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PESACH

PESACH

La Pasqua ebraica: festa della memoria e della speranza


“Per Amore di Gerusalemme” augura a tutti gli amici di religione ebraica, una Pasqua serena e gioiosa: 
Hag Pèsach Kasher Ve Sameach! 

Pèsach è la prima e la principale festa ebraica. Essa ricorda il passaggio degli ebrei dallo stato di schiavitù a quello di libertà e la formazione del popolo ebraico come nazione unita ed indipendente, con usi, costumi e leggi proprie. La Pasqua ebraica commemora l’uscita degli ebrei dall’Egitto dopo 430 anni di dura schiavitù sotto il giogo faraonico. Il ricordo di questa miracolosa “uscita” è divenuto il punto centrale della legge e della vita degli ebrei, tanto che questo pensiero si trova un gran numero di volte espresso in molti passi della Bibbia e nei libri di preghiere.

Il nome della festa: Pèsach, deriva dal verbo pasoach, che significa “passare oltre”, perché l’Angelo, inviato dall’Eterno per colpire i primogeniti egiziani, “oltrepassò” le case abitate dagli ebrei, lasciandone in vita i primogeniti.

La festa viene anche chiamata “festa delle azzime” perché per tutta la durata della festa è vietato cibarsi di sostanze lievitate e si mangia pane azzimo, in ricordo del pane che gli ebrei in fuga non ebbero il tempo di far lievitare (Cfr Lv 23,6). La Pasqua ebraica dura otto giorni (sette in terra d’Israele). Le prime due sere, si fa una cena chiamata Sèder (ordine), appunto perché il suo svolgimento segue un determinato ordine, e si mangiano cibi simbolici che ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto e la dolcezza della libertà ritrovata. Durante il Sèder si recita il testo della Haggadà (racconto), libro contenente in forma edificante e leggendaria, commista a vari passi biblici, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. La notte di Pasqua, tutti, grandi e piccoli, celebrano la memoria di quella notte splendida e terribile, in cui Dio stesso scese a liberare Israele.

Nei paesi della diaspora e in terra d’Israele, la notte di ogni Pasqua si leva un canto da ogni casa ebraica: “… Pertanto è nostro dovere rendere omaggio, lodare, celebrare, glorificare, esaltare, magnificare, encomiare Colui che fece ai nostri padri e a noi tutti questi prodigi. Che ci trasse dalla schiavitù alla libertà, dalla soggezione alla redenzione, dal dolore alla letizia, dal lutto alla festa, dalle tenebre a splendida luce; diciamo dunque davanti a Lui: Alleluia”.

Di generazione in generazione, partecipando al memoriale di Pèsach, ogni ebreo si sente salvato e liberato da Dio, rinnovato spiritualmente, come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto. Ai bambini che fanno domande, il padre di famiglia risponde spiegando perché la notte di Pasqua è unica, diversa da tutte le altre notti. Si cantano Salmi, Inni e il “grande Hallel” (Sal 136). Si bevono quattro coppe di vino durante la lettura dell’ Haggadà, ma – al racconto di ogni piaga che ha colpito l’Egitto – ogni partecipante versa in una ciotola una goccia di vino, che verrà poi gettato. Essendo il vino segno di gioia, con questo gesto si vuol significare che, anche nella gioia più grande, non bisogna gioire per la morte di nessuno, neppure dei propri nemici.

Vittoria Scanu


PER NON DIMENTICARE

Questo è il racconto dell’ultima Pasqua della famiglia di Elie Wiesel, nel villaggio di Sighet, in Transilvania, già invaso dai nazisti.

“Ci sono i tedeschi. Con le autoblindo, le macchine decapottabili, le motociclette. Portano uniformi nere, nere da far paura, vengono avanti senza uno sguardo né a destra né a sinistra… Pèsach è vicina: è la festa della memoria e della speranza. La vigilia, un decreto ha ordinato la chiusura delle sinagoghe. I miei amici e io ci separiamo tristi dalla nostra, quella dei giovani. Contemplo i muri un’ultima volta: affido loro i sacri rotoli, i libri del Talmud. Li ritroveremo?… Mio padre e io assistiamo al servizio del Rabbi di Borshe. Recitiamo l’Hallèl, canto di ringraziamento, una serie di salmi, di lodi a Dio per ringraziarlo della sua bontà verso il suo popolo. Abbiamo il cuore stretto, tuttavia cantiamo anche se a bassa voce. Ci lasciamo stringendoci le mani, e augurandoci a vicenda: “Buona festa, buona festa!” A casa la tavola è preparata. Tovaglia bianca, sei candelieri, argenteria brillante. Mia nonna, vestita per la festa, è ancora più raccolta del solito. Anche la piccola Tsipuka…Mio padre ci presenta il nostro ospite: è Moishele, lo Scaccino … Mio padre prende Tsipuka sulle ginocchia e declama: “Ecco il pane della nostra miseria e della nostra afflizione … I nostri antenati l’hanno mangiato in terra d’Egitto …”.

Faccio la prima delle quattro domande rituali: “Perché questa notte è diversa da tutte le altre?”. Il padre risponde: “… Perché un tempo vivevamo in schiavitù, sotto il Faraone, in Egitto”.

Un’idea mi attraversa la mente: e, se fosse lui il profeta Elia travestito da scaccino? Non si dice che stasera visiti tutte le famiglie ebree dove si ricorda e dove si bevono quattro coppe di vino in onore della liberazione? A metà del pasto, Moishele si mette a parlare con voce dolce e ardente: “Reb Shloime la ringrazio per avermi invitato … Vorrei raccontarle ciò che vi attende. Glielo devo”. Intorno al tavolo gli sguardi sono sospesi alle sue labbra aride.

Bella e dolce, bella e seria da spezzarmi il cuore, la mia sorellina, seduta compostamente sulle ginocchia di mio padre, si mette una mano sugli occhi come per scacciare un’immagine penosa. Mio padre la rassicura accarezzandole i capelli. “Non ora,” dice a Moishele lo scaccino. “Le sue storie sono tristi e la legge ci proibisce di essere tristi la sera di Pèsach”. Sarà la mia ultima Pèsach – e la mia ultima festa – a casa”.

(E. Wiesel:”Tutti i fiumi vanno al mare”, Bompiani 1996).

Wiesel, fu deportato con la sua famiglia ad Auschwitz e a Buchenwald dove perirono il padre, la madre e la sorellina.


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