Tag: David Meghnagi

Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Incontro a Venezia sulla religione ebraica

inchiesta di Giulio Meotti sul Foglio


Dall’11 al 16 settembre a Venezia, l’Associazione biblica italiana organizza un convegno con studiosi italiani ed europei che sembra uscito dalle ombre del primo Novecento. “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Niente meno. L’Associazione, riconosciuta dalla Cei, di cui fanno parte esponenti del clero cattolico e protestante, 800 studiosi e professori di cultura laica e che il Papa ha salutato a Roma lo scorso settembre, discuterà delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. Degeneranti? L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e “l’ assolutismo”. “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, recita il programma veneziano.

Non si è fatta attendere la risposta, durissima, dei rabbini italiani. Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana, ha scritto ai vertici dell’Associazione biblica, denunciandone le posizioni, ma senza ottenere risposta. “Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato!”, scrive Laras nella lettera che il Foglio anticipa qui. “Certamente, indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni, emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione: un sentore carsico di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo; una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo; un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica”.
Secondo Laras, “questo programma dell’Associazione biblica italiana è la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta. Personalmente registro con dolore che uomini come Martini e il loro Magistero in relazione a Israele in seno alla chiesa siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”. Questa teologia ha conseguenze politiche, dice Laras: “La causa dell’instabilità del medio oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica); la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa). Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti”.
D’accordo con Laras i principali rabbini italiani, a cominciare da Roberto Della Rocca, responsabile dell’educazione nelle comunità ebraiche italiane. “Non voglio fare il processo alle intenzioni”, dice al Foglio il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. “Ma o è uno scivolone o è qualcosa di preoccupante. Sono argomentazioni teologiche usate nel passato come arma antiebraica il Dio vendicativo degli ebrei, il Dio della giustizia contrapposto al Dio dell’amore, usate come propaganda antiebraica. Quando si usano argomentazioni del genere a noi si alzano le antenne. La chiesa cattolica nel dialogo ebraico-cristiano ha superato queste argomentazioni. Sembra che ora vengano riprese. L’idea dell’ebraismo elitario che si sente superiore è stata usata nel passato in maniera preoccupante. E’ chiaramente il sospetto che si voglia avere una ricaduta sull’attualità, su Israele”.
D’accordo con Arbib il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che al Foglio dice: “O è una cosa fatta con piena coscienza e quindi gravissima, oppure non si rendono conto. Non è solo una analisi teologica, biblica, ma un discorso che si presta a essere contestualizzato al medio oriente, con implicazioni micidiali in politica”. Alla stesura della lettera di protesta dei rabbini ha partecipato anche un laico, David Meghnagi, docente a Roma Tre, esperto di didattica della Shoah e membro dell’Unione comunità ebraiche italiane. “Sono convinto che il convegno sia l’indice che dentro la chiesa, fra gli intellettuali e gli studiosi, gli elementi di marcionismo che l’hanno corrotta non sono stati superati”, dice Meghnagi al Foglio. “E sono presenti anche nella cultura laica che legge la Bibbia. Lo si vede negli interventi di Eugenio Scalfari su Repubblica, la contrapposizione fra il Dio veterotestamentario e quello del Nuovo Testamento. Nel 1990, alla prima giornata dell’amicizia fra ebrei e cristiani della Cei, mentre piovevano i missili su Tel Aviv da parte dell’Iraq, mi si avvicina un vescovo e mi dice: Lo sa quanta fatica noi cristiani facciamo per nobilitare il Vecchio Testamento?’. Il linguaggio cristiano rispetto agli ebrei presenta diverse patologie, compresa la valutazione degli ebrei come popolo decaduto, di cui si eredita la primogenitura. Solo dopo la Shoah c’è stata una rivalutazione. Nella cultura più ampia di molti laici e democratici ci sono pregiudizi che arrivano da questa visione”.
Ecco allora che in tante, troppe guerre, Israele finisce per diventare “il nuovo Erode” e i palestinesi “il nuovo Gesù”. “Siccome non viviamo nel vuoto, la scelta di privilegiare questa riflessione si incontra con una teologia palestinese e di matrice cristiano-orientale, che trova ascolto nei movimenti pacifisti e terzomondisti, che tende a vedere l’attuale contrapposizione in medio oriente come la riedizione su più vasta scala della violenza del Dio biblico, l’ebraismo della carne contrapposto allo spirito, i valori della terra contro quelli dello spirito”, conclude Meghnagi. “Vorrei citare un articolo di Gianni Baget Bozzo uscito sul Manifesto sulla guerra di Israele come violenza biblica, o quello di Scalfari su Repubblica che parlò del Dio della vendetta. Lo si vede anche nelle vignette di Forattini. E’ un elemento che è passato nella cultura attraverso la demonizzazione del sionismo, la falsa innocenza della diaspora rispetto allo stato-nazione ebraico da esecrare”.


