Tag: 9 ottobre 1982

“Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché”

“Voglio ricordare un solo nome: Stefano Taché”

Sempre nella memoria.
L’ATTENTATO terroristico alla Sinagoga di Roma, nel toccante racconto di una persona a noi molto cara: Emanuele Pacifici. Il suo ricordo sia sempre in benedizione!
Il 9 ottobre 1982, Shabbat Sheminì Azeret, era una tiepida giornata d’autunno.
Verso mezzogiorno, terminata la funzione, la gente cominciò ad uscire dal tempio. Alcuni si diressero subito verso casa, altri, come di abitudine, si fermarono qualche minuto davanti alla sinagoga per scambiare due chiacchiere. Io naturalmente ero tra quelli perché per me è sempre un piacere potermi soffermare davanti a quei giardini con gli amici di sempre o con quelli che magari è anni che non capita di incontrarsi.
D’improvviso udii una esplosione violentissima vicino a me e sentii un colpo fortissimo alla testa, tanto che gridai: «Ci stanno tirando i sassi!». Un attimo dopo un’altra deflagrazione mi colpì in pieno: era una bomba a mano. Una scheggia destinata a ferirmi il cuore si conficcò nell’antico libro di preghiere che tenevo sotto il braccio sinistro.
    
Prima che avessi il tempo di rendermi conto di cosa stava succedendo, si susseguirono altre violente esplosioni il cui frastuono si sovrappose alle urla di panico. Vedevo tanto sangue, ma non capivo dove fossi stato ferito; con le mani compresse sullo stomaco, corsi fuori dal cancello del Tempio e sempre correndo, per via Catalana, andai verso il ponte Quattro Capi. Alla fine di via Catalana, dove si immette in via Portico di Ottavia, ebbi l’impulso di voltarmi, ma con perfetta lucidità ricordai il passo della Torà in cui Abramo dice a Lot: «Mettiti in salvo, non ti voltare e non fermarti in tutta la pianura» (Genesi 19,17). Con le ultime energie che mi rimanevano, feci un ultimo sforzo per raggiungere il vicino ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina. Quando arrivai davanti all’entrata della chiesetta di Monte Savello, ancora si udivano le esplosioni e il crepitìo delle mitragliatrici. Qui mi accasciai tra le braccia di un passante, Anselmo Astrologo. Il libro di preghiere che tenevo ancora stretto in mano cadde per terra, ma prima di perdere i sensi riuscii a dire: «La prego, raccolga quel libro, lo baci, è un libro sacro di preghiere!». Le ferite più terribili erano al ventre e alla gola, ma erano stati colpiti anche l’occhio sinistro, un braccio, una gamba. Fui portato dentro all’ospedale dove in un primo momento sembrò che non ci fossero speranze; più tardi accorse il rabbino Toaff che mi impartì la berachàdei moribondi, ma mentre le sue mani, le sante mani di mio padre, erano tese nel gesto sacerdotale della berachà, dalla mie labbra sfuggì un lamento. Il rabbino Toaff allora implorò un medico: «Fate qualcosa, è vivo!». Immediatamente fui portato in sala operatoria dove mi praticarono subito la tracheotomia. Rimasi sotto operazione per quasi sette ore. Grazie al dottor Oliviero Schilirò, al dottor Stefano Picchioni e all’infermiera del reparto di rianimazione Anna Bussetta che mi assistettero con abilità e grande umanità, e grazie ai miei genitori che mi assistettero in cielo, ebbi salva la vita.
Appena fui in grado di parlare, chiesi di riavere il mio libro di preghiere che mia moglie Gioia mi portò insieme a quello dei Salmi. Seguendo l’insegnamento del mio rabbino aprii a caso il libro dei Salmi e vi lessi il salmo 17, il salmo della vita.
Durante la degenza in rianimazione che durò nove interminabili giorni, accadde un episodio che mi è caro. Stavo leggendo i Salmi, quando mi addormentai. Risvegliandomi vidi in fondo al letto un sacerdote che pregava con fervore e immaginando che fosse venuta la mia ora gli dissi che ero di religione ebraica e che se la mia ora era venuta, mandasse a chiamare subito il rabbino Toaff. Il sacerdote mi rassicurò dicendomi che stava soltanto pregando per me. Io apprezzai moltissimo il suo gesto e ci salutammo. Dopo neanche mezz’ora era di ritorno, aveva una cosa importante da dirmi: «Emanuele, voi avete gli stessi nostri Salmi!». Io non potevo parlare: feci cenno di sì con la testa.
Nel frattempo si chiariva la dinamica dell’attentato: era stato opera di un commando di terroristi arabi. Erano state ferite cinquanta persone ed era stato ucciso un bambino di due anni, Stefano Taché. La madre Daniela Gay e il fratello più grande Gadiel erano stati feriti. Tra i feriti c’erano anche la zia Giuditta, suo figlio Nathan insieme alla moglie Renata e ai loro bambini Joram e Shulamit. C’era mio nipote David Piazza, suo cugino di quattro anni Jonathan, i miei vicini di casa Eliana e Nissim Hazzan, che per proteggere la figlia di due anni fu colpito a un occhio. La lista dei nomi sarebbe troppo lunga, ma il cuore trema ancora di più se si pensa quali dimensioni poteva assumere la tragedia dal momento che quel giorno, Sheminì Azeret, il Tempio era pieno di bambini,venuti, come è usanza a Roma, per avere la berachà dal rabbino sulla tevà.
L’abilità del professor Cucchiara, che con pazienza certosina ha cercato di rimediare ai danni molteplici causatimi dalle ferite, è stata essenziale perché potessi continuare a vivere, ma non meno essenziale è stato l’amore dei miei cari e le infinite testimonianze di affetto che mi sono pervenute da tanti, tanti amici. Particolarmente caro mi fu il messaggio che in quei giorni mi giunse da parte di monsignor Francesco Repetto, il sacerdote che tentò invano di salvare mio padre quando si trovava nel carcere di Marassi.
Termino qui questi miei ricordi che ho scritto per i miei figli e forse, in parte, anche per me stesso, per rivisitare in un faticoso percorso di riconciliazione gli eventi di una vita non facile.
Il Signore Iddio mi è stato vicino e mi ha guidato. Le persone che ho incontrato lungo il cammino della mia vita sono state in gran parte persone eccellenti dalle quali ho potuto avere buoni consigli e un aiuto concreto. Ma ho dovuto scegliere sempre da solo tra il bene e il male.  Spero di avere scelto il giusto.
Ai miei figli, facendo mie le parole di Anna Frank, voglio dire: «Nonostante tutto credo ancora nell’infinita bontà dell’uomo».
(tratto da: “Non ti voltare” di Emanuele Pacifici, Editrice La Giuntina)
 
 A cura di Per Amore di Gerusalemme
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