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Shavuòt (6 Sivan 5777 – 31 maggio 2017) di Antonio Tirri

Shavuòt (6 Sivan 5777 – 31 maggio 2017) di Antonio Tirri

Buona festa di Shavuòt !

LA LUCE DELLA TORA’

Shavuòt, festa della Rivelazione, tempo in cui ci fu data la Torà, è la consacrazione d’Israele a Sacerdote del mondo perché diffonda quelle Dieci Parole ascoltate nel deserto che, ancora oggi immutate, sono le leggi della morale universale. Consci di questa missione, auguriamoci che la luce della Torà illumini il buio di questo nostro mondo e di questo nostro vivere sedotto dall’indifferenza, dal potere e dal miraggio della ricchezza, affinché nello studio e nella riflessione si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.    Chag Shavuòt Sameach!

Le dieci parole/ I dieci comandamenti
1. Io sono il Signore tuo D-o che ti ho tratto dalla terra di Egitto, dalla casa di schiavi.

2. Non avere altri dèi al Mio cospetto. Non farti scultura né alcuna immagine di ciò che è in cielo al di sopra, o in terra al di sotto, o nell’acqua, che sta al di sotto della terra. Non prostrarti ad esse e non adorarle, perché Io sono il Signore tuo D-o, D-o geloso, che tengo conto della colpa dei padri sui figli e sugli appartenenti alla terza e alla quarta generazione se essi Mi odiano, e che uso benignità fino alla millesima generazione per coloro che Mi amano e osservano i Miei comandi.

3. Non pronunciare il nome del Signore tuo D-o invano, perché il Signore non assolverà colui che pronuncerà il Suo nome invano.

4. Ricorda il giorno del Sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tua opera, e nel giorno settimo, Shabbat per il Signore tuo D-o, non fare alcun lavoro tu, tuo figlio, tua figlia, il tuo schiavo, la tua schiava, il tuo animale, e il forestiero che è nel tuo paese, perché in sei giorni fece il Signore il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, e si riposò nel giorno settimo; perciò il Signore tuo D-o benedisse e santificò il giorno di Sabato.

5. Onora tuo padre e tua madre affinché si prolunghino i tuoi giorni sulla terra che il Signore ti dà.

6. Non uccidere.

7. Non commettere adulterio.

8. Non rubare.

9. Non parlare riguardo al tuo compagno come teste falso.

10. Non desiderare di impossessarti della moglie del tuo compagno. Non desiderare di impossessarti della casa del tuo compagno, del suo schiavo, della sua schiava, del suo bue, del suo asino, e di tutto
ciò che appartiene al tuo compagno. (Esodo 20, 2-14)



Dal film: “I DIECI COMANDAMENTI” Mosè riceve le tavole della Legge
A cura di Vittoria Scanu / Per Amore di Gerusalemme



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Elia Benamozegh, nostro contemporaneo.

Elia Benamozegh, nostro contemporaneo.

Elia Benamozegh (Livorno 1823-1900) è uno dei più importanti maestri dell’ebraismo sefardita e italiano. Biblista, talmudista, cabbalista, filosofo della religione, egli è anche uno dei precursori del dialogo ebraico-cristiano.

Il suo interesse per la dimensione universalistica della Torah è costante ed è grazie a lui che molti hanno conosciuto per la prima volta il noachismo,ossia l’alleanza con l’intera umanità.

Per chi è ancora abituato a contrapporre il Nuovo all’Antico Testamento, le sue opere possono costituire un’introduzione alla tradizione vivente d’Israele, per la quale la Torah scritta è inseparabile dalla Torah orale. Profondo convincimento di Rav Benamozegh era che proprio la Torah sarebbe diventata il luogo d’incontro tra ebrei e cristiani.

In brevi ma densi capitoli, Marco Cassuto Morselli e Gabriella Maestri presentano le sue opere principali, da Spinoza e la Qabbalah a Storia degli esseni, L’origine dei dogmi cristiani, Morale ebraica e morale cristiana e Israele e l’umanità.


Marco Cassuto Morselli ha insegnato Filosofia ebraica e Storia dell’ebraismo presso il Corso di laurea in studi ebraici del Collegio Rabbinico Italiano (Roma). È Vicepresidente dell’Amicizia ebraico-cristiana di Roma.

