Tag: Midrash

La festa di Chanuccà

La festa di Chanuccà

“Ha nerot hallalu anu maddlikin al ha nissim ve al ha ghevurot……….ve en lanu reshut lehishtammesh bahem ellà lirotam bilvad _ Noi accendiamo questi lumi per i miracoli e per le vittorie……e non ci è permesso servirsene, ma guardarli soltanto”.


Il brano sopracitato, viene recitato in ogni casa ebraica, da questa sera, per otto sere quando le famiglie ebree, all’interno delle loro abitazioni, delle Sinagoghe e di altri luoghi, pubblici e privati, si accingono ad accendere la lampada a otto lumi, con la quale si celebra l’eroica vittoria dei fratelli Maccabei, contro il nemico ellenico, il quale era famoso per avere la sfrontatezza di obbligare l’accettazione della propria cultura agli abitanti delle Terre da loro conquistate.


La festa di Chanuccà è conosciuta con l’appellativo di “festa delle luci” in cui si celebra la vittoria della luce della propria cultura popolare sulle tenebre dell’imposizione delle culture estranee.
In essa si ricorda la miracolosa vittoria di un piccolo esercito con a capo Giuda della famiglia degli Asmonei, ma soprannominato Maccabeo a causa della sua forte tenacia, il quale riuscì a smuovere le coscienze di un gruppo di ebrei, per ribellarsi al dominio greco sulla Terra di Israele.
E’ un’antica storia che risale al secondo secolo avanti l’era volgare: i greci che dominarono tutto il mondo occidentale con la loro cultura, conquistarono anche la Terradi Israele e vietando l’osservanza dei precetti comandati dalla Torà al popolo ebraico, tentarono di imporre la loro cultura e le loro tradizioni idolatre su tutti gli abitanti del Paese.
La cosa più sconvolgente fu che, introducendo idoli pagani nel sacro Tempio di Gerusalemme, pretesero che tutti i sacrifici dedicati a l’unico D-o, fossero invece offerti alle divinità pagane da loro adorate e servite.
Come tutti i popoli conquistati, anche una parte del popolo ebraico, si lasciò affascinare dalla cultura ellenica e molti, rinnegarono le regole della legge mosaica, per seguire il paganesimo e le varie innovazioni, che naturalmente contrastavano con la cultura giudaica.
Fu una lotta impari quella di Giuda Maccabeo, dei suoi fratelli e di una parte del popolo, contro l’imponente esercito di Antioco Epifane, ma alla fine l’esercito ebraico ebbe la meglio:


“Ma Tu, con la Tua grande bontà hai condotto i prodi nelle mani dei deboli, i numerosi nelle mani dei pochi, i malvagi nelle mani dei giusti, gli impuri nelle mani dei puri, gli infedeli nelle mani di coloro che studiano la Tua Torà”.


Questo brano, per tutta la durata della festa, viene aggiunto, nelle preghiere quotidiane; esso racconta la storia dei Maccabei ed il grande miracolo avvenuto nella Terra di Israele.


Dopo aver sconfitto l’esercito di Antioco, gli ebrei, tornati alla loro originaria tradizione, iniziarono il lavoro di riconsacrazione del Tempio, disfacendosi di tutti gli idoli posti dai greci nel Sacro Tempio e di tutto ciò che fu adoperato per il servizio a quel culto estraneo. Persino l’olio necessario all’illuminazione del sacro luogo, fu profanato perché usato da loro.
Il midrash racconta, che al momento della cerimonia inaugurale, non si trovò l’olio per illuminare il Tempio; si cercò in ogni angolo persino i più nascosti, fino a che se ne trovò una piccola ampolla – adatta – kasher – che sarebbe potuta bastare per non più di un giorno.
 
Il tempo minimo però, necessario per fabbricarne dell’altro, adatto alla sacralità del Tempio, era di otto giorni; ma il Signore con la Sua grande bontà, volle che quell’olio durasse per tutti i giorni necessari alla fabbricazione di altro olio.


Per questo motivo la festa dura otto giorni, durante i quali si accende una speciale lampada a otto bracci, per ricordare il miracolo accaduto.
Non sappiamo se la storia dell’olio sia reale, ma il suo significato coincide perfettamente con ciò che avvenne in quel tempo a Gerusalemme. L’olio è un liquido diverso da tutti gli altri, in quanto tende a mantenere tutte le sue caratteristiche inalterate, anche se si cerca di mescolarlo con altri liquidi; così gli ebrei, attraverso l’osservanza dei loro precetti, non alterano mai le loro tradizioni e le loro caratteristiche.


Il popolo ebraico, nel corso della sua storia, più volte ha rischiato di essere sterminato e di essere annientato dal marasma della società, ma più volte, grazie al mantenimento delle tradizioni, si è sempre distinto, emergendo anche quando le prospettive non erano le più rosee.
Il miracolo della festa di Chanuccà sta nel fatto che una piccola parte del popolo, rimasta fedele alla tradizione ed all’osservanza delle leggi della Torà, sia riuscita a contrastare un esercito potente come quello di Antioco e a coinvolgere anche coloro che avevano abbandonato le tradizioni per accogliere questa nuova corrente religiosa. Viceversa, attraverso l’assimilazione ad esso, Antioco sarebbe riuscito in modo assai originale a cancellare la cultura e la presenza ebraica dalla faccia della Terra.
E’ la “festa della luce”! La supremazia della luce sulle tenebre.


