Ebraismo: TORAH – POPOLO – TERRA

Ebraismo: TORAH – POPOLO – TERRA

Un Midrash racconta di un ebreo che al sopraggiungere dello Shabath, il venerdì sera si accorge di non poter arrivare in tempo alla sinagoga per la preghiera. Decide allora di pregare in casa, ma si accorge anche di non avere il libro delle preghiere e di non sapere le preghiere a memoria. Allora dice: “Signore dell’Universo, non faccio più in tempo ad andare alla sinagoga a pregare con gli altri, non ho il libro delle preghiere e non so le preghiere a memoria. Ti propongo che facciamo così: io dico le lettere dell’alfabeto e Tu componi le parole della preghiera”.

Ogni volta che ci si accinge a trattare una tematica talmente vasta, complessa e profonda ci si rende conto della inadeguatezza delle proprie parole. Non resta che “dire delle lettere di alfabeto” nella fiducia che un Altro le metta insieme formando parole adeguate.

Non è una novità che la cultura occidentale e il mondo cristiano si interessino all’Ebraismo, se non altro perché da quella radice noi veniamo e perché l’Ebraismo è una realtà concreta che abbiamo avuto sempre insieme con noi.

La novità sta nel modo come – a partire dalla Shoah e dal Concilio Vaticano II – ci stiamo interessando all’Ebraismo.

È fondamentale per noi avvicinarci all’Ebraismo. Ho detto “per noi” proprio perché come credenti cristiani e come facenti parte della cultura occidentale siamo debitori in grandissima misura a questa antica e attuale realtà. Occorre tuttavia fare attenzione a non considerare l’Ebraismo quasi esso fosse solo “in funzione di” una cultura, civiltà, religione nostra. La