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Il Dogma della Trinità

Il Dogma della Trinità

Il vero testo di Matteo 28:19

Un testo molto citato dai trinitari per sostenere la loro dottrina è Mt 28:19, in cui il risuscitato Yeshùa avrebbe dato, stando all’attuale testo biblico, questo comando ai suoi discepoli “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Questa formula trinitaria è uno dei presunti pezzi forti dei trinitari. Eppure questo passo pone un grande problema, perché se quel comando fosse genuino si dovrebbe dire che tutta la prima chiesa vi disubbidì in massa. Troviamo infatti nella Bibbia che il battesimo fu sempre amministrato nel solo nome di Yeshùa e che mai fu utilizzata quella formula.
La verità è che quella formula non risale a Yeshùa. La formula originale doveva essere: “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel mio nome”. Così infatti fece la prima chiesa, come ampiamente attestato nella Scrittura. Evidentemente qualche scriba trinitario manipolò il testo. Di ciò abbiamo un’autorevole testimonianza: Eusebio di Cesarea (265-340), vescovo e scrittore greco, definito uno dei “padri della chiesa”, il quale aveva posizioni simili a quelle di Ario (256-336). Ario era un teologo che professava il puro monoteismo, insegnando il Dio uno e unico, eterno e indivisibile e, di conseguenza, che Yeshùa – in quanto “generato” – non poteva essere considerato Dio allo stesso modo del Padre proprio perché la natura divina è unica; essendo infatti un “figlio” (e quindi “venuto dopo” di Colui che lo ha generato), Ario spiegava che non poteva essere co-eterno al Padre, essendo la natura divina di per sé eterna e indivisibile. Il Figlio, dunque, come attesta la Bibbia, è in posizione subordinata rispetto al Padre. Ario fu scomunicato nel 300.
Eusebio di Cesarea aveva la stessa posizione. Ai primi del 20° secolo lo studioso Fred. C. Conybeare analizzò le citazioni di Mt 28:19 fatte da Eusebio. Costui conosceva bene il testo mattaico, quello genuino, perché nelle sue opere più recenti e molto spesso (ben diciassette volte), Eusebio cita Mt 28:19 sotto questa forma: “Andate e fate miei discepoli tutti i popoli battezzandoli nel mio nome”. Le due citazioni più interessanti si leggono nella sua Dimostrazione evangelica. Nel primo passaggio (in, 6, PG 24, col. 233) Eusebio cita integralmente Mt 28:19 compreso il seguito del testo: “[…] insegnando loro a rispettare tutto ciò che io vi ho comandato”. Nel secondo passaggio (ibidem, col. 240) prima cita le parole “andate, fate discepoli in tutte le nazioni”, poi commenta lungamente l’espressione “nel mio nome”, dando prova di averla letta bene nel testo biblico. È dunque certo che Eusebio conosceva la forma genuina del testo mattaico, che conteneva “nel mio nome” e che non era ancora stata manomessa modificandola in “battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.
Questa testimonianza di Eusebio di Cesarea è resa ancora più certa perché è sostenuta dall’apologeta Giustino di Nablus (100-162/168), filosofo cristiano. Nel suo Dialogo con Trifone, composto verso il 150, in 39,2 egli scrisse che se Dio ritardava il suo giudizio finale lo faceva sapendo che ogni giorno “alcuni, essendo stati fatti discepoli nel nome del suo Cristo”, abbandonavano la via dell’errore. Queste ultime parole mostrano chiaramente che si trattava di pagani, come nel testo mattaico.
Nella forma genuina, attestata da Eusebio e da Giustino, il testo mattaico offre un buon parallelo con quello di Lc 24:47: “Nel suo nome si sarebbe predicato il ravvedimento per il perdono dei peccati a tutte le genti”. Luca, scrivendo per lettori non ebrei, rimpiazza il verbo “fare discepoli” con il più comune “predicare”.
In ogni caso la formula trinitaria di Mt 28:19, che non è genuina e autenticamente di Yeshùa, non costituisce neppure una prova per la dottrina della trinità, perché dalla formula manipolata non si può dedurre alcuna identificazione di Yeshùa con Dio e neppure che lo spirito santo sia una persona.

