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Accoglienza dei migranti. I vescovi del Lazio all’attacco.

Accoglienza dei migranti. I vescovi del Lazio all’attacco.

Di Aldo Maria Valli

Cari amici di Duc in altum, sono venuto in possesso di un documento dei vescovi del Lazio che dovrà essere letto nelle chiese durante le Sante Messe di domenica prossima, in occasione della Pentecoste. Ve lo propongo qui in anteprima perché possiate farvene un’idea.

Da alcuni commenti che ho raccolto fra preti di Roma il documento suscita più di una perplessità. Uno di loro, dopo averlo ricevuto dal vescovo di zona (che ha precisato che il testo è stato “approvato oralmente” dal papa), ha commentato: “In quanto sacerdote in cura d’anime mi trovo in forte difficoltà a diffonderlo, perché è un documento di contenuto politico ed io, leggendolo davanti ai fedeli riuniti per la Santa Messa, mi troverei a servizio di uno schieramento politico, mentre ho dato la vita per il Signore, non per un partito”.

Ed ecco un altro commento: “Da anni siamo inondati da messaggi papali ed episcopali per varie Giornate nazionali e internazionali, a somiglianza di quelle proposte da Onu e affini. Ora che si riduca anche la Pentecoste a occasione di tal genere mi sembra inammissibile, tanto più che il messaggio dei vescovi del Lazio è politicamente strumentale e quindi illegittimo”.

 Infine un terzo sacerdote afferma: “La dottrina cattolica ha sempre insegnato che esiste un ordo amoris, un ordine da dare all’esercizio del proprio amore. Un ordine che si può riassumere nell’espressione ‘prima i vicini e poi i lontani’, come sa bene qualunque padre o madre di famiglia, chiamati a occuparsi prima dei loro figli e poi eventualmente di quelli degli altri. Il comandamento evangelico dell’amore dice sì che bisogna amare tutti, ma, poiché non è possibile aiutare tutti, si deve provvedere soprattutto a quelli che Dio ha legato più strettamente a noi, come si può intuire pensando alla natura stessa di alcune relazioni, come quelle familiari ma anche quelle di amicizia, culturali, nazionali. Il documento dei vescovi del Lazio appare invece viziato da una visione ideologica improntata a demagogia”.     

 Qui trovate il testo. Buona lettura.

A.M.V.

***

Carissimi fedeli delle diocesi del Lazio, desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue; pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante delle povertà e delle disuguagliane, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi.

Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali.

Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un “prima” o di un “dopo” sulla base dell’appartenenza nazionale.

Da certe affermazioni che appaiono come “di moda” potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro “noi”: l’altro è un dono. È questa la bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza.

Desideriamo invitarvi, pertanto, a proseguire il nostro cammino di comunità, credenti sia con la preghiera che con atteggiamenti di servizio nella testimonianza di una virtù che ha sempre caratterizzato il nostro Paese: l’accoglienza verso l’altro, soprattutto quando si trovi nel bisogno. Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una “paura che fa impazzire” come ha detto Papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere.

Le nostre Diocesi, attraverso i centri di ascolto della Caritas, e tante altre realtà di solidarietà e di prossimità, danno quotidianamente il proprio contributo per alleviare le situazioni dei poveri che bussano alla nostra porta accogliendo il loro disagio. Tanto è stato fatto e tanto ancora desideriamo fare, affinché l’accoglienza sia davvero la risposta ad una situazione complessa e non una soluzione di comodo (o peggio interessata). Desideriamo che tutte le nostre comunità – con spirito di discernimento – possano promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, respingendo accento e toni che negano i diritti fondamentali dell’uomo, riconosciuti dagli accordi internazionali e – soprattutto – originati dalla Parola evangelica.

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, così come sappiamo di alcune istituzioni che pensavamo si occupassero di accoglienza, e che invece non hanno dato la testimonianza che ci si poteva aspettare. Desideriamo, tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale.

Pertanto, carissime sorelle e carissimi fratelli, sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste.

I Vescovi della Diocesi del Lazio

9 giugno 2019, Solennità di Pentecoste

 

Fonte: Aldomariavalli.it

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Gerusalemme, tremila anni di storia

Gerusalemme, tremila anni di storia

“Melchisedec, re di Salem . . . Egli era sacerdote del Dio altissimo” (Gn 14:18). Questo passo, che è riferito al 20° secolo a. E. V., non solo indica il nome più antico di Gerusalemme (Salem) ma è anche il primo accenno storico alla città, di cui non si hanno notizie anteriori, se non quelle desunte dalle tavolette di Tell el-Amarna, che furono scritte da regnanti cananei, alcune delle quali indirizzare al capo di Urusalim (nome accadico di Gerusalemme); poiché tali lettere furono scritte prima che gli ebrei conquistassero Canaan, l’antica Salem (poi Gerusalemme) fu sotto dominazione straniera nel periodo (circa cinque secoli) che va da Abraamo alla conquista israelita della Terra Promessa. Dopo la conquista, “quanto ai Gebusei che abitavano in Gerusalemme, i figli di Giuda non riuscirono a scacciarli; e i Gebusei hanno abitato con i figli di Giuda in Gerusalemme” (Gs 15:63; cfr. Gdc 1:21). La convivenza mista di giudei e gebusei a Gerusalemme si protrasse per circa 400 anni, tanto che perfino nella Bibbia la città di Gerusalemme è chiamata qualche volta “Gebus, che è Gerusalemme”. – Gdc 19:10-12; 1Cron 11:4,5.

Fu per volere divino che Davide fece di Gerusalemme la capitale:

“[Davide] disse: ‘Benedetto sia il Signore, Dio d’Israele, il quale di sua propria bocca parlò a Davide mio padre, e con la sua potenza ha adempiuto quanto aveva dichiarato dicendo: ‘Dal giorno che feci uscire il mio popolo Israele dal paese d’Egitto, io non scelsi alcuna città, fra tutte le tribù d’Israele, per costruire là una casa, dove il mio nome dimorasse; e non scelsi alcun uomo perché fosse principe del mio popolo Israele; ma ho scelto Gerusalemme perché il mio nome vi dimori, e ho scelto Davide per regnare sul mio popolo Israele’”. – 2Cron 6:4-6; cfr. 2Cron 7:12.

La decisione davidica di fare di Gerusalemme la capitale ebraica suscitò derisione nei gebusei, che dissero a Davide, con sarcasmo: “’Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!’ Volevano dire: ‘Davide non entrerà mai’” (2Sam 5:6). “Ma Davide prese la fortezza di Sion [la cittadella di Gerusalemme], che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: ‘Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono gli avversari di Davide…’. Da questo ha origine il detto: ‘Il cieco e lo zoppo non entreranno nel tempio’. Davide abitò nella fortezza e la chiamò Città di Davide; e vi fece delle costruzioni intorno, cominciando da Millo verso l’interno. Davide diventava sempre più grande e il Signore, il Dio degli eserciti, era con lui”. – Vv. 7-10.

L’antica roccaforte dei gebusei ricevette così il nome di “città di Davide” e anche di “Sion”: “Sion, che è la città di Davide” (2Sam 5:7). A Davide si devono le successive costruzioni nell’area urbana e il migliorato sistema cittadino di difesa (2Sam 5:9-11; 1Cron 11:8). Era intenzione del re Davide di costruire a Gerusalemme anche il Tempio e, verso la fine del suo regno, aveva avviato perfino la preparazione del materiale necessario (1Cron 22:1,2; cfr. 1Re 6:7). Le “pietre squadrate” (1Cron 22:2, TNM) che Davide fece lavorare dai “tagliapietre” (Ibidem) e le “grandi pietre” fatte preparare poi da Salomone (1Re 5:17, TNM), “pietre costose secondo le misure, squadrate, segate con seghe per pietre” (1Re 7:9, TNM), sono ancora visibili oggi al cosiddetto Muro del Pianto a Gerusalemme.

