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Il cardinal vicario e l’elogio dello squilibrio

Il cardinal vicario e l’elogio dello squilibrio

La lettera che il cardinale Angelo De Donatis, vicario del papa per la diocesi di Roma, ha inviato a tutti i sacerdoti sottoposti alla sua autorità merita veramente di essere conosciuta. Fulgido esempio di Chiesa in uscita, la missiva contiene perle sulle quali meditare.

“Come sai – scrive sua eminenza rivolgendosi a un immaginario prete – il processo di conversione e rinnovamento, che stiamo mettendo in atto in Diocesi e nelle nostre comunità, richiede la creazione in ogni parrocchia di un piccolo gruppo di persone, una équipe pastorale, che possa prendersi cura del cammino di tutti, custodendo la direzione comune e animando concretamente le diverse iniziative”.

Queste idee sono ottime. Occorre abbandonare la vecchia concezione, secondo cui il processo di conversione richiede la preghiera personale, il costante rivolgersi a Dio, l’amore per Gesù. No, la vera conversione richiede la creazione di un’équipe pastorale. Ed è giusto che sia tale équipe (per comodità potremmo anche chiamarla soviet, o collettivo, o cellula) a “custodire la direzione comune”. Sono finiti i tempi in cui la custodia era affidata al prete con l’ausilio dei santi. Non a caso sua eminenza insiste: “L’individuazione di una buona équipe pastorale è una priorità”.

Il consiglio è di scegliere “dodici persone”, ma il numero è simbolico. Possono essere di più, o di meno, non importa. L’importante è che queste persone, dodici, tredici o quel che siano, “non vanno cercate tra coloro che hanno dimostrato di essere prudenti, misurate e circostanziate, ma al contrario, tra persone fuori dalle righe, gente che lo Spirito Santo ha reso degli appassionati dello squilibrio”.

Questo sì che è parlare chiaro. Ci fu un tempo, ormai superato per sempre, in cui la Chiesa riteneva che i doni dello Spirito Santo  fossero la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timor di Dio. La vecchia Chiesa, non ancora in uscita, li chiamava i sette doni dello Spirito Santo, ma evidentemente erano espressione di una Chiesa rigida, dottrinaria e, diciamolo, del tutto autoreferenziale. Oggi invece, ed è giusto sottolinearlo, abbiamo bisogno di squilibrati, e sua eminenza lo dice chiaro e tondo: “Non abbiamo bisogno di professionisti competenti e qualificati, quanto piuttosto di cristiani apparentemente come tutti, ma in realtà capaci di sognare, di contagiare gli altri con i loro sogni, desiderosi  di sperimentare cose nuove”. Insomma, con una formula innovativa potremmo dire: “Vogliamo la fantasia al potere”.

È molto bello che a questo punto sua eminenza, per rafforzare l’argomentazione, non citi, come si faceva una volta, un santo, un padre della Chiesa, un teologo, un papa, bensì un giornalista, ossia il bravissimo Luigi Accattoli, il quale, con un’alzata d’ingegno,  ha scritto che la comunità cristiana ha bisogno di “esploratori coraggiosi”. Giusto. Ma noi vorremmo andare anche più in là, e proporre di mettere la diocesi di Roma sotto la protezione non solo e non tanto di Pietro e Paolo, ma di Giovanni Caboto, Cristoforo Colombo,  Vasco da Gama, David Livingstone, Umberto Nobile, Roald Amundsen . Gente così. Che esplorava.

Sua eminenza il cardinale vicario ammette che magari queste persone appassionate dello squilibriopossono risultare a volte “destabilizzanti”, ma che importa? Ciò che conta è “tenerle vicine, ascoltarle, lasciarle agire”. D’altra parte, aggiungiamo noi, si sa che le persone squilibrate non vanno mai contraddette.

“Faranno degli errori?”, si chiede sua eminenza. “Li faranno fare a te e alla comunità?”. E pazienza. Come dice sempre papa Francesco, e come sua eminenza opportunamente ricorda, molto meglio una “Chiesa accidentata” che una “autoreferenziale”. E ora non state a chiedervi che cosa voglia dire, perché non è più tempo di significati rigidi.

Ciò che conta non è, come si riteneva un tempo, condurre le anime a Dio (che linguaggio!), ma “l’ascolto creativo della realtà e delle storie di vita”. E, di nuovo, non state a chiedervi che cosa voglia dire di preciso, perché la precisione è superata, roba vecchia.

“Tutta la comunità cristiana e tutti gli operatori pastorali sono chiamati a mettersi in atteggiamento di ascolto” dice sua eminenza.  E come?  Microspie? Audio-sorveglianza? Intercettazioni? Non si sa, ma saperlo non è importante. Non è il momento di spiegare. La Chiesa in uscita ascolta, non spiega.

Poi, dice sua eminenza, prioritario è anche “essere custodi del fuoco”, ben sapendo che “essere custodi del fuoco” significa “custodire il senso del cammino” in una “Chiesa-grembo di misericordia” . E a questo punto come non pensare ai nostri cari amici indios amazzonici, dai quali tanto abbiamo da imparare, e alle loro tradizioni fondate sull’idea di  Terra Madre Grembo  e Spirito di Potenza Cosmica?

Occorre notare che nella lettera c’è qualche imperfezione di contenuto e di stile. Per esempio, dopo aver sostenuto che occorre evitare uno “schiacciamento sul fare”, il testo propone tutto un elenco di cose da fare. Ma non importa. Trattasi certamente di errori voluti per sottolineare che ciò che conta è essere incidentati e squilibrati, non tutti precisini.

Ed è consolante sapere che “nello svolgere questi compiti” l’equipe non avrà l’aiuto, in fondo banale e scontato, di grandi santi e patroni, ma “sarà supportata dalla Diocesi e dagli Uffici Pastorali” (notare l’abbondanza di maiuscole), proprio come nelle grandi nomenklature.

Molti altri sarebbero i punti da sottolineare in questa lettera, piena di Fuoco e di Spirito, nella quale, giustamente, non una sola volta è nominato, almeno esplicitamente, Gesù. Ci limitiamo a osservare un pleonasmo proprio alla fine (“da questo cammino pastorale la Chiesa diocesana ne uscirà più attenta”), ma, ripetiamo, anche questa ridondanza un po’ fastidiosa sarà certamente voluta, perché gli appassionati dello squilibrio amano l’imperfezione.

