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Terremoto in Vaticano: E Gesù lapidò l’adultera! E’ questo che insegnano in Cina… Grazie a Bergoglio!!!

Terremoto in Vaticano: E Gesù lapidò l’adultera! E’ questo che insegnano in Cina… Grazie a Bergoglio!!!

«Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la prima pietra contro di lei». La risposta di Gesù, come riportato da Giovanni (8,1-11), agli scribi e ai farisei è uno dei passi più famosi del Vangelo. Altrettanto rinomato è il finale dell’episodio dell’adultera: “Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più»”. Eppure c’è un paese al mondo dove il racconto evangelico non si conclude così.

E GESÙ LAPIDÒ L’ADULTERA

Come denunciato da UcaNews, la storia viene distorta in un libro di testo destinato alle scuole secondarie in Cina. Nel sussidiario pubblicato dall’editrice governativa dell’Università di scienza elettronica e tecnologia, che ha l’obiettivo di insegnare negli istituti professionali del Dragone “la legge e l’etica professionale”, Gesù lapida l’adultera. Sembra incredibile, ma è esattamente così.

Quando la folla rinuncia all’intenzione di punire la donna, spiega il “Vangelo con caratteristiche cinesi”, Gesù le dice: «Anch’io sono un peccatore. Ma se la legge può essere eseguita solo da uomini senza macchia, la legge sarebbe morta». E poi la uccide.

«LA CHIESA FACCIA CORREGGERE IL LIBRO»

Il passo del testo, riproposto in pagina, è stato pubblicato sui social media cinesi da un cattolico. «Voglio che tutti sappiano che il Partito comunista cinese ha sempre cercato di distorcere la storia della Chiesa, di calunniare la nostra Chiesa, e di far sì che la gente odi la nostra Chiesa». Un docente cristiano in una scuola professionale, Matthew Wang, ha confermato il contenuto del libro, spiegando che può cambiare da provincia a provincia.

L’obiettivo di una simile distorsione è far passare il messaggio che tutti devono obbedire alla legge in Cina, la quale è incarnata dal Partito comunista e dalle sue decisioni, e che anche i cattolici devono farlo, visto che persino Gesù si sottometteva ad essa. Kama, cattolico, spera che «le autorità della Chiesa si facciano sentire perché il libro venga corretto».

Il regime non è nuovo a interventi così clamorosi, nonostante sia in trattativa per rinnovare l’accordo sino-vaticano. L’anno scorso, ad esempio, l’Editrice per l’educazione del popolo aveva dato alle stampe un libro di testo per i bambini di quinta elementare, dove cancellava qualunque riferimento a Dio, alla Chiesa e a Cristo in capolavori come La piccola fiammiferaia La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe. L’obiettivo (finora mai raggiunto, anzi) è eliminare Dio per evitare che il cristianesimo si diffonda e resti soltanto la fede nel comunismo guidato da Xi Jinping.

Fonte

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Gli USA cercano di spiegare al Vaticano che deve difendere i Cristiani Perseguitati dal regime comunista cinese e non rinnovare un accordo insensato con i tiranni di Pechino

Gli USA cercano di spiegare al Vaticano che deve difendere i Cristiani Perseguitati dal regime comunista cinese e non rinnovare un accordo insensato con i tiranni di Pechino

Mancano pochi giorni alla visita di Mike Pompeo in Vaticano, prevista per il 29 settembre, ma il Segretario di Stato americano ha già lanciato un avvertimento molto chiaro dalla prestigiosa rivista “First Things”.

Già nelle precedenti visite aveva spiegato al cardinale Parolin e a papa Bergoglio quanto era sbagliato l’accordo sottoscritto dalla Santa Sede col regime comunista di Pechino, perché danneggiava i cristiani cinesi e legittimava nel mondo una tirannia molto pericolosa (il Covid-19 è l’ennesimo esempio della sua perniciosità globale).

Ora quell’accordo provvisorio di due anni fa (rimasto peraltro segreto nei suoi contenuti) arriva a scadenza e il Vaticano è deciso a rinnovarlo nonostante il bilancio fallimentare di questi due anni.

Così il Segretario di Stato di Trump preme sul Vaticano perché si fermi e non rinnovi un così nefasto accordo. Su “First Things” spiega che, negli ultimi tempi, la situazione dei diritti umani in Cina è diventata ancora più grave soprattutto per i credenti.

Pompeo ricorda la recrudescenza della persecuzione contro i cristiani, come contro buddisti tibetani e devoti di Falun Gong; menziona la pesantissima repressione contro i musulmani dello Xinjiang, infine  denuncia la “campagna di ‘sinizzazione’ per subordinare Dio al Partito comunista promuovendo lo stesso Xi come una divinità ultramondana. Ora più che mai” scrive Pompeo “il popolo cinese ha bisogno della testimonianza morale e dell’autorità del Vaticano a sostegno dei credenti”.

Infatti due anni dopo l’accordo sino-vaticano, per i cristiani le persecuzioni sono addirittura peggiorate, mentre, afferma Pompeo, il Vaticano “ha legittimato” i vescovi nominati dal regime. Quale convenienza ha dunque la Chiesa a rinnovare l’accordo?

Il Vaticano peraltro sta pure perdendo la sua autorevolezza morale. Infatti durante la brutale repressione comunista a Hong Kong dei mesi scorsi, la Santa Sede non ha speso nemmeno una parola (nonostante gli appelli dei cristiani della città e del card. Zen). Eppure “le voci più importanti di Hong Kong in difesa della dignità umana e dei diritti umani” scrive Pompeo “sono spesso voci cattoliche”.

Il Segretario di Stato Usa ricorda l’appello, dell’anno scorso, di 22 paesi alle Nazioni Unite per denunciare la detenzione, da parte del regime comunista, di “oltre un milione di musulmani uiguri, kazaki e altre minoranze nei cosiddetti campi di ‘rieducazione’ nello Xinjiang”.

Inoltre cita l’Alleanza Interparlamentare, composta da rappresentanti delle democrazie di tutto il mondo, che “ha condannato le atrocità” perpetrate dal comunismo cinese.

Pompeo rivendica i meriti dell’amministrazione Trump in questo campo: “Il Dipartimento di Stato è una voce forte in difesa della libertà religiosa in Cina e nel mondo e ha preso provvedimenti contro chi commette abusi sui credenti. Continueremo a farlo”.

Ma il Segretario di Stato USA dice anche alla Santa Sede che essa soprattutto ha “la capacità e il dovere” di richiamare l’attenzione del mondo “sulle violazioni dei diritti umani, in particolare quelle perpetrate da regimi totalitari come la Cina”.