Dopo Davide, suo figlio Salomone fece rilevanti lavori di costruzione in Gerusalemme: la città iniziava a espandersi (1Re 3:1;9:15-19,24;11:27). Oltre al Tempio (completato nel 1007 a. E. V.) con tutta la sua area (2Cron 3:1; 1Re 6:37,38;7:12), Salomone edificò grandiosi edifici: il palazzo reale, la casa detta “Foresta del Libano”, il portico a colonne e il portico del trono (chiamato “Portico del giudizio”) dove amministrava la giustizia:

“Poi Salomone costruì il suo palazzo, e lo terminò interamente in tredici anni. Costruì la casa detta: ‘Foresta del Libano’; era di cento cubiti di lunghezza, di cinquanta di larghezza e di trenta d’altezza. Era basata su quattro ordini di colonne di cedro, sulle quali poggiava una travatura di cedro. Un soffitto di cedro copriva le camere che poggiavano sulle quarantacinque colonne, quindici per fila. C’erano tre file di camere, le cui finestre si trovavano le une di fronte alle altre lungo tutte e tre le file. Tutte le porte con i loro stipiti e architravi erano quadrangolari. Le finestre delle tre file di camere si trovavano le une di fronte alle altre, in tutti e tre gli ordini. Fece pure il portico a colonne, che aveva cinquanta cubiti di lunghezza e trenta di larghezza, con un vestibolo davanti, delle colonne, e una scalinata sul davanti. Poi fece il portico del trono dove amministrava la giustizia, che fu chiamato: ‘Portico del giudizio’; lo ricoprì di legno di cedro dal pavimento al soffitto. La sua casa, dove abitava, fu costruita nello stesso modo, in un altro cortile, dietro il portico. Fece una casa dello stesso stile di questo portico per la figlia del faraone, che egli aveva sposata”. – 1Re 7:1-8.

Dopo la divisione del regno, nel 977 a. E. V., Gerusalemme continuò a essere la capitale del Regno di Giuda o Regno del Sud. Sacerdoti e leviti si trasferirono a Gerusalemme (2Cron 11:1-17). Nel primo lustro dopo la morte di Salomone, il faraone egizio Sisac (chiamato Sheshonk I nei documenti egizi) prese i tesori del Tempio, nel 972 a. E. V., sebbene Gerusalemme non subisse la completa rovina. – 1Re 14:25,26; 2Cron 12:2-12.

In seguito ci fu un tentativo, non riuscito, di assediare Gerusalemme da parte del secessionista Regno di Israele o Regno del Nord (1Re 15:17-22). Fu poi la volta di un’alleanza arabo-filistea, che la invase e la saccheggiò (2Cron 21:12-17). Poi, “l’esercito dei Siri . . . venne in Giuda e a Gerusalemme” e probabilmente riuscì a penetrare in città (2Cron 24:20-25). Toccò poi al Regno d’Israele invadere il Regno di Giuda: “Giuda rimase sconfitto da Israele, e quelli di Giuda fuggirono, ognuno alla sua tenda . . . Ioas, re d’Israele, fece prigioniero, a Bet-Semes, Amasia, re di Giuda . . . lo condusse a Gerusalemme, e fece una breccia di quattrocento cubiti [=180 m] nelle mura di Gerusalemme . . . Prese tutto l’oro e l’argento e tutti i vasi che si trovavano nella casa di Dio [il Tempio] . . . e i tesori della casa del re; prese pure degli ostaggi, e se ne tornò a Samaria [capitale del Regno d’Israele” (2Cron 25:22-24). La città santa fu poi fortificata sotto il re giudeo Uzzia: “Uzzia costruì pure delle torri a Gerusalemme” (2Cron 26:9), “Fece fare, a Gerusalemme, delle macchine inventate da esperti per collocarle sulle torri e sugli angoli, per scagliare saette e grosse pietre” (2Cron 26:15); suo figlio “costruì anche delle città nella regione montuosa di Giuda, e dei castelli e delle torri nelle foreste” (2Cron 27:4). Grazie al fedele re Ezechia, l’area del Tempio fu purificata e restaurata; egli ordinò di celebrare la Pasqua, invitando a Gerusalemme tutti, inclusi gli israeliti del Regno del Nord (2Cron 29:1-5,18,19;30:1,10-26). Dopo che gli assiri ebbero conquistato il Regno di Israele nel 720 a. E. V., invasero il Regno di Giuda, nel 712 a. E. V.: “Dopo queste cose e questi atti di fedeltà di Ezechia, Sennacherib, re d’Assiria, venne in Giuda, e cinse d’assedio le città fortificate, con l’intenzione d’impadronirsene”. – 2Cron 32:1.

“Sennacherib, re d’Assiria, mentre stava di fronte a Lachis con tutte le sue forze, mandò i suoi servitori a Gerusalemme per dire a Ezechia, re di Giuda, e a tutti quelli di Giuda che si trovavano a Gerusalemme: ‘Così parla Sennacherib, re degli Assiri: In chi confidate voi per rimanervene così assediati in Gerusalemme? Ezechia v’inganna per ridurvi a morir di fame e di sete, quando dice: Il Signore, nostro Dio, ci libererà dalle mani del re d’Assiria! . . . Non sapete voi quello che io e i miei padri abbiamo fatto a tutti i popoli degli altri paesi? Gli dèi delle nazioni di quei paesi hanno forse potuto liberare i loro paesi dalla mia mano? Qual è fra tutti gli dèi di queste nazioni che i miei padri hanno sterminate, quello che abbia potuto liberare il suo popolo dalla mia mano? Potrebbe il vostro Dio liberarvi dalla mia mano? Ora Ezechia non v’inganni e non vi svii in questa maniera; non gli prestate fede! Poiché nessun dio d’alcuna nazione o d’alcun regno ha potuto liberare il suo popolo dalla mia mano o dalla mano dei miei padri; quanto meno potrà il Dio vostro liberare voi dalla mia mano!’”. – 2Cron 32:9-15.

Con grande tattica militare, Ezechia si era già preparato all’assedio assiro: “Quando Ezechia vide che Sennacherib era giunto e si proponeva di attaccare Gerusalemme, deliberò . . . di turare le sorgenti d’acqua che erano fuori della città . . . turarono tutte le sorgenti e il torrente che scorreva attraverso il paese. ‘Perché’, dicevano essi, ‘i re d’Assiria, venendo, dovrebbero trovare abbondanza d’acqua?’ Ezechia prese coraggio; e ricostruì tutte le mura dov’erano diroccate, rialzò le torri, costruì l’altro muro di fuori, fortificò Millo nella città di Davide, e fece fare una gran quantità d’armi e di scudi” (2Cron 32:2-5). Nello stesso tempo provvide acqua per Gerusalemme: “Ezechia fu colui che turò la sorgente superiore delle acque di Ghion e le convogliò giù direttamente attraverso il lato occidentale della città di Davide” (2Cron 32:30). Dio stesso aveva assicurato:

“Così parla il Signore riguardo al re d’Assiria:

Egli non entrerà in questa città,

e non vi lancerà freccia;

non l’assalirà con scudi,

e non alzerà trincee contro di essa.