Dunque, avanti così.

Che il Fuoco sia custodito!

Come direbbe il cardinale Marx,  ascoltatori di tutto il mondo, unitevi!

E come dice il cardinale Anakyn Skywalker (forse meglio conosciuto come sua eminenza Dart Fener),  che la Forza sia con voi!

Aldo Maria Valli

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Accoglienza dei migranti. I vescovi del Lazio all’attacco.

Accoglienza dei migranti. I vescovi del Lazio all’attacco.

Di Aldo Maria Valli

Cari amici di Duc in altum, sono venuto in possesso di un documento dei vescovi del Lazio che dovrà essere letto nelle chiese durante le Sante Messe di domenica prossima, in occasione della Pentecoste. Ve lo propongo qui in anteprima perché possiate farvene un’idea.

Da alcuni commenti che ho raccolto fra preti di Roma il documento suscita più di una perplessità. Uno di loro, dopo averlo ricevuto dal vescovo di zona (che ha precisato che il testo è stato “approvato oralmente” dal papa), ha commentato: “In quanto sacerdote in cura d’anime mi trovo in forte difficoltà a diffonderlo, perché è un documento di contenuto politico ed io, leggendolo davanti ai fedeli riuniti per la Santa Messa, mi troverei a servizio di uno schieramento politico, mentre ho dato la vita per il Signore, non per un partito”.

Ed ecco un altro commento: “Da anni siamo inondati da messaggi papali ed episcopali per varie Giornate nazionali e internazionali, a somiglianza di quelle proposte da Onu e affini. Ora che si riduca anche la Pentecoste a occasione di tal genere mi sembra inammissibile, tanto più che il messaggio dei vescovi del Lazio è politicamente strumentale e quindi illegittimo”.

 Infine un terzo sacerdote afferma: “La dottrina cattolica ha sempre insegnato che esiste un ordo amoris, un ordine da dare all’esercizio del proprio amore. Un ordine che si può riassumere nell’espressione ‘prima i vicini e poi i lontani’, come sa bene qualunque padre o madre di famiglia, chiamati a occuparsi prima dei loro figli e poi eventualmente di quelli degli altri. Il comandamento evangelico dell’amore dice sì che bisogna amare tutti, ma, poiché non è possibile aiutare tutti, si deve provvedere soprattutto a quelli che Dio ha legato più strettamente a noi, come si può intuire pensando alla natura stessa di alcune relazioni, come quelle familiari ma anche quelle di amicizia, culturali, nazionali. Il documento dei vescovi del Lazio appare invece viziato da una visione ideologica improntata a demagogia”.     

 Qui trovate il testo. Buona lettura.

A.M.V.

***

Carissimi fedeli delle diocesi del Lazio, desideriamo offrirvi alcune riflessioni in occasione della solennità di Pentecoste che ci mostra l’icona dell’annunzio a Gerusalemme ascoltato in molte lingue; pensiamolo come il segno del pacifico e gioioso incontro fra i popoli che attualizza l’invito del Risorto ad annunciare la vita e l’amore.

Purtroppo nei mesi trascorsi le tensioni sociali all’interno dei nostri territori, legate alla crescita preoccupante delle povertà e delle disuguagliane, hanno raggiunto livelli preoccupanti. Desideriamo essere accanto a tutti coloro che vivono in condizioni di povertà: giovani, anziani, famiglie, diversamente abili, disagiati psichici, disoccupati e lavoratori precari, vittime delle tante dipendenze dei nostri tempi.

Sappiamo bene che in tutte queste dimensioni di sofferenza non c’è alcuna differenza: italiani o stranieri, tutti soffrono allo stesso modo. È proprio a costoro che va l’attenzione del cuore dei credenti e – vogliate crederlo – dell’opzione di fondo delle nostre preoccupazioni pastorali.

Vorremmo invitarvi ad una rinnovata presa di coscienza: ogni povero – da qualunque paese, cultura, etnia provenga – è un figlio di Dio. I bambini, i giovani, le famiglie, gli anziani da soccorrere non possono essere distinti in virtù di un “prima” o di un “dopo” sulla base dell’appartenenza nazionale.

Da certe affermazioni che appaiono come “di moda” potrebbero nascere germi di intolleranza e di razzismo che, in quanto discepoli del Risorto, dobbiamo poter respingere con forza. Chi è straniero è come noi, è un altro “noi”: l’altro è un dono. È questa la bellezza del Vangelo consegnatoci da Gesù: non permettiamo che nessuno possa scalfire questa granitica certezza.

Desideriamo invitarvi, pertanto, a proseguire il nostro cammino di comunità, credenti sia con la preghiera che con atteggiamenti di servizio nella testimonianza di una virtù che ha sempre caratterizzato il nostro Paese: l’accoglienza verso l’altro, soprattutto quando si trovi nel bisogno. Proviamo a vivere così la sfida dell’integrazione che l’ineluttabile fenomeno migratorio pone dinanzi al nostro cuore: non lasciamo che ci sovrasti una “paura che fa impazzire” come ha detto Papa Francesco, una paura che non coglie la realtà; riconosciamo che il male che attenta alla nostra sicurezza proviene di fatto da ogni parte e va combattuto attraverso la collaborazione di tutte le forze buone della società, sia italiane che straniere.

Le nostre Diocesi, attraverso i centri di ascolto della Caritas, e tante altre realtà di solidarietà e di prossimità, danno quotidianamente il proprio contributo per alleviare le situazioni dei poveri che bussano alla nostra porta accogliendo il loro disagio. Tanto è stato fatto e tanto ancora desideriamo fare, affinché l’accoglienza sia davvero la risposta ad una situazione complessa e non una soluzione di comodo (o peggio interessata). Desideriamo che tutte le nostre comunità – con spirito di discernimento – possano promuovere una cultura dell’accoglienza e dell’integrazione, respingendo accento e toni che negano i diritti fondamentali dell’uomo, riconosciuti dagli accordi internazionali e – soprattutto – originati dalla Parola evangelica.

Non intendiamo certo nascondere la presenza di molte problematiche legate al tema dell’accoglienza dei migranti, così come sappiamo di alcune istituzioni che pensavamo si occupassero di accoglienza, e che invece non hanno dato la testimonianza che ci si poteva aspettare. Desideriamo, tuttavia, ricordare che quando le norme diventano più rigide e restrittive e il riconoscimento dei diritti della persona è reso più complesso, aumentano esponenzialmente le situazioni difficili, la presenza dei clandestini, le persone allo sbando e si configura il rischio dell’aumento di situazioni illegali e di insicurezza sociale.