Giulio Meotti sul FOGLIO

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Israele:dialogo ebraico-cristiano

Israele:dialogo ebraico-cristiano

All’ombra dei pini di Galilea, un’energia di pace

 

In Israele si è concluso il primo viaggio interreligioso per il dialogo-ebraico cristiano. Un evento importante e unico, alla presenza di cardinali, vescovi e rabbini, culminato col bosco piantato in memoria del Cardinal Martini 

 

Di Marina Diwan

Dalle spiagge di Tel Aviv alle mura di Gerusalemme, alle rive del lago di Tiberiade. Dal contatto diretto con la modernità d’Israele alla pionieristica fondazione dello Stato ebraico, alla storia biblica più antica e comune alle religioni monoteistiche. Fino alla preghiera comune davanti al Kotel e gli alberi in memoria del Cardinale Carlo Maria Martini, piantati su una ventosa collina della Galilea.

Si è concluso ieri Ebrei e cristiani in viaggio, un “pellegrinaggio interreligioso” che dal 9 al 18 giugno ha visto un gruppo di circa un centinaio di persone visitare Tel Aviv, Gerusalemme e la Galilea. Un evento storico fortemente voluto da rav Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale rabbinico del Centro Nord Italia e Rabbino emerito di Milano, per dare futuro a quel dialogo ebraico-cristiano che fu costruito e condiviso con il Cardinale Martini, scomparso il 31 agosto scorso. E dedicare così all’amico, grande amante di Israele dove visse per diversi anni, una foresta di 5000 alberi nei pressi del lago di Tiberiade, con il patrocinio del Keren Kayemet Leisrael. Sfortunatamente, per motivi di salute, rav Laras non ha potuto prendere parte al viaggio, che è stato comunque un grande successo a testimonianza che i progetti bene ispirati dai loro ideatori sono figli capaci di camminare con le loro gambe. A dirigere l’iniziativa si sono distinti con generosità i suoi collaboratori: rav Elia Richetti, presidente dell’Assemblea rabbinica d’Italia, e l’assistente di rav Laras, Vittorio Robiati Bendaud, le due anime guida del percorso.

«La novità di questo evento», spiega Bendaud, «sta nell’incontro di ebrei e cristiani credenti e ortodossi che viaggiano per condividere un’avventura di conoscenza reciproca e per pregare insieme», e «senza snaturare l’identità di ciascuno, mantenendo il rispetto delle diversità reciproche», precisa rav Richetti.
 
Obiettivo? Far conoscere la realtà ebraica israeliana a un gruppo di cristiani provenienti da tutta Italia, cristiani che erano in netta maggioranza. Gli ebrei invece, una decina, principalmente da Milano, hanno assolto al compito di ciceroni, per rispondere alle infinite curiosità e domande dei compagni di viaggio. «Volevamo comprendere le ragioni dell’altro vivendo gomito a gomito, avere occhi aperti e cuore disponibile. Questo forse è stato il vero valore di questo viaggio», ha dichiarato monsignor Gianantonio Borgonovo, arciprete del Duomo di Milano, accompagnatore spirituale del gruppo fin dal primo giorno in Israele. Il duetto religioso caratterizzato dalla sua voce dolce e pacata e dalla prorompente verve canora di rav Richetti ha accompagnato la comitiva per tutto l’itinerario, una “strana coppia” davvero ben assortita. Due pullman hanno percorso le strade di Israele per seguire un programma fitto di appuntamenti.

Insieme al Kotel

Tutto è iniziato a Tel Aviv, due giorni alla scoperta dell’antica Yaffo, della realtà israeliana moderna e della storia pionieristica della fondazione dello Stato ebraico, tra la casa di Ben Gurion e la visita alla Indipendence Hall, in cui si sono rivissuti i momenti eroici del manipolo di ebrei che, sfidando la minaccia della Lega Araba e delle cautele delle autorità internazionali, hanno dichiarato l’indipendenza dello Stato di Israele. Non poteva mancare l’incontro molto apprezzato dal gruppo con rav Israel Meir Lau, il Rabbino capo di Tel Aviv-Yaffo, emerito Rabbino capo di Israele, protagonista della famosa stretta di mano con il Pontefice Giovanni Paolo II che, nelle intenzioni di Papa Wojtila doveva servire a “togliere il tappeto sotto ai piedi” di chi ancora professa l’antico antigiudaismo religioso da 50 anni azzerato dal Concilio Vaticano II.

