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IL CARDINALE KOCH A CAMPOBASSO

IL CARDINALE KOCH A CAMPOBASSO

Il 27 novembre l’auditorium “Celestino V” di Campobasso ospiterà il convegno “Il Kerigma di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, cooperatore della Verità e testimone della fede in Cristo”, una cerimonia pubblica per il decimo anniversario dell’opera “Gesù di Nazaret”. L’evento, che avrà inizio alle ore 18, concluderà i momenti celebrativi in occasione del novantesimo compleanno del Papa emerito, promossi dal Centro Culturale Internazionale “Joseph Ratzinger”, in collaborazione con l’arcidiocesi di Campobasso-Bojano, l’Ufficio diocesano per l’ecumenismo e l’Ordine del Santo Sepolcro Sezione Abruzzo e Molise.

Per l’occasione, ricordando anche i cinquecento anni della Riforma, è stato invitato il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il cardinale Kurt Koch, che terrà una lectio magistralis sul tema “La Teologia di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Cooperatore della Verità”.

All’incontro interverranno il presidente del Centro Ratzinger Ylenia Fiorenza, il sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi mons. Markus Graulich, il preside dell’Ordine del Santo Sepolcro Sezione Abruzzo-Molise Carmine de Camillis, il direttore dell’ufficio diocesano per l’ecumenismo padre Joachim Blaj, il pastore valdese Luca Anziani. Le conclusioni saranno affidate all’arcivescovo metropolita, mons. Giancarlo Maria Bregantini.

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Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello: “La Fede non genera odio, non sparge sangue, richiama al dialogo”

Ruth Dureghello
Auguri di Pace e prosperità

a tutto il popolo santo d’Israele.

BUON ANNO 5777 (2016-2017)

SHANA’ TOVA’ !








In occasione del Capodanno ebraico “ROSH HaSHANA’ 5777” , pubblichiamo per intero l’intervento di Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, tenuto domenica 17 gennaio 2016, durante la visita di Papa Francesco alla Sinagoga di Roma, parole di pace e verità per la costruzione di un mondo migliore.
“Sono emozionata nel dare il benvenuto mio, e di tutta la Comunità Ebraica di Roma a Lei, Papa Francesco, terzo Pontefice a varcare la soglia del nostro Tempio Maggiore la cui distanza da S. Pietro seppur breve, è sembrata per secoli incolmabile. L’incontro odierno dimostra che il dialogo tra le grandi fedi è possibile, un impegno volto a garantire accoglienza, pace e libertà per ogni essere umano.
Questo impegno comune si è concretizzato per la prima volta il 13 aprile 1986 con la storica visita di un Papa in questa Sinagoga. Se oggi siamo qui è grazie a due grandi del nostro tempo e soprattutto grazie al loro coraggio: Giovanni Paolo II ed Elio Toaff zl. Che la loro memoria sia di benedizione.
Il 17 Gennaio del 2010 quel gesto si è rinnovato dando il segno della continuità dei rapporti di amicizia tra le due sponde del Tevere ed è per questo che un caloroso saluto voglio indirizzarlo al Papa Emerito Benedetto XVI.

Oggi scriviamo ancora una volta la storia.

Più di mezzo secolo fa incontri come quello al quale partecipiamo oggi sarebbero stati difficili da immaginare. Il Concilio Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, concepì la dichiarazione Nostra Aetate aprendo le porte di un nuovo percorso all’insegna del dialogo. Percorso che, a 50 anni di distanza, continua con la produzione di nuovi documenti, anche grazie alla Commissione Vaticana per i Rapporti con l’Ebraismo.

La Sua visita non porta con sé il segno dei ritualismi. È una tappa importante, in un momento delicato in cui le religioni devono rivendicare uno spazio nella discussione pubblica per contribuire alla crescita morale e civile della società.
Mi sento di poter dire che ebrei e cattolici, a partire da Roma, debbono sforzarsi di trovare assieme soluzioni condivise per combattere i mali del nostro tempo. Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli.

Come sappiamo Roma ha un ruolo universale. Gli ebrei sono qui da ormai 22 secoli. La nostra Comunità, che ha vissuto una storia straordinaria di sopravvivenza dell’identità nonostante le discriminazioni e le persecuzioni, è una comunità vivace, attiva e complessa. In questa Sinagoga, simbolo dell’emancipazione politica della nostra Comunità, dopo la segregazione perdurata per quasi quattrocento anni, sono oggi presenti le tante espressioni dell’ebraismo romano, italiano e internazionale.
Gli Enti Ebraici sono istituzioni con radici antiche e tradizioni solide che rappresentano un ebraismo impegnato, nei secoli, al sostegno dei bisognosi, alla cura dei malati e degli anziani e, soprattutto, all’educazione dei figli e delle nuove generazioni. Persone, nella stragrande maggioranza volontari, che lavorano ogni giorno silenziosamente, con o senza ruoli ufficiali, per tenere viva una Comunità che è il mio più grande orgoglio ed è un grande orgoglio per tutta la città.

Lei, Papa Francesco, ha dimostrato da sempre un’amicizia con il mondo ebraico. Dall’Argentina ha portato con sé un bagaglio di rapporti saldi con l’Ebraismo, ribaditi fin dai primi atti del suo pontificato. Voglio ricordare due momenti in cui mi sono sentita particolarmente toccata dalle sue parole. Il primo, quando, durante la visita della delegazione di questa Comunità in Vaticano, l’11 ottobre del 2013, al quale ho avuto l’onore di partecipare, Lei si è rivolto al nostro Rabbino Capo dicendo che “un cristiano non può essere antisemita. L’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna”. Il secondo, quando incontrando poche settimane fa il Presidente del World Jewish Congress, ha detto che “attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo”. Lo ribadisco perché questa Comunità,   come tutte le comunità ebraiche nel mondo, ha un rapporto identitario con Israele. Siamo italiani, profondamente orgogliosi di esserlo e allo stesso tempo siamo parte del Popolo di Israele.  È attraverso le sue parole che riaffermo con forza che l’antisionismo è la forma più moderna di antisemitismo.


Il Suo viaggio in Israele, e nella sua capitale Gerusalemme, è stato un atto per noi importante. Anche in quell’occasione Lei ha usato parole di profondo rispetto per lo Stato Ebraico auspicando che possa vivere in pace e sicurezza.
Per vedere tutto questo realizzato, dobbiamo ricordare che la pace non si conquista seminando il terrore con i coltelli in mano, non si conquista versando sangue nelle strade di Gerusalemme, di Tel Aviv, di Ytamar, di Beth Shemesh e di Sderot. Non si conquista scavando tunnel, non si conquista lanciando missili. Possiamo affrontare un processo di pace contando i morti del terrorismo? No. Tutti noi dobbiamo dire al terrorismo di fermarsi. Non solo al terrorismo di Madrid, di Londra, di Bruxelles e di Parigi, ma anche a quello che colpisce ormai tutti i giorni Israele. Il terrorismo non ha mai giustificazioni.

La lezione dell’odio che porta solo morte è davanti agli occhi di tutti. Lo insegna la storia recente e quella meno recente. Lo ha visto Lei con i suoi occhi a Buenos Aires che ha conosciuto il terrore   antisemita il 18 luglio del 1994: ottantacinque morti e oltre duecento feriti.

Molti si chiedono se il terrorismo islamico colpirà mai Roma. Signori, Roma è già stata colpita. Un solo nome: Stefano Gaj Taché z.l, due anni, 9 ottobre 1982, ucciso da un commando di terroristi palestinesi. Ringrazio il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per aver onorato la memoria del piccolo Stefano ricordandolo nel suo discorso d’insediamento a Camere riunite e il Presidente Giorgio Napolitano per averlo inserito tra le vittime italiane del terrorismo.

L’odio che nasce dal razzismo e trova il suo fondamento nel pregiudizio o peggio usa le parole ed il nome di D-o per uccidere, merita sempre il nostro sdegno e la nostra ferma condanna.

Papa Francesco, oggi abbiamo una grande responsabilità di fronte al mondo. Di fronte al sangue sparso dal terrore in Europa e in Medio Oriente, di fronte al sangue dei cristiani perseguitati e agli attentati perpetrati contro civili inermi, anche all’interno dello stesso mondo arabo, di fronte agli   orrendi crimini compiuti contro le donne. Non possiamo essere spettatori. Non possiamo restare indifferenti. Non possiamo cadere negli stessi errori del passato, fatti di silenzi assordanti e teste voltate. Uomini e donne che rimasero immobili davanti a vagoni stipati di ebrei spediti nei forni   crematori. Eccoli, oggi in prima fila i nostri sopravvissuti alla tragedia della Shoah a ricordarci che la Memoria non è un esercizio di autoconsolazione per riparare agli orrori commessi. La Memoria del più grande genocidio della Storia dell’Uomo la teniamo viva affinché nulla di simile possa ripetersi. Questo il nostro impegno più grande per il futuro e per le nuove generazioni.
Con questa visita Ebrei e Cattolici lanciano oggi un messaggio nuovo rispetto alle tragedie che hanno riempito le cronache degli ultimi mesi.  
La Fede non genera odio, la Fede non sparge sangue, la Fede richiama al dialogo.
Una convivenza ispirata all’accoglienza, alla pace e alla libertà in cui si impari a rispettare, ciascuno con la propria identità, l’altro. Come oggi qui a Roma, così in ogni luogo. Siamo certi che questa consapevolezza, che non appartiene esclusivamente alle nostre religioni, possa trovare la collaborazione anche dell’Islam. La nostra speranza è che questo messaggio giunga ai tanti Musulmani che condividono con noi la responsabilità di migliorare il mondo in cui viviamo. Insieme possiamo farcela.