Fonte: http://www.biblistica.eu/viewtopic.php?f=5&t=218ssia

Inoltre, vedi anche le ricerche di: Nestle e Aland, e dell’Institut für neutestamentliche Textforschung (“Istituto per la ricerca testuale del Nuovo Testamento”) Perché? Perché, il testo di Nestle e Aland propone l´idea che questo versetto possa essere spurio, o non ispirato, e che Rabbi(Messyeh) in realtà non abbia mai pronunciato per esteso le parole contenute in quel versetto.

La nota in calce del NA27 dice che Eusebio di Cesaria, noto “Padre della Chiesa” vissuto tra il III e il IV secolo, riporta una versione diversa di Matteo 28:19. Secondo Eusebio, in una versione del vangelo di Matteo,il versetto direbbe in greco: “Poreuthentes matheteusate panta ta ethne en to onomati mou” che tradotto in italiano verrebbe reso: “Andate e fate discepoli di genti di tutte le nazioni nel mio nome”.

Gli studiosi dell´Istituto di Munster sono propensi a dare credito alle parole di Eusebio. Detto in maniera semplice, l´evidenza contenuta nelle Scritture sembra dare ragione ad Eusebio. Perché?

Un primo indizio lo si trova confrontando il finale del Vangelo di Matteo con il finale del Vangelo di Luca. Le parole pronunciate dal Rabbi in Matteo 28:19 sono state pronunciate in circostanze diverse da quelle pronunciate in Luca 24:46-49. Infatti, Matteo 28:16 dice che Gesù era in Galilea con i suoi discepoli, mentre Luca 24:50 dice che Gesù e i suoi discepoli erano vicini a Betania. Nonostante questa differenza, é ovvio che sia Matteo che Luca pongono le ultime parole pronunciate da Gesù nei rispettivi vangeli come “le ultime volontà” del Rabbi (Maestro) prima che egli se ne vada. Cosa possiamo comprendere confrontando i due finali?
Il finale del vangelo di Luca conferma la versione di Eusebio, in quanto Luca 24:46-49 dice: “ Poi disse: «Sì, così fu scritto, e così è stato: il Messia doveva soffrire, morire e risorgere dalla morte il terzo giorno, e nel suo nome sarebbe stato predicato il pentimento e la remissione dei peccati a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme. Voi avete visto avverarsi queste profezie. Ed ora manderò su di voi lo Spirito Santo, come promise mio Padre. Ma non cominciate ancora a predicare agli altri; rimanete in città, finché lo Spirito Santo non venga a fortificarvi con la potenza del cielo”. (La Parola è Vita) Queste parole, che dovrebbero essere le ultime parole del Rabbi prima di ascendere ai cieli, non contengono il comando di battezzare, ma di “predicare nel suo nome”, esattamente come scrive Eusebio. Inoltre, in questa circostanza il Maestro non usa la formula “nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo”.

Va aggiunto che il vangelo di Marco non contiene nel finale nessun comando di battezzare. Nemmeno il vangelo di Giovanni contiene il comando di battezzare nel suo finale. Piuttosto, il vangelo di Giovanni contiene il toccante invito “ Intanto, tu seguimi! …”. (Vedi Gv 21:19,22) Gli studiosi Nestle e Aland si chiedono: se il Maestro avesse dato il comando di battezzare tutte le nazioni nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo” non sarebbe logico ritrovare questo comando citato almeno una seconda volta nelle Scritture? Invece, su questo comando, oltre a Matteo 28:19, le Scritture tacciono.

Un secondo indizio che fanno ritenere spurio il versetto di Matteo 28:19 cosi come contenuto nelle copie delle Scritture attuali é il “fattore tempo”. Le parole di Matteo 28:19, sono state pronunciate al più tardi 40 giorni dopo la morte di Cristo. Infatti Luca 1:3 dice che Cristo fu visibile ai suoi apostoli come uomo solo per 40 giorni dopo la sua morte. Comunque, dalle Scritture noi apprendiamo che il paràkletos, l´entità della forza attiva nel quale i discepoli dovevano essere battezzati, in quel tempo ancora non era ancora arrivato sui discepoli, e quindi lo “spirito santo” non aveva ancora battezzato nessuno. Infatti, Atti 1:4,5 riporta le parole del Rabbi, che dice “Durante uno di questi incontri, mentre stava a tavola con loro, Gesù ordinò agli apostoli di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di aspettare che lo Spirito Santo scendesse su di loro e s’adempisse così la promessa di Dio Padre, di cui lui stesso aveva parlato. Giovanni battezzava con acqua», ricordò loro Gesù, «voi, invece, fra pochi giorni, sarete battezzati con lo Spirito Santo! (La Parola è Vita).

