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Parole, preghiera e maldicenza

Parole, preghiera e maldicenza

di Rav Scialom Bahbout

Mentre la mente e lo spirito sono impegnati a riflettere per fare un esame di coscienza e analizzare le azioni fatte o non fatte nel corso dell’ultimo anno, la bocca – il tramite attraverso cui passano le parole – è impegnata nel recitare le preghiere e il viddui (la confessione delle colpe commesse). In ebraico, bocca si dice PE, una delle lettere dell’alfabeto ebraico che ha due forme: una chiusa? e una aperta? (che si usa in fine di parola).

Che la parola sia l’elemento che caratterizza l’uomo e lo differenzia dagli altri esseri, è messo in evidenza da Onqelos: nel racconto della creazione, egli traduce l’espressione vajehì haadam lenèfesh chajà (l’uomo divenne un essere vivente) con le parole “essere parlante”. Dopo aver osservato che anche gli animali vengono chiamati nefesh chajà, Rashi aggiunge che ciò che caratterizza l’uomo rispetto agli animali è il fatto che “gli è stata aggiunta la conoscenza e la parola”: l’uso corretto o meno di quest’ultima può portare l’uomo a realizzare se stesso, a raggiungere la missione assegnatali oppure farlo decadere dal ruolo assegnatogli da Dio.

Quanto sia rilevante la parola è dimostrato dall’affermazione che è “la parola dei bambini che sostiene il mondo”. Infatti questi, a differenza dei sapienti, sono liberi dal peccato. Secondo il Talmud (niddà 30b), il feto apprende tutta la Toràmentre si trova dentro il ventre materno, ma, al momento della nascita, un angelo lo colpisce sulla bocca e gliela fa dimenticare. Prima della nascita il feto non può esprimere i pensieri con le parole, ma al momento della nascita diventa “parlante” e dovrà essere capace di dominare tutta la Torà ed esprimerla con espressioni umanamente comprensibili.

La stessa forma della lettera PE accennerebbe proprio a questo: le sue due forme (quella chiusa? e quella aperta ?) possono essere paragonate al feto nelle due situazioni: prima della nascita – quando è in posizione fetale e non può parlare – e dopo la nascita, quando apre finalmente la bocca.

Qual è la funzione che ha la parola il giorno di Kippur? Il Talmud afferma che devarim shebalev enam devarim (“le parole che rimangono nel cuore non hanno effetto”, kiddushin 49b) e questo è almeno uno dei motivi per cui il viddui deve essere fatto enunciando le proprie colpe con la bocca. La stessa regola si applica, ad esempio, a Pesach, nell’annullamento delle sostanze lievitate (hametz), che si fa mediante una formula da recitare prima di Pasqua, oppure alla norma che stabilisce che il verbo zakhor, “ricorda”, va messo in pratica leggendo il passo biblico che inizia con le parole “ricorda cosa ti fece Amalek”.

Ma se c’è un tempo per parlare, c’è anche un tempo per tacere: vi sono momenti in cui il silenzio è da privilegiare alla parola.
Nei giorni di Kippur, in cui ci si prepara a fare un uso continuo della parola, è quindi importante e vitale riflettere sul proprio passato e vedere se si sia fatto un uso improprio della parola (lanciando calunnie, facendo maldicenza, usando lashon gassà – turpiloquio): come dice la Mishnà nel trattato di Iomà, il perdono divino non viene accordato se prima non si è richiesto e si è ricevuto perdono dal prossimo.

Vale la pena ricordare che questo tipo di trasgressione – la calunnia, la maldicenza, il turpiloquio – è oggi uno dei più comuni, a livello nazionale e comunitario (i pettegolezzi imperversano ovunque). Le norme della legge ebraica sulla maldicenza sono estremamente rigorose e, purtroppo, è facile incorrere anche involontariamente in questa trasgressione: si può fare maldicenza perfino nel comunicare un fatto vero.

Le leggi che riguardano la maldicenza coprono una vasta area e coinvolgono molte figure: gli editori dei giornali, i giornalisti, i tipografi, i giudici. Ognuno per le proprie competenze.

Negli ultimi mesi i media hanno sommerso la società con informazioni su personaggi politici (e non) di primo piano, provenienti spesso da indagini relative a processi ancora in corso o addirittura da indiscrezioni riservate e registrazioni la cui diffusione era proibita: ognuno è bene o male esposto a queste informazioni (giornali, telegiornali ecc). Ora, la Torà proibisce la diffusione per via orale di calunnie e maldicenza, e proibisce in linea di massima la presenza del pubblico ai processi, ma come si pone di fronte all’uso dei media?

Ecco alcuni problemi cui la Halakhà cerca di dare una risposta:

– si possono usare giornali, manifesti, trasmissioni radiofoniche e televisive per diffondere notizie e/o di nomi di persone incriminate, prima che sia emessa la sentenza?


– qual è la posizione del giornalista, del lettore, del telespettatore, dell’editore, della tipografia, dei giudici che diffondono sentenze passate in giudicato o informazioni su processi in corso o che prendono per buone delle voci senza averne verificato la veridicità mediante testimonianze?

Senza entrare in un’analisi dettagliata (per la quale rimandiamo a Torath Chajim, Quaderni di attualità ebraica n. 91), si possono indicare le seguenti linee generali:


*diffondere attraverso i media fatti riguardanti la vita privata di una persona è certamente più grave che farlo oralmente. Circa la diffusione di fatti privati, la Halakhàfa una netta distinzione tra le norme da applicare al caso in cui la rivelazione abbia effetto sul solo singolo o sulla collettività.

* se la diffusione di notizie riservate ha effetto solo sul singolo, questa può essere fatta a queste condizioni:

– che le accuse siano state analizzate in tutti i dettagli e sia stato chiarito al di fuori di ogni dubbio che esse sono vere;

– che la persona accusata di un comportamento spregevole sia stata prima ammonita in privato e non abbia accettato l’ammonizione;

– che la pubblicazione degli atti commessi comporti un vantaggio per la collettività e vi sia la fondata speranza che ciò possa indurre l’uomo a comportarsi bene per il futuro;

– che la diffusione tramite i media porti ai risultati di cui alla condizione precedente.
Se la pubblicazione riguarda questioni che hanno effetto sulla collettività, questa è permessa a queste condizioni:

– che la notizia sia fondata, ma è necessario comunicare su cosa sia basata (risultato di una indagine approfondita, o di un ascolto e visione diretta di chi la pubblica, o dall’averla ascoltata da una fonte assolutamente attendibile, o come conseguenza logica di azioni o di dichiarazioni fatte);

– che la persona accusata debba poter conoscere l’informazione prima che venga pubblicata e pubblicare una risposta attraverso lo stesso mezzo di comunicazione;

– che il mezzo di comunicazione utilizzato dalla persona accusata debba essere adatto al pubblico cui è diretto.

