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Vignette e religione: sì o no?

Vignette e religione: sì o no?

Una riflessione su rispetto e libertà


di: Vittorio Robiati Bendaud


Una premessa: sin da ragazzo sono lettore di Tex e di Dylan Dog. Complimenti, dunque, a casa Bonelli, che ha tanti meriti nell’alfabetizzazione – e non solo – di questo Paese.
Il fatto: la concorrente Editoriale Cosmo di Reggio Emilia ha diffuso in edicola questo mese il fumetto Nosferatu, con avventure di umani e vampiri. Tra gli epocali fenomeni narrati ci sarebbe l’umano vampirizzato Yehoshua di Nazareth, alias Gesù, ivi inclusa la sua resurrezione, trionfo della sua leadership e di un certo vampirismo (cfr. p. 68 e segg).


Non credo che l’ebreo Yehoshua di Nazareth, esponente di correnti ebraiche molto vicine all’ebraismo farisaico e influenzato forse dal coevo essenismo, al pari del Gesù Cristo degli amici cristiani, necessiti di difensori d’ufficio. Tramite i suoi insegnamenti, si difende benissimo da solo.


Tuttavia credo che da difendere ci sia il ben ragionare. Cartesio riteneva che il buon senso fosse diviso equamente tra gli esseri umani. Lo storico Marco Cipolla ci ha meglio edotti, fortunatamente, sulle leggi fondamentali della stupidità umana.


Dopo Charlie Hebdo, la domanda è: “E se ci fosse stato, anziché Gesù – o Mosè – (entrambi ebrei, comunque), Maometto? Che cosa sarebbe successo?”.


So già che, anche con un innegabile fondo di verità, molti converrebbero nel sostenere che l’errore consiste nel denigrare le religioni, deriva erronea della libertà di espressione. Sono d’accordo.


Tuttavia, vi è un grave vulnus: questa riflessione, così assennata, si fa strada dopo la tragedia parigina, dopo il terrore. Ci si esprime, per così dire, a posteriori


Accade a posteriori, in primo luogo, perché per anni si sono denigrati cristianesimo ed ebraismo e i loro rappresentanti in varie forme (si pensi, non da ultimo, alla locandina irriverente di un concerto punk a Ferrara denigrante il locale arcivescovo, per non parlare delle vignette offensive che circolarono su Benedetto XVI), senza il turbamento indignato di nessuno. Dov’erano gli indignati? Nel caso, chi li ha presi sul serio? Per i più si trattò, conseguentemente, di satira legittima, talché le rampogne degli offesi furono considerate come iper-sensibilità o come intolleranza. 


Quella stessa buona e colta espressione della società “laica” che oggi chiede il rispetto per l’Islàm è rimasta indifferente all’analogo trattamento riservato a ebrei e cristiani, quando invece non divertita o addirittura complice soddisfatta. Parimenti molti “intellettuali” ebrei e cristiani – ahimè quasi tutti purtroppo delle aree progressiste e politicamente orientati a sinistra -, in relazione a questo tipo di “satira”, hanno spesso preferito lasciar correre, sentendosi “liberali” e “tolleranti” e dimostrando, purtroppo, troppo poco attaccamento alle rispettive Comunità di fede e ai loro simboli più cari. Chi di questi due diversi, ma parimenti inani, gruppi di intellettuali e politici, ha tuonato e prende, per esempio, sul serio le migliaia di vignette antisemite, realmente demonizzanti gli ebrei, che riempiono i giornali del mondo arabo islamico da decenni e che sono da tempo ormai diffuse anche in Europa? La domanda è dunque anzitutto questa: perché invalsi trattamenti diversi circa la comune percezione dell’esercizio del diritto di satira – o della sua censura – per cristiani e ebrei da una parte e musulmani dall’altra?


Rispetto ai fatti del terrore di matrice islamica – a Parigi e non solo – la riflessione sul diritto di satira è a posteriori anche da un secondo punto di vista, più insidioso e preoccupante.


Si può invitare con fermezza, senza ambiguità insidiose, al rispetto per le religioni, ponendo limiti alla libertà di espressione e di satira, solo dopo il terrore? Specifico meglio: si può fondare – o invocare – una morale pubblica e intersoggettiva “del rispetto” unicamente a fronte del terrore esperito? Dunque, in definitiva, solo in quanto reazione, subendo così ancora la paura? Per dirla fuori dai denti: non è profondamente insidioso ed errato fondare il rispetto sulla paura?

