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Come furono inventati i palestinesi.

Come furono inventati i palestinesi.

Nel 1948, il nascente Stato di Israele sconfisse gli eserciti di Egitto, Iraq, Siria, Transgiordania, Libano, Arabia Saudita e Yemen che volevano distruggerlo completamente. Il jihad contro Israele proseguì, ma lo Stato ebraico tenne duro, sconfiggendo ancora Egitto, Iraq, Siria, Giordania e Libano nella guerra dei Sei Giorni nel 1967 e l’Egitto e la Siria ancora una volta nella guerra dello Yom Kippur del 1973. Nell’ottenere queste vittorie contro enormi difficoltà, Israele riscosse l’ammirazione del mondo libero, vittorie che comportarono l’attuazione più audace e su più ampia scala nella storia islamica del detto di Maometto: “La guerra è inganno”.

Per distruggere l’impressione che il piccolo Stato ebraico stesse fronteggiando ingenti nemici arabi musulmani e che stesse prevalendo su di loro, il KGB sovietico (il Comitato sovietico per la sicurezza dello Stato) inventò un popolo ancora più piccolo, i “palestinesi”, minacciato da una ben funzionante e spietata macchina da guerra israeliana. Nel 134 d.C., i Romani avevano espulso gli ebrei dalla Giudea dopo la rivolta di Bar Kokhba e ribattezzarono la regione Palestina, un nome tratto dalla Bibbia, il nome degli antichi nemici degli Israeliti, i Filistei. Ma il termine palestinese era sempre stato riferito a una regione e non a un popolo o a una etnia. Negli anni Sessanta, tuttavia, il KGB e il nipote di Hajj Amin al-Husseini, Yasser Arafat, crearono tanto questo presunto popolo oppresso quanto lo strumento della sua libertà, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).

Ion Mihai Pacepa, già vicedirettore del servizio di spionaggio della Romania comunista durante la Guerra Fredda, in seguito rivelò che “l’OLP era stata una invenzione del KGB, che aveva un debole per le organizzazioni di ‘liberazione’. C’era l’Esercito di liberazione nazionale della Bolivia, creato dal KGB nel 1964 con l’aiuto di Ernesto ‘Che’ Guevara (…) inoltre, il KGB creò il Fronte democratico per la liberazione della Palestina, che perpetrò numerosi attacchi dinamitardi. (…) Nel 1964, il primo Consiglio dell’OLP, composto da 422 rappresentanti palestinesi scelti con cura dal KGB, approvò la Carta nazionale palestinese – un documento che era stato redatto a Mosca. Anche il Patto nazionale palestinese e la Costituzione palestinese nacquero a Mosca, con l’aiuto di Ahmed Shuqairy, un influente agente del KGB che divenne il primo presidente dell’OLP”.

Affinché Arafat potesse dirigere l’OLP avrebbe dovuto essere un palestinese. Pacepa spiegò che “egli era un borghese egiziano trasformato in un devoto marxista dall’intelligence estera del KGB. Il KGB lo aveva formato nella sua scuola per operazioni speciali a Balashikha, cittadina a est di Mosca, e a metà degli anni Sessanta decise di prepararlo come futuro leader dell’OLP. Innanzitutto, il KGB distrusse i documenti ufficiali che certificavano la nascita di Arafat al Cairo, rimpiazzandoli con documenti falsi che lo facevano figurare nato a Gerusalemme e, pertanto, palestinese di nascita”.

Arafat potrebbe essere stato marxista, almeno all’inizio, ma lui e i suoi referenti sovietici fecero un uso copioso dell’antisemitismo islamico. Il capo del KGB, Yuri Andropov, osservò che “il mondo islamico era una piastra di Petri in cui potevamo coltivare un ceppo virulento di odio antiamericano e antisraeliano, cresciuto dal batterio del pensiero marxista-leninista. L’antisemitismo islamico ha radici profonde… . Dovevamo solo continuare a ripetere i nostri argomenti – che gli Stati Uniti e Israele erano ‘paesi fascisti, imperial-sionisti’ finanziati da ricchi ebrei. L’Islam era ossessionato dall’idea di evitare l’occupazione del suo territorio da parte degli infedeli ed era assolutamente ricettivo al ritratto da noi fatto del Congresso americano come un rapace organismo sionista volto a trasformare il mondo in un feudo ebraico”.

