Autore: Vittoria Scanu

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Viva i Santi! Tutti i Santi di Dio, compresi i nostri cari defunti che vivono alla luce del Risorto!

Viva i Santi! Tutti i Santi di Dio, compresi i nostri cari defunti che vivono alla luce del Risorto!

NON FESTEGGIO HALLOWEEN, MA TUTTI I SANTI!

Alle zucche vuote a forma di teschio, preferisco quelle piene di fiori e colori. A mostri e pipistrelli, preferisco Bambi, il piccolo scoiattolo disneyano. Al buio, preferisco la Luce. Alla paura, preferisco la gioia, l’abbraccio e il sorriso!

BUONA SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI!

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CIBES: Iniziative di formazione biblica guidate dal professor Giovanni Odasso, biblista.

CIBES: Iniziative di formazione biblica guidate dal professor Giovanni Odasso, biblista.

PROGRAMMA COMPLETO ANNO 2019-2020

  • INTRODUZIONE ALLA SACRA SCRITTURA
  • Il messaggio dei Profeti
  • Le lettere “paoline”
  • ESEGESI BIBLICA
  • La spiritualità degli anawim
  • INTRODUZIONE AL GRECO DEL NUOVO TESTAMENTO
  • Indicazioni grammaticali e lessicali per l’esegesi del NT (2019)
  • INCONTRI DELLA TERZA DOMENICA
  • Il “Figlio dell’uomo” nelle testimonianze del NT
  • ARAMAICO TARGUMICO (2019)
  • Il “Poema delle quattro notti”. L’interpretazione targumica
  • LETTURA ESEGETICA DEI SALMI (2020)
  • Salmo 122
  • Salmo 123
  • SETTIMANE INTENSIVE DI EBRAICO BIBLICO (2020)
  • Ebraico I
  • Ebraico II
  • Ebraico III

Segretaria del CIBES, Sig.ra Angela Pak (334.7661564; Ore:20-21,30)

 

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Il Popolo ebraico: segno di Dio.

Il Popolo ebraico: segno di Dio.

Premessa

Federico il Grande, chiese a Jean Baptiste du Boyer, marchese d’Argent: “Può darmi un segno inconfutabile dell’esistenza di Dio?”. Il marchese, rispose: “Sì, Maestà, gli Ebrei!”.

“All’origine di questo piccolo popolo situato tra i grandi imperi di religione pagana che lo eclissano con lo splendore della loro cultura, vi è l’elezione divina. Questo popolo è invitato e guidato da Dio, Creatore del cielo e della terra… Si tratta di un fatto soprannaturale. Questo popolo persevera a dispetto di tutti perché è il popolo dell’Alleanza e perché, nonostante le infedeltà degli uomini, il Signore è fedele alla sua Alleanza”. (1)

“I cristiani sono legati agli ebrei da una speciale parentela spirituale: hanno in comune con loro un patrimonio religioso da mettere a frutto nel dialogo e nella collaborazione” (CdA, 449).  Il Catechismo degli Adulti della CEI: “La Verità vi farà liberi”, illustrando lo stretto legame che intercorre tra la Chiesa e gli Ebrei, tra l’Antica e la Nuova Alleanza, dice: “L’antica alleanza non è mai stata revocata, ma perfezionata dalla nuova. Gli ebrei, intimamente solidali con la comunità cristiana, rimangono popolo di Dio. Congiunti pertanto al mistero della Chiesa, che ha la pienezza dei mezzi di salvezza, cooperano anch’essi all’edificazione del regno di Dio; svolgono ‘un servizio all’umanità intera’Gli ebrei rimangono depositari e testimoni delle promesse di Dio(CdA, 443-444). Lo stesso Catechismo, enumera poi le componenti comuni che caratterizzano le due religioni: “Il comune patrimonio spirituale è grande: un solo Dio, creatore, signore della storia, trascendente e presente; bontà del mondo creato, sviluppo proteso a un compimento ultimo, risurrezione dei morti e vita eterna; tradizione orale accanto alla Scrittura; istituzioni ecclesiali derivate dalla sinagoga; etica dell’amore verso Dio e il prossimo, senso della famiglia, della giustizia e della solidarietà; liturgia come memoriale, lettura dell’Antico Testamento e preghiera dei Salmi, feste ebraiche come la Pasqua e la Pentecoste attualizzate con nuovo significato, elementi rituali di derivazione ebraica come il battesimo, la preghiera eucaristica di benedizione, la stessa struttura complessiva della Messa. Conoscere la religione ebraica giova a conoscere meglio anche la religione cristiana(CdA,447).

RELIGIONE EBRAICA  

  1. Un solo Dio.

Fondamento della religione ebraica è la professione di fede nell’unico Dio. Essendo il solo popolo monoteista, in mezzo a nazioni idolatre, il popolo ebraico è stato, fin dalla sua costituzione, combattuto e perseguitato proprio a causa di questa sua specificità.

Si può dire che la fede nel Dio unico, abbia reso unico anche il popolo d’Israele, e lo abbia separato, in un certo qual modo, dagli altri popoli politeisti. La professione di fede nell’unico Dio è espressa nello Shemà.

  • Shemà, Israel, Adonài Elohénu, Adonài Echàd” – “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è unico!”

La preghiera dello Shemà è la dichiarazione di fede e di appartenenza a Dio che caratterizza la vita di ogni ebreo, di generazione in generazione. Essa viene recitata mattina e sera ed è contenuta – scritta a mano su piccoli rotoli di pergamena – in astucci di cuoio, detti tefillin (filatteri), che si legano sulla fronte e sul braccio sinistro, prima della preghiera. Inoltre, una piccola pergamena con le parole dello Shemà – custodita in un astuccio detto mezuzàh – viene applicata sul lato destro della porta di casa delle famiglie ebree. Ciò avviene in ossequio al comando del Signore: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un frontale tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6, 4-9).

