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Alan Dershowitz: “Ecco quello che penso di Donald Trump”.

Alan Dershowitz: “Ecco quello che penso di Donald Trump”.

“I terroristi non devono esercitare alcun veto sulla politica americana”. Con queste parole di pietra – apparse il 7 scorso su “The Hill”, giornale on-line pubblicato da Capitol Hill Publishing, D.C. – Alan M. Dershowitz ha commentato il discorso di Donald Trump, che ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele, impegnandosi a trasferire l’Ambasciata americana da Tel-Aviv alla stessa Gerusalemme. Si è trattato di una svolta rivoluzionaria nella politica americana verso la questione di Gerusalemme, una questione rimasta bloccata fin dal 1967. Il problema era rimasto all’ordine del giorno subito dopo la fine della guerra dei sei giorni, quando gli israeliani avevano riunito la città sotto la propria esclusiva amministrazione. Le contestazioni avevano occupato un arco di tempo lunghissimo, senza mai giungere a una definizione precisa. Viceversa, negli anni tra il 1948 e il 1967, quando quei luoghi erano occupati dalla Giordania, in conseguenza della prima guerra arabo-israeliana, le Nazioni Unite si guardarono bene dal condannare quell’occupazione. La doppiezza della politica onusiana sulla questione di Gerusalemme costituisce un test-case dell’atteggiamento negativo che la cosiddetta comunità internazionale ha avuto nei confronti di Israele, con particolare riguardo al problema di Gerusalemme. Purtroppo, anche gli Stati Uniti, su tale punto, hanno avuto, nel corso dei decenni, un comportamento profondamente ambiguo e sostanzialmente dilatorio.

Per questo motivo, Dershowitz così conclude il suo articolo: “Lodiamo il Presidente Trump per aver fatto la cosa giusta, rifiutandosi di ripetere quella cosa ingiusta che il Presidente Obama aveva fatto alla fine della sua presidenza”. Ma che cosa aveva fatto Obama, per giustificare le lodi rivolte da Dershowitz a Trump? Obama aveva chiuso la decennale querelle non a favore di Israele, ma a favore dei nemici di Israele, facendo sì che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite approvasse una risoluzione che definiva i Luoghi Sacri del Giudaismo presenti in Gerusalemme territori “occupati” e perciò “una flagrante violazione della legge internazionale”; in questo modo, Obama – scrive Dershowitz – modificò radicalmente “lo status quo e rese più difficile la pace, fornendo ai palestinesi un enorme vantaggio nei futuri negoziati e disincentivandoli dallo stipulare un compromesso di pace”. La giusta affermazione di Dershowitz implica, però, una domanda cruciale? La pace implica un negoziato: ma quale negoziato si sta svolgendo attualmente? La realtà è che la pessima azione di Obama consente ai palestinesi di non dare avvio ad alcun negoziato, approfittando anche della vasta azione di delegittimazione di Israele messa in campo dai leader palestinesi in tutte le istituzioni internazionali. Ecco perché il riconoscimento di Trump è veramente un sasso nello stagno, che pone brutalmente la cosiddetta comunità internazionale di fronte a un problema per troppo tempo eluso. L’Onu ha condannato il gesto di Trump, ma il suo atto ha un valore pari a zero. Il fatto è che la più grande potenza internazionale ha riconosciuto Gerusalemme capitale di Israele. Nessuno può ignorarlo. I mesi futuri ci diranno che Trump ha fatto la cosa giusta. Opportunamente Dershowitz afferma che “il Presidente Trump merita un elogio per aver riequilibrato le posizioni negoziali tra Israele e i palestinesi”, posizioni che dopo il 1967, e soprattutto con l’atto di Obama, avevano fornito ai nemici di Israele un assurdo vantaggio negoziale, nonostante le vittorie di Israele. Un fatto unico nella storia delle relazioni internazionali.