Egli se ne tornerà per la via da cui è venuto,

e non entrerà in questa città, dice il Signore.

Io proteggerò questa città per salvarla,

per amor di me stesso e per amor di Davide, mio servo’”. – 2Re 19:32-34.

“Quella stessa notte l’angelo del Signore uscì e colpì nell’accampamento degli Assiri centottantacinquemila uomini; e quando la gente si alzò la mattina, erano tutti cadaveri. Allora Sennacherib re d’Assiria tolse l’accampamento, partì e se ne tornò a Ninive, dove rimase”. – 2Re 19:35,36.

In seguito, nonostante fossero aumentate le mura cittadine, i giudei peggiorarono nella loro infedeltà alla Legge di Dio (2Cron 33:1-9,14). Alla fine il Regno di Giuda diventò vassallo della Babilonia. Quando i giudei cercarono di ribellarsi, Gerusalemme fu prima assediata, poi invasa e saccheggiata; il re e i notabili della città furono deportati (2Re 24:1-16; 2Cron 36:5-10). Come re vassallo dei babilonesi fu designato nel 597 a. E. V. il giudeo Sedechia, che poi tentò la rivolta, provocando un nuovo assedio di Gerusalemme (2Re 24:17-20;25:1; 2Cron 36:11-14). In aiuto della città vennero delle milizie egiziane che provocarono il ritiro temporaneo degli assedianti babilonesi (Ger 37:5-10). Ma Dio aveva già decretato la punizione dei giudei per la loro infedeltà: “’Darò Sedechia, re di Giuda, e i suoi capi in mano dei loro nemici, in mano di quelli che cercano la loro vita, in mano dell’esercito del re di Babilonia, che si è allontanato da voi. Ecco, io darò l’ordine’, dice il Signore, ‘e li farò ritornare contro questa città; essi combatteranno contro di lei, la conquisteranno, la daranno alle fiamme; io farò delle città di Giuda una desolazione senza abitanti’” (Ger 34:21,22). Così, i babilonesi tornarono ad assediare Gerusalemme (Ger 52:5-11). Infine Gerusalemme fu distrutta dai babilonesi, nel 587 a. E. V., dopo un assedio che aveva provocato fame, malattie e morte. “Quando Gerusalemme fu presa . . . Nabucodonosor re di Babilonia venne con tutto il suo esercito contro Gerusalemme e la cinse d’assedio . . . una breccia fu fatta nella città, tutti i capi del re di Babilonia entrarono” (Ger 39:1-3; cfr. 2Re 25:2-4). La città santa, ormai vinta, fu distrutta; il Tempio fu abbattuto (i suoi tesori presi come bottino) e le mura cittadine demolite; gran parte della popolazione fu portata in esilio a Babilonia. – 2Re 25:7-17; 2Cron 36:17-20; Ger 52:12-20.

È degno di nota che i babilonesi (a differenza di quanto fecero di assiri con il Regno di Israele) non sostituirono la popolazione giudaica con altre genti. Ciò permise ai giudei di mantenere la loro identità anche dopo il loro rientro a Gerusalemme. Ancora oggi i giudei sono identificabili. Viceversa, gli israeliti (ovvero le tribù del settentrionale Regno di Israele) persero la loro identità, tanto che si parla delle tribù perdute della Casa di Israele.

“Affinché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremia [cfr. Ger 25:12;29:14;33:11] il Signore destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale a voce e per iscritto fece proclamare per tutto il suo regno questo editto: ‘Così dice Ciro, re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di costruirgli una casa a Gerusalemme, che si trova in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, il suo Dio sia con lui, salga a Gerusalemme, che si trova in Giuda, e costruisca la casa del Signore, Dio d’Israele, del Dio che è a Gerusalemme. Tutti quelli che rimangono ancora del popolo del Signore, dovunque risiedano, siano assistiti dalla gente del posto con argento, oro, doni in natura, bestiame, e inoltre con offerte volontarie per la casa del Dio che è a Gerusalemme” (Esd 1:1-4). Questo decreto reale entrò in vigore nel 537 a. E. V.. Nel 536 a. E. V. furono poste le fondamenta e nel 515 a. E. V. la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme fu completata.

Dopo 132 anni dalla distruzione babilonese di Gerusalemme, nel 455 a. E. V., Neemia ricostruì Gerusalemme (Nee 1:1). In Nee 2:11-15;3:1-32 si ha un’importante descrizione della struttura di Gerusalemme in quel tempo, specialmente delle porte cittadine. Dopo la ricostruzione, “la città era grande ed estesa; ma dentro c’era poca gente, e non si erano costruite case” (Nee 7:4). Tirando a sorte furono scelti i giudei, uno su dieci, che insieme a dei volontari andassero a popolare Gerusalemme. – Nee 11:1,2.

Nel quarto secolo a. E. V. il macedone Alessandro il Grande invase il territorio di Giuda. Sebbene dalle cronache storiche non risulti che Gerusalemme fosse invasa da Alessandro, di certo la città passò sotto il dominio greco, però non subendo danni. Lo storico e scrittore romano (di origini ebraiche) Titus Flavius Iosephus, più noto come Giuseppe Flavio, riporta una tradizione ebraica secondo cui il sommo sacerdote andò incontro ad Alessandro che si dirigeva a Gerusalemme, mostrandogli le profezie di Daniele (Dn 8:5-7,20,21) che presagivano le conquiste elleniche. – Antichità giudaiche, XI, 326-338.

Morto Alessandro, fu la volta dei Tolomei d’Egitto di dominare la Giudea e quindi anche Gerusalemme. Nel secondo secolo a. E. V., Antioco il Grande, re di Siria, conquistò Gerusalemme e Giuda, così la città santa fu sotto la dominazione dei seleucidi per 30 anni.

In seguito, nel 168 a. E. V., il re di Siria Antioco IV (Epifane), cercando di ellenizzare completamente i giudei, fece qualcosa di insopportabile per loro: dedicò al dio Zeus (il dio Giove dei romani) il Tempio di Gerusalemme. Egli arrivò al punto di profanarne l’altare con sacrifici ripugnanti.

“Il re inviò un vecchio ateniese per costringere i Giudei ad allontanarsi dalle patrie leggi e a non governarsi più secondo le leggi divine, inoltre per profanare il tempio di Gerusalemme e dedicare questo a Giove Olimpio . . . Grave e intollerabile per tutti era il dilagare del male. Il tempio infatti fu pieno di dissolutezze e gozzoviglie da parte dei pagani, che gavazzavano con le prostitute ed entro i sacri portici si univano a donne e vi introducevano le cose più sconvenienti. L’altare era colmo di cose detestabili, vietate dalle leggi. Non era più possibile né osservare il sabato, né celebrare le feste tradizionali, né fare aperta professione di giudaismo. Si era trascinati con aspra violenza ogni mese nel giorno natalizio del re ad assistere al sacrificio; quando ricorrevano le feste dionisiache, si era costretti a sfilare coronati di edera in onore di Dioniso. Fu emanato poi un decreto diretto alle vicine città ellenistiche, per iniziativa dei cittadini di Tolemàide, perché anch’esse seguissero le stesse disposizioni contro i Giudei, li costringessero a mangiare le carni dei sacrifici e mettessero a morte quanti non accettavano di partecipare alle usanze greche. Si poteva allora capire quale tribolazione incombesse. Furono denunziate, per esempio, due donne che avevano circonciso i figli: appesero i loro bambini alle loro mammelle e dopo averle condotte in giro pubblicamente per la città, le precipitarono dalle mura. Altri che si erano raccolti insieme nelle vicine caverne per celebrare il sabato, denunciati a Filippo, vi furono bruciati dentro, perché essi avevano ripugnanza a difendersi per il rispetto a quel giorno santissimo”. – 2Maccabei 6:1-11, CEI.