Il membro del Comitato esecutivo dell’OLP, Zahir Muhsein, spiegò in modo più esaustivo la strategia in una intervista del 1977 al quotidiano olandese Trouw:

Il popolo palestinese non esiste. La creazione di uno stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo stato di Israele per la nostra unità araba. In realtà, oggi non c’è alcuna differenza fra giordani, palestinesi, siriani e libanesi. Solo per ragioni politiche e strategiche parliamo oggi dell’esistenza di un popolo palestinese, dal momento che gli interessi nazionali arabi esigono che noi postuliamo l’esistenza di un distinto “popolo palestinese” che si opponga al sionismo. Per ragioni strategiche, la Giordania, che è uno stato sovrano con confini definiti, non può avanzare pretese su Haifa e Jaffa mentre, come palestinese, posso indubbiamente rivendicare Haifa, Jaffa, Bee-Sheva e Gerusalemme. Tuttavia, nel momento in cui rivendicheremo il nostro diritto a tutta la Palestina, non aspetteremo neppure un minuto a unire Palestina e Giordania.

Una volta che era stato creato il popolo, il loro desiderio di pace poteva essere facilmente inventato. Il dittatore romeno Nicolae Ceausescu insegnò ad Arafat come suonare l’Occidente come un violino. Pacepa raccontò: “Nel marzo del 1978 condussi in gran segreto Arafat a Bucarest per le istruzioni finali su come comportarsi a Washington. ‘Devi solo far finta di rompere con il terrorismo e riconoscere Israele, ancora, e ancora e ancora’, disse Ceausescu ad Arafat. (…) Ceausescu era euforico all’idea che Arafat e lui potessero riuscire ad accaparrarsi un Premio Nobel per la pace con la loro farsa del ramoscello d’ulivo. (…) Ceausescu non riuscì a ottenere il suo Premio Nobel per la pace. Ma nel 1994 Arafat lo ricevette, proprio perché continuò a interpretare alla perfezione il ruolo che gli avevano affidato. Aveva trasformato la sua OLP terrorista in un governo in esilio (l’Autorità palestinese), fingendo sempre di porre fine al terrorismo palestinese, pur continuando ad alimentarlo. Due anni dopo la firma degli accordi di Oslo, il numero degli israeliani uccisi dai terroristi palestinesi era aumentato del 73 per cento”.

Questa strategia ha continuato a funzionare alla perfezione, attraverso i “processi di pace” negoziati dagli Stati Uniti, dagli accordi di Camp David del 1978 alla presidenza di Barack Obama e oltre, senza posa. Le autorità occidentali non sembrano mai riflettere sul perché siano tutti falliti così tanti tentativi di raggiungere una pace negoziata tra Israele e i “palestinesi”, la cui esistenza storica oramai tutti danno per scontata. La risposta, ovviamente, sta nella dottrina islamica del jihad. “Cacciateli da dove vi hanno cacciato” è un ordine che non contiene alcuna mitigazione e che non accetta nessuno.

Nota: Questo è un estratto esclusivo dal nuovo libro di Robert Spencer, The History of Jihad From Muhammad to ISIS. Tutte le citazioni sono contenute nel libro.

Traduzione in italiano di Angelita La Spada

 

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Alan Dershowitz: “Ecco quello che penso di Donald Trump”.

Alan Dershowitz: “Ecco quello che penso di Donald Trump”.