Pertanto, carissime sorelle e carissimi fratelli, sentiamo il dovere di rivolgere a tutti voi un appello accorato affinché nelle nostre comunità non abbia alcun diritto la cultura dello scarto e del rifiuto, ma si affermi una cultura “nuova” fatta di incontro, di ricerca solidale del bene comune, di custodia dei beni della terra, di lotta condivisa alla povertà. Invochiamo per tutti noi il dono incessante dello Spirito, che converta i nostri cuori per renderli solleciti nel testimoniare un’accoglienza profondamente evangelica e la gioia della fraternità, frutto concreto della Pentecoste.

I Vescovi della Diocesi del Lazio

9 giugno 2019, Solennità di Pentecoste

 

Fonte: Aldomariavalli.it

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Dalle donne cardinale ai matrimoni omosessuali.

Dalle donne cardinale ai matrimoni omosessuali.

Significative connessioni seguendo le tracce del gesuita Keenan

di Aldo Maria Valli

Creare donne cardinale. Otto per l’esattezza. Con tanto di elenco. È la proposta del gesuita James Keenan  (https://www.ncronline.org/news/accountability/if-we-want-reform-church-lets-make-women-cardinals) che sostiene: sarebbe l’unico modo di riformare la Chiesa.

Non è la prima volta che padre Keenan lancia la sua idea. Interessanti sono comunque i nomi delle otto “candidate”. Vediamoli.

Suor Margaret Farley, già censurata dalla Congregazione per la dottrina della fede per il suo libro Just Love. A Framework for Christian Sexual Ethics (New York, Continuum, 2006), è una sostenitrice della masturbazione e dell’omosessualità. Nel suo libro afferma fra l’altro che “dovrebbe essere ormai chiaro che le relazioni e le attività omosessuali possono essere giustificate secondo la stessa etica sessuale delle relazioni e delle attività eterosessuali”.  Inoltre suor Margaret è contro l’indissolubilità del matrimonio, in quanto, scrive, “la mia personale posizione è che l’impegno matrimoniale sia soggetto a scioglimento per le stesse ragioni fondamentali per le quali ogni impegno permanente, estremamente grave e quasi incondizionato, può cessare di esigere un vincolo”.

Suor Mary Ann Hinsdale è collega di padre Keenan al Boston College, nonché ammiratrice di Gregory Baum, ex sacerdote, morto un anno fa a novantaquattro anni, il quale nel suo ultimo libro rivelò di essere omosessuale da quando aveva quarant’anni. Baum, nato in una famiglia di origine ebraica e sostenitore a sua volta del matrimonio omosessuale, è stato l’estensore della prima parte del documento conciliare Nostra Aetate (sul dialogo della Chiesa con gli ebrei) ed è stato colui che spinse la Chiesa del Canada a rifiutare l’enciclica Humanae Vitae di Paolo VI.

Suor Mary Catherine Hilkert ha firmato una dichiarazione femminista che chiede la fine del patriarcato nella Chiesa e l’accettazione dell’omosessualità.

Suor Theresa Forcades, anche lei militante femminista e teorica di una “teologia queer” (attenta cioè a tutte le forme di sessualità “non convenzionali”), accusa la Chiesa di essere misogina e dice che l’intera struttura va cambiata. Perché? La Chiesa è fondata sul clericalismo e, poiché solo i maschi possono essere ordinati sacerdoti, il clericalismo è fondato a sua volta sul maschilismo. Dunque spazio alle donne e alle sessualità alternative.

Linda Hogan, irlandese, docente di teologia al Trinity College di Dublino, autrice di saggi che ruotano attorno all’”etica interculturale femminista” e di un articolo in difesa dei “matrimoni” fra persone dello stesso sesso (pubblicato in piena campagna referendaria irlandese sui matrimoni gay nel 2015), fu già proposta come “cardinalessa” da padre Keenan nel 2013.

Agnes Brazal, teologa di Manila, è specializzata in femminismo, migrazioni e post-colonialismo.

Elizabeth Johnson, teologa femminista, è autrice di un saggio intitolato Colei che è. Il mistero di Dio nel discorso teologico femminista.

Cathleen Kaveny, anche lei del Boston College, nel 2014 condusse un dibattito pubblico con il cardinale Kasper nel corso del quale, circa la questione dei divorziati risposati, il porporato affermò: “Papa Benedetto ha detto che possono essere in comunione spirituale con Cristo, e allora perché non l’eucarestia?”.

Phyllis Zagano, studiosa specializzata nelle ricerche sul ruolo delle donne nella Chiesa, è sostenitrice del diaconato e dell’ordinazione femminile.

Shawn Copeland (di nuovo Boston College) è teologa e antropologa su posizioni pro Lgbt.

Ecco qua dunque le “magnifiche otto” proposte dal padre Keenan per il cardinalato.

C’è da dire che il tema del cardinalato femminile ogni tanto riemerge. Durante il concistoro del giugno 2017, per esempio, il neo-cardinale svedese Anders Arborelius suggerì al papa di prendere in considerazione l’ipotesi della creazione di un organismo consultivo speciale, formato da sole donne, per “offrire maggiori opportunità alla leadership femminile nella Chiesa”. L’organismo, aggiunse Arborelius, potrebbe avere un ruolo ufficiale: “Abbiamo un collegio cardinalizio, ma potremmo avere anche un collegio di donne per dare consigli al papa”.

Si racconta inoltre che Giovanni Paolo II, al quale qualcuno consigliò di creare cardinale Madre Teresa di Calcutta, rispose: “Gliel’ho chiesto, ma lei non vuole”.

Una donna cardinale, spiegano gli esperti, teoricamente non è impossibile, né teologicamente né dal punto di vista canonico. Il cardinalato infatti è un ruolo per il quale non è necessaria l’ordinazione ministeriale.

A favore di ruoli di responsabilità per le donne si è schierato anche il cardinale Reinhard Marx (“Abbiamo bisogno di una nuova immagine di Chiesa, una Chiesa mondiale guidata da uomini e donne, di tutte le culture, che lavorano insieme”), ma, ripeto, ciò che colpisce nella proposta del padre Keenan non è tanto la proposta in sé, quanto i nomi delle otto: tutte, come abbiamo visto, femministe a favore del matrimonio omosessuale, della “liberazione sessuale” e della transessualità.