Le norme sulla maldicenza sono complesse e oggi, che i media hanno invaso la nostra vita, educare la nostra parola può evitare il degrado della vita privata prima e di quella pubblica. Può sembrare riduttivo dare tutta questa importanza all’educazione a un uso appropriato della parola: infatti potrebbe essere più opportuno cercare di cambiare la società educando la persona a comportarsi bene e a compiere le giuste azioni. Una risposta a questa domanda troviamo nel Midrash (Vajikrà Rabbà 16:2) :

E’ scritto: “Chi è l’uomo che desidera la vita e che ama vedere il benessere per molti giorni? Trattieni la tua lingua dalla maldicenza e le tue labbra dal dire cose ingannevoli. Allontanati dal male e fa’ il bene, cerca la pace e corrile dietro (Salmi 34°, 13-15). Un venditore ambulante girava per i paesi vicini a Zipporì e proclamava: “Chi vuol acquistare una medicina che dà la vita?”. Le persone lo pressavano per acquistare la medicina. Rabbi Jannài era sdraiato nel suo triclinio a studiare la Torà e lo sentì mentre proclamava: “Chi vuol acquistare una medicina che dà la vita?” Gli disse: “Vieni qui e vendimela”. Il venditore gli rispose: “Non sei tu che hai bisogno di questa medicina e neanche le persone come te”. Ma egli insistette e quello andò da rabbi Jannài. Il venditore tirò fuori il libro dei Salmi e gli mostrò il verso: Chi è l’uomo che desidera la vita… e aggiunse “Ma cosa trovi scritto dopo? Trattieni la tua lingua dalla maldicenza”. Disse rabbi Jannai: “Per tutta la mia vita ho letto questo verso, ma non avevo capito quanto fosse semplice, finché non è venuto questo venditore ambulante che mi ha detto: Chi è l’uomo che desidera la vita….

Qual è l’insegnamento così nuovo che rabbi Jannài imparò dal venditore ambulante? Rabbi Jannài pensava che la parte fondamentale di questo passo dei Salmi fossero i due versi nella loro interezza, e cioè la medicina che dà la vita è l’intera osservanza della legge (come si deduce dai versi finali). Solo allora rabbi Jannài capì che l’osservanza della norma Trattieni la lingua dal dire maldicenza è la garanzia per arrivare all’osservanza automatica delle altre mitzvoth.

Secondo i Maestri, la maldicenza è una colpa grave in quanto uccide tre persone: la persona che la fa, chi l’ascolta e quella verso cui è diretta. Non si tratta evidentemente di una morte fisica (anche se in taluni casi una calunnia o una maldicenza possono distruggere una persona sia in senso fisico che morale: Le parole sono pietre).

Kippur è un’occasione quasi unica per fare i conti con le proprie parole: le nostre preghiere non possono riscattare l’uso così dicotomico che si fa della parola. La purezza che deve essere intrinseca alla preghiera, mal si accompagna con la maldicenza.
Con l’augurio che ognuno possa trasformare la sua lingua in lashon kodesh, una lingua che parla solo di cose sacre.

(Scritto in occasione di Jom Kippur 5770 per la Comunità ebraica di Trani)



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GIORNATA DI RIFLESSIONE EBRAICO-CRISTIANA

GIORNATA DI RIFLESSIONE EBRAICO-CRISTIANA

Pontificia Università Lateranense, 16 gennaio 2014  

L’Ottava Parola: “Lo Tignòv – Non Rubare” (Esodo 20,15)

Saluto
 

S.E. Mons. Enrico DAL COVOLO (Rettore Magnifico della Pontificia Università Lateranense)