Quando vengono pronunciate le parole di Matteo 28:19, i discepoli erano ancora su un monte della Galilea, dove avevano incontrato Cristo. Successivamente si recano a Gerusalemme dove aspettavano la Pentecoste. (Vedi Atti capitolo 2). Quindi, necessariamente, le parole di Atti 1:4,5 sono successive a Matteo 28:19. Si comprende che, quando il Maestro avrebbe detto in Matteo 28:19 di “battezzare nel nome dello spirito santo” non c´era ancora nessuno “spirito santo” nel nome del quale battezzare. Messo quindi nel suo giusto contesto, il comando di battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo suona del tutto anacronistico, come se fosse stato aggiunto “dopo” che il battesimo nella forza attiva divenne una pratica comune tra i cristiani.

Possiamo considerare un ulteriore aspetto. Secondo le Scritture, nel nome di chi venivano battezzati i nuovi discepoli? Leggendo le Scritture, notiamo che TUTTI i credenti, nessuno escluso, venne battezzato in acqua solo nel “Nome del Signore Rabbi”, e non nel nome del “Padre, del Figlio e dello spirito santo”. (Vedi i battesimi descritti in Atti 2:38; 8:16; 10:48; 19:5). Con questo modo di fare sono pienamente concordi le Scritture, che dicono in Atti 4:12 “Inoltre, non c’è salvezza in nessun altro, poiché non c’è sotto il cielo nessun altro nome dato fra gli uomini mediante cui dobbiamo essere salvati”. Il modo di battezzare in acqua dei primi cristiani, come leggiamo in tutti gli Atti degli apostoli, smentisce quindi qualsiasi pretesa che la frase di battezzare in acqua “nel nome del Padre, del Figlio e dello spirito santo” venisse praticata. I primi cristiani non hanno mai usato questa forma battesimale.

Cosa cambia questo dal punto di vista della nostra fede?

Dato che il battesimo nello Spirito Santo (paràkletos),è qualcosa che non dipende dalla volontà umana, nessuno è in grado sulla terra di battezzare nel nome dello Spirito Santo. Ecco perché il Maestro non può aver dato ai suoi apostoli il comando di battezzare nello “spirito santo”, ma disse piuttosto che tutti, compresi gli apostoli, sarebbero stati battezzati da questo spirito, come leggiamo in Atti 1:5 “Giovanni, in realtà, battezzò con acqua, ma voi [apostoli] sarete battezzati nello spirito santo fra non molti giorni”

Riassumendo, è altamente probabile che il versetto di Matteo 28:19, nella versione contenuta in tutte le copie delle Scritture del mondo, sia spurio, o non ispirato. La versione corretta non contiene né il comando di battezzarsi, né la formula “nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo..

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ACQUE di VITA

ACQUE di VITA

Tevilah e battesimo 

di Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri  

1. L’immersione nelle acque del miqweh avviene nell’ebraismo per la purificazione dai peccati e per l’ingresso nella Comunità dei proseliti. Così scrive Rav Elia Benamozegh: «Nell’ebraismo, il proselita è un figlio neonato; la vita non si trova che nella Torah e nella verità. Il peccatore è un malato, la teshuvah è la sua medicina» .

Le acque occupano un ruolo di grande importanza a partire dalle prime parole del Genesi, là dove si afferma che «lo spirito di D. aleggiava sulle acque». Le acque del diluvio universale segnano, attraverso il racconto delle vicende di Noè, l’avvento di una umanità nuova con la quale Ha-Shem conclude il Suo primo patto, avente valore universale. Le tappe fondamentali della storia del popolo ebraico sono segnate dalla presenza delle acque: basti pensare a quelle del Mar Rosso, morte per gli oppressori e vita per i figli d’Israele, o a quelle del Giordano, nel momento in cui, dopo essersi purificati, per la prima volta gli Israeliti al seguito di Yehoshua/Giosuè entrarono con l’Aron ha-Berit, l’Arca dell’Alleanza in Erez Israel. Ancora nei Salmi e soprattutto nei Profeti troviamo spesso citate le acque in un caleidoscopio di valenze che rimandano tanto alla morte che alla vita, alla purificazione del corpo e alla cancellazione dei peccati, oltre che all’avvento escatologico.