Tutto ciò provocò la rivolta dei maccabei. Nel 165 a. E. V., dopo tre anni di combattimenti, Giuda Maccabeo riuscì a prendere la città e il Tempio. “La purificazione del tempio avvenne nello stesso giorno in cui gli stranieri l’avevano profanato, il venticinque dello stesso mese, cioè di Casleu” (2Maccabei 10:5, CEI). Ogni 25 di kislèv (che inizia dopo il tramonto del 24) del calendario ebraico si celebra da allora la festa di Khanukà (חנכה, “dedicazione”), conosciuta anche come Festa delle Luci, per commemorare la consacrazione del nuovo altare del Tempio di Gerusalemme. A questa festività partecipò anche Yeshùa: “Ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione [il manoscritto ebraico J22 ha qui: החנכה חג (khag hakhanukà), “festa della dedicazione”]. Era d’inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone”. – Gv 10:22,23.

Per difendersi contro i seleucidi, i giudei chiesero e ottennero l’aiuto di Roma nel 160 a. E. V.. “Giuda pertanto scelse Eupòlemo, figlio di Giovanni, figlio di Accos, e Giasone, figlio di Eleàzaro, e li inviò a Roma a stringere amicizia e alleanza per liberarsi dal giogo, perché vedevano che il regno dei Greci riduceva Israele in schiavitù. Andarono fino a Roma con viaggio lunghissimo, entrarono nel senato e incominciarono a dire: ‘Giuda, chiamato anche Maccabeo, e i suoi fratelli e il popolo dei Giudei ci hanno inviati a voi, per concludere con voi alleanza e amicizia e per essere iscritti tra i vostri alleati e amici’. Piacque loro la proposta” (1Maccabei 8:17-21, CEI). Gli ‘alleati e amici’ romani iniziarono così a esercitare influenza sui giudei. Intorno al 142 a. E. V. Simone Maccabeo fece di Gerusalemme la capitale e la regione giudaica sembrava autonoma: non doveva pagare tasse a una nazione straniera. Nel 104 a. E. V. Aristobulo I, sommo sacerdote di Gerusalemme, assunse addirittura il titolo di re, cosa assai strana, perché in Israele il re era soggetto all’unzione da parte del sommo sacerdote e questi era soggetto al re (i due poteri erano interindipendenti). Era un periodo di ambizioni e d’accesi contrarsi interni (tra sadducei, farisei, zeloti e altri ruppi). Il dissidio interno fu tale che divenne violento fra Aristobulo II e suo fratello Ircano. Si dovette ricorrere al giudizio di Roma. La situazione iniziò a precipitare nel 63 a. E. V., quando le truppe romane comandate da Pompeo posero l’assedio per tre mesi a Gerusalemme; dopodiché penetrarono nella città santa per reprimere le liti interne. Ala fine, ad Antipatro II, un idumeo, fu dato l’incarico di governatore romano sulla Giudea; a un maccabeo fu permesso di rimanere sommo sacerdote e etnarca di Gerusalemme. l figlio di Antipatro, Erode il Grande, fu poi nominato da Roma “re” della Giudea, sebbene non riuscisse ad assumere il controllo di Gerusalemme fino al 37/36 a. E. V..

A Erode il Grande furono dovuti gli ampliamenti edilizi di Gerusalemme; egli seppe portare nella città prosperità; oltre al palazzo reale, costruì un teatro e una palestra (cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XV, 424). La sua più notevole opera edilizia fu però la ricostruzione del Tempio gerosolimitano (Antichità giudaiche, XV, 380), la cui area fu alla fine grande circa il doppio dell’area del Tempio precedente. Parte del muro occidentale del cortile del Tempio, il cosiddetto Muro del Pianto, è ancora visibile oggigiorno.

A Gerusalemme, nel 30 E. V. Yeshùa fu processato davanti al Sinedrio (Mt 26:57–27:1; Gv 18:13-27), poi portato da Pilato (Mt 27:2; Mr 15:1,16) e quindi da Erode Antipa (Lc 23:6,7), per essere alla fine rimandato da Pilato per la condanna a morte. – Lc 23:11; Gv 19:13.

Nel 66 E. V. i giudei si ribellarono alla dominazione romana. Le milizie romane comandate da Cestio Gallo circondarono perciò Gerusalemme e attaccarono le mura del Tempio. Inaspettatamente (e stranamente), Cestio Gallo si ritirò. Era il momento di agire e di seguire il consiglio che Yeshùa aveva dato decenni prima: “Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora quelli che sono in Giudea, fuggano sui monti; e quelli che sono in città, se ne allontanino; e quelli che sono nella campagna non entrino nella città. Perché quelli sono giorni di vendetta, affinché si adempia tutto quello che è stato scritto. Guai alle donne che saranno incinte, e a quelle che allatteranno in quei giorni! Perché vi sarà grande calamità nel paese e ira su questo popolo” (Lc 21:20-23). I discepoli di Yeshùa fuggirono da Gerusalemme e dalla Giudea, rifugiandosi a Pella, in Perea (Eusebio, Storia ecclesiastica, III, V, 3). E fecero bene. L’esercito romano tornò nel 70 E. V., più numeroso ancora, stavolta comandato da Tito. Gerusalemme era affollata per la Pasqua. L’assedio fu durissimo. Era impossibile scappare: i romani avevano posto trincee e eretto tutta una recinzione attorno alla città. Yeshùa aveva detto: “Verranno su di te [Gerusalemme, vv. 41,42 ] dei giorni nei quali i tuoi nemici ti faranno attorno delle trincee, ti accerchieranno e ti stringeranno da ogni parte” (Lc 19:43). Fu oltremodo terribile. Sebbene Tito offrisse la pace, i gerosolimitani erano irremovibili. “Oh se tu sapessi, almeno oggi, ciò che occorre per la tua pace! Ma ora è nascosto ai tuoi occhi” (Lc 19:42). Chi tentava di fuggire veniva ucciso come traditore dai compatrioti. Le persone, affamate, cercarono di mangiare addirittura il fieno e il cuoio; per sfamarsi si contendevano perfino i neonati. – Cfr. Giuseppe Flavio.

Alla fine, i soldati romani abbatterono le mura della città e invasero Gerusalemme. L’ordine di risparmiare il Tempio fu ignorato: nella loro furia i romani lo incendiarono e lo distrussero (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VI, 250, 251; II, 426-428; VI, 354). Giuseppe Flavio parla di 1.100.000 morti; i prigionieri furono 97.000, poi venduti in Egitto (Dt 28:68) o fatti uccidere da gladiatori o da belve nelle arene romane delle province dell’impero.

La città santa di Gerusalemme fu rasa al suolo dai romani, risparmiando solamente le torri del palazzo d’Erode e un tratto del muro occidentale, di modo che servissero da testimonianze e d’ammonimento. “Tutto il resto della cinta muraria fu abbattuto e distrutto in maniera così radicale, che chiunque fosse arrivato in quel luogo non avrebbe mai creduto che vi sorgeva una città” (Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, VII, 3, 4 ). Ancora oggi è visibile a Roma l’Arco di Tito con un bassorilievo in cui è scolpita la scena di soldati romani che recano come bottino alcuni sacri arredi del Tempio che avevano distrutto.