Gabriella Maestri ha conseguito il Dottorato presso il Pontificio lstituto di Archeologia Cristiana e da molti anni si occupa di ricerche sulle origini cristiane, soprattutto in relazione all’ebraismo.


Insieme hanno curato diversi volumi della sezione ebraico-cristiana di Marietti tra i quali Lettera di Giacomo alle Dodici Tribù nella Diaspora (2011) e Lettera di Paolo ai Romani (2015). Sempre per Marietti Marco Morselli è autore di I passi del Messia. Per una teologia ebraica del cristianesimo (2007).

Progetto: studio grafico Andrea Musso

In copertina: Andrea Musso, L’albero della vita, acquarello su carta, 2010.
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Una riflessione sulla festa di Pèsach di Antonio Tirri

Una riflessione sulla festa di Pèsach di Antonio Tirri


«Per sette giorni mangerai pane azzimo (…) Durante i sette giorni si mangerà pane azzimo e non apparirà presso di te né pane lievitato né lievito qualsiasi, in tutto il tuo territorio. Tu poi spiegherai a tuo figlio, in quel giorno: “Noi pratichiamo questo culto in onore del Signore per tutto quello che Egli operò in mio favore alla mia uscita dall’Egitto». (Esodo 13, 6-8) 

Lunedì sera, 10 aprile, inizia Pèsach (Pasqua ebraica) con la quale celebriamo la libertà che il Signore volle donarci liberandoci dalla schiavitù d’Egitto, premessa indispensabile per la nascita del popolo libero d’Israele, che sul Sinai ricevette la Legge, con l’obbligo non solo di donarla al mondo, ma anche e soprattutto di non ricadere schiavo di superstizioni, passioni, vizi, o altre divinità (denaro), né di rendere schiavi altri uomini.

Pèsach è la celebrazione della forza di una civiltà che iniziò in quei tempi lontani con l’uscita dall’Egitto; è la celebrazione di un comportamento spirituale e morale sempre attuale, e di un sentimento di umanità che si riassume nell’imperativo etico che D-o dette al popolo ebraico nel deserto: “Ama il prossimo tuo come te stesso”.

Pèsach è un continuo rinnovamento ideale lungo il percorso del pensiero ebraico che vede, nella redenzione finale, la realizzazione del grande sogno: una nuova umanità senza odio, senza guerre, senza dolori, senza nemici, senza tiranni, tutti uniti nella benedizione del Signore.

Nella gioia dell’oggi, concessa da D-o Benedetto, nella speranza del domani, e con il cuore libero di sognare, auguro a tutti un Pèsach Kasher ve-sameach. 

Possa essere un Pèsach di pace, di gioia e di serenità, ma anche di studio e di riflessione affinché si possa trovare la strada che porta alla conoscenza di D-o Benedetto.

Perché risorga
la coscienza della tua missione
e si commuova l’animo
alla nostalgia della famiglia
e al sogno di una terra,
affronta le tue battaglie
con onesta determinazione
contro gli allettamenti
e le seduzioni della vanità,
contro le coercizioni
del violento fanatismo,
e torna purificato
agli antichi ideali
e al sogno
della tua giovinezza.


(Antonio Tirri da “Ascolta, Israele” Giuntina, Firenze 1999)


a cura di Vittoria Scanu

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PESACH/ Pasqua ebraica

PESACH/ Pasqua ebraica

Seder pasquale: il bicchiere di Elia e la libertà.
di Augusto Segre

Haggadot di Pesach


“Nelle sere del Seder vi è nelle nostre case un’aria festosa, come se noi stessi, ci fossimo liberati dalla schiavitù egiziana. La Libertà non ha tempo, non ha limiti, non va cioè calcolata secondo gli anni o i secoli, ma secondo la nostra onesta capacità e sincera volontà di assumere su noi stessi questa grande, immensa responsabilità di renderci liberi e di continuare ad essere  tali per assolvere a tutti i nostri doveri verso Dio e verso gli uomini.


E’ noto a tutti che la sera di Pesach si prepara sul tavolo un quinto bicchiere, che viene chiamato il bicchiere di Elia, il profeta. Secondo la tradizione questo profeta è atteso perché deve venire ad annunciare la Gheullà finale, l’ultima definitiva liberazione da tutto ciò che si oppone alla giustizia e alla pace, a proclamare l’avvento dell’Era Messianica.


E’ interessante notare come i nostri padri abbiano collegato questi due concetti : la libertà dalla schiavitù egiziana con la libertà messianica.