Si tratta di un filone di pensiero che presso alcuni gesuiti incontra particolare favore, come si vede bene nel caso di padre James Martin, il più celebre gesuita pro Lgbt.

Scorrendo poi i nomi delle otto possibili “cardinalesse” si scoprono interessanti connessioni.

Una delle suore proposte da Keenan nel suo elenco, Theresa Forcades, è molto amica del sacerdote José Tolentino de Mendonça, vicerettore dell’Università Cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio consiglio della cultura, che quest’anno è stato scelto dal papa per predicare gli esercizi spirituali a lui e all’intera curia romana.

Tolentino non ha mai nascosto il suo apprezzamento per suor Forcades, tanto da scrivere una prefazione piena di complimenti al libro della religiosa catalana A teologia feminista, na história.

Spinto dall’entusiasmo, Tolentino arriva a sostenere che la storia dell’Occidente, addirittura, sarebbe stata diversa se la nostra cultura avesse adottato il metodo Forcades, ovvero “un modo simbolico, aperto e sensibile di approcciare il reale invece delle trionfali grammatiche univoche che conosciamo”.

Un modo “aperto e sensibile”, opposto alle “grammatiche univoche”, significa ovviamente dire sì al matrimonio omosessuale e al transessualismo, proprio come sostiene suor Forcades.

Ma è il nome dello stesso padre Keenan a permettere altre connessioni significative.

All’inizio del 2003, infatti, il gesuita americano si schierò con decisione, nel Massachusetts, contro un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio come unione stabile di un uomo e una donna. Sì, avete capito bene: Keenan, sacerdote cattolico, si schierò contro. E con lui ci furono altri due preti.

All’epoca padre Keenan incominciò la sua testimonianza contro l’emendamento con queste parole: “Sono qui oggi per testimoniare contro H.3190 [la sigla dell’emendamento, ndr] perché è contrario all’insegnamento cattolico sulla giustizia sociale”. E concluse sulla stessa linea: “Come sacerdote e come teologo morale, non riesco a vedere come qualcuno possa usare la tradizione cattolica romana per sostenere H. 3190”.

La Massachusetts Catholic Conference pubblicò prontamente un memorandum per stigmatizzare la presa di posizione di Keenan, sottolineando la completa distorsione dell’insegnamento cattolico operata dal gesuita. Sostenere, come fece Keenan, la necessità di respingere un emendamento costituzionale che definiva il matrimonio l’unione stabile di un uomo e una donna, e motivare l’opposizione spiegando che un tale emendamento avrebbe leso i principi della giustizia sociale cattolica, significa, disse il memorandum, travisare completamente l’insegnamento della Chiesa, ma tutto ciò non ha impedito al gesuita di proseguire nella sua brillante carriera di docente e organizzatore di grandi eventi, tra i quali molti convegni di teologia morale.

E proprio a proposito di convegni ecco un’altra connessione interessante.  Quando Keenan, l’estate scorsa, ha organizzato a Sarajevo un meeting internazionale sull’etica cattolica, con numerosi oratori a favore di femminismo, matrimonio omosessuale e altri “diritti” Lgbt, sapete chi gli ha inviato una lettera di tre pagine piena di apprezzamento? Papa Francesco in persona.

“A Critical Time for Bridge-Building: Catholic Theological Ethics Today”, questo il titolo del convegno, e ovviamente il riferimento alla costruzione di ponti non poteva sfuggire a Bergoglio, che nel messaggio scrive:  “Sarajevo è città di ponti. Anche il vostro convegno ha voluto ispirarsi a questo motivo dominante, preso a monito per ricostruire, in un clima di divisioni e di tensioni, cammini nuovi di avvicinamento tra popoli, culture, religioni, visioni della vita, orientamenti politici. Ho apprezzato questo vostro sforzo fin dall’inizio, in occasione della visita in Vaticano dei membri del vostro Planning Committee, nel marzo scorso”.

Dunque papa Francesco apprezza. E aggiunge: “Se mi chiedo come possa l’etica teologica offrire il proprio specifico contributo in tal senso, apprezzo l’intuizione che vi proponete di attuare: fare rete tra persone che, nei cinque continenti, con modalità ed espressioni diverse, si dedicano alla riflessione etica in chiave teologica e si sforzano di trovare in essa risorse nuove ed efficaci. Con tali risorse si possono condurre analisi appropriate, ma soprattutto mobilitare energie in ordine ad una prassi compassionevole e attenta al dramma umano per accompagnarlo con cura misericordiosa. Per tessere questa rete, urge prima di tutto tra di voi costruire ponti, condividere percorsi, accelerare avvicinamenti. Non si tratta certo di uniformare i punti di vista, ma piuttosto di cercare con volontà sincera la convergenza negli intenti, nell’apertura dialogica e nel confronto sulle prospettive… E imparerete sempre meglio le forme della fedeltà alla Parola di Dio che ci interpella nella storia e della solidarietà con il mondo, sul quale non siete chiamati a emettere giudizi, ma a indicare strade, accompagnare cammini, lenire ferite, sostenere fragilità.Ringrazio con voi i responsabili che lasciano l’incarico e quelli che lo assumono, prego per loro e a tutti invio di cuore la mia benedizione, chiedendo per favore anche a voi di pregare per me”.

Dunque i teologi che si occupano di morale non sono chiamati “a emettere giudizi” sul mondo.

E a Sarajevo poteva forse mancare la compagnia di giro tanto cara a Keenan? Certo che no. Ecco dunque, fra gli altri, Linda Hogan, la femminista pro gay possibile “cardinalessa”; Stephan Goertz, uno dei più aperti sostenitori della necessità di arrivare a un riconoscimento delle coppie omosessuali sul piano sacramentale; il dottorando omosessuale Craig A. Ford Jr. (tanto per cambiare del Boston College) che ha consigliato a cattolici queer e Lgbtia di stare alla larga dai confessionali; il teologo sudtirolese Martin Lintner, grande sostenitore di Amoris laetitia e secondo il quale “la Chiesa deve svelenire l’eros”; e Charles Curran, sì, proprio lui, il “teologo della sessualità”, la cui storia è emblematica di una certa teologia del dissenso cattolico.