Si racconta nel midrash che vi è un’attinenza tra la fase precedente la Creazione del Mondo e l’invasione ellenica sulla Terra di Israele:
Nella Genesi troviamo scritto “Ve choshech al penè tehom – E le tenebre erano al cospetto degli abissi” ossia prima ancora dell’inizio della Creazione, regnavano sul mondo le tenebre, quelle tenebre chiamate “tohu va vohu – caos primordiale”. I Maestri del Talmud insegnano dicendo: “Questo è il dominio dei greci, che oscurarono gli occhi del popolo ebraico”.
Il caos e le tenebre sono il simbolo del disordine e quindi della mancanza di libertà, intesa come la negazione del diritto di esprimere le proprie opinioni e rispettare quelle altrui, persino della minoranza.
Per nessuna religione, nemmeno per quella ebraica, non è mai previsto l’accendere lumi, senza la possibilità di usufruire di quella luce; e così invece, avviene per la festa di Chanuccà.


“Veen lanu reshut lehishtammesh bahem ellà lirotam bilvad – Non ci è permesso servirsene(dei lumi) ma guardarli soltanto!”


Contemplando i lumi di Chanuccà, si ha la possibilità di riflettere sulla volontà dell’uomo di decidere il proprio destino, attraverso le sue azioni; di riflettere sull’importanza di un mondo libero in cui ogni essere umano possa rispettare le proprie tradizioni e, attraverso la loro divulgazione, avere il diritto di essere rispettato di conseguenza.
Il motivo quindi è che, secondo l’interpretazione talmudica, quei lumi debbono essere contemplati, ricordando la prima azione divina che, con la creazione della luce, iniziò a porre ordine all’opera creativa, insegnando all’uomo la facoltà di scegliere fra il bene e il male, fra la vita e la morte.


Simboleggia quindi il passaggio dalle tenebre alla luce che sconfigge i vari tentativi di annientamento di ogni popolo e in particolare del popolo ebraico.


Vi è un uso, presso gli ebrei italiani e non solo, di accendere i lumi della lampada di Chanuccà, con una candela che si è usata nel giorno 9 del mese di Av, in cui si prega esclusivamente al buio, se non con una sola candela, in segno di grave lutto per la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme.
Il motivo è che è predetto dai profeti, che il Signore con la Sua grande bontà, ci farà passare “meafelà le orà – dalle tenebre alla luce festiva”.


Le tenebre del lutto, della persecuzione, del paganesimo alla luce della vittoria della democrazia e della libertà simboleggiata da questa festività.


Nel breve trattato talmudico di “Meghillat taanit” viene codificata l’istituzione e le regole delle varie ricorrenze ebraiche non comandate dalla Torà, fra cui la festa di Chanuccà; si spiega che i Rabbini che lo hanno composto, hanno voluto codificare queste festività per celebrare in modo festivo le sciagure che il popolo è riuscito a scampare miracolosamente, “con lodi ed inni al Signore”.
Da qui si impara che le sciagure e le tenebre, attraversate dal popolo di Israele, nel corso dei millenni della sua vita, sono alla base della sua crescita e del rafforzamento dell’identità di popolo.
Nel libro biblico dei Re, troviamo scritto al capitolo ottavo:


“Dunque disse Salomone – il Signore ha detto di abitare nelle tenebre” Poiché quello è il luogo dove abita D-o e dove risiede la Shechinà– la presenza divina.


In tutto il racconto della Torà – dall’inizio alla fine di essa – non troviamo mai una sola volta che la presenza divina non sia simboleggiata da nubi, tenebre o caligine; basterebbe soltanto leggere il racconto della manifestazione divina nell’episodio della promulgazione del Decalogo per rendersene conto.


Cosa ha a che vedere tutto ciò con la festa di Chanuccà?
Essa è chiamata “Chag ha orim – La festa delle luci” e la luce è l’antitesi delle tenebre. Nel trattato talmudico sopracitato, troviamo detto che l’esercito di Antioco occupando la Terra di Israele, con la loro oppressione e l’istituzione coatta della loro lingua e tradizione, oscurò il mondo tenendo con gli ebrei un atteggiamento più crudele rispetto agli altri popoli.


Il nome Chanuccà fu posto a questa festa, non soltanto per indicare la cerimonia inaugurale, della riconsacrazione del Tempio all’unico D-o, quanto per indicare una delle caratteristiche fondamentale di Israele: l’insegnamento.


