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Antisemitismo in Italia e in Europa

Antisemitismo in Italia e in Europa

Attualità di un intervento

Mons. Pietro Rossano
«biblista e uomo del dialogo»

Per dire qualcosa di attendibile su un fenomeno così vasto, e guardandolo prevalentemente dal punto di vista religioso, ritengo necessario qualche preliminare.
Ricordo anzitutto che l’odissea ebraica è una delle più grandi epopee della storia. È anteriore al cristianesimo, e non si può immaginare il volto dell’Europa moderna senza l’apporto culturale, sociale ed economico degli ebrei. Ma quanto è difficile scriverla! La loro storia in questo continente è così differenziata, diacronicamente e sincronicamente, che per seguirla occorre padroneggiare non soltanto il latino, il greco e l’ebraico, ma l’aramaico, l’arabo, il yiddish, il ladino e tutte le maggiori lingue europee. Appare in ogni caso che l’antisemitismo rappresenta una patologia costante, latente o in atto, il cui punto più critico è la Germania, ma si constata anche che gli ebrei hanno conosciuto periodi di pace, di benessere e perfino di splendore che sono stati benefici per tutti.

Lo scrittore e storico inglese Hilaire Belloc parla di un «ciclo tragico» delle comunità ebraiche in Europa: «Cordiale accoglienza di una colonia ebraica, quindi disagio, seguito da un’acuta insofferenza, che esplode in persecuzioni, esìli e perfino massacri… seguiti da una reazione e dalla ripresa del processo ciclico ricordato» (Gli ebrei, trad. di A. Marioli, Milano 1934, p. 129). Lo stesso autore delinea quattro vicende nella storia ebraica in Europa: la distruzione, tentazione frequente di masse popolari o di despoti; l’espulsione, come quelle avvenute in Spagna, Inghilterra e Russia; l’assorbimento e l’assimilazione, promossa con vane tecniche, dal battesimo forzato alla obliterazione della identità sociale ebraica; la segregazione, che può essere ostile o rispettosa (op. cit. p.3 ss.).
Ritengo opportuno, dal mio punto di vista, distinguere tra antigiudaismo, antisemitismo moderno e antisionismo.

– l’antigiudaismo, di matrice per lo più religiosa, ha prevalso fino alla metà del secolo scorso. «L’affare di Damasco» e il «caso Mortara» seguiti dalla fondazione dell’Alliance Israelitique Universelle (Parigi I960) ne possono segnare la peripezia finale.

– l’antisemitismo moderno è un magma di elementi razziali, economici, nazionalistici, politici, senza escludere gli stereotipi religiosi: ha i suoi classici (E. Drumont, La France juive, 1886, W. Marr, The victory of Jewry over Germanism, A. Stocker, A. Rohling) e i suoi Pamphlets diffamatori!

– l’antisionismo del nostro secolo è nato come opposizione al Sionismo promosso da Herzl, per ridare a Israele la sua patria spirituale.

Tenendo distinti, anche se non separati, questi tre fenomeni mi sembra si possa affermare che la Chiesa cattolica ha implicazioni e responsabilità diverse in ciascuno di essi, ma nel nostro secolo, con gli ultimi Papi, e con il Concilio Vaticano II ha corretto decisamente la sua rotta, avviando un processo di eliminazione delle matrici religiose dell’antigiudaismo e dell’antisemitismo, affermando il diritto alla libertà religiosa per tutti, e per il popolo ebraico il diritto a vivere nella terra che gli appartiene.

Comincio con l’antigiudaismo.