Fin verso il 130 E. V. la città rimase desolata, poi l’imperatore romano Adriano vi eresse una nuova città, chiamata Aelia Capitolina. Ciò fu preso come un affronto dai giudei rimasti e ci fu una nuova insurrezione, capeggiata da Simon Bar Kokeba. Nel 132-135 E. V. ci fu una nuova guerra, con la finale e definitiva vittoria dei romani, che impedirono per i successivi due secoli l’accesso in Gerusalemme agli ebrei.

Nel 4° secolo la madre di Costantino il Grande, Elena, andò Gerusalemme e v’identificò molti luoghi considerati santi. Nel 614 Gerusalemme fu conquistata dai persiani sasanidi che fecero strage della popolazione. Gerusalemme fu riconquistata da Eraclio I di Bisanzio, nel 629. Venne quindi il tempo della conquista musulmana e la città si arrese nel 637 a un califfo, rimanendo poi amministrata da califfi di Damasco e di Bagdad. Verso la fine del 7° secolo vi fu edificata una moschea nei pressi dell’antica area del Tempio, chiamata Cupola della Roccia.

Nel 972 Gerusalemme fu presa da califfi/Imàm. Nel 1076 passò ai turchi. Nel 1099, dopo l’occupazione dei crociati, divenne capitale del Regno Latino di Gerusalemme. Nel 1187 fu conquistata di nuovo dai musulmani con Saladino; da allora fu sotto la dominazione musulmana fino a quella dei mamelucchi. Gerusalemme rimase mamelucca fino al 1517, quando l’Egitto e la Siria vennero occupati dal sultano ottomano Selim I. Il dominio ottomano durò fino al novembre del 1917, quando fu occupata dai britannici comandati dal generale E. Allenby. Gerusalemme fu quindi dichiarata capitale del Mandato Britannico della Palestina con il trattato di Versailles.

Nel 1948 ci fu la guerra arabo-israeliana, che i giudei chiamano “guerra d’indipendenza” e gli arabi “catastrofe”. L’intento islamico era di impedire la nascita dell’autoproclamato Stato di Israele. Fino al ritiro britannico, che avvenne il 14 maggio 1948, si trattò essenzialmente di una guerra civile tra ebrei e arabi di Palestina: il conflitto rimase a livello di guerriglia (anche perché erano presenti le forze britanniche). Alla partenza dei britannici, gli ebrei proclamarono la nascita di Israele mentre truppe provenienti da Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq, insieme a corpi di spedizione minori provenienti da altri paesi arabi, penetrarono nella Palestina cisgiordana. Fu davvero guerra; gli scontri terminarono nei primi mesi del 1949.

Finalmente, nel 1949, l’Assemblea Generale dell’O.N.U. proclamò l’internazionalizzazione di Gerusalemme, sotto il controllo della stessa O.N.U., per favorire la convivenza di cristiani, musulmani e ebrei. Mentre gli ebrei accettarono il piano di ripartizione della Palestina in due stati (ebraico uno e arabo l’altro), i palestinesi e il resto del mondo arabo e islamico lo respinsero. Nessuno voleva rinunciare alla città santa, così le forze ebraiche e quelle arabe giordane occuparono Gerusalemme: le prime occuparono il settore occidentale della città e le seconde la sua parte orientale. Nel 1950 gli israeliani scelsero Gerusalemme quale capitale del nuovo Stato d’Israele. Dopo la guerra dei sei giorni, con un decreto approvato dal Parlamento israeliano (Knèset) fu dichiarata, il 30 luglio 1980, l’annessione ufficiale del settore giordano di Gerusalemme e la sua proclamazione a capitale “unita e indivisibile” di Israele.

 

Fonte:https://bit.ly/2IWraXR

 

 

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Io, rifugiato Palestimese

Io, rifugiato Palestimese

Discorso pronunciato da George Deek, vice ambasciatore di Israele a Oslo, il 27 settembre 2014

George Deek è un arabo israeliano, cristiano ortodosso.


Quando passeggio per le vie della mia città natale, Jaffa, mi ricordo dell’anno 1948.
I viali della città vecchia, le case del quartiere Ajami, le reti da pesca al porto – tutto sembra raccontare storie diverse sull’anno che ha cambiato per sempre la mia città. Una di queste storie riguarda una delle più antiche famiglie di questa antica città – la famiglia Deek – la mia. 
Prima del 1948 mio nonno George, di cui mi è stato dato il nome, lavorava come elettricista alla compagnia elettrica Rotenberg. Non si interessava molto alla politica. E dato che Jaffa era una città mista, aveva naturalmente degli amici ebrei.

Infatti i suoi amici alla compagnia elettrica gli insegnarono persino lo yiddish, facendo di lui uno dei primi arabi a parlare questa lingua.

Nel 1947 si fidanzò con Vera – mia nonna – e avevano programmato di fondare una famiglia nella stessa città, Jaffa, in cui la famiglia Deek era vissuta per circa 400 anni. Ma pochi mesi dopo i loro programmi cambiarono, letteralmente, da un giorno all’altro.

Quando l’ONU approvò la fondazione di Israele, e pochi mesi più tardi fu proclamato lo stato di Israele, i leader arabi avvertirono gli arabi che gli ebrei stavano programmando di ucciderli se fossero rimasti nelle loro case, e usarono come esempio il massacro di Deir Yassin. Dissero a tutti: «Lasciate le vostre case e scappate via». Dissero che servivano solo pochi giorni, nei quali con cinque eserciti promettevano di distruggere la neonata Israele. La mia famiglia, inorridita da ciò che poteva accadere, decise di fuggire, con molti altri. Fecero venire un prete di corsa alla casa della famiglia Deek, che in fretta e furia sposò i miei nonni, George e Vera, nella casa.

Mia nonna non ebbe neppure modo di vestirsi in modo appropriato. Dopo l’improvviso matrimonio, tutta la famiglia fuggì a nord, verso il Libano.

Ma quando la guerra giunse al termine, gli arabi non erano riusciti a distruggere Israele. La mia famiglia era dall’altra parte del confine, e sembrò che il destino della famiglia Deek fosse di essere dispersa per il mondo. Oggi ho parenti in Giordania, Siria, Libano, Dubai, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Australia e altro ancora. La storia della mia famiglia è solo una – e probabilmente non la peggiore – delle tante storie tragiche dell’anno 1948. E, in tutta franchezza, non c’è bisogno di essere antiisraeliani per riconoscere il disastro umanitario dei palestinesi nel 1948, denominato la nakba. Il fatto che io debba comunicare con skype con dei parenti in Canada che non parlano arabo, o che abbia un cugino in un Paese arabo che non ne ha ancora la cittadinanza nonostante sia di terza generazione – è una testimonianza vivente delle tragiche conseguenze della guerra.

Secondo l’ONU, 711.000 palestinesi sono diventati profughi – questo lo sappiamo già – alcuni fuggiti, altri espulsi con la forza. Contemporaneamente, a causa della nascita di Israele, 800.000 ebrei furono costretti a lasciare il mondo arabo, lasciandolo per lo più privo di ebrei. E, come già avevamo saputo, non furono rare le atrocità da entrambe le parti.