Ecco che cosa scrive l’ ebreo Alfonso Pacifici nei suoi Discorsi sullo Shemà: “In tutti i luoghi, sotto tutti i cieli, in tutti i tempi, sera e mattina, cantate e silenziose, nelle riunioni delle case di studio e delle case di preghiera, dalla culla del bimbo, dal fondo di una prigione, dall’arsura dei deserti, dai geli, dalla stiva delle navi, dal silenzio cupo delle trincee, dalla lenta carovana scampanante, dai treni in corsa pazza per la notte buia, si sono alzate verso il cielo quelle sei parole, tenui ed ostinate conferme di una verità suprema: “Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno”, e sono state come piccole infinite luci accese nel buio di un’umanità ostinata a non vedere quel vero, a negarlo, ma talvolta anche a voler sopprimerlo, e allora non sono state più le miti parole addolcite dall’uso, ma sono diventate il grido di sfida, sorto dai roghi, la risposta alla spada omicida, il grido in cui si sono sublimati e confermati gli eroismi del martirio” (Ed.Israel 1953).

Gesù di Nazareth, allo scriba che gli chiede qual è il primo di tutti i comandamenti, risponde con le parole dello Shemà: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza” ( Mc 12,29-30).

  1. Il Nome di Dio: (Yod, he,vav, he): JHWH *

“Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno”.

Nell’ebraismo, chiamare qualcuno per nome significa conoscere la realtà del suo essere più profondo, la sua vocazione, la sua missione, il suo destino. E’ come tenere la sua anima nella propria mano, avere potere su di lui. Per questa ragione, il Nome di Dio, che indica la sua essenza stessa, è considerato impronunciabile dagli ebrei. Solo il Sommo sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme, poteva pronunciarlo nel giorno di Kippur (espiazione), quando faceva la triplice confessione dei peccati per sé, per i sacerdoti e per la comunità. A questo riguardo il Talmud dice: “Quando i sacerdoti e il popolo che stavano nell’atrio, udivano il nome glorioso e venerato pronunciato liberamente dalla bocca del Sommo Sacerdote in santità e purezza, piegavano le ginocchia e si prostravano e cadevano sulla loro faccia ed esclamavano: Benedetto il suo Nome glorioso e sovrano per sempre in eterno” (Jomà, VI,2).

Nella Bibbia ebraica il Nome è espresso con quattro consonanti: JHWH, dette “Tetragramma sacro”, citato ben 6.828 volte. Ma la sua esatta vocalizzazione è oggi sconosciuta. E’ bene ricordare che nell’alfabeto ebraico le vocali furono aggiunte in epoca molto tarda (VI-VIII sec. d. C.) da rabbini detti Masoreti ( “i tradizionali”). Costoro posero sotto le quattro consonanti le vocali della parola Adonai, “Signore”, che gli ebrei hanno sempre pronunciato al posto del tetragramma sacro. Ciò viene rilevato anche dal Catechismo CEI in una nota: “La tradizione ebraica considera questo nome impronunciabile e suggerisce di dire in suo luogo “Adonai”, cioè “Signore” o di pronunciare un altro titolo divino. Per rispetto ai nostri fratelli ebrei questo catechismo invita a fare altrettanto e in ogni caso riduce all’indispensabile l’uso del tetragramma sacro” (CdA 48,6).

Anche il Papa ci invita, col suo autorevole esempio, ad astenerci dal pronunciare il “Nome” , in segno di rispetto verso i fratelli ebrei che lo ritengono impronunciabile: “Quel Nome che neppure io voglio pronunciare per rispettare il desiderio del popolo ebraico” (Giovanni Paolo II – “Via Crucis” Venerdì Santo – 30 marzo 1986).

Come abbiamo visto, la vocalizzazione del tetragramma, oltre ad essere offensiva per gli ebrei, è anche del tutto arbitraria, dal momento che non se ne conosce l’esatta pronuncia.

* N.B.: La trascrizione “italiana” del nome tetragrammato (JHWH) non è accettata dall’ebraismo.

LE FESTE EBRAICHE

L’ebraismo è una religione del tempo che mira alla santificazione del tempo… Ci insegna a sentirci legati alla santità nel tempo, ad essere legati ad eventi sacri, a consacrare i santuari che emergono dal grandioso corso di un anno”. (2)

  1. Il Sabato: Shabbàth

Ricordati del giorno di Sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il Sabato in onore del Signore, tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perciò il Signore ha benedetto il giorno di Sabato e lo ha dichiarato sacro” (Es 20,8-11).

Nella Genesi ( 1 e 2), di tutte le cose create, Dio dice che sono buone; dell’uomo dice che è: “molto buono”, ma soltanto il Sabato viene da lui benedetto e dichiarato sacro. Sabato, in ebraico Shabbàth, vuol dire: cessò, perché appunto nel settimo giorno, avendo compiuto la creazione, Dio si fermò, “cessò da ogni suo lavoro” (Cfr Gn 1,2). Egli ha voluto donare a Israele un giorno di riposo, di pace e di santificazione, in ricordo perenne dell’opera della Creazione.

Durante il giorno del venerdì, nelle case degli ebrei, fervono i preparativi per il Sabato, ‘signore e re di tutti gli altri giorni’. Viene adornata la casa, preparati i cibi, i vestiti della festa e fatto quanto è necessario per ricevere il Sabato con l’onore che gli è dovuto. Lo Shabbàth ha inizio la sera del venerdì e viene accolto con la preghiera nelle sinagoghe e nelle case. Mentre il padre di famiglia, con i figli maggiori, partecipa alla preghiera della comunità, in casa, la madre di famiglia, con i figli più piccoli, presiede alla liturgia domestica accendendo, prima del tramonto, le due candele che rappresentano i due volti del Sabato. Una di esse è chiamata “ricorda” e l’altra “osserva” (per ricordare e osservare il precetto di santificare il Sabato).

La madre di famiglia accende le candele e, coprendosi gli occhi con le mani, dice: “Benedetto sii tu, Signore Dio nostro, re dell’universo che ci hai santificati con i tuoi precetti e ci hai comandato di accendere i lumi del Sabato”.

Il padre di famiglia, al ritorno dalla Sinagoga, davanti alla tavola imbandita, in mezzo ai suoi cari, alza il calice col vino e recita un’antica preghiera di benedizione a Dio per il frutto della vite, per la santificazione di Israele mediante i precetti, per il dono del Sabato, memoria della Creazione e dell’uscita dall’Egitto. Segue la benedizione sul pane.

“Il vino rallegra il cuore dell’uomo” è scritto nei Salmi (104,15); per questo motivo la santificazione sul vino (Kiddush) fu introdotta nelle case come simbolo di gioia e di allegria nei Sabati e in tutte le festività.

Il Sabato è consacrato all’incontro con Dio, alla preghiera, allo studio della Toràh, alla festa in famiglia, alle riunioni con i parenti ed alle visite agli ammalati. “Il Sabato è un ricordo dei due mondi: questo mondo e il mondo futuro; esso è un esempio di entrambi i mondi. Il Sabato infatti è gioia, santità e riposo; la gioia è parte di questo mondo, la santità e il riposo sono del mondo futuro”. (3)

“I Sabati sono le nostre grandi cattedrali; e il nostro Santo dei Santi è un santuario che né i Romani, né i Tedeschi sono riusciti a bruciare”. (4)

Quando il giorno del Sabato sta per terminare, esso viene salutato con grande nostalgia, quasi a volerlo trattenere e a prolungarne la presenza. Il rito del saluto al Sabato esprime la speranza nel suo prossimo ritorno.

La vita dell’ebreo è come un pellegrinaggio che, di Sabato in Sabato, conduce verso il Sabato eterno, riposo perfetto nel Dio d’Israele. “L’ebraismo propugna una visione della vita intesa come pellegrinaggio verso il settimo giorno; l’aspirazione al Sabato durante tutti i giorni della settimana esprime l’aspirazione al Sabato eterno durante tutti i giorni della nostra vita”. (5)

  1. Capodanno: Rosh ha-shanà

Il Capodanno ebraico si celebra il 1° e 2° giorno del mese di Tishri (settembre – ottobre) esso segna l’inizio di un tempo di penitenza e di riconciliazione con Dio che dura dieci giorni, e termina con la solennità di Kippur. I due giorni del Capodanno vengono considerati un sol giorno, detto anche: giorno del Ricordo, in quanto Dio, in questo giorno, tiene presenti le azioni compiute dagli uomini durante l’anno e, in base al loro comportamento, ne fissa le sorti per l’anno che sta per iniziare: giorno del Giudizio, perché in questo giorno Dio, seduto sul trono della Giustizia, si accinge a giudicare il mondo, opera delle sue mani, decretando le sorti degli uomini e delle nazioni; Giorno del suono, perché in questo giorno è comandato di suonare lo Shofar (corno di ariete), per richiamare gli uomini a meditare su quanto è stato da loro compiuto durante l’anno passato, affinché non abbiano a ripetersi eventuali errori o azioni indegne. Il Capodanno ebraico si celebra, infine, per commemorare la Creazione del mondo. Il suono dello Shofar ha diversi significati: richiama alla memoria il sacrificio d’Isacco e ricorda la discendenza degli ebrei dagli antichi Patriarchi. Ricorda il suono dello Shofar che precedette il dono della Legge e, infine, il suono del grande Shofar che proclamerà il Giorno dell’avvento del Messia.

  1. Giorno dell’espiazione: Kippur

Il 10 di Tishri ricorre la solennità di Kippur, destinato al digiuno, alla preghiera e al sincero ritorno a Dio. Quale giorno di espiazione, esso è dedicato alla riparazione delle colpe e alla riconciliazione con l’Eterno. Detto anche “Sabato dei Sabati”, il Kippur ha la stessa importanza del Sabato, ed in esso è proibito anche il più piccolo lavoro.

In questo giorno sacro, i templi di tutto il mondo rimangono aperti per l’intera giornata, affinché tutti possano partecipare alla preghiera comune. Si recitano cinque preghiere, al termine delle quali si suona lo Shofar.

  1. Festa delle Capanne (o dei Tabernacoli): Sukkot

Il 15 del mese di Tishri ricorre la festa delle Capanne (Sukkot) che si celebra in memoria delle Capanne abitate dagli ebrei durante i 40 anni della loro permanenza nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto. Nel formulario di preghiere questa festa è chiamata ‘epoca della nostra gioia’, in quanto la Toràh raccomanda di celebrarla e di festeggiarla con allegria. Durante i sette giorni della festa, è comandato di abitare nella Capanna (Sukkà), elemento fondamentale della festa, costruita all’aria aperta ad imitazione di quelle utilizzate dagli ebrei nel deserto. Un’altra caratteristica di questa festa è il Lulav, composto da un lungo ramo di palma, insieme ad alcuni rami di mirto e di salice, accompagnati da un ramo di cedro. Il Lulav si tiene in mano durante le preghiere e il canto dell’Alleluia e degli Osanna.

  1. Festa della Riconsacrazione del Tempio: Channukkàh

La festa di Channukkàh dura otto giorni e si celebra in dicembre. La parola Channukkàh significa alla lettera “inaugurazione” e ricorda la riconsacrazione, ad opera dei fratelli Maccabei, del Santuario di Gerusalemme, che era stato profanato con statue di idoli. Durante la festa, si accende una lampada ad otto fiammelle, aumentandone una per ognuna delle otto sere. Gli otto giorni della festa sono considerati semifestivi e in essi è permesso qualsiasi lavoro.

Un’antica leggenda narra che allorché i fratelli Maccabei entrarono nel Tempio, la loro prima cura fu quella di riaccendere la lampada perenne (Ner tamid), spenta durante la profanazione. La leggenda vuole che nel sacro luogo essi trovassero una bottiglietta di olio puro, ancora sigillato, con il sigillo del Sommo Sacerdote, che sarebbe bastato appena per tenere acceso il lume soltanto fino all’indomani. Per un vero miracolo, però, l’olio bastò per ben otto giorni, il tempo necessario a preparare una provvista di nuovo olio per la lampada. E’ in ricordo di ciò che durante questa festa, detta anche Festa delle luci, si accendono le otto luci.

Il Candelabro ha otto bracci (più il nono usato per accendere le luci) e viene detto:Chanukkiyà.

  1. Festa delle sorti: Purìm

Questa festa si celebra in memoria della salvezza degli ebrei in Persia, per intercessione della regina Ester. Accogliendo la preghiera di costei, il re Assuero revocò il decreto mediante il quale si autorizzava l’uccisione in massa di tutto il popolo ebraico che risiedeva nelle 127 province del regno, dall’India all’Abissinia, secondo quanto è narrato nella Bibbia, nel Libro di Ester. Il giorno di Purim è destinato alla gioia e al divertimento; viene letto pubblicamente il rotolo di Ester, detto Meghillà e si scambiano doni fra amici e parenti. Inoltre, a Purim si inviano generose offerte ai poveri, affinché anche questi possano partecipare alla gioia comune, trascorrendo lietamente la festa e celebrare la giornata con un pasto festivo (Seudat Purim).

  1. Pasqua: Pèsach

La Pasqua è la prima e la principale festa ebraica. Essa ricorda il passaggio degli ebrei dallo stato di schiavitù a quello di libertà e la formazione del popolo ebraico come nazione unita ed indipendente, con usi, costumi e leggi proprie. La Pasqua commemora l’uscita degli ebrei dall’Egitto dopo 430 anni di dura schiavitù sotto il giogo faraonico. Il ricordo di questa miracolosa “uscita” è divenuto il punto centrale della legge e della vita degli ebrei, tanto che questo pensiero si trova un gran numero di volte espresso in molti passi della Bibbia e nei libri di preghiere.

Il nome della festa: Pèsach, deriva dal verbo pasoach, che significa “passare oltre”, perché l’Angelo, inviato dall’Eterno per colpire i primogeniti egiziani, “oltrepassò” le case abitate dagli ebrei, lasciandone in vita i primogeniti.

La festa viene anche chiamata “festa delle azzime” perché per tutta la durata della festa è vietato cibarsi di sostanze lievitate e si mangia pane azzimo, in ricordo del pane che gli ebrei in fuga non ebbero il tempo di far lievitare (Cfr Lv 23,6). La Pasqua ebraica dura otto giorni (sette in terra d’Israele). Le prime due sere, si fa una cena chiamata Sèder (ordine), appunto perché il suo svolgimento segue un determinato ordine, e si mangiano cibi simbolici che ricordano l’amarezza della schiavitù in Egitto e la dolcezza della libertà ritrovata. Durante il Sèder si recita il testo della Haggadà (racconto), libro contenente in forma edificante e leggendaria, commista a vari passi biblici, il racconto dell’uscita degli ebrei dall’Egitto. La notte di Pasqua, tutti, grandi e piccoli, celebrano la memoria di quella notte splendida e terribile, in cui Dio stesso scese a liberare Israele. Di generazione in generazione, partecipando al memoriale di Pèsach, ogni ebreo si sente salvato e liberato da Dio, rinnovato spiritualmente, come se egli stesso fosse uscito dall’Egitto. Ai bambini che fanno domande, il padre di famiglia risponde spiegando perché la notte di Pasqua è unica, diversa da tutte le altre notti. Si cantano Salmi, Inni e il “grande Hallel” (Sal 136). Si bevono quattro coppe di vino durante la lettura dell’ haggadà, ma – al racconto di ogni piaga che ha colpito l’Egitto – ogni partecipante versa in una ciotola una goccia di vino, che verrà poi gettato. Essendo il vino segno di gioia, con questo gesto si vuol significare che, anche nella gioia più grande, non bisogna gioire per la morte di nessuno, neppure dei propri nemici.

  1. Pentecoste: Shavuòt

Il termine Shavuòt, alla lettera significa “settimane”, appunto perché la festa cade sette settimane dopo Pasqua. Questa festa si celebra in ricordo del dono dei dieci comandamenti, ricevuti da Mosè sul Monte Sinai e da lui trasmessi ed insegnati al popolo riunito ai piedi del monte. In ricordo di tale avvenimento, nel formulario ebraico di preghiere, la Festa viene definita “dono della Toràh”. La Toràh fu donata ad Israele dopo la sua liberazione dalla schiavitù perché soltanto un popolo libero può osservare la legge e gioirne. E’ anche festa della mietitura e delle primizie perché in questo giorno aveva termine in Israele il periodo della mietitura e venivano offerte al Santuario le primizie dei frutti e alcuni pani, confezionati con il nuovo frumento. Durante questa festa i Templi sono ornati di fiori, in omaggio ad una tradizione che insegna che nel giorno in cui Dio promulgò i Dieci Comandamenti, un grande profumo pervase il mondo intero.

 di Vittoria Scanu

Note:

(1) : Dal Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti all’incontro di studio su “Radici dell’antigiudaismo in ambiente cristiano” – 31 ott. ‘97.
(2) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi
(3) : Al Nakawa: Menorath ha-Maor, ed. Enelow
(4) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi
(5) : A.J.Heshel: Il Sabato – Ed. Rusconi

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Apertura straordinaria dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma. Un’opportunità da non perdere!

Apertura straordinaria dell’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma. Un’opportunità da non perdere!

Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma (ASCER)

«Giancarlo Spizzichino»

Apertura straordinaria:

Domeniche 27 ottobre, 3 e 10 novembre 2019: h 13,00-14,30; 14,30-16,00

Entrata in Lungotevere Cenci (Sinagoga Maggiore)

(per questioni di capienza, per ognuna delle 2 visite,

avranno accesso le prime 20 persone

che si prenoteranno al seguente indirizzo email: dibac@romaebraica.it)

La Comunità di Roma è la più antica d’Europa essendo la sua presenza nel II secolo a.e.c., ben prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme (70 e. v.).

L’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma è ritenuto uno tra più importanti archivi d’Europa per ciò che riguarda la storia degli ebrei e, nel 1981, il Ministero per i Beni Culturali lo ha dichiarato di “notevole interesse storico”.

Conserva, prevalentemente, documenti relativi al periodo compreso tra l’inizio dall’età del ghetto (1555) e gli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale suddivisi in

1) Archivio Medievale e Moderno che conserva, tra l’altro, notizie diverse sulla popolazione, vita quotidiana degli ebrei, sull’attività delle “Cinque Scole” o Sinagoghe e delle Confraternite del ghetto, informazioni di carattere economico, finanziario e fiscale, carte riguardanti l’amministrazione della Comunità, e la condizione giuridica e civile degli ebrei all’interno dello Stato pontificio, lo Jus Gazagà (diritto di inquilinato perpetuo), il prestito contro interesse e la gestione dei banchi di pegno, le false accuse di omicidio rituale, i battesimi clandestini e forzati, i rapporti con la Casa dei Catecumeni, le restrizioni per la detenzione dei libri ebraici, e le diverse vessazioni cui era soggetta la popolazione ebraica nel periodo del carnevale e durante altre festività cattoliche);

2) Archivio Contemporaneo che conserva documentazione di carattere amministrativo, contabile e fiscale, materiale relativo alla fase dell’emancipazione dopo la breccia di Porta Pia (1870), alle persecuzioni razziali, alla costruzione delle nuove sinagoghe, alla legislazione della Comunità ebraica di Roma e delle Confraternite, che poi confluirono nella Deputazione di Assistenza, negli Asili infantili israelitici, nell’Ospedale Israelitico, ai verbali delle sedute del Consiglio della Comunità.

3) Archivio Fotograficoche conserva le immagini dall’epoca del ghetto nei periodi immediatamente precedenti la sua distruzione ad oggi, comprese foto della Terra di Israele scattate nei primi decenni del ‘900).

4) Archivio Musicale che conserva 740 spartiti di musica liturgica ebraica dal periodo del ghetto ad oggi.

L’iniziativa è realizzata con il contributo della Regione Lazio, Area Servizi Culturali, Promozione della Lettura e Osservatorio della Cultura, legge regionale 42/1997, artt. 13-16

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Lettera a un musulmano.

Lettera a un musulmano.

Caro “muslim”,
vorrei poter scrivere caro AMICO muslim, ma purtroppo non posso.
L’amicizia è una cosa seria. Significa fidarsi, condividere progetti e valori.
L’amicizia è quella cosa che il “barbaro e peccatore” occidente ti ha offerto.
Che tu hai fatto finta di accettare.
Ma in tutta onestà sai che non possiamo essere amici.
Io rispetto la tua Fede, per certi versi l’ammiro. Ma non è la mia. Non è compatibile con la società in cui tanto insistentemente pretendi di essere accolto ed integrato.
Ho letto e riletto, con il massimo rispetto, il tuo Libro Sacro: il Corano; in cerca di uno spiraglio, di una speranza di pacifica convivenza.
Non l’ho trovata. Non c’è.
La tua Fede non ammette interpretazioni. La “Sunna” è la Legge.
Ma devi sapere che noi, l’Occidente, ha lottato, sofferto, combattuto per la sua Libertà… anche di fronte agli dei.
È dall’antica Grecia, attraverso i miti prima e le guerre poi, che affermiamo il principio che l’uomo è padrone del suo destino, capitano della sua anima. Non ci siamo mai inginocchiati. 2500 anni di storia che ci hanno portati a quella libertà che ti ha permesso di venire qui, a casa mia, di essere libero di professare la tua fede, di pretendere e offendere. Anche di uccidere. Anche di uccidermi.
Odio l’ipocrisia. Per questo ti dico: “non possiamo essere amici”.
Perché tu non mi rispetti. Tu mi usi.
La tua Fede, ti permette di mentire a me che non la condivido. Addirittura di negare la tua fede per nasconderti, proteggerti e colpirmi.
La tua Fede ammette la schiavitù, la poligamia, le punizioni corporali a moglie e figli. Non riconosce diritti alle donne.
Nella tua Fede ci sono schiavi sessuali bambini… perché il Corano vieta l’omosessualità solo tra uomini (adulti).
Nel tuo Libro, tu devi uccidermi. Ti posso elencare tutte le sure e i versetti in cui ti è ordinato di farlo. Ma li conosci e sono talmente tante da non starci qui [a perdere tempo].
Poi, la tua fede ti VIETA di obbedire ai “kefirut”, gli infedeli. È scritto chiaramente.
[3;149,151]-[4;59]-[12;54]-[40;35,36].
Mi amareggia molto. Mi piacerebbe ci fosse uno spiraglio per una possibile pacifica convivenza.
Ma perché ci sia, tu dovresti distaccarti dal tuo Libro, non pensare che Religione e Stato siano lo stesso. Lasciare tua moglie e tua figlia libera. Non essere poligamo e non sentirti offeso dalla mia cultura e dai miei simboli. Allora forse potremmo anche iniziare a conoscerci e, chissà, un giorno essere veramente amici.
Ma tu non lo farai. Non puoi. Non te ne faccio una colpa.
Semplicemente, tu non puoi stare qui.
Non c’è spazio per lasciarti praticare qui appieno la tua Fede. Almeno, senza calpestare la mia e me.
Per il tuo bene e il mio bene, te ne devi andare.
Quando sarai pronto per separare la tua vita spirituale da quella secolare, sarai il benvenuto. Quando il Corano sarà per te quello che per noi è la Bibbia, sarai pronto per vivere con noi.
Apprezzo molto quello che in passato è stata la tua cultura. Le siamo debitrici per tante cose.
Lo so che l’Islam è pace. Ma lo è perché prevede che tutti debbano essere musulmani o muoiano. La religione è una scelta non un’imposizione, per noi.
Forse noi ci arriveremo da soli a islamizzarci. Chissà, dubito. Ma più premete, più ci indurite. Più ci attaccate, più ci incattivite.
Ci state cambiando, e questo non è un bene, né per noi né per voi.
Lo sai che abbiamo una storia di violenza, guerra e crudeltà. Una brutta storia da cui per secoli abbiamo cercato di purgarci.
Questa minaccia che rappresentate, l’arroganza con cui ci disprezzate, ci sta facendo riemergere il lato peggiore e più oscuro.
La vergogna di questo ed il senso di colpa è la sola ragione per cui ancora non abbiamo reagito. Forse anche il petrolio. Ma sta venendo meno. TUTTO.
La gente apre gli occhi. Lo faranno anche i governi.
Non ci sentiremo in colpa, ci avrete ferito così tanto da non farci più vergognare di noi, il petrolio non ci servirà più, e se ci servisse ce lo prenderemo di forza.
Allora accadrà quello che nessuno vuole.
Avrete portato la guerra e la paura nelle nostre strade. Le stesse da cui sarete ferocemente scacciati.
Non ci sarà più libertà, né per me né per te.
Non ci sarà più la possibilità di convivere.
Cosa peggiore, non ci sarà un ritorno, perché, come sai, noi siamo guidati dalla ragione e non dalla Fede. La ragione ci dice che fino a che resterà uno di voi e una copia del Corano, noi saremo sempre in pericolo.
Sarà l’orrore peggiore che il mondo avrà visto. Miliardi di morti.
Pensa, potevamo essere amici. Tu con la tua Fede nel tuo Paese. Io nel mio.
Tu che lotti perché il tuo paese sia migliore (invece di abbandonarlo per cercare di cambiarne un altro che non ti appartiene), io che rispetto la tua lotta, il tuo coraggio e la tua libertà.
Non mi convertirò mai, non ti lascerò mai convertire la mia Terra. Non ti lascerò uccidere chi non la pensa come te.
Difenderò me, i mie cari, compatrioti europei fino all’ultimo respiro e proiettile. Finiti quelli continuerò con le unghie e i denti.
Come hanno fatto i miei nonni e i loro nonni e i nonni dei nonni dei miei nonni prima di loro. Fino all’alba della Nostra Civiltà. Questa terra è imbevuta del sangue dei miei avi.
Io sono Italiano, io sono Europeo.
Sono della genia di Enea, Achille, Alessandro, Cesare, Omero, Dante, Napoleone, Riccardo, Scipione…
Abbiamo combattuto alle Termopili, Maratona, Poitiers, Vienna … Gerusalemme.
Noi non ci inginocchiamo. Spargiamo il sale sulle ceneri dei nostri nemici dopo averli cancellati.
Forse prevarrete, ma se regnerete, regnerete su una distesa di tombe, di croci e stelle di David.
Avrete perso, anche voi

(di Gian Paolo Sardos Albertini)

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Non togliete quel Crocefisso.

Non togliete quel Crocefisso.

Oltre 30 anni fa Natalia Ginzburg, ebrea atea, scrisse per L’Unità un articolo sul crocefisso che merita, oggi, di essere riletto.

Non togliete quel Crocefisso

Il crocifisso non genera nessuna discriminazione.Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo?

Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così?

Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino.

Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo.

Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. È vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini.

Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente.

Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Il crocifisso fa parte della storia del mondo.

L’Unità 22 marzo 1988

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Osservatore Vaticano: a Messa la retorica CEI sui Migranti. Ma non tiene.

Osservatore Vaticano: a Messa la retorica CEI sui Migranti. Ma non tiene.

Ieri l’altro,  29 settembre, sono andato a messa e nel foglietto <La Domenica> edito dalla CEI, nell’ultima pagina, il retro del manifestino, che riporta le letture e un commento finale, intitolato: <105ma giornata mondiale del migrante  e del rifugiato>, il commento era titolato così: <CHE NON SI TRATTI SOLO DI MIGRANTI?>, ed era a firma del “Direttore generale Migrantes” ( don Giovanni DeRobertis ). Consentimi un commento. 

“Con l’usurato metodo teso a stimolare commozione, il Direttore generale Migrantes ci racconta che nel 1989  morì a Roma di freddo un “senza fissa dimora”, creando indignazione generale. Questo inverno ne son morti dodici, nell’indifferenza generale. Stiamo chiudendo i nostri cuori, oltre che i porti ? (si chiede astutamente il “Direttore Generale” – sempre più direttore generale di qualcosa e sempre meno sacerdote di anime…).

Bene, giochiamo pure a questo gioco. Chi ne è responsabile, chi ha sulla coscienza questi 12 morti di freddo? Salvini? Noi? O chi li ha fatti venire illudendoli e poi abbandonandoli? Vede signor Direttore Generale di Migrantes, ormai nessuno (tranne chi è costretto a farlo) crede più alla storia dei migranti per guerre e fame.

Lo stesso suo padrone Spadaro ci spiega che è per fare meticciato. Ma senza le spiegazioni di Spadaro, ci spieghi lei perché i migranti son quasi tutti giovani e forti; ci spieghi chi paga il loro viaggio, cosa si aspettano di trovare qui, di chi sono le ONG che li trasportano, quanto guadagnano,  ecc.

Le pare poi che siano mal accolti? Son trattati molto meglio dei nostri derelitti, da voi ignorati.

Ma risponda anche a questo: quanti migranti alloggiano nei lussuoso palazzi della Santa Sede, in Vaticano o altrove? Chi sono i ricchi Epuloni, noi o voi?

E’  vero siamo diventati diffidenti, insensibili, ma ciò è avvenuto anche  per colpa vostra. Non so lei, signor Direttore Generale, ma molti suoi colleghi ci pare  vivano  come ricchi Epuloni, e meglio che non le dica quello che pensano dei migranti ….

Ma voi pensate piuttosto se non sembrate  aver fallito  nella vostra missione di evangelizzazione: state trasformando la fede cattolica in una forma di etica socialmente utile. Persa la fede, caro signor Direttore generale, rischiate di  far male tutto, e di far del male a tutti.  Faccia gli esercizi spirituali ignaziani, prima di dare lezioni di etica sociale”.

Tratto da: Stilum Curiae di Marco Tosatti.

1 Ottobre 2019 Pubblicato da wp_7512482 37 Commenti —

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“L’Occidente sta uccidendo Dio, e per questo morirà”.

“L’Occidente sta uccidendo Dio, e per questo morirà”.

Perfino correnti di pensiero visceralmente anticristiane hanno attinto dal cristianesimo le basi delle loro affermazioni.

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Monsignor Henrique Soares da Costa, vescovo di Palmares, nello Stato brasiliano di Pernambuco, ha pubblicato questa riflessione sulla nostra epoca e sulle conseguenze della sua rottura con le radici cristiane:La società occidentale si sta decomponendo, sfigurandosi rapidamente. È stata generata dalla tradizione giudaico-cristiana, che ha partorito la nostra cultura d’Occidente. È stato il cristianesimo, con la sua convinzione del fatto che ogni individuo è creato a immagine e somiglianza di Dio in Cristo, ad aver permesso che questa cultura sviluppasse concetti come persona, diritti umani, democrazia, dignità dell’individuo… È stato il pensiero giudaico-cristiano, affermando che la storia è aperta e cammina verso una pienezza e che l’uomo ha la funzione di “dominare” la terra, ad aver ispirato e reso possibile lo sviluppo tecnologico che ha fatto sì che l’Occidente si affermasse egemonicamente di fronte ad altre culture. Senza il cristianesimo, l’Occidente non esisterebbe. Perfino correnti di pensiero che si sono mostrate visceralmente anticristiane hanno attinto dal cristianesimo le basi delle loro affermazioni…

Dal XVIII secolo, però, con l’illuminismo razionalista, l’uomo occidentale ha voltato le spalle a Dio, a Cristo, alla Chiesa, e ha generato un progetto suicida: conservare e custodire i valori della nostra società negando Dio. Questo progetto va avanti con il vento in poppa: l’illusione di un umanesimo senza Dio e il suo Cristo, un progetto di fraternità universale che nasconde Gesù Cristo, nostro Signore… C’è solo un problema, grave, urgente, inevitabile: senza la sua linfa cristiana, il grande albero occidentale marcirà, morirà e si seccherà. Rinnegando la cosmovisione cristiana che li ha ispirati, la nostra società non potrà conservare i valori ammirevoli che ha costruito.

Attualmente, è di moda criticare il cristianesimo, biasimare la Chiesa e il suo passato, relativizzare Cristo, distruggere la morale cristiana sfigurandola. Lo fanno nelle università, lo promuovono nei mezzi di comunicazione, si porta avanti questa politica nei vari programmi governativi…Il prezzo sarà alto, le conseguenze saranno tremende, perché l’uomo non può uccidere Dio e continuare ad essere umano, vivendo una vita umana. Saremo lupi di noi stessi, delusi da noi stessi, che disprezzano se stessi. Esempi di questa necrosi? La distruzione del concetto di famiglia e della sua stessa realtà, il disincanto e la mancanza di ideali dei nostri giovani, la banalizzazione della sessualità, l’esaltazione dell’omosessualità come ideologia, la corruzione in politica, la violenza nelle più varie manifestazioni, la droga e la guerriglia urbana nelle nostre città, il disprezzo della vita: aborto, esperimenti immorali con embrioni umani, promozione dell’eutanasia…

L’Occidente sta uccidendo Dio, e per questo morirà! Se continuiamo così, il nostro destino non molto distante saranno la barbarie e la tirannia. Alla fine dei conti, valgono per tutta la nostra società le parole che l’ateo Miguel de Unamuno diceva al Dio in cui non riusciva a credere: “Che peccato che Tu non esista! Se esistessi, anch’io esisterei davvero”.

TRATTO DA https://it.aleteia.org/2019/09/28/loccidente-sta-uccidendo-dio-e-per-questo-morira/

Monsignor Henrique Soares da Costa | Set 28, 2019

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Riflessione sul Capodanno Ebraico /ROSH HASHANA/ del nuovo Ambasciatore d’Israele in Italia, Sua Eccellenza DROR EYDAR.

Riflessione sul Capodanno Ebraico /ROSH HASHANA/ del nuovo Ambasciatore d’Israele in Italia, Sua Eccellenza DROR EYDAR.

Le cose rinate

In onore del nuovo anno ebraico che è alle porte, ci siamo riuniti nella sala riunioni dell’ambasciata per augurarci a vicenda un felice anno nuovo. Ne abbiamo tutti bisogno. Questa settimana ha piovuto a Roma, e la pioggia mi ha ricordato un po’ il profumo inebriante della prima pioggia d’autunno in Israele, l’odore dell’infanzia di un nuovo anno.
La strada lavata dalla pioggia mi ha riportato alla mente i versi di “Viali nella pioggia” di Nathan Alterman (che altro?):

בָּאוֹר וּבַגֶּשֶׁם הָעִיר מְסֹרֶקֶת.
הַיָּפָה בֶּאֱמֶת – הִיא תָּמִיד בַּיְשָׁנִית,
אֵלֵךְ נָא הַיּוֹם, עִם בִּתִּי הַצּוֹחֶקֶת,
בֵּין כָּל הַדְּבָרִים שֶׁנּוֹלְדוּ שֵׁנִית…

(“La città è sferzata da luce e da pioggia.
La più bella davvero: è sempre pudica,
Oggi me ne andrò con mia figlia ridente
Tra tutte le cose rinate …”)

Con l’occasione, ho parlato del costante bisogno di rinnovamento, di scrollare la polvere accumulatasi nel tempo su noi stessi e i nostri pensieri. Ho ricordato il suono dello Shofàr (il corno di montone): la chiamata alla sveglia annuale. Tra i due suoni “semplici” (detti teki’òt), ci sono i suoni spezzati e a singhiozzo (Shevarìm e Teru’à). Come le nostre vite fatte di frammenti e tempi di crisi, di clamore (Teru’à) di pianto, e di clamore di gioia (che sia sempre in abbondanza). Il tutto avvolto dai colpi di shofàr semplici, pieni e completi, per ricordarci da dove veniamo e dove stiamo andando.

Siamo tutti ambasciatori, ognuno di noi nel suo piccolo è un messaggero, un inviato: della sua famiglia, in pubblico, dello Stato di Israele, del popolo di Israele, e della buona volontà di fare del bene al mondo.

Abbiamo intinto degli spicchi di mela nel miele, per addolcire i nostri pensieri e il nostro futuro, e abbiamo levato i calici con del vino israeliano, brindando alla “vita” (lechaim).
Concludo con il tradizionale augurio di Rosh Hashanà (il Capodanno ebraico): “Ktivà ve-chatimà tovà”, (Buona scrittura e buona firma [nel Libro della Vita]!

Nella foto: la bellissima tavola imbandita dalle bravissime Tair ed Eden.

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“Cristianesimo non è buonismo”: Parla padre Elia, prete anti immigrazionista.

“Cristianesimo non è buonismo”: Parla padre Elia, prete anti immigrazionista.

Roma, 19 lug -“L’accoglienza non va mai attuata a discapito della sicurezza. La società che si riempie di sconosciuti e delinquenti è destinata a morte certa”. Non tutta la Chiesa cattolica è stata fagocitata dal vortice immigrazionista. In qualche sparuto angolo d’Italia c’è ancora chi è capace (e ha il coraggio) di pensarla diversamente dalle alte e altissime gerarchie ecclesiastiche in materia di porti da aprire, muri da abbattere, ponti e #restareumani. 

La legittimità dei confini

Uno di questi è Padre Giacobbe Elia, prete della Marsica, la cui intervista è apparsa oggi su La Verità. Elia da sempre sostiene la legittimità dei confini – che hanno avuto dall’alba dei tempi un ruolo decisivo e cruciale nell’edificazione di tutte le civiltà – e della loro difesa; elogia l’uso del crocifisso fatto dal ministro dell’interno Salvini durante la scorsa campagna elettorale, riferendosi all’invocazione della protezione di Maria come un gesto “che ha onorato Dio”, perché “ha ricordato a tutti noi le radici cattoliche della nostra fruttuosa civiltà”.  

Cristianesimo non è buonismo

Sull’immigrazione, Elia non è di manica larga: “I fedeli comprendono sempre di più che questo fenomeno è artificioso”, sostiene. “Sanno bene che i veri poveri giacciono dimenticati in Africa”. Guai a confondere “cristianesimo con buonismo“. Del resto “quelli che invitano ad aprire le porte, non accolgono nessuno nella propria casa“. Di Papa Francesco, che dice di costruire ponti, dice che “Vive in Vaticano, circondato da mura. Solo le città che hanno mura possono costruire ponti”, creati dall’economia, dal desiderio di conoscere altre civiltà. “Ma può conoscere un’altra civiltà solo chi ne possiede una propria”.

Cristina Gauri

da: LA VERITA’

 

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