Il termine Chanuccà infatti, viene originato dal verbo le – chanekh che esprime l’insegnamento che un padre o una madre hanno il dovere di dare al proprio figlio, trasmettendogli, sin dalla più tenera età quell’amore per i principi millenari del nostro popolo.
L’assimilazione alla cultura dei greci duemila e cinquecento anni fa, non si allontana di molto da quella che si vive e si respira oggi nel nostro mondo.
Essa è la cultura della supremazia fisica e dell’inseguimento di quei beni che hanno un valore effimero e senza fondamenta.
Paganesimo non significa soltanto prostrarsi a degli idoli fabbricati di pietra, legno o altri materiali, bensì disprezzare il valore dell’Uomo usando su di lui una forza brutale che può ridurlo alla nullità fisica.
Paganesimo significa anche mancanza di rispetto verso chi ha una cultura e tradizioni diverse; quindi soppressione di costoro in nome di un D-o.
Paganesimo significa uccidere in nome di D-o.


Le luci della lampada di Chanuccà che da stasera, per otto giorni accenderemo nelle nostre case, nelle nostre sinagoghe e persino nelle piazze più grandi delle nostre città, vogliono essere un forte messaggio di rispetto verso tutti gli uomini, e soprattutto un inno alla vita.
Se ogni popolo ha una bandiera che simboleggia la sua storia e le sue tradizioni, la bandiera del monoteismo sarà sicuramente la lampada di Chanuccà.


I Rabbini codificatori della normativa ebraica, ci esortano a disporre le nostre lampade di Chanuccà, dinnanzi alle finestre e alle porte delle nostre abitazioni, affinché fossero ben visibili a tutti e chiunque, vedendole possa ricordarsi del sacrificio dei fratelli Maccabei, i quali, con un esiguo numero di soldati riuscirono a sconfiggere un esercito come quello dei greci, in nome della libertà di pensiero, di religione e soprattutto in nome del rispetto degli esseri umani.


Possa il Signore D-o di ogni essere vivente, liberare il Suo popolo e tutti gli uomini della Terra dal giogo della malvagità, della persecuzione e della violenza, presto ai nostri giorni, così come fece al tempo dei Maccabei contro i malvagi che volevano la distruzione del popolo di Israele.

Rav Alberto Sermoneta

Condividi con:
Shavuot/Pentecoste

Shavuot/Pentecoste

Il “dono” della Torà

  

 MEMORIA DELLA RIVELAZIONE

Per la tradizione ebraica, soprattutto rabbinica, la festa di shavuot o pentecoste è celebrazione e memoriale dell’evento straordinario verificatosi sul Sinai al terzo mese dall’uscita dall’Egitto (cfr Es 19, 1-9): da una parte Dio che si rivela ad Israele chiedendogli di accogliere liberamente la sua parola e i suoi comandamenti, dall’altra Israele che risponde accettando gli ordini ricevuti: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e ascolteremo» (Esodo 24,7).

Evento straordinario: in cui Dio si rivela non come forza, potere od energia bensì come amore personale che elegge e si consegna alla libertà umana e in cui Israele si decide per Dio divenendo suo partner e popolo d’alleanza.

Shavuot, per i rabbini, ricorda e attualizza questo evento dove Dio ed Israele si vincolano ad un patto di amore e di fedeltà come quello tra lo sposo e la sua sposa, come vogliono alcuni maestri per i quali sul Sinai si celebra lo sposalizio tra Dio ed Israele, dal quale dipende lo shalom: la pienezza dei beni messianici e la felicità del mondo.

IL TERMINE «SHAVUOT»

Vuol dire «settimane» e sottintende il numero sette, perché la festa è celebrata «sette settimane» dopo pasqua: «Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane» (Levitico 23, 15). Lo stesso significato ha il termine pentecoste che, in greco, vuol dire «cinquantesimo», sottinteso giorno, rispetto al giorno di pasqua inteso come primo giorno. Anche se, come appare da questi testi, nella Torah scritta, la festa di pentecoste ha un carattere agricolo, con il tempo essa si è lentamente storicizzata, rivestendosi di un nuovo significato: non più solo celebrazione di Dio come donatore dei frutti della terra bensì di Dio come donatore della Torah e della rivelazione ad Israele. Anche se è difficile datare con esattezza quando avviene questo passaggio dalla dimensione naturalistica alla dimensione storica, è comunque certo che dall’epoca rabbinica in poi la festa di pentecoste è legata quasi esclusivamente al dono della Torah, come ancora oggi si legge nel qiddush: «Benedetto sei Tu, Signore nostro Dio, che ci hai scelti tra tutti i popoli e ci hai innalzati al di sopra di tutte le lingue santificandoci con i tuoi comandamenti. Signore nostro Dio, poiché tu ci ami, ci hai dato incontri per la gioia, feste e tempi per il giubilo e questa festa delle settimane: tempo del dono della nostra Torah, convocazione santa per amore».