La libertà del singolo porta alla libertà dei popoli e l’opera concorde di tutti i popoli porta e deve portare alla pace universale tanto attesa.


La libertà è sempre stata per tutti la grande necessaria premessa per il raggiungimento della pace universale, dell’Unità degli uomini neIl’Unità di Dio. La pace infatti giungerà per tutte le genti quando ciascun essere umano potrà vivere in libertà ed avere tutto ciò di cui ha bisogno, secondo le sue necessità. La pace, che per essere veramente tale, deve essere universale e duratura sarà realizzata se duratura ed universale sarà la libertà per tutti gli uomini.


Anche quest’anno noi prepareremo con immutata secolare speranza il quinto bicchiere di vino, in attesa dell’illustre ospite.


Non sappiamo esattamente quando, tanto difficile ed aspro è  il nostro cammino, ma sappiamo certamente che egli verrà per portarci questo grande dono del cielo, allorché tutti gli uomini di buona volontà sapranno e vorranno camminare per le vie della Giustizia, e i popoli, tutti concordi, collaboreranno in pace e in armonia, secondo la parola del Signore, per costruire la casa sicura dell’amore e della fratellanza umana”.



Schede illustrative del Seder (ordine) di Pesach


Foto delle Haggadot e Schede Illustrative del Seder: di Vittoria Scanu

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Gerusalemme: città davidica

Gerusalemme: città davidica

GERUSALEMME: luna piena

Gerusalemme per i biblisti è riferimento fon­damentale: la lingua ebraica è parlata, si può vivere la cultura giudaica, si possono compren­dere meglio feste come Sukkot, Pasqua, Penteco­ste… Si scopre un popolo ancora vivo che con­tinua a sperimentare la vocazione di Abramo. In secondo luogo, si costata che in Terra Santa è stupefacente, straordinaria per l’archeologia. Si nota che la Scrittura non è semplice composizio­ne di generi letterari, ma testimonianza di una realtà che gli archeologi stanno scoprendo ogni giorno. Uno degli ultimi scavi, ad esempio, ha interessato la città di Magdala, rinvenuta con la sinagoga, il foro, i bagni rituali, il porto, stu­penda meraviglia. Gli Ebrei ne hanno cercato sempre la parte del periodo di Davide, perché interessa dimostrare che la Terra promessa è stata data a loro già in quel periodo… Invece, dei resti dell’epoca del re Davide essi rinvengo­no quelli che riguardano il Figlio di Davide, con documentazione archeologica che si riferisce ai tempi di Gesù, cioè al periodo romano; ancora prima di trovare livelli più antichi. È questo il fascino di stare a Gerusalemme. Ogni anno ci sono scoperte archeologiche e si appura sempre più che il testo della Scrittura appartiene davve­ro alla terra e alla storia d’Israele. E che quindi c’è realmente una storia biblica, come una geo­grafia biblica, molto importante e sempre di più svelata e conosciuta”. 

Padre Frédéric Manns, biblista



A cura di Vittoria Scanu

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La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell’Associazione Biblica Italiana.

La lettera di Rav Giuseppe Laras, rabbino capo emerito di Milano e presidente del tribunale rabbinico del Nord Italia, ai vertici dell’Associazione Biblica Italiana.

Rav Giuseppe Laras
Qui di seguito i punti salienti della lettera:


«1. Partiamo dalla frase finale (“La trattazione del tema generale del convegno, così delineata, intende evitare l’impressione che si voglia parlare della religione dell’Antico Testamento in luce negativa”): i latini solevano dire “excusatio non petita, accusatio manifesta”! E, per inciso, fa specie che, proprio dei biblisti, ad esempio, usino l’espressione A.T. e non Bibbia Ebraica, Primo Testamento o Scritture di Israele, indipendentemente dai Documenti Ufficiali redatti negli scorsi decenni dalla Chiesa Cattolica, da altre Chiese e dal dialogo ebraico/cristiano. (qui sono “conservatori” È certamente significativo, circa il punto 1, che non figuri (nemmeno pro forma o per portare acqua al loro mulino) neanche un ebreo biblista o rabbino in siffatte giornate di studio.

2. Si parla di “religione dell’AT”, introitando l’idea che l’ebraismo postbiblico rabbinico e il cristianesimo siano fratelli diversi e gemelli di una supposta religione biblica precedente (qui fanno i “progressisti”, recependo l’ultimo ambiguo documento vaticano sul dialogo ebraico-cristiano) di cui sarebbero egualmente eredi ebrei e cristiani.