Si può dire, quindi, afferma Dershowitz, che i Luoghi Sacri del Giudaismo in Gerusalemme durante l’occupazione giordana, durante la quale furono distrutti molti di quei luoghi, furono judenrein e, dopo il 1967, Washington “assunse la posizione ufficiale per la quale non riconosceva le legittime richieste di Israele di una Gerusalemme ebraica”. In conseguenza di tutto ciò, si ritenne che la situazione di Gerusalemme sarebbe rimasta aperta per il negoziato finale, ma la storia ci ha insegnato che questo stato di sospensione non faceva altro che rafforzare le posizioni dei nemici di Israele, ammesso che essi volessero iniziare un processo negoziale. L’atto di Obama ha offerto un punto di forza straordinario ai palestinesi. Occorre aggiungere qualche considerazione sulla posizione degli Stati Uniti in tutti gli anni che hanno preceduto il riconoscimento di Trump. Johnson era contrario a che Israele aprisse le ostilità nei confronti degli arabi, perché pensava che gli arabi dovessero assumersi la responsabilità di iniziare una nuova guerra contro Israele. Ma Israele non poteva aspettare. Dopo la schiacciante vittoria israeliana, Johnson si accodò subito al trionfo di Gerusalemme, perché questo gli dava un grande vantaggio su Mosca, ma lasciò insoluta la questione della città, in quanto riteneva che un appoggio a Israele su questo delicato problema avrebbe riaperto un contenzioso in cui i sovietici e gli stessi arabi avrebbero potuto rialzare la testa. I successivi presidenti americani lasciarono insoluta la questione, per ragioni diverse. Nixon fornì un aiuto decisivo in armamenti nella fase più difficile per Israele durante la guerra del 1973, cosicché l’esito finale positivo per lo Stato ebraico fu un grande sollievo che accantonò la questione di Gerusalemme.

Con Carter, la pace tra Israele ed Egitto rappresentò, nonostante tutto, un cruciale passo in avanti nei rapporti tra Israele e il paese più importante del mondo arabo e, di conseguenza, tirare in ballo il problema di Gerusalemme avrebbe potuto far saltare l’intero accordo. Reagan assicurò a Israele un sostegno continuo e senza ambiguità. Scrisse nelle sue memorie: “Io ho creduto in molte cose nella mia vita, ma nulla è stato più forte della mia convinzione che gli Stati Uniti dovessero assicurare la sopravvivenza di Israele”. Ma, anche con Reagan, la questione di Gerusalemme restò fuori dall’agenda americana, sempre per non dare a un’Unione Sovietica in crisi di prestigio internazionale ai tempi di Gorbacev, l’opportunità di avere qualche chance di rimonta; oppure, più probabilmente, perché la crisi sovietica consentiva a Washington di avere un controllo così solido sul Medio Oriente che la questione di Gerusalemme scivolò in secondo piano, anche con il benestare di Israele che in quel momento godeva di una tale self-confidence da non voler rischiare nulla sul problema della città. Alla svolta del secolo, la prima guerra del Golfo con George H.W. Bush e la seconda con George W. Bush dettero alla situazione mediorientale una scossa molto pericolosa, che vide un impegno massiccio militare da parte degli Stati Uniti per fronteggiare l’Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait, e poi l’intervento americano per abbattere il regime del dittatore iracheno. In ambedue i casi la crisi generale dell’area impegnò così severamente gli Stati Uniti che la questione di Gerusalemme sembrò un problema di secondaria importanza.

Ma, oltre a tutto ciò, la ragione del disimpegno americano nei confronti del problema della città era soprattutto Arafat. Così ha scritto George W. Bush nelle sue memorie: “Nella primavera del 2002, ero giunto alla conclusione che la pace non sarebbe stata possibile con Arafat al potere”. Toccare la questione di Gerusalemme avrebbe scatenato una terribile ondata di terrorismo. Fra i due Bush si inserisce l’attività di Clinton che tentò vanamente di convincere Arafat ad accettare le proposte di Barak: il fallimento portò con sé anche l’impossibilità di affrontare la questione di Gerusalemme. Occorre, però, alla fine di questa carrellata, sottolineare la mancanza di volontà – per motivi diversi ma confluenti nello stesso atteggiamento – di tutti i presidenti americani post-1967 a risolvere il problema della città nei termini che soltanto Trump ha saputo affrontare in modo unilaterale, cioè dal punto di vista di una responsabilità esclusiva di una potenza che ribadisce la propria centralità nel sistema politico internazionale. Tornando all’articolo di Dershowitz, egli giudica l’atto di Trump la rottura decisiva di un immobilismo che aveva avvantaggiato la posizione palestinese. Con la decisione di Obama, che aveva concluso tutto un lungo periodo di immobilismo sulla questione con un atto di estrema gravità, Dershowitz si chiede: “Se questo è lo status quo, quali incentivi hanno i palestinesi per entrare in una fase negoziale?”. E se da parte americana si è accettato che la situazione di Gerusalemme fosse discussa nei negoziati finali, risulta consequenziale “il ragionamento in base al quale gli Stati Uniti hanno rifiutato di riconoscere qualsiasi parte di Gerusalemme, inclusa Gerusalemme Ovest, come parte di Israele”. Ora tutto ciò è finito. Il processo di pace, se nascerà, dovrà partire da questo dato di fatto ineludibile; e “nessuna decisione americana dovrà essere influenzata dalla minaccia della violenza”.