 
Saluto cordialmente tutti voi qui presenti, in modo particolare l’Ecc.mo Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma, il Dr. Riccardo Di Segni. Poi il Prof. Stefano Zamagni, dell’Università di Bologna e il Presidente di questo Simposio, Mons. Marco Gnavi, Incaricato Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo.
Procedendo nei nostri incontri annuali siamo giunti a commentare l’VIII^ Parola di Es 20,15, “Non rubare”. A prima vista, con l’ingiunzione negativa il settimo Comandamento sembra orientare l’attenzione soltanto verso i beni e le proprietà private del prossimo restringendone la portata. In realtà il Comandamento riportato nelle due redazioni del Decalogo – quella dell’Esodo e quella del Deuteronomio – non specifica esattamente l’oggetto né il destinatario e tanto meno allude solo al furto, ma estende gli orizzonti di attuazione che coinvolgono i diversi ambiti delle relazioni umane, sociali e religiose. Lo stesso comandamento è attualizzato, insieme agli altri comandamenti, nel Nuovo Testamento, durante il dialogo tra Gesù e il giovane ricco e a proposito dell’adempimento dei comandamenti che si riassume nel precetto “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Per cogliere le ampie prospettive del Comandamento vi invito a soffermare la vostra attenzione su quel celebre passo in cui Giovanni Crisostomo interpreta la parabola del povero Lazzaro e del ricco epulone: non condividere con i poveri i propri beni è defraudarli e togliere loro la vita. Non sono nostri i beni che possediamo, sono dei poveri. Da studioso dei Padri posso dirvi che parole di questo genere le ritroviamo lungo i secoli. Sono due le linee di tendenza nei Padri della Chiesa: da una parte la linea che insiste sulla povertà radicale, l’altra che insiste sulla condivisione. Ma in ciascuna delle due linee trovate come punto di riferimento l’imprescindibile necessità di condividere con i poveri. Si può osservare che l’asserzione del Crisostomo estende gli orizzonti del VII Comandamento e coinvolge in maniera globale le relazioni tra il ricco e il povero, tra i diversi gruppi sociali, tra le nazioni ricche e povere. Per questo, a partire dalla Costituzione Conciliare Gaudium et Spes fino alla Centesimus Annus, alla Sollecitudo Rei Socialis e alla Laborem Exercens di Giovanni Paolo II, fino alla Caritas in Veritate di Benedetto XVI e ora alla Evangelii Gaudium di Papa Francesco, il VII Comandamento è interpretato dalla tradizione della Chiesa nei suoi risvolti non soltanto negativi e della proprietà privata da rispettare, bensì anche in quelli positivi del diritto del lavoro, dell’integrazione sociale, del superamento delle piaghe sociali vecchie e nuove. Si pensi in particolare alle implicazioni del comandamento circa la disoccupazione delle giovani generazioni che assume oggi proporzioni preoccupanti. Così il Comandamento svolge una funzione non soltanto negativa, bensì positiva, che implica il rispetto, la tutela e la garanzia di quanto è dell’altro e merita di essere conservato e valorizzato. Lo stesso Comandamento veicola alcune virtù basilari che valgono sia per l’Ebraismo sia per il Cristianesimo. Segnaliamo soprattutto la solidarietà nei confronti dell’altro a prescindere dalla sua origine e dalla sua professione religiosa; la giustizia sociale con le sue diverse espressioni, sia sul versante distributivo sia su quello commutativo; la temperanza e la moderazione nell’uso personale di beni.
Pertanto restringere il VII Comandamento al furto dei beni personali significa ridurne la portata e alla fine fraintenderne le modalità di attuazione. “Non rubare” coinvolge non solo il furto, ma anche la frode e la corruzione nelle loro diverse forme, da quella fiscale a quella dei beni pubblici e privati. Anche la speculazione economica nelle sue diverse espressioni e nel commercio, rientrano nelle istanze implicite del Comandamento.
Inquadrato nell’ambito antropologico il VII Comandamento vieta qualsiasi forma di schiavitù nei confronti dell’altro, invita alla tutela e alla dignità dell’altro.
Non mancano proiezioni del Comandamento nell’ambito dell’ecologia e di un rispetto fondamentale per la natura, fauna e flora, e per l’ambiente.
Nella morale sociale la Chiesa sceglie il VII Comandamento per rifiutare qualsiasi ideologia totalitaria moderna come il socialismo da una parte e il capitalismo dall’altra, dove la legge del mercato prevale troppo spesso sul diritto al lavoro dei singoli.
Nei rapporti tra le nazioni la disuguaglianza economica e le sproporzioni tra gli Stati costituiscono una violazione sociale di enormi proporzioni.
La scelta di Gesù di evangelizzare i poveri chiama in causa il modo in cui l’opzione della Chiesa a loro favore cerca di colmare la forma indiretta con cui il VII Comandamento è violato. Naturalmente, in questione non è soltanto la povertà materiale, ma anche quella etica, religiosa e sociale. L’accusa che l’apostolo Giacomo rivolge ai ricchi è tra le più violente del Nuovo Testamento, contro una morale sociale che non considera i risvolti concreti del VII Comandamento. La sua protesta si pone in continuità con quella profetica di Amos: “Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre e che voi avete defraudato grida e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore Onnipotente”.
Grazie per la vostra attenzione.



Interventi

Prof. Stefano ZAMAGNI (Economista, Università di Bologna)

Sono veramente lieto di partecipare a quest’incontro e mi complimento con gli organizzatori per la focalizzazione sull’VIII^ Parola – il VII Comandamento nella tradizione cristiana – “Non rubare”. Per ragioni di tempo cercherò di condensare la mia riflessione su alcuni punti o fatti stilizzati che meritano la nostra attenzione.
Anzitutto il “Non furtum facies” è la traduzione latina dell’originale ebraico “Lo Tignòv- Non rubare”  come appare in Es 20,15. E’ importante che il “Non rubare” va associato al X Comandamento “Non desiderare la roba d’altri”: non c’è solo un comando a non appropriarsi di ciò che appartiene ad altri, ma addirittura di non desiderarlo. Ecco perché suggerisco di collegare il VII Comandamento con il X: l’uno è complementare all’altro.
Il primo fatto stilizzato: “Non rubare” è il Comandamento più accettato da tutti, ma al tempo stesso quello più trasgredito. Questa osservazione era già di Fra’ Ildefonso – frate francescano della fine del 1700. Non troveremo mai qualcuno che si dichiari a favore del furto: sono tutti d’accordo, eppure – per paradossale che questo possa apparire – il “non rubare” è la violazione più frequente oggi, come ieri, nelle nostre società.
La seconda osservazione puntuale è che se uno sottrae ciò che è di pertinenza del bene comune, questo non viene considerato un furto, o meglio, si preferisce adottare altre parole, ma non quella di furto. Al tempo stesso, se uno si appropria di qualcosa che appartiene ad un altro questo comportamento viene etichettato come furto e addirittura come delitto. Eppure nella Bibbia più il furto è indiretto e camuffato, più è esecrato e condannato. Pensate alla vicenda di Amos, di Isaia. Pensiamo alla vicenda del re Acab che ruba la vigna a Nabot nella storia di Elia. Pensiamo ancora a Geremia che denuncia come ladro il re di Gerusalemme Ioachim.
E’ un punto che merita la nostra attenzione: nel passato il furto era declinato nella versione diretta – io mi approprio di una cosa tua – ma anche in quella indiretta – io mi approprio di qualcosa che è, per natura sua, bene comune, né bene pubblico, né bene privato. Infatti bene pubblico è un bene che appartiene ad una entità che oggi chiamiamo Stato o Ente pubblico, che è di tutti ma non di ciascuno. Come darsi conto di questo slittamento? Come mai nell’epoca contemporanea il furto indiretto è preso di mira molto meno di quello diretto? L’evasore, chi non paga le tasse, non porta via direttamente a me o a voi qualcosa, ma sottrae risorse per il bene comune, quindi l’evasione è una forma di furto indiretto. Difficilmente sentirete accusare l’evasore di latrocinio. Si usano altri termini soprattutto da parte degli economisti. Tornerò tra breve su questo punto.
Una terza osservazione che merita attenzione particolare è quella che riguarda la continuità tra l’Antico e il Nuovo Testamento, ma soprattutto la tradizione dei Padri della Chiesa. Vorrei ricordare Ambrogio: “La natura ha generato il diritto comunitario, il furto ha fatto il diritto privato”. E’ una frase terrificante. Ambrogio, Vescovo di Milano, voleva significare che per parlare di furto diretto bisogna prima definire la proprietà privata. Ma la proprietà privata è declinata rispetto al concetto di legittimazione: io mi approprio di qualcosa che legittimamente appartiene a te. Il problema è: come si fa a definire ciò che è legittimo? Senza una precisazione di questo tipo l’imperativo del “non rubare” rischia di rimanere un vago sentimento.
Nella tradizione sia ebraica sia cristiana la proprietà assoluta non esiste. Pensiamo soltanto al fatto che l’ebraismo ha introdotto l’anno sabbatico, le istituzioni giubilari e, per es. la remissione del debito. Se la proprietà privata fosse assoluta come si potrebbe giustificare la remissione del debito? Perché, se ho un credito, devo rimetterlo al mio debitore? Se ciò che ho dato era mio in senso assoluto, non sarei tenuto. Invece non è così. Stessa cosa per Lv 25,23: “Le terre non si potranno vendere per sempre perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e ospiti”. In questo brano è chiaramente indicata l’idea che la proprietà è a termine, cioè qualcosa di transitorio. Anche nella teologia cristiana – pensiamo a S. Tommaso – la proprietà privata è ammessa e giustificata come remedium al peccato originale, perché serve a valorizzare le risorse, ma non è assoluta. E’ interessante che questa idea transiti dalla tradizione ebraica a quella cristiana. Il Catechismo della Chiesa cattolica par. 2402 dice: “All’inizio Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell’umanità °, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti. I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano”. Sulla medesima falsariga leggiamo nella Gaudium et Spes n. 69: “L’uomo usando dei beni creati deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede non solo come proprie, ma anche come comuni nel senso che possono giovare non unicamente a lui ma anche agli altri”. Quindi, contrariamente a quanto letture di una certa vulgata hanno lasciato intendere in tempi non molto lontani, c’è una piena continuità tra la tradizione ebraica e quella cristiana su questo punto.
Passo all’altra questione su cui vorrei tornare: come mai – almeno da quando si è affermata la società di mercato nata dalla prima rivoluzione industriale della fine del ‘700 in Inghilterra – così poca attenzione viene dedicata al furto indiretto? Perché è crollato il fondamento del bene comune. Furto indiretto, abbiamo detto, è tutto ciò che si sottrae al fondo che costituisce il bene comune. L’evasione fiscale è un esempio. Un altro esempio è la distruzione ecologico-ambientale: se distruggo l’ambiente è ovvio che non vi sottraggo qualcosa, ma lo sottraggo alla generazione futura. Anche questo è furto perché sottraggo quelle risorse indispensabili alla continuità della vita e ne porteranno il danno le generazioni avvenire.