ALTRI TERMINI

Giorno delle primizie

Nella Torah scritta, in Esodo 23,16, se ne parla come chag ha-katzir, «festa della mietitura»: «Osserverai la festa della mietitura delle primizie dei tuoi lavori, di ciò che semini nel campo»; mentre in Numeri 28, 26, come yom ha-bikkurìm, «giorno delle primizie»: «II giorno delle primizie, quando presenterete al Signore una oblazione nuova, alla vostra festa delle settimane, terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile». Fino alla distruzione del tempio (70 d.C.) sarà questa la dimensione prevalente della festa, alla quale la Mishnah dedicherà il trattato Bikkurìm, dove se ne descrive il rituale ricco e suggestivo.

Nella Torah orale la festa viene invece ricordata con il nome di atzeret, «conclusione», per due ragioni: perché la festa di shavuot, a livello agricolo, concludeva il ciclo delle offerte delle primizie iniziato con la mietitura dell’orzo e con la festa delle mazzot («azzime»); soprattutto perché, a livello storico, conclude il significato della pasqua il cui compimento è nel dono della Torah.

Nella liturgia, infine, pentecoste è celebrata come zeman mattan Toratenu, tempo del dono della nostra Torah. Si tratta di una denominazione per noi paradossale in cui la Legge consegnata da Dio ad Israele non è vissuta come peso, ma celebrata come dono.

IL LEGAME CON LA PASQUA

La festa di pentecoste ha un legame costitutivo con la pasqua che già la Torah scritta richiama e sottolinea: «Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per offerta con rito di agitazione, i quali saranno di due decimi di èfa di fior di farina e li farete cuocere lievitati; sono le primizie in onore del Signore» (Levitico 23, 15-17).

Questo legame è ripreso e ribadito dalla liturgia con il rito noto come sefirat ba-omer che consiste nel pronunciare ogni giorno una benedizione nel periodo che separa pesach da shavuot, scalando ogni volta i giorni che avvicinano alla festa di pentecoste.

Maimonide così spiega l’importanza e il senso di questo rito dell’omer: «(Per arrivare a shavuot) noi contiamo i giorni che ci separano dalla festa precedente di pasqua allo stesso modo che chi aspetta un grande amico in un giorno stabilito conta i giorni e anche le ore. Il motivo per cui noi, tra l’anniversario della nostra partenza dall’Egitto e l’anniversario del dono della Torah, contiamo i giorni che passano dall’offerta dell’omer è questo: perché il dono della Torah è lo scopo e l’oggetto dell’esodo dall’Egitto».

Il dono della Torah che Dio consegna sul Sinai ad Israele non è un momento successivo alla liberazione dall’Egitto (Dio prima lo fa uscire e poi gli offre la Torah) ma ne è la ragione interna e la stessa intenzione motivante: Dio lo fa uscire dall’Egitto per fargli dono della Torah. L’esodo dall’Egitto non è fine in sé ma è voluto per il Sinai. In esso Israele passa dalla dipendenza sotto il Faraone all’obbedienza di fronte a Dio; dal vivere per sé, che è schiavitù, al vivere secondo Dio, che è libertà; in una parola: dalla servitù al servizio.

«IL DONO DELLA TORAH»
 

Il dono della Legge

 Festa del mattan Torah, donazione o dono della Torah, la pentecoste è la chiave di lettura più importante per capire che cos’ è la Torah per l’ebraismo: non legge che toglie all’uomo la libertà ma dono divino che la instaura nella soggettività. «Perché, si chiedono i Maestri, nella Scrittura Israele viene paragonato a una colomba?». A questa domanda un saggio risponde: «Quando Dio creò la colomba, questa tornò dal suo Creatore e si lamentò: Oh Signore dell’universo, c’è un gatto che mi corre sempre dietro e vuole ammazzarmi e io devo correre tutto il giorno con le mie zampe così corte. Allora Dio ebbe pietà della povera colomba e le diede due ali. Ma poco dopo la colomba tornò un’altra volta dal suo Creatore e pianse: oh Signore dell’universo, il gatto continua a corrermi dietro e mi è così difficile correre con le ali addosso. Esse sono pesanti e non ce la faccio più con le mie zampe così piccole e deboli. Ma Dio le sorrise dicendo: “Non ti ho dato le ali perché tu le porti addosso, ma perché le ali portino te”. Così è anche per Israele, conclude il commentatore; quando si lamenta della Torah e dei comandamenti, Dio risponde: “Non vi ho dato la Torah perché sia per voi un peso e perché la portiate, ma perché la Torah porti voi”».
La Torah non priva l’uomo della sua autonomia ma gliela garantisce e l’eteronomia divina non mette in discussione l’autonomia umana, anzi è la sola che la istituisce.

DIVERSE ACCEZIONI DI TORAH
 
Tradotta dai LXX con nomos («legge»), il contenuto e il senso della Torah è di indicare all’uomo come vivere secondo Dio. E’ «insegnamento di vita», che indica e traccia i sentieri sui quali camminare perché l’individuo e le collettività raggiungano la pienezza dei beni e vivano nella giustizia e nella pace. In senso stretto il termine Torah corrisponde al Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia dove sono contenuti i principi fondamentali che regolano l’agire di Israele nei confronti di Dio e nei confronti del prossimo. In senso lato Torah indica tutta la Bibbia scritta e la stessa Torah orale (Mishnah, Talmud, Midrashim, ecc.), senza cui la comprensione della Torah scritta è inadeguata. Per l’ebraismo sia la Torah scritta che la Torah orale hanno uguale importanza, ambedue consegnate da Dio a Mosè sul monte Sinai e ambedue finalizzate alla pratica o halakah, ad indicare all’uomo e alla donna come camminare (hlk in ebraico vuoi dire «camminare») secondo Dio.