Shalom Papa Francesco, Shalom a tutti voi”.

a cura di Per Amore di Gerusalemme

Discorso tratto da: www.mosaico-cem.it

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Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma

Rav Elio Toaff: nel ricordo di Marco Cassuto Morselli – Presidente AEC-Roma


«Oggi che il cristianesimo mostra di voler tornare alle origini»
Il contributo di Rav Elio Toaff al dialogo ebraico-cristiano
«La mia storia ha inizio a Livorno, la città dove sono nato e dove ho imparato a fare il rabbino. Mio padre, allievo di Pascoli e di Benamozegh, era un uomo di vasta e profonda cultura e dirigeva all’epoca il Collegio rabbinico livornese, in cui si erano formati, per oltre tre secoli, alcuni dei più famosi rabbini del mondo. Io fui l’ultimo allievo a terminare gli studi in quella scuola: divenni infatti rabbino nell’autunno del 1939, poco prima che il Collegio venisse chiuso a causa delle leggi razziali, dell’antisemitismo montante e della guerra»[1].
            Nella prima riga della sua autobiografia Rav Elio Toaff nomina Livorno, e subito dopo, insieme, suo padre Rav Alfredo Sabato Toaff e il di lui maestro Rav Elia Benamozegh. Come scrivevo riferendomi a Benamozegh ne I passi del Messia: «Riteniamo non sia un caso che proprio il discepolo di un suo discepolo, ossia Rav Elio Toaff, abbia accolto nel 1986 nella Sinagoga di Roma Giovanni Paolo II… Altri 14 anni, e il Papa sarebbe salito in Israele e a Yerushalayim…»[2].
            1. Intorno al 1867, nel preparare una relazione che accompagnava i programmi di studio del Collegio rabbinico livornese, Benamozegh scriveva: «Si comprese la necessità di porsi al livello dell’ebraismo europeo, ed anche che la scienza non è essenzialmente ereticale e che Livorno poteva sperare di serbarsi ortodossa diventando scientifica. […] Nei vari insegnamenti è intendimento dell’insegnante di porsi e porre a giorno i suoi scolari dello stato attuale e del progresso delle varie ebraiche discipline, sceverando in tutta la moderna cultura il grano dal loglio, segnatamente nella teologia e la filosofia in generale, e di combattere gli errori dominanti e più perniciosi»[3].
            L’indirizzo degli studi ebraici ideato e attuato da Benamozegh rimase invariato anche dopo di lui, portato avanti dai suoi discepoli, in primis Rav Samuele Colombo e Rav Dante Lattes. Così ricorda la Scuola benamozeghiana Rav Alfredo Sabato Toaff: «Per un quarto di secolo Samuele Colombo, nella scuola e fuori, insegnò e fece apprezzare con la parola e con l’esempio le teorie del Maestro; Dante Lattes, da quarant’anni, nella sua opera di giornalista e di scrittore dedica alla verità ebraica, di cui è banditore e apologista efficace, la sua viva intelligenza e le sue doti preclare di pensatore e polemista dotto e brillante». Subito dopo, Rav Alfredo Sabato Toaff ricorda il giorno in cui ricevette da Benamozegh il titolo di Maskil: «Quanto a me, ho presente sempre alla memoria quella mattina di Sabato del 1898 in cui Elia Benamozegh dette la Semichah a Dante Lattes del titolo di Hacham ed a me di quello di Maskil, né ho dimenticato le parole che Egli, ponendomi sul capo il taleth, mi sussurrava all’orecchio: “Ricordati che per me questa non è una formalità; conto molto su di te!”»[4].
            Nel 1900 il successore di Benamozegh a Livorno fu Rav Samuele Colombo[5], e nel 1923 fu Rav Alfredo Sabato Toaff  a succedergli a sua volta e a raccogliere l’eredità del Maestro.
            Elio Toaff conseguì la laurea rabbinica nel 1939, di fronte a una Commissione composta da Rav Augusto Hasdà di Pisa, Rav Ermanno Friedenthal di Verona e Rav Dario Disegni di Torino.
Colui che più di tutti aveva curato la sua preparazione era stato suo padre, e l’insegnamento continuò pure dopo il conseguimento del titolo. Anche in fuga, durante la guerra, nascosti a Nocette, tra Viareggio e Camaiore, la maggior parte del tempo la passavano studiando insieme.
Avvenne allora che, avvicinandosi Pesah, si dovevano preparare le azzime e il vino e procurarsi una Haggadah. Il padre ricordava la Haggadah a memoria, per cui gli riuscì di metterla per iscritto, un po’ di farina venne trovata, ma come fare per il vino? Anche in questo caso venne in aiuto l’insegnamento di Benamozegh: il padre  raccontò che il suo maestro gli aveva spiegato in che modo i suoi antenati, in Marocco, facevano il vino per la festa con l’uva passa. Elio riuscì a procurarsi due chili di uva passa, che venne messa per una settimana in un recipiente con quattro litri d’acqua, poi coperto con un velo: «Quando finalmente andammo a vedere cosa era successo, constatammo con grande meraviglia che nel recipiente c’erano bei chicchi d’uva che sembravano freschi. Li prendemmo e li pigiammo e poi li lasciammo là a fermentare. Quando il liquido cominciò a bollire, lo filtrammo e lo mettemmo in bottiglie. Vennero fuori tre bottiglie e mezza di vino»[6].
             Alain Elkann gli domandò una volta se era divenuto rabbino per vocazione, se aveva sentito una chiamata. Questa la sua risposta: «Le dirò, io ero affascinato da quello che faceva mio padre. Era l’esempio che io avevo di una vita ben vissuta: la sua dedizione, la sua conoscenza profonda, non soltanto dell’ebraismo, ma anche del mondo classico. Lui era un grecista di chiara fama, conosceva a memoria i lirici greci. […] Da lui ho avuto questo insegnamento: che l’ebraismo deve essere completato da una profonda conoscenza della civiltà, della letteratura, della storia del paese in cui viviamo, perché altrimenti mancherebbe qualche cosa e saremmo fuori dalla realtà»[7].
            Qualche anno più tardi Elkann gli chiese: «Cosa le ha insegnato suo padre?» e lui rispose: «Tutto. Io non sono mai stato nelle scuole pubbliche, sono sempre stato alle Scuole ebraiche e al Collegio rabbinico dove l’orario delle lezioni era questo: una lezione di italiano, una di Talmud, una di greco, un’altra di Bibbia, e così via. Questo ci ha fatto scoprire come ci fosse qualcosa che legava tutto, che la parte ebraica non era avulsa, che non era divisa, separata. Noi vivevamo in un mondo dove il mondo classico e l’ebraismo convivevano naturalmente»[8].
            Nel Dopoguerra, si trattava di ricostruire la vita ebraica in Italia dopo le devastazioni: ottomila deportati, Sinagoghe distrutte, Comunità disperse. A Roma viene riaperto il Collegio rabbinico italiano. Nominato nel 1946 Rabbino Capo di Venezia, Elio Toaff organizza una “Jeshivà Ozar ha-Torà” alla quale partecipano quasi tutti i Rabbini italiani. Le lezioni sono tenute da Rav Alfredo Sabato Toaff: «Mio padre fu un maestro eccezionale, sapiente, colto, instancabile, e seppe ridestare in noi l’interesse per la cultura ebraica, per cui alla fine del corso eravamo tutti soddisfatti, e felici di aver potuto ricominciare a dedicare il nostro tempo a quello studio che è sempre stato la base della vita di ogni ebreo»[9].
            Nel 1951 Rav Elio Toaff viene chiamato a Roma. Nella cerimonia per l’insediamento «io aprii il corteo dei rabbini e degli officianti e mi recai davanti all’Arca della Torà dove ad attendermi c’erano i membri della Consulta rabbinica italiana. Mio padre si fece avanti e con voce commossa pronunciò in ebraico queste parole: “In nome della Consulta rabbinica italiana io ti saluto Rabbino Capo degli ebrei di Roma”»[10].
            2. Tra gli insegnamenti ricevuti dal padre, Elio Toaff ricorda quello di non essere a priori diffidente nei confronti dei preti e della Chiesa: «Notoriamente gli ebrei hanno sempre provato una certa diffidenza nei confronti dei preti e della Chiesa, e la cosa appare abbastanza giustificata se si considera che per circa duemila anni la Chiesa li ha emarginati, perseguitati e persino mandati a morte a causa della loro fedeltà all’antica religione, trasformandoli in un popolo disprezzato e reietto. […] Da questa giustificabile diffidenza, però, mio padre mi aveva insegnato a prendere le distanze, sostenendo che dovunque c’è il buono e il cattivo, e che occorre valutare caso per caso se si vuole essere obiettivi e non cadere negli stessi errori di coloro che, giudicando gli ebrei, generalizzano mettendo tutti nello stesso calderone»[11].
            Il padre era amico del canonico Polese, con il quale aveva in comune la passione per i libri, del parroco di Santa Maria del Soccorso, che abitava nel loro stesso palazzo, e anche il Vescovo si intratteneva con lui per avere delucidazioni su passi biblici o rabbinici. Nel periodo delle persecuzioni «furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole»[12]. Nella primavera del 1949, nel periodo veneziano,  un parroco venne a informarlo che il Patriarca Agostini avrebbe avuto piacere di conoscerlo. L’invito fu accettato e così si incontrarono: «Il patriarca non sedette sul tronetto che era al centro della sala, ma in poltrona vicino a me. Parlammo di tanti argomenti, della mia Comunità, dell’Olocausto, della nascita dello Stato d’Israele, ed ero stupito nel vedere con quanta affabilità mi parlava e quanta comprensione dimostrava per i problemi così gravi che il popolo ebraico stava affrontando per la ricostruzione. Fu quella la mia prima positiva esperienza di un processo di distensione e di avvicinamento che nel corso degli anni doveva manifestarsi in tutta la sua ampiezza e importanza»[13].