Sono seguiti cinque giorni a Gerusalemme, dove si è passati dalle antiche pietre della città vecchia alla realtà più scottante. Inedita e sorprendente la visita alla Corte Suprema, capolavoro dell’architettura contemporanea progettato dall’architetto Ada Carmi per manifestare attraverso le forme e lo spazio lo spirito di giustizia della sapienza ebraica che deve ispirare chi è chiamato ad amministrarla. Significativa la sua posizione elevata rispetto alla Knesset, il Parlamento, a sancire che il potere degli uomini politici deve essere assoggettato alle regole di Giustizia, argomento che ha comprensibilmente toccato il pubblico italiano, colpito anche dalla passione politica e progettuale del sindaco di Tel Aviv, Ron Hudai e del vicesindaco di Gerusalemme, Naomi Tsur, che abbiamo incontrato nei palazzi delle rispettive municipalità.

Proprio nella città Santa l’incontro tra ebrei e cristiani ha vissuto il suo momento più significativo e commovente: la preghiera comune davanti al Kotel, il Muro del pianto. A dare man forte a rav Richetti, a Bendaud e a Monsignor Borgonovo sono giunti, dopo pochi giorni, il Cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, rav Eugene Korn dell’International Jewish Commitee e del Center for the Jewish-Christian Understanding & Cooperation, il teologo valdese Gioacchino Pistone e il professor David Meghnagi, docente di psicologia e direttore del Master Internazionale sulla Shoah. Insieme a tutto il gruppo di viaggiatori hanno recitato i Tehillim-Salmi ad alta voce, in ebraico e in italiano, una preghiera comune, un’energia di pace molto potente. Il tutto sotto lo sguardo stupito dei chassidim presenti, dapprima curiosi e poi compiaciuti per il significato simbolico dell’evento. Altro momento di condivisione religiosa si è avuto durante le celebrazioni dello shabbat nella cornice del Tempio italiano a Gerusalemme, che riporta gli arredi della antica sinagoga di Conegliano Veneto. A Yerushalaim non è mancata la visita a Yad Vashem con la presentazione di David Meghnagi che ha sottolineato come il museo con il suo “giardino dei giusti” e l’intera realtà di Israele siano la testimonianza della capacità profonda del popolo ebraico di saper perdonare e guardare al futuro con fede rinnovata.

Le stesse radici

Momento atteso e culminante di tutto il viaggio è stato l’approdo in Galilea, domenica 16 giugno. Sulla collina di Giv’at Avni, nei pressi del lago di Tiberiade, sventolavano le bandiere di Israele, d’Italia e del KKL per piantare gli alberi in memoria del Cardinale Martini, uomo del dialogo con gli ebrei, che amava chiamare “i nostri fratelli maggiori”. Gli è stata dedicata oggi una foresta di 5000 alberi con il patrocinio del Keren Kayemet Leisrael. Oltre alle personalità già citate al Kotel, erano presenti Maris Martini, sorella del Cardinale presente durante tutto il viaggio, suo figlio Giovanni, Raffaele Sassun, presidente del Kkl Italia, Silvio Tedeschi del KKl di Milano, il portavoce del Rabbino capo d’Israele rav Angel Kreiman e l’ambasciatore italiano in Israele, Francesco Talò. La foresta accoglie lo spirito del Cardinale che avrebbe voluto essere seppellito in Israele.

Simbolo di vita e futuro per veder crescere con gli alberi anche il dialogo tra ebrei e cristiani, momento chiave del viaggio, testimonianza di un’amicizia e affetto, la cerimonia ha rappresentato il culmine dell’itinerario che si è concluso con le visite a Cafarnao, Sephoris e Cesarea.
 
«Condividere un’esperienza di conoscenza reciproca, pregare insieme e onorare la memoria del Cardinal Martini»; «ritrovare le nostre radici bibliche, vivere la vita ebraica, lo Shabbat e comprendere in quale contesto si muoveva Gesù»; «contattare l’intelligenza e l’impegno di un popolo che ha costruito questo paese con creatività e determinazione»… Questi solo alcuni dei commenti dei partecipanti, tutti coinvolti nel cammino di dialogo, amicizia e comprensione reciproche sempre più diffusi nel mondo cristiano ed ebraico. A proposito del quale possiamo traslare le parole che furono di Theodor Herzel: “se vorrete non sarà un sogno”.

Fonte: mosaico-cem.it
Gerusalemme, 19/06/2013 

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