Secondo una bella definizione di Rav Benamozegh, «le acque furono sempre un simbolo, un’immagine veneratissima in bocca ai profeti, simbolo d’ispirazione quando alludono alla futura effusione dello spirito, simbolo di beatitudine quando D è presentato quale sorgente perenne di acqua viva». Così leggiamo in Ezechiele: «Io vi prenderò tra i popoli, vi raccoglierò da tutti i paesi e vi condurrò al vostro paese. Poi verserò sopra di voi acque pure e diventerete puri. Io vi purificherò da tutte le vostre impurità e da tutti i vostri atti d’idolatria e vi darò un cuore nuovo, metterò in voi uno spirito nuovo, toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne, metterò in voi il Mio spirito e farò in modo che seguiate i miei statuti e teniate presenti ed eseguiate le mie leggi» . Più avanti abbiamo la descrizione delle acque risanatrici che escono dal Bet ha-Miqdash e fluiscono verso il deserto di Giuda e il Mar Morto: sono piene di pesci e lungo le rive crescono molti alberi, i cui frutti sono nutrimento e le cui foglie sono medicamenti . Così Zaccaria parla del giorno di Ha-Shem: «In quel giorno usciranno acque vive da Yerushalayim: metà verso il mare d’oriente e metà verso il mare d’occidente, ci saranno d’estate e d’inverno. Ha-Shem sarà Re su tutta la terra. In quel giorno Ha-Shem sarà Ehad, Uno, e il Suo Nome sarà Uno».

In tutto il periodo del Secondo Tempio le acque continuarono a mantenere un’importanza fondamentale nella spiritualità e nella liturgia d’Israele. La festa di Sukkot, ossia dei Tabernacoli, con le preghiere per avere acqua abbondante e con il rito della liberazione delle acque nel Tempio, in modo del tutto particolare metteva l’accento sulla loro valenza soterica delle acque, tanto che successivamente il Talmud, facendo riferimento al versetto di Isaia «attingerete acqua con esultanza dalle fonti della salvezza» cantato in quel contesto festivo, la definiva festa della Shoavah perché in essa veniva attinto lo Spirito Santo, detto Shoavim.

L’enfasi sulla tevilah era straordinariamente accentuata a Qumran, come è possibile vedere in numerosi frammenti di testi rinvenuti nelle grotte e nel grande numero di mikwaot presenti tra le rovine del sito. Flavio Giuseppe racconta che gli esseni si immergevano quotidianamente nelle acque di purificazione: «dopo aver lavorato con impegno fino all’ora quinta, di nuovo si riuniscono insieme e, cintisi i fianchi di una fascia di lino, bagnano il corpo in acqua fredda e dopo questa purificazione entrano in un locale riservato dove non è consentito entrare a nessuno di diversa fede, ed essi in stato di purezza si accostano alla mensa come a un luogo sacro». Occorre inoltre tenere presente che molte fonti e sorgenti della zona avevano proprietà terapeutiche e risanatrici, e vi era un’importante produzione di farmaci, balsami, profumi a base di piante, radici e minerali. Anche ai nostri giorni vi è un’importante attività di healing intorno al Mar Morto.

Già nella Settanta il termine ebraico tevilàh viene tradotto in greco con baptìsma. Si veda ad esempio l’episodio del generale siriano Naaman che si reca presso il profeta Eliseo per ottenere la guarigione. Il profeta lo esorta a immergersi nelle acque del Giordano. Il termine yitbòl, si immerse, viene tradotto in greco con ebaptìsato. La conseguenza di tale immersione non è solo la guarigione del corpo, ma una vera e propria conversione al D. d’Israele: «Allora scese al Giordano, vi si immerse sette volte secondo la parola dell’uomo di D., e il suo corpo diventò come il corpo di un piccolo fanciullo ed egli divenne puro. Tornato poi all’uomo di D. con tutto il suo seguito, si fermò davanti a lui e disse: “Ora io so che in nessun paese vi è un D. se non in Israele”».

2. Le acque sono molto presenti anche negli scritti del Nuovo Testamento, tutti profondamente immersi nella cultura e nella spiritualità dell’ebraismo. Lo stesso paesaggio evangelico è spesso caratterizzato dalla presenza delle acque: in particolare quelle del Giordano e del lago di Tiberiade, ove Yeshua/Gesù, amava insegnare.