 

Fonte: Testata: Informazione Corretta
Data: 11 dicembre 2017
Autore: Antonio Donno
Titolo: «Alan Dershowitz: ‘Ecco quello che penso di Donald Trump’»

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Io, rifugiato Palestimese

Io, rifugiato Palestimese

Discorso pronunciato da George Deek, vice ambasciatore di Israele a Oslo, il 27 settembre 2014

George Deek è un arabo israeliano, cristiano ortodosso.


Quando passeggio per le vie della mia città natale, Jaffa, mi ricordo dell’anno 1948.
I viali della città vecchia, le case del quartiere Ajami, le reti da pesca al porto – tutto sembra raccontare storie diverse sull’anno che ha cambiato per sempre la mia città. Una di queste storie riguarda una delle più antiche famiglie di questa antica città – la famiglia Deek – la mia. 
Prima del 1948 mio nonno George, di cui mi è stato dato il nome, lavorava come elettricista alla compagnia elettrica Rotenberg. Non si interessava molto alla politica. E dato che Jaffa era una città mista, aveva naturalmente degli amici ebrei.

Infatti i suoi amici alla compagnia elettrica gli insegnarono persino lo yiddish, facendo di lui uno dei primi arabi a parlare questa lingua.

Nel 1947 si fidanzò con Vera – mia nonna – e avevano programmato di fondare una famiglia nella stessa città, Jaffa, in cui la famiglia Deek era vissuta per circa 400 anni. Ma pochi mesi dopo i loro programmi cambiarono, letteralmente, da un giorno all’altro.

Quando l’ONU approvò la fondazione di Israele, e pochi mesi più tardi fu proclamato lo stato di Israele, i leader arabi avvertirono gli arabi che gli ebrei stavano programmando di ucciderli se fossero rimasti nelle loro case, e usarono come esempio il massacro di Deir Yassin. Dissero a tutti: «Lasciate le vostre case e scappate via». Dissero che servivano solo pochi giorni, nei quali con cinque eserciti promettevano di distruggere la neonata Israele. La mia famiglia, inorridita da ciò che poteva accadere, decise di fuggire, con molti altri. Fecero venire un prete di corsa alla casa della famiglia Deek, che in fretta e furia sposò i miei nonni, George e Vera, nella casa.

Mia nonna non ebbe neppure modo di vestirsi in modo appropriato. Dopo l’improvviso matrimonio, tutta la famiglia fuggì a nord, verso il Libano.

Ma quando la guerra giunse al termine, gli arabi non erano riusciti a distruggere Israele. La mia famiglia era dall’altra parte del confine, e sembrò che il destino della famiglia Deek fosse di essere dispersa per il mondo. Oggi ho parenti in Giordania, Siria, Libano, Dubai, Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti, Australia e altro ancora. La storia della mia famiglia è solo una – e probabilmente non la peggiore – delle tante storie tragiche dell’anno 1948. E, in tutta franchezza, non c’è bisogno di essere antiisraeliani per riconoscere il disastro umanitario dei palestinesi nel 1948, denominato la nakba. Il fatto che io debba comunicare con skype con dei parenti in Canada che non parlano arabo, o che abbia un cugino in un Paese arabo che non ne ha ancora la cittadinanza nonostante sia di terza generazione – è una testimonianza vivente delle tragiche conseguenze della guerra.

Secondo l’ONU, 711.000 palestinesi sono diventati profughi – questo lo sappiamo già – alcuni fuggiti, altri espulsi con la forza. Contemporaneamente, a causa della nascita di Israele, 800.000 ebrei furono costretti a lasciare il mondo arabo, lasciandolo per lo più privo di ebrei. E, come già avevamo saputo, non furono rare le atrocità da entrambe le parti.

Ma questo conflitto non sembra essere stato l’unico ad avere provocato espulsioni e trasferimenti durante il XIX e il XX secolo. Fra il 1821 e il 1922, 5 milioni di musulmani furono espulsi dall’Europa, per lo più verso la Turchia. Negli anni ‘90 la Yugoslavia esplose, facendo circa 100.000 morti e circa 3 milioni di profughi.