Secondo la Torah orale il numero dei comandamenti contenuti nella Torah scritta sono 613: 248 positivi (“tu farai»} e 365 negativi («tu non farai”). 248 corrispondono alle membra del corpo umano, 365 ai giorni dell’anno: un modo per dire, con il gioco simbolico delle cifre, che il comandamento divino coinvolge la totalità della soggettività umana, nel tempo e nello spazio. Il cuore di questi 613 precetti o norme sono i dieci comandamenti che godono di uno statuto particolare e per questo sono chiamati decalogo, letteralmente le dieci parole.

“SHAVUOT” NELLA LITURGIA

– lettura della parashah («brano della Torah»): Esodo 19-20, al cui interno si trova il decalogo (Es 20,1-17);

– lettura della haftarah («brano profetico»): Ezechiele 1-3,12: la visione del carro: simbolo dello splendore con cui Dio si è rivelato donando ad Israele la Torah;

– il rotolo di Ruth: la moabita che, scegliendo il popolo d’Israele come suo popolo, è il modello di chi “si rifugia sotto le ali del Signore” (cfr Rut 2, 12);

– il tiqqun: che significa «edificazione», «riparazione», «correzione», «miglioramento». Poiché, per la tradizione ebraica, il mondo è stato creato da Dio imperfetto e attende di essere completato, durante la notte di pentecoste gli ebrei leggono la Torah per portarne a termine la creazione. Come Dio ha creato il mondo per mezzo della Torah, così i suoi figli lo migliorano concreandolo e riconcreandolo attraverso lo studio della Torah. Per questo ci si raccoglie, durante la notte, nelle sinagoghe o nelle case e, con modalità che variano da comunità a comunità, si studia la Torah scritta e la Torah orale.

NEL MIDRASH

– «Perché i dieci comandamenti sono rivolti al singolo e non a tutto il popolo? Affinché ciascuno in particolare debba dirsi: “Per me è stata data la Torah, perché la osservi” »;

– «Perché la Torah è stata data nel deserto e non in terra d’Israele? Perché gli altri popoli non dicessero: “A noi è stata data ma non a loro” e perché Israele non pensasse: “Noi abbiamo diritto alla Torah ma non voi” “;

– «Più di tutti gli israeliti presenti al monte Sinai è caro a Dio il convertito. Egli infatti, pur non essendo stato testimone del fulmine, del tuono e del suono di tromba che accompagnarono la rivelazione, ha accolto su di sé il giogo del Cielo, vale a dire la Torah. C’è qualcuno che può dirsi più caro a Dio di lui?».

PENTECOSTE CRISTIANA

Discesa dello Spirito santo sugli apostoli

Per le scritture cristiane il giorno di shavuot coincide con la discesa dello Spirito del Risorto sugli apostoli: «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi» (Atti 2, 1-4).

Il racconto della discesa dello Spirito è legato profondamente al racconto della rivelazione di Dio sul monte Sinai sia a livello di linguaggio e di simboli (il «vento», il «fuoco» e le «lingue») che a livello di contenuto e di teologia: lo spirito che Gesù dona in forza della sua morte e della sua risurrezione è la potenza dell’Amore con cui Dio ama e chiama ad amare. Nell’evento dello Spirito accade e si riproduce la potenza della voce rivelatasi sul monte Sinai come Legge dell’amore. La pentecoste cristiana non è superamento della pentecoste ebraica, ma assunzione e radicalizzazione dei suoi significati.


A cura di Per Amore di Gerusalemme – Roma

Condividi con:
Ebraismo: TORAH – POPOLO – TERRA

Ebraismo: TORAH – POPOLO – TERRA

Un Midrash racconta di un ebreo che al sopraggiungere dello Shabath, il venerdì sera si accorge di non poter arrivare in tempo alla sinagoga per la preghiera. Decide allora di pregare in casa, ma si accorge anche di non avere il libro delle preghiere e di non sapere le preghiere a memoria. Allora dice: “Signore dell’Universo, non faccio più in tempo ad andare alla sinagoga a pregare con gli altri, non ho il libro delle preghiere e non so le preghiere a memoria. Ti propongo che facciamo così: io dico le lettere dell’alfabeto e Tu componi le parole della preghiera”.

Ogni volta che ci si accinge a trattare una tematica talmente vasta, complessa e profonda ci si rende conto della inadeguatezza delle proprie parole. Non resta che “dire delle lettere di alfabeto” nella fiducia che un Altro le metta insieme formando parole adeguate.