Quando nel Nuovo Testamento per la prima volta leggiamo del battesimo è a proposito di Yohannan/Giovanni, cugino di Yeshua, il quale praticava un battesimo di teshuvàh per la remissione dei peccati e le folle si accalcavano sulle rive del Giordano, sentendo imminente l’arrivo della Malkhùt ha-Shammàyim, ossia del Regno dei Cieli.

Nel Vangelo di Matteo il capitolo 3 presenta Yeshua che si reca da Yohannan per farsi battezzare: «Appena fu battezzato, Gesù usci dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di D. scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”» (Mt 3,16-17). Soprattutto nel Vangelo di Giovanni troviamo un’attenzione particolare per le acque. Alla domanda di Nicodemo: «Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?» Yeshua rispose: «In verità, in verità ti dico: se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel Regno di D.» (Gv 3,4-5). Nel capitolo 4 dello stesso Vangelo viene descritto l’incontro di Yeshua con la Samaritana, nel capitolo 5 la guarigione del paralitico presso la piscina di Betesda. Nel capitolo 7, ambientato nell’ultimo giorno della festa di Sukkot, Yeshua proclama ad alta voce: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Colui che crede in me, come dice la Scrittura, “dal suo ventre sgorgheranno fiumi di acque vive”» (Gv 7,37-38).

Il fiume di acque vive che sgorga dal Trono di Ha-Shem e dell’Agnello compare anche nell’ultimo capitolo del Giluy/Apocalisse: «Mi mostrò poi un fiume di acque vive, limpido come il cristallo, che scaturiva dal Trono di Ha-Shem e dell’Agnello. Fra la piazza e il fiume, di qua e di là, vi sono alberi di vita, che portano frutti dodici volte, una volta al mese, con foglie che hanno virtù medicinali per la guarigione dei popoli» .

Shaùl/Paolo, al quale si devono i testi più antichi del Nuovo Testamento, introduce una nozione di battesimo diversa da quella di Yohannan. Secondo il racconto degli Atti degli Apostoli, egli a Corinto, incontrati alcuni discepoli, chiese loro: «“Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?”. Gli risposero: “Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo”. Ed egli disse: “Quale battesimo avete ricevuto?”. “Il battesimo di Yohannan” risposero. Disse allora Shaul: “Yohannan battezzò con un battesimo di teshuvah, dicendo al popolo di credere in colui che sarebbe venuto dopo di lui, cioè in Yeshua”. Udito questo, si fecero battezzare nel nome dell’Adòn Yeshua e non appena Shaul ebbe imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a parlare in lingue e a profetare”» (At 19,1-6).

Varie volte nelle sue lettere Shaul scrive del battesimo. In particolare nella Lettera ai Romani egli si esprime in questi termini: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Yeshua siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte, affinché come il Messia fu resuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4).

Tale connessione tra battesimo e morte/resurrezione del Messia è una novità introdotta da Shaul che non si riscontra più nei testi antichi della Patristica fino al IV secolo, quando riappare nelle Catechesi di Cirillo di Gerusalemme . Infatti i più antichi testi cristiani, a partire dalla Didachè, non operano tale collegamento ma insistono piuttosto sul valore del battesimo in relazione all’ingresso nella Comunità ecclesiale dei catecumeni, a quel tempo in gran parte adulti, e alla remissione dei peccati.

Nella Didachè, composta verso la fine del I secolo, a proposito del battesimo leggiamo: «Riguardo alla Tevilah, battezzate così: dopo aver esposto tutti questi precetti, battezzate in acqua viva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 2. Se non hai acqua viva, battezza in altra acqua: se non puoi in fredda, in calda. 3. Se non ne hai né dell’una né dell’altra, versa sul capo tre volte acqua nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 4. Prima del battesimo il battezzante e il battezzando digiunino e, se può, lo faccia anche qualcun altro. Ordinerai che il battezzando digiuni per un giorno o due».