Dal 1919 al 1949, durante l’operazione Visla fra la Polonia e l’Ucraina, 150.000 persone morirono e un milione e mezzo divennero profughi. Dopo la seconda guerra mondiale e la convenzione di Potsdam, si spostarono fra i 12 e i 17 milioni di tedeschi. Quando l’India e il Pakistan si separarono, furono trasferiti circa 15 milioni di persone.

Questa tendenza esiste anche in Medio Oriente: per esempio 1,1 milioni di curdi spostati dagli ottomani, 2,2 milioni di cristiani espulsi dall’Iraq, e parlando di oggi, yazidi, bahai, curdi, cristiani e anche musulmani vengono assassinati ed espulsi in seguito all’ascesa dell’islam radicale a un tasso di un migliaio al mese. La possibilità che qualcuno di questi gruppi possa fare ritorno alle proprie case è praticamente nulla.

E allora perché le tragedie dei serbi, dei musulmani europei, dei rifugiati polacchi o dei cristiani iracheni non vengono commemorate? Com’è che la cacciata degli ebrei dal mondo arabo è stata completamente dimenticata mentre la tragedia dei palestinesi, la nakba, è ancora viva nella politica attuale? A me sembra che ciò avvenga perché la nakba è stata trasformata da disastro umanitario in una offensiva politica.

La commemorazione della nakba non riguarda più il ricordo di ciò che è accaduto, bensì il risentimento per la pura e semplice esistenza di Israele. E la prova più evidente è la data scelta per commemorarla: la nakba non è il 9 aprile, giorno del massacro di Deir Yassin, o il 13 luglio, giorno dell’espulsione da Lod. Il giorno della nakba è stato stabilito il 15 maggio, il giorno successivo alla proclamazione dell’indipendenza di Israele. Con questo la dirigenza palestinese dichiara che il disastro non è l’espulsione, i villaggi abbandonati o l’esilio – la nakba, ai loro occhi, è la creazione di Israele. La rinascita dello stato ebraico li rattrista più della catastrofe umanitaria abbattutasi sui palestinesi. In altre parole, non compiangono il fatto che i miei cugini sono giordani, compiangono il fatto che io sono israeliano.

In tal modo i palestinesi sono divenuti schiavi del loro passato, legati con le catene del risentimento, prigionieri in un mondo di frustrazione e di odio.

Ma, amici, la pura e semplice verità è che per non ridursi a vivere di dolore e amarezza, dobbiamo guardare avanti. Per essere ancora più chiari: per riparare il passato bisogna prima assicurare il futuro. Questo l’ho imparato dal mio maestro di musica, Avraham Nov. Quando avevo sette anni sono entrato nella banda della comunità arabo-cristiana di Jaffa. È lì che ho incontrato Avraham, il mio maestro di musica, che mi ha insegnato a suonare il flauto e poi il clarinetto. Ero bravo. Avraham è un sopravvissuto all’olocausto, e tutta la sua famiglia è stata assassinata dai nazisti. È stato l’unico che è riuscito a sopravvivere, perché un certo ufficiale nazista lo ha trovato dotato nel suonare l’armonica, e così durante la guerra lo ha preso in casa per intrattenere i suoi ospiti.

Finita la guerra, e rimasto solo, avrebbe potuto sedersi a piangere e lamentarsi per il più grande crimine dell’uomo contro l’uomo nella storia e per il fatto di essere rimasto solo. Ma non lo ha fatto: ha guardato avanti, non indietro. Ha scelto la vita, non la morte; la speranza, piuttosto che la disperazione. Avraham è venuto in Israele, si è sposato, ha costruito una famiglia, e ha cominciato a insegnare la stessa cosa che gli aveva salvato la vita – la musica. E quando ha visto salire la tensione fra arabi ed ebrei, questo sopravvissuto all’olocausto ha deciso di insegnare la speranza attraverso la musica a centinaia di bambini arabi come me.

I sopravvissuti all’olocausto come Avraham sono fra le persone più straordinarie che possiate trovare. Sono sempre stato curioso di capire come potessero continuare a vivere sapendo ciò che sapevano, avendo visto ciò che avevano visto. Ma per tutti i 15 anni in cui sono stato studente di Avraham, non ha mai parlato del suo passato, tranne una volta – quando io ho chiesto di sapere. Mi sono reso conto che Avraham non era il solo, e che molti sopravvissuti all’olocausto non parlavano di quegli anni, neppure alle loro famiglie, a volte per decenni, o addirittura per sempre.