            A Roma le occasioni d’incontro si moltiplicarono. Frequentando la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico conobbe padre Agostino Bea, poi ebbe modo di collaborare con padre Cornelius Adriaan Rijk, direttore del Sidic, ed ebbe anche frequenti contatti con padre Mariano, un cappuccino molto noto perché aveva una sua rubrica in televisione: «Questa fiducia, che tanti religiosi intelligenti e onesti mi dimostravano, mi dava soddisfazione e mi faceva piacere, perché era la prova che la mia azione nella Comunità ebraica, volta a dissipare sospetti e rancori secolari in vista di un futuro migliore di comprensione e di apprezzamento, stava dando i suoi frutti, abbattendo le difficoltà e lo scetticismo di chi non credeva che alle parole sarebbero seguiti i fatti»[14].
            La notte in cui Giovanni XXIII entrò in agonia, Toaff sentì imperioso il bisogno di unirsi ai tanti cattolici che vegliavano in preghiera a piazza S. Pietro. Era un omaggio al Papa che aveva convocato il Concilio nel quale sarebbe stata approvata Nostra Aetate, un uomo «semplice, buono, sensibile e onesto» che un Sabato mattina si era fermato a benedire gli ebrei che uscivano dalla Sinagoga «ed era forse quello il primo vero gesto di riconciliazione»[15].
            Il primo incontro con Giovanni Paolo II ebbe luogo l’8 febbraio 1981 nella canonica di San Carlo ai Catinari. Era stato il Papa, in visita a quella Chiesa al confine con il Ghetto, a esprimere il desiderio di incontrarlo. Rav Toaff fu colto di sorpresa, ma dopo aver riflettuto decise di accettare: «Il doloroso passato dell’umiliante clausura nel ghetto, caratterizzato per noi ebrei di Roma dalla sofferenza e dalla emarginazione, seppure non può e non deve essere dimenticato, perché è nelle radici degli ebrei di questa città, e fa parte della loro storia come dei loro sentimenti, certamente deve cedere il passo di fronte alla nuova realtà che, a partire dal Concilio Vaticano II, sta riscoprendo i valori del giudaismo, raccomandando ai cristiani il ritorno alle loro origini per la ricerca della loro più profonda identità»[16].
            Proprio la fiducia in questi nuovi rapporti consentiva a Rav Toaff di trovare i canali giusti per far pervenire la sua protesta tutte le volte che qualche episodio a suo avviso contrastava con i nuovi orientamenti.
            All’inizio del 1986 con molta cautela mons. Mejia iniziò a sondare il terreno per vedere se sarebbe stata possibile una visita del Papa in Sinagoga. Anche questa volta Rav Toaff fu colto di sorpresa: «Ricordavo ancora con tristezza quando, al funerale di mio padre, il vescovo di Livorno non aveva potuto entrare nel Tempio per assistere alle preghiere perché – aveva spiegato – una regola secolare glielo impediva. Come avrebbe potuto farlo oggi il Vescovo di Roma?»[17].
            Toaff rifletté, si consultò con il Consiglio della Comunità, poi con la Conferenza dei rabbini europei, e la decisione fu presa. Il 13 aprile 1986 «alle 17.15 Giovanni Paolo II fece il suo ingresso nel giardino del Tempio, venne verso di me a braccia aperte e mi abbracciò. E mentre lui si accingeva  a entrare nella Sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni. […] Passai in mezzo al pubblico silenzioso, in piedi, come in sogno, il papa al mio fianco, dietro cardinali, prelati e rabbini: un corteo insolito, e certamente unico nella lunga storia della Sinagoga. Salimmo sulla Tevà e ci volgemmo verso il pubblico. E allora scoppiò l’applauso. Un applauso lunghissimo e liberatorio, non solo per me, ma per tutto il pubblico, che finalmente capì fino in fondo l’importanza di quel momento»[18].
            Dopo aver reso omaggio a Giovanni XXIII e a Jules Isaac, dopo aver ricordato i martiri ebrei di ogni tempo, dopo aver indicato alcuni punti di un lavoro comune a beneficio dell’umanità, Rav Toaff toccò quel tema che ancora oggi è problematico e di urgente attualità: «Il ritorno del popolo ebraico alla sua terra è stato chiamato, dai nostri maestri, l’inizio dell’avvento della Redenzione. Esso deve essere riconosciuto come un bene e una conquista irrinunciabili per il mondo, perché prelude – secondo l’insegnamento dei Profeti – a quell’epoca di fratellanza universale a cui tutti aspirano e a quella pace redentrice che trova nella Bibbia la sua sicura promessa. Il riconoscimento a Israele di tale insostituibile funzione sul piano della redenzione finale, che Dio ha promesso, non può essere negato»[19].
            Sempre nel 1986, il 27 ottobre, venne organizzata ad Assisi la prima giornata interreligiosa di preghiera per la pace, alla quale Rav Toaff partecipò con una delegazione perché «pregare per la pace è un dovere preciso per ogni ebreo»[20].
            Nel 1993 vennero stabilite regolari relazioni diplomatiche tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede e nel 2000 Giovanni Paolo II salì in pellegrinaggio a Gerusalemme, deponendo tra le pietre del Kotel una commovente richiesta di perdono:
«Dio dei nostri padri,
tu hai scelto Abramo e la sua discendenza
perché il tuo Nome fosse portato alle genti:
noi siamo profondamente addolorati
per il comportamento di quanti
nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli,
e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci
in un’autentica fraternità
con il popolo dell’alleanza.
Per Cristo nostro Signore»
3. Ricordando nel 1985 la figura di Yoseph Colombo, figlio di Rav Samuele Colombo, Elio Toaff scriveva: «Il mio desiderio, ed il suo, era quello di pubblicare nella rivista del Collegio rabbinico, un po’ alla volta, tutte le opere [di Benamozegh] rimaste inedite ma ora che egli non c’è più, la realizzazione di un tal programma diviene quasi impossibile»[21]. Eppure, negli ultimi vent’anni, sono stati pubblicati otto libri di Benamozegh: Israele e l’umanità. Studio sul problema della religione universale (Marietti 1990); Morale ebraica e morale cristiana (Marietti 1997);  Israele e Umanità. Il mio Credo (ETS 2002); L’origine dei dogmi cristiani (Marietti 2002); Il Noachismo (Marietti 2006); Storia degli esseni (Marietti 2007); L’immortalità dell’anima (La parola 2008); Shavuot. Cinque conferenze sulla Pentecoste(Belforte 2009). Israele e l’umanità è stato tradotto in inglese (Paulist Press 1995) e in spagnolo (Riopiedras 2003), Morale ebraica e morale cristianaè stato ristampato nell’originale francese (In press 2000) e in traduzione inglese (Kessinger 2008 e Cornell 2009). E’ stata anche ripubblicata l’autobiografia del discepolo noachide di Benamozegh: A. Pallière, Il Santuario sconosciuto. La mia “conversione” all’ebraismo (Marietti 2005).
            Giustificato era il sereno ottimismo con il quale Toaff chiudeva la sua autobiografia: «Tramandare quella tradizione che era caratteristica della scuola in cui mi sono formato sotto la guida di mio padre, il quale a sua volta seguiva la tradizione del grande Benamozegh e di quelli che venivano chiamati nel mondo “Hachmè Livorno”, i saggi rabbini livornesi, è stato ed è lo scopo principale della mia vita. E non mi posso lamentare dei risultati, se mi soffermo a considerare la dottrina e la capacità dei miei allievi e l’affetto che mi dimostrano, cercando di collaborare con me con generoso slancio e filiale affetto»[22].
            4. E’ un pomeriggio freddo e umido del gennaio 2010. Un piccolo corteo si avvicina al portone di via Catalana dove un uomo anziano con un cappello nero, un cappotto nero, un talled sulle spalle è in piedi in attesa. Anche questa volta la prima persona a incontrare il Papa è lui, ora Rabbino Capo Emerito di Roma.
            Benedetto XVI gli stringe le mani dicendo: «Sono lieto di incontrare colui che ricevette il mio amato predecessore». La Sinagoga è illuminata, gli invitati seguono su due grandi schermi, non riescono a frenare l’applauso.
            Il corteo si congeda e si dirige verso il Tempio dove sta per avere inizio la cerimonia. Rav Toaff  prima di rientrare in casa si volge ancora una volta a guardare e, con occhi lucidi, mormora: «Bene, bene così… ».
            5. La sera di domenica 19 aprile 2015, il 30 nissan 5775, undici giorni prima del suo 100° compleanno, Rav Elio Toaff lascia questo mondo. Molti si raccolgono in preghiera nel Tempio maggiore appena la notizia si diffonde, altri giungono al mattino per un ultimo saluto prima che le spoglie mortali di colui che è stato per 50 anni Rabbino Capo di Roma raggiungano l’amata Livorno.
Marco Cassuto Morselli 
Presidende Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma 