3. Circa codesta “religione dell’AT”, coincidente con ogni evidenza con la Torah (e difatti vi mettono in polemica Giobbe, che non ha connotazioni ebraiche così evidenti), costoro affermano a più riprese che essa è “ambivalente”, con “ambiguità” e una “rivelazione double-face”. È chiaro dai toni che, per questi lettori cristiani, vi è uno scarto e un’opposizione con la fede e gli scritti cristiani successivi (il che è contraddittorio però con il punto 3), di cui è detto infatti che ha avuto un rapporto “dialettico”, cioè come a dire che se ne sono “smarcati”. È evidente il marcionismo, con buona pace di Agostino di Ippona, che, nonostante il disastroso sostituzionismo, riuscì comunque a scrivere circa le Scritture ebraiche: «In vetere Testamento novum latet, in novo vetus patet» (Hept. 2, 73: PL 34, 623). Inoltre, cosa ancor più significativa, i termini “ambivalente” e “double-face” esprimono un chiaro giudizio assiologico negativo. Il marcionismo non è quindi più teologico, ma etico (cosa ancor più preoccupante). Probabilmente le persone che hanno organizzato il convegno (senza nemmeno l’ipocrisia di invitare un ebreo biblista) si sono sentite incoraggiate dai contenuti di vari Angelus e omelie dell’attuale Pontefice.

4. L’opposizione Profeti e Agiografi versus Torah, intesa come universalismo e profetismo contro moralismo e legalismo, ricalca il marcionismo tradizionale (e qui sono ancora “conservatori”)… e si tratterebbe di “biblisti”!

5. L’opposizione succitata rientra coerentemente con l’orrenda bozza di titolo: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Risuona nell’orecchio, per contrario, il titolo dello sciagurato scritto di A. V. Arnack “Marcione, il Vangelo del Dio Straniero”… È chiaro che “geloso” e “elitaria” sono caratteri etici, simbolici e politici negativi. E hanno una storia -che costoro sin nella bozza di titolo hanno fatto finta di ignorare- antisemita! E restano tra gli argomenti preferiti degli antisemiti odierni!

6. Il carattere binario della Torah (universalimo/particolarismo; Israele/ Popoli; ideale/concreto; estasi/normativa; misericordia/giustizia), degradato a “ambiguità double-fax”, sarebbe la base secondo costoro per la nascita del fondamentalismo e dell’assolutismo, qualora salti uno dei due termini delle polarità. Questo ammesso e non concesso, tuttavia ovviamente non viene analizzato l’altro caso in cui può manifestarsi la sconnessione dei termini delle polarità: cioè quello dell’utopia…come se nella storia dei singoli e delle collettività non sia stato un veleno altrettanto pericoloso,dilagato e dilagante abbondantemente nei vari universi cristiani per secoli (vd. sessualità, vita politica, riflessioni su guerra e pace)!

7. Pare evidente dai toni e dai contenuti dello scritto introduttivo che chi scrive (oltre a essere antisemita e marcionita) sia ateo, nel senso deteriore del termine (ci sono infatti atei che sono persone degnissime e rispettabilissime): la Scrittura cioè è intesa unicamente e solo come elaborazione di temi e idee, tra cui si può selezionare un’antologia ragionata di ciò che è oggi accettabile o meno, in base allo spirito del tempo. Questo non sarebbe accettabile se applicato a un’opera letteraria fondativa, smembrata e compresa con altri criteri esterni, come la Divina Commedia o l’Eneide, ma con la Bibbia sì. La domanda che si impone, oltre alla constatazione della loro non-credenza, è: perché? a cosa risponde questa loro esigenza?

8. È strano che questo “ateismo teologico”, peraltro poco rigoroso, non risponda, se assunto effettivamente, con la più semplice delle spiegazioni, ossia quella sociologica: la Bibbia sarebbe fatta così come loro la descrivono -sempre che ci si voglia muovere in questa prospettiva falsante- perché espressione di una minoranza assoluta determinata a resistere, che si vuole preservare e che vuole darsi un senso “per differenza” rispetto alle maggioranze in cui è nata e da cui era schiacciata.

