tutte le società, come in tutti i popoli, e ci sono stati anche dei fatti spiacevoli recentemente, ma questi fatti locali non sono da confondere con una dimensione generale di benessere e di sviluppo socio-economico e religioso.

C’è per esempio un episodio che riguarda Nazareth, la più importante città arabo-cristiana dello stato d’Israele. Qui c’è una grande cattedrale nella piazza principale e i mussulmani volevano costruire una moschea sul sagrato della cattedrale. Il governo Israeliano in questa discussione municipale ha preso le parti dei Cristiani e ha deliberato che non si può costruire una moschea di fronte a una cattedrale. Questo tanto per chiarire che sono due tendenze ben diverse: In Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sarebbe più opportuno che la Chiesa cattolica noti e metta in risalto che il posto in cui le comunità Cristiane possono esprimersi liberamente è proprio lo stato d’Israele.

Si dice che la maggior parte degli ebrei vivano ancora fuori da Israele e che l’Aliyah sia di fatto incompiuto. E’ vero secondo lei? Come commenta questo fatto?

Il fatto di per sé è esatto però ci sono delle premesse fondamentali da fare. Nel 1948, quando è stato fondato lo stato d’Israele, al suo interno ci viveva solo il 5 % del popolo ebraico, il 95 % viveva altrove. Oggi nel 2014 circa il 45% del popolo ebraico vive in Israele e il 55 % vive altrove. C’è stata una rapidissima crescita della comunità ebraica in Israele, in parte compensata da una diminuzione nel numero degli ebrei della Diaspora. Resta il fatto che Israele, che aveva un ruolo marginale quando raggiunse l’indipendenza, è oggi la comunità ebraica più grande del mondo. Questa tendenza è in netta crescita, per cui nell’eventualità in cui si possa arrivare a una maggioranza del popolo ebraico che risiede in Israele è una prospettiva dai 10 ai 20 anni. Naturalmente sempre che le condizioni globali non creino delle catastrofi e dei cataclismi.

Partendo da una situazione in cui in Israele praticamente non esisteva l’Aliyah (che vuol dire “salita, ascesa“), comunemente chiamata “immigrazione”, si procede con dei ritmi abbastanza alternati che riflettono molto le condizioni variabili del sistema mondiale. Bisogna chiarire che in generale le migrazioni internazionali riflettono lo stato delle persone nel paese di origine più che nei paesi di destinazione, quindi il numero di ebrei che emigrano in Israele è sensibile alle condizioni della Diaspora ebraica che hanno avuto momenti veramente molto drammatici e poi momenti più favorevoli. Abbiamo avuto due grandi ondate principali: uno con la fondazione di Israele, quindi gli anni dal 1948 al 1951, anni di grande fermento e di grande immigrazione, soprattutto dopo la grande strage della Shoah e dopo l’esodo forzoso dai paesi musulmani. Poi nel 1990/91 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica.

E ora?

Siamo intorno a 15-20.000 all’anno, che non sono dei grossissimi numeri, a volte sono arrivate anche 200-250.000 persone in un solo anno. Devo dire però che nel 2014 si nota già un chiaro incremento, abbiamo i dati del primo quadrimestre, da gennaio ad aprile, e siamo dunque a circa un terzo di quello che può essere il totale annuale.

I mesi più intensi sono quelli di luglio e agosto, in cui arrivano più persone e il primo paese oggi è la Francia, che in teoria sarebbe un paese occidentale, sviluppato, democratico. Questo denota un forte disagio nella collettività ebraica francese; al secondo posto rimane la Russia e c’è un evidente incremento dall’Ucraina, in questo momento il terzo paese. È chiaro che le vicende interne di questi mesi sono un fattore di spinta.

In Italia invece cosa succede?

Sono poche centinaia di persone quelle che arrivano in Israele, però in forte aumento. Si potrebbe prevedere che alla fine dell’anno arrivino oltre 200/250 persone, che per l’Italia sarebbe il massimo dagli ultimi 45 anni. C’è qualcosa che succede in Italia per cui molte persone sentono disagio, in primo luogo un disagio economico condiviso da molti; ma anche un disagio culturale e politico di chi sente che qualcosa si sta deteriorando nel meccanismo della tolleranza e della comprensione, della diversità, del pluralismo.

Tutti, seppur con aspettative diverse, attendono l’arrivo di Papa Francesco. Secondo lei un Pontefice cattolico del suo calibro cosa può portare di fatto al popolo israeliano?