Ordinato sacerdote nel 1958, Curran nel 1967 viene esonerato dalla docenza di teologia morale all’Università Cattolica di Washington per le sue idee decisamente poco cattoliche. Reintegrato in seguito alla protesta di una quarantina di docenti e qualche migliaio di studenti, nel 1968 diventa portavoce del dissenso contro l’enciclica Humanae vitae e continua imperterrito a sfidare la posizione ufficiale della Chiesa su argomenti come i rapporti sessuali prematrimoniali, la masturbazione, i metodi contraccettivi, l’aborto, l’omosessualità, il divorzio, l’eutanasia e la fecondazione in vitro. Si arriva così al 1986, quando la Congregazione per la dottrina della fede, presieduta da Joseph Ratzinger, dopo numerosi quanto inutili richiami, stabilisce la definitiva espulsione di Curran dalla facoltà dell’Università Cattolica d’America e la proibizione di insegnare teologia, in quanto l’aperto dissenso del teologo americano rispetto al magistero cattolico non può essere compatibile con la docenza. Di nuovo, alcuni professori protestano e il cardinale Joseph Bernardin (1928-1996) di Chicago propone una mediazione: mantenere Curran nell’università, a patto che non insegni etica sessuale, ma la mediazione non ha esito, e neppure una successiva causa legale intentata da Curran ha successo.

Ma tra i nomi di spicco presenti alla conferenza di Sarajevo ci sono stati anche molti partecipanti a un precedente evento sponsorizzato dai gesuiti. Parliamo della Giornata di studi tenutasi a Roma nel maggio 2015 in vista del secondo Sinodo sulla famiglia, con il gesuita francese Alain Thomasset, il quale precisò che la Giornata di studi doveva servire in vista dell’”ammorbidimento della peccaminosità oggettiva” degli atti omosessuali, così come di alcune forme di contraccezione non ammesse dalla Chiesa.

Tra i partecipanti e i finanziatori (con fondi della Conferenza episcopale Usa) del convegno di Sarajevo figura il cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, già protetto dal cardinale omosessuale e predatore seriale Theodor McCarrick, il quale Cupich si è distinto di recente per aver sostenuto in un’intervista che, rispetto alla crisi degli abusi sessuali, il papa ha un’agenda ben più ampia (“a bigger agenda”) della quale occuparsi, a partire da ambientalismo e migranti.

A Sarajevo alla fine del convegno è stato emesso un documento nel quale i partecipanti dicono: “Il nostro compito profetico non è solo quello di critica, ma anche quello di annunciare e descrivere un nuovo ordine, una nuova alleanza, un nuovo futuro.”

Ecco, in sintesi, le persone al centro di quelle reti che Francesco chiede di mettere in relazione sempre più stretta per “costruire ponti, condividere percorsi, accelerare avvicinamenti”.

L’avvicinamento, sì. Al baratro.

Aldo Maria Valli

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Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

Caso McCarrick. “Il papa sapeva. Ecco perché deve dimettersi”

di Aldo Maria Valli

«Vescovi e sacerdoti, abusando della loro autorità, hanno commesso crimini orrendi a danno di loro fedeli, minori, vittime innocenti, giovani uomini desiderosi di offrire la loro vita alla Chiesa, o non hanno impedito con il loro silenzio che tali crimini continuassero ad essere perpetrati».