Solo quando avevano assicurato il futuro si concedevano di voltarsi indietro a guardare il passato. Solo dopo aver costruito un tempo di speranza permettevano a se stessi di ricordare i giorni della disperazione. Hanno costruito il futuro nella loro vecchia-nuova patria, lo stato di Israele. E sotto il peso della loro più grande tragedia, gli ebrei sono riusciti a costruire uno stato leader nel mondo in medicina, agricoltura, tecnologia. Perché? Perché hanno guardato avanti.

Amici, questa è una lezione che ogni nazione desiderosa di superare una tragedia dovrebbe imparare, compresi i palestinesi. Se i palestinesi vogliono riscattare il passato, devono innanzitutto concentrarsi ad assicurare un futuro, a costruire un mondo come dovrebbe essere, come i nostri figli meritano che sia.

E il primo passo in questa direzione, non c’è ombra di dubbio, è di porre fine al vergognoso trattamento dei rifugiati palestinesi. Nel mondo arabo i rifugiati palestinesi, compresi i loro figli, nipoti e anche pronipoti hanno ancora sistemazioni provvisorie, sono pesantemente discriminati e sono quasi sempre negati loro la cittadinanza e i più elementari diritti umani. Perché i miei parenti in Canada sono cittadini canadesi, mentre i miei parenti in Siria, Libano o nei Paesi del Golfo – che sono nati lì e non conoscono nessun’altra patria – sono ancora considerati rifugiati? Il trattamento dei palestinesi nei Paesi arabi è indubbiamente la più grande oppressione subita in qualunque parte del mondo. E i complici in questo crimine sono la comunità internazionale e le Nazioni Unite.

Invece di svolgere il proprio compito e aiutare i rifugiati a rifarsi una vita, la comunità internazionale sta nutrendo la narrativa del vittimismo. Mentre per tutti i rifugiati del mondo c’è un’unica agenzia ONU, l’UNHCR, un’altra agenzia è stata istituita per occuparsi unicamente di quelli palestinesi, l’UNRWA.

Non è una coincidenza: mentre lo scopo dell’UNHCR è di aiutare i rifugiati a trovare una nuova sistemazione, costruirsi un futuro e porre fine alla loro condizione di rifugiati, lo scopo dell’UNRWA è l’opposto: perpetuare la loro condizione di rifugiati e impedire loro di iniziare una nuova vita. La comunità internazionale non può seriamente immaginare che il problema dei rifugiati si risolva, mentre collabora con il mondo arabo nel trattare i rifugiati come pedine politiche, negando loro i diritti basilari .

Dove ai rifugiati palestinesi sono stati garantiti pari diritti, là essi hanno prosperato e contribuito alla loro società: in Sud America, negli Stati Uniti e anche in Israele. Infatti Israele è stato uno dei pochi Paesi che hanno automaticamente dato piena cittadinanza e uguaglianza a tutti i palestinesi in esso residenti dopo il ’48. E ne vediamo i risultati: nonostante tutte le sfide, i cittadini arabi di Israele costruiscono un futuro. Gli arabi israeliani sono gli arabi più istruiti del mondo, con i migliori standard di vita e opportunità nella regione. Degli arabi prestano servizio come giudici alla Corte Suprema. Alcuni dei migliori medici in Israele sono arabi, e lavorano in quasi tutti gli ospedali del Paese. 13 arabi sono membri del parlamento e godono del diritto di criticare il governo – un diritto
che essi sfruttano al massimo – protetti dalla libertà di parola.

Degli arabi vincono in popolari reality show. E potete trovare persino diplomatici arabi – uno di loro si trova di fronte a voi in questo momento.

Oggi, quando cammino per le vie di Jaffa, vedo i vecchi edifici e il vecchio porto, ma vedo anche bambini che vanno a scuola e all’università, vedo fiorenti aziende, e vedo una cultura viva. In breve, anche se, come minoranza, abbiamo ancora molta strada da fare, noi abbiamo un futuro in Israele.

Questo mi porta al prossimo punto: è arrivato il momento di finirla con la cultura dell’odio e dell’incitamento, perché l’antisemitismo, io credo, è una minaccia per i musulmani e i cristiani tanto quanto per gli ebrei.

Sono arrivato in Norvegia poco più di due anni fa, e per la prima volta ho avuto a che fare con gli ebrei come comunità di minoranza. Io sono abituato… ero abituato a vederli come maggioranza. E devo dire che ciò mi appare molto familiare. Io sono cresciuto in un ambiente simile, nella comunità arabo-cristiana di Jaffa. Facevo parte dei cristiani ortodossi, che fanno parte della comunità cristiana, che fa parte della minoranza araba, nello stato ebraico di Israele, nel Medio Oriente musulmano.