Pompeo ricorda Giovanni Paolo II: “alla fine del XX secolo, la forza della testimonianza morale della Chiesa ha contribuito a ispirare coloro che hanno liberato l’Europa centrale e orientale dal comunismo e coloro che hanno sfidato i regimi autocratici e autoritari dell’America Latina e dell’Asia orientale”.

Oggi “la stessa testimonianza morale dovrebbe esprimersi nei confronti del Partito Comunista Cinese”.

Infatti il Concilio Vaticano II e i papi hanno sempre “insegnato che la libertà religiosa è il primo dei diritti civili” e che “la solidarietà è uno dei quattro principi fondamentali della dottrina sociale cattolica”. Oggi questo insegnamento della Chiesa dovrebbe essere proclamato “di fronte agli sforzi incessanti del Pcc per piegare tutte le comunità religiose alla volontà del Partito e al suo programma totalitario”.

E’ una responsabilità che il Vaticano ha verso tutta l’umanità: “Se il Pcc riuscirà a mettere in ginocchio la Chiesa cattolica e altre comunità religiose” scrive Pompeo “i regimi che disprezzano i diritti umani saranno incoraggiati e il costo della resistenza alla tirannia aumenterà per tutti i coraggiosi credenti che onorano Dio al di sopra dell’autocrate del giorno”.

La conclusione di Pompeo è drammatica: “Prego che, nei rapporti con il Pcc, la Santa Sede e tutti coloro che credono… prestino ascolto alle parole di Gesù nel Vangelo di Giovanni: ‘La verità vi renderà liberi’“.

Anche 80 Ong per la difesa dei diritti umani in Cina hanno scritto al Papa chiedendogli di riflettere su quell’accordo. E’ una situazione di una gravità senza precedenti e segna una terribile svolta storica: nel confronto planetario sempre più aspro fra Occidente libero e Cina comunista, il Vaticano rischia di schierarsi di fatto con l’impero comunista, proprio mentre intensifica la repressione religiosa.

Così il Vaticano si separa dall’Occidente libero, ma soprattutto dai cristiani perseguitati.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 21 settembre 2020

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Bergoglio va alla guerra

Bergoglio va alla guerra

Condannando senza appello il sovranismo e accostandolo alla guerra e al nazismo, Papa Bergoglio ha fatto nell’agitato clima d’agosto una dichiarazione di guerra mondiale nel nome della pace e dei migranti. Non ha solo scomunicato Salvini e benedetto la santa alleanza tra grillini e pd, come molti hanno sottolineato, ma ha colpito tutti i sovranisti del mondo, da Trump a Putin, dal nazionalista indiano Modi al cattolico Orban e al brasiliano Bolsonaro che guida il paese cattolico più popoloso al mondo.

Non ricordo un’accusa politica così radicale ed esplicita da parte di un Papa, almeno negli ultimi settant’anni con un paragone così infamante col nazismo e la guerra. Per trovare un vago precedente bisogna risalire alla scomunica di Papa Pio XII, nell’estate del 1949, nei confronti dei comunisti. Ma il comunismo era un regime totalitario e ateo in atto, perseguitava i credenti e i dissidenti, soffocava nel sangue e nel gulag la libertà. Qui siamo a una scomunica a priori nei confronti di leader e movimenti popolari, democratici e liberamente eletti che non si sono macchiati di alcun crimine e non hanno fatto nessuna azione o dichiarazione ostile verso la fede, la Chiesa e i credenti. Scomunicandoli, Bergoglio si è lanciato in uno spericolato paragone tratto dalla propaganda corrente, tra il sovranismo di oggi e il nazismo e la guerra di ieri e di domani. Sarebbe come accusare di comunismo antioccidentale o di complicità col fanatismo islamico chiunque voglia far sbarcare i clandestini e imporne l’accoglienza. Un processo alle intenzioni senza fondamento.

Del resto quante guerre recenti sono state combattute nel nome della pace e del Bene contro le potenze del Male; quante guerre pacifiste, quanti stermini umanitari, quante bombe progressiste sganciate sulle popolazioni, quante invasioni a fin di bene, quanti maltrattamenti e respingimenti democratici di immigrati clandestini. Fu il democratico e pacifista Kennedy a far la guerra in Vietnam e a sfiorare la guerra a Cuba con l’Urss; toccò al “cattivo conservatore” Nixon chiudere la sciagurata guerra in Vietnam e dialogare col comunismo cinese.

Con la sua dichiarazione di guerra ai sovranisti, Bergoglio ha compiuto tre atti ostili in uno: ha offeso i cattolici che liberamente votano per i “sovranisti” riducendoli a potenziali seguaci di Hitler e nemici dell’umanità e della cristianità, erigendo così un muro d’odio e disprezzo nei loro confronti; proprio lui che dice di voler abbattere tutti i muri ne ha eretto uno gigantesco, insormontabile. Ha poi schiacciato la Chiesa su un versante politico a fianco di movimenti, governi e organi laicisti, atei, massonici, di sinistra radicale o all’opposto filo-islamici, comunque avversi alla cristianità e ai suoi valori, alla civiltà cattolica e alla famiglia cristiana. E si è schierato con l’Europa anticristiana degli eurocrati, con l’establishment laicista e col peggior capitalismo finanziario, contraddicendo anche il suo populismo cristiano-terzomondista. Peraltro Bergoglio deve ancora raccontarci che rapporti ebbe con la dittatura argentina quando era influente prelato in patria.

I catto-bergogliani sono insorti con livore e disprezzo (ma sempre in nome della carità) contro chi muove queste obiezioni al Papa, accusandoli d’insolenza. E’ ridicolo che questi cattolici progressisti ricorrano al dogma dell’infallibilità del papa e si trincerino dietro quel principio di autorità che hanno calpestato fino a ieri, diciamo fino a che era Papa Ratzinger.
Il problema è opposto: non è chi critica le dichiarazioni politiche di Bergoglio a mettersi al di sopra del Papa, ma è Bergoglio a scendere al di sotto del suo ruolo di Papa, fino a usare strumenti della propaganda politico-mediatica di sinistra che accusa di nazismo chiunque non la pensi come loro. Un vero Pontefice dovrebbe innalzare ponti e non steccati, dovrebbe porsi al di sopra delle parti e delle ideologie, esortare a trovare un punto di sintesi, sforzandosi di salvare un nucleo di verità in ciascuna delle parti in campo.

Per i catto-bergogliani la verità del Vangelo e della cristianità non è quella trasmessa da duemila anni di tradizione cristiana, di fede, dottrina, esempio di santi e teologi, di papi e martiri. Ma è solo nella lettura che ne fa ora Bergoglio in un volo pindarico dal cristianesimo delle origini al Concilio Vaticano II, con un breve scalo francescano. Il resto è cancellato.
È puerile e riduttiva questa rappresentazione manichea del Bene e del Male. I mali di cui è infestata la società sono molteplici, evidenti e remoti dal sovranismo: la droga e la criminalità derivata, il terrorismo e il fanatismo, la persecuzione dei cristiani nel mondo, la delinquenza diffusa e il traffico di bambini, di uteri, di organi, di donne, di migranti, solo per citarne alcuni. Mali rispetto a cui il sovranismo è considerato da molti come argine e antidoto. Elevando il sovranismo a male sovrano dell’epoca, passano in sordina questi mali globali, coi loro agenti e alleati.