Chi scrive queste parole è un arcivescovo, già nunzio apostolico negli Stati Uniti dal 2011 al 2016. Ora in pensione, ha deciso di aprire il suo cuore e di dire tutto ciò di cui è venuto a conoscenza circa la vicenda degli abusi sessuali nella Chiesa. Una testimonianza che si conclude con una richiesta dura e perentoria: papa Francesco si faccia da parte. Perché anche lui ha saputo, ma ha coperto.
Autore del memoriale, come spiega La Verità in edicola oggi, è monsignor Carlo Maria Viganò, settantasette anni, che prima di essere inviato come nunzio negli Usa è stato responsabile del Governatorato della Città del Vaticano e prima ancora nunzio in Nigeria, delegato per le rappresentanze pontificie nella Segreteria di Stato della Santa Sede e membro della Commissione disciplinare della Curia romana.
«Restituire la bellezza della santità al volto della Sposa di Cristo, tremendamente sfigurato da tanti abominevoli delitti». È con questa motivazione che il monsignore ha deciso di parlare. «Se vogliamo veramente liberare la Chiesa dalla fetida palude in cui è caduta, dobbiamo avere il coraggio di abbattere la cultura del segreto e confessare pubblicamente le verità che abbiamo tenuto nascoste. Occorre abbattere l’omertà con cui vescovi e sacerdoti hanno protetto loro stessi a danno dei loro fedeli, omertà che agli occhi del mondo rischia di far apparire la Chiesa come una setta, omertà non tanto dissimile da quella che vige nella mafia».
E alle parole fa seguire i fatti, cioè le notizie. Documentate, circostanziate. Il tono è dolente, ma lo stile asciutto.
La classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la vicenda del cardinale McCarrick. Quando ha visto che di fronte alle nefandezze commesse dallo “Zio Ted”, emerse in tutta la loro evidenza negli ultimi mesi, tutti ai vertici della Chiesa sono caduti dalle nuvole, tanto che è stato un diluvio di «io non sapevo», monsignor Viganò si è messo a scrivere. Un atto d’accusa che parte da lontano, da prima del pontificato di Francesco, e arriva fino a oggi.
«Ora che la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa la mia coscienza mi impone di rivelare quelle verità delle quali in relazione al caso tristissimo dell’arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick sono venuto a conoscenza nel corso degli incarichi che mi furono affidati, da san Giovanni Paolo II, come Delegato per le Rappresentanze Pontificie dal 1998 al 2009 e da Papa Benedetto XVI come Nunzio Apostolico negli Stati Uniti d’America dal 19 ottobre 2011 a fine maggio 2016».
Viganò spiega che due ex nunzi negli Stati Uniti, ambedue deceduti prematuramente, ovvero Gabriel Montalvo (in servizio dal 1998 al 2005) e Pietro Sambi (che ricoprì l’incarico dal 2005 al 2011), «non mancarono di informare immediatamente la Santa Sede non appena ebbero notizia dei comportamenti gravemente immorali con seminaristi e sacerdoti dell’arcivescovo McCarrick». Ma nessuno si mosse.
In particolare Viganò rivela che «il Nunzio Sambi trasmise al Cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone una Memoria di accusa contro McCarrick da parte del sacerdote Gregory Littleton della diocesi di Charlotte, ridotto allo stato laicale per violazione di minori, assieme a due documenti in cui lo stesso Littleton raccontava la sua triste storia di abusi sessuali da parte dell’allora arcivescovo di Newark e di diversi altri preti e seminaristi. Il Nunzio aggiungeva che il Littleton aveva già inoltrato questa sua Memoria a circa una ventina di persone, fra autorità giudiziarie civili ed ecclesiastiche, di polizia ed avvocati, fin dal giugno 2006, e che era quindi molto probabile che la notizia venisse presto resa pubblica. Egli sollecitava pertanto un pronto intervento della Santa Sede».
In quanto delegato per le rappresentanze pontificie, nel 2006 Viganò scrive un appunto sul caso Littleton e lo trasmette al cardinale Tarcisio Bertone e al sostituto Leonardo Sandri. Afferma che i comportamenti attribuiti a McCarrick sono di una tale gravità e nefandezza da provocare sconcerto, ma le accuse sono precise e si parla anche di celebrazione sacrilega dell’Eucaristia con i medesimi sacerdoti coinvolti nelle turpitudini.
Di conseguenza nel suo appunto Viganò chiede con forza che per una volta l’autorità ecclesiastica intervenga prima di quella civile e prima che la stampa faccia esplodere il caso. Sarebbe salutare. Ma dai superiori nessuna reazione. E l’appunto non viene mai restituito.
Viganò non si arrende e torna alla carica nel 2008. Richard Sipe, psicoterapeuta e studioso dei comportamenti sessuali dei preti cattolici e dei loro superiori, scrive quell’anno a Benedetto XVI una lettera il cui titolo dice tutto: «Your Holiness, I Have the Evidence. Card. McCarrick Is a Homosexual, Please Act». Il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale William Levada, e il cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone ne sono subito informati. Inoltre Viganò consegna un appunto in proposito al nuovo sostituto Fernando Filoni. E, già che c’è, allega l’appunto di due anni prima, tornando a sottolineare la gravità della situazione. Ma la reazione delle alte gerarchie è sempre la stessa: nessuna risposta.
È grazie al cardinale Giovanni Battista Re, all’epoca prefetto della Congregazione per i vescovi, che Viganò viene a sapere che papa Benedetto XVI, a conoscenza della denuncia di Sipe, ha ordinato a McCarrick di lasciare il seminario in cui risiede e gli ha proibito di celebrare in pubblico, partecipare a incontri, dare conferenze e viaggiare, con l’obbligo di dedicarsi a una vita di preghiera e penitenza.
È il nunzio Sambi a comunicare il provvedimento a McCarrick, nel corso di un incontro burrascoso. Poi, quando Viganò diventa nunzio negli Usa, è lui stesso a ricordare gli ordini del papa a un McCarrick che riesce solo a farfugliare una risposta confusa cercando goffamente di minimizzare.
Ma come ha fatto McCarrick a diventare ciò che è diventato (arcivescovo di Washington, e cardinale, dopo essere stato arcivescovo a Newark) visto che i suoi comportamenti erano quelli che erano?
Se lo chiede anche Viganò, che attribuisce la responsabilità della carriera di McCarrrick al cardinale Angelo Sodano, segretario di Stato dal 1991 al 2006 e al cardinale Tarcisio Bertone, suo successore. Ma Viganò coinvolge anche l’attuale segretario di Stato, Pietro Parolin. Quando infatti è evidente a tutti che McCarrick non obbedisce agli ordini di Benedetto XVI e anzi gira per il mondo, Viganò scrive a Parolin chiedendo se le sanzioni siano ancora in vigore, ma la sua domanda resta, tanto per cambiare, senza riposta.
Altri che certamente seppero, ma tacquero, furono, scrive Viganò, il cardinale Levada, il cardinale Sandri, monsignor Becciu (ora cardinale), i cardinali Lajolo e Mamberti. Insomma, i vertici al completo.
Non meno devastante, stando alle rivelazioni di Viganò, il quadro negli Stati Uniti. Anche lì tutti sapevano, a partire dal cardinale Wuerl, successore di McCarrick a Washington, ma nessuno si mosse. E oggi le dichiarazioni di Wuerl, secondo il quale lui non seppe nulla, «sono assolutamente risibili».
Quanto al cardinale Kevin Farrell, attuale prefetto del Dicastero vaticano per i laici, la famiglia e la vita, il quale a sua volta ha detto di non aver mai avuto sentore degli abusi di McCarrick, Viganò scrive: «Tenuto conto del suo curriculum a Washington, a Dallas e ora a Roma, credo che nessuno possa onestamente credergli». Infine del cardinale Sean O’Malley, arcivescovo di Boston e capo della Commissione vaticana per la protezione dei minori, Viganò afferma: «Mi limito a dire che le sue ultime dichiarazioni sul caso McCarrick sono sconcertanti, anzi hanno oscurato totalmente la sua trasparenza e credibilità».
Ma a questo punto la drammaticità del memoriale di monsignor Viganò sale ulteriormente di tono, perché coinvolge direttamente papa Francesco.