La Chiesa ha tenuto fin dagli inizi un atteggiamento bivalente verso gli ebrei. Da una parte ha sempre onorato la propria parentela religiosa con Israele, dall’altra gli ha sempre rimproverato la per-fidia, cioè la fede venuta meno davanti al Cristo-Messia. Per questo gli ebrei furono tollerati ma umiliati, accettati ma sottomessi. Per la società medievale che distingueva i popoli con criteri religiosi, c’erano i cristiani e gli infedeli. Gli ebrei stavano nel mezzo, non esclusi come gli altri infedeli, ma non cittadini come i cristiani. Il codice di Teodosio (438 d.C.) fu la base di tutta la legislazione medievale a questo riguardo, canonica e civile. L’ebraismo era tollerato come l’unica religione dissenziente in seno alla cristianità. Era riconosciuto ufficialmente, ma a condizione di non accampare diritti. Ciò faceva sì che gli ebrei non potessero fare nulla senza il permesso concesso per graziosa disposizione dai re, papi, baroni, vescovi, abati, città, ecc… Cotesta situazione offriva esca al disprezzo sociale da parte dei cristiani e al risentimento da parte degli ebrei. «Questo dualismo, osserva uno storico dell’ebraismo (F. Schweitzer, A History of the Jews, London, 1971, p.75) di condannare gli ebrei a una condizione di paria da una parte e di salvaguardare loro certi diritti dall’altra, era…molto difficile da mantenere. Perché richiedeva nelle pubbliche autorità, civili ed ecclesiastiche, di camminare sullo stretto sentiero di prevenire gli ebrei dall’’andare oltre i magri diritti che avevano nella loro ignominia, e di impedire ai cristiani di infrangere tali diritti». Ciò spiega come Papa Callisto II emanasse nel 1120 una Constitutio pro Judaeis, una specie di Magna Charta negativa che vietava i battesimi forzati, l’aggressione agli ebrei e alle loro proprietà, la dissacrazione dei cimiteri, ecc. e come il terzo e quarto Concilio Lateranense qualche decennio dopo (1179 e 1215) imponessero divieti restrittivi agli ebrei, miranti a isolarli dalla vita sociale, li obbligassero a portare un segno distintivo (un cerchio giallo o cremisi sul vestito). Tale ambivalenza è continuata con l’abbruciamento del Talmud, la costituzione del ghetto di Roma, i processi dell’Inquisizione da una parte, mentre dall’altra parte si invitavano medici ebrei alla corte papale, si promuoveva lo studio dell’ebraico nelle facoltà di teologia, e Ignazio di Loyola, a dire del suo compagno e biografo Pedro Ribadeneyra (Dicta et facta Ignatii, Vol. I, p. 24), dichiarava un giorno che «non poteva immaginare per sé un privilegio più alto che essere ebreo, perché così sarebbe stato parente secundum carnem di Gesù Cristo suo Signore e della Vergine sua madre», e amava dirsi un «semita spirituale».
In questo clima non appariva altra soluzione del problema ebraico che la conversione al Cristianesimo e si svilupparono stereotipi teologici e sociologici che offriranno esca all’antisemitismo moderno.
Questo, come ho accennato, si venne sviluppando nella seconda metà del secolo scorso in Francia, in Germania e in Unione Sovietica, mentre l’Italia, il Belgio, l’Olanda e la Gran Bretagna, ne furono meno coinvolti. Non dimentichiamo che Roma ebbe un sindaco ebreo, Nathan, e l’Italia un capo del Governo ebreo (Luigi Luzzatti,1910-11).

L’antisemitismo moderno si alimentò da matrici economiche, razziali, politiche, nazionalistiche, culturali, illuministiche (non si dimentichi Voltaire e tanti altri) e veicolò spontaneamente gli stereotipi religiosi e culturali della tradizione medievale e controriformistica, favorito, o almeno non impedito, dall’inerzia del pensiero teologico sulla realtà dell’Ebraismo religioso. Due personalità ecclesiastiche levarono per prime a Roma e in Italia la voce contro l’antisemitismo: furono il Padre Semeria e Mons. Bonomelli, poi Vescovo di Cremona, che dichiaravano assurde le ragioni razziali, non fondate quelle economiche, «non cristiano» l’atteggiamento antisemita, e che agli ebrei di oggi non si può proprio imputare la morte di Gesù.

Nel 1926 Pio XI condannava l’Action Française nei cui programmi figurava l’antisemitismo; nel 1931 riceveva in udienza il Rabbino capo di Milano, Alessandro da Fano.

Si inserisce qui la vicenda dell’Associazione Amici Israel e del suo manifesto intitolato Pax super Israel; Vi aderivano 19 Cardinali, tra cui Merry del Val, Segretario di Stato di Pio X, 278 Vescovi e 3000 sacerdoti, tra cui 5 Consultori del S. Offizio. L’Associazione si proponeva la soppressione della preghiera del Venerdì Santo «pro perfidis Judaeis», il rigetto dell’accusa di «deicidio», la cessazione delle celebrazioni liturgiche riferite a leggendari omicidi rituali compiuti dagli ebrei. Un decreto del S. Offizio del 25 marzo 1928 pose fine all’Associazione, perché non rispondente alla prassi della Chiesa, ma ne dichiarava «lodevole» lo spirito, e condannava senza mezzi termini (reprobat vel maxime damnat) l’antisemitismo, descritto come odium adversus populum olim a Deo electum.