Originariamente si veniva immersi nel Nome (Ha-Shem), in un secondo momento, passando alla lingua greca e allontanandosi dalle origini, si è sentito il bisogno di aggiungere: “nel nome di Gesù” o nel “nome della Trinità”. Si tenga tuttavia presente che secondo l’interpretazione cabbalistica della Dogmatica cristiana proposta da Benamozegh, Abba (Padre) è la Sefirah Hokhmah, Ben (Figlio) è Tiferet, Ruah (Spirito, che in ebraico è femminile) è o Binah o (come in questo caso sembra più probabile) Malkhut.

A partire dal II secolo, dopo le catastrofi della Prima e Seconda Guerra Giudaica, il cristianesimo tende sempre di più a rendersi indipendente dalle sue radici ebraiche, si rivolge quasi esclusivamente ai Gentili e accentua le sue polemiche antigiudaiche, elaborando gradualmente una vera e propria teologia della sostituzione alla quale si accompagna una liturgia della sostituzione.

Così si legge ne La tradizione apostolica di Ippolito di Roma, un’opera, composta intorno al 215, importantissima nella storia della liturgia perché, dopo la Didachè, è la più antica delle Costituzioni della Chiesa giunte fino a noi: «Al canto del gallo per prima cosa si preghi sull’acqua. Sia acqua che scorra in una fonte o che fluisca dall’alto. Avvenga così, a meno che non ci sia qualche necessità. Se c’è una necessità permanente ed urgente, si usi l’acqua che si trova. [Coloro che devono ricevere il battesimo] si spoglino. Battezzate per primi i bambini. Tutti quelli che sono in grado di rispondere da sé, rispondano; per quelli che non sono in grado, rispondano i genitori o qualcuno della famiglia. Battezzate poi gli uomini ed infine le donne, le quali avranno disciolto i capelli e deposto i loro gioielli d’oro e d’argento: nessuno discenda nell’acqua con indosso qualcosa di estraneo».

Il De Baptismo di Tertulliano, una delle più antiche opere che affrontano in modo sistematico il problema della prassi battesimale della Chiesa, è stato scritto all’inizio del III sec. in Africa: «Non c’è nulla che lasci così perplessa la mente umana come la semplicità delle opere di Dio; esse paiono effettivamente semplici ma contengono in realtà delle promesse ed una efficacia strepitose. Così accade nel battesimo. Nella semplicità più completa, senza scene spettacolari, senza montature fuori dell’ordinario e a volte addirittura senza alcuna spesa particolare ci si trova immersi nell’acqua e si viene battezzati mentre si sono pronunciate ben poche parole; dall’acqua infine si risorge forse un po’ più puliti o anche solo puliti come prima; ecco il motivo per cui pare incredibile che si possa in questo modo ottenere l’eternità».

Cirillo di Gerusalemme, nato verso il 315 e morto probabilmente nel 387, è stato vescovo di Gerusalemme e ha lasciato nelle sue Catechesi una preziosa testimonianza sull’iniziazione cristiana nel corso del IV secolo. Nella III Catechesi prebattesimale troviamo un elogio dell’acqua: «Se qualcuno desidera sapere per quale motivo attraverso l’acqua e non attraverso un altro elemento è data la grazia, lo troverà prendendo le divine Scritture. L’acqua infatti è qualcosa di grande e il più bello dei quattro elementi visibili del mondo. Dimora degli angeli è il cielo, ma i cieli derivano dalle acque. La terra è sede degli uomini, ma la terra deriva dalle acque. E prima che fossero formate tutte le creature durante sei giorni, “lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque”. Principio del mondo è l’acqua e principio del Vangelo è il Giordano. La liberazione dal Faraone avvenne per Israele attraverso il mare e la liberazione dai peccati avviene per il mondo attraverso il lavacro dell’acqua, nella parola di Dio. Ovunque c’è un’alleanza con qualcuno, là c’è anche l’acqua. Dopo il diluvio fu concluso un patto con Noè. L’alleanza con Israele ha avuto origine dal monte Sinai, ma attraverso acqua, lana scarlatta ed issopo. Elia viene rapito in cielo, ma non senza acqua: prima infatti attraversa il Giordano, poi è trascinato dai cavalli verso il cielo. Prima il sommo sacerdote si purifica, poi brucia profumi: prima infatti Aronne si purificò, poi divenne sommo sacerdote. Come avrebbe potuto pregare infatti per gli altri, se non fosse prima stato purificato attraverso l’acqua? E simbolo del battesimo era la vasca che si trovava all’interno del Tabernacolo».