Ma questo conflitto non sembra essere stato l’unico ad avere provocato espulsioni e trasferimenti durante il XIX e il XX secolo. Fra il 1821 e il 1922, 5 milioni di musulmani furono espulsi dall’Europa, per lo più verso la Turchia. Negli anni ‘90 la Yugoslavia esplose, facendo circa 100.000 morti e circa 3 milioni di profughi.

Dal 1919 al 1949, durante l’operazione Visla fra la Polonia e l’Ucraina, 150.000 persone morirono e un milione e mezzo divennero profughi. Dopo la seconda guerra mondiale e la convenzione di Potsdam, si spostarono fra i 12 e i 17 milioni di tedeschi. Quando l’India e il Pakistan si separarono, furono trasferiti circa 15 milioni di persone.

Questa tendenza esiste anche in Medio Oriente: per esempio 1,1 milioni di curdi spostati dagli ottomani, 2,2 milioni di cristiani espulsi dall’Iraq, e parlando di oggi, yazidi, bahai, curdi, cristiani e anche musulmani vengono assassinati ed espulsi in seguito all’ascesa dell’islam radicale a un tasso di un migliaio al mese. La possibilità che qualcuno di questi gruppi possa fare ritorno alle proprie case è praticamente nulla.

E allora perché le tragedie dei serbi, dei musulmani europei, dei rifugiati polacchi o dei cristiani iracheni non vengono commemorate? Com’è che la cacciata degli ebrei dal mondo arabo è stata completamente dimenticata mentre la tragedia dei palestinesi, la nakba, è ancora viva nella politica attuale? A me sembra che ciò avvenga perché la nakba è stata trasformata da disastro umanitario in una offensiva politica.

La commemorazione della nakba non riguarda più il ricordo di ciò che è accaduto, bensì il risentimento per la pura e semplice esistenza di Israele. E la prova più evidente è la data scelta per commemorarla: la nakba non è il 9 aprile, giorno del massacro di Deir Yassin, o il 13 luglio, giorno dell’espulsione da Lod. Il giorno della nakba è stato stabilito il 15 maggio, il giorno successivo alla proclamazione dell’indipendenza di Israele. Con questo la dirigenza palestinese dichiara che il disastro non è l’espulsione, i villaggi abbandonati o l’esilio – la nakba, ai loro occhi, è la creazione di Israele. La rinascita dello stato ebraico li rattrista più della catastrofe umanitaria abbattutasi sui palestinesi. In altre parole, non compiangono il fatto che i miei cugini sono giordani, compiangono il fatto che io sono israeliano.

In tal modo i palestinesi sono divenuti schiavi del loro passato, legati con le catene del risentimento, prigionieri in un mondo di frustrazione e di odio.

Ma, amici, la pura e semplice verità è che per non ridursi a vivere di dolore e amarezza, dobbiamo guardare avanti. Per essere ancora più chiari: per riparare il passato bisogna prima assicurare il futuro. Questo l’ho imparato dal mio maestro di musica, Avraham Nov. Quando avevo sette anni sono entrato nella banda della comunità arabo-cristiana di Jaffa. È lì che ho incontrato Avraham, il mio maestro di musica, che mi ha insegnato a suonare il flauto e poi il clarinetto. Ero bravo. Avraham è un sopravvissuto all’olocausto, e tutta la sua famiglia è stata assassinata dai nazisti. È stato l’unico che è riuscito a sopravvivere, perché un certo ufficiale nazista lo ha trovato dotato nel suonare l’armonica, e così durante la guerra lo ha preso in casa per intrattenere i suoi ospiti.

Finita la guerra, e rimasto solo, avrebbe potuto sedersi a piangere e lamentarsi per il più grande crimine dell’uomo contro l’uomo nella storia e per il fatto di essere rimasto solo. Ma non lo ha fatto: ha guardato avanti, non indietro. Ha scelto la vita, non la morte; la speranza, piuttosto che la disperazione. Avraham è venuto in Israele, si è sposato, ha costruito una famiglia, e ha cominciato a insegnare la stessa cosa che gli aveva salvato la vita – la musica. E quando ha visto salire la tensione fra arabi ed ebrei, questo sopravvissuto all’olocausto ha deciso di insegnare la speranza attraverso la musica a centinaia di bambini arabi come me.

I sopravvissuti all’olocausto come Avraham sono fra le persone più straordinarie che possiate trovare. Sono sempre stato curioso di capire come potessero continuare a vivere sapendo ciò che sapevano, avendo visto ciò che avevano visto. Ma per tutti i 15 anni in cui sono stato studente di Avraham, non ha mai parlato del suo passato, tranne una volta – quando io ho chiesto di sapere. Mi sono reso conto che Avraham non era il solo, e che molti sopravvissuti all’olocausto non parlavano di quegli anni, neppure alle loro famiglie, a volte per decenni, o addirittura per sempre.

Solo quando avevano assicurato il futuro si concedevano di voltarsi indietro a guardare il passato. Solo dopo aver costruito un tempo di speranza permettevano a se stessi di ricordare i giorni della disperazione. Hanno costruito il futuro nella loro vecchia-nuova patria, lo stato di Israele. E sotto il peso della loro più grande tragedia, gli ebrei sono riusciti a costruire uno stato leader nel mondo in medicina, agricoltura, tecnologia. Perché? Perché hanno guardato avanti.

Amici, questa è una lezione che ogni nazione desiderosa di superare una tragedia dovrebbe imparare, compresi i palestinesi. Se i palestinesi vogliono riscattare il passato, devono innanzitutto concentrarsi ad assicurare un futuro, a costruire un mondo come dovrebbe essere, come i nostri figli meritano che sia.

E il primo passo in questa direzione, non c’è ombra di dubbio, è di porre fine al vergognoso trattamento dei rifugiati palestinesi. Nel mondo arabo i rifugiati palestinesi, compresi i loro figli, nipoti e anche pronipoti hanno ancora sistemazioni provvisorie, sono pesantemente discriminati e sono quasi sempre negati loro la cittadinanza e i più elementari diritti umani. Perché i miei parenti in Canada sono cittadini canadesi, mentre i miei parenti in Siria, Libano o nei Paesi del Golfo – che sono nati lì e non conoscono nessun’altra patria – sono ancora considerati rifugiati? Il trattamento dei palestinesi nei Paesi arabi è indubbiamente la più grande oppressione subita in qualunque parte del mondo. E i complici in questo crimine sono la comunità internazionale e le Nazioni Unite.

Invece di svolgere il proprio compito e aiutare i rifugiati a rifarsi una vita, la comunità internazionale sta nutrendo la narrativa del vittimismo. Mentre per tutti i rifugiati del mondo c’è un’unica agenzia ONU, l’UNHCR, un’altra agenzia è stata istituita per occuparsi unicamente di quelli palestinesi, l’UNRWA.

Non è una coincidenza: mentre lo scopo dell’UNHCR è di aiutare i rifugiati a trovare una nuova sistemazione, costruirsi un futuro e porre fine alla loro condizione di rifugiati, lo scopo dell’UNRWA è l’opposto: perpetuare la loro condizione di rifugiati e impedire loro di iniziare una nuova vita. La comunità internazionale non può seriamente immaginare che il problema dei rifugiati si risolva, mentre collabora con il mondo arabo nel trattare i rifugiati come pedine politiche, negando loro i diritti basilari .