Questo assoggettamento – a posteriori – a un’etica giornalistica e satirica della cautela a fronte del terrore scatenatosi – o potenziale e latente -, oltreché risentire di una debolezza concettuale e morale intrinseca, significa ahimè darla parzialmente vinta ai terroristi che, proprio con il terrore, vogliono imporre il loro non-pensiero e il loro fanatismo e, sempre con il terrore religioso, fondare l’etica pubblica.

Chissà se quanti oggi invocano, giustamente, il rispetto delle religioni in relazione a certa satira hanno pensato anche a questo dettaglio etico e politico, tutt’altro che trascurabile?


Permangono altre domande, diverse ma convergenti. 

Possono le religioni, che giustamente invocano la necessità di una satira non offensiva (con l’interrogativo non banale per l’autorità civile laica, aperto a risposte multiple e tra loro forse inconciliabili, di come individuare il limite giuridico dell’eventuale offesa), evitare di banalizzare e presentare in maniera caricaturale o, peggio, demoniaca, l’altro da sé, credente in altre fedi oppure non-credente? Anche in questo è necessaria la reciprocità. L’ebraismo, oltreché in alcune concezioni teologiche e normative arretranti all’epoca talmudica (la dottrina del Noachismo), pur con opinioni diverse, già nei suoi Maestri medievali, aveva dato risposte significative e costruttive (in rapporto, in particolare, agli altri due monoteismi). Si pensi a Yehudah ha-Levì e a Maimonide e, successivamente, a rabbini insigni quali ‘Emdin, Rivkis, Hirsch, Sacks. Il cristianesimo cattolico ha risposto in maniera ufficiale e vincolante in vari passi celebri di Nostra Aetate, della Lumen Gentium e della Gaudium et Spes.


Può l’Islàm condannare le vignette antisemite che circolano sui giornali arabi e di altri Paesi islamici? Può l’Islàm evitare di ridurre gli ebrei a coloro che hanno alterato la Rivelazione divina e i cristiani a coloro le cui pratiche cultuali posseggono sapori idolatrici, apprezzandoli positivamente e evitandone caricature, siano esse teologiche, morali o politiche?


Può la cultura laica evitare di banalizzare le religioni, svilendole unicamente – o in prima istanza – a generatori di violenza, anche se esistono legami insidiosi tra religioni e violenza? Può la cultura laica evitare di offrire una errata visione caricaturale, pseudo-illuminista, delle religioni, tal ché esse costituiscano soltanto un coacervo di ignoranza, psicosi collettive, mortificazione della libertà individuale e dispotismo? 


Avrei, infine, delle domande da porre a coloro che fanno satira “senza freni” e a certi vignettisti, specie in relazione al loro senso di responsabilità sociale. Tuttavia, a fronte di morti così orrende, preferisco condividere il loro lutto. Anche perché vi è un discrimine netto e inviolabile tra il dominio della parola, anche se mal esercitata, e il dominio della violenza fisica, laddove chi compie certi atti è meno che animale. Per non offendere gli animali, si capisce. 
Per il momento, in relazione agli editori di Nosferatu, mi chiedo – ed è ovviamente solo una provocazione – a quando, dopo Gesù, Mosè e Maometto? Saranno mummie, zombie o licantropi?


Vittorio Robiati Bendaud
29/01/2015 Milano
Fonte: www.mosaico-cem.it




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Kippùr: un approfondimento salutare per tutti!

Kippùr: un approfondimento salutare per tutti!



Yom Kippùr: giorno di purificazione dai peccati!