“I terroristi non devono esercitare alcun veto sulla politica americana”. Con queste parole di pietra – apparse il 7 scorso su “The Hill”, giornale on-line pubblicato da Capitol Hill Publishing, D.C. – Alan M. Dershowitz ha commentato il discorso di Donald Trump, che ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, impegnandosi a trasferire l’Ambasciata americana da Tel-Aviv alla stessa Gerusalemme. Si è trattato di una svolta rivoluzionaria nella politica americana verso la questione di Gerusalemme, una questione rimasta bloccata fin dal 1967. Il problema era rimasto all’ordine del giorno subito dopo la fine della guerra dei sei giorni, quando gli israeliani avevano riunito la città sotto la propria esclusiva amministrazione. Le contestazioni avevano occupato un arco di tempo lunghissimo, senza mai giungere a una definizione precisa. Viceversa, negli anni tra il 1948 e il 1967, quando quei luoghi erano occupati dalla Giordania, in conseguenza della prima guerra arabo-israeliana, le Nazioni Unite si guardarono bene dal condannare quell’occupazione. La doppiezza della politica onusiana sulla questione di Gerusalemme costituisce un test-case dell’atteggiamento negativo che la cosiddetta comunità internazionale ha avuto nei confronti di Israele, con particolare riguardo al problema di Gerusalemme. Purtroppo, anche gli Stati Uniti, su tale punto, hanno avuto, nel corso dei decenni, un comportamento profondamente ambiguo e sostanzialmente dilatorio.

Per questo motivo, Dershowitz così conclude il suo articolo: “Lodiamo il Presidente Trump per aver fatto la cosa giusta, rifiutandosi di ripetere quella cosa ingiusta che il Presidente Obama aveva fatto alla fine della sua presidenza”. Ma che cosa aveva fatto Obama, per giustificare le lodi rivolte da Dershowitz a Trump? Obama aveva chiuso la decennale querelle non a favore di Israele, ma a favore dei nemici di Israele, facendo sì che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvasse una risoluzione che definiva i Luoghi Sacri del Giudaismo presenti in Gerusalemme territori “occupati” e perciò “una flagrante violazione della legge internazionale”; in questo modo, Obama – scrive Dershowitz – modificò radicalmente “lo status quo e rese più difficile la pace, fornendo ai palestinesi un enorme vantaggio nei futuri negoziati e disincentivandoli dallo stipulare un compromesso di pace”. La giusta affermazione di Dershowitz implica, però, una domanda cruciale? La pace implica un negoziato: ma quale negoziato si sta svolgendo attualmente? La realtà è che la pessima azione di Obama consente ai palestinesi di non dare avvio ad alcun negoziato, approfittando anche della vasta azione di delegittimazione di Israele messa in campo dai leader palestinesi in tutte le istituzioni internazionali. Ecco perché il riconoscimento di Trump è veramente un sasso nello stagno, che pone brutalmente la cosiddetta comunità internazionale di fronte a un problema per troppo tempo eluso. L’Onu ha condannato il gesto di Trump, ma il suo atto ha un valore pari a zero. Il fatto è che la più grande potenza internazionale ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Nessuno può ignorarlo. I mesi futuri ci diranno che Trump ha fatto la cosa giusta. Opportunamente Dershowitz afferma che “il Presidente Trump merita un elogio per aver riequilibrato le posizioni negoziali tra Israele e i palestinesi”, posizioni che dopo il 1967, e soprattutto con l’atto di Obama, avevano fornito ai nemici di Israele un assurdo vantaggio negoziale, nonostante le vittorie di Israele. Un fatto unico nella storia delle relazioni internazionali.