Dove ai rifugiati palestinesi sono stati garantiti pari diritti, là essi hanno prosperato e contribuito alla loro società: in Sud America, negli Stati Uniti e anche in Israele. Infatti Israele è stato uno dei pochi Paesi che hanno automaticamente dato piena cittadinanza e uguaglianza a tutti i palestinesi in esso residenti dopo il ’48. E ne vediamo i risultati: nonostante tutte le sfide, i cittadini arabi di Israele costruiscono un futuro. Gli arabi israeliani sono gli arabi più istruiti del mondo, con i migliori standard di vita e opportunità nella regione. Degli arabi prestano servizio come giudici alla Corte Suprema. Alcuni dei migliori medici in Israele sono arabi, e lavorano in quasi tutti gli ospedali del Paese. 13 arabi sono membri del parlamento e godono del diritto di criticare il governo – un diritto
che essi sfruttano al massimo – protetti dalla libertà di parola.

Degli arabi vincono in popolari reality show. E potete trovare persino diplomatici arabi – uno di loro si trova di fronte a voi in questo momento.

Oggi, quando cammino per le vie di Jaffa, vedo i vecchi edifici e il vecchio porto, ma vedo anche bambini che vanno a scuola e all’università, vedo fiorenti aziende, e vedo una cultura viva. In breve, anche se, come minoranza, abbiamo ancora molta strada da fare, noi abbiamo un futuro in Israele.

Questo mi porta al prossimo punto: è arrivato il momento di finirla con la cultura dell’odio e dell’incitamento, perché l’antisemitismo, io credo, è una minaccia per i musulmani e i cristiani tanto quanto per gli ebrei.

Sono arrivato in Norvegia poco più di due anni fa, e per la prima volta ho avuto a che fare con gli ebrei come comunità di minoranza. Io sono abituato… ero abituato a vederli come maggioranza. E devo dire che ciò mi appare molto familiare. Io sono cresciuto in un ambiente simile, nella comunità arabo-cristiana di Jaffa. Facevo parte dei cristiani ortodossi, che fanno parte della comunità cristiana, che fa parte della minoranza araba, nello stato ebraico di Israele, nel Medio Oriente musulmano.

È come quelle bambole russe, ne apri una grande e dentro ce n’è una più piccola. Io sono il pezzo più piccolo. Un ebreo in Norvegia o un arabo in Israele, essere una minoranza significa che fai sempre parte di una piccola comunità in cui ognuno si preoccupa per ogni altro e lo aiuta. È una bella cosa sapere che hai sempre una comunità che si prenderà cura di te per qualunque cosa. Per tutta la mia vita, far parte di una comunità di minoranza è sempre stata una benedizione. Ma, amici, la vita di una minoranza è anche una vita di lotta costante per un trattamento equo.

A volte venite discriminati, e potete anche essere vittime di crimini motivati dall’odio. Anche in una democrazia come Israele, essere una minoranza araba non è sempre facile. Poco più di un anno fa una banda di bulli sono entrati nel cimitero arabo cristiano di Jaffa e hanno dissacrato le tombe con scritte “morte agli arabi”, e una delle tombe di quel cimitero era di mio padre.

Essere minoranza, amici miei, è una sfida ovunque, perché essere minoranza significa essere diversi. La storia del popolo ebraico ha aggiunto molte parole al vocabolario umano: parole come espulsione, conversione forzata, inquisizione, ghetto, pogrom, per non parlare della parola olocausto. Il rabbino Lord Jonathan Sacks ha spiegato accuratamente che gli ebrei hanno sofferto in tutti i tempi perché erano diversi; perché erano la più consistente minoranza non cristiana in Europa, e oggi sono la più consistente minoranza non musulmana in Medio Oriente. Ma, concretamente, non siamo tutti diversi? Diversi in ciò che ci rende umani! Ogni persona, ogni cultura, ogni religione è unica, e perciò insostituibile. E in un’Europa, o in un Medio Oriente, in cui non c’è spazio per gli ebrei, non c’è spazio per l’umanità.

Non dimentichiamo, amici: l’antisemitismo può cominciare con gli ebrei, ma non finisce mai con gli ebrei. Gli ebrei non sono stati gli unici ad essere convertiti a forza sotto l’inquisizione; sotto Hitler anche zingari e omosessuali, tra gli altri, soffrirono insieme agli ebrei; e ora sta succedendo di nuovo in Medio Oriente.

Il mondo arabo sembra avere dimenticato che i suoi giorni migliori negli ultimi 1400 anni si sono avuti quando ha mostrato tolleranza e apertura verso chi era diverso. Il genio matematico Ibn Musa el-Khawazmi era uzbeko, il grande filosofo Rumi era persiano, il glorioso conduttore Salah a-din era curdo, il fondatore del nazionalismo arabo era Michel Aflaq, un cristiano, e colui che ha portato la riscoperta islamica di Platone e Aristotele al resto del mondo è stato Maimonide, un ebreo.

Ma invece di tornare alla proficua tolleranza, si sta insegnando alla gioventù araba a odiare gli ebrei usando la retorica antisemita dell’Europa medievale mescolata con il radicalismo islamico. E ancora una volta, ciò che era cominciato come ostilità contro gli ebrei è diventato ostilità contro chiunque sia diverso. Proprio la settimana scorsa più di 60.000 curdi sono fuggiti dalla Siria verso la Turchia, temendo di essere massacrati. Lo stesso giorno 15 palestinesi di Gaza sono annegati mentre tentavano di sfuggire agli artigli di Hamas; bahai e yazidi sono a rischio. E, soprattutto, la pulizia etnica dei cristiani nel Medio Oriente è il maggior crimine contro l’umanità del XXI secolo. In appena due decenni i cristiani come me si sono ridotti dal 20% della popolazione del Medio Oriente al misero 4% di oggi. E quando vediamo che le principali vittime della violenza islamica sono i musulmani, diventa chiaro a tutti che alla fine l’odio distrugge l’odiatore.

E dunque, amici, se vogliamo riuscire a difendere il nostro diritto di essere diversi, se vogliamo avere un futuro in quella regione, io credo che dovremmo essere uniti, ebrei, musulmani e cristiani.

Combatteremo per il diritto dei cristiani di vivere ovunque la loro fede senza paura, con la stessa passione con cui combatteremo per il diritto degli ebrei di vivere senza paura. Combatteremo contro l’islamofobia, ma è necessario che i nostro compagni musulmani si uniscano alla lotta contro la cristianofobia e la giudeofobia. Perché ciò che è in gioco è l’umanità che condividiamo.

Lo so che può sembrare ingenuo, ma sono convinto che è possibile, e l’unica cosa che si frappone fra noi e un mondo più tollerante è la paura. Quando il mondo cambia, la gente comincia a preoccuparsi di ciò che riserva il futuro. Questa paura induce la gente ad arroccarsi in una passiva posizione di vittime, rifiutando la realtà e cercando qualcuno da additare come responsabile di tutto questo. Ed è vero oggi tanto quanto lo era nel 1948.

Il mondo arabo può superare questa mentalità, ma deve avere il coraggio di pensare e agire in modo diverso. Questo cambiamento richiede che gli arabi si rendano conto che non sono vittime impotenti, richiede che si aprano all’autocritica e si prendano le loro responsabilità. Finora, non c’è un solo libro di storia arabo che abbia messo in discussione l’errore storico del rifiuto della nascita dello stato ebraico. Non c’è stato un solo storico arabo di rilievo che abbia avuto il coraggio di dire che se gli arabi avessero accettato l’idea di uno stato ebraico, oggi ci sarebbero due stati, e non ci sarebbe stata alcuna guerra, e non ci sarebbe stato il problema dei profughi.