In un mondo dominato dall’ateismo e minacciato dall’islamismo, Bergoglio addita come nemico principale il sovranismo e come suo gesto di massimo sfregio l’esibizione del rosario. Intanto la civiltà cristiana e la fede cristiana vengono cancellate dalla vita pubblica e privata, le chiese, i fedeli e le vocazioni sono in caduta libera, il senso religioso sparisce nell’orizzonte della gente; ma quel che conta è la mobilitazione umanitaria pro-migranti e resistenza contro un presunto pericolo nazista. E intanto i cattolici praticanti in Europa, una volta esclusi i sovranisti, si riducono all’otto per mille della popolazione…

Da Marcello Veneziani

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La basilica di Santa Sofia trasformata in moschea. Il fallimento del dialogo con l’Islam. Perfino Bergoglio dice una parola. Ecco perché.

La basilica di Santa Sofia trasformata in moschea. Il fallimento del dialogo con l’Islam. Perfino Bergoglio dice una parola. Ecco perché.

Sabato scorso “Avvenire” ha fatto un titolo quantomeno ambiguo sulla trasformazione della basilica di Santa Sofia in moschea: “Santa Sofia è di Erdogan”.

Il sottotitolo recitava: “Insorgono l’Onu, gli ortodossi, Usa, Ue e Atene”. Dall’elenco mancava clamorosamente l’istituzione che più avrebbe dovuto manifestare dolore e disappunto: la Santa Sede.

Un silenzio imbarazzante che – col passare delle ore – diventava sempre più insostenibile, perché rischiava di replicare l’analogo silenzio del papa di domenica scorsa su Hong Kong quando Bergoglio si è rifiutato di leggere, all’Angelus, un pensiero sulla repressione della libertà e dell’autonomia di Hong Kong da parte del regime comunista cinese.

Oltretutto con la replica di un altro silenzio papale, stavolta relativo all’Italia, cioè alla controversa legge sull’omofobia, in discussione al Parlamento, che – secondo vescovi, sacerdoti e laici – minaccia gravemente la libertà di insegnamento della Chiesa. Anche su questo il papa – sempre così interventista nella politica italiana – sta osservando il più rigoroso silenzio (pur essendosi pronunciato più volte, in passato, su questi temi).

Dunque Bergoglio ieri ha ritenuto che – almeno sulla vicenda di Santa Sofia – doveva dire una parola, forse anche per non esporsi troppo alle critiche di chi lo accusa di non difendere i cristiani e di chi nota la sua spiccata acquiescenza verso il mondo islamico, persecutore dei cristiani, e verso i regimi comunisti, specialmente quello cinese.

Così ieri all’Angelus papa Bergoglio ha detto una parola su Santa Sofia: si è detto “molto addolorato”. E’ poca cosa, ma è comunque un messaggio, quanto basta per non passare alla storia – fra l’altro – come il papa che è stato indifferente alla trasformazione in moschea di Santa Sofia. Il pronunciamento pontificio esprime infatti il dolore della Chiesa cattolica.

E’ un intervento significativo anche per l’Italia, dove sono stati Matteo Salvini e Giorgia Meloni a intervenire su questo caso che – peraltro – evidenzia il problema internazionale rappresentato dalla Turchia di Erdogan.

Giorgia Meloni ha scritto sulla sua pagina fb:

“Erdogan completa il processo di trasformazione della laica Turchia in un sultanato islamico convertendo (nuovamente) in moschea il museo di Santa Sofia di Istanbul. Con questo atto, che Erdogan crede essere una dimostrazione di forza della sua deriva islamista, l’aspirante sultano non fa altro che ammettere di essere incapace, nel 2020, di costruire qualcosa che possa anche solo avvicinare la maestosità della basilica di Santa Sofia costruita circa 1500 anni fa dalla cristiana Costantinopoli”.

Matteo Salvini, preannunciando anche un presidio della Lega davanti al consolato turco di Milano, ha scritto su Twitter:

“La stessa Turchia che qualcuno vorrebbe far entrare in Europa, trasforma Santa Sofia in una moschea. La prepotenza di un certo Islam si conferma incompatibile con i valori di democrazia, libertà e tolleranza dell’Occidente”.

Con l’operazione Santa Sofia il “Sultano” Erdogan ha riconfermato le sue mire espansionistiche ed egemoniche che vanno addirittura dalla Spagna a Gerusalemme (passando per la Libia).

Infatti Erdogan, parlando ai turchi e ai musulmani di tutto il mondo, ha detto che la “riconversione” di Santa Sofia è “precorritrice della liberazione della moschea al-Aqsa”, cioè di Gerusalemme (gli sono giunti applausi da Hamas) e fa parte del piano che vuole risvegliare l’Islam “da Bukhara, in Uzbekistan, all’Andalusia, in Spagna”. Una sorta di Califfato. Come si vede c’è di che preoccuparsi.

Gad Lerner – sul “Fatto quotidiano” – ieri ha notato l’inquietante riferimento a Gerusalemme, mettendone giustamente in luce il senso destabilizzatore.

Poi ha sentito l’inspiegabile bisogno di improvvisarsi storico parlando del 1236 “quando la reconquista cristiana della penisola iberica fu suggellata dalla trasformazione della Mezquita islamica di Cordoba in cattedrale dell’Immacolata Concezione”.

Lerner probabilmente voleva insinuare che anche i cristiani hanno fatto ai musulmani quello che oggi Erdogan fa con Santa Sofia.

La storia però dice l’opposto, perché la Spagna era cristiana, i musulmani la invasero nel 756 e a Cordova costruirono la moschea dove prima c’era la basilica visigota, del IV-VI secolo, dedicata a San Vincenzo Martire (con la sede episcopale e il seminario).

Gli islamici la demolirono e ci costruirono la Mezquita. Gli scavi archeologici del XX secolo hanno riportato alla luce i resti dell’originaria basilica cristiana. La “reconquista” – lo dice la parola stessa – non fu altro che la liberazione della Spagna dal dominio degli invasori musulmani e per questo, una volta liberata Cordova, la struttura edificata sulla basilica fu ritrasformata in chiesa. Lerner aveva esordito ammonendo che “a scherzare con la storia ci si brucia” e in effetti lui ha provveduto a bruciarsi.