Tutti conoscono le posizioni di Pio XI, il suo celebre «Noi siamo spiritualmente semiti» del 6 settembre 1938, giorno successivo alla promulgazione delle leggi antiebraiche in Italia e il suo progetto, impedito dalla morte, di una lettera enciclica sull’antisemitismo. Frattanto scrittori cattolici come Maritain, Mounier, Leòn Bloy prendevano ferma posizione in Francia contro l’antisemitismo, ma Giovanni Papini in Italia non ne era immune (cfr. il capitolo «Le idee di Ben Rubi» nel Gog).

Poi vennero la guerra e la Shoah. La posizione della Chiesa verso gli ebrei si consolidò ufficialmente al di là di ogni equivoco, prima con l’impegno caritativo, sotto Pio XII, poi con Giovanni XXIII, che cominciò con il piano affettivo (ricordiamo l’espressione «Io sono Giuseppe vostro fratello»), per passare nell’enciclica «Pacem in terris» a quello giuridico-teologico della libertà della professione religiosa, che deve «essere immune da ogni costrizione».

Il problema degli ebrei entrò nel Concilio con la Dichiarazione sulla libertà religiosa, e quella Nostra aetate, e venne ribadito nei due documenti del 1975 e 1985 della Commissione Pontificia per i rapporti religiosi con l’ebraismo. Devono essere ricordati qui gli interventi espliciti e numerosi di Giovanni Paolo II, la dichiarazione fatta a Mainz (1980) che l’alleanza ebraica «non fu mai abolita», e la visita alla Sinagoga di Roma (1986) che intese simbolicamente chiudere un passato e consolidare una ritrovata fraternità.

Che cosa si propone la Chiesa? Educare i cristiani al rispetto e alla stima per il popolo ebraico e la sua fede, sviluppare la comprensione teologica del rapporto cristiano-ebraico e promuovere, dove è possibile, una collaborazione sociale e culturale. Tale è lo scopo della giornata annuale per l’ebraismo, fissata l’anno scorso dalla CEI per la Chiesa italiana il 17 gennaio di ogni anno.

Una parola infine sul Sionismo e l’antisionismo.

La posizione della Santa Sede è passata da un atteggiamento iniziale di benevola neutralità («la consideriamo una questione umanitaria» dichiarava il Segretario di Stato Card. Merry del Val a Theodore Herzl nel 1904) al riconoscimento, più volte affermato, del diritto di Israele di vivere al sicuro nella terra legittimamente posseduta, e alle dichiarazioni, anch’esse ripetute, che non sussistono pregiudiziali teologiche verso lo Stato d’Israele, ma che gravi cause persistenti impediscono tutt’oggi alla Santa Sede di perfezionare le relazioni politiche. In questo ambito l’antigiudaismo e l’antisemitismo sono del tutto fuori causa.

Riesce la Chiesa nel suo proposito di realizzare un nuovo corso con il popolo ebraico?

Un episodio può servire da spia per comprendere ciò che è stato fatto e ciò che resta da completare. Nella memoria dei Santi Gioacchino ed Anna, che il calendario cristiano colloca il 26 luglio, l’oremus della Messa recita nel testo ufficiale latino: «Domine Deus Patrum nostrorum… che hai preordinato Gioacchino ed Anna ad essere genitori della Madre del tuo figlio incarnato, concedici per loro intercessione… ut salutem tuo promissam populo consequamur». Il messale italiano traduce: «… concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna»: lasciando così cadere la grande categoria teologica dell’associazione dei cristiani alla promessa fatta al popolo ebraico».

Errore, svista, disattenzione? Non voglio giudicare, ma questo caso dimostra che c’è ancora da lavorare in questo campo.

Roma, 12 luglio 1990 – Camera dei Deputati – Tavola rotonda sul tema “L’Antisemitismo in Italia e in Europa”. 
Intervento di Mons. Pietro Rossano Magnifico Rettore dell’Università Lateranense

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