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D’Ercole, un’altra vittima della misericordia bergogliana.

D’Ercole, un’altra vittima della misericordia bergogliana.

«Una scelta difficile, sofferta ma profondamente libera ispirata al servizio della Chiesa»; e poi il ritiro in un monastero per accompagnare «il cammino della Chiesa in modo più intenso, con la preghiera». Le parole con cui monsignor Giovanni D’Ercole ha annunciato ieri le sue dimissioni da vescovo di Ascoli Piceno rimandano immediatamente a quelle con cui Benedetto XVI quasi otto anni fa annunciò la rinuncia all’esercizio del pontificato. Non per niente, nella lettera ai fedeli della sua diocesi monsignor D’Ercole richiama un passaggio di quel discorso di Benedetto XVI, papa per cui monsignor D’Ercole non nasconde un grande affetto: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

Le dimissioni di D’Ercole hanno suscitato un notevole clamore, perché egli è un volto molto conosciuto al grande pubblico, avendo per 24 anni condotto programmi religiosi in Rai, fino al 5 gennaio 2019. Religioso orionino, dopo l’ordinazione sacerdotale (1974) era stato otto anni in missione in Costa d’Avorio (dove tornerà ora per il periodo da passare in monastero) e poi a fine anni ’80 vice-direttore della Sala Stampa vaticana. In Rai aveva iniziato la collaborazione nel programma “Prossimo tuo”, ma poi è stato l’ideatore e il conduttore dal 2002 del programma “Sulla via di Damasco”, che lo ha reso familiare a milioni di italiani che il sabato mattina lo seguivano su Rai2.

Ma non è solo per la sua notorietà che molti organi di stampa hanno parlato di dimissioni-choc; esse infatti cadono in un periodo di grande confusione e divisione nella Chiesa e appaiono senza un motivo evidente: non ci sono problemi di salute, non si vocifera di scandali. Inoltre mancherebbero appena due anni all’età (75 anni) in cui i vescovi vanno “in pensione”, salvo proroghe concesse dal Papa. Quindi “perché?”, si chiedono in tanti.
La scelta sarà anche stata libera, ma ciò non vuol dire che questa libertà non sia stata esercitata di fronte a circostanze molto pesanti. Quali?

Chi ha potuto sentirlo prima dell’annuncio ufficiale racconta di un D’Ercole molto sofferente nell’anima, una decisione «difficile e sofferta», ha detto lui. Che cosa è accaduto, dunque? Da fonti attendibili, la Bussola Quotidiana ha appreso che in realtà sono state fatte molte pressioni su monsignor D’Ercole perché si dimettesse: la richiesta è partita da Santa Marta e riferita attraverso la Congregazione dei vescovi. E per evitare bracci di ferro che avrebbero creato ancora più tensioni nella Chiesa, monsignor D’Ercole ha “liberamente” scelto di obbedire e farsi da parte. Non per niente nella lettera di commiato dalla diocesi ha ripreso le parole di Benedetto XVI citate all’inizio: «Amare la Chiesa significa anche avere il coraggio di fare scelte difficili, sofferte, avendo sempre davanti il bene della Chiesa e non se stessi».

Del resto proprio l’amore per la Chiesa deve averlo portato in rotta di collisione con Roma. Anche se non è dato sapere con certezza i motivi della richiesta di dimissioni, si può facilmente intuire che D’Ercole abbia pagato a caro prezzo la difesa pubblica della libertà della Chiesa davanti a un potere politico che aveva proibito le messe e a un potere ecclesiale che aveva ben volentieri acconsentito, o addirittura preceduto. Tutti ricordano infatti il video con cui lo scorso aprile monsignor D’Ercole si ribellò al prolungamento del divieto di messe, accusando il presidente del Consiglio Giuseppe Conte di aver “fregato” i vescovi e di aver instaurato una dittatura.

«La Chiesa non è luogo di contagi», ripeté più volte con una fermezza che non deve essere piaciuta neanche ai vertici della CEI, così proni al governo nell’accettare la catalogazione delle chiese tra i luoghi a maggior rischio. «Bisogna che il diritto al culto ce lo diate, sennò ce lo prendiamo – proseguiva D’Ercole riferendo di una popolazione “stanca” e psicologicamente provata – e se ce lo prendiamo è solo un nostro diritto». E rivendicava inoltre la Chiesa come «uno spazio di libertà e uno spazio di speranza».

Parole forti, parole dure che gli sono da subito costate molti problemi: aveva attaccato il governo proprio mentre il Papa lo difendeva anche rimettendo in riga la presidenza CEI, che aveva mostrato qualche segno di insofferenza. La forza delle espressioni di monsignor D’Ercole e la sua libertà metteva anche in risalto la pusillanimità dei vertici dell’episcopato italiano, che avevano svenduto la libertà della Chiesa sancita anche dal Concordato pur di avere la benevolenza del governo.

