Tag: Di Segni

BENVENUTO!

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Abbiamo un nuovo Papa: Francesco.


“PER AMORE DI GERUSALEMME”, partecipa alla gioia comune per l’elezione a vescovo di Roma di papa Francesco e chiede al Signore di benedire abbondantemente il suo ministero di pastore della Chiesa universale.

CITTA’ DEL VATICANO, 14 Marzo 2013 –  Papa Francesco scrive al Rabbino capo della comunità ebraica di Roma, Rav Riccardo Di Segni e lo invita all’inaugurazione del suo pontificato.

Il giorno stesso della sua elezione a Sommo Pontefice, papa Francesco ha inviato una lettera al Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, inviandogli il proprio “cordiale saluto” e invitandolo all’inaugurazione del suo pontificato che avverrà martedì prossimo, 19 marzo.

“Confidando nella protezione dell’altissimo – scrive il Santo Padre – spero vivamente di poter contribuire al progresso che le relazioni tra ebrei e cattolici hanno conosciuto a partire dal Concilio Vaticano II in uno spirito che possa essere sempre più in armonia con la volontà del creatore”.

A sua volta il Rabbino Di Segni ha fatto pervenire al neoeletto Vescovo di Roma, i propri auguri di buon pontificato, con l’auspicio che Francesco “possa guidare con forza e saggezza la Chiesa cattolica per i prossimi anni”.

Il Rabbino ha poi sottolineato che i rapporti tra Chiesa Cattolica ed ebraismo – in particolare con la comunità ebraica di Roma – “hanno compiuto dei passi importanti”.

Di Segni ha infine manifestato la speranza che “si possa proseguire il cammino nel segno della continuità e delle buone relazioni”.

Fonte: Zenit.org

ISRAELE, FELICITAZIONI DAL RABBINATO DI GERUSALEMME

Un messaggio di felicitazioni è stato inviato a papa Francesco dal rabbinato di Gerusalemme, ossia dai rabbini Shlomo Amar (sefardita) e Yona Metzger (ashkenazita).
 
”Negli ultimi 12 anni – rileva il Rabbinato – viene condotto un dialogo ricco e fruttuoso fra il Rabbinato di Israele e il Vaticano su questioni di massimo significato – come il divieto di invocare il nome del Signore per la giustificazione di azioni terroristiche; la santità della vita; la santità della cellula familiare, e via dicendo. In questo dialogo abbiamo raggiunto successi significativi”.

Il Rabbinato rileva che questo dialogo è stato portato avanti grazie anche all’incoraggiamento e al coinvolgimento dei due Papi precedenti. ”Il Rabbinato – si legge in un comunicato – è sicuro che papa Francesco, le cui buone relazioni con gli ebrei sono ben note, andrà avanti nello stesso spirito, curerà e rafforzerà le relazioni con Israele e con il popolo ebraico”.

Fonte: Shalom7

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16 ottobre 1943: Deportazione degli ebrei di Roma

16 ottobre 1943: Deportazione degli ebrei di Roma

La grande razzia

C’è una lapide sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a Via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla Sinagoga. Ricorda che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. Qui, in un’alba di 56 anni fa, si radunarono i camion e i soldati addetti alla “Judenoperation” nell’area del ghetto, dove ancora abitavano molti ebrei romani. Il centro della storia e della cultura ebraiche a Roma stava per vivere il suo giorno più atroce.

«Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c’è un’infermeria», così Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, ha ricordato quella mattina del 16 ottobre 1943.


Alle 5,30 del mattino di sabato 16 ottobre, provvisti degli elenchi con i nomi e gli indirizzi delle famiglie ebree, 300 soldati tedeschi iniziano in contemporanea la caccia per i quartieri di Roma. L’azione è capillare: nessun ebreo deve sfuggire alla deportazione. Uomini, donne, bambini, anziani ammalati, perfino neonati: tutti vengono caricati a forza sui camion, verso una destinazione sconosciuta. Alla fine di quel sabato le SS registrano la cattura di 1024 ebrei romani.


Per la prima volta Roma era testimone di un’operazione di massa così violenta. Tra coloro che assistettero sgomenti ci fu una donna che piangendo si mise a pregare e ripeteva sommessamente: “povera carne innocente”.


Nessun quartiere della città fu risparmiato: il maggior numero di arresti si ebbe a Trastevere, Testaccio e Monteverde. Alcuni si salvarono per caso, molti scamparono alla razzia nascondendosi nelle case di vicini, di amici o trovando rifugio in case religiose, come gli ambienti attigui a S. Bartolomeo all’Isola Tiberina.