È come quelle bambole russe, ne apri una grande e dentro ce n’è una più piccola. Io sono il pezzo più piccolo. Un ebreo in Norvegia o un arabo in Israele, essere una minoranza significa che fai sempre parte di una piccola comunità in cui ognuno si preoccupa per ogni altro e lo aiuta. È una bella cosa sapere che hai sempre una comunità che si prenderà cura di te per qualunque cosa. Per tutta la mia vita, far parte di una comunità di minoranza è sempre stata una benedizione. Ma, amici, la vita di una minoranza è anche una vita di lotta costante per un trattamento equo.

A volte venite discriminati, e potete anche essere vittime di crimini motivati dall’odio. Anche in una democrazia come Israele, essere una minoranza araba non è sempre facile. Poco più di un anno fa una banda di bulli sono entrati nel cimitero arabo cristiano di Jaffa e hanno dissacrato le tombe con scritte “morte agli arabi”, e una delle tombe di quel cimitero era di mio padre.

Essere minoranza, amici miei, è una sfida ovunque, perché essere minoranza significa essere diversi. La storia del popolo ebraico ha aggiunto molte parole al vocabolario umano: parole come espulsione, conversione forzata, inquisizione, ghetto, pogrom, per non parlare della parola olocausto. Il rabbino Lord Jonathan Sacks ha spiegato accuratamente che gli ebrei hanno sofferto in tutti i tempi perché erano diversi; perché erano la più consistente minoranza non cristiana in Europa, e oggi sono la più consistente minoranza non musulmana in Medio Oriente. Ma, concretamente, non siamo tutti diversi? Diversi in ciò che ci rende umani! Ogni persona, ogni cultura, ogni religione è unica, e perciò insostituibile. E in un’Europa, o in un Medio Oriente, in cui non c’è spazio per gli ebrei, non c’è spazio per l’umanità.

Non dimentichiamo, amici: l’antisemitismo può cominciare con gli ebrei, ma non finisce mai con gli ebrei. Gli ebrei non sono stati gli unici ad essere convertiti a forza sotto l’inquisizione; sotto Hitler anche zingari e omosessuali, tra gli altri, soffrirono insieme agli ebrei; e ora sta succedendo di nuovo in Medio Oriente.

Il mondo arabo sembra avere dimenticato che i suoi giorni migliori negli ultimi 1400 anni si sono avuti quando ha mostrato tolleranza e apertura verso chi era diverso. Il genio matematico Ibn Musa el-Khawazmi era uzbeko, il grande filosofo Rumi era persiano, il glorioso conduttore Salah a-din era curdo, il fondatore del nazionalismo arabo era Michel Aflaq, un cristiano, e colui che ha portato la riscoperta islamica di Platone e Aristotele al resto del mondo è stato Maimonide, un ebreo.

Ma invece di tornare alla proficua tolleranza, si sta insegnando alla gioventù araba a odiare gli ebrei usando la retorica antisemita dell’Europa medievale mescolata con il radicalismo islamico. E ancora una volta, ciò che era cominciato come ostilità contro gli ebrei è diventato ostilità contro chiunque sia diverso. Proprio la settimana scorsa più di 60.000 curdi sono fuggiti dalla Siria verso la Turchia, temendo di essere massacrati. Lo stesso giorno 15 palestinesi di Gaza sono annegati mentre tentavano di sfuggire agli artigli di Hamas; bahai e yazidi sono a rischio. E, soprattutto, la pulizia etnica dei cristiani nel Medio Oriente è il maggior crimine contro l’umanità del XXI secolo. In appena due decenni i cristiani come me si sono ridotti dal 20% della popolazione del Medio Oriente al misero 4% di oggi. E quando vediamo che le principali vittime della violenza islamica sono i musulmani, diventa chiaro a tutti che alla fine l’odio distrugge l’odiatore.

E dunque, amici, se vogliamo riuscire a difendere il nostro diritto di essere diversi, se vogliamo avere un futuro in quella regione, io credo che dovremmo essere uniti, ebrei, musulmani e cristiani.

Combatteremo per il diritto dei cristiani di vivere ovunque la loro fede senza paura, con la stessa passione con cui combatteremo per il diritto degli ebrei di vivere senza paura. Combatteremo contro l’islamofobia, ma è necessario che i nostro compagni musulmani si uniscano alla lotta contro la cristianofobia e la giudeofobia. Perché ciò che è in gioco è l’umanità che condividiamo.

