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Una riflessione sulla festa di Pèsach di Antonio Tirri

Una riflessione sulla festa di Pèsach di Antonio Tirri


«Per sette giorni mangerai pane azzimo (…) Durante i sette giorni si mangerà pane azzimo e non apparirà presso di te né pane lievitato né lievito qualsiasi, in tutto il tuo territorio. Tu poi spiegherai a tuo figlio, in quel giorno: “Noi pratichiamo questo culto in onore del Signore per tutto quello che Egli operò in mio favore alla mia uscita dall’Egitto». (Esodo 13, 6-8) 

Lunedì sera, 10 aprile, inizia Pèsach (Pasqua ebraica) con la quale celebriamo la libertà che il Signore volle donarci liberandoci dalla schiavitù d’Egitto, premessa indispensabile per la nascita del popolo libero d’Israele, che sul Sinai ricevette la Legge, con l’obbligo non solo di donarla al mondo, ma anche e soprattutto di non ricadere schiavo di superstizioni, passioni, vizi, o altre divinità (denaro), né di rendere schiavi altri uomini.

Pèsach è la celebrazione della forza di una civiltà che iniziò in quei tempi lontani con l’uscita dall’Egitto; è la celebrazione di un comportamento spirituale e morale sempre attuale, e di un sentimento di umanità che si riassume nell’imperativo etico che D-o dette al popolo ebraico nel deserto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Pèsach è un continuo rinnovamento ideale lungo il percorso del pensiero ebraico che vede, nella redenzione finale, la realizzazione del grande sogno: una nuova umanità senza odio, senza guerre, senza dolori, senza nemici, senza tiranni, tutti uniti nella benedizione del Signore.

Nella gioia dell’oggi, concessa da D-o Benedetto, nella speranza del domani, e con il cuore libero di sognare, auguro a tutti un Pèsach Kasher ve-sameach. 

Possa essere un Pèsach di pace, di gioia e di serenità, ma anche di studio e di riflessione affinché si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.

Perché risorga
la coscienza della tua missione
e si commuova l’animo
alla nostalgia della famiglia
e al sogno di una terra,
affronta le tue battaglie
con onesta determinazione
contro gli allettamenti
e le seduzioni della vanità,
contro le coercizioni
del violento fanatismo,
e torna purificato
agli antichi ideali
e al sogno
della tua giovinezza.


(Antonio Tirri da “Ascolta, Israele” Giuntina, Firenze 1999)


a cura di Vittoria Scanu

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La poesia è libertà

La poesia è libertà

Il Volto dell’amore

Antonio Tirri

La poesia deve servire a migliorare l’uomo, a liberare le volontà e le intelligenze dai ceppi di una società sempre più individualistica e indifferente, dai legacci di un mondo dove regnano l’egoismo e l’ingiustizia, dove il ritmo frenetico della vita mortifica la parte poetica che è in ciascuno di noi.
Proviamo a pensare a quante volte ci siamo soffermati ad osservare il volo di una rondine o di una coccinella: se non siamo riusciti, vuol dire che abbiamo perso un momento poetico e un’occasione di essere liberi.
Se dovessi definire la poesia con una sola parola, direi che la poesia è libertà.
Libertà di abbattere gli steccati imposti dalla società, libertà di annullare le differenze di razza e di religione, libertà di sognare un mondo più giusto e più umano come ho sognato in questa poesia:

Mostrami il colore della tua pelle
mostrami il profumo della tua bellezza
mostrami  lo scintillìo dei tuoi occhi
perché lo stupore possa stordirmi
perché io possa avvicinarmi a te
libero dal male che affligge il mio tempo
e mostrarti il volto dell’amore.

A che serve odiare?
A che serve uccidere?

I figli dei morti
sono la speranza dei vivi
ma anche la paura dei vili
e il mondo è pieno di morti.
Come siamo poveri
o uomini della terra
accecati nell’abisso dell’odio di razza
ibernati nel gelo dell’intolleranza.
Ma l’uomo libero sa ancora sognare
e lo insegnerà a una moltitudine di uomini
che non sa ancora di essere libera.
Allora non si guarderà più
al colore della pelle
ma alla forza delle idee
e alla grandezza dei sogni.


Antonio Tirri – “Il tuo viso cantava”, Giuntina, Firenze 2004)

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Antonio Tirri “Cerca nel cuore”

Antonio Tirri “Cerca nel cuore”

“Cerca nel cuore” è una preghiera, un inno, un’esortazione, una denuncia, un presagio, un sogno. È un libro dove il senso religioso della vita è domanda prima che certezza, emozione prima che ragione, amore prima che angoscia.
Come il sole illumina ogni parte della terra, così lo spirito di D-o raggiunge ogni cosa: saper cogliere questo soffio, quest’anima delle cose permette all’esperienza religiosa di farsi poesia, di andare nel mondo, tra ebrei e non ebrei, ovunque ci sia un cuore in ascolto, portando il messaggio di pace e speranza di un popolo che, a dispetto della crudeltà della Storia, attende e sogna miracoli come la giustizia, la pace, l’amore, la fratellanza tra i popoli.   Antonio Tirri 



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Yom Kippùr 5775

Yom Kippùr 5775

Yom Kippùr: rinascita spirituale 
di Antonio Tirri

Possano i nostri nomi essere iscritti nel Libro della Vita!