Alle 14 la grande razzia era terminata. Tutti erano stati rinchiusi nel collegio Militare di via della Lungara. Le oltre 30 ore trascorse al Collegio Militare prima del trasferimento alla Stazione Tiburtina furono di grande sofferenza, anche perché gli arrestati non avevano ricevuto cibo. Tra di loro c’erano 207 bambini. Due giorni dopo, lunedì 18 ottobre, i prigionieri vengono caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla Stazione Tiburtina. Il 22 ottobre il treno arriva ad Auschwitz.

Dei 1024 ebrei catturati il 16 ottobre ne sono tornati solo 16, di cui una sola donna, Settimia Spizzichino. Nessuno degli oltre 200 bambini è sopravvissuto.


Nel biennio 1943-1945 le perdite della popolazione ebraica in tutta Italia furono all’incirca 7750, pari al 22% del totale della popolazione ebraica nel nostro Paese.


Fonte:
Romacivica.net

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RAV DI SEGNI, il rabbino ratzingeriano

RAV DI SEGNI, il rabbino ratzingeriano

Sulla rivista “Terrasanta” promossa dalla Custodia di Terra Santa in Italia, senza peraltro esserne organo ufficiale, è uscita un’ampia intervista al rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, raccolta da Manuela Borraccino e riportata in parte su terrasanta.net.

A differenza del predecessore Elio Toaff, il rabbino Di Segni è noto per la ruvida franchezza con cui si rapporta alla Chiesa cattolica: un’ultima volta in occasione delle modifiche apportate alla didascalia su Pio XII nel museo della Shoah, a Gerusalemme.

Ma proprio per questo sono ancor più interessanti le notazioni di apprezzamento che egli riserva al papa attuale, più che al papa precedente.

Intanto, Di Segni non nasconde che per la visita compiuta da Benedetto XVI alla sinagoga di Roma “abbiamo ricevuto reazioni molto differenti da parte delle comunità ebraiche in giro per il mondo: alcuni ci hanno applaudito, altri ci hanno riservato critiche feroci”.

Poi così prosegue:

“Occorre innanzitutto considerare la personalità di questo papa: Joseph Ratzinger appartiene a un gruppo di teologi per i quali il legame con l’ebraismo è una questione di primaria importanza. E questo non è affatto scontato: molti teologi non condividono questa sua linea. Ho l’impressione che il papa guardi al dialogo con il mondo ebraico con assoluto rispetto: senza tenere conto di questo aspetto non si potrebbe comprendere l’insistenza sua e nostra sulle differenze fra di noi, che ad un esame superficiale potrebbe apparire fin troppo oppositiva. È difficile tradurre in atti mediatici questo rapporto di reciproco rispetto: diciamo che con questo papa siamo in rapporti di buon vicinato, lontani da quegli slanci mediatici di entusiasmo che si erano visti con Giovanni Paolo II e che, a mio avviso, non erano privi di una certa ambiguità”.

E all’intervistatrice che gli chiede “a cosa si riferisce in particolare”, risponde:

“Penso ad esempio al dibattito sul significato della definizione di ‘fratelli maggiori’, penso ai rischi di sincretismo in incontri come quello di Assisi, penso alla beatificazione di Edith Stein e al vero e proprio filone editoriale nato intorno al valore esemplare per la Chiesa della sua conversione… Direi che con l’attuale papa siamo in una fase diversa e molto particolare di un percorso di convivenza e vicinato”.

Più che un problema politico – sottolinea Di Segni in un altro passaggio dell’intervista – “c’è un problema teologico profondo, che contrappone da molti secoli la Chiesa e il mondo ebraico. È questo, a mio avviso, che dovrebbe entrare a pieno titolo fra i temi del dialogo”.

Fonte: Magister.blogautore.espresso
A proposito dell’ambiguità rilevata dal rabbino Di Segni dell’espressione “fratelli maggiori”, è illuminante questo passaggio del libro-intervista di Benedetto XVI “Luce del mondo”:

“L’espressione ‘fratello maggiore’, già utilizzata da Giovanni XXIII, non è particolarmente bene accolta dagli ebrei perché nella tradizione ebraica il ‘fratello maggiore’, ovvero Esaù, è anche il fratello abietto. La si può comunque utilizzare perché esprime qualcosa di importante. Ma è giusto che essi siano anche i nostri ‘Padri nella fede’. E forse quest’ultima espressione descrive con maggiore chiarezza il nostro rapporto”.

Di Sandro Magister

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