C’è molta attesa e grande interesse. Oserei dire che un tempo era un fatto marginale, ora è diventata quasi una routine, fa parte della mappa, delle grandi visite pontificali, questo ovviamente è un elemento positivo. Francesco è una personalità molto interessante, molto positiva, ha ripristinato una grande capacità mediatica che avevamo già visto con Papa Wojtyla, la cui visita in Israele fu memorabile. Per cui esiste questo confronto, c’è molta curiosità, molta simpatia.

Ci sono alcune osservazioni che vorrei fare in proposito: la prima è che ci si aspetta che il Papa menzioni il fatto di fare visita allo stato d’Israele. Non vorremo sentire un riferimento solo alla Terra Santa (senza sottovalutare l’importanza ecumenica che avrà la visita) ma il fatto di enunciare in maniera esplicita che esiste lo stato d’Israele e che fa parte di questa visita. A me non è chiaro se questo faccia parte dei messaggi che Papa Francesco vorrà esplicitare durante la sua visita. Questo fatto è molto importante perché i rapporti diplomatici e il riconoscimento ufficiale da parte della chiesa esistono già dagli anni 90 e sono cresciuti sotto Papa Giovanni Paolo II e sotto Papa Benedetto XVI che ne parlò esplicitamente durante la sua visita. Non era stato così nel 1964 durante la prima visita di Paolo VI che evitò ogni riferimento.

Narrano le cronache quando Papa Montini arrivò al confine le autorità Israeliane stesero un tappeto rosso e lui passò al di fuori del tappeto rosso, proprio per far notare che lui non si considerava ospite ufficiale di quello stato che evitò accuratamente di menzionare. Ma queste sono cose passate.

Io penso che Papa Bergoglio sarà sensibile a queste sottigliezze che hanno una valenza non solo politica ma identitaria. Quindi c’è grande aspettativa nel suo programma di visita.

Vorrei fare un’altra considerazione: Papa Bergoglio porta con sé un’esperienza di una profonda amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires. Fra le persone che viaggeranno nello stesso periodo ci saranno anche il rabbino Skorka, grande amico del Pontefice e già solo per questa scelta c’è molto interesse. Proprio in questo contesto di amicizia vorrei mettere in rilievo che nelle omelie dell’ultimo anno il Papa ha fatto riferimento anche a un passato storico più antico.

Per lei chi è Papa Francesco?

E’ il Papa comunicatore, è il Ministro dell’istruzione del genere umano. L’insegnamento etico di certe sue proposte credo abbiano una valenza universale. Per questo bisogna stare molto attenti alle sfumature dei suoi discorsi. Spesso ha fatto riferimento al fariseo come stereotipo sociologico politico, un’immagine di qualcosa che non riguarda lo stato moderno e la politica contemporanea. Ma il fariseo è anche una figura concreta, reale. La parola fariseo viene dall’ebraico e significa “interprete”. Dunque il fariseo è proprio quel tipo più avanzato e positivo per il quale il testo non va solo considerato alla lettera ma va anche interpretato.

Io personalmente avrei preferito sentire una critica al mondo pagano e non al fariseo “interprete” che è poi il diretto progenitore dell’ebreo di oggi. E qui si entrerebbe in una polemica che non ha senso e che certamente non è voluta dal Papa. Ma l’elemento negativo è il pagano, colui che è alieno da valori morali.

Nel mondo accademico israeliano come è visto l’arrivo di Francesco? E’ vicino o distante da una sensibilità accademico-intellettuale?

Vorrei prima parlare di Benedetto XVI che da alcuni è stato sottovalutato nel suo carattere accademico, serio, riservato, un po’ introverso. Ha scritto e detto cose di enorme importanza. Ha scritto alcune pagine che rimarranno fondamentali, in particolare nel dialogo Cattolico-Ebraico.

Naturalmente Papa Francesco è orientato verso una comunicazione più ampia, come del resto anche papa Wojtyla che nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo ha creato una pagina indimenticabile. Il suo storico incontro con il rabbino Toaff con cui c’è stata un profonda amicizia (Giovanni Paolo II lo menzionò nel suo testamento) fa capire il rapporto eccezionale che si era stabilito fra questi due uomini.

Papa Bergoglio porta di nuovo avanti una personalità solare aperta ai rapporti umani. Sono certo che anche lui per quanto riguarda il dialogo cattolico-ebraico voglia fare e dire qualcosa che aiuti a portare avanti questo rapporto di fratellanza.

Fonte: ALETEIA

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