Nella vicenda di Santa Sofia tutto comincia dalla tragica invasione turca che nel 1453 devastò Costantinopoli e pose fine a una civiltà millenaria che aveva illuminato tutto il Mediterraneo. Costantinopoli era letteralmente la seconda Roma.

Per la cristianità orientale di rito ortodosso Santa Sofia è la Chiesa madre, perciò è come sa da noi fosse trasformata in moschea la basilica di San Pietro.

Prima della dichiarazione di ieri del Papa, il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, aveva dichiarato che la “riconversione” di Santa Sofia avrebbe spinto “milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”.

Ma soprattutto il Patriarca della Chiesa ortodossa russa Kirill – che giorni fa aveva già lanciato un appello per scongiurare questa decisione – ha espresso “grande pena e dolore”. Il metropolita Hilarion, presidente del Dipartimento per le relazioni esterne del Patriarcato di Mosca, l’ha definita “un duro colpo per l’ortodossia mondiale”.

Oggi però la Turchia è un problema per il mondo, non solo per i cristiani.

Antonio Socci

Da “Libero”, 13 luglio 2020

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Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

Finire nelle mani della Cina? No,Grazie!

All’Ambasciata americana di via Veneto ieri saranno ammutoliti quando hanno letto ciò che che uno dei leader del M5S, Alessandro Di Battista, ha scritto sul “Fatto quotidiano” sull’abbraccio con la Cina.
In pratica Dibba ha messo a tema un capovolgimento di alleanze internazionali dell’Italia, dallo schieramento occidentale al “rapporto privilegiato con Pechino” nella “terza guerra mondiale” che si sta combattendo e che – parole sue – “la Cina vincerà”.
Siccome i nostri governi da sempre sono definiti anzitutto dalla loro collocazione internazionale, un’affermazione del genere (che non è solo una dichiarazione d’intenti o una sparata a salve) dovrebbe destabilizzare questo esecutivo, dal momento che il M5S ne è il socio di maggioranza ed esprime addirittura il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri.
A meno che anche Pd e Leu (magari per un ritorno di fiamma del loro Dna rosso delle origini) non siano sedotti dall’idea di ributtarsi fra le braccia di un regime comunista orientale (ieri Mosca oggi Pechino).
Eppure era partito bene, Di Battista, criticando l’Ue, il Patto di stabilità “che ha dato inizio all’era dell’austerità” (e al disastro sociale), il Mes e gli altri “strumenti” di cui si sta discutendo a Bruxelles.
Per Di Battista sono “tutte proposte che aumenteranno i debiti pubblici degli Stati”. Aumenteranno anche la tassazione fino a soffocare le economie europee. Infatti l’esponente del M5S sostiene che la Germania vuol far “aumentare i debiti pubblici” degli altri Stati “costringendo presto al rientro i Paesi più esposti a cominciare dall’Italia”.
Per tutti questi motivi – dice Di Battista – “il Mes è una trappola da evitare”, ma di fatto il crollo del Pil e l’aumento del debito ci costringeranno a mettere la testa nel cappio della Ue.
E qui viene lo scenario del M5S tratteggiato da Di Battista: “Ci spingeranno a indebitarci per poi passare all’incasso, ma abbiamo delle carte da giocare. In primis il fatto che senza l’Italia la Ue si scioglierebbe come neve al sole. Poi un rapporto privilegiato con Pechino che, piaccia o non piaccia, è anche merito del lavoro di Di Maio. La Cina vincerà la terza guerra mondiale senza sparare un colpo e l’Italia può mettere sul piatto delle contrattazioni europeo tale relazione”.
Si allude probabilmente all’idea di vendere parte del debito pubblico a Pechino e di fatto si prospetta la trasformazione dell’Italia in una colonia cinese, la base del Dragone in Europa. Con tutto quello che comporta.
E’ abbastanza singolare che il Quirinale – così come i grandi giornaloni dell’establishment – non facciano una piega, visto che si stracciavano e si stracciano sempre le vesti alla più piccola critica alla Ue della Lega, sicuramente filoamericana.
Oltretutto è noto che non si tratta di parole a vanvera di Dibba. Infatti Di Maio, come ministro degli Esteri, si sta davvero spendendo per questo “matrimonio” con Pechino, dall’accordo per la “via della seta” (condannato dagli Usa), al 5G, fino all’emergenza Coronavirus durante la quale la Cina è stata trattata in guanti bianchi pur essendo all’origine della pandemia.
Nel blog di Beppe Grillo il 12 marzo scorso uscì un articolo intitolato “Cina-Italia: un destino condiviso”. Era un’apologia della Cina nella crisi del coronavirus e una critica all’Occidente.
La linea del M5S è chiara da tempo. Basti ricordare i due incontri che Beppe Grillo ebbe il 22 e il 23 novembre con l’ambasciatore cinese a Roma (intervallati da un confronto proprio con Di Maio).
D’altra parte il Vaticano di Bergoglio è l’altro alleato forte del regime cinese e – guarda caso – proprio il papa argentino è il principale sostenitore del premier Conte, espressione del M5S.
E’ un asse che va da Grillo a Bergoglio, passando per Conte e Di Maio. Che il regime cinese sia il nemico n. 1 dell’Occidente a costoro non interessa.

Antonio Socci

Da “Libero”, 20 aprile 2020

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Udienza privata

Udienza privata

Francesco riceve in udienza Giuseppe Conte

La Sala Stampa vaticana ha dato notizia dell’incontro stamattina in Vaticano tra il Papa e il premier italiano

VATICAN NEWS

“Preghiamo per i nostri governanti che devono prendere la decisione su queste misure: che si sentano accompagnati dalla preghiera del popolo”. Francesco aveva aperto così, il 12 marzo scorso, la quarta Messa da S. Marta in tempi di pandemia. Con un pensiero a chi tiene le redini della cosa pubblica e deve fare scelte difficili, anche impopolari. Non è noto il contenuto del dialogo avvenuto questa mattina tra il Papa e il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Giuseppe Conte, che ha incontrato il Pontefice in udienza privata. Ma è noto quanto l’Italia sta affrontando a causa del Covid-19 e quanto Francesco abbia a cuore la situazione della Penisola e non solo.

I precedenti incontri

In precedenza, il Papa e Conte si erano visti brevemente alla fine delle esequie del cardinale Achille Silvestrini. Era il 30 agosto dell’anno passato e di lì a pochi giorni sarebbe nato il secondo governo del premier. La prima udienza in Vaticano era avvenuta l’anno prima, il 15 dicembre 2018, 45 minuti di colloqui per un confronto su diseguaglianze sociali, migrazioni, ambiente e pace.