Si può dire, quindi, afferma Dershowitz, che i Luoghi Sacri del Giudaismo in Gerusalemme durante l’occupazione giordana, durante la quale furono distrutti molti di quei luoghi, furono judenrein e, dopo il 1967, Washington “assunse la posizione ufficiale per la quale non riconosceva le legittime richieste di Israele di una Gerusalemme ebraica”. In conseguenza di tutto ciò, si ritenne che la situazione di Gerusalemme sarebbe rimasta aperta per il negoziato finale, ma la storia ci ha insegnato che questo stato di sospensione non faceva altro che rafforzare le posizioni dei nemici di Israele, ammesso che essi volessero iniziare un processo negoziale. L’atto di Obama ha offerto un punto di forza straordinario ai palestinesi. Occorre aggiungere qualche considerazione sulla posizione degli Stati Uniti in tutti gli anni che hanno preceduto il riconoscimento di Trump. Johnson era contrario a che Israele aprisse le ostilità nei confronti degli arabi, perché pensava che gli arabi dovessero assumersi la responsabilità di iniziare una nuova guerra contro Israele. Ma Israele non poteva aspettare. Dopo la schiacciante vittoria israeliana, Johnson si accodò subito al trionfo di Gerusalemme, perché questo gli dava un grande vantaggio su Mosca, ma lasciò insoluta la questione della città, in quanto riteneva che un appoggio a Israele su questo delicato problema avrebbe riaperto un contenzioso in cui i sovietici e gli stessi arabi avrebbero potuto rialzare la testa. I successivi presidenti americani lasciarono insoluta la questione, per ragioni diverse. Nixon fornì un aiuto decisivo in armamenti nella fase più difficile per Israele durante la guerra del 1973, cosicché l’esito finale positivo per lo Stato ebraico fu un grande sollievo che accantonò la questione di Gerusalemme.

Con Carter, la pace tra Israele ed Egitto rappresentò, nonostante tutto, un cruciale passo in avanti nei rapporti tra Israele e il paese più importante del mondo arabo e, di conseguenza, tirare in ballo il problema di Gerusalemme avrebbe potuto far saltare l’intero accordo. Reagan assicurò a Israele un sostegno continuo e senza ambiguità. Scrisse nelle sue memorie: “Io ho creduto in molte cose nella mia vita, ma nulla è stato più forte della mia convinzione che gli Stati Uniti dovessero assicurare la sopravvivenza di Israele”. Ma, anche con Reagan, la questione di Gerusalemme restò fuori dall’agenda americana, sempre per non dare a un’Unione Sovietica in crisi di prestigio internazionale ai tempi di Gorbacev, l’opportunità di avere qualche chance di rimonta; oppure, più probabilmente, perché la crisi sovietica consentiva a Washington di avere un controllo così solido sul Medio Oriente che la questione di Gerusalemme scivolò in secondo piano, anche con il benestare di Israele che in quel momento godeva di una tale self-confidence da non voler rischiare nulla sul problema della città. Alla svolta del secolo, la prima guerra del Golfo con George H.W. Bush e la seconda con George W. Bush dettero alla situazione mediorientale una scossa molto pericolosa, che vide un impegno massiccio militare da parte degli Stati Uniti per fronteggiare l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait, e poi l’intervento americano per abbattere il regime del dittatore iracheno. In ambedue i casi la crisi generale dell’area impegnò così severamente gli Stati Uniti che la questione di Gerusalemme sembrò un problema di secondaria importanza.