Non è una novità che la cultura occidentale e il mondo cristiano si interessino all’Ebraismo, se non altro perché da quella radice noi veniamo e perché l’Ebraismo è una realtà concreta che abbiamo avuto sempre insieme con noi.

La novità sta nel modo come – a partire dalla Shoah e dal Concilio Vaticano II – ci stiamo interessando all’Ebraismo.

È fondamentale per noi avvicinarci all’Ebraismo. Ho detto “per noi” proprio perché come credenti cristiani e come facenti parte della cultura occidentale siamo debitori in grandissima misura a questa antica e attuale realtà. Occorre tuttavia fare attenzione a non considerare l’Ebraismo quasi esso fosse solo “in funzione di” una cultura, civiltà, religione nostra. La “nuova” attenzione all’Ebraismo è un gesto di giustizia e di valenza culturale.

Come si fa a conoscere l’Ebraismo?

Si interpella Israele. Questo è utile che sia evidenziato perché siamo facilmente portati a decidere noi che cosa sia l’Ebraismo, come siano e chi siano gli ebrei.

Non è difficile interpellare Israele. Da sempre Israele si dice prima di tutto a se stesso e poi agli altri. E si dice in una maniera che chiamerei personalissima, specifica, creando uno stile unico di letteratura religiosa. Creando tutta una modalità di pensiero che costituisce un “unicum” nell’universo delle culture, quella che in seguito noi abbiamo chiamato “teologia narrativa”.

Israele, specie l’Israele biblico, non filosofeggia, non fa grandi riflessioni sui problemi fondamentali della vita. Israele narra, racconta. Da qui in poi possiamo dire che dovremmo giocare su due piani, interpellando Israele: da un punto di vista si può considerare ciò che Israele dice come ispirato da Dio, e questo appartiene ai credenti. Ma possiamo anche come studiosi prescindere da una lettura di fede e accorgerci che ciò che Israele dice è comunque di un interesse enorme e di una profondità, ricchezza, novità straordinaria, in mezzo a quelle che sono le grandi culture coeve.

Più si studia Israele più ci si accorge che non è solo una religione o un’etnia, o una nazione, o un gruppo sociale, o più gruppi tribali riuniti, e che non è neanche la somma di tutto questo.

Scrive Davide Megnagi: “Per quanto gli ebrei abbiano costituito attraverso i secoli una “comunità religiosa distinta, con fedi e modelli di culto specifici “, la religione appare largamente insufficiente a dare ragione della complessa e variegata fenomenologia dell’Ebraismo: né gli atteggiamenti ideologici e metafisici degli ebrei nei confronti della terra di Israele, da cui sono stati esiliati così a lungo, né i modi in cui si è reciprocamente definito il loro rapporto con le altre religioni e nazioni, si possono spiegare esclusivamente in termini di fede religiosa. Il termine religione (in ebraico dath) non compare mai nella Torà.

Altrettanto parziale appare la riduzione dell’ebraismo alle categorie di “nazione ” o di “gruppo etnico”, che hanno validità solo in quanto riferite “in gran parte a tipi di collettività sviluppatesi nell’era moderna”. Allo stesso tempo concetti come “comunità tribale”, “comunità santa” e “popolo”, di per sé vaghi possono al più denotare alcune caratteristiche della comunità ebraica degli albori, e rappresentare il nucleo di un programma religioso teso a fare di un intera collettività una “comunità di sacerdoti” (‘Am Kohanim, “popolo di sacerdoti”), testimone dell’unicità di Dio, della sua universalità e regalità nel mondo.

Dal momento che l’ esperienza storica dell’ ebraismo moderno è così fortemente intrecciata con le sue esperienze passate, i termini “moderni “, derivanti per lo più dall’esperienza storica dell’Europa moderna, non possono che risultare inadeguati a coprire l ‘intero ventaglio della stessa esperienza storica moderna degli ebrei. Da qui una delle ragioni del fascino dell’ebraismo e dell’inquietudine che suscita per il suo essere allo stesso tempo dentro e .fuori, lontano e prossimo nell’immaginario collettivo occidentale e cristiano “.

Si potrebbe parlare di un “universo ebraico” nel senso di un fenomeno etnico e storico che tocca tutti gli ambiti, incastonato come è nel tempo (biblico – della diaspora – dei ghetti – dell’Olocausto – del Sionismo – dello Stato) e nello spazio, (a partire dalla Mezzaluna fertile, agli spazi della diaspora; il che significa una compresenza degli ebrei in quello che una volta si diceva “il mondo allora conosciuto” e via via che si scoprono nuovi mondi, ecco nuove presenze ebraiche, fino ad oggi).