 

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Dimissioni Papa Ratzinger

Dimissioni Papa Ratzinger

Come oggi, sette anni fa Benedetto XVI lasciava il pontificato ed entrava nella penombra del papato emerito. Ero presente in San Pietro quella mattina. C’era il sole, la piazza era gremita e il Papa citava più volte il cuore per suscitarlo; ma invano. Mi era accaduto altre volte di tagliare con gli occhi un’atmosfera tesa, partecipe e dolente come fu alla morte di Giovanni Paolo II o in altre occasioni liturgiche e visite pastorali. Altre volte ho sentito sfiorare l’aura che per i credenti è il soffio dello Spirito Santo. Quella volta il clima radioso sembrava rubare l’attenzione al rito e l’autunno di un pontificato veniva sopraffatto da un sorprendente annuncio di primavera. Girando tra la gente non vedevo commossa partecipazione, piuttosto turismo e qualche amarezza, forse un filo di delusione e un’onda di umana simpatia, più tanta curiosità. Al di là dell’immagine che ne dava la tv, la gente era spaesata di fronte a un evento inedito. Stava lì a salutare il congedo del Pensionato Eccellente. Una cerimonia mesta e festosa. Il Papa si dilungò nei ringraziamenti come un vecchio preside che va in pensione e ringrazia gli studenti, i bidelli e il corpo docente e poi si sofferma a ricordare che i presidi passano ma la scuola resta, è viva. Ratzinger ripeté tante volte che la Chiesa è viva, anzi “è un corpo vivo” e quell’insistenza tradiva il timore inverso: che quel corpo avesse subito ferite difficilmente sanabili. Ora che sono passati sette anni possiamo ben dirlo.

Il menage tra i due papi è entrato nella crisi del settimo anno e i segni si vedono tutti. Quello speciale “concubinato” è andato via via logorandosi fino al gesto autoritario di Bergoglio di congedare Padre George Ganswein che ha segnato un punto di non ritorno nella relazione tra il papa emerito e il papa in carica. Sette anni fa si pensava che un papa malandato che si dimetteva per ragioni di salute non avrebbe fatto ombra a lungo al papa in carica; e la sua discrezione, la sua schiva timidezza e la sua deliberata scelta di farsi da parte, lasciavano pensare che i papi non si sarebbero mai sovrapposti. Ma le posizioni assunte da Bergoglio, l’enfasi mediatica che le ha moltiplicate, le tifoserie opposte e la nostalgia di un pontificato nel segno della tradizione e della civiltà cristiana, oltre che il piglio dispotico assunto dal pontefice in carica nei confronti di chi dissente dalla sua linea, hanno reso quella coabitazione davvero problematica e sempre a un passo dallo scisma. Ratzinger non ha intenzione di capeggiare alcuna fronda e nemmeno di fomentarla; non ha l’età, il temperamento, la volontà di farlo. Ma resta simbolicamente imbarazzante il bipapismo divergente che rispecchia, al di là delle intenzioni, la divaricazione radicale nella Chiesa e nella Cristianità.

Quando fu eletto quindici anni fa Ratzinger apparve il papa della continuità, non solo rispetto a Woytila ma alla tradizione cattolica. La sua elezione rispecchiava la centralità geopolitica tedesca nell’Europa unita. Sul piano pastorale, l’avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada e una sfida: affrontare il nichilismo, il relativismo e l’ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l’Europa cristiana. Ma la sordità dell’Europa, i pregiudizi verso la Chiesa e il Papa della Tradizione, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici e la pedofilia, le maldicenze contro di lui, l’inimicizia dei poteri che contano, portarono Ratzinger alla ritirata. La Chiesa allora preferì puntare sul cuore anziché sulla testa e ripartire dalle periferie del mondo, a sud, anziché dall’epicentro della crisi, a nord. Con Francesco, il papulista, nacque la parrocchia globale, ecosolidale, l’interclub delle religioni, con una spiccata predilezione verso gli islamici, soprattutto migranti. Restò il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s’incrociano ingenerando smarrimento ottico e pastorale.

Le sue dimissioni pronunciate in latino in quel febbraio di sette anni fa, sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie e indelebili. Si avvertiva nella voce di Ratzinger l’affanno dei secoli e nei suoi occhi che evitavano di incrociare lo sguardo del mondo sembrava celarsi un segreto. Forse la percezione della catastrofe spirituale del nostro tempo, la sordità alla missione religiosa e alle aspettative della fede. Nel suo invecchiare si rifletteva la tremenda vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese svuotate, vocazioni calanti, sacerdoti vacillanti nella fede. Il cinismo che cresce. Ma con Bergoglio le cose anziché migliorare precipitarono.

Ratzinger fu lacerato dal conflitto tra fede e inquietudine, poco compreso dal mondo. Per la sua lievità era più amabile del suo predecessore e del suo successore, ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della nostra società senza padre.

Non si dimenticano i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale, le sue delicate maniere, le sue pantofole rosse. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi serafici, anche quando fu scaraventato per terra (quanta differenza…); occhieggiava all’umorismo degli angeli o si atteggiava a un’affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa nel ruolo del Papa Re nel Marchese del Grillo. Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: siate indulgenti, sono un pensatore che regge il Pontificato. Aveva “quel non so che di angelico”, come diceva Petrarca di Celestino V, il papa che abdicò, “inesperto di cose umane”. Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. Quella luce che ora non vediamo.

MV, La Verità 28 febbraio 2020

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E’più cristiano il Natale “consumistico”di San Francesco, che il Natale politicante dei comizi rancorosi di Bergoglio.

E’più cristiano il Natale “consumistico”di San Francesco, che il Natale politicante dei comizi rancorosi di Bergoglio.

Il Natale riscalda il cuore anche di chi non frequenta più la Chiesa. Come scriveva, nella “Storia dell’idea d’Europa”, il laico Federico Chabod  “non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c’è fra noi e gli Antichi… è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti ‘liberi pensatori’, anche gli ‘anticlericali’ non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo”.

Stessi concetti del papa laico Benedetto Croce  che, nel 1942, scriveva “Perché non possiamo non dirci cristiani”  osservando: “Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto.

Essere nati dopo Gesù significa trovare dovunque la sua luce, significa nascere con una dignità umana e una libertà  che non sarebbero stati immaginabili senza di lui. Per non dire dell’eredità cristiana di bellezza, storia, cultura e carità di cui godiamo, soprattutto se si è nati in Italia.

C’è al cuore di tutto la commozione per la figura di Gesù  che tutti riconoscono sublime e inarrivabile.

Molti ancora si ritroverebbero nelle parole semplici di Enzo Biagi: “Gesù ha detto cose che a tutt’oggi sono insuperabili. E credo che nessuno abbia conosciuto l’uomo come lui. Gesù è una figura misteriosa, difficile da spiegare solo con l’umano. Regge da 2000 anni. Non vedo paragoni in giro”.