[1] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, Mondadori, Milano 1987, p. 3.
[2] M. Morselli, I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo, Marietti, Genova-Milano 2007, pp. 11-12.
[3] A. S. Toaff, Il Collegio rabbinico di Livorno, in «Annuario di studi ebraici», IX, 1977-79, pp. 119-120.
[4] ivi, pp. 120-121.
[5] Nel cinquantenario della sua scomparsa è stato ricordato nella «Rassegna Mensile d’Israel» XXXIX, 1973, con articoli e testimonianze.
[6] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 78.
[7] E. Toaff – A. Elkann, Essere ebreo, Bompiani, Milano 1994, p. 20.
[8] E. Toaff – A. Elkann, Il Messia e gli ebrei, Bompiani, Milano 1998, p. 88.
[9] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 156.
[10] ivi, p. 168.
[11]ivi, p. 213.
[12] ivi, p. 214.
[13] ivi, p. 159.
[14] ivi, p. 219.
[15] ivi, p. 220.
[16] ivi, p. 228.
[17] ivi, p. 233.
[18] ivi, pp. 238-239.
[19] ibidem.
[20] ivi, p. 241.
[21] E. Toaff, Il pensiero di Elia Benamozegh rivive in Yoseph Colombo, in «Rassegna Mensile d’Israel», LI, 1985, p. 241.
[22] E. Toaff, Perfidi giudei, fratelli maggiori, cit., p. 248.
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Vignette e religione: sì o no?

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Una riflessione su rispetto e libertà


di: Vittorio Robiati Bendaud


Una premessa: sin da ragazzo sono lettore di Tex e di Dylan Dog. Complimenti, dunque, a casa Bonelli, che ha tanti meriti nell’alfabetizzazione – e non solo – di questo Paese.
Il fatto: la concorrente Editoriale Cosmo di Reggio Emilia ha diffuso in edicola questo mese il fumetto Nosferatu, con avventure di umani e vampiri. Tra gli epocali fenomeni narrati ci sarebbe l’umano vampirizzato Yehoshua di Nazareth, alias Gesù, ivi inclusa la sua resurrezione, trionfo della sua leadership e di un certo vampirismo (cfr. p. 68 e segg).


Non credo che l’ebreo Yehoshua di Nazareth, esponente di correnti ebraiche molto vicine all’ebraismo farisaico e influenzato forse dal coevo essenismo, al pari del Gesù Cristo degli amici cristiani, necessiti di difensori d’ufficio. Tramite i suoi insegnamenti, si difende benissimo da solo.


Tuttavia credo che da difendere ci sia il ben ragionare. Cartesio riteneva che il buon senso fosse diviso equamente tra gli esseri umani. Lo storico Marco Cipolla ci ha meglio edotti, fortunatamente, sulle leggi fondamentali della stupidità umana.


Dopo Charlie Hebdo, la domanda è: “E se ci fosse stato, anziché Gesù – o Mosè – (entrambi ebrei, comunque), Maometto? Che cosa sarebbe successo?”.


So già che, anche con un innegabile fondo di verità, molti converrebbero nel sostenere che l’errore consiste nel denigrare le religioni, deriva erronea della libertà di espressione. Sono d’accordo.


Tuttavia, vi è un grave vulnus: questa riflessione, così assennata, si fa strada dopo la tragedia parigina, dopo il terrore. Ci si esprime, per così dire, a posteriori


Accade a posteriori, in primo luogo, perché per anni si sono denigrati cristianesimo ed ebraismo e i loro rappresentanti in varie forme (si pensi, non da ultimo, alla locandina irriverente di un concerto punk a Ferrara denigrante il locale arcivescovo, per non parlare delle vignette offensive che circolarono su Benedetto XVI), senza il turbamento indignato di nessuno. Dov’erano gli indignati? Nel caso, chi li ha presi sul serio? Per i più si trattò, conseguentemente, di satira legittima, talché le rampogne degli offesi furono considerate come iper-sensibilità o come intolleranza. 


Quella stessa buona e colta espressione della società “laica” che oggi chiede il rispetto per l’Islàm è rimasta indifferente all’analogo trattamento riservato a ebrei e cristiani, quando invece non divertita o addirittura complice soddisfatta. Parimenti molti “intellettuali” ebrei e cristiani – ahimè quasi tutti purtroppo delle aree progressiste e politicamente orientati a sinistra -, in relazione a questo tipo di “satira”, hanno spesso preferito lasciar correre, sentendosi “liberali” e “tolleranti” e dimostrando, purtroppo, troppo poco attaccamento alle rispettive Comunità di fede e ai loro simboli più cari. Chi di questi due diversi, ma parimenti inani, gruppi di intellettuali e politici, ha tuonato e prende, per esempio, sul serio le migliaia di vignette antisemite, realmente demonizzanti gli ebrei, che riempiono i giornali del mondo arabo islamico da decenni e che sono da tempo ormai diffuse anche in Europa? La domanda è dunque anzitutto questa: perché invalsi trattamenti diversi circa la comune percezione dell’esercizio del diritto di satira – o della sua censura – per cristiani e ebrei da una parte e musulmani dall’altra?


Rispetto ai fatti del terrore di matrice islamica – a Parigi e non solo – la riflessione sul diritto di satira è a posteriori anche da un secondo punto di vista, più insidioso e preoccupante.


Si può invitare con fermezza, senza ambiguità insidiose, al rispetto per le religioni, ponendo limiti alla libertà di espressione e di satira, solo dopo il terrore? Specifico meglio: si può fondare – o invocare – una morale pubblica e intersoggettiva “del rispetto” unicamente a fronte del terrore esperito? Dunque, in definitiva, solo in quanto reazione, subendo così ancora la paura? Per dirla fuori dai denti: non è profondamente insidioso ed errato fondare il rispetto sulla paura?

Questo assoggettamento – a posteriori – a un’etica giornalistica e satirica della cautela a fronte del terrore scatenatosi – o potenziale e latente -, oltreché risentire di una debolezza concettuale e morale intrinseca, significa ahimè darla parzialmente vinta ai terroristi che, proprio con il terrore, vogliono imporre il loro non-pensiero e il loro fanatismo e, sempre con il terrore religioso, fondare l’etica pubblica.

Chissà se quanti oggi invocano, giustamente, il rispetto delle religioni in relazione a certa satira hanno pensato anche a questo dettaglio etico e politico, tutt’altro che trascurabile?


Permangono altre domande, diverse ma convergenti. 

Possono le religioni, che giustamente invocano la necessità di una satira non offensiva (con l’interrogativo non banale per l’autorità civile laica, aperto a risposte multiple e tra loro forse inconciliabili, di come individuare il limite giuridico dell’eventuale offesa), evitare di banalizzare e presentare in maniera caricaturale o, peggio, demoniaca, l’altro da sé, credente in altre fedi oppure non-credente? Anche in questo è necessaria la reciprocità. L’ebraismo, oltreché in alcune concezioni teologiche e normative arretranti all’epoca talmudica (la dottrina del Noachismo), pur con opinioni diverse, già nei suoi Maestri medievali, aveva dato risposte significative e costruttive (in rapporto, in particolare, agli altri due monoteismi). Si pensi a Yehudah ha-Levì e a Maimonide e, successivamente, a rabbini insigni quali ‘Emdin, Rivkis, Hirsch, Sacks. Il cristianesimo cattolico ha risposto in maniera ufficiale e vincolante in vari passi celebri di Nostra Aetate, della Lumen Gentium e della Gaudium et Spes.


Può l’Islàm condannare le vignette antisemite che circolano sui giornali arabi e di altri Paesi islamici? Può l’Islàm evitare di ridurre gli ebrei a coloro che hanno alterato la Rivelazione divina e i cristiani a coloro le cui pratiche cultuali posseggono sapori idolatrici, apprezzandoli positivamente e evitandone caricature, siano esse teologiche, morali o politiche?


Può la cultura laica evitare di banalizzare le religioni, svilendole unicamente – o in prima istanza – a generatori di violenza, anche se esistono legami insidiosi tra religioni e violenza? Può la cultura laica evitare di offrire una errata visione caricaturale, pseudo-illuminista, delle religioni, tal ché esse costituiscano soltanto un coacervo di ignoranza, psicosi collettive, mortificazione della libertà individuale e dispotismo? 