Come mai si è perso di vista il bene comune? E’ un capovolgimento che si è consumato a partire dall’800, prima in occidente e poi nel resto del mondo, quando la filosofia utilitarista è entrata di forza nel discorso economico, politico e giuridico. L’utilitarismo ha avuto la sua prima applicazione in ambito giuridico e bisogna aspettare alcuni decenni prima che entri e prenda possesso dell’economia. La corrente di pensiero utilitarista ha una radice italiana nella persona di Cesare Beccaria, milanese, persona notevole da tanti punti di vista. E’ uno degli iniziatori del pensiero utilitarista assieme a Helvétius. Bisognerà aspettate J. Bentam, il filosofo inglese, che verso la fine del ‘700 realizzerà la sintesi del pensiero utilitarista.

L’utilitarismo sostituisce al concetto di bene comune il concetto di bene totale. Ancora oggi, se parlate con molti economisti, e chiedete: “che differenza c’è tra bene comune e bene totale?” vi diranno che , più o meno, sono la stessa cosa. E invece no. Il bene totale è figlio dell’utilitarismo, il bene comune invece è figlio di quella tradizione che ha radici antichissime, che comincia con l’ebraismo. Se vogliamo essere seri e preoccuparci del furto indiretto bisogna affrontare questo problema. Fintanto che il principio del bene totale dominerà la scena dell’agire politico ed economico, non ci sarà molto da aspettarsi. Oggi molti segni indicano che quell’impostazione ha – se non gli anni – i decenni contati perché sta facendo acqua da tutte le parti e l’attuale crisi economico-finanziaria è la più chiara ed evidente testimonianza di quanto sto dicendo.

Il bene totale è una “sommatoria” il bene comune è un “prodotto”. Mi avvalgo di questa metafora di tipo aritmetico per farmi capire: che differenza c’è tra una somma e un prodotto? In una somma, anche se qualche addendo viene annullato o scompare, il risultato resta positivo. In un prodotto, anche se un solo fattore viene annullato, l’intero prodotto viene annullato: zero per un milione fa zero! Invece zero più un milione fa un milione. Capite dunque la logica della metafora: nella logica del bene totale è perfettamente ammissibile, anzi, è necessario che, per massimizzare la somma totale delle utilità o dei profitti, qualcuno resti fuori. E’ quello che sta avvenendo oggi. Vi siete mai chiesti perché ci sono i disoccupati? Sono quelli meno produttivi. Se uno è efficiente e ha un’alta produttività le imprese lo vanno a cercare. Ma allora il lavoro c’è solo per i più produttivi, per i più capaci? Nella logica del bene totale la risposta è sì perché il lavoro va dato a chi rende di più, a chi produrrà più valore aggiunto. E cosa ne è di coloro che restano separati dal processo produttivo? La risposta è quella che conosciamo tutti: il welfare state. Coloro che sono emarginati vengono mantenuti in vita con le varie forme di aiuti e servizi alla persona.
Nella logica del bene comune questo non è ammissibile perché anche se un gruppo sociale venisse emarginato l’intero bene della comunità verrebbe annullato: non sono ammissibili dei trade off, tutti devono poter lavorare. Quando S. Francesco nella Regola scrive: “Io voglio che tutti lavorino”, vuol dire anche gli incapaci, anche i portatori di handicap, anche i meno dotati intellettivamente, perché il lavoro è fondativo dell’identità della persona. Ecco perché la società si deve organizzare in maniera tale da garantire a tutti il lavoro.
Si capisce così come cambiano le cose a seconda del punto di partenza che scegliamo: quello del bene totale o quello del bene comune. Si capisce anche perché oggi il furto indiretto non è riconosciuto come furto: perché è furto al bene comune e se io rifiuto il bene comune sottoscrivendo la posizione del bene totale non me ne devo occupare. Tanto è vero che le varie forme di sfruttamento dell’ambiente, del lavoro, delle persone – pensate alle nuove forme di schiavitù, al traffico degli organi umani – quando vengono condannati sotto il profilo giuridico è perché non corrispondono ad un criterio di efficienza e non perché sono la violazione di un diritto umano fondamentale.