L’anno è il 2013, il mese giugno. A Roma c’è una riunione dei nunzi di tutto il mondo e anche Viganò è presente. Emozionato per la prospettiva del primo incontro con il nuovo pontefice, l’arcivescovo si reca a Casa Santa Marta, la residenza scelta da Bergoglio al posto del palazzo apostolico, e chi trova lì? Un cardinale McCarrick sorridente e sereno, che indossa la veste filettata e saluta Viganò facendogli sapere in tono baldanzoso: «Il Papa mi ha ricevuto ieri, domani vado in Cina!».
Annota Viganò: «Allora nulla sapevo della sua lunga amicizia con il Card. Bergoglio e della parte di rilievo che aveva giocato per la sua recente elezione, come lo stesso McCarrick avrebbe successivamente rivelato in una conferenza alla Villanova University ed in un’intervista al Catholic National Reporter, né avevo mai pensato al fatto che aveva partecipato agli incontri preliminari del recente conclave, e al ruolo che aveva potuto avere come elettore in quello del 2005. Non colsi perciò immediatamente il significato del messaggio criptato che McCarrick mi aveva comunicato, ma che mi sarebbe diventato evidente nei giorni immediatamente successivi».
Il primo, atteso incontro di Viganò con il papa ha un che di surreale e lascia il povero nunzio senza parole. Ma il peggio deve venire.
È il 23 giugno 2013, domenica. Il papa riceve Viganò prima dell’Angelus. Fa alcune affermazioni che all’arcivescovo suonano quanto meno sibilline, poi, di punto in bianco, gli chiede: «Il card. McCarrick com’è?».
Al che il nunzio risponde: «Santo Padre, non so se lei conosce il card. McCarrick, ma se chiede alla Congregazione per i Vescovi c’è un dossier grande così su di lui. Ha corrotto generazioni di seminaristi e di sacerdoti e papa Benedetto gli ha imposto di ritirarsi ad una vita di preghiera e di penitenza».
Reazione del papa? Nessuna. Anzi, Bergoglio cambia subito argomento. Ma allora, si chiede uno sconcertato Viganò, perché mi ha fatto la domanda?
Il nunzio lo capisce una volta tornato a Washington. Lì apprende che tra il papa e McCarrick c’è uno stretto legame. La domanda posta da Bergoglio al nunzio era dunque una trappola. Sta di fatto che, secondo il racconto di monsignor Viganò, almeno dal 23 giugno 2013 papa Francesco è a conoscenza del caso McCarrick.
A questo punto Viganò commenta: «Papa Francesco ha chiesto più volte totale trasparenza nella Chiesa e a vescovi e fedeli di agire con parresia. I fedeli di tutto il mondo la esigono anche da lui in modo esemplare. Dica da quando ha saputo dei crimini commessi da McCarrick abusando della sua autorità con seminaristi e sacerdoti. In ogni caso, il papa lo ha saputo da me il 23 giugno 2013 ed ha continuato a coprirlo, non ha tenuto conto delle sanzioni che gli aveva imposto papa Benedetto e ne ha fatto il suo fidato consigliere insieme con Maradiaga. Quest’ultimo si sente così sicuro della protezione del papa che può cestinare come “pettegolezzi” gli appelli accorati di decine di suoi seminaristi, che trovarono il coraggio di scrivergli dopo che uno di loro aveva cercato di suicidarsi per gli abusi omosessuali nel seminario».

Dunque Francesco sapeva. Lo sa da tempo, almeno da cinque anni. «Sapeva perlomeno dal 23 giugno 2013 che McCarrick era un predatore seriale». Ma, «pur sapendo che era un corrotto, lo ha coperto ad oltranza, anzi ha fatto suoi i suoi consigli non certo ispirati da sane intenzioni e da amore per la Chiesa. Solo quando vi è stato costretto dalla denuncia di un abuso di un minore, sempre in funzione del plauso dei media, ha preso provvedimenti nei suoi confronti [nel luglio di quest’anno, ndr] per salvare la sua immagine mediatica».
«Ora – continua Viganò – negli Stati Uniti è un coro che si leva specialmente dai fedeli laici, a cui ultimamente si sono uniti alcuni vescovi e sacerdoti, che chiedono che tutti quelli che hanno coperto con il loro silenzio il comportamento criminale di McCarrick o che si sono serviti di lui per fare carriera o promuovere i loro intenti, ambizioni e il loro potere nella Chiesa si devono dimettere. Ma ciò non sarà sufficiente per sanare la situazione di gravissimi comportamenti immorali da parte del clero, vescovi e sacerdoti. Occorre proclamare un tempo di conversione e di penitenza. Occorre ricuperare nel clero e nei seminari la virtù della castità. Occorre lottare contro la corruzione dell’uso improprio delle risorse della Chiesa e delle offerte dei fedeli. Occorre denunciare la gravità della condotta omosessuale».

«Imploro tutti, in particolare i Vescovi, di rompere il silenzio per sconfiggere questa cultura di omertà così diffusa, a denunciare ai media ed alle autorità civili i casi di abusi di cui sono a conoscenza. Ascoltiamo il messaggio più potente che ci ha lasciato in eredità san Giovanni Paolo II: non abbiate paura! Non abbiate paura!»
All’Angelus del 12 agosto scorso Francesco ha detto che «ognuno è colpevole del bene che poteva fare e non ha fatto… Se non ci opponiamo al male, lo alimentiamo in modo tacito. È necessario intervenire dove il male si diffonde; perché il male si diffonde dove mancano cristiani audaci che si oppongono con il bene». Se ciò è vero, e lo è, quanto più grave è la responsabilità per il papa, il supremo pastore! Eppure, sostiene Viganò, nel caso di McCarrick il supremo pastore «non solo non si è opposto al male ma si è associato nel compiere il male con chi sapeva essere profondamente corrotto, ha seguito i consigli di chi ben sapeva essere un perverso, moltiplicando così in modo esponenziale con la sua suprema autorità il male operato da McCarrick. E quanti altri cattivi pastori Francesco sta ancora continuando ad appoggiare nella loro azione di distruzione della Chiesa! Francesco sta abdicando al mandato che Cristo diede a Pietro di confermare i fratelli. Anzi, con la sua azione li ha divisi, li induce in errore, incoraggia i lupi nel continuare a dilaniare le pecore del gregge di Cristo».
Papa Francesco dunque «riconosca i suoi errori e, in coerenza con il conclamato principio di tolleranza zero, sia il primo a dare il buon esempio a Cardinali e Vescovi che hanno coperto gli abusi di McCarrick e si dimetta insieme a tutti loro».
Questa la richiesta, perentoria, senza mezzi termini: dimissioni. L’unico gesto che può aiutare il risanamento.
La situazione è drammatica, ma monsignor Viganò invita a non perdere la speranza. Pur «nello sconcerto e nella tristezza», dice, pensiamo ai tanti preti e vescovi che compiono il loro dovere e non perdiamo la fede nel Signore. Anzi, è proprio in questi momenti che «la grazia del Signore si rivela sovrabbondante e mette la sua misericordia senza limiti a disposizione di tutti; ma è concessa solo a chi è veramente pentito e propone sinceramente di emendarsi. Questo è il tempo opportuno, per la Chiesa, per confessare i propri peccati, per convertirsi e fare penitenza. Preghiamo tutti per la Chiesa e per il papa, ricordiamoci di quante volte ci ha chiesto di pregare per lui!».