Lo so che può sembrare ingenuo, ma sono convinto che è possibile, e l’unica cosa che si frappone fra noi e un mondo più tollerante è la paura. Quando il mondo cambia, la gente comincia a preoccuparsi di ciò che riserva il futuro. Questa paura induce la gente ad arroccarsi in una passiva posizione di vittime, rifiutando la realtà e cercando qualcuno da additare come responsabile di tutto questo. Ed è vero oggi tanto quanto lo era nel 1948.

Il mondo arabo può superare questa mentalità, ma deve avere il coraggio di pensare e agire in modo diverso. Questo cambiamento richiede che gli arabi si rendano conto che non sono vittime impotenti, richiede che si aprano all’autocritica e si prendano le loro responsabilità. Finora, non c’è un solo libro di storia arabo che abbia messo in discussione l’errore storico del rifiuto della nascita dello stato ebraico. Non c’è stato un solo storico arabo di rilievo che abbia avuto il coraggio di dire che se gli arabi avessero accettato l’idea di uno stato ebraico, oggi ci sarebbero due stati, e non ci sarebbe stata alcuna guerra, e non ci sarebbe stato il problema dei profughi.

Vedo israeliani come Benny Morris, che è con noi oggi, che hanno il coraggio di sfidare le narrative dei loro dirigenti in Israele, assumendo rischi personali nella ricerca di una verità che non è sempre comoda per il loro popolo. Ma non riesco a trovare qualcosa di analogo tra gli arabi. Non vedo mettere in discussione la sensatezza della distruttiva leadership del mufti di Gerusalemme Haji Amin al-Husseini, o l’inutile guerra lanciata dagli arabi nel 1948, o ciascuna delle guerre contro Israele negli anni seguenti fino a oggi.

E non vedo critiche nella corrente palestinese attuale a proposito del terrorismo, dello scatenamento della seconda intifada, o del rifiuto di almeno due offerte israeliane negli ultimi 15 anni per porre fine al conflitto. Riflettere su se stessi non è debolezza: è un segno di forza. Fa avanzare la nostra capacità di superare la paura e affrontare la realtà. È necessario che guardiamo con onestà le nostre decisioni, e che ce ne prendiamo la responsabilità.

Solo gli arabi possono cambiare la propria realtà. Smettendo di appoggiarsi a teorie cospirative e di incolpare poteri esterni – l’America, gli ebrei, l’Occidente o chiunque altro – per ogni problema; imparando dagli errori passati e prendendo decisioni ragionevoli nel futuro.

Proprio due giorni fa il presidente statunitense Obama, sul podio dell’ONU di fronte all’Assemblea Generale, ha detto: “Il compito di rifiutare settarismo ed estremismo è un compito generazionale – un compito per il popolo stesso del Medio Oriente. Nessun potere esterno può portare a una trasformazione dei cuori e delle menti”.

Recentemente ho letto un articolo molto interessante di Lord Sacks sulla rivalità tra fratelli nella Bibbia. Ci sono quattro storie di fratelli rivali nella Genesi: Caino e Abele, Isacco e Ismaele, Giacobbe ed Esaù, e Giuseppe e i suoi fratelli. Ogni storia si è conclusa in modo diverso: nel caso di Caino e Abele, Abele è morto; nel caso di Isacco e Ismaele, si trovano insieme sulla tomba del padre; nel caso di Giacobbe ed Esaù, si incontrano, si abbracciano, e ognuno va per la propria strada. Ma il caso di Giuseppe finisce in modo diverso. Per chi conosce poco questa storia: Giuseppe era l’undicesimo dei dodici figli di Giacobbe e il primogenito di Rachele in terra di Canaan. Ad un certo punto, a causa della gelosia che nutrivano per lui, i suoi fratelli decisero di venderlo come schiavo. Ma dopo un po’ Giuseppe arrivò ad essere il secondo uomo più potente d’Egitto, accanto al faraone. Quando la carestia colpì Canaan, il padre e i fratelli di Giuseppe andarono in Egitto. E lì, invece di punirli per ciò che gli avevano fatto, Giuseppe decide di perdonare i suoi fratelli. Questo è stato il primo evento di perdono e riconciliazione registrato in letteratura. Giuseppe provvede i fratelli di tutto il loro fabbisogno ed essi prosperano, crescono in numero e diventano una grande nazione. Alla fine della storia Giuseppe dice ai suoi fratelli: “Voi volevate farmi del male, ma Dio lo ha trasformato in bene, per compiere ciò che si sta attuando ora, la salvezza di molte vite”. Con questo intende dire che dai nostri atti nel presente noi possiamo costruire il futuro e riscattare il passato.