Nei Sermoni Liturgici di Cromazio di Aquileia, importante vescovo della città, vissuto nella seconda metà del IV sec. e morto nel 407, leggiamo: «L’acqua della piscina di Betsaida curava una volta sola all’anno, mentre la grazia del battesimo della chiesa scorre ogni giorno, ogni giorno cresce, ogni giorno straripa, attraverso i regni e le nazioni, e attraverso i numerosi popoli che godono del suo dono» (14,3).

In quest’altro brano, tratto dal Sermone 34 sull’Epifania, si nota chiaramente una liturgia di sostituzione: «Il nostro Signore, essendo venuto per dare un nuovo battesimo per la salvezza del genere umano e per la remissione di tutti i peccati, prima si è degnato di sottoporsi al battesimo, non tanto per liberare sé stesso dai peccati, poiché non aveva commesso alcun peccato, bensì per santificare le acque del battesimo, affinché cancellasse i peccati di tutti i credenti che erano nati di nuovo mediante il battesimo di rigenerazione […] Ascolta quanto dice l’apostolo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo”. E aggiunge: “Per mezzo del battesimo siete stati sepolti in lui nella morte, affinché come Cristo è stato risuscitato da morte, così anche voi camminiate in novità di vita”. Mediante il battesimo moriamo al peccato, però viviamo con Cristo; veniamo sepolti alla vita antica, però risorgiamo a vita nuova; ci spogliamo dell’uomo vecchio, però indossiamo l’abito dell’uomo nuovo […] Giovanni ha battezzato il nostro Signore e Salvatore, però è stato battezzato anche lui da Cristo, perché questi ha santificato le acque, e da queste acque quello è stato santificato […] Un tempo la grazia del battesimo è stata enunciata misticamente: appunto quando il popolo, guadando il Giordano, è stato introdotto nella terra promessa».

La riflessione di Agostino sul peccato originale si rifletté profondamente sul suo modo di concepire il battesimo. Tale sacramento venne sempre più ritenuto l’unico mezzo per cancellare la colpa derivante dal peccato di Adamo ed Eva e per introdurre alla salvezza. L’idea dell’extra Ecclesiam nulla salus sempre più caratterizzò la speculazione teologica dei secoli successivi, per cui coloro che non erano battezzati venivano ritenuti drasticamente esclusi dalla redenzione. La pratica sempre più diffusa di amministrare il battesimo ai bambini anziché agli adulti fece alquanto sbiadire l’antica idea della cancellazione dei peccati e dell’ingresso nella Comunità ecclesiale, insistendo piuttosto sulle drammatiche conseguenze del peccato originale, senza la cui cancellazione persino i neonati erano esclusi dal Paradiso e confinati nel Limbo.

3. La concezione che abbiamo appena delineato è rimasta fondamentalmente invariata fino alla seconda metà del XX secolo, quando i nuovi fermenti teologici derivati dal Concilio Vaticano II hanno aperto nuovi orizzonti di riflessione. L’ecumenismo, il dialogo ebraico-cristiano e il dialogo interreligioso hanno portato all’abbandono o all’emarginazione della teoria dell’extra Ecclesiam nulla salus.

E’ emersa nelle Chiese la consapevolezza che la “Prima Alleanza” non è stata revocata e che Israele è il «popolo, in virtù dell’elezione, carissimo per ragione di suoi padri, perché i doni e la vocazione di Dio sono irrevocabili» . Così commenta Padre Adolfo Lippi: «C’è oggi, in tutta la teologia cristiana, un notevole sforzo per accogliere questa verità. Non si tratta, come è evidente, di correggere qualche paragrafo secondario dell’ecclesiologia: si richiede una vera rifondazione della teologia, compito non semplice né facile, anche perché suppone una trasformazione mentale molto profonda».

Una trasformazione mentale molto profonda è richiesta anche da parte ebraica per confrontarsi con i mutamenti che stanno avvenendo nella Cristianità. Milioni e miliardi di goyim sono entrati nel mondo della Torah e sono rinati a nuova vita grazie alle acque della tevilah. La teshuvah e il tiqqun permettono forse di riconoscere che le acque vive che per venti secoli hanno attraversato i regni e le nazioni hanno la loro fonte in Ha-Shem, e sta per compiersi la parola del profeta Geremia: «a Te verranno le nazioni dall’estremità della terra» .

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