Un grande scrittore ebreo, Franz Kafka, interpellato da un amico su Cristo, restò un attimo in silenzio, chinò il capo e disse: “È un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi”.

Anche il laico Albert Camus  accusava il colpo: “Io non credo nella risurrezione però non posso nascondere l’emozione che sento di fronte a Cristo e al suo insegnamento. Di fronte a lui e di fronte alla sua storia non provo che rispetto e venerazione”.

Ci sono tutti questi sentimenti nella collettiva celebrazione del Natale che in questi giorni si vede nelle strade delle città e dei paesi, che unisce credenti e non credenti.

Si potrebbe perfino dire che c’è più religiosità cristiana nel bistrattato “Natale consumistico”  – pieno di luci, regali e buona tavola – che in tanti sermoni clericali, fatti da politicanti carichi di recriminazione, di faziosità ideologica e rancore  (ossessionati in particolare da Salvini, “reo” di ricordare l’identità cristiana  del nostro Paese).

Festeggiare con luci colorate – come fanno molti – è infatti ricordare e accendere sulla strada di tutti la Luce  che, a Betlemme, è entrata nel nostro mondo tenebroso.

E i regali? La “cultura del dono”  – come la chiama Benedetto XVI – è entrata nel mondo dalla grotta di Betlemme quando Dio ha donato se stesso all’umanità, quindi ha donato tutto, venendo fra noi.

E poi il pranzo, il mangiare e il bere, la festa: “Esultiamo! Perché non vi è posto per la tristezza dove si celebra il Natale della vita”, diceva papa san Leone magno.

Potrà stupire, ma è stato soprattutto san Francesco d’Assisi a plasmare questo modo popolare di festeggiare il Natale che oggi – da certi pulpiti – viene sprezzantemente squalificato come “consumistico”.

Il santo poverello non ha solo inventato il presepio  – che del nostro Natale è il centro – ma anche l’idea del dono natalizio, perché per san Francesco – scrive Chiara Mercuri – “il Natale deve essere il giorno della gioia e dell’abbondanza per tutti. Solo se lo sarà per tutti, allora sarà Natale”. Così – conclude la Mercuri – “ognuno dovrà sforzarsi in questo giorno di essere ‘il Natale’ di qualcun altro, senza dimenticare nessuno, nessuna creatura vivente”.

Infatti – si legge nella “Compilatio Assisiensis” – san Francesco “voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e che per amore di Lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse largo e munifico con slancio e con gioia non solo verso i poveri ma anche verso gli animali e gli uccelli”.

Quel giorno sulla povera tavola del convento – scrive la Mercuri – arrivano cibi ricchi, rari, di solito assenti dalla mensa dei frati, come la carne, i formaggi stagionati, il vino, l’olio, il lardo e la frutta fresca. Mendicanti, contadini, medici, notai, nobili si uniranno alla mensa dei frati per festeggiare con loro, e le donne faranno portare ai frati e ai poveri che gli vivono accanto torte di mandorle e miele, mostaccioli, frittelle cosparse di acqua di rosa, rotoli di pasta dolce ripieni di mele, di uva, di noci e cannella, e biscotti all’anice e pan pepato”.

Insomma, il nostro modo di vivere il Natale è quello di san Francesco che nasceva dalla sua commozione per Dio che si fa uomo, nella grotta di Betlemme.

È quel Gesù che affascina perfino i nemici più acerrimi  del cristianesimo. Friedrich Nietzsche, per esempio, un giorno confessò: “(Gesù) ha volato più alto di chiunque altro”.

Ed Ernest Renan  scrisse che “Gesù è l’individuo che ha fatto fare alla sua specie il più grande passo verso il divino”, “Gesù è la più eccelsa di quelle colonne che indicano all’uomo donde venga e dove debba andare. In lui si è condensato tutto ciò che vi è di buono e di elevato nella nostra natura… Gesù non sarà mai superato… tra i figli dell’uomo non è mai nato uno più grande di Gesù”.

Sorprendenti anche le parole su Gesù del giovane Karl Marx“l’unione con Cristo dona un’elevazione interiore, conforto nel dolore, tranquilla certezza e cuore aperto all’amore del prossimo, ad ogni cosa nobile e grande, non già per ambizione né brama di gloria, ma solo per amore di Cristo, dunque l’unione con Cristo dona una letizia che invano l’epicureo nella sua filosofia superficiale, invano il più acuto pensatore nelle più riposte profondità del sapere, tentarono di cogliere; una letizia che innalza e più bella rende la vita.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 24 dicemnre 2019

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Quando la CEI consacrava l’Italia al Cuore Immacolato di Maria in funzione anticomunista. Mentre oggi…

Quando la CEI consacrava l’Italia al Cuore Immacolato di Maria in funzione anticomunista. Mentre oggi…

La Chiesa dovrebbe essere sempre la stessa, custodendo la verità rivelata (che è sempre la stessa) e guidando gli uomini all’eternità.

Ma dal 2013 è diventata un’altra cosa da ciò che è stata per duemila anni. E, al seguito di papa Bergoglio, anche i vescovi italiani sembrano essere passati dal Cuore Immacolato di Maria a quello di Maria Elena Boschi, di Greta Thunberg, di Laura Boldrini e di Emma Bonino.

Infatti si sono buttati in politica scagliandosi non contro chi propugna politiche contrarie ai valori cattolici, ma proprio contro chi si ispira a quei valori.

La pubblica devozione alla Madonna, per loro, è diventata addirittura uno scandalo : il presidente della Cei Bassetti, alla vigilia delle europee, fulminò Matteo Salvini proprio per aver mostrato un rosario in pubblico e per aver affidato l’Italia al Cuore Immacolato di Maria (Il “Fatto quotidiano” titolò: “Cei: votate tutti tranne Salvini’”).

Adesso è uscito un libro che (senza volerlo) fa capire quanto la rivoluzione bergogliana abbia ribaltato la Chiesa. Questo volume ricostruisce un grande evento popolare avvenuto proprio 60 anni fa, nel settembre 1959, per decisione dei vescovi italiani, orientati dal card. Giacomo Lercaro  (che poi sarà uno dei pilastri del Concilio): la Consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria, in chiave esplicitamente anticomunista.

Un evento che “passerà alla storia come la prima decisione della Cei e uno dei primi atti del pontificato di Giovanni XXIII ”. Così scrive Saverio Gaeta che ha pubblicato il volume dalle edizioni San Paolo col titolo “L’eredità segreta di don Amorth (così la Madonna ha salvato l’Italia)”.