9. La cosa drammaticamente significativa è che questa operazione sia portata avanti non da filosofi o teologi (e sarebbe grave ugualmente), che farebbero cioè un “meta-lavoro” su questi dati, ma da biblisti, ossia coloro che dovrebbero essere innamorati per professione del testo biblico e lontani per formazione dal marcionismo, il che è ancor più preoccupante. Come è molto preoccupante che questi signori, nel parlare dei rapporti e degli eventuali prestiti tra la “religione dell’Antico Testamento” (che espressione odiosa e assurda!) e le altre “religioni coeve”, non colgano -o non vogliano ammettere- quantomeno una folgorante differenza qualitativa tra queste ultime e il monoteismo abramitico e mosaico… e sarebbero biblisti!

10. Cosa ancor più preoccupante, ancora così scrivono: “Questo aspetto andrà approfondito con attenzione, perché inciderà sulle religioni post-bibliche (sarà accentuato nel rabbinismo post-biblico, dialetticamente affrontato nel cristianesimo, globalmente assimilato nell’Islam). L’ambivalenza della Tôrāh si riscontra su due versanti.” Purtroppo non si tratta di una novità e sembrerebbero saldarsi pericolosamente qui “cattolicesimo filo-islamico”, “vecchio marcionismo” (specie ora in una prospettiva etico-intersoggettiva e non più teologica) e alcune tesi sostenute da non pochi islamologi occidentali: ossia che la parte fondamentalista del Corano sia in primo luogo e soprattutto un’eredità ebraica (la Bibbia Ebraica) e che gli eccessi della Sharia siano dovuti eminentemente ad opera di ebrei convertiti all’Islam nei secoli o di loro discendenti (come se le norme sofisticate e oppressive dell’impero cristiano bizantino non siano state recepite dalla normativa aggressiva teologico-politica islamica!). A titolo informativo ed esemplificativo ecco quello che scrive il docente C. Lo Jacono (Einaudi) nel suo “Storia del Mondo Islamico VII-XVI secolo”, un occidentale dunque e non un musulmano arabo (pg 8): “Un Dio clemente dunque, che ama le Sue creature e che indica loro, per Sua grazia, il Suo volere (e dunque il bene) e quanto gli dispiace (e dunque il male), compiendo ed evitando i quali l’uomo potrà francescanamente sperare “ka la morte secunda no ‘l farrà male”. Un Dio tremendo, però, Onnipotente e giusto, come il Dio degli Ebrei, che non tollera compagni da associarGli nella venerazione dovutaGli, con cui non è possibile alcun patteggiamento e che esige la totale sottomissione….” Ora, chiaramente nella bozza dell’ABI questo non è scritto, tuttavia non pare remoto il fatto che si voglia andare a parare esattamente lì. Il che culturalmente, religiosamente e politicamente significa andare a sollevare l’Islam e la sua tradizione da responsabilità primarie di sorta, in quanto erede passivo di tradizioni arcaiche negative (le nostre), ossia la Torah (peccato che questi biblisti si dimentichino che per i musulmani la Torah è erronea e alterata, e non da un punto di vista filologico bensì teologico-fondativo). Vi sarebbe infine da ricordare a costoro che non poche delle argomentazioni antigiudaiche presenti nel Corano e nella Sunna sono state da più studiosi ricollegate con estrema facilità all’antigiudaismo militante dei gruppi cristiani arabi locali ai tempi di Muhammad, molti dei quali convertitisi all’Islam nascente e imperante. Questo se proprio si vuol parlare di responsabilità remote….!

11. È interessante che, in tale senso, si voglia ledere proprio la base e il senso del Tanakh, spuntando o mettendo forti ipoteche sul suo concetto cardine, ossia quello teologico e pratico di libertà, ancora una volta addomesticando l’Islam svilendo la Bibbia.

12. Molti di noi hanno “toccato per mano” la scelta di certi ambienti cattolici di preferire l’abbraccio con l’islam al “trialogo” includente l’ebraismo e allo specifico dialogo ebraico-cristiano. Ma sappiamo anche che non tutti i cattolici vogliono quell’abbraccio. Non tutti i cattolici che vogliono ricondurre qualsiasi negatività all’ebraismo sanno però che sono stati proprio dei cristiani convertiti all’islam come Titus Burckhardt, René Guénon e altri che con i loro scritti hanno diffuso il concetto che, essendo l’ebraismo la religione della giustizia, e il cristianesimo quella dell’amore, l’islam è la religione della sintesi, la religione completa e perfetta (Era uno dei ritornelli contro i quali è stato necessario lottare negli anni Settanta e Ottanta). Forse tra i cattolici con cariche importanti alcuni hanno la consapevolezza che l’abbraccio con l’islam può condurre anche alle conversioni all’islam (per non parlare di tutti gli altri pericoli)”.