Vedo israeliani come Benny Morris, che è con noi oggi, che hanno il coraggio di sfidare le narrative dei loro dirigenti in Israele, assumendo rischi personali nella ricerca di una verità che non è sempre comoda per il loro popolo. Ma non riesco a trovare qualcosa di analogo tra gli arabi. Non vedo mettere in discussione la sensatezza della distruttiva leadership del mufti di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini, o l’inutile guerra lanciata dagli arabi nel 1948, o ciascuna delle guerre contro Israele negli anni seguenti fino a oggi.

E non vedo critiche nella corrente palestinese attuale a proposito del terrorismo, dello scatenamento della seconda intifada, o del rifiuto di almeno due offerte israeliane negli ultimi 15 anni per porre fine al conflitto. Riflettere su se stessi non è debolezza: è un segno di forza. Fa avanzare la nostra capacità di superare la paura e affrontare la realtà. È necessario che guardiamo con onestà le nostre decisioni, e che ce ne prendiamo la responsabilità.

Solo gli arabi possono cambiare la propria realtà. Smettendo di appoggiarsi a teorie cospirative e di incolpare poteri esterni – l’America, gli ebrei, l’Occidente o chiunque altro – per ogni problema; imparando dagli errori passati e prendendo decisioni ragionevoli nel futuro.

Proprio due giorni fa il presidente statunitense Obama, sul podio dell’ONU di fronte all’Assemblea Generale, ha detto: “Il compito di rifiutare settarismo ed estremismo è un compito generazionale – un compito per il popolo stesso del Medio Oriente. Nessun potere esterno può portare a una trasformazione dei cuori e delle menti”.

Recentemente ho letto un articolo molto interessante di Lord Sacks sulla rivalità tra fratelli nella Bibbia. Ci sono quattro storie di fratelli rivali nella Genesi: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù, e Giuseppe e i suoi fratelli. Ogni storia si è conclusa in modo diverso: nel caso di Caino e Abele, Abele è morto; nel caso di Isacco e Ismaele, si trovano insieme sulla tomba del padre; nel caso di Giacobbe ed Esaù, si incontrano, si abbracciano, e ognuno va per la propria strada. Ma il caso di Giuseppe finisce in modo diverso. Per chi conosce poco questa storia: Giuseppe era l’undicesimo dei dodici figli di Giacobbe e il primogenito di Rachele in terra di Canaan. Ad un certo punto, a causa della gelosia che nutrivano per lui, i suoi fratelli decisero di venderlo come schiavo. Ma dopo un po’ Giuseppe arrivò ad essere il secondo uomo più potente d’Egitto, accanto al faraone. Quando la carestia colpì Canaan, il padre e i fratelli di Giuseppe andarono in Egitto. E lì, invece di punirli per ciò che gli avevano fatto, Giuseppe decide di perdonare i suoi fratelli. Questo è stato il primo evento di perdono e riconciliazione registrato in letteratura. Giuseppe provvede i fratelli di tutto il loro fabbisogno ed essi prosperano, crescono in numero e diventano una grande nazione. Alla fine della storia Giuseppe dice ai suoi fratelli: “Voi volevate farmi del male, ma Dio lo ha trasformato in bene, per compiere ciò che si sta attuando ora, la salvezza di molte vite”. Con questo intende dire che dai nostri atti nel presente noi possiamo costruire il futuro e riscattare il passato.

Ebrei e palestinesi, possiamo non essere fratelli nella fede, ma siamo indubbiamente fratelli nel fato [molto migliore il gioco di parole in inglese, tra faith e fate, dalla pronuncia quasi identica, ndt]. E sono convinto che proprio come nella storia di Giuseppe, compiendo le scelte giuste, scegliendo di focalizzarci nel futuro, noi possiamo riscattare il nostro passato. I nemici di ieri possono diventare gli amici di domani. È accaduto fra Israele e Germania, Israele ed Egitto, Israele e Giordania.

È tempo di cominciare ad aprire un raggio di speranza nelle relazioni tra israeliani e palestinesi, così che possiamo porre fine al ripetersi di vecchie lamentele e concentrarci nel nostro futuro e sulle straordinarie possibilità che esso contiene per tutti noi, se solo sapremo osare.

Non ho ancora raccontato il resto della storia della mia famiglia nel 1948. Dopo un lungo viaggio verso il Libano, per lo più a piedi, i miei nonni George e Vera raggiunsero il Libano. Vi rimasero per molti mesi, durante i quali mia nonna diede alla luce il suo primo figlio, mio zio Sami. Quando la guerra fu finita, si resero conto che erano stati ingannati. Gli arabi non avevano vinto la guerra, come avevano promesso. E, contemporaneamente, gli ebrei non avevano ucciso tutti gli arabi, come era stato loro detto. Mio nonno si guardò intorno, e non vide altro che una perpetua vita da rifugiato. Guardò la sua giovane sposa Vera, non ancora diciottenne, e il figlio appena nato, e comprese che in un luogo congelato nel passato non c’era alcuna possibilità di guardare avanti, nessun futuro per la sua famiglia. Mentre i suoi fratelli e sorelle vedevano il proprio futuro in Libano e in altri Paesi arabi e occidentali, lui la pensava diversamente. Voleva tornare indietro a Jaffa, alla sua patria. Avendo in passato lavorato con degli ebrei ed essendo loro amico, non aveva subito il lavaggio del cervello dell’odio. Mio nonno George fece ciò che pochi altri avrebbero osato: tornò da coloro che la sua comunità vedeva come nemici. Fu sostenuto da uno dei suoi vecchi amici della compagnia elettrica e gli chiese aiuto per tornare indietro. E questo amico, di cui ho sentito dai racconti di mio padre e il cui nome ignoro, non solo seppe e volle aiutare mio nonno a tornare ma, con uno straordinario gesto di generosità, lo aiutò anche a riottenere il suo vecchio lavoro in quella che è diventata la compagnia elettrica israeliana, facendo di lui uno dei pochissimi arabi che vi lavoravano.

Oggi, fra i miei fratelli e cugini, abbiamo contabili, insegnanti, assicuratori, ingegneri hi-tech, diplomatici, direttori di fabbrica, professori universitari, dottori, avvocati, consulenti, dirigenti delle maggiori compagnie israeliane, architetti e persino elettricisti.

La ragione per cui la mia famiglia ha avuto successo nella vita, la ragione per cui io sono qui come diplomatico israeliano e non come rifugiato palestinese in Libano, risiede nel fatto che mio nonno ebbe il coraggio di prendere una decisione che agli altri sembrava impensabile. Invece di lasciarsi andare alla disperazione, seppe trovare speranza là dove nessuno osava cercarla: scelse di vivere fra coloro che erano considerati i suoi nemici, e di farne degli amici.

Per questo io e la mia famiglia dobbiamo a lui e a mia nonna eterna gratitudine.

La storia della famiglia Deek dovrebbe rappresentare una fonte di ispirazione per il popolo palestinese. Noi non possiamo cambiare il passato, ma possiamo costruire un futuro per la prossima generazione, se vogliamo un giorno riparare il passato. Possiamo aiutare i rifugiati palestinesi ad avere una vita normale. Possiamo essere sinceri sul nostro passato e imparare dai nostri errori. E possiamo unirci – musulmani, ebrei, cristiani – per difendere il nostro diritto alla differenza e, con ciò, salvaguardare la nostra umanità.

Infatti non possiamo cambiare il passato, ma se faremo tutto questo, cambieremo il futuro.

Vi ringrazio.

Fonte: Il blog di barbara


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