Oggi, l’impegno per chi vuole prendere sul serio il VII Comandamento o l’VIII^ Parola nell’originale ebraico è quello di mettersi d’accordo: vogliamo o no reintrodurre nel dibattito pubblico a valenza economica e giuridica il principio del bene comune? Se la risposta è sì, bisogna essere coerenti perché il principio del bene comune non tollera quelle forme di discriminazione di cui ho fatto parola. Ricorderò sempre – mi era accaduto di essere presente – quello che fu l’ultimo discorso in ambito pubblico di Giovanni Paolo II, il 29 novembre del 2004. Pronunciò un discorso fondamentale che non viene mai citato: La discriminazione basata sull’efficienza non è meno disumana della discriminazione basata sulla religione, sull’etnia, sul genere. Una società che consente soltanto ai più dotati di inserirsi e di progredire non è una società a misura d’uomo. E’ importante: se noi non torniamo, come nel passato era stato, al concetto di bene comune non ci sarà molto da aspettarsi. In questa direzione un impegno non può che essere quello di rivedere le regole del gioco, cioè le istituzioni, sia quelle politiche, sia quelle economiche. Se non cambiamo le regole di funzionamento delle istituzioni economiche che oggi sono magna pars nel definire il destino di popolazioni e paesi interi non c’è molto da sperare. Dalla lettura del Comandamento “Non rubare” ricaviamo così anche delle indicazioni di metodo e di azione operativa.
Vorrei chiudere ricordando che nella lingua ebraica c’è una parola che mi ha sempre colpito: tikvà. E’ anche il nome dell’inno nazionale israeliano. Letteralmente vuol dire “speranza”, ma vuol dire anche “corda”, perché la speranza deve essere legata ad una corda, ad una pietra del deserto che viene chiamata “amen” = fede. E’ bello perché sappiamo che nella lingua latina fides – termine che usiamo per dire fede – significa “corda”: la fides era la corda del liuto che doveva essere ben tesa per poter suonare. E’ interessante vedere questo collegamento: la speranza è fondata sulla fede e la fede è una corda. E’ la stessa ragione per cui parliamo di fiducia quando la corda unisce in senso orizzontale una persona all’altra e diventa fede quando la corda è verticale tra l’uomo e la trascendenza. C’è motivo di speranza perché le cose stanno cambiando. Dopo una lunga stagione durante la quale soprattutto i sociologi e i politologi parlavano di secolarizzazione, oggi stiamo assistendo al processo inverso. Si capisce che i tentativi dell’88 e della prima parte del ‘900 di espungere la dimensione del sacro dal dibattito pubblico e dall’agire concreto hanno prodotto disastri e allora ecco perché iniziative come queste, forme di dialogo di un tipo o dell’altro, vanno apprezzate e viste con grande simpatia. 
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° Oggi si parla della teoria dei Commons, termine inglese per indicare i beni comuni. Il CCC parla di modo di “gestione” che non può essere né privatistica né pubblicistica, ma comune.


Rav Dr. Riccardo DI SEGNI (Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma)

Buonasera e grazie per questa occasione rinnovata di incontro. In senso metaforico e reale l’ultimo intervento e le ultime parole in particolare hanno pizzicato delle corde a cui sono sensibile. Vorrei riprendere l’immagine sulla parola tikvà che indica la tensione, la speranza e anche il filo. Ciò che è comune è la tensione, essere tesi verso qualcosa: la speranza è come il filo che è teso, è ciò che ci fa tendere. Proseguendo su questo cammino, è interessante un altro parallelo linguistico, perché questa radice compare già nelle prime righe del libro della Genesi quando si parla delle acque che devono tendere verso un unico posto e si mostri l’asciutto: forse la radice latina “acqua” è collegata con l’antica radice semitica del tendere. Quindi anche l’acqua e non soltanto la fede sono collegate.
Noi non pensiamo, nell’immediatezza delle cose, quanto è quotidiana la tentazione al furto. Nelle nostre sinagoghe siamo pieni di libri – Pentateuco, libri di preghiere perché i nostri formulari di preghiera sono abbastanza complicati e c’è bisogno di seguirli con dei libri… fanno sempre venire all’orante la tentazione di portarseli via. In una sinagoga romana sul timbro non c’è il nome della sinagoga, ma “questo libro è stato rubato nella sinagoga di…” Questo per dire che esiste non soltanto il furto indiretto, ma anche quello diretto alle cose sacre. Però i maestri dicono molto pietosamente che il furto del libro, se è fatto a scopo di studio è molto più tollerabile del furto del denaro.
Proseguendo su questa linea un po’ ironica, direi che sono grato che si continui in questo contesto una discussione sui Dieci Comandamenti, anche perché siamo stati bombardati all’inizio di questo mese da una serie di considerazioni su un grande quotidiano a diffusione nazionale, scritte da un ex-direttore di un grande quotidiano°° che ha voluto dare la sua personale interpretazione di quello che sta succedendo nel mondo della fede grazie al nuovo Pontefice e ha messo l’indice sul Dio vendicativo e di giustizia che si rivela al mondo con questi Dieci Comandamenti. A suo dire sono soltanto dei doveri e non riconoscono dei diritti, escludono le donne che sono vicine agli animali (!) mentre la vera fede è quella che non soltanto parla del perdono, ma elimina il peccato, quindi soltanto fare una scelta è già una cosa etica.