Infatti al centro di tutta questa vicenda – come infaticabile organizzatore – c’è proprio quel padre Gabriele Amorth che, negli ultimi decenni, è diventato celebre come esorcista e che – essendo morto nel 2016 – inorridirebbe oggi a sentire le incredibili esternazioni del nuovo capo dei Gesuiti (voluto da Bergoglio), secondo cui il diavolo non esiste (ha detto: “esiste come realtà simbolica, non come realtà personale”, quindi non esiste).

Padre Amorth – racconta Gaeta – ha una storia sorprendente. Nasce nel 1925 in una famiglia cattolica di Modena. Il padre, avvocato, è tra i fondatori del Partito popolare e collabora con don Sturzo. Nel 1943 il giovane Gabriele, diciottenne, è già coinvolto con l’élite cattolica del momento: Dossetti, Fanfani, Vanni Rovighi e Lazzati. Pochi mesi dopo è partigiano nella formazione cattolica “Brigata Italia”.

Il suo punto di riferimento politico durante la guerra di liberazione è Ermanno Gorrieri, che diventerà poi parlamentare, esponente della Sinistra dc, e fondatore della Cisl.

Amorth è un giovane e coraggioso comandante partigiano e finita la guerra viene eletto vicedelegato nazionale dei giovani Dc: il capo era Giulio Andreotti. Quando Andreotti, di lì a pochi mesi, diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio con De Gasperi, la direzione DC chiede ad Amorth di prendere il suo posto, ma lui nel frattempo ha maturato la vocazione religiosa e diventa sacerdote.

Durante il pontificato di Pio XII l’Urss di Stalin arriva con i carri armati fino a Trieste, il comunismo conquista anche la Cina (1949) e l’Italia è il paese occidentale col più forte partito comunista, obbediente agli ordini di Stalin.

In quegli anni la Chiesa medita attentamente le apparizioni del 1917 a Fatima dove la Madonna aveva predetto la rivoluzione bolscevica di Lenin pochi mesi prima che si verificasse e dove aveva profetizzato che “la Russia spargerà i suoi errori in tutto il mondo, fomentando guerre e persecuzioni contro la Chiesa”.

Era esattamente ciò che stava accadendo. Per questo Pio XII ascoltò l’appello della Madonna che a Fatima aveva chiesto di consacrare la Russia al Suo Cuore Immacolato  (lo fece come consacrazione del mondo).

Nel giugno 1953 si verificò la rivolta operaia di Berlino Est (pochi mesi dopo la morte di Stalin) e nel 1956 un’altra rivolta operaia a Poznam, in Polonia, anch’essa repressa nel sangue dal regime comunista. Infine – di lì a pochi mesi – scoppiò la rivolta d’Ungheria, schiacciata nel sangue dai carri armati sovietici.

E’ in questo contesto che matura fra i vescovi italiani la decisione di dar seguito al gesto del papa con la consacrazione dell’Italia al Cuore Immacolato di Maria.

Padre Amorth diventò il segretario del Comitato promotore, ma il vero protagonista dell’evento, per il coinvolgimento della Cei, fu il card. Lercaro, vescovo di Bologna, che scriveva: “Non c’è chi non veda quanto l’Italia abbia bisogno di una particolare protezione per non cadere nel baratro del comunismo”.

La Consacrazione fu fatta, il 13 settembre 1959, al Congresso Eucaristico nazionale di Catania, dove convennero circa 80 mila persone, come scrisse trionfale “l’Avvenire d’Italia”.

Ma l’evento aveva già avuto una ben più colossale partecipazione popolare perché era stato preceduto per cinque mesi dalla “Peregrinatio” della statua della Madonna di Fatima in tutte le città d’Italia. Nelle 107 località toccate si registrarono circa 12 milioni di presenze (l’Italia aveva allora 50 milioni di abitanti) e si verificarono anche eventi straordinari, il più noto dei quali riguardò padre Pio da Pietrelcina che dalla visita della Madonna di Fatima a san Giovanni Rotondo, il 6 agosto, ebbe in dono la guarigione istantanea da una grave malattia che lo faceva penare da mesi.

L’evento della consacrazione fu accompagnato ovviamente da un messaggio di papa Giovanni XXIII e uno del presidente della Repubblica Gronchi.

La “Peregrinatio” della Madonna di Fatima ebbe come tappa finale Trieste dove si decise la costruzione di un Santuario dedicato a Maria Regina d’Italia, “in ricordo della consacrazione e quale atto di riconoscenza della patria preservata dalla tirannide del comunismo ateo”, disse il card. Lercaro (fu lui che benedì la prima pietra mentre Giovanni XXIII “pronunciò un ampio messaggio che fu trasmesso via radio”).

E oggi? Oggi i vescovi italiani attaccano chi affida l’Italia al Cuore Immacolato di Maria. Alle elezioni sono una macchina di propaganda del partito erede del Pci e, in questi giorni, sponsorizzano il governo ultralaicista rossogiallo. Cosa è diventata questa gerarchia clericale?

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 8 settembre 2019

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In morte di Silvestrini, regista del Gruppo di San Gallo.

In morte di Silvestrini, regista del Gruppo di San Gallo.

Ieri mattina è morto all’età di 95 anni il cardinale Achille Silvestrini. Grande amico di Prodi, era considerato una sorta di padre spirituale del centrosinistra italiano. Pare che spinse per la scomunica di Lefebvre, contro il parere di Ratzinger. Assieme agli altri membri del “gruppo di San Gallo” cercò, nel 2005, di stoppare l’elezione di Benedetto XVI e nel 2013 accolse con favore quella di Bergoglio.

Se n’è andato proprio nel giorno in cui il suo ‘figlioccio’, Giuseppe Conte, si apprestava a ricevere l’incarico di formare un nuovo governo, retto da una maggioranza – probabilmente – più gradita a quel mondo del cattolicesimo democratico di cui per decenni fu il più influente rappresentante ecclesiastico. Il cardinale Achille Silvestrini è tornato al Signore alla veneranda età di 95 anni. Si è spento ieri mattina in Vaticano, nell’appartamento a lui in uso da tempo nella Palazzina della Zecca.

Senza dubbio il prefetto emerito della Congregazione per le Chiese Orientali è stato una delle figure più rilevanti della storia della Curia romana nella seconda metà del Novecento ed anche oltre. Basti pensare che il porporato romagnolo entrò in Segreteria di Stato nel lontano 1953, occupandosi di curare i rapporti con i Paesi del Sud-Est asiatico. Per sei anni fu sottosegretario del Consiglio per gli Affari Pubblici della Chiesa (di cui divenne poi anche segretario) e in tale veste guidò la delegazione vaticana alla Conferenza di Ginevra sul Trattato di non proliferazione nucleare. Fu lui a ottenere l’inserimento della menzione sulla libertà religiosa nell’Atto finale della Conferenza di Helsinki del 1975.