Ebrei e palestinesi, possiamo non essere fratelli nella fede, ma siamo indubbiamente fratelli nel fato [molto migliore il gioco di parole in inglese, tra faith e fate, dalla pronuncia quasi identica, ndt]. E sono convinto che proprio come nella storia di Giuseppe, compiendo le scelte giuste, scegliendo di focalizzarci nel futuro, noi possiamo riscattare il nostro passato. I nemici di ieri possono diventare gli amici di domani. È accaduto fra Israele e Germania, Israele ed Egitto, Israele e Giordania.

È tempo di cominciare ad aprire un raggio di speranza nelle relazioni tra israeliani e palestinesi, così che possiamo porre fine al ripetersi di vecchie lamentele e concentrarci nel nostro futuro e sulle straordinarie possibilità che esso contiene per tutti noi, se solo sapremo osare.

Non ho ancora raccontato il resto della storia della mia famiglia nel 1948. Dopo un lungo viaggio verso il Libano, per lo più a piedi, i miei nonni George e Vera raggiunsero il Libano. Vi rimasero per molti mesi, durante i quali mia nonna diede alla luce il suo primo figlio, mio zio Sami. Quando la guerra fu finita, si resero conto che erano stati ingannati. Gli arabi non avevano vinto la guerra, come avevano promesso. E, contemporaneamente, gli ebrei non avevano ucciso tutti gli arabi, come era stato loro detto. Mio nonno si guardò intorno, e non vide altro che una perpetua vita da rifugiato. Guardò la sua giovane sposa Vera, non ancora diciottenne, e il figlio appena nato, e comprese che in un luogo congelato nel passato non c’era alcuna possibilità di guardare avanti, nessun futuro per la sua famiglia. Mentre i suoi fratelli e sorelle vedevano il proprio futuro in Libano e in altri Paesi arabi e occidentali, lui la pensava diversamente. Voleva tornare indietro a Jaffa, alla sua patria. Avendo in passato lavorato con degli ebrei ed essendo loro amico, non aveva subito il lavaggio del cervello dell’odio. Mio nonno George fece ciò che pochi altri avrebbero osato: tornò da coloro che la sua comunità vedeva come nemici. Fu sostenuto da uno dei suoi vecchi amici della compagnia elettrica e gli chiese aiuto per tornare indietro. E questo amico, di cui ho sentito dai racconti di mio padre e il cui nome ignoro, non solo seppe e volle aiutare mio nonno a tornare ma, con uno straordinario gesto di generosità, lo aiutò anche a riottenere il suo vecchio lavoro in quella che è diventata la compagnia elettrica israeliana, facendo di lui uno dei pochissimi arabi che vi lavoravano.

Oggi, fra i miei fratelli e cugini, abbiamo contabili, insegnanti, assicuratori, ingegneri hi-tech, diplomatici, direttori di fabbrica, professori universitari, dottori, avvocati, consulenti, dirigenti delle maggiori compagnie israeliane, architetti e persino elettricisti.

La ragione per cui la mia famiglia ha avuto successo nella vita, la ragione per cui io sono qui come diplomatico israeliano e non come rifugiato palestinese in Libano, risiede nel fatto che mio nonno ebbe il coraggio di prendere una decisione che agli altri sembrava impensabile. Invece di lasciarsi andare alla disperazione, seppe trovare speranza là dove nessuno osava cercarla: scelse di vivere fra coloro che erano considerati i suoi nemici, e di farne degli amici.

Per questo io e la mia famiglia dobbiamo a lui e a mia nonna eterna gratitudine.

La storia della famiglia Deek dovrebbe rappresentare una fonte di ispirazione per il popolo palestinese. Noi non possiamo cambiare il passato, ma possiamo costruire un futuro per la prossima generazione, se vogliamo un giorno riparare il passato. Possiamo aiutare i rifugiati palestinesi ad avere una vita normale. Possiamo essere sinceri sul nostro passato e imparare dai nostri errori. E possiamo unirci – musulmani, ebrei, cristiani – per difendere il nostro diritto alla differenza e, con ciò, salvaguardare la nostra umanità.

Infatti non possiamo cambiare il passato, ma se faremo tutto questo, cambieremo il futuro.

Vi ringrazio.

Fonte: Il blog di barbara


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