Avrei, infine, delle domande da porre a coloro che fanno satira “senza freni” e a certi vignettisti, specie in relazione al loro senso di responsabilità sociale. Tuttavia, a fronte di morti così orrende, preferisco condividere il loro lutto. Anche perché vi è un discrimine netto e inviolabile tra il dominio della parola, anche se mal esercitata, e il dominio della violenza fisica, laddove chi compie certi atti è meno che animale. Per non offendere gli animali, si capisce. 
Per il momento, in relazione agli editori di Nosferatu, mi chiedo – ed è ovviamente solo una provocazione – a quando, dopo Gesù, Mosè e Maometto? Saranno mummie, zombie o licantropi?


Vittorio Robiati Bendaud
29/01/2015 Milano
Fonte: www.mosaico-cem.it




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Shoah: “macchia indelebile della storia”

Shoah: “macchia indelebile della storia”

SHLOMO VENEZIAun nome da ricordare


Il 1° ottobre 2012, all’età di 89 anni, è morto a Roma Shlomo Venezia, uno degli ultimi sopravvissuti alla Shoah. Internato ad Auschwitz – Birkenau, Shlomo Venezia, è stato un tenace testimone degli orrori da lui vissuti, e ne ha trasmesso la memoria alle nuove generazioni con incontri, visite guidate ad Auschwitz e con tanti suoi scritti.

“Possano i nomi di queste vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie simili a questa!”. (Benedetto XVI, dal discorso allo YAD VASHEM)

Per non dimenticare l’abisso dell’orrore messo a punto dalla follia nazista, principalmente contro il popolo ebraico, e per ricordare i sei milioni di ebrei, vittime innocenti di un regime feroce, proponiamo una nostra breve presentazione del documento vaticano: “Noi ricordiamo: Una riflessione sulla Shoah”, del 12 marzo 1998.

Giovanni Paolo II, nella lettera che accompagna il documento, ricorda innanzi tutto di avere egli stesso parlato con “profondo rammarico”, e in numerose occasioni, delle sofferenze del popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale e definisce la Shoah una “macchia indelebile della storia” del nostro secolo. Non si può – aggiunge il Papa – celebrare autenticamente il Giubileo ed entrare con spirito rinnovato nel terzo millennio dell’era cristiana senza: “purificare i cuori attraverso il pentimento per gli errori e le infedeltà del passato”. Egli invita i figli e le figlie della Chiesa “a mettersi umilmente di fronte a Dio e ad esaminarsi sulle responsabilità che anch’essi hanno sui mali del nostro tempo”.

Il Papa esprime inoltre la sua “fervida speranza che il documento “Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah”, aiuti veramente a guarire le ferite delle incomprensioni ed ingiustizie del passato” affinché non sia mai più possibile in futuro “l’indicibile iniquità della Shoah”.

Giovanni Paolo II, auspica in fine che, con l’aiuto di Dio, Ebrei e Cattolici possano lavorare insieme per un mondo in cui venga rispettato il diritto alla vita e riconosciuta la dignità di ogni essere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Il Documento è diviso in 5 parti:

I. La tragedia della Shoah e il dovere della memoria.

L’indicibile tragedia della Shoah, dello sterminio programmato del popolo ebraico da parte dei nazisti non potrà mai essere dimenticato! Abbiamo tutti il dovere della memoria!
Il dovere della memoria, contro qualsiasi revisionismo storico. Il dovere della memoria, perché possiamo sempre tenere presente di quali azioni abiette possa essere capace l’uomo quando disprezza l’immagine di Dio che è in lui ed in ogni altro essere umano.
Il dovere della memoria, per costruire un futuro in cui non ci sia più posto per i cosiddetti super uomini, capaci di produrre aberrazioni simili!

II. Che cosa dobbiamo ricordare?  

Dobbiamo ricordare, innanzi tutto che il popolo ebraico, a causa della sua fede nel Dio unico e per la sua adesione agli insegnamenti della Toràh, ha sempre sofferto nel corso dei secoli, tribolazioni e schiavitù. Soprattutto, il “massacro” di sei milioni di ebrei avvenuto nel nostro secolo, al centro della cristianissima Europa, “va oltre – dice il documento – la capacità di espressione delle parole”.

III. Le relazioni tra ebrei e cristiani.

Nella terza parte, il documento vaticano rileva il bilancio negativo delle relazioni tra ebrei e cristiani durante duemila anni di storia del cristianesimo, e parla di “gruppi esagitati di cristiani” che, quando il cristianesimo diventò in diverse nazioni religione di stato, di maggioranza, distruggevano templi pagani e sinagoghe. Ci sono state, inoltre, erronee interpretazioni del Nuovo Testamento – fermamente condannate dal Concilio Vaticano II – che, fino ai giorni nostri, hanno generato ostilità verso gli ebrei.

Discriminazione generalizzata, antigiudaismo, diffidenza, violenze, saccheggi e massacri degli ebrei da parte dei cristiani che “predicavano l’amore verso tutti, compresi i nemici”. Minoranza ebraica presa come capro espiatorio!

Viene ricordato che il razzismo propugnato dal nazionalsocialismo in Germania è stato condannato da parte della Chiesa cattolica di quella nazione. Con la sua Enciclica in lingua tedesca, Mit brennender Sorge, Pio XI aveva condannato l’antisemitismo come inaccettabile… “Spiritualmente siamo tutti semiti!”, aveva detto (6 settembre 1938). La prima Enciclica di Pio XII, Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, metteva in guardia contro il razzismo e la deificazione dello Stato che potevano condurre all’ “ora delle tenebre”.

Il punto più controverso dell’intero documento è proprio quello in cui si parla di Pio XII. Ci sono state molte contestazioni e obiezioni al riguardo. A questo proposito, ricordiamo quanto ha detto il Cardinal Cassidy in una sua Conferenza stampa a Londra: “Noi non diciamo che questa sia l’ultima parola sui vescovi tedeschi e neanche su Pio XII… Quello che noi diciamo (di Pio XII) è che non fu lui il “cattivo” (di questa storia). Toccherà alla storia giudicare se abbia fatto o no tutto quello che avrebbe dovuto fare.” (Avvenire, 14 maggio ’98).

IV. Antisemitismo nazista e la Shoah.

Il documento Vaticano spiega la differenza tra “l’antisemitismo, basato su teorie contrarie al costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano…e i sentimenti di sospetto e di ostilità perduranti da secoli che chiamiamo antigiudaismo, dei quali purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”.

Il “costante insegnamento della Chiesa circa l’unità del genere umano” ha le sue radici nel Primo Testamento: tutti discendiamo da un unico uomo, Adàm , affinché nessun essere umano possa ritenersi superiore ad un altro; è quanto i rabbini insegnano da secoli! E’ scritto nella Torà!

Riguardo all’antigiudaismo, dire semplicemente che “purtroppo, anche dei cristiani sono stati colpevoli”, ci sembra veramente riduttivo! Al posto di “purtroppo”, sarebbe stato meglio dire: “soprattutto”. Pensiamo alle prediche antigiudaiche dei Padri della Chiesa; all’insegnamento del disprezzo e della “sostituzione”; alle “sacre” rappresentazioni del Venerdì Santo e ad altro ancora.

La decisione del regime nazionalsocialista di sterminare l’intero popolo ebraico fu, secondo il documento, “opera di un tipico regime moderno neopagano. Il suo antisemitismo aveva le proprie radici fuori del cristianesimo e, nel perseguire i propri scopi, non esitò ad opporsi alla Chiesa perseguitandone pure i membri”.

A questo punto, il documento si domanda quale peso abbiano potuto avere i pregiudizi antiebraici nella persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti: “Il sentimento antigiudaico rese forse i cristiani meno sensibili, o perfino indifferenti, alle persecuzioni lanciate contro gli ebrei dal nazionalsocialismo quando raggiunse il potere?”.

E’ una domanda questa sempre attuale. Certi sentimenti non sono facili da estirpare, sono come alcuni virus latenti nei portatori sani che possono scatenarsi all’improvviso e causare la morte.

Abbiamo tuttavia il dovere di ricordare che molti cristiani, anche a rischio della propria vita, hanno salvato un gran numero di fratelli ebrei dalla deportazione e dalla morte. Il documento cita giustamente quanto è stato fatto da vescovi, preti, religiosi, laici, e dallo stesso Pio XII, per salvare centinaia di migliaia di vite di ebrei. Dopo avere citato la condanna dell’antisemitismo espressa dalla Dichiarazione del Concilio Vaticano II, Nostra Aetate , il documento sulla Shoah cita le parole che Giovanni Paolo II aveva rivolto alla Comunità ebraica di Strasburgo: “Ribadisco nuovamente insieme con voi la più ferma condanna di ogni antisemitismo e di ogni razzismo, che si oppongono ai principi del cristianesimo”.

V. Guardando insieme ad un futuro comune.
 

La quinta ed ultima parte del documento vaticano, inizia con un pressante invito rivolto ai cattolici affinché rinnovino “la consapevolezza delle radici ebraiche della loro fede”; ricorda che “gli ebrei sono nostri cari ed amati fratelli”, ed esprime infine il “profondo rammarico (della Chiesa) per le mancanze dei suoi figli e delle sue figlie in ogni epoca”. Si tratta – ribadisce l’importante documento – di un dovuto e profondo atto di pentimento, per “trasformare la consapevolezza dei peccati del passato in fermo impegno per un nuovo futuro nel quale non ci sia più sentimento antigiudaico tra i cristiani e sentimento anticristiano tra gli ebrei”.  