Al Palazzo Apostolico ebbe modo di collaborare con Domenico Tardini e Amleto Cicognani (suo concittadino), ma la sua ascesa in Curia avvenne negli anni di lavoro al fianco di Agostino Casaroli, padre della cosiddetta Ostpolitik vaticana, di cui Silvestrini fu uno dei maggiori interpreti.

Durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, che pure non aveva la sua stessa visione sulla politica da adottare nell’Europa orientale, il prelato di Brisighella divenne vescovo e potentissimo segretario per i rapporti con gli Stati. Questo incarico gli consentì di guidare la delegazione della Santa Sede nelle trattative per la revisione dei Patti lateranensi, terminate con l’accordo di Villa Madama nel 1984. Il contributo dato alla firma del nuovo concordato fece da preludio alla sua elevazione al cardinalato, nel concistoro del 28 giugno 1988. Dopo la porpora, però, Giovanni Paolo II lo nominò prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e successivamente alla guida della Congregazione per le Chiese Orientali.

Il congedo dai vertici della diplomazia vaticana non andò a intaccare la sua influenza in Curia e non gli fece venir meno il rapporto privilegiato con gli esponenti principali della politica nazionale. Silvestrini fu a lungo, e ha continuato a essere fino a tempi recenti, il punto di riferimento del cosiddetto cattolicesimo democratico nostrano, che, a Villa Nazareth, la scuola di formazione per giovani meritevoli d’umili origini di cui è stato fino all’ultimo il principale animatore, aveva trovato un po’ il suo tempio. Questo aspetto ha fatto sì che il cardinale diventasse una sorta di padre spirituale per il centrosinistra italiano, specialmente per quello dell’esperienza ulivista: grande amico di Romano Prodi, sembra che ne incoraggiò – secondo diversi retroscena – la candidatura nel 1996, garantendogli le doverose ‘coperture’ nei Sacri Palazzi.

Fu lui, inoltre, a officiare le nozze religiose tra l’allora sindaco di Roma e futuro sfidante di Berlusconi alle politiche del 2001, l’ex radicale Francesco Rutelli e la giornalista Barbara Palombelli, già sposata civilmente anni prima. Ma, d’altra parte, l’interlocuzione dell’ex ‘ministro degli esteri’ vaticano con il mondo della sinistra aveva radici ancora più lontane, visto che già nel 1988 ricevette Alessandro Natta, segretario del Partito Comunista Italiano, a Villa Nazareth, e pochi anni dopo cenò con l’ambasciatore dell’Urss in Italia, Anatoly L. Adamishin, insieme a Massimo D’Alema, numero due del neonato Pds.

Questo non gli impedì, però, di coltivare rapporti di stima e di amicizia anche con personalità politiche in apparenza lontane dalle sue personali convinzioni: con Andreotti, ad esempio, al quale espresse piena solidarietà dopo la condanna di Perugia e con Cossiga, il quale accennò alla passione politica del cardinale in un’autobiografia sull’argomento (“Direi che di tutti, il più italiano dei cardinali è Achille Silvestrini. Quello con cui magari dal punto di vista politico divergo, ma che mostra più sensibilità in materia”).

Ma questa sua particolare caratteristica di diplomatico “di parte”, se da un lato gli valse l’ammirazione di personalità laiche e di buona parte dei cosiddetti cattolici adulti, gli alienò le simpatie di molti altri nel mondo cattolico: secondo una ricostruzione, sarebbe stato proprio il prelato di Brisighella a spingere nel 1988 per la scomunica di Marcel Lefebvre, contro il parere dell’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, che avrebbe invece preferito ricucire con il fondatore della Fraternità San Pio X. Una circostanza che, se vera, confermerebbe le differenze di sensibilità ecclesiale esistenti tra l’ex prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali e il teologo bavarese, emerse – secondo le indiscrezioni filtrate negli anni – anche nel Conclave del 2005.

All’epoca della morte di Wojtyla, Silvestrini non era più cardinale elettore per raggiunti limiti d’età, ma rivestì ugualmente – a quanto si legge in più di una ricostruzione degli eventi – il ruolo di kingmaker, cercando di sbarrare la strada all’elezione di quello che sembrava essere sin da subito il candidato più accreditato. Secondo il vaticanista Marco Politi, proprio Villa Nazareth divenne nei giorni pre-Conclave “il punto di riferimento dei riformatori”. Quegli incontri non costituivano una novità, però, come confermò il cardinal Godfried Danneels nel 2015, rivelando l’esistenza di riunioni periodiche avvenute in Svizzera tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila per discutere del futuro della Chiesa dopo la morte di Giovanni Paolo II, ipotizzandone anche il successore. Si tratta del cosiddetto “gruppo di San Gallo”, di cui molto è stato scritto, e che tra i suoi membri di punta, insieme a Danneels, Kasper, Martini e Murphy-O’Connor, vedeva anche la presenza dell’attivissimo Silvestrini.

Una precisa ricostruzione di questa complessa partita giocata per la successione papale del 2005 si trova nel libro Oltre la crisi della Chiesa di Roberto Regoli ed è stata avvalorata anche da monsignor Georg Gänswein nel corso della presentazione del volume. Il Conclave, in ogni caso, ebbe un esito diverso dagli auspici dell’ex ministro degli esteri vaticano che visse probabilmente senza entusiasmo il pontificato di Benedetto XVI, finendo talvolta al centro di retroscena – mai confermati – che lo accreditavano come ispiratore di ‘fronde’.

Le riunioni del gruppo di San Gallo continuarono anche dopo l’elezione di Ratzinger; e Kasper, rivelandolo ma smentendo l’intento cospirativo, confermò a Frédéric Martel che “Achille Silvestrini ci veniva tutte le volte ed era una delle figure centrali”.

Dopo la rinuncia di Benedetto XVI nel 2013, il porporato romagnolo accolse con favore l’elezione di Bergoglio, il candidato – presumibilmente – individuato già nel 2005 da lui e dagli altri cardinali del gruppo di San Gallo come possibile promotore di un’agenda riformatrice per la Chiesa. In quello stesso anno Francesco si recò a Villa Nazareth per rendere omaggio all’anziano prelato in occasione dei 90 anni da poco compiuti e vi ritornò ancora tre anni dopo per il 70° della fondazione della residenza universitaria.

Con la morte del cardinal Silvestrini scompare senz’altro un protagonista di primissimo piano della recente storia della Chiesa cattolica, la cui influenza capace di arrivare oltretevere viene testimoniata in queste stesse ore dalla ribalta nazionale conquistata da Giuseppe Conte, suo allievo nella scuola della Fondazione Tardini e nuovo, probabile, astro nascente di quel “cattolicesimo dem” di cui a lungo l’ex prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali fu faro e protettore.

La Nuova Bussola Quotidiana

di Testimonium Veritati

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