Ed è una curiosa coincidenza che l’ufficialità delle dimissioni arrivi proprio mentre si fanno più forti le voci di un nuovo possibile stop alle messe, causa aumento dei contagi. Difficile respingere la sensazione che si usi sempre il vecchio metodo “colpirne uno per educarne cento”: con le dimissioni dell’unico vescovo che abbia alzato la voce a difesa della libertà della Chiesa, Conte e il suo comitato tecnico scientifico avranno ancor più la strada spianata per qualsiasi decisione vogliano prendere.

È un’altra brutta pagina per la Chiesa italiana, parzialmente riscattata dal gesto di un vescovo che per amore della Chiesa, di fronte a questa situazione drammatica, sceglie e indica la preghiera come l’azione più importante ed efficace che un cristiano, tanto più un pastore, possa fare. Perché non si dimentichi che il vero capo della Chiesa è Cristo, ed è a Lui che dobbiamo rivolgerci perché eviti che nel mare in tempesta la barca si rovesci.

RICCARDO CASCIOLI

Fonte: LANUOVABQ.IT

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In morte di Silvestrini, regista del Gruppo di San Gallo.

In morte di Silvestrini, regista del Gruppo di San Gallo.

Ieri mattina è morto all’età di 95 anni il cardinale Achille Silvestrini. Grande amico di Prodi, era considerato una sorta di padre spirituale del centrosinistra italiano. Pare che spinse per la scomunica di Lefebvre, contro il parere di Ratzinger. Assieme agli altri membri del “gruppo di San Gallo” cercò, nel 2005, di stoppare l’elezione di Benedetto XVI e nel 2013 accolse con favore quella di Bergoglio.

Se n’è andato proprio nel giorno in cui il suo ‘figlioccio’, Giuseppe Conte, si apprestava a ricevere l’incarico di formare un nuovo governo, retto da una maggioranza – probabilmente – più gradita a quel mondo del cattolicesimo democratico di cui per decenni fu il più influente rappresentante ecclesiastico. Il cardinale Achille Silvestrini è tornato al Signore alla veneranda età di 95 anni. Si è spento ieri mattina in Vaticano, nell’appartamento a lui in uso da tempo nella Palazzina della Zecca.

Senza dubbio il prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali è stato una delle figure più rilevanti della storia della Curia romana nella seconda metà del Novecento ed anche oltre. Basti pensare che il porporato romagnolo entrò in Segreteria di Stato nel lontano 1953, occupandosi di curare i rapporti con i Paesi del Sud-Est asiatico. Per sei anni fu sottosegretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa (di cui divenne poi anche segretario) e in tale veste guidò la delegazione vaticana alla Conferenza di Ginevra sul Trattato di non proliferazione nucleare. Fu lui a ottenere l’inserimento della menzione sulla libertà religiosa nell’Atto finale della Conferenza di Helsinki del 1975.

Al Palazzo Apostolico ebbe modo di collaborare con Domenico Tardini e Amleto Cicognani (suo concittadino), ma la sua ascesa in Curia avvenne negli anni di lavoro al fianco di Agostino Casaroli, padre della cosiddetta Ostpolitik vaticana, di cui Silvestrini fu uno dei maggiori interpreti.

Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, che pure non aveva la sua stessa visione sulla politica da adottare nell’Europa orientale, il prelato di Brisighella divenne vescovo e potentissimo segretario per i rapporti con gli Stati. Questo incarico gli consentì di guidare la delegazione della Santa Sede nelle trattative per la revisione dei Patti lateranensi, terminate con l’accordo di Villa Madama nel 1984. Il contributo dato alla firma del nuovo concordato fece da preludio alla sua elevazione al cardinalato, nel concistoro del 28 giugno 1988. Dopo la porpora, però, Giovanni Paolo II lo nominò prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e successivamente alla guida della Congregazione per le Chiese Orientali.

Il congedo dai vertici della diplomazia vaticana non andò a intaccare la sua influenza in Curia e non gli fece venir meno il rapporto privilegiato con gli esponenti principali della politica nazionale. Silvestrini fu a lungo, e ha continuato a essere fino a tempi recenti, il punto di riferimento del cosiddetto cattolicesimo democratico nostrano, che, a Villa Nazareth, la scuola di formazione per giovani meritevoli d’umili origini di cui è stato fino all’ultimo il principale animatore, aveva trovato un po’ il suo tempio. Questo aspetto ha fatto sì che il cardinale diventasse una sorta di padre spirituale per il centrosinistra italiano, specialmente per quello dell’esperienza ulivista: grande amico di Romano Prodi, sembra che ne incoraggiò – secondo diversi retroscena – la candidatura nel 1996, garantendogli le doverose ‘coperture’ nei Sacri Palazzi.