Vittoria Scanu 




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Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Papa Francesco è il Ministro dell’istruzione del genere umano

Quali sono i numeri di Israele in vista del viaggio di Papa Francesco? 

Sergio Della Pergola

Ci risponde Sergio Della Pergola, professore israeliano di origine italiana, riconosciuto come la principale autorità in tema di demografia e di statistiche relative alla popolazione ebraica in tutto il mondo. Aleteia lo ha intervistato per conoscere da vicino le “cifre” del popolo israeliano (ebraico ma anche cristiano) e per avere uno sguardo “accademico” sull’arrivo del Papa in Terra Santa.

Cominciamo con i numeri. Quanti sono oggi gli ebrei che vivono in Israele e da chi è composta la popolazione ebraica?

La popolazione ebraica ha superato i 6.100.000 di persone ai quali bisogna aggiungere circa 350.000 membri di famiglie ebraiche che però non solo tali in quanto provenienti da famiglie dell’ex Unione Sovietica, per cui una parte della famiglia è membro di altre religioni o non ha alcuna appartenenza religiosa.

Poi ci sono circa 160.000 cristiani in Israele e ci sono circa 130 000 drusi. Di questi Cristiani 125.000/ 130.000 sono di etnia araba, quindi della popolazione veterana, e gli altri provengono da matrimoni misti di ebrei immigrati più di recente che sono registrati come cristiani ma nella vita fanno parte più o meno della comunità ebraica. Questi sono i numeri.

Per quanto riguarda il costante calo demografico relativo alle comunità cristiane in Israele e nei Territori Palestinesi lei ci può dire qualcosa?

Qui c’è da fare una chiara distinzione. La comunità cristiana in Israele è in costante aumento, e negli ultimi 40 anni si è più che raddoppiata. Invece i cristiani nei territori palestinesi sono in costante diminuzione e questo credo sia un fenomeno che ha un’importanza più ampia, perché nella visione delle comunità cristiane del medio oriente, che sono una realtà molto antica, molto importante costituita da molti milioni di persone,esiste un forte rischio che si confondano le situazioni. Esiste purtroppo una situazione di grave persecuzione e disagio per le comunità cristiane un po’ dappertutto nel mondo islamico. Vediamo i massacri perpetrati in Egitto, in Iraq, la situazione è molto difficile in Libano, per non parlare della Siria. Anche nei territori palestinesi c’è stata una grave flessione delle comunità cristiane che è dovuta allo strapotere dei fondamentalisti musulmani in ambito palestinese.

A Gaza non vive quasi più nessun cristiano. Nella Cisgiordania due città importanti, come Betlemme, sede della Natività e come Ramallah-El Bireh hanno avuto un grande calo, per via dell’islamizzazione forzata dei territori palestinesi e la fuga dei Cristiani. Quindi attenzione: Israele è ancora un regime che si può definire “democratico” e le diverse comunità godono di libertà di espressione e protezione. Si può naturalmente stigmatizzare delle forme di vandalismo che ci sono, perché purtroppo esistono balordi in tutte le società, come in tutti i popoli, e ci sono stati anche dei fatti spiacevoli recentemente, ma questi fatti locali non sono da confondere con una dimensione generale di benessere e di sviluppo socio-economico e religioso.

C’è per esempio un episodio che riguarda Nazareth, la più importante città arabo-cristiana dello stato d’Israele. Qui c’è una grande cattedrale nella piazza principale e i mussulmani volevano costruire una moschea sul sagrato della cattedrale. Il governo Israeliano in questa discussione municipale ha preso le parti dei Cristiani e ha deliberato che non si può costruire una moschea di fronte a una cattedrale. Questo tanto per chiarire che sono due tendenze ben diverse: In Israele, in Palestina e in tutto il Medio Oriente. Sarebbe più opportuno che la Chiesa cattolica noti e metta in risalto che il posto in cui le comunità Cristiane possono esprimersi liberamente è proprio lo stato d’Israele.

Si dice che la maggior parte degli ebrei vivano ancora fuori da Israele e che l’Aliyah sia di fatto incompiuto. E’ vero secondo lei? Come commenta questo fatto?

Il fatto di per sé è esatto però ci sono delle premesse fondamentali da fare. Nel 1948, quando è stato fondato lo stato d’Israele, al suo interno ci viveva solo il 5 % del popolo ebraico, il 95 % viveva altrove. Oggi nel 2014 circa il 45% del popolo ebraico vive in Israele e il 55 % vive altrove. C’è stata una rapidissima crescita della comunità ebraica in Israele, in parte compensata da una diminuzione nel numero degli ebrei della Diaspora. Resta il fatto che Israele, che aveva un ruolo marginale quando raggiunse l’indipendenza, è oggi la comunità ebraica più grande del mondo. Questa tendenza è in netta crescita, per cui nell’eventualità in cui si possa arrivare a una maggioranza del popolo ebraico che risiede in Israele è una prospettiva dai 10 ai 20 anni. Naturalmente sempre che le condizioni globali non creino delle catastrofi e dei cataclismi.

Partendo da una situazione in cui in Israele praticamente non esisteva l’Aliyah (che vuol dire “salita, ascesa“), comunemente chiamata “immigrazione”, si procede con dei ritmi abbastanza alternati che riflettono molto le condizioni variabili del sistema mondiale. Bisogna chiarire che in generale le migrazioni internazionali riflettono lo stato delle persone nel paese di origine più che nei paesi di destinazione, quindi il numero di ebrei che emigrano in Israele è sensibile alle condizioni della Diaspora ebraica che hanno avuto momenti veramente molto drammatici e poi momenti più favorevoli. Abbiamo avuto due grandi ondate principali: uno con la fondazione di Israele, quindi gli anni dal 1948 al 1951, anni di grande fermento e di grande immigrazione, soprattutto dopo la grande strage della Shoah e dopo l’esodo forzoso dai paesi musulmani. Poi nel 1990/91 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione sovietica.

E ora?

Siamo intorno a 15-20.000 all’anno, che non sono dei grossissimi numeri, a volte sono arrivate anche 200-250.000 persone in un solo anno. Devo dire però che nel 2014 si nota già un chiaro incremento, abbiamo i dati del primo quadrimestre, da gennaio ad aprile, e siamo dunque a circa un terzo di quello che può essere il totale annuale.

I mesi più intensi sono quelli di luglio e agosto, in cui arrivano più persone e il primo paese oggi è la Francia, che in teoria sarebbe un paese occidentale, sviluppato, democratico. Questo denota un forte disagio nella collettività ebraica francese; al secondo posto rimane la Russia e c’è un evidente incremento dall’Ucraina, in questo momento il terzo paese. È chiaro che le vicende interne di questi mesi sono un fattore di spinta.

In Italia invece cosa succede?

Sono poche centinaia di persone quelle che arrivano in Israele, però in forte aumento. Si potrebbe prevedere che alla fine dell’anno arrivino oltre 200/250 persone, che per l’Italia sarebbe il massimo dagli ultimi 45 anni. C’è qualcosa che succede in Italia per cui molte persone sentono disagio, in primo luogo un disagio economico condiviso da molti; ma anche un disagio culturale e politico di chi sente che qualcosa si sta deteriorando nel meccanismo della tolleranza e della comprensione, della diversità, del pluralismo.

Tutti, seppur con aspettative diverse, attendono l’arrivo di Papa Francesco. Secondo lei un Pontefice cattolico del suo calibro cosa può portare di fatto al popolo israeliano?

C’è molta attesa e grande interesse. Oserei dire che un tempo era un fatto marginale, ora è diventata quasi una routine, fa parte della mappa, delle grandi visite pontificali, questo ovviamente è un elemento positivo. Francesco è una personalità molto interessante, molto positiva, ha ripristinato una grande capacità mediatica che avevamo già visto con Papa Wojtyla, la cui visita in Israele fu memorabile. Per cui esiste questo confronto, c’è molta curiosità, molta simpatia.

Ci sono alcune osservazioni che vorrei fare in proposito: la prima è che ci si aspetta che il Papa menzioni il fatto di fare visita allo stato d’Israele. Non vorremo sentire un riferimento solo alla Terra Santa (senza sottovalutare l’importanza ecumenica che avrà la visita) ma il fatto di enunciare in maniera esplicita che esiste lo stato d’Israele e che fa parte di questa visita. A me non è chiaro se questo faccia parte dei messaggi che Papa Francesco vorrà esplicitare durante la sua visita. Questo fatto è molto importante perché i rapporti diplomatici e il riconoscimento ufficiale da parte della chiesa esistono già dagli anni 90 e sono cresciuti sotto Papa Giovanni Paolo II e sotto Papa Benedetto XVI che ne parlò esplicitamente durante la sua visita. Non era stato così nel 1964 durante la prima visita di Paolo VI che evitò ogni riferimento.

Narrano le cronache quando Papa Montini arrivò al confine le autorità Israeliane stesero un tappeto rosso e lui passò al di fuori del tappeto rosso, proprio per far notare che lui non si considerava ospite ufficiale di quello stato che evitò accuratamente di menzionare. Ma queste sono cose passate.