Nel Mishnè Torà (Hilkhòt Teshuvà, 2:7) il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) scrive: “Il giorno di Kippur è il tempo della Teshuvà per tutti, sia per gli individui che per la collettività. Pertanto tutti sono obbligati a fare Teshuvà e a confessare [i propri peccati all’Eterno] nel giorno di Kippur. In cosa consiste la Teshuvà? “Il peccatore deve abbandonare il suo peccato e rimuoverlo dalla sua mente; deve ripromettersi di non commetterlo più […] e deve confessare ed esprimere con le sua labbra quello che si è ripromesso” (ibid., 2:2).
Rav Joseph Beer Soloveitchik (Belarus, 1903-1993, Boston) in Daròsh Daràsh Yosef (p. 258) afferma che le feste ebraiche non vengono definite dalle date nelle quali esse cadono ma dalle mitzvòt (precetti) specifiche che le caratterizzano. Di Kippur la mitzvà del giorno è la Teshuvà, che letteralmente significa “ritorno” sulla retta strada. Nella Torà il giorno di Kippur è espresso nella forma plurale: Yom Ha-Kippurìm, il giorno delle espiazioni, perché ci sono modi diversi nei quali possiamo fare Teshuvà. La Teshuvàpuò essere motivata sia dall’amore sia dal timore nei confronti dell’Eterno.
R.  Yehuda Moscato (Osimo, 1530?-1590, Mantova) nella sua opera omiletica Nefutzòt Yehudà (Derùsh38) cita il trattato talmudico Yomà (86b) dove è scritto: “R. Shim’òn figlio di Laqìsh disse: la Teshuvàè grande perché con essa i peccati volontari vengono trasformati in peccati involontari […]. Il Talmud obietta che lo stesso R. Shim’òn figlio di Laqìsh disse: “Grande è la Teshuvàperché con essa i peccati volontari vengono trasformati in meriti”. I Maestri spiegano che se la Teshuvàè motivata dal timore nei confronti dell’Eterno i peccati volontari vengono trasformati in peccati involontari; se invece la Teshuvà è motivata dall’amore nei confronti dell’Eterno i peccati volontari vengono trasformati addirittura in meriti.
R.  Moscato cita il trattato talmudico di Berakhòt(34b) dove viene posta la domanda se sia preferibile un Ba’al Teshuvà(penitente) oppure una persona che non ha mai peccato. R. Chiyà affermava: “Tutti i neviìm (profeti) hanno profetizzato riguardo ai Ba’alè Teshuvà (penitenti), ma riguardo ai giusti «nessun occhio ha visto al di fuori di Dio» (Yeshayà’- Isaia, 64:3). R. Abbahu dissentiva affermando che “nel luogo in cui stanno i Ba’alè Teshuvà (penitenti) perfino coloro che sono totalmente giusti non vi possono stare”. R. Moscato spiega che il dissenso tra i due Maestri riguarda solo i Ba’alè Teshuvà (penitenti) che tornano sulla retta strada per timore dell’Eterno. In questo caso colui che non mai commesso peccati è certamente superiore a chi ha peccato ed ha fatto Teshuvà. Tuttavia chi fa una Teshuvà motivata dall’amore nei confronti dell’Eterno è senza dubbio secondo tutte le opinioni a un livello superiore a quello del giusto che non ha peccato.
Rav Yosef Shalom Elyashiv (Lituania, 1910-2012, Gerusalemme) in Divrè Aggadà (p.446) afferma che gli israeliti dovevano andare tre volte all’anno a Gerusalemme, nel luogo più qadòsh(sacro) della nazione, per le feste di Pèsach, di Shavu’òt e di Sukkòt(delle capanne). Proprio nel giorno più qadòsh (sacro) dell’anno, il giorno di Kippur, potevano restare a pregare nelle proprie città. Rav Elyashiv spiega che vi sono ricorrenze nelle quali il luogo deve avere un effetto ed altre nel quale l’effetto, l’assorbimento della qedushà, viene generato dal tempo. I Maestri insegnarono nel trattato talmudico di Ta’anìt (30b) che “Non vi erano giorni festivi in Israele come Yom Ha-Kippurìm” perché in questo giorno vengono perdonati i peccati. Allora la felicità insita nel giorno di Kippur era palpabile. Ci si rendeva conto che il peccato separa l’uomo dal Creatore come un cortina di ferro. Se non fosse possibile purificarsi dal peccato, un peccato ne porterebbe un altro fino a quando gli uomini affonderebbero in un mare d’impurità. Quando l’ebreo usciva dal Bet Ha-Kenèsset (sinagoga) alla fine del giorno di Kippur si sentiva puro e pulito. La mitzvà di essere specialmente felici durante la festa successiva di Sukkòt ha le sue basi nel giorno di Kippur. Infatti i Maestri insegnano che di Sukkòt durante le celebrazioni festive nel Bet Ha-Miqdash (il Santuario di Gerusalemme) i chassidìm (le persone pie) e anshè ma’asè (gli uomini d’azione, le persone caritatevoli) ballavano dicendo: “Felice la nostra giovinezza che non ci ha imbarazzato nella nostra vecchiaia”. I Ba’alè Teshuvà (i penitenti che erano tornati sulla retta via) ballavano dicendo: “Felice la nostra vecchiaia che ha espiato la nostra giovinezza”. Entrambi i gruppi dicevano: “Felici coloro che non hanno peccato”.
Rav Beniamino Artom (Asti, 1835-1879, Londra) che fu rabbino della comunità sefardita di Londra concluse una sua derashà (sermone) di Kippur con queste parole (tradotte dall’inglese): “[…] Qui termina la nostra confessione. E quali sentimenti possiamo avere ora se non quelli di vergogna? Se nessuno di noi può essere cosi malvagio dall’aver commesso tutti questi peccati, pur tuttavia ognuno di noi ha fatto la sua parte […] Sopportare dure privazioni fisiche per venticinque ore, dedicare tutta la giornata in preghiera e meditazioni religiose […] è certamente obbedienza alla legge. Ma se tutte queste cerimonie e tutta questa religiosità non sono seguite da penitenza e riparazione, esse sono inutili, sono una beffa […] Solo quando abbiamo asciugato le lacrime che abbiamo causato, abbiamo restituito quello che abbiamo usurpato, ricostruito quello che abbiamo distrutto, consolato quelli che abbiamo addolorato e guarito coloro che abbiamo ferito e reso puro quello che avevamo reso impuro, solo allora […] “In quel giorno avrete espiazione dei vostri peccati per purificarvi così che sarete puri al cospetto dell’Eterno” (Vayqrà-Levitico, 16:30).