CONCLUSIONI

Sia che la cosa dovesse rispondere a una strategia ben delineata sia che si tratti dell’attuazione di pensieri volatili che si moltiplicano nell’aere, ci troviamo di fronte a una potenziale venefica saldatura tra due antisemitismi rinnovantisi promossa dalla Chiesa Cattolica o da sue parti rilevanti:

1) La causa dell’instabilità del Medio Oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica);

2) La causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero Islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa).

Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e Islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti.

Questa strategia (peraltro a lungo termine cieca e suicida anche per il cristianesimo stesso, ammesso che costoro vogliano sopravvivere e il loro odio verso i loro padri, noi e loro stessi non travalichi troppo), mescolata a vellutato ateismo, sembrerebbe essere coerente con la diffusa comprensione attuale di Gesù di Nazareth:

-non parlano più da tempo del “Gesù della fede cristiana” (ossia Trinità, doppia Natura etc etc), perché lontanissimo dalla sensibilità odierna;

-evitano di parlare del Gesù storico (Martini e Ratzinger per vie diverse, non recepiti entrambi), perché dovrebbero parlare inevitabilmente del Gesù Ebreo e questo oggi in termini politici è per loro problematico;

-parlano di Gesù come di un “maestro di morale”, ovviamente in polemica con gli ebrei del tempo e la loro morale: marcionismo etico (e la riduzione della fede a etica è appunto una forma di ateismo)».



Fonte: 



a cura di Vittoria Scanu






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Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Un convegno che ci riporta indietro di secoli. Polemiche per un titolo inaccettabile: “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”.

Incontro a Venezia sulla religione ebraica

inchiesta di Giulio Meotti sul Foglio


Dall’11 al 16 settembre a Venezia, l’Associazione biblica italiana organizza un convegno con studiosi italiani ed europei che sembra uscito dalle ombre del primo Novecento. “Israele popolo di un Dio geloso: coerenze e ambiguità di una religione elitaria”. Niente meno. L’Associazione, riconosciuta dalla Cei, di cui fanno parte esponenti del clero cattolico e protestante, 800 studiosi e professori di cultura laica e che il Papa ha salutato a Roma lo scorso settembre, discuterà delle “radici di una religione che nella sua strutturazione può dare adito a manifestazioni ritenute degeneranti”. Degeneranti? L’ebraismo avrebbe come conseguenze spesso il “fondamentalismo” e “l’ assolutismo”. “Il pensarsi come popolo appartenente in modo elitario a una divinità unica ha determinato un senso di superiorità della propria religione”, recita il programma veneziano.