Il fenomeno Israele ha sollecitato l’interesse di molti studiosi. Mi limito qui a citare Toynbee e Weber i quali sono molto negativi nei confronti dell’Ebraismo. Toynbee sostiene che la civiltà rabbinica dell’esilio è solo l’esito di fossilizzazione della spinta originaria. Weber parla di “Popolo paria”. A contestare queste affermazioni è apparso nel 1993 il citato studio di Eisenstadt che applica all’ebraismo una categoria particolare e parla di “civiltà” esprimendosi in questi termini: “Il termine civiltà abbraccia tutti i tentativi di costruire o ricostruire la vita sociale secondo una visione ontologica in cui concezioni della natura, del cosmo e della realtà oltremondana e mondana si coniughino con la regolamentazione della principali sfere della vita sociale e dell’interazione tra sfera politica, autorità, economia, vita famigliare ecc. Sebbene civiltà e religioni siano strettamente intrecciate tra di loro nella storia dell’umanità molte religioni hanno costituito soltanto una componente, ma non necessariamente quella centrale, delle civiltà”.

Torniamo a Israele che racconta. Come tutti gli antichi popoli parla inizialmente in termini di religiosità. Ma sono termini così sostanziali, così coesi con l’espressione migliore della realtà umana, che continueranno a costituire – non solo per Israele – la fonte del diritto, del rispetto di quanto di meglio l’umanità possa esprimere in ambito d’identità e di rapporti.

Torah


Israele racconta. Prima oralmente, poi trascrivendo. Poi – nei secoli – producendo tutta una Tradizione vitale. Nasce la Torah. In mezzo a popolazioni idolatre e politeiste Israele – senza ritenersi da ciò impoverito, sapendo anzi di aver fatto una conquista grande – dice che c’è un Dio solo. E da qui viene la grandezza di Israele in quanto capace di universalità a tutti i livelli: se c’è un Dio solo, questo è il Dio di tutti. Un Dio “uno” che non è un “uno” matematico, ma I ‘unico, totalmente trascendente. Pensate quanto è straordinaria questa intuizione che nasce in un contesto di popoli che concepiscono divinità immanenti, idoli che hanno bisogno di essere costruiti da mano d’uomo.

L’altra sconvolgente particolarità d’lsraele è che narra di un Dio che si coinvolge nella storia dell’umanità. La novità è sconcertante soprattutto se la si proporziona alla piccolezza di questo “non ancora popolo”. Heschel approfondirà questo concetto nella sua opera : “Dio alla ricerca dell’uomo”.

Non è più l’uomo che cerca Dio: su questo concetto si sono costruite tutte le grandi culture antiche. La grandiosità e novità dell’intuizione di Israele è che Dio si mette alla ricerca dell’uomo. Israele non tenta di dire chi è Dio: Israele racconta come agisce Dio.

Questo Dio è un “Tu” che interpella l ‘uomo. Un Dio Persona, essere di relazione, al punto che si crea un interlocutore. E arriva sulla terra I ‘uomo. E arriva come essere capace di scelta, chiamato alla conoscenza, alla lode, all’amore, alla condivisione. Libero di dire sì o no. Un autore dice: “Da quando ha creato I ‘uomo, Dio ha perso la pace “. Si è trovato di fronte un interlocutore difficile. Per questo uomo Dio costruisce il cosmo come casa e gliela affida. Secondo la tradizione ebraica Dio ha creato il meno possibile perché I’uomo fosse suo collaboratore nel compimento del mondo. L’esperienza tutta ci insegna che se e quando l’uomo si inserisce nel disegno di Dio nel mondo c’è armonia e altrimenti è il disastro.

Un uomo chiamato all’amore. Dalla cultura ebraica ci viene con forza il concetto dell’amore. Pensate a Levitico 19, 18-34: “Amerai il tuo prossimo come te stesso… un forestiero nella vostra terra amatelo come voi stessi: anche voi foste forestieri…”. Un uomo fatto per lo Shalom, per il tempo e la modalità messianica della vita. Quando gli ebrei parlano di messianismo pensano a questo: ad una comunità e ad un tempo nel quale ci sia da parte di tutte le creature la realizzazione piena del disegno di Dio che è un disegno d’ amore.

Popolo


Israele narra e parla di un gruppo di tribù nomadi che sono interpellate da Dio. La chiamata di Dio fonda il Popolo. Non ci sarebbe popolo di Israele se non ci fosse stata questa autoconcezione (per un credente ispirata, per uno studioso un modo specialissimo assunto da questo nucleo umano per dirsi) di essere convocati da Dio. Nasce perciò il popolo come “popolo eletto”. Nell’autentica concezione ebraica – contrariamente a quanto spesso si sente dire – l’elezione non è un privilegio, è un impegno, una responsabilità. E percepirsi come popolo chiamato all’ascolto, costituito dall’impegno dell’ascolto e dunque dall’impegno di una risposta. Ascoltare e rispondere, praticare le “mitzvot” (i precetti) e costituire tutto un organismo di riti e preghiere (il culto) è ciò che struttura il popolo.