Io penso che Papa Bergoglio sarà sensibile a queste sottigliezze che hanno una valenza non solo politica ma identitaria. Quindi c’è grande aspettativa nel suo programma di visita.

Vorrei fare un’altra considerazione: Papa Bergoglio porta con sé un’esperienza di una profonda amicizia con la comunità ebraica di Buenos Aires. Fra le persone che viaggeranno nello stesso periodo ci saranno anche il rabbino Skorka, grande amico del Pontefice e già solo per questa scelta c’è molto interesse. Proprio in questo contesto di amicizia vorrei mettere in rilievo che nelle omelie dell’ultimo anno il Papa ha fatto riferimento anche a un passato storico più antico.

Per lei chi è Papa Francesco?

E’ il Papa comunicatore, è il Ministro dell’istruzione del genere umano. L’insegnamento etico di certe sue proposte credo abbiano una valenza universale. Per questo bisogna stare molto attenti alle sfumature dei suoi discorsi. Spesso ha fatto riferimento al fariseo come stereotipo sociologico politico, un’immagine di qualcosa che non riguarda lo stato moderno e la politica contemporanea. Ma il fariseo è anche una figura concreta, reale. La parola fariseo viene dall’ebraico e significa “interprete”. Dunque il fariseo è proprio quel tipo più avanzato e positivo per il quale il testo non va solo considerato alla lettera ma va anche interpretato.

Io personalmente avrei preferito sentire una critica al mondo pagano e non al fariseo “interprete” che è poi il diretto progenitore dell’ebreo di oggi. E qui si entrerebbe in una polemica che non ha senso e che certamente non è voluta dal Papa. Ma l’elemento negativo è il pagano, colui che è alieno da valori morali.

Nel mondo accademico israeliano come è visto l’arrivo di Francesco? E’ vicino o distante da una sensibilità accademico-intellettuale?

Vorrei prima parlare di Benedetto XVI che da alcuni è stato sottovalutato nel suo carattere accademico, serio, riservato, un po’ introverso. Ha scritto e detto cose di enorme importanza. Ha scritto alcune pagine che rimarranno fondamentali, in particolare nel dialogo Cattolico-Ebraico.

Naturalmente Papa Francesco è orientato verso una comunicazione più ampia, come del resto anche papa Wojtyla che nel dialogo tra ebraismo e cristianesimo ha creato una pagina indimenticabile. Il suo storico incontro con il rabbino Toaff con cui c’è stata un profonda amicizia (Giovanni Paolo II lo menzionò nel suo testamento) fa capire il rapporto eccezionale che si era stabilito fra questi due uomini.

Papa Bergoglio porta di nuovo avanti una personalità solare aperta ai rapporti umani. Sono certo che anche lui per quanto riguarda il dialogo cattolico-ebraico voglia fare e dire qualcosa che aiuti a portare avanti questo rapporto di fratellanza.

Fonte: ALETEIA

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Cristianità ed ebraismo: c’è ancora molto lavoro da fare.

Cristianità ed ebraismo: c’è ancora molto lavoro da fare.

Una sfida da accogliere

Giorgio Israel

La sfida è trasportare i risultati ottenuti nelle coscienze dei singoli e radicarli in profondità.

Quando si parla dell’antisemitismo cristiano non occorre dimenticare il percorso compiuto in circa mezzo secolo. Constato senza esitazione che i miei figli non hanno conosciuto nemmeno una piccola parte delle cattive parole, delle insinuazioni devastanti, delle pressioni psicologiche che ho subito nei miei anni scolastici. L’insegnamento del disprezzo sopravvive, ma in circoli ristretti ed esterni alla dottrina ufficiale della Chiesa. Come dimenticare quel che veniva scritto ancora meno di un secolo fa sull’organo ufficiale dei Gesuiti, “Civiltà Cattolica”? Prose come quelle stentano a uscire – almeno in quei termini – persino dal covo più accanito dell’antisemitismo cattolico, la comunità lefebvriana. Un grande cammino è stato compiuto in mezzo secolo dopo duemila anni di odio e di persecuzioni.

Eppure questo non ci basta, ed è giusto che sia così. Ma non sarebbe giusto svalutare l’importanza di quel cammino, altrimenti non sapremmo neppure cosa resta da fare. L’opera di Giovanni XXIII e la Nostra Aetate hanno segnato l’inizio della svolta. Quel testo contiene l’embrione della tesi più audace, secondo cui i «doni» e la «vocazione» di Dio sono «senza pentimento», accanto a un atteggiamento di generica benevolenza: gli ebrei sono «ancora» carissimi a Dio e da rispettare per «religiosa carità evangelica». Era un passo decisivo per sbarazzare il campo dell’insegnamento del disprezzo incorniciato in un invito ai fedeli alla tolleranza e al rispetto malgrado le incomprensioni depositate nei secoli. Per iniziare a spazzare via il terreno da queste incomprensioni occorrevano atti concreti, spettacolari, carichi di emozioni. Tale fu la visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma. Il papato di Wojtyla non è stato esente da passi incespicanti, soprattutto in certe occasioni pasquali in cui rispuntarono ambigui accenni sul ruolo degli ebrei nella Passione di Gesù.

Ma la nota dominante fu quella della traduzione sul piano concreto dell’invito contenuto nella Nostra Aetate. Giovanni Paolo II dichiarò che «chi incontra Gesù, incontra l’ebraismo». Fu, ancor più che un asserto teologico, un proclama pratico, un invito a incontrare non soltanto un ebraismo astratto e cristallizzato nel passato, ma l’ebraismo vivente e, in definitiva, a incontrare gli ebrei. Ma neanche questo poteva bastare. Non poteva bastare la professione di fratellanza e il fatto emotivo, perché le radici più profonde, ostinate e difficili da sradicare sono sul terreno teologico. Chi ha compreso che questo era il passo decisivo da compiere è stato il Cardinale Ratzinger, prima sotto il papato di Giovanni Paolo II, e poi come quel papa Benedetto XVI che si è dimesso con un gesto che ha lasciato il mondo attonito. Sono in tanti, quasi tutti, a riconoscere l’importanza dell’opera da lui fatta, ma nel passato non sono stati altrettanti ad averla compresa e apprezzata; soprattutto ad aver valutato lo straordinario sforzo concettuale e teologico compiuto con il documento del 2001 su “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana”. È un testo che sviscera tutti i passi evangelici in cui trova alimento l’antigiudaismo, al fine di eliminare le potenzialità negative che essi possono contenere.

A questo testo occorre aggiungere varie parti dei libri di Benedetto XVI su Gesù di Nazareth, che hanno sottratto ogni spazio al tragico mito del deicidio. C’è chi ha minimizzato l’importanza di quest’opera – che invece, a mio avviso, costituisce la conquista più solida di tutte – a causa della visione complessiva ratzingeriana tesa a una forte difesa della dottrina e della tradizione. È curioso che questa accusa sia venuta talora da chi propone una difesa del tutto analoga in ambito ebraico. È un atteggiamento incoerente: perché mai si dovrebbe chiedere un atteggiamento riformatore alla Chiesa quando si considera un indirizzo del genere una sciagura per sé stessi? Chi scrive considera
negativo – per dirla con le parole di Alberto Cavaglion – che siano sempre i “modernisti” ad avere la peggio. Ma non si può predicare il “modernismo” a tutti salvo che a sé stessi. L’importanza dell’opera teologica di Benedetto XVI è provata dal fatto che essa ha reso possibile il dialogo sul tema più difficile. Basti pensare al noto libro del rabbino Jacob Neusner, Un rabbino parla con Gesù; o all’affermazione del rabbino Gilles Benheim – che ricordavo nell’ultima rubrica di Shalom -secondo cui l’antigiudaismo sarà superato definitivamente quando i cristiani riusciranno a percepire il significato positivo del “no” ebraico alla divinità di Gesù. Cosa resta da fare? Il lavoro lungo e complesso di trasportare questi risultati nelle coscienze dei singoli e radicarli in profondità.

È un lavoro tanto più complesso in un periodo di grande difficoltà e di sfide epocali per il mondo cattolico, e cristiano in generale, di cui le dimissioni del Papa sono la testimonianza. Sta alla saggezza di tutti mettersi gli occhiali di quel che unisce, persino quando si guarda a quel che divide, anziché darsi all’opera di distruzione, la più facile di tutte.