Donato Grosser
Fonte: www.romaebraica.it
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Shavuot/Pentecoste

Shavuot/Pentecoste

Il “dono” della Torà

  

 MEMORIA DELLA RIVELAZIONE

Per la tradizione ebraica, soprattutto rabbinica, la festa di shavuot o pentecoste è celebrazione e memoriale dell’evento straordinario verificatosi sul Sinai al terzo mese dall’uscita dall’Egitto (cfr Es 19, 1-9): da una parte Dio che si rivela ad Israele chiedendogli di accogliere liberamente la sua parola e i suoi comandamenti, dall’altra Israele che risponde accettando gli ordini ricevuti: «Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e ascolteremo» (Esodo 24,7).

Evento straordinario: in cui Dio si rivela non come forza, potere od energia bensì come amore personale che elegge e si consegna alla libertà umana e in cui Israele si decide per Dio divenendo suo partner e popolo d’alleanza.

Shavuot, per i rabbini, ricorda e attualizza questo evento dove Dio ed Israele si vincolano ad un patto di amore e di fedeltà come quello tra lo sposo e la sua sposa, come vogliono alcuni maestri per i quali sul Sinai si celebra lo sposalizio tra Dio ed Israele, dal quale dipende lo shalom: la pienezza dei beni messianici e la felicità del mondo.

IL TERMINE «SHAVUOT»

Vuol dire «settimane» e sottintende il numero sette, perché la festa è celebrata «sette settimane» dopo pasqua: «Conterai sette settimane; da quando si metterà la falce nella messe comincerai a contare sette settimane» (Levitico 23, 15). Lo stesso significato ha il termine pentecoste che, in greco, vuol dire «cinquantesimo», sottinteso giorno, rispetto al giorno di pasqua inteso come primo giorno. Anche se, come appare da questi testi, nella Torah scritta, la festa di pentecoste ha un carattere agricolo, con il tempo essa si è lentamente storicizzata, rivestendosi di un nuovo significato: non più solo celebrazione di Dio come donatore dei frutti della terra bensì di Dio come donatore della Torah e della rivelazione ad Israele. Anche se è difficile datare con esattezza quando avviene questo passaggio dalla dimensione naturalistica alla dimensione storica, è comunque certo che dall’epoca rabbinica in poi la festa di pentecoste è legata quasi esclusivamente al dono della Torah, come ancora oggi si legge nel qiddush: «Benedetto sei Tu, Signore nostro Dio, che ci hai scelti tra tutti i popoli e ci hai innalzati al di sopra di tutte le lingue santificandoci con i tuoi comandamenti. Signore nostro Dio, poiché tu ci ami, ci hai dato incontri per la gioia, feste e tempi per il giubilo e questa festa delle settimane: tempo del dono della nostra Torah, convocazione santa per amore».

ALTRI TERMINI

Giorno delle primizie

Nella Torah scritta, in Esodo 23,16, se ne parla come chag ha-katzir, «festa della mietitura»: «Osserverai la festa della mietitura delle primizie dei tuoi lavori, di ciò che semini nel campo»; mentre in Numeri 28, 26, come yom ha-bikkurìm, «giorno delle primizie»: «II giorno delle primizie, quando presenterete al Signore una oblazione nuova, alla vostra festa delle settimane, terrete una sacra adunanza; non farete alcun lavoro servile». Fino alla distruzione del tempio (70 d.C.) sarà questa la dimensione prevalente della festa, alla quale la Mishnah dedicherà il trattato Bikkurìm, dove se ne descrive il rituale ricco e suggestivo.

Nella Torah orale la festa viene invece ricordata con il nome di atzeret, «conclusione», per due ragioni: perché la festa di shavuot, a livello agricolo, concludeva il ciclo delle offerte delle primizie iniziato con la mietitura dell’orzo e con la festa delle mazzot («azzime»); soprattutto perché, a livello storico, conclude il significato della pasqua il cui compimento è nel dono della Torah.

Nella liturgia, infine, pentecoste è celebrata come zeman mattan Toratenu, tempo del dono della nostra Torah. Si tratta di una denominazione per noi paradossale in cui la Legge consegnata da Dio ad Israele non è vissuta come peso, ma celebrata come dono.

IL LEGAME CON LA PASQUA

La festa di pentecoste ha un legame costitutivo con la pasqua che già la Torah scritta richiama e sottolinea: «Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione. Porterete dai luoghi dove abiterete due pani per offerta con rito di agitazione, i quali saranno di due decimi di èfa di fior di farina e li farete cuocere lievitati; sono le primizie in onore del Signore» (Levitico 23, 15-17).

Questo legame è ripreso e ribadito dalla liturgia con il rito noto come sefirat ba-omer che consiste nel pronunciare ogni giorno una benedizione nel periodo che separa pesach da shavuot, scalando ogni volta i giorni che avvicinano alla festa di pentecoste.

Maimonide così spiega l’importanza e il senso di questo rito dell’omer: «(Per arrivare a shavuot) noi contiamo i giorni che ci separano dalla festa precedente di pasqua allo stesso modo che chi aspetta un grande amico in un giorno stabilito conta i giorni e anche le ore. Il motivo per cui noi, tra l’anniversario della nostra partenza dall’Egitto e l’anniversario del dono della Torah, contiamo i giorni che passano dall’offerta dell’omer è questo: perché il dono della Torah è lo scopo e l’oggetto dell’esodo dall’Egitto».

Il dono della Torah che Dio consegna sul Sinai ad Israele non è un momento successivo alla liberazione dall’Egitto (Dio prima lo fa uscire e poi gli offre la Torah) ma ne è la ragione interna e la stessa intenzione motivante: Dio lo fa uscire dall’Egitto per fargli dono della Torah. L’esodo dall’Egitto non è fine in sé ma è voluto per il Sinai. In esso Israele passa dalla dipendenza sotto il Faraone all’obbedienza di fronte a Dio; dal vivere per sé, che è schiavitù, al vivere secondo Dio, che è libertà; in una parola: dalla servitù al servizio.

«IL DONO DELLA TORAH»
 

Il dono della Legge

 Festa del mattan Torah, donazione o dono della Torah, la pentecoste è la chiave di lettura più importante per capire che cos’ è la Torah per l’ebraismo: non legge che toglie all’uomo la libertà ma dono divino che la instaura nella soggettività. «Perché, si chiedono i Maestri, nella Scrittura Israele viene paragonato a una colomba?». A questa domanda un saggio risponde: «Quando Dio creò la colomba, questa tornò dal suo Creatore e si lamentò: Oh Signore dell’universo, c’è un gatto che mi corre sempre dietro e vuole ammazzarmi e io devo correre tutto il giorno con le mie zampe così corte. Allora Dio ebbe pietà della povera colomba e le diede due ali. Ma poco dopo la colomba tornò un’altra volta dal suo Creatore e pianse: oh Signore dell’universo, il gatto continua a corrermi dietro e mi è così difficile correre con le ali addosso. Esse sono pesanti e non ce la faccio più con le mie zampe così piccole e deboli. Ma Dio le sorrise dicendo: “Non ti ho dato le ali perché tu le porti addosso, ma perché le ali portino te”. Così è anche per Israele, conclude il commentatore; quando si lamenta della Torah e dei comandamenti, Dio risponde: “Non vi ho dato la Torah perché sia per voi un peso e perché la portiate, ma perché la Torah porti voi”».
La Torah non priva l’uomo della sua autonomia ma gliela garantisce e l’eteronomia divina non mette in discussione l’autonomia umana, anzi è la sola che la istituisce.

DIVERSE ACCEZIONI DI TORAH
 
Tradotta dai LXX con nomos («legge»), il contenuto e il senso della Torah è di indicare all’uomo come vivere secondo Dio. E’ «insegnamento di vita», che indica e traccia i sentieri sui quali camminare perché l’individuo e le collettività raggiungano la pienezza dei beni e vivano nella giustizia e nella pace. In senso stretto il termine Torah corrisponde al Pentateuco, i primi cinque libri della Bibbia dove sono contenuti i principi fondamentali che regolano l’agire di Israele nei confronti di Dio e nei confronti del prossimo. In senso lato Torah indica tutta la Bibbia scritta e la stessa Torah orale (Mishnah, Talmud, Midrashim, ecc.), senza cui la comprensione della Torah scritta è inadeguata. Per l’ebraismo sia la Torah scritta che la Torah orale hanno uguale importanza, ambedue consegnate da Dio a Mosè sul monte Sinai e ambedue finalizzate alla pratica o halakah, ad indicare all’uomo e alla donna come camminare (hlk in ebraico vuoi dire «camminare») secondo Dio.

Secondo la Torah orale il numero dei comandamenti contenuti nella Torah scritta sono 613: 248 positivi (“tu farai»} e 365 negativi («tu non farai”). 248 corrispondono alle membra del corpo umano, 365 ai giorni dell’anno: un modo per dire, con il gioco simbolico delle cifre, che il comandamento divino coinvolge la totalità della soggettività umana, nel tempo e nello spazio. Il cuore di questi 613 precetti o norme sono i dieci comandamenti che godono di uno statuto particolare e per questo sono chiamati decalogo, letteralmente le dieci parole.

“SHAVUOT” NELLA LITURGIA

– lettura della parashah («brano della Torah»): Esodo 19-20, al cui interno si trova il decalogo (Es 20,1-17);

– lettura della haftarah («brano profetico»): Ezechiele 1-3,12: la visione del carro: simbolo dello splendore con cui Dio si è rivelato donando ad Israele la Torah;

– il rotolo di Ruth: la moabita che, scegliendo il popolo d’Israele come suo popolo, è il modello di chi “si rifugia sotto le ali del Signore” (cfr Rut 2, 12);

– il tiqqun: che significa «edificazione», «riparazione», «correzione», «miglioramento». Poiché, per la tradizione ebraica, il mondo è stato creato da Dio imperfetto e attende di essere completato, durante la notte di pentecoste gli ebrei leggono la Torah per portarne a termine la creazione. Come Dio ha creato il mondo per mezzo della Torah, così i suoi figli lo migliorano concreandolo e riconcreandolo attraverso lo studio della Torah. Per questo ci si raccoglie, durante la notte, nelle sinagoghe o nelle case e, con modalità che variano da comunità a comunità, si studia la Torah scritta e la Torah orale.

NEL MIDRASH

– «Perché i dieci comandamenti sono rivolti al singolo e non a tutto il popolo? Affinché ciascuno in particolare debba dirsi: “Per me è stata data la Torah, perché la osservi” »;

– «Perché la Torah è stata data nel deserto e non in terra d’Israele? Perché gli altri popoli non dicessero: “A noi è stata data ma non a loro” e perché Israele non pensasse: “Noi abbiamo diritto alla Torah ma non voi” “;

– «Più di tutti gli israeliti presenti al monte Sinai è caro a Dio il convertito. Egli infatti, pur non essendo stato testimone del fulmine, del tuono e del suono di tromba che accompagnarono la rivelazione, ha accolto su di sé il giogo del Cielo, vale a dire la Torah. C’è qualcuno che può dirsi più caro a Dio di lui?».

PENTECOSTE CRISTIANA

Discesa dello Spirito santo sugli apostoli

Per le scritture cristiane il giorno di shavuot coincide con la discesa dello Spirito del Risorto sugli apostoli: «Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti ripieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere d’esprimersi» (Atti 2, 1-4).

Il racconto della discesa dello Spirito è legato profondamente al racconto della rivelazione di Dio sul monte Sinai sia a livello di linguaggio e di simboli (il «vento», il «fuoco» e le «lingue») che a livello di contenuto e di teologia: lo spirito che Gesù dona in forza della sua morte e della sua risurrezione è la potenza dell’Amore con cui Dio ama e chiama ad amare. Nell’evento dello Spirito accade e si riproduce la potenza della voce rivelatasi sul monte Sinai come Legge dell’amore. La pentecoste cristiana non è superamento della pentecoste ebraica, ma assunzione e radicalizzazione dei suoi significati.


A cura di Per Amore di Gerusalemme – Roma

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