Scrive G. Della Pergola: “L ‘ebraismo nasce come distinzione. Dalla distinzione prendono forma il suo specifico modo di conoscere, la sua ermeneutica fondamentale, il suo metodo, la sua capacità di analisi, il suo rigore, il modo con cui si applica al mondo. Nell’ebraismo ogni cosa è determinata in quanto tale perché distinta: le acque sono distinte e separate dalla terra, la luce è distinta dalle tenebre. Così in Genesi si descrive la creazione: e il popolo di Israele è distinto e separato da ogni altro popolo. Anzi: addirittura è popolo “eletto “, scelto. È infatti popolo di Dio e non solo appartenente al mondo e alla storia degli uomini. Popolo santo “Kasher”, di sacerdoti, separato. Popolo che abita “al di là del fiume” a cui è stata data una Legge che è anche una Strada. Un popolo che cammina sulla strada di Dio. Distinto ma non solitario; separato, ma non “per sé solo “. Non come tutti gli altri, eppure né snob né aristocratico. Non confuso con gli altri seppure con gli altri: ma convinto che il modo più corretto per stare con gli altri parte dalla non rinuncia ad una definizione di sé, alla propria identità e alla propria memoria “.

È il concetto di Qahal: santa assemblea convocata che diventa popolo solo in forza della convocazione, non per scelta sua, nel tempo biblico, in cui Israele perde più volte la terra e poi ritorna, e nel momento diasporico, momento terribile, dal 70 d.C. in poi, in cui comincia, con la i distruzione del Tempio, lo spargersi ovunque che continua tuttora e che si riduce solo nel 1948 con la rifondazione dello Stato in terra di Israele.

In tutto questo tempo questa gente che non ha più terra, che ha un passato illustre ma passato, paradossalmente in minoranza ovunque si trovi, riesce a fare questa operazione incredibile di compresenza: assimilarsi senza perdersi nella realtà in cui vive, lasciarsi contagiare, e contagiare la realtà ospitante. Heschel dice: “Da quando ha perso la sua terra, per 2000 anni, Israele ha vissuto su un paese di pergamena. Ha vissuto sulle Scritture: ha fatto forza sulle Scritture: le ha lette, le ha trascritte, cantate, pregate, custodite, difese, ha dato la vita per le Scritture. Le ha “interpretate”. E in questo “interpretate” è il dato di grande e profonda religiosità che permea tutta l’etica di Israele, la sua maniera straordinaria di resistere alla violenza, di vedere la preziosità della vita per cui i Maestri diranno: “Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso tutto il mondo”. Il senso della Tzedaqà (giustizia – carità) ha questo concetto profondo dietro la parola: quando compiamo carità stiamo solo obbedendo al comandamento, condividendo e rispettando il bene dell’altro. È onesto dire che Israele non ha avuto Inquisizione, non ha Jihàd (guerra santa), non ha preteso vendetta nemmeno dopo l’esperienza terribile dell’Olocausto

Terra


Dio chiama delle tribù nomadi nella persona di Abramo e fonda un popolo al quale dà (non solo promette) una Terra. Nella storia sacra ci sono battaglie accanite per la conquista della terra, ma la lettura che Israele ne fa è che Dio procura al suo popolo l’elemento che gli è indispensabile per dirsi tale: una terra su cui servirLo. Questa è una terra data. Proprio perché si ritiene depositario di un dono Israele si ritiene presente su quella terra perché Dio lì lo ha voluto. Per Israele la terra non è – come invece è per tutte le grandi religioni antiche – la terra madre, ma è una terra sposa. Una terra che Israele deve accogliere, scegliere quotidianamente, ogni giorno riscoprire, di cui deve ogni giorno innamorarsi, con la quale deve stringere un rapporto sacro perché su questa terra soltanto può compiere tutte le mitzvot.

Terra: un luogo preciso, concreto. Con la nostra ascetica cristiana noi abbiamo via disincarnato questo concetto e abbiamo difficoltà a entrare nelle categorie ebraiche: terra come un luogo preciso, donato da Dio. Donato però sotto condizione: nella Scrittura ogni volta che Dio parla con Israele a proposito della terra dice: “Se osserverete i precetti. Se sarete fedeli ” E ogni volta che Israele non è fedele il primo dono che gli viene tolto è la Terra. Ma poiché le promesse di Dio sono senza pentimento la terra non viene mai tolta definitivamente. Quando Israele si pente – contrariamente a quanto ha lungamente pensato la nostra cultura cioè: ormai Dio ha abbandonato Israele per sempre – Dio non si smentisce.

Una terra lunghissimamente sognata perché lungamente persa, luogo del difficile oggi e del problematico domani.

Dice Paolo De Benedetti: “Non si tratta di una terra simbolo, di una terra mistica, come quella Palestina che era il miraggio dei crociati (ai quali gli ebrei devono decine di migliaia di morti), oppure come quella Palestina vagheggiata dai pellegrini cristiani. La terra che Israele considera ne/la propria fede come elemento essenziale del rapporto con Dio, è una terra fatta di terra “.

E dice Ben Gurion: “Nessuno può capire che cos ‘è questo Stato per noi. È come una famiglia per chi non l ‘ha mai avuta. Un letto per chi ha sempre dormito per terra. Una coperta e un po’ di fuoco per chi ha trascorso una lunga notte all’aperto, tra il vento e sotto la pioggia “.

Renza Fozzati 

Roma – Tempio Maggiore
Condividi con: