Autore: Vittoria Scanu

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Dimissioni Papa Ratzinger

Dimissioni Papa Ratzinger

Come oggi, sette anni fa Benedetto XVI lasciava il pontificato ed entrava nella penombra del papato emerito. Ero presente in San Pietro quella mattina. C’era il sole, la piazza era gremita e il Papa citava più volte il cuore per suscitarlo; ma invano. Mi era accaduto altre volte di tagliare con gli occhi un’atmosfera tesa, partecipe e dolente come fu alla morte di Giovanni Paolo II o in altre occasioni liturgiche e visite pastorali. Altre volte ho sentito sfiorare l’aura che per i credenti è il soffio dello Spirito Santo. Quella volta il clima radioso sembrava rubare l’attenzione al rito e l’autunno di un pontificato veniva sopraffatto da un sorprendente annuncio di primavera. Girando tra la gente non vedevo commossa partecipazione, piuttosto turismo e qualche amarezza, forse un filo di delusione e un’onda di umana simpatia, più tanta curiosità. Al di là dell’immagine che ne dava la tv, la gente era spaesata di fronte a un evento inedito. Stava lì a salutare il congedo del Pensionato Eccellente. Una cerimonia mesta e festosa. Il Papa si dilungò nei ringraziamenti come un vecchio preside che va in pensione e ringrazia gli studenti, i bidelli e il corpo docente e poi si sofferma a ricordare che i presidi passano ma la scuola resta, è viva. Ratzinger ripeté tante volte che la Chiesa è viva, anzi “è un corpo vivo” e quell’insistenza tradiva il timore inverso: che quel corpo avesse subito ferite difficilmente sanabili. Ora che sono passati sette anni possiamo ben dirlo.

Il menage tra i due papi è entrato nella crisi del settimo anno e i segni si vedono tutti. Quello speciale “concubinato” è andato via via logorandosi fino al gesto autoritario di Bergoglio di congedare Padre George Ganswein che ha segnato un punto di non ritorno nella relazione tra il papa emerito e il papa in carica. Sette anni fa si pensava che un papa malandato che si dimetteva per ragioni di salute non avrebbe fatto ombra a lungo al papa in carica; e la sua discrezione, la sua schiva timidezza e la sua deliberata scelta di farsi da parte, lasciavano pensare che i papi non si sarebbero mai sovrapposti. Ma le posizioni assunte da Bergoglio, l’enfasi mediatica che le ha moltiplicate, le tifoserie opposte e la nostalgia di un pontificato nel segno della tradizione e della civiltà cristiana, oltre che il piglio dispotico assunto dal pontefice in carica nei confronti di chi dissente dalla sua linea, hanno reso quella coabitazione davvero problematica e sempre a un passo dallo scisma. Ratzinger non ha intenzione di capeggiare alcuna fronda e nemmeno di fomentarla; non ha l’età, il temperamento, la volontà di farlo. Ma resta simbolicamente imbarazzante il bipapismo divergente che rispecchia, al di là delle intenzioni, la divaricazione radicale nella Chiesa e nella Cristianità.

Quando fu eletto quindici anni fa Ratzinger apparve il papa della continuità, non solo rispetto a Woytila ma alla tradizione cattolica. La sua elezione rispecchiava la centralità geopolitica tedesca nell’Europa unita. Sul piano pastorale, l’avvento di un teologo come Ratzinger indicava una strada e una sfida: affrontare il nichilismo, il relativismo e l’ateismo pratico partendo dalla testa. Cioè dal pensiero, ma anche dal luogo cruciale in cui era sorto, l’Europa cristiana. Ma la sordità dell’Europa, i pregiudizi verso la Chiesa e il Papa della Tradizione, il suo linguaggio impervio, i temi bioetici e la pedofilia, le maldicenze contro di lui, l’inimicizia dei poteri che contano, portarono Ratzinger alla ritirata. La Chiesa allora preferì puntare sul cuore anziché sulla testa e ripartire dalle periferie del mondo, a sud, anziché dall’epicentro della crisi, a nord. Con Francesco, il papulista, nacque la parrocchia globale, ecosolidale, l’interclub delle religioni, con una spiccata predilezione verso gli islamici, soprattutto migranti. Restò il disagio di vedere due papi vestiti di bianco che vivono a poca distanza e talvolta s’incrociano ingenerando smarrimento ottico e pastorale.

Le sue dimissioni pronunciate in latino in quel febbraio di sette anni fa, sancirono con asciutto lindore il fossato incolmabile che lo separava dal suo tempo. Il latino le scolpì nel marmo del passato, le rese lapidarie e indelebili. Si avvertiva nella voce di Ratzinger l’affanno dei secoli e nei suoi occhi che evitavano di incrociare lo sguardo del mondo sembrava celarsi un segreto. Forse la percezione della catastrofe spirituale del nostro tempo, la sordità alla missione religiosa e alle aspettative della fede. Nel suo invecchiare si rifletteva la tremenda vecchiezza della Sposa di Cristo: chiese svuotate, vocazioni calanti, sacerdoti vacillanti nella fede. Il cinismo che cresce. Ma con Bergoglio le cose anziché migliorare precipitarono.

Ratzinger fu lacerato dal conflitto tra fede e inquietudine, poco compreso dal mondo. Per la sua lievità era più amabile del suo predecessore e del suo successore, ma fu meno amato di ambedue. Le sue dimissioni da Santo Padre furono la testimonianza più alta e sofferta della nostra società senza padre.

Non si dimenticano i suoi sguardi di spaventata dolcezza, di trattenuta mestizia, la sua scarsa dimestichezza con le cose del mondo, il suo disagio di vivere nello splendore regale, le sue delicate maniere, le sue pantofole rosse. A volte Ratzinger si abbandonava ai sorrisi serafici, anche quando fu scaraventato per terra (quanta differenza…); occhieggiava all’umorismo degli angeli o si atteggiava a un’affabile severità che lo faceva somigliare a Paolo Stoppa nel ruolo del Papa Re nel Marchese del Grillo. Il suo sguardo si scusava col mondo e suggeriva agli astanti: siate indulgenti, sono un pensatore che regge il Pontificato. Aveva “quel non so che di angelico”, come diceva Petrarca di Celestino V, il papa che abdicò, “inesperto di cose umane”. Fragile come un cristallo, ma splendente di luce. Quella luce che ora non vediamo.

MV, La Verità 28 febbraio 2020

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Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Un medico cristiano commuove milioni di Cinesi. E’ il nuovo eroe nazionale indigesto al regime comunista.

Sebbene ignorati, disprezzati, perseguitati e traditi (anzitutto dall’attuale Vaticano) i cristiani continuano ad essere luce laddove più buie sono le tenebre. Come nella Cina di questi giorni, in cui al totalitarismo comunista si è aggiunta la micidiale epidemia di coronavirus.

È il caso del medico cinese Li Wen Liang che per primo lanciò l’allarme per il coronavirus e fu silenziato dalla polizia del regime. Dopo le accuse della polizia, una volta che l’epidemia è diventata evidente a tutti, è stato scagionato, ma è morto lui stesso, il 6 febbraio, per aver subito il contagio curando i malati.

La sua tragica vicenda ha provocato un’onda di commozione popolare che ha toccato milioni di persone. E, nonostante la censura, milioni di cinesi in questi giorni hanno manifestato anche la loro indignazione per la sua sorte. Questo medico cristiano è diventato un eroe nazionale.

Li, 34 anni, lavorava come oculista in un ospedale di Wuhan, la città dove è divampata l’epidemia del coronavirus. Per primo, a dicembre scorso, si rese conto di qualcosa di anomalo curando dei malati gravi di polmonite (dalle cause ignote) che avevano la congiuntivite. Considerando i sintomi e la precedente epidemia di Sars ritenne che potesse trattarsi di un nuovo coronavirus e avanzò questa ipotesi in un gruppo chat, ovviamente controllato dalla polizia.

Le autorità invece di allertarsi per verificare quell’allarme (erano ancora in tempo a fermare il contagio), accusarono il medico di diffondere notizie false che turbavano l’ordine pubblico.

Ci vollero alcune settimane perché il regime riconoscesse l’esistenza dell’epidemia, scagionando Li dalle accuse.

Il medico tornò a lavoro al suo ospedale e riprese a curare i malati mentre divampava il contagio cosicché lui stesso ne fu colpito ed è morto il 6 febbraio scorso. Perfino la notizia della sua morte è stata inizialmente censurata (con un tira e molla di conferme e smentite).

Sui social, prima di venire cancellati dalla polizia, l’hashtag “E’ morto il dott. Li Wenliang” ha avuto 670 milioni di visualizzazioni e “Li Wenliang è morto” altri 230 milioni. In tutto 900 milioni.

Sebbene censurati sugli stessi social network sono comparsi migliaia di post che commentavano la vicenda di Li sotto un hashtag che (più o meno) significa “Vogliamo libertà di parola” ed erano critiche al regime per la sua gestione della grave crisi. Così sono scattate altre censure, ma l’indignazione tracima egualmente per altre vie.

La storia di Li ha impressionato e sdegnato talmente tanto l’opinione pubblica che il governo di Pechino, cercando di placare la rabbia, ha annunciato un’indagine sul suo caso per verificare l’arbitrarietà delle accuse della polizia contro di lui.

Alcuni accademici – scrive l’agenzia missionaria Asianews – hanno lanciato un appello: “Non lasciamo che Li Wen Liang sia morto invano”. E’ una lettera aperta che circola sul web ed è condivisa da milioni di persone. In questo appello si chiede “il rispetto della Costituzione, che (in teoria) garantisce la libertà di parola”.

Quindi si chiede l’abolizione delle leggi che impediscono tale libertà e si propone che il 6 febbraio – data della morte di Li – sia istituita la “Giornata della libertà di parola”. Infine si chiede che il governo chieda pubblicamente scusa “per non aver ascoltato, anzi per aver soffocato la voce del dottor Li, definito ‘un martire’ della verità”.

Asianews cita – tra i firmatari – il prof. Tang Yiming, capo della Facoltà dei classici cinesi all’Università normale di Wuhan: “Se le parole del dott. Li non fossero state trattate come dicerie, se ad ogni cittadino fosse garantito il diritto a dire la verità, non saremmo in questo disastro, non avremmo una catastrofe nazionale con contraccolpi internazionali”.

Un altro dei firmatari, Zhang Qianfan, professore di diritto alla Beijing University, ha affermato che la morte di Li Wenliang “non deve spaventarci, ma incoraggiarci a parlare chiaro… Se sempre più persone rimangono in silenzio per paura, la morte verrà ancora più presto. Tutti dovremmo dire no alla repressione della libertà di parola da parte del regime”.

Ciò che ha colpito e commosso è anche l’eroismo e l’abnegazione del giovane medico di 34 anni, sposato, con un figlio di cinque anni e la moglie incinta all’ottavo mese e anche lei contagiata.

Perché, nonostante l’ottusità del regime, lui è tornato in ospedale dove ha voluto prendersi cura dei malati per arginare l’epidemia, ben consapevole che questo lo avrebbe esposto a un sicuro contagio. Come infatti è avvenuto. “Il dottor Li Wen” scrive un sito cattolico “ha scelto di donare la sua vita per cercare di salvare quella di altri”.

All’origine di questa scelta eroica c’è la sua fede cristiana che traspare in uno scritto che ha lasciato, una sorta di testamento spirituale. Vi si legge:

“Non voglio essere un eroe. Ho ancora i miei genitori, i miei figli, la mia moglie incinta che sta per partorire e molti dei miei pazienti nel reparto (…). Quando questa battaglia sarà finita, guarderò il cielo, con lacrime che sgorgheranno come la pioggia”.

Parla dei malati, “tante persone innocenti” che “anche se stanno morendo, mi guardano sempre negli occhi, con la loro speranza di vita. Chi avrebbe mai capito che stavo per morire?

“La mia anima è in paradiso”, scrive Li, mentre “il mio stesso corpo giace sul letto bianco”. Poi le sue domande struggenti: “Dove sono i miei genitori? E la mia cara moglie?”

Parla della sua nuova casa a Wuhan, “per la quale devo ancora pagare il mutuo ogni mese. Come posso rinunciare? Per i miei genitori perdere il figlio quanto deve essere triste? La mia dolce moglie senza suo marito, come può affrontare le vicissitudini del suo futuro? (…) Arrivederci, miei cari. Addio, Wuhan, mia città natale. Spero che, dopo il disastro, ti ricorderai che qualcuno ha provato a farti sapere la verità il prima possibile. Spero che, dopo il disastro, imparerai cosa significa essere giusti. Mai più brave persone dovrebbero soffrire di paura senza fine e tristezza profonda e disperata.

Il dottore Li Wen Liang conclude il suo toccante scritto con una citazione di san Paolo“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora c’è in serbo per me la corona di giustizia del Signore” (2Tm 4, 7-8).

La Cina resterà segnata da questa eroica testimonianza cristiana. Avvenuta negli stessi giorni in cui il Vaticano di papa Bergoglio teneva un vertice diplomatico con alti esponenti del regime cinese: il Vaticano in soccorso del governo comunista a cui ha deciso di sottomettere la Chiesa cinese.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 17 febbraio 2020

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Ebrei di ieri e di oggi

Ebrei di ieri e di oggi

Ci sono solamente 14 milioni di ebrei nel mondo, di cui sette milioni negli Stati Uniti d’America, cinque milioni in Asia, due milioni in Europa e 100.000 in Africa. Per ogni ebreo nel mondo ci sono 100 musulmani. Ma gli ebrei sono cento volte più potenti che tutti i musulmani riuniti. Vi siete mai chiesti perché? Gesù è nato ebreo, Albert Einstein è lo scienziato più influente di tutti i tempi, e la rivista Time ha designato “persona del secolo” Sigmund Freud, padre della psicanalisi che era ebreo. Stesso discorso per Karl Marx, Samuelson Paul e Milton Fridman. Ecco altri ebrei, la cui produzione intellettuale ha arricchito tutta l’umanità. Benjamin Rubin ha donato al mondo l’ago da siringa per le vaccinazioni, Jonas Salk ha messo a punto il primo vaccino antipoliomelitico mentre Sabin ha sviluppato e migliorato lo stesso vaccino, Gertrude Elion ha creato una medicina contro la leucemia, Baruch Blumberg il vaccino contro l’epatite B, Paul Ehrlich ha scoperto un trattamento contro la sifilide, Elie Metchnikoff ha vinto un premio Nobel per la sua ricerca contro le malattie infettive mentre Andrew Schally ha vinto un Nobel per l’endocrinologia. E poi ancora Gregory Pincus, che ha sviluppato la prima pillola contraccettiva, Aaron Bech che ha fondato la terapia Cognitiva e Willem Kolff inventore della prima macchina per la dialisi renale.

Nel corso degli ultimi 150 anni, gli ebrei hanno vinto 180 premi Nobel mentre soltanto 3 di questi premi sono stati vinti da musulmani. I più importanti magnati della finanza mondiale sono ebrei. Senza contare Ralph Lauren (Polo), Levi Strauss (Levi’s), Howard Schultz (Starbuck’s), Sergey Brin (Google), Michael Dell (Dell Computers), Larry Ellison (Oracle), Donna Karan (DKNY), Robbins Irv (Baskin & Roobings). Richard Levin, presidente dell’Università di Yale, era ebreo. Così come Henry Kissinger, al pari di Alan Greenspan (Presidente della Banca Federale sotto Regan, Bush, Clinton e Bush jr), Joseph Lieberman, senatore USA e Madeline Albright, già segretaria di Stato americana.

Quale è stato il filantropo più generoso nella storia del mondo? George Soros, un ebreo, che ha donato oltre 4 miliardi di dollari per l’aiuto nella ricerca scientifica e delle università; il secondo dopo Soros è Walter Annenberg, un altro ebreo, che ha costruito un centinaio di biblioteche donando circa 2 miliardi di dollari. Ai Giochi Olimpici, Mark Spitz stabilì un record assoluto vincendo sette medaglie d’oro mentre Lenny Krayzelburd è medaglia d’oro olimpica a tre riprese. Spitz, Krayzelburg e Boris Beker sono ebrei.

Sapete che Harrison Ford, George Burns, Tony Curtis, Charles Bronson, Sandra Bullok, Barbra Streisand, Billy Kristal, Woody Allen, Paul Newman, Peter Selles, Dustin Hoffman, Michael Douglas, Ben Kingsley, Kirk Douglas, William Shatner, Jerry Lewis e Peter Falk sono tutti ebrei? Allora, perché gli ebrei sono così potenti?

Risposta: L’educazione. Washington è la capitale che conta e a Washington la lobby che conta è l’American Israel Public Affairs Commintee (AIPAC). William James Sidis, con un QI di 250 su 300 è il più brillante uomo che esista; indovinate a quale religione appartiene?

Allora, perché gli ebrei sono così potenti? Risposta: L’educazione. Perché i musulmani sono così impotenti? Si stima che vivano sul globo 1.476.233,470 di musulmani: un miliardo in Asia, 400 milioni in Africa, 44 milioni in Europa e sei milioni in America. Un quinto del genere umano è musulmano. Per ogni hindou ci sono due musulmani, per ogni buddista ci sono due musulmani, e per ogni ebreo ci sono cento musulmani.

Mai ci si è mai chiesto perché i musulmani sono così impotenti? Ecco perché: ci sono 57 paesi membri dell’Organizzazione della Conferenza Islamica (OCI), e in tutti gli stati membri esistono 500 università: una università ogni tre milioni di musulmani. Gli Stati Uniti hanno 5.758 università (1 ogni 57.000 americani).

Nel 2004, la Shanghai Jiao Tong University ha comparato le performances delle università nel mondo e curiosamente, neanche una università di un paese islamico si trova nella top 500. Secondo i dati raccolti dal PNUD, l’alfabetizzazione nel mondo cristiano è pari al 90% e i 15 Stati a maggioranza cristiana raggiungono il 100%. Uno stato a maggioranza musulmana ha una media di alfabetizzazione intorno al 40% e non esiste un solo stato musulmano con un tasso di alfabetizzazione pari al 100%.

Qualcosa come il 98% degli alfabetizzati nel mondo cristiano finisce le scuole primarie, mentre meno del 50% degli alfabetizzati nel mondo musulmano fanno la stessa cosa. Perché i musulmani sono impotenti? Perché noi non sappiamo produrre e applicare un sapere musulmano. I paesi a maggioranza musulmana hanno 230 scienziati per un milione di musulmani. Negli Stati Uniti sono 4.000 scienziati per milione e in Giappone 5.000 per un milione d’abitanti. Nel mondo arabo, il numero totale dei ricercatori a tempo pieno è di 35.000 e ci sono solo 50 tecnici per un milione di arabi. Inoltre, il mondo arabo dispensa lo 0,2 per cento del suo PIL alla ricerca e allo sviluppo mentre in tutto il mondo cristiano vi consacra all’incirca il 5% del PIL.

Conclusione: il mondo musulmano non ha la capacità di produrre conoscenza. I quotidiani per 1.000 abitanti e il numero dei titoli di libri per milioni sono due indicatori per sapere se la conoscenza è diffusa in una società. In Pakistan, esistono 23 quotidiani per 1.000 pakistani mentre la stessa ratio è di 360 a Singapore. Nel Regno Unito, il numero di libri pubblicati per milioni di abitanti si eleva a 2.000 mentre si attesta a 20 in Egitto!

Conclusione: il mondo musulmano non si preoccupa di diffondere il sapere. Le esportazioni di prodotti di alta tecnologia del Pakistan si attesta all’1% del totale delle sue esportazioni. Dati tragici per l’Arabia Saudita, il Kuweit, il Marocco e l’Algeria (tutti a 0,3%) mentre Singapore è al 58%.

Perché dunque i musulmani sono impotenti? Perché noi non siamo in grado di produrre conoscenza, diffondere il sapere e incapaci di trovare delle applicazioni alle nostre conoscenze. E l’avvenire appartiene alle società del sapere. Fatto interessante, il PIL annuale di tutti i paesi dell’OCI è meno di 2 mila miliardi di dollari. L’America, da sola, produce beni e servizi per un valore di 12 mila miliardi di dollari, la Cina 8 miliardi di dollari, il Giappone oltre 3,8 miliardi e la Germania 2,4 miliardi di dollari (a parità di potere d’acquisto).

I paesi ricchi di petrolio come l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Qatar collettivamente producono dei beni e servizi (con il petrolio in primis) per un valore di 500 miliardi di dollari, mentre la cattolica Spagna produce beni e servizi per un valore di oltre 1.000 miliardi di dollari, la Polonia (cattolica anch’essa) di 489 miliardi di dollari e la buddista Thailandia 545 miliardi di $. La parte musulmana del PIL, in percentuale al PIL mondiale, si è abbassata rapidamente.

Allora, perché i musulmani sono così impotenti? Risposta: la mancanza di educazione. Tutto quello che noi facciamo è pregare Dio tutta la giornata e biasimare tutto il mondo per i nostri fallimenti molteplici.

 

A cura di: Farruk Saleem, giornalista, professore universitario, politico ed economista Pakistano

Fonte: Progetto Dreyfus

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Il Cardinal Burke sul patriottismo: “Dio è contrario al governo globale”.

Il Cardinal Burke sul patriottismo: “Dio è contrario al governo globale”.

“Il patriottismo è richiesto dalla legge naturale” e Dio “non rende legittimo un singolo governo globale”. Resistere ad una immigrazione islamica su larga scala, per il cardinale americano è un “esercizio responsabile del proprio patriottismo”

In Italia per partecipare al sesto Rome Life Forum (evento organizzato, tra gli altri, da Voice of the Family, dall’associazione italiana Famiglia Domani, dal Family Life International della Nuova Zelanda, dall’agenzia LifeSiteNews e dalla Società per la protezione dei bambini non nati del Regno Unito), che si è svolto nei giorni 16 e 17 maggio, il giorno prima della Marcia per la Vita, che si è tenuta nel pomeriggio di sabato 18 maggio, il cardinale americano ha dichiarato che “il patriottismo è richiesto dalla legge naturale” e che Dio “in accordo con l’ordine scritto nel cuore umano, non rende giusto e legittimo un singolo governo globale“.

Partecipando alle attività dei due giorni, assieme ad altri tre cardinali (il lettone Jānis Pujats, il tedesco Walter Brandmüller, l’olandese Willem Jacobus Eijk) ed ai massimi leader cattolici pro-vita e pro-famiglia arrivati da 30 paesi del mondo, il porporato statunitense ha lungamente spiegato che “ci sono quelli che propongono e lavorano per un singolo governo globale, cioè per l’eliminazione dei singoli governi nazionali, in modo che tutta l’umanità sia sotto il controllo di un’unica autorità politica. Per chi è convinto che l’unico modo per raggiungere il bene comune sia la concentrazione di tutto il governo in una singola autorità, la lealtà verso la propria patria o il patriottismo è diventato un male“. Per Burke, invece, “l’autorità divina, in accordo con l’ordine scritto nel cuore umano, non rende giusto e legittimo un unico governo globale: infatti, la legge divina illumina le nostre menti e i nostri cuori al fine di vedere che un tale governo sarebbe, per definizione, totalitario, dimenticando che è l’autorità divina a governare il mondo“.

Il Cardinale ha paragonato l’orgoglio peccaminoso che ispira il perseguimento di un singolo governo globale a quello “dei nostri antichi antenati, dopo il Diluvio, che pensavano di poter unire il cielo con la terra solo con le loro forze, costruendo la Torre di Babele“. Per Burke “al contrario, Dio ci incontra, e ordina le nostre vite per il bene, nella famiglia e nella patria“.

Il cardinale nordamericano, che è d’origine irlandese, ha poi spiegato che il rapporto con la patria “esige la pratica di quella parte della pietà che è chiamata patriottismo” aggiungendo che “l’amore per il proprio paese non è un peccato ma“, ha spiegato, “è incluso nel Quarto Comandamento“.

Il cardinale, che è stato uno dei 4 firmatari dei famosi Dubia, citando san Tommaso d’Aquino, ha ricordato che “l’uomo è debitore, dopo Dio, principalmente dei suoi genitori e del suo paese. Perciò, proprio come appartiene alla religione rendere culto a Dio, così appartiene alla pietà rendere culto ai propri genitori e al proprio paese“.

Burke ha attinto anche alla famosa New Catholic Encyclopedia per illustrare come praticare il patriottismo “è una forma della carità con la quale viviamo pienamente la verità del nostro essere in relazione con Dio e con il resto della sua creazione“.

Osservando la relazione storica tra pietà e patriottismo, il cardinale ha osservato come l’aggettivo latino “pius“, attribuito agli eroi romani, attraverso la grazia di Cristo, è stato sviluppato. “La pietà del mondo pagano è elevata e perfezionata per essere una risposta a Dio, nostro Creatore e Redentore, che ha desiderato portarci a vivere, in Cristo, in una famiglia e in una patria“.

Il cardinale ha parlato anche di onorare i leader civili, spiegando che “l’onore prestato ai governanti civili è essenzialmente connesso all’onore che dobbiamo, soprattutto, a Dio“. E nel caso delle malefatte dei governanti civili, ha spiegato il cardinale, l’onore mostrato loro non è per ciò che di negativo hanno fatto ma per “l’autorità che Dio ha loro affidato“. Tuttavia ha ricordato che i comandi dei governanti civili, se contrari alla legge morale, non vanno eseguiti.

Il cardinale Burke, infatti, ha riflettuto sui molti governi che, non riconoscendo che la loro autorità proviene da Dio, introducono leggi contrarie alla legge morale, per esempio “riguardo al rispetto dovuto a tutta la vita umana, dal momento del concepimento fino al momento della morte naturale“, oppure tutte quelle leggi che attaccano “l’integrità della sessualità umana ordinata al matrimonio e alla famiglia” o quelle norme che contrastano il “libero esercizio della religione“.

Nel corso del suo intervento il cardinale ha sottolineato che “in molte società domina una cultura anti-vita, anti-famiglia e anti-religiosa in aperta ribellione al buon ordine con cui Dio ci ha creati” e ha profetizzato che “il cittadino cristiano che vuole soddisfare le richieste del patriottismo oggi rischia il martirio“, o quello bianco (il pubblico disprezzo, l’indifferenza, l’essere considerati ridicoli) o quello rosso (l’attacco fisico vero e proprio, la persecuzione, la morte).

Il cardinale ha ribadito che il Catechismo di San Giovanni Paolo II del 1992 parla dei doveri delle autorità civili, dei cittadini e persino degli immigrati nei loro nuovi paesi. Le autorità civili devono proteggere i diritti conferiti da Dio all’individuo, i cittadini devono pagare le tasse, votare e difendere il loro paese, e gli immigrati devono “rispettare con gratitudine il patrimonio materiale e spirituale del paese che li riceve, obbedire alle sue leggi e assumersi gli oneri civici“. Il cardinale ha poi sottolineato che le responsabilità verso la comunità internazionale “possono essere soddisfatte solo attraverso una vita sana in famiglia e in patria, riconoscendo e rispettando le distinte identità culturali e storiche“. Burke ha pure sollevato la questione della resistenza armata a un governo ingiusto, che è “ammissibile in determinate circostanze“.

L’ex prefetto della Segnatura apostolica ha poi risposto a una domanda sugli immigrati e il loro rispetto del patrimonio culturale e spirituale del paese che li accoglie. “I musulmani hanno detto che oggi sono in grado di realizzare ciò che non erano in grado di compiere in passato con gli armamenti, perché i cristiani non sono più pronti a difendere la loro fede, ciò in cui credono. Non sono più pronti a difendere la legge morale. I cristiani non si riproducono più. Sono entrati nella mentalità contraccettiva“. Alla domanda che chiedeva lumi sulla resistenza ad una immigrazione islamica su larga scala, Burke ha risposto che è un “esercizio responsabile del proprio patriottismo“. L’altro prelato, ricordando che l’insegnamento della Chiesa sull’immigrazione è relativa all’aiuto delle persone che “non sono assolutamente in grado di trovare un modo di vivere nel proprio paese“, e ai “veri rifugiati” (“che vanno ricevuti e aiutati in ogni modo“) ha invitato a resistere all’opportunismo di molti migranti economici, a contrastare le speranze islamiche di un dominio mondiale insite in questa religione, a osteggiare una immigrazione musulmana su larga scala, ad opporsi ai pericoli di creare delle enclave musulmane legali nei paesi che ospitato i migranti musulmani (“non devi essere uno scienziato missilistico per vedere cosa è successo, ad esempio, in Europa, in paesi come Francia e Germania e anche qui in Italia e che cosa sta accadendo anche negli Stati Uniti“, dove ha spiegato il cardinale gli immigrati musulmani “hanno creato il proprio ordine legale” e “resistono all’autorità legittima dello stato“). Il cardinale americano, invece, non ha voluto commentare l’ipotesi di un rifiuto di Papa Francesco relativo alla concessione di un’udienza al vice primo ministro italiano Matteo Salvini.

La “Settimana per la vita“, all’interno della quale è stato organizzato il Rome Life Forum 2019, arriva in un momento tumultuoso non solo nella Chiesa cattolica ma nel mondo. I movimenti populisti e nazionalisti si stanno sollevando per opporsi al multiculturalismo di stato e ad un nuovo ordine mondiale illiberale. E in queste spinte da parte di alcune autorità secolari sembrano coinvolti anche alcuni chierici della Chiesa Cattolica che spingono per un organismo sovranazionale da costituire per attuare, uniformemente in tutto il mondo, politiche legate al contrasto del “cambiamento climatico” e per far rispettare gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

Negli altri interventi durante il Forum, il cardinale Willem Jacobus Eijk ha parlato della teoria gender e di “come sia una minaccia alla famiglia e alla proclamazione della fede cristiana“, lo storico Roberto de Mattei, della Fondazione Lepanto, ha ricordato che “un nuovo ordine mondiale” porterà “al caos globale“, il vescovo kakazo Athanasius Schneider ha spiegato che la città dell’uomo, senza Dio, porta alla disperazione, il cardinale Janis Pujats ha riflettuto su questioni di attualità per la famiglia e per la società mentre l’altro cardinale presente, Walter Brandmüller, ha parlato delle genesi del documento Humanae Vitae.

 

Matteo Orlando – Sab, 18/05/2019 – IL GIORNALE.IT

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E’più cristiano il Natale “consumistico”di San Francesco, che il Natale politicante dei comizi rancorosi di Bergoglio.

E’più cristiano il Natale “consumistico”di San Francesco, che il Natale politicante dei comizi rancorosi di Bergoglio.

Il Natale riscalda il cuore anche di chi non frequenta più la Chiesa. Come scriveva, nella “Storia dell’idea d’Europa”, il laico Federico Chabod  “non possiamo non essere cristiani, anche se non seguiamo più le pratiche di culto, perché il Cristianesimo ha modellato il nostro modo di sentire e di pensare in guisa incancellabile; e la diversità profonda che c’è fra noi e gli Antichi… è proprio dovuta a questo gran fatto, il maggior fatto senza dubbio della storia universale, cioè il verbo cristiano. Anche i cosiddetti ‘liberi pensatori’, anche gli ‘anticlericali’ non possono sfuggire a questa sorte comune dello spirito europeo”.

Stessi concetti del papa laico Benedetto Croce  che, nel 1942, scriveva “Perché non possiamo non dirci cristiani”  osservando: “Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non meraviglia che sia apparso o possa ancora apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto.

Essere nati dopo Gesù significa trovare dovunque la sua luce, significa nascere con una dignità umana e una libertà  che non sarebbero stati immaginabili senza di lui. Per non dire dell’eredità cristiana di bellezza, storia, cultura e carità di cui godiamo, soprattutto se si è nati in Italia.

C’è al cuore di tutto la commozione per la figura di Gesù  che tutti riconoscono sublime e inarrivabile.

Molti ancora si ritroverebbero nelle parole semplici di Enzo Biagi: “Gesù ha detto cose che a tutt’oggi sono insuperabili. E credo che nessuno abbia conosciuto l’uomo come lui. Gesù è una figura misteriosa, difficile da spiegare solo con l’umano. Regge da 2000 anni. Non vedo paragoni in giro”.

Un grande scrittore ebreo, Franz Kafka, interpellato da un amico su Cristo, restò un attimo in silenzio, chinò il capo e disse: “È un abisso pieno di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitarvi”.

Anche il laico Albert Camus  accusava il colpo: “Io non credo nella risurrezione però non posso nascondere l’emozione che sento di fronte a Cristo e al suo insegnamento. Di fronte a lui e di fronte alla sua storia non provo che rispetto e venerazione”.

Ci sono tutti questi sentimenti nella collettiva celebrazione del Natale che in questi giorni si vede nelle strade delle città e dei paesi, che unisce credenti e non credenti.

Si potrebbe perfino dire che c’è più religiosità cristiana nel bistrattato “Natale consumistico”  – pieno di luci, regali e buona tavola – che in tanti sermoni clericali, fatti da politicanti carichi di recriminazione, di faziosità ideologica e rancore  (ossessionati in particolare da Salvini, “reo” di ricordare l’identità cristiana  del nostro Paese).

Festeggiare con luci colorate – come fanno molti – è infatti ricordare e accendere sulla strada di tutti la Luce  che, a Betlemme, è entrata nel nostro mondo tenebroso.

E i regali? La “cultura del dono”  – come la chiama Benedetto XVI – è entrata nel mondo dalla grotta di Betlemme quando Dio ha donato se stesso all’umanità, quindi ha donato tutto, venendo fra noi.

E poi il pranzo, il mangiare e il bere, la festa: “Esultiamo! Perché non vi è posto per la tristezza dove si celebra il Natale della vita”, diceva papa san Leone magno.

Potrà stupire, ma è stato soprattutto san Francesco d’Assisi a plasmare questo modo popolare di festeggiare il Natale che oggi – da certi pulpiti – viene sprezzantemente squalificato come “consumistico”.

Il santo poverello non ha solo inventato il presepio  – che del nostro Natale è il centro – ma anche l’idea del dono natalizio, perché per san Francesco – scrive Chiara Mercuri – “il Natale deve essere il giorno della gioia e dell’abbondanza per tutti. Solo se lo sarà per tutti, allora sarà Natale”. Così – conclude la Mercuri – “ognuno dovrà sforzarsi in questo giorno di essere ‘il Natale’ di qualcun altro, senza dimenticare nessuno, nessuna creatura vivente”.

Infatti – si legge nella “Compilatio Assisiensis” – san Francesco “voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e che per amore di Lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse largo e munifico con slancio e con gioia non solo verso i poveri ma anche verso gli animali e gli uccelli”.

Quel giorno sulla povera tavola del convento – scrive la Mercuri – arrivano cibi ricchi, rari, di solito assenti dalla mensa dei frati, come la carne, i formaggi stagionati, il vino, l’olio, il lardo e la frutta fresca. Mendicanti, contadini, medici, notai, nobili si uniranno alla mensa dei frati per festeggiare con loro, e le donne faranno portare ai frati e ai poveri che gli vivono accanto torte di mandorle e miele, mostaccioli, frittelle cosparse di acqua di rosa, rotoli di pasta dolce ripieni di mele, di uva, di noci e cannella, e biscotti all’anice e pan pepato”.

Insomma, il nostro modo di vivere il Natale è quello di san Francesco che nasceva dalla sua commozione per Dio che si fa uomo, nella grotta di Betlemme.

È quel Gesù che affascina perfino i nemici più acerrimi  del cristianesimo. Friedrich Nietzsche, per esempio, un giorno confessò: “(Gesù) ha volato più alto di chiunque altro”.

Ed Ernest Renan  scrisse che “Gesù è l’individuo che ha fatto fare alla sua specie il più grande passo verso il divino”, “Gesù è la più eccelsa di quelle colonne che indicano all’uomo donde venga e dove debba andare. In lui si è condensato tutto ciò che vi è di buono e di elevato nella nostra natura… Gesù non sarà mai superato… tra i figli dell’uomo non è mai nato uno più grande di Gesù”.

Sorprendenti anche le parole su Gesù del giovane Karl Marx“l’unione con Cristo dona un’elevazione interiore, conforto nel dolore, tranquilla certezza e cuore aperto all’amore del prossimo, ad ogni cosa nobile e grande, non già per ambizione né brama di gloria, ma solo per amore di Cristo, dunque l’unione con Cristo dona una letizia che invano l’epicureo nella sua filosofia superficiale, invano il più acuto pensatore nelle più riposte profondità del sapere, tentarono di cogliere; una letizia che innalza e più bella rende la vita.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 24 dicemnre 2019

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La sinistra ossessionata da Salvini è da sempre la sinistra degli “addetti ai livori”.

La sinistra ossessionata da Salvini è da sempre la sinistra degli “addetti ai livori”.

Vedendo l’ossessione della Sinistra per Salvini, in questi mesi, sembra di tornare indietro nel tempo. Quante volte abbiamo già visto questo triste film, questa sorta di caccia (politica) all’uomo nero  da parte dei “sinceri democratici”, questa fanatica mostrificazione, questo assalto collettivo  al Nemico dell’umanità?

La Sinistra in Italia è sempre stata così, da decenni: una fabbrica di odio, di intolleranza e demonizzazione. Con tanti “addetti ai livori”  a supportarla sui media.

Ci sono intere biblioteche che documentano questa storia, dagli anni del dopoguerra a quelli recenti: fiumi di odio  tracimanti contro tutti coloro che venivano individuati come nemici perché osavano opporsi alla sua egemonia (in certi momenti storici, in cui i gruppi più settari inseguivano la rivoluzione, com’è noto, non è mancata nemmeno la violenza fisica).

I maggiori avversari della Sinistra hanno subito lunghe campagne di odio, sono stati demonizzati, ossessivamente attaccatidileggiati  e “asfaltati”. Con il coro – ovvio – di molti media e delle piazze.

Si sperava che con il crollo (nella vergogna) del comunismo  la nostra Sinistra, che per anni aveva sostenuto regimi disumani, facesse una severa autocritica e cambiasse anche il suo modo di far politica.

Invece ha solo rovesciato la giacca, il giorno dopo il crollo del Muro ha annunciato che non c’erano più comunisti (anzi, nessuno ricordava di esserlo stato) e ha continuato a imperversare esattamente con gli stessi metodi: con la stessa pratica della demonizzazione dell’avversario. Accompagnata dai salotti radicl-chic e cattoprogressisti.

Così negli anni duemila è toccato a Berlusconi, appena entrato in politica. E oggi è esattamente il film che stiamo vedendo contro Salvini e – più di recente – contro Giorgia Meloni  da quando il suo consenso è cresciuto (si è già guadagnata la copertina dell’Espresso di questa settimana).

È un film già visto. La Sinistra cambia poco. Oggi sono tutti ossessionati da Salvini. Lo sognano pure di notte. Ogni loro discorso ruota attorno a Salvini. Sempre. Salvini qua, Salvini là. Ogni sua parola o gesto o selfie dà l’occasione alla Sinistra per scagliare scomuniche e invettive.

Salvini è l’alibi  che permette loro di giustificare qualsiasi loro scelta. Sono stati fino ad agosto nemici acerrimi dei grillini? Se le sono dette di tutti i colori? Hanno idee opposte? Eppure subito sono corsi a farci il governo insieme: per fermare Salvini.

Ma – si obietta loro – avete perso le elezioni, gli italiani vi hanno mandato al minimo storico e i sondaggi dicono che è un governo senza maggioranza nel Paese.

Risposta: non importa, è nostro dovere fermare Salvini, noi salviamo la democrazia governando come minoranza; dobbiamo fare questa indigestione di poltrone perché altrimenti – se facessimo votare gli italiani – vincerebbe Salvini.

Fatto il governo litigano su qualunque cosa, riconoscono loro stessi che un esecutivo così non può andare avanti, che è un disastro per il Paese, però – ti spiegano – dobbiamo tenerlo in vita con l’ossigeno pur di tenere Salvini all’opposizione.

Chiedi loro come possono subire il Mes voluto dalla Germania che sarà un disastro per l’Italia  (come hanno certificato voci autorevoli e indipendenti) e loro ti rispondono: Salvini vuole portarci fuori dall’euro (Gualtieri ha addirittura accusato Salvini di aver fatto sul Mes “una campagna terroristica”).

Chiunque attacchi Salvini ha il loro plauso: fosse pure Francesca Pascale, la compagna di Berlusconi, che ha detto di pensare a “scendere in piazza con le sardine”.

Risposta del capo delle sardine, Mattia Santori: “La Pascale tra noi? Diamo il benvenuto a chiunque si discosti dal sovranismo”. Salvini per loro è il male assoluto  (il diavolo, insinuava una celebre copertina di “Famiglia cristiana”).

Scalfari  ieri è arrivato a scrivere che “Salvini è un dittatore”  che “lascerebbe il posto di padrone del Mediterraneo al presidente di tutte le Russie, Vladimir Putin”, insomma “Salvini sarebbe il suo alto rappresentante nel Mediterraneo” e vorrebbe “un’Italia rappresentante internazionale d’un grande impero straniero”.

C’è da trasecolare. In Italia c’è davvero stato un partito che prendeva ordini dall’Unione Sovietica, ma era il Pci. Scalfari fu anticomunista? Del resto a quel tempo era il Pci che accusava la Dc di De Gasperi di essere “asservita” agli Usa e alla Nato.

A proposito di rovesciamento della frittata: Scalfari – invece dei suoi risibili scenari di fantapolitica – non vede oggi  concretamente un’Italia “asservita” ad altre potenze straniere? Non coglie sudditanza in altri partiti?

Nessuno risponderà. Perché attaccare Salvini è l’imperativo categorico. Salvini ha la colpa di tutto, pure dell’acqua alta a Venezia che c’è da secoli. Per qualunque cosa bisogna puntare il dito su Salvini. Giorni fa si è vista in televisione una “sardina”  attaccare Salvini per il Jobs act. Il realtà il Jobs act lo ha fatto il Pd, ma quel giovanotto attaccava Salvini perché anno scorso, a suo dire, avrebbe dovuto abolirlo.

L’altroieri il giornale dei vescovi, “Avvenire”, ha pubblicato un editoriale in prima pagina: “Giù le mani da Maria”. Parlava dei “collettivi blasfemi” dell’Università di Bologna che avevano organizzato – in occasione della festa dell’Immacolata – il party “Immacolata con(tracc)ezione”. L’invito “con tanti preservativi  svolazzanti sopra a un’immagine mariana” recitava: “mettiamo al bando la verginale santità mariana”.

A Sinistra c’è anche questo, com’è noto. “Avvenire” in quell’editoriale parlava di “politici senza rispetto”, ma – attenzione – non per criticare la Sinistra, bensì per mettere quei “collettivi blasfemi” sullo stesso piano di Salvini perché, a “Porta a porta”, di recente, ha citato, invitando a meditarlo, un messaggio dato dalla Madonna a Medjugorje. Si resta senza parole davanti a tale ostilità preconcetta.

Questa è una novità rispetto agli anni Settanta. È entrata a far parte di questo partito del livore e della demonizzazione anche la chiesa bergogliana. E non si ricorda nella storia della Chiesa dell’ultimo secolo una tale demonizzazione personale: mai i media cattolici e i vescovi hanno manifestato una tale ossessione contro un politico  (non certo per i leader del Pci, più che rispettati, e neanche per i radicali anticlericali). Mai si è vista una cosa simile.

Davvero singolare considerato che Salvini è cattolico, che raccoglie il voto della maggioranza dei cattolici  e che si batte in difesa dei valori cristiani  (la Lega, per dire, è stata la prima a protestare per quella manifestazione di Bologna, mentre la Curia del card. Zuppi è arrivata per ultima).

L’altra novità è surreale ed è questa: a differenza dei decenni passati, fino all’epoca Berlusconi, oggi questo “partito dell’odio” e della demonizzazione si maschera, nientemeno, da anti odio, ovviamente accusando di odio Salvini. Ed è tutto una risibile sfilata  di vecchi compagni che si atteggiano a suorine dell’amore caritatevole.

Il vecchio Marx  nel “18 brumaio di Luigi Bonaparte” scriveva: “Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa”.

È il caso della Sinistra italiana  che fu comunista, oggi “progressista”, che fino a ieri addirittura andava in sollucchero perfino per il testo di Gramsci intitolato “Odio gli indifferenti”  e che oggi scatenerebbe il finimondo se quella parola “odio” fosse pronunciata da Salvini, dal momento che la Sinistra attuale si straccia le vesti accusando di odio i suoi avversari perfino se parlano della fede cristiana e del presepio. È il mondo alla rovescia.

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Antonio Socci

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Da “Libero”, 9 dicembre 2019

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Festa delle luci.

Festa delle luci.

Chanukkah 2019.

Dalla sera del giorno: domenica 22 dicembre

Fino alla sera del giorno: lunedì 30 dicembre

 

AUGURI!

Abbiamo bisogno di luce. Abbiamo bisogno di affetti puri e fraterni. Abbiamo bisogno di verità. Abbiamo bisogno di Amore. Abbiamo bisogno di Dio!

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“2, 5, 9, 23…1000 sfumature di ebraismo”

“2, 5, 9, 23…1000 sfumature di ebraismo”

Il Pitigliani
Centro Ebraico Italiano

I giovedì al Ghimel
5780/2019-2020

con Elisabetta Moscati Anticoli
e Alessandra De Santis

Giovedì 5 dicembre 2019, ore 16,30
Il Pitigliani
Via Arco de’ Tolomei 1, Roma

“2, 5, 9, 23… 1000 sfumature di ebraismo”
a cura di Silvia Haia Antonucci

Per info e prenotazioni: 065898061

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Crescere con le radici delle parole ebraiche.

Crescere con le radici delle parole ebraiche.

PREGHERA תפלה (Tefillà)!      

La sua radice è פלל (Pé-Lamed-Lamed) il cui tema è sperare, desiderare, pensare, esaminare noi stessi.

Nella forma riflessiva esprime il pregare, chiedere misericordia e grazia, nonché sottoporsi a giudizio.

להתפלל (Lehitpallel)

Ormai anche la neurologia ha riconosciuto i vantaggi e i benefici della PREGHIERA תפלה (Tefillà) sul nostro cervello: “ Un cervello più distaccato dagli eventi e meno emotivo….”. 

Possiamo donarci di più verso l’esterno e impedire al mondo esterno di sommergerci.

LA PREGHERA תפלה (Tefillà) ci aiuta a ritrovarci con noi stessi e ci allontana dall’ego.

(Pé-Lamed-Lamed) פלל  ha lo stesso valore di מעל (Ma’aI) LUOGO ALTO.

E’ Iì che riusciamo ad entrare nell’intimo LUOGO di TRASCENDENZA.

 

Fonte: facebook.com/radiciebraiche

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A Roma: “Una giornata particolare” Mercoledì 20 Novembre 2019

A Roma: “Una giornata particolare” Mercoledì 20 Novembre 2019

“Una giornata particolare”

Scene della Roma ebraica nel 1938: quando la storia passò da via Celimontana”

documentario di Claudio Della Seta

Mercoledì 20 novembre 2019, h 18,00

Rome Global Gateway, Aula Walsh

Via Ostilia 15, Roma

Intervengono

Claudio Della Seta

Silvia Haia Antonucci (Responsabile dell’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma-ASCER “Giancarlo Spizzichino”)

Claudio Procaccia (Direttore del Dipartimento Beni e Attività Culturali della Comunità Ebraica di Roma)

con la testimonianza della sig.ra Mirella Fiorentini

che frequentò le Scuole medie Israelitiche istituite dalla Comunità Ebraica di Roma – a seguito delle Leggi razziste –

dal 23 novembre 1938 presso Villa Celimontana

h 17,00: visita guidata della Villa di via Celimontana 23

si prega di prenotare: rome@nd.edu – 06772643100

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