Un altro Kippùr sta per arrivare! E la domanda che dovremmo farci, prima di intraprendere il digiuno, è la seguente: la preghiera e il digiuno avranno la potenza di farci ottenere il perdono da D-o Benedetto?
Noi sappiamo che in questa giornata “terribile” viene emesso il giudizio divino sulla nostra condotta, su quello che abbiamo fatto, su quello che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, e sui nostri rapporti con il prossimo e con l’Eterno.

Noi sappiamo che Yom Kippùr espia soltanto i peccati commessi verso il Signore, com’è detto: “… di tutti i vostri peccati nei riguardi dell’Eterno sarete purificati” (Levitico 16, 30), mentre per quelli commessi verso il prossimo, Yom Kippùr non ha effetto fino a quando non si sia fatto pace con la parte offesa. E sappiamo anche che, per ricevere ascolto alle nostre preghiere, a Yom Kippùr dobbiamo allontanare da noi il rancore e l’astio, com’è detto: “Non vendicarti e non serbare rancore…” (Levitico 19, 18).
Yom Kippùr, inoltre, è una giornata in cui tutto Israele prega D-o Benedetto non solo per la sua salvezza e per il perdono delle sue colpe, ma invoca anche l’avvento del Regno di D-o nel mondo, e con questa invocazione chiede la salvezza dell’Umanità, ponendosi come Sacerdote del mondo. 


Nell’approssimarsi del giorno dell’espiazione auguriamoci che la scintilla divina che è in noi ci spinga a fare teshuvà, ben consapevoli però che a nulla servono il digiuno e la preghiera se non sono accompagnati da un profondo rinnovamento spirituale, da un sincero pentimento e dalla volontà di non ricadere negli stessi errori e di abbandonare quei deleteri e malefici comportamenti legati all’odio, al rancore, alla maldicenza, all’invidia, all’egoismo, all’arroganza, all’ingordigia, com’è detto: “Il malvagio abbandoni la sua via, l’uomo perverso i suoi pensieri e facciano ritorno al Signore che ne avrà pietà, al nostro D-o che è molto disposto a perdonare” (Isaia 55, 7).
 
Buon Kippùr. Hatimà tovà. Possa il Giudice Supremo darci la possibilità di beneficiare della misericordia divina e iscrivere noi e tutto il Popolo d’Israele nel libro della vita, della benedizione e della pace.

“Ascolta, Israele,
D-o è buono e giusto
e perdona i peccati
con la magnanimità
e l’amore di un padre.
D-o ascolta la voce
che esce dall’animo
e non le preghiere dalla bocca.
D-o legge
nei reconditi meandri
della mente
i pensieri di ognuno.
Ritorna, Israele,
al tuo D-o,
al D-o di bontà
e misericordia,
al D-o della pace
e della fratellanza
al D-o dell’amore
al D-o del perdono
e della giustizia.
E tu sai, Israele,
che potrai ricostruire
il Suo Tempio
solo dopo averlo costruito
nel tuo cuore.
Allora, Israele,
troverai la tua pace
e cesseranno le tue angosce
e il tuo pianto.
Quel giorno
D-o riempirà
della Sua misericordia
e della Sua benedizione

il Tempio
e la tua vita”.

 
(Antonio Tirri da Ascolta, Israele Giuntina, Firenze 1999)

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I FARISEI di Leo Baeck

I FARISEI di Leo Baeck

Un capitolo di storia ebraica

La risposta alla domanda di quali siano le condizioni che danno all’ebraismo il diritto di esistere indipendentemente dal cristianesimo si trova nell’evidenza stessa dei suoi valori e dei suoi contenuti eterni trasmessi dalla tradizione. 

Il fariseismo e il rabbinismo si presentarono per Baeck come una forza rinnovatrice dell’etica dei profeti. Sarebbe, quindi, del tutto riduttivo attendersi da queste pagine una replica diretta alle accuse di ipocrisia che tanto hanno pesato sia sulla sorte linguistica del termine «farisei» sia su quella effettiva del popolo ebraico. 

La confutazione di un simile atteggiamento sta tutta nel fatto che l’ebraismo si presenta come una religione che prolunga fino al tempo presente la morale universale dei profeti. Ciò è avvenuto solo grazie al rinnovamento della tradizione compiuto dai Farisei. La loro etica vale, dunque, anche nell’ambito della cultura moderna; essa è infatti ancora in grado di rispondere agli interrogativi sollevati dall’età contemporanea.
 

 (dalla Prefazione di Piero Stefani)



Leo Baeck (1873-1956) è tra i maggiori esponenti dell’ebraismo del Novecento. Conseguito il titolo di rabbino a Berlino, fu rabbino nella stessa Berlino dal 1912 fino al giorno della sua deportazione (1943) nel campo di concentramento di Theresienstadt. Sopravvissuto alla Shoah, si trasferì a Londra dove divenne presidente dell’ebraismo progressista. Insegnò Storia della religione al Hebrew Union College di Cincinnati e fu anche presidente del Leo Baeck Institute per lo studio della storia degli ebrei di lingua tedesca.

Editrice: La Giuntina
Traduzione di Paola Buscaglione Candela
Collana S. Vogelmann N. 176

pp. 70 – € 10,00

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