Fu lui, inoltre, a officiare le nozze religiose tra l’allora sindaco di Roma e futuro sfidante di Berlusconi alle politiche del 2001, l’ex radicale Francesco Rutelli e la giornalista Barbara Palombelli, già sposata civilmente anni prima. Ma, d’altra parte, l’interlocuzione dell’ex ‘ministro degli esteri’ vaticano con il mondo della sinistra aveva radici ancora più lontane, visto che già nel 1988 ricevette Alessandro Natta, segretario del Partito Comunista Italiano, a Villa Nazareth, e pochi anni dopo cenò con l’ambasciatore dell’Urss in Italia, Anatoly L. Adamishin, insieme a Massimo D’Alema, numero due del neonato Pds.

Questo non gli impedì, però, di coltivare rapporti di stima e di amicizia anche con personalità politiche in apparenza lontane dalle sue personali convinzioni: con Andreotti, ad esempio, al quale espresse piena solidarietà dopo la condanna di Perugia e con Cossiga, il quale accennò alla passione politica del cardinale in un’autobiografia sull’argomento (“Direi che di tutti, il più italiano dei cardinali è Achille Silvestrini. Quello con cui magari dal punto di vista politico divergo, ma che mostra più sensibilità in materia”).

Ma questa sua particolare caratteristica di diplomatico “di parte”, se da un lato gli valse l’ammirazione di personalità laiche e di buona parte dei cosiddetti cattolici adulti, gli alienò le simpatie di molti altri nel mondo cattolico: secondo una ricostruzione, sarebbe stato proprio il prelato di Brisighella a spingere nel 1988 per la scomunica di Marcel Lefebvre, contro il parere dell’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, che avrebbe invece preferito ricucire con il fondatore della Fraternità San Pio X. Una circostanza che, se vera, confermerebbe le differenze di sensibilità ecclesiale esistenti tra l’ex prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e il teologo bavarese, emerse – secondo le indiscrezioni filtrate negli anni – anche nel Conclave del 2005.

All’epoca della morte di Wojtyla, Silvestrini non era più cardinale elettore per raggiunti limiti d’età, ma rivestì ugualmente – a quanto si legge in più di una ricostruzione degli eventi – il ruolo di kingmaker, cercando di sbarrare la strada all’elezione di quello che sembrava essere sin da subito il candidato più accreditato. Secondo il vaticanista Marco Politi, proprio Villa Nazareth divenne nei giorni pre-Conclave “il punto di riferimento dei riformatori”. Quegli incontri non costituivano una novità, però, come confermò il cardinal Godfried Danneels nel 2015, rivelando l’esistenza di riunioni periodiche avvenute in Svizzera tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila per discutere del futuro della Chiesa dopo la morte di Giovanni Paolo II, ipotizzandone anche il successore. Si tratta del cosiddetto “gruppo di San Gallo”, di cui molto è stato scritto, e che tra i suoi membri di punta, insieme a Danneels, Kasper, Martini e Murphy-O’Connor, vedeva anche la presenza dell’attivissimo Silvestrini.

Una precisa ricostruzione di questa complessa partita giocata per la successione papale del 2005 si trova nel libro Oltre la crisi della Chiesa di Roberto Regoli ed è stata avvalorata anche da monsignor Georg Gänswein nel corso della presentazione del volume. Il Conclave, in ogni caso, ebbe un esito diverso dagli auspici dell’ex ministro degli esteri vaticano che visse probabilmente senza entusiasmo il pontificato di Benedetto XVI, finendo talvolta al centro di retroscena – mai confermati – che lo accreditavano come ispiratore di ‘fronde’.

Le riunioni del gruppo di San Gallo continuarono anche dopo l’elezione di Ratzinger; e Kasper, rivelandolo ma smentendo l’intento cospirativo, confermò a Frédéric Martel che “Achille Silvestrini ci veniva tutte le volte ed era una delle figure centrali”.

Dopo la rinuncia di Benedetto XVI nel 2013, il porporato romagnolo accolse con favore l’elezione di Bergoglio, il candidato – presumibilmente – individuato già nel 2005 da lui e dagli altri cardinali del gruppo di San Gallo come possibile promotore di un’agenda riformatrice per la Chiesa. In quello stesso anno Francesco si recò a Villa Nazareth per rendere omaggio all’anziano prelato in occasione dei 90 anni da poco compiuti e vi ritornò ancora tre anni dopo per il 70° della fondazione della residenza universitaria.

Con la morte del cardinal Silvestrini scompare senz’altro un protagonista di primissimo piano della recente storia della Chiesa cattolica, la cui influenza capace di arrivare oltretevere viene testimoniata in queste stesse ore dalla ribalta nazionale conquistata da Giuseppe Conte, suo allievo nella scuola della Fondazione Tardini e nuovo, probabile, astro nascente di quel “cattolicesimo dem” di cui a lungo l’ex prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali fu faro e protettore.

La Nuova Bussola Quotidiana

di Testimonium Veritati

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