Ma, oltre a tutto ciò, la ragione del disimpegno americano nei confronti del problema della città era soprattutto Arafat. Così ha scritto George W. Bush nelle sue memorie: “Nella primavera del 2002, ero giunto alla conclusione che la pace non sarebbe stata possibile con Arafat al potere”. Toccare la questione di Gerusalemme avrebbe scatenato una terribile ondata di terrorismo. Fra i due Bush si inserisce l’attività di Clinton che tentò vanamente di convincere Arafat ad accettare le proposte di Barak: il fallimento portò con sé anche l’impossibilità di affrontare la questione di Gerusalemme. Occorre, però, alla fine di questa carrellata, sottolineare la mancanza di volontà – per motivi diversi ma confluenti nello stesso atteggiamento – di tutti i presidenti americani post-1967 a risolvere il problema della città nei termini che soltanto Trump ha saputo affrontare in modo unilaterale, cioè dal punto di vista di una responsabilità esclusiva di una potenza che ribadisce la propria centralità nel sistema politico internazionale. Tornando all’articolo di Dershowitz, egli giudica l’atto di Trump la rottura decisiva di un immobilismo che aveva avvantaggiato la posizione palestinese. Con la decisione di Obama, che aveva concluso tutto un lungo periodo di immobilismo sulla questione con un atto di estrema gravità, Dershowitz si chiede: “Se questo è lo status quo, quali incentivi hanno i palestinesi per entrare in una fase negoziale?”. E se da parte americana si è accettato che la situazione di Gerusalemme fosse discussa nei negoziati finali, risulta consequenziale “il ragionamento in base al quale gli Stati Uniti hanno rifiutato di riconoscere qualsiasi parte di Gerusalemme, inclusa Gerusalemme Ovest, come parte di Israele”. Ora tutto ciò è finito. Il processo di pace, se nascerà, dovrà partire da questo dato di fatto ineludibile; e “nessuna decisione americana dovrà essere influenzata dalla minaccia della violenza”.

 

Fonte: Testata: Informazione Corretta
Data: 11 dicembre 2017
Autore: Antonio Donno
Titolo: «Alan Dershowitz: ‘Ecco quello che penso di Donald Trump’»

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“Lettera aperta al Papa” di Deborah Fait