Non si è fatta attendere la risposta, durissima, dei rabbini italiani. Giuseppe Laras, già rabbino capo di Milano e presidente emerito dell’Assemblea rabbinica italiana, ha scritto ai vertici dell’Associazione biblica, denunciandone le posizioni, ma senza ottenere risposta. “Sono, ed è un eufemismo, molto indignato e amareggiato!”, scrive Laras nella lettera che il Foglio anticipa qui. “Certamente, indipendentemente da tutto, ivi incluse le possibili future scuse, ripensamenti e ritrattazioni, emergono lampanti alcuni dati inquietanti, che molti di noi avvertono nell’aria da non poco tempo e su cui vi dovrebbe essere da parte cattolica profonda introspezione: un sentore carsico di risentimento, insofferenza e fastidio da parte cristiana nei confronti dell’ebraismo; una sfiducia sostanziale nella Bibbia e un ridimensionamento conseguente delle radici bibliche ebraiche del cristianesimo; un abbraccio con l’islam che è tanto più forte quanto più si è critici da parte cristiana verso l’ebraismo, inclusa ora perfino la Bibbia e la teologia biblica”.
Secondo Laras, “questo programma dell’Associazione biblica italiana è la sconfitta dei presupposti e dei contenuti del dialogo ebraico-cristiano, ridotto ahimè da tempo a fuffa e aria fritta. Personalmente registro con dolore che uomini come Martini e il loro Magistero in relazione a Israele in seno alla chiesa siano stati evidentemente una meteora non recepita, checché tanto se ne dica”. Questa teologia ha conseguenze politiche, dice Laras: “La causa dell’instabilità del medio oriente e dunque del mondo sarebbe Israele (colpa politica); la causa remota del fondamentalismo e dell’assolutismo dei monoteismi sarebbe la Torah, con ricadute persino sul povero islam (colpa archetipica, simbolica, etica e religiosa). Ergo siamo esecrabili, abbandonabili e sacrificabili. Questo permetterebbe un’ipotesi di pacificazione tra cristianesimo e islam e l’individuazione del comune problema, ossia noi. E stavolta si trova un patrigno nobile nella Bibbia e un araldo proprio nei biblisti”.
D’accordo con Laras i principali rabbini italiani, a cominciare da Roberto Della Rocca, responsabile dell’educazione nelle comunità ebraiche italiane. “Non voglio fare il processo alle intenzioni”, dice al Foglio il rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib. “Ma o è uno scivolone o è qualcosa di preoccupante. Sono argomentazioni teologiche usate nel passato come arma antiebraica il Dio vendicativo degli ebrei, il Dio della giustizia contrapposto al Dio dell’amore, usate come propaganda antiebraica. Quando si usano argomentazioni del genere a noi si alzano le antenne. La chiesa cattolica nel dialogo ebraico-cristiano ha superato queste argomentazioni. Sembra che ora vengano riprese. L’idea dell’ebraismo elitario che si sente superiore è stata usata nel passato in maniera preoccupante. E’ chiaramente il sospetto che si voglia avere una ricaduta sull’attualità, su Israele”.
D’accordo con Arbib il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, che al Foglio dice: “O è una cosa fatta con piena coscienza e quindi gravissima, oppure non si rendono conto. Non è solo una analisi teologica, biblica, ma un discorso che si presta a essere contestualizzato al medio oriente, con implicazioni micidiali in politica”. Alla stesura della lettera di protesta dei rabbini ha partecipato anche un laico, David Meghnagi, docente a Roma Tre, esperto di didattica della Shoah e membro dell’Unione comunità ebraiche italiane. “Sono convinto che il convegno sia l’indice che dentro la chiesa, fra gli intellettuali e gli studiosi, gli elementi di marcionismo che l’hanno corrotta non sono stati superati”, dice Meghnagi al Foglio. “E sono presenti anche nella cultura laica che legge la Bibbia. Lo si vede negli interventi di Eugenio Scalfari su Repubblica, la contrapposizione fra il Dio veterotestamentario e quello del Nuovo Testamento. Nel 1990, alla prima giornata dell’amicizia fra ebrei e cristiani della Cei, mentre piovevano i missili su Tel Aviv da parte dell’Iraq, mi si avvicina un vescovo e mi dice: Lo sa quanta fatica noi cristiani facciamo per nobilitare il Vecchio Testamento?’. Il linguaggio cristiano rispetto agli ebrei presenta diverse patologie, compresa la valutazione degli ebrei come popolo decaduto, di cui si eredita la primogenitura. Solo dopo la Shoah c’è stata una rivalutazione. Nella cultura più ampia di molti laici e democratici ci sono pregiudizi che arrivano da questa visione”.
Ecco allora che in tante, troppe guerre, Israele finisce per diventare “il nuovo Erode” e i palestinesi “il nuovo Gesù”. “Siccome non viviamo nel vuoto, la scelta di privilegiare questa riflessione si incontra con una teologia palestinese e di matrice cristiano-orientale, che trova ascolto nei movimenti pacifisti e terzomondisti, che tende a vedere l’attuale contrapposizione in medio oriente come la riedizione su più vasta scala della violenza del Dio biblico, l’ebraismo della carne contrapposto allo spirito, i valori della terra contro quelli dello spirito”, conclude Meghnagi. “Vorrei citare un articolo di Gianni Baget Bozzo uscito sul Manifesto sulla guerra di Israele come violenza biblica, o quello di Scalfari su Repubblica che parlò del Dio della vendetta. Lo si vede anche nelle vignette di Forattini. E’ un elemento che è passato nella cultura attraverso la demonizzazione del sionismo, la falsa innocenza della diaspora rispetto allo stato-nazione ebraico da esecrare”.


Giulio Meotti sul FOGLIO

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