Aldo Maria Valli 

26 Agosto 2018

Chi volesse leggere il memoriale di monsignor Carlo Maria Viganò nella versione integrale lo trova qui.

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La “sorpresa” del papa emerito e il passato che ritorna

La “sorpresa” del papa emerito e il passato che ritorna

«Solo a margine vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hünermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per aver capeggiato iniziative anti-papali».

Scrive così Benedetto XVI nell’ultima parte della lettera inviata al prefetto della Segreteria vaticana per la comunicazione, facendogli sapere che, per ovvie ragioni, non scriverà la «breve e densa pagina» che gli era stata chiesta sugli undici libretti dedicati dalla Libreria editrice vaticana alla teologia di Francesco, visto che tra gli autori c’è proprio Hünermann.

Questa parte della lettera del papa emerito, com’è ormai noto, è stata resa pubblica dalla sala stampa della Santa Sede in ritardo, su pressione dei giornalisti, dopo che in un primo tempo era stata tenuta nascosta. Ma qui non vorrei tornare su come la lettera è stata gestita. Desidero invece capire un po’ meglio perché, per Joseph Ratzinger, evocare il nome di Hünermann e, in parte, anche quello di Jürgen Werbick, un altro degli autori scelti dalla Lev, significa riaprire una ferita.

Torniamo dunque alle parole di Benedetto XVI, il quale, a proposito di Hünermann, spiega nella lettera: «Egli partecipò in misura rilevante al rilascio della Kölner Erklärung che, in relazione all’enciclica Veritats splendor, attaccò in modo virulento l’autorità magisteriale del Papa, specialmente su questioni di teologia morale. Anche la Europäische  Theologen Gesellschaft, che egli fondò, inizialmente da lui fu pensata come un’organizzazione in opposizione al magistero papale. In seguito, il sentire ecclesiale di molti teologi ha impedito quest’orientamento, rendendo quell’organizzazione un normale strumento di incontro fra teologi».

La Kölner Erklärung, ricordata da Benedetto XVI, è  la Dichiarazione di Colonia, documento del 1989 sottoscritto da numerosi prelati e teologi, tra i quali appunto Hünermann e Werbick (c’erano anche Küng, Metz, Mieth, Häring) e che rappresentò un attacco senza precedenti nei confronti dell’autorità papale.

Il papa era all’epoca Giovanni Paolo II e a capo della Congregazione per la dottrina della fede c’era, dal 1981, il cardinale Joseph Ratzinger. Nel testo, pubblicato dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung, i firmatari, dichiarandosi «per una cattolicità aperta, contro una cattolicità messa sotto tutela», contestavano quello che definivano il «nuovo centralismo romano», specie a proposito della nomina dei vescovi e dell’autorizzazione ecclesiastica all’insegnamento per i teologi. E arrivavano ad accusare Karol Wojtyła di «far valere in modo inammissibile, e al di là dei limiti dovuti, la competenza magisteriale, oltre che giurisdizionale, del papa».

Come si vede, un attacco frontale, portato non solo al papa polacco, ma anche al suo fido scudiero tedesco.

«Siamo convinti che non ci sia più consentito tacere», scrivevano i firmatari in preda all’indignazione. E denunciavano: «In questi ultimi tempi l’obbedienza al papa, dichiarata e richiesta da parte dei vescovi e dei cardinali, acquista sempre più sovente l’aspetto di un’obbedienza cieca». Di qui la richiesta di maggiore libertà in tutti i campi, compresa la ricerca teologica (attacco diretto ovviamente al prefetto Ratzinger), ma soprattutto una forte contestazione del primato del magistero papale in campo morale.

A questo proposito i firmatari della dichiarazione, accusando il papa di far valere «in modo indebito la competenza del magistero pontifico», attaccavano Wojtyła frontalmente sulla questione della regolazione delle nascite (nervo ancora oggi scoperto) affermando che Giovanni Paolo II sbagliava quando metteva il no alla contraccezione sullo stesso piano delle verità fondamentali e della rivelazione divina. Scrivevano infatti: «I concetti di verità fondamentale e di rivelazione divina vengono usati dal papa per sostenere una dottrina estremamente specifica che non può essere fondata né ricorrendo alla sacra Scrittura né rifacendosi alla tradizioni della chiesa».

Le verità, dicevano insomma i firmatari, non sono tutte uguali. Fra loro c’è una gerarchia. Ci sono «diversi gradi di certezza», e quanto più debole è il grado di certezza tanto più assume importanza la coscienza individuale, libera di compiere scelte rispetto alle quali il magistero pontificio non può pretendere di avere l’ultima parola. E alla fine il documento usciva allo scoperto quando, riferendosi apertamente all’Humanae vitae di Paolo VI, e difesa da Giovanni Paolo II, affermava: «A parere di molte persone appartenenti alla chiesa, la norma sancita dall’enciclica Humane vitae del 1968 in materia di regolazione delle nascite rappresenta semplicemente un orientamento che non sostituisce la responsabilità della coscienza dei fedeli».

Dalla Kölner Erklärung sono passati ormai quasi trent’anni, ma, come si vede, i problemi non sono affatto superati. Anzi, se pensiamo a recenti prese di posizione (mi riferisco in particolare alle tesi sostenute dal padre Maurizio Chiodi) tese di fatto a liquidare Humane vitae in nome di Amoris laetitia, si vede come le richieste della Dichiarazione di Colonia siano riapparse.

Se poi si considera che, successivamente, sia Hünermann sia Werbick hanno contestato apertamente Benedetto XVI chiedendo, insieme ad Hans Küng, l’ordinazione sacerdotale delle donne e di uomini sposati, la partecipazione di laici e parroci alla scelta dei vescovi, l’ammissione alla comunione per i divorziati risposati e il riconoscimento delle unioni fra persone dello stesso sesso, si può capire ancora meglio la reazione del papa emerito di fronte alla richiesta di scrivere qualcosa sull’omaggio di quei due teologi alla teologia di Francesco. E non si può non ammirare la sua signorilità. Perché, pur avendo tutto il diritto di manifestare un certo disappunto, con stile inconfondibile si limita a dire: «Solo a margine vorrei annotare la mia sorpresa…».

Aldo Maria Valli

20 MARZO 2018

 

TESTIMONIUM VERITATI

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