“Lettera aperta al Papa” di Deborah Fait

Egregio Pontefice,

Sono qui a scrivere per esprimerle il mio disappunto come essere umano alle sue esternazioni dopo la dichiarazione di Donald Trump su Gerusalemme Capitale di Israele.
Non appena la decisione del presidente americano è diventata pubblica, lei è stato tra i primi a commentarla e lo ha fatto esattamente come io mi aspettavo.
Nessuna parola di pace, nessuna raccomandazione agli arabi (palestinesi) di evitare violenze e terrorismo, nessun appello alla calma, tantomeno un accenno al diritto di Israele di avere riconosciuta la propria capitale millenaria.
Le sue parole, del tutto faziose e dirette esplicitamente allo stato ebraico, sono state :” “Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i luoghi santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”.
Mi chiedo per quale motivo lei abbia trovato necessario invocare lo status quo dal momento che ( e lei lo sa perfettamente) Israele ha sempre garantito, nonostante gli attacchi di guerra arabi e il terrorismo palestinese, la libertà di culto per tutte le religioni. Non solo per le tre religioni monoteiste ma anche per i Bahai che, fuggiti dalle persecuzioni in Iran, si sono rifugiati in Israele dove hanno, a Haifa, il loro tempio più bello, e per tutte le altre fedi esistenti nel Paese.
Perchè ha voluto mettere la mani avanti sapendo perfettamente che Israele è una democrazia e come tale si comporta nei confronti di ogni religione?
E poi di quale status quo parla? Quello interpretato dai palestinesi con la loro violenza, con le continue pretese, con il veto di salire sul Monte se non dopo previo benestare del waqf?
Quando questa terra era occupata dall’islam, prima i turchi e poi la Giordania, ebrei e cristiani non potevano accedere ai propri luoghi santi. Erano interdetti, quando non venivano rasi al suolo, e il Kotel, sacro agli ebrei perché unico muro rimasto in piedi dalla distruzione del Tempio di Salomone, era addirittura chiuso da un altro muro a ridosso del quale erano state sistemate le latrine pubbliche.
E lei Pontefice parla di status quo sapendo perfettamente che attualmente gli ebrei possono accedere al Monte del Tempio (Bet haMikdash) solamente in orari stabiliti dagli arabi e quando riescono ad arrivarci vengono assaliti da donne e uomini e bambini palestinesi che urlano, strattonano e sputano loro addosso.
E’ questo il suo prezioso status quo, egregio Pontefice?
All’inizio di questa lettera ho scritto che mi aspettavo le sue parole e le spiego perché.
Se lo ricorda il massacro a Charlie Hebdò e al Superkosher di Parigi? Se li ricorda i morti al grido di Allahu Akhbar? E si ricorda qual è stato il suo commento rilasciato sull’aereo che la riportava a Roma da uno dei suoi tanti viaggi all’estero?
Io me lo rammento bene perché è stato in quel momento che ho perso stima e illusione nei suoi confronti. “Ma se qualcuno offende la mia mamma, beh, io gli do un pugno” queste sono state le sue parole, crudeli e pericolose, che giustificavano i terroristi assassini di giornalisti colpevoli di aver fatto satira su Maometto.
Dopo questo fatto dovevano arrivarne altri ad aumentare la mia disillusione, mi riferisco quando a Betlemme lei fece fermare la macchina per andare davanti al muro salvavita…nostra, a pregare.
Lei forse non sapeva che quel muro era stato costruito per bloccare i terroristi che ogni santo giorno entravano in Israele e fare decine e decine di morti tra la popolazione civile? Come dice? Lo sapeva? E allora perché è andato proprio là a pregare? E’ stato forse costretto dal suo caro amico Abu Mazen? Può darsi, non lo so, sono generosa e le do il beneficio del dubbio anche se credo che un Sommo Pontefice abbia la facoltà di dire di no a un terrorista.
Non le do invece nessun beneficio per quella messa recitata sotto una gigantesca immagine di Gesù Bambino coperto da una kefiah palestinese.
Non mi dica, egregio Pontefice, che lei, proprio lei, capo assoluto della Chiesa cattolica, non sa che Gesù era ebreo, che come tale è vissuto e come tale è morto, come ebreo ha celebrato il proprio Bar Mitzvà a Gerusalemme, davanti ai rabbini, all’età di 13 anni, come ogni bambino ebreo. Non mi dica che non lo sapeva!
E allora perché? Cosa l’ha indotta a compiere un atto di tale offesa per tutto il mondo cristiano? Cosa può averla convinta a sottomettersi alle fantasiose favole della lercia propaganda araba? La ragion di stato? Quale stato?
Non esiste nessuno stato palestinese , esiste solo un’ accozzaglia di terroristi, (autoproclamatisi palestinesi quando questo nome era degli ebrei che vivevano nel Mandato britannico di Palestina) che vogliono distruggere uno stato sovrano, Israele!
A questi episodi mi va di aggiungere il suo volto serio e corrucciato quando è andato in visita al Tempio Maggiore di Roma, si vedeva lontano un miglio che non era felice nè sereno. Si capiva che non le piaceva proprio trovarsi là, forse temendo di fare cosa sgradita ai musulmani. Non doveva preoccuparsi, però, dal momento che solo due anni prima era andato a prostrarsi, scalzo e piegato fino a terra, nella moschea blu di Istanbul dove si era graziosamente intrattenuto, pieno di sorrisi e generoso di abbracci. Secondo me, poteva bastare ad equilibrare le cose persino per l’intolleranza e l’odio islamico per gli infedeli ebrei.
Concludo questa mia avendo davanti agli occhi la visione di lei che, il giorno successivo alla dichiarazione di Donald Trump, ha ricevuto, senza por tempo in mezzo, una delegazione palestinese per il dialogo inter-religioso. E li ha accolti con queste parole “Per la Chiesa cattolica è sempre una gioia costruire ponti ed è una gioia particolare farlo con personalità religiose e intellettuali palestinesi”.
Sembra una barzelletta, egregio Pontefice, è una barzelletta!
A questo punto, amareggiata da tanta parzialità di chi dovrebbe essere del tutto imparziale, la saluto assicurandola che, nonostante il suo amore per la dittatura palestinese, Israele, fulgida democrazia, garantirà sempre la libertà di culto che la rende l’unico paese del Medio Oriente dove i cristiani sono liberi di pregare e di vivere rispettati e tranquilli.
Purtroppo ai pochi rimasti nei territori di Abu Mazen e di Gaza non è concesso.

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