Giorgio Israel

Fonte: Shalom, marzo 2013

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Farneticanti dichiarazioni antisemite

Farneticanti dichiarazioni antisemite

Lefebvriani anti ebrei, sconcerto vaticano

Gian Guido Vecchi 
 
Basilica di San Pietro: una sessione del Concilio Vaticano II
«Noi abbiamo molti nemici, molti nemici. Ma, guardate, è molto interessante. Chi, in tutto questo tempo, è stato il più ostile a che la Chiesa riconoscesse la Fraternità? I nemici della Chiesa: gli ebrei, i massoni, i modernisti».
Rimandata e trascritta in Rete, la voce di monsignor Bernard Fellay, superiore dei Lefebvriani, ha fatto il giro del mondo. Secca la condanna del Centro Simon Wiesenthal: «La descrizione degli ebrei come “nemici della Chiesa” prova una volta di più l’antisemitismo profondamente radicato al cuore della teologia della Fraternità».
Mentre in Vaticano, con «sconcerto», si fa sapere che «naturalmente» una posizione simile contro gli ebrei è «insostenibile», e padre Federico Lombardi elenca i testi del Concilio, il magistero dei Papi e le parole e le visite di Benedetto XVI alle sinagoghe di Colonia, New York, Roma e Gerusalemme.
Di certo quelle di Fellay sono parole che pesano, mentre i negoziati tra Santa Sede e seguaci del vescovo scismatico Lefebvre sono in stallo. La storia si trascina dal 2009: il Papa che, come «gesto discreto di misericordia», toglie la scomunica ai quattro vescovi della Fraternità subendo polemiche mondiali (nessuno lo avvertì che uno di loro, Richard Williamson, è un antisemita che nega la Shoah: solo di recente è stato espulso dalla Fraternità, ma per disobbedienza) e poi tre anni di trattative per ricomporre lo scisma, la Santa Sede che offre loro di diventare una «prelatura personale» come l’Opus Dei.
Risultato? Fellay che in estate spiega: «Con Roma siamo a un punto morto e non possiamo firmare». E la commissione vaticana «Ecclesia Dei» che a fine ottobre dice che «sono necessarie pazienza e fiducia» perché «dopo trent’anni di separazione è comprensibile che vi sia bisogno di tempo».
Il problema, per i Lefebvriani, è sempre lo stesso: il riconoscimento del Concilio e dei suoi documenti, a cominciare dalla Nostra Aetate che segnò la svolta della Chiesa con gli ebrei, non più «deicidi».
Il capo dei Lefebvriani, il 28 dicembre in Canada, ha indicato «ebrei, massoni e modernisti» come i «nemici della Chiesa» che remano contro: «Persone che sono all’esterno della Chiesa e chiaramente nel corso dei secoli sono state nemici della Chiesa, hanno detto a Roma: se volete accettare questa gente, bisogna obbligarli ad accettare il Concilio».
Fellay è sarcastico: «Non è interessante? Penso sia fantastico! Perché questo mostra che il Vaticano II è cosa loro!». Cosa loro.
I Lefebvriani Usa hanno tentato di replicare alle polemiche dicendo che la parola «nemici» è stata usata da Fellay «in senso religioso» e «non si riferiva al popolo ebraico ma ai leader delle organizzazioni ebraiche».
Fonte: “Corriere della Sera” dell’8 gennaio 2013
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Un animale morale

Un animale morale

Le religioni sono la causa di tutti i peggiori mali? Non proprio, e anche Darwin ha qualcosa da dire in proposito.

 Jonathan Sacks

È il periodo più religioso dell’anno. In qualsiasi città americana o britannica il cielo notturno è illuminato da simboli religiosi, sicuramente ci sono decorazioni natalizie e probabilmente anche una menorah gigante. La religione in Occidente sembra essere viva, e in buona salute. Ma lo è veramente? O si tratta di simboli che sono stati svuotati di contenuto, nulla più che uno sfondo scintillante per la nuova fede occidentale, il consumismo, e per le sue cattedrali laiche, i centri commerciali?

A un primo sguardo, la religione è in declino. In Gran Bretagna sono appena stati pubblicati i risultati del censimento nazionale del 2011. Mostrano che un quarto della popolazione dichiara di non avere una religione, un dato circa doppio rispetto a quello di dieci anni fa. E nonostante gli Stati Uniti d’America restino il paese occidentale più religioso circa il venti per cento della sua popolazione dichiara di non avere un’affiliazione religiosa, un numero doppio rispetto alla generazione precedente.

Se si guardano i dati da un punto di vista differente, però, si può vedere come raccontino una storia diversa. Sin dal diciottesimo secolo, molti intellettuali occidentali hanno predetto l’imminente morte delle religioni. Tuttavia nonostante una serie di attacchi volti a sconfiggerle, il più recente da parte dei nuovi atei, fra cui Sam Harris, Richard Dawkins e lo scomparso Christopher Hitchens, si dichiarano devote a una fede religiosa tre persone su quattro in Gran Bretagna e quattro persone su cinque in America. Ed è questo, nell’età della scienza, a essere davvero sorprendente.

È ironico che molti dei nuovi atei siano seguaci di Charles Darwin. Siamo quello che siamo, sostengono, perché si tratta di ciò che ci ha permesso di sopravvivere e di passare il nostro codice genetico alla generazione successiva. Il nostro assetto biologico e culturale costituisce la nostra capacità di adattamento. Tuttavia la religione è il sopravvissuto più grande di tutti. I superpoteri tendono a durare un secolo, le grandi fedi durano millenni; la domanda è: perché?

Lo stesso Darwin ha suggerito quella che è quasi sicuramente la risposta corretta. Era stuzzicato da un fenomeno che sembrava contraddire una sua tesi di base, ossia che la selezione naturale debba favorire i più spietati. Gli altruisti, che mettono a rischio la propria vita per gli altri, dovrebbero quindi in genere morire prima di passare i propri geni alla generazione successiva. Però tutte le società danno valore all’altruismo, e qualcosa di simile può essere visto anche tra gli animali sociali, dagli scimpanzé ai delfini e alle formiche taglia foglie.

Gli scienziati hanno mostrato come funziona. Abbiamo neuroni specchio che ci portano a provare dolore quando vediamo gli altri soffrire. Siamo animali morali.

Le implicazioni precise delle risposte di Darwin sono ancora oggetto di dibattito da parte dei suoi discepoli, tra cui lo studioso di Oxford Richard Dawkins. Per spiegarlo nel modo più semplice possibile: passiamo i nostri geni come individui ma sopravviviamo come membri di un gruppo, e i gruppi possono esistere solo quando gli individui non agiscono esclusivamente per il proprio bene ma per il bene del gruppo come un unico insieme. Il nostro unico vantaggio è che formiamo gruppi più grandi e più complessi rispetto a qualsiasi altra forma di vita.

Un effetto è che abbiamo due modalità di reazione, una che si concentra su potenziali pericoli per noi, come individui, e l’altra, situata nella corteccia prefrontale, che ragiona in maniera più ponderata sulle conseguenza delle nostre azioni su di noi e sugli altri. La prima è immediata, istintiva ed emotiva. La seconda è riflessiva e razionale. Siamo presi in mezzo, per usare una frase dello psicologo Daniel Kellerman, tra pensiero veloce e pensiero lento.

Il percorso veloce ci aiuta a sopravvivere, ma può anche portarci ad agire in maniera impulsiva e distruttiva. Il percorso lento ci porta ad un comportamento più ragionato, ma che spesso è ignorato nella foga del momento. Siamo peccatori e santi, egoisti e altruisti, esattamente come hanno a lungo sostenuto filosofi e profeti.

Se è così, possiamo capire come la religione ci abbia aiutato a sopravvivere nel passato – e perché ne avremo ancora bisogno nel futuro.

Rafforza e accelera il percorso lento. Riconfigura i nostri tracciati neurali, trasformando l’altruismo in istinto, attraverso i rituali che seguiamo, il testo che leggiamo così come le preghiere che pronunciamo. Rimane l’elemento più potente per la costruzione di comunità che il mondo abbia mai conosciuto. La religione lega gli individui all’interno di un gruppo attraverso comportamenti altruisti, creando relazioni di fiducia abbastanza forti da sconfiggere emozioni distruttive. Ben lontani dal confutare la religione, i Neo Darvinisti ci hanno aiutati a capire perché è importante.

Nessuno lo ha spiegato in maniera più elegante di quella usata dallo scienziato politico Robert D. Putnam. Negli anni ’90 è diventato famoso per la frase “bowling alone” (giocare a bowling da soli): il numero di persone che andavano a giocare a bowling era in aumento, ma erano meno quelle che si univano a una squadra di bowling. L’individualismo stava lentamente distruggendo la nostra capacità di formare dei gruppi. Un decennio più tardi, nel suo libro American Grace, ha mostrato che è rimasto un solo luogo in cui è presente un capitale sociale: le comunità religiose.

La ricerca di Putnam ha mostrato che chi va frequentemente in chiesa o in sinagoga è più disponibile a donare soldi a enti caritatevoli, fare lavoro volontario, aiutare i senzatetto, donare sangue, aiutare un vicino con i lavori di casa, passare del tempo con chi si sente depresso, offrire il posto a uno sconosciuto o aiutare qualcuno a trovare un lavoro. La religiosità misurata in frequentazione di una chiesa o di una sinagoga è un indicatore di altruismo migliore rispetto a istruzione, età, reddito, genere o appartenenza razziale.

La religione è il miglior antidono all’individualismo dell’epoca del consumismo.

L’idea che la società possa farne a meno è contraria alla storia e, ora, all’evoluzionismo biologico. Questo potrebbe mostrare che Dio ha il senso dell’umorismo. Certamente mostra che le società libere dell’Occidente non devono mai perdere il loro senso del Divino.


Città del Vaticano – Papa Benedetto XVI, Lord Jonathan Sacks, rabbino capo delle Congregazioni ebraiche unite del Commonwealth e il cardinale svizzero Kurt Koch, presidente della Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo. 

 Articolo pubblicato sul New York Times e sull’International Herald Tribune, 24 dicembre 2012 (versione italiana di Ada Treves)
Fonte: Newsletter L’Unione Informa

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