Tutto questo lascia veramente disorientati e bisogna tornare alle radici, all’essenza di ciò che è comune e condiviso dalle nostre fedi e che trova nei Dieci Comandamenti o le Dieci Parole un riferimento essenziale. Il diritto nel linguaggio biblico non è negato ma nasce dalla forza del divieto. E’ la forza del “non uccidere” che stabilisce il diritto alla vita, è la forza del “non rubare” che stabilisce una serie di diritti e doveri fondamentali che sono uguali per l’uomo e per la donna: alla donna non è consentito rubare o uccidere… Ecco quindi che parlare di questo argomento è molto, molto importante, perché rimette le cose nell’ordine giusto.
Problema: di che cosa parla questa Parola, questo divieto? Esistono diversi tipi di furto. Tecnicamente il furto – questo lo spiega tutta l’esegesi rabbinica – si distingue dalla rapina. Il furto è fatto sottraendo la proprietà ad incoscienza della vittima, mentre se viene compiuto di fronte ai suoi occhi… lo scippo non è un furto, ma un atto violento di sottrazione di proprietà. Quando parliamo di questo “Non Rubare” dunque cosa dobbiamo intendere? Una prima riflessione dei maestri si riferisce al fatto del contesto. Nei Dieci Comandamenti c’è una successione: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare … “Non uccidere” è punito con la pena di morte, almeno teoricamente; “Non commettere adulterio” è punito con la pena di morte che colpisce l’adultero e l’adultera, quindi anche la donna… benché vicina all’animale come direbbe quel famoso direttore, è punita in questo modo. Ma com’è possibile immaginare la pena di morte per il furto? Di furti ce ne sono tanti e quel che dicono i maestri è che in quel contesto si parla di un tipo particolare di furto: il furto della persona – che sia un adulto o un bambino, un uomo o una donna – che viene privata della sua libertà, asservita e venduta. Il reato si configura quando ci sono questi tre passi ed è punito con la pena di morte. La tradizione esegetica dice che tecnicamente l’VIII^ Parola a questo si riferisce. Altri commenti, non strettamente tecnici, ma genericamente esegetici dicono che il paradigma del furto è molto esteso e comprende tante accezioni che vanno dal furto della buona fede nel senso dell’inganno – anche la parola ingannevole è un furto perché è un furto di credibilità – alla cosa più grave che è il furto della persona. In mezzo ci sono tante altre specie di furto, specificamente dettagliate in tante normative. Ciascuna di queste specie di furto è accompagnata da una sanzione differente: per es. il furto della proprietà terriera attraverso la falsificazione dei documenti di proprietà viene sanzionato con la restituzione del maltolto, laddove il furto di denaro viene sanzionato con la restituzione del doppio di quanto è stato rubato; il furto di animali, l’abigeato, le sanzioni moltiplicano per quattro o per cinque: quattro pecore per una pecora rubata, cinque buoi per un bue rubato. Perché per una pecora quattro e per un bue cinque? I maestri entrano nelle sottigliezze e dicono che per rubare una pecora è possibile caricarsela sulle spalle, mentre il bue camminerà da solo… quindi il ladro faticherà di meno… Il bue, a differenza della pecora, lavora e il suo furto comporta sottrazione di forza lavoro. Quindi il danno è maggiore.

Abbiamo dunque un’ampia accezione di significati. Dal punto di vista linguistico viene notato e proposto che la radice della parola furto è vicina – come suono – a quella che significa “ala, la cosa che sta dietro ed è marginale”: il verbo rubare avrebbe quindi il significato di mettere qualcosa da parte, nasconderla, metterla a lato, sottrarla alla vista diretta.
E’ interessante riflettere anche sulle accezioni del termine “rubare” nel testo biblico. Se guardiamo alla frequenza della radice di questa parola, notiamo una sua concentrazione e di casistiche intorno ad essa in due capitoli affiancati della Genesi, 30 e 31, che riguardano la storia del patriarca Giacobbe. Quando faceva il pastore per il suocero Labano, se gli veniva sottratta una pecora che custodiva la ripagava. Giacobbe si lamenta dicendo di essere stato sfruttato (è il passivo del rubare) di giorno e di notte. La moglie di Giacobbe commette un furto: sottrae di nascosto i terafim, gli idoli familiari, al padre e non glielo dice, glieli nasconde … è un episodio abbastanza oscuro. I maestri tengono a giustificare la matriarca dicendo che ha agito in questo modo per sottrarre l’idolatria al padre, ma è una spiegazione di tipo misericordioso… Quando poi si passa ai figli di Giacobbe, troviamo il dramma del furto della persona.
Nella riflessione morale, esegetica dell’ebraismo il popolo ebraico si fa l’autoanalisi delle colpe. Al popolo ebraico vengono addossate nel corso della storia ogni tipo possibile di colpe immaginabili. Il popolo ebraico quando fa l’autocritica si rappresenta con due colpe fondamentali: quella del vitello d’oro relativa al rapporto con Dio, il dramma del tradimento nei confronti di Dio, e quella della vendita di Joseph come schiavo. Abbiamo qui i prototipi di colpa fondamentale: tradimento verso Dio e tradimento verso il fratello.
E’ interessante anche il fatto che quando si parla del reato di asservimento in schiavitù e vendita di una persona, rappresentato in Dt 24, 7, si parla del fratello ebreo che non può essere venduto. La domanda è: il reato si configura solo per il correligionario – concittadino o è più esteso? L’esegesi discute su questo. Maestri importanti ritengono che il reato riguardi tutti quanti. E’ un discorso molto importante e trasgredito da tutte le religioni perché mercanzia di schiavi l’anno fatta ebrei, cristiani nelle varie accezioni, musulmani, ma a voler applicare questa norma tradizionale non c’è nulla di più proibito di questo. Anche se oggi denunciamo nuove forme di schiavitù dobbiamo rendere atto che la civiltà ha fatto enormi progressi arrivando alla abolizione della schiavitù.

Vorrei introdurre una riflessione partendo da un episodio talmudico interessante, sia perché è divertente, sia per le sue implicazioni. Si tratta di un episodio narrato nel primo trattato del Talmud, Berachot 5b. E’ una storia che riguarda Rav Huna, maestro molto importante vissuto quasi ottant’anni, in Babilonia, capo dell’Accademia di Sura, persona estremamente autorevole non solo per la dottrina ma anche come esempio di comportamento morale corretto. Il fatto di essere un modello non salvava maestri come lui dalle critiche, anzi li esponeva ad esse. Malgrado fosse di famiglia abbastanza nobile era stato in gioventù piuttosto povero, ma lavorando era diventato ricco. Un giorno gli capitò una sciagura economica: produceva del vino e si racconta che 400 suoi otri – una cosa enorme! – diventarono aceto. Mentre era tutto preoccupato per gestire questa situazione vennero a trovarlo alcuni colleghi che gli dissero: “Cerca di pentirti”. Il ragionamento era: sei stato punito per qualcosa di scorretto che hai fatto. La sua reazione fu: “Ma come vi permettete di sospettarmi?”. E la risposta dei maestri: “Come ti permetti tu di sospettare Colui che è il Giudice corretto?”. Il Giudice corretto è Dio: se manda una punizione evidentemente lo fa a ragione. Rav Huna capisce allora che qualcosa c’era e chiese quale notizia stesse circolando, quali fossero le chiacchiere… “La cosa di cui sei accusato – gli risposero – è che tu non dai al tuo mezzadro una determinata parte del raccolto”. La regola infatti era che con il mezzadro non soltanto doveva spartire il vino, ma anche l’uva raccolta. La risposta di Rav Huna fu: “Ma il mezzadro se la ruba già per conto suo!”. E i maestri risposero con un proverbio: chi ruba da un ladro assapora il sapore del furto. Rav Huna imparò la morale e da quel momento stabilì delle regole precise per la divisione dei prodotti col mezzadro che comunque non era un galantuomo. Il racconto si chiude in bellezza … ci sono due finali … in una l’aceto si ritrasforma in vino, nell’altra sul mercato improvvisamente le azioni dell’aceto crescono! Questa storia suggestiva serve a dire che accanto alla parte giuridica relativa alle regole sul furto, la tradizione rabbinica insiste sugli aspetti morali dai quali nessuno è esentato.

Il messaggio fondamentale che viene dalla Bibbia è stato già esposto nella precedente relazione. Il divieto del furto serve ad affermare il diritto alla proprietà, ma questo diritto – come ci ha detto il prof. Zamagni – non è un diritto assoluto: siamo soltanto degli affidatari dei beni. I maestri dicono – ed è per questo che all’inizio dell’anno liturgico, nel capodanno e nel giorno di Kippur, facciamo una preghiera speciale per il sostentamento – che in cielo decidono quanto tu potrai avere e il tuo bilancio è già approvato. La nostra vita economica è fondamentale: nell’ebraismo non c’è esaltazione della povertà. Bisogna distinguere tra ricchezza e disonestà, cose che non necessariamente vanno insieme. Comunque il tema fondamentale è quello della differenza tra l’avere e l’essere: la crescita della persona non è in quanto ha ma in quanto è.
 

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°°Nota del redattore: si fa riferimento a La Repubblica e a Eugenio Scalfari

N.B: Tutti i testi qui pubblicati sono tratti dalla registrazione e non rivisti dagli autori
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DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

DIALOGO EBRAICO-CRISTIANO

Cristiano, conosci tuo fratello? 

 Léon Dufour

Quanta polvere inutilmente sollevata da coloro che, dialogando, non conoscono il loro interlocutore! Enumeriamo alcune di queste conoscenze indispensabili, preliminari a ogni dialogo.

Ho letto, io cristiano, la dichiarazione del Concilio Vaticano II sugli ebrei?


So che dico una menzogna, una calunnia, che sono un persecutore, se continuo a parlare di “popolo deicida” a proposito del popolo ebreo?   

Persino il Concilio di Trento non aveva adoperato questo termine usato invece nelle traduzioni dei catechismi.

Sappiamo che Paolo stesso non è passato dall’ebraismo al cristianesimo, come è stato detto, ma è rimasto ebreo, fedele alla religione dei padri (Atti 24,14)? E che i primi cristiani erano tutti ebrei?  

Sappiamo che l’ebraismo non si definisce con una fede dogmatica, ma con una pratica di vita?

Perché questa conoscenza sia comprensione profonda, devo uscire dal circolo chiuso in cui vivo.

Qualcuno può obiettare che gli ebrei hanno messo, per primi, la siepe attorno alla Torah: l’hanno fatto per proteggerla contro perverse influenze.

Tocca a me lasciare il chiuso delle mie abitudini, del mondo in cui mi sono installato confondendo le pratiche religiose con la verità ultima, rigettando nel mondo delle tenebre gli ebrei che, per paura, si sono rinchiusi in se stessi. 

Devo superare la frontiera: certamente troverò un mondo molto diverso dal mio. Eppure quali ricchezze nuove da questo contatto!

Lungi dal criticare costumi che mi sembrano strani, come quello di tenere il capo coperto durante la preghiera o quello di cantare in modo diverso, ho pensato che Gesù di Nazareth ha pregato in quel modo, che i primi cristiani hanno vissuto così? Di più: ho osservato la somiglianza della prima parte della messa e dell’ufficio sinagogale?

Se mi reco al seder di Pèsah (cena di Pasqua) o alla festa di Kippur (dell’espiazione), non mi sono forse sentito più stimolato nella mia preghiera pasquale o nel mio comportamento penitenziale? E così per altre istituzioni.

Prima di percorrere le tappe di una autentica conoscenza, dobbiamo dissipare un pregiudizio che può causare mancanza di accordo. Quando si parla di amore nella conoscenza, ciò non significa solo provare visceralmente della compassione per un essere che soffre; a maggior ragione, non è neppure cercare di “convertire” l’altro alla propria verità.  


Rispetto forse la libertà cercando di imporre la mia fede?

Una delle riserve più profonde che gli ebrei fanno quando sono avvicinati dai cristiani, è di non voler essere considerati come una preda da conquistarsi alla verità cristiana. Secondo la recisa affermazione di André Neher, essi non vogliono essere dei “convertiti in potenza”. E quindi con spirito di autentica gratuità che devo avventurarmi alla conoscenza del mio fratello ebreo.

Padre Léon Dufour – teologo gesuita.
«Sefer» – Ottobre 1974

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Il giorno dell’Espiazione

Il giorno dell’Espiazione

Yom Kippùr

Nel calendario liturgico ebraico il giorno dell’Espiazione – Kippùr o Yom Kippùr o Yom haKippurìm – è il più importante dell’anno; in aramaico è yomà, “il giorno” per eccellenza che dà il titolo al trattato della Mishnà che ne espone le regole. “Il giorno” cade il 10 di Tishri, primo mese autunnale.

Di questo giorno parla in più occasioni la Bibbia e la fonte principale è il capitolo 16 del Levitico. Qui si descrive un complesso ordine cerimoniale affidato al Gran Sacerdote, che deve scegliere estraendo a sorte tra due capretti; uno, dedicato al Signore, viene offerto in sacrificio; l’altro riceve con un gesto simbolico il carico delle colpe di tutta la collettività e viene quindi inviato a morire nel deserto. Di qui l’espressione e il concetto di “capro espiatorio”. Lo stesso brano biblico si conclude spiegando che in quel giorno è d’obbligo affliggere la propria persona e non lavorare, perché “in questo giorno espierà per voi purificandovi da tutte le vostre colpe, vi purificherete davanti al Signore” (versetto 30).

Dai tempi della sua istituzione biblica Kippùr è il giorno dell’anno in cui le colpe vengono cancellate e il destino futuro di ogni uomo viene stabilito, dopo il giudizio cui è stato sottoposto nei giorni precedenti del Capodanno. La tradizione rabbinica si è dilungata a spiegare quali colpe possano essere cancellate del tutto o in parte, o sospese, in base alla loro gravità. La forza espiatrice del Kippùr si misura con l’obbligo principale dell’uomo nei giorni che lo precedono: la tesciuvà; letteralmente è il “ritorno” ed è il termine con il quale si indica il pentimento, nel senso di ritorno alla retta via. Questo ritorno comporta la consapevolezza di avere sbagliato, l’intenzione di non commettere nuovamente l’errore, la confessione pubblica e collettiva. Tutto questo si basa necessariamente sulla fede in un Dio misericordioso e clemente che viene incontro a chi ha sbagliato. In ogni caso la cancellazione delle colpe si riferisce a quelle commesse nei rapporti dell’uomo con il Signore; le colpe tra uomini vengono cancellate solo dagli uomini. Per questi motivi la vigilia del Kippùr è dovere per ognuno andare a chiedere scusa alle persone che sono state da lui offese.

Per tutto il periodo di esistenza del Tempio di Gerusalemme le cerimonie del giorno di Kippùr rappresentavano il complesso liturgico più complesso e solenne. Solo in quel giorno era consentito al Gran Sacerdote accedere al Santo dei Santi. Il rispetto dei dettagli prescritti era essenziale, richiedeva una preparazione prolungata e minuziosa, e un’esecuzione attenta su cui vigilava con ansia l’intera collettività raccolta nel Tempio. Di tutto questo dopo la distruzione del Tempio è rimasto solo il ricordo nostalgico, che nella liturgia del Kippùr avviene con la lettura, al mattino, del brano del Levitico e nel primo pomeriggio con una lunga evocazione poetica del cerimoniale.

La liturgia sinagogale tocca in questo giorno il vertice dell’impegno; lunghe e solenni preghiere la sera d’inizio, e una seduta praticamente ininterrotta dal mattino successivo fino al comparire delle stelle. Sono momenti speciali quelli della lettura di brani di suppliche, la lettura al mattino di Isaia 57, che descrive come vero digiuno la pratica della giustizia, e al pomeriggio il libro di Giona, che è una grandiosa rappresentazione della misericordia divina. La presenza del pubblico nelle sinagoghe raggiunge il massimo annuale in questo giorno, specialmente nei momenti più solenni di apertura e chiusura.

Essenziale nel Kippùr è il coinvolgimento personale, soprattutto con un digiuno totale senza bere né mangiare per circa 25 ore – dal quale sono esenti i malati – insieme ad altre forme di astensione (lavarsi, usare creme profumate, indossare scarpe di cuoio, evitare i rapporti sessuali). Poi c’è la dimensione familiare e sociale, nei pasti che precedono e seguono il digiuno e nelle riunioni delle famiglie in Sinagoga per ricevere la benedizione sacerdotale, impartita dai Cohanim, i discendenti di Aharon.
Malgrado l’austerità, la solennità e le forme imposte di afflizione fisica il Kippùr è vissuto collettivamente con serenità e gioia nella consapevolezza che comunque non verrà meno la misericordia divina.

A conclusione di queste brevi note esplicative, considerando la sede autorevole e certamente non abituale dove vengono pubblicate, può essere interessante proporre una riflessione sul senso che il Kippùr ha avuto, e può avere oggi, nel confronto ebraico-cristiano. Questo perché nella formazione del calendario liturgico cristiano le origini ebraiche hanno avuto un ruolo decisivo, come modello da riprendere e trasformare con nuovi significati: il giorno di riposo settimanale passato dal sabato alla domenica, la Pasqua e la Pentecoste. In alcuni casi la Chiesa ha persino festeggiato il ricordo dell’osservanza di precetti biblici tipicamente ebraici (la festa della Purificazione del 2 febbraio; un tempo l’1 gennaio quella della Circoncisione). Ma l’intero ciclo autunnale, di cui Kippùr è il giorno più importante, è come se fosse stato cancellato. Probabilmente ciò è dovuto al fatto che i simboli del Kippùr riguardano alcune differenze inconciliabili tra i due mondi. I temi del gran sacerdozio, del Tempio, del sacrificio, del capro espiatorio, della cancellazione delle colpe che nella tradizione ebraica si unificano nel Kippùr sono stati rielaborati dalla Chiesa, ma fuori dall’unità originaria. Semplificando le posizioni contrapposte: un cristiano, in base ai principi della sua fede, non ha più bisogno del Kippùr, così come un ebreo che ha il Kippùr non ha bisogno della salvezza dal peccato proposta dalla fede cristiana.

Riccardo Di Segni
Rabbino capo di Roma

Fonte: (©L’Osservatore Romano 8 ottobre 2008) 


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Mistero del Nome di Dio

Mistero del Nome di Dio

“Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. È come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud (studio delle Scritture) dice: “Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il Nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del sommo sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno” (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti (yod, he, waw, he): JHWH, dette “Tetragramma sacro”, citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “I tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: “la tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo “Adonai”, cioè “Signore” o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo Catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro” (CdA 48,6).
Anche Papa Giovanni Paolo II ci invita, con il suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome”, in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico” (“Via Crucis” -venerdì santo – 30 marzo 1986 ).

Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

N.B.: La trascrizione “italiana” del Nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

Vittoria Scanu 

Giovanni Paolo II e il rabbino Elio Toaff – Roma, Tempio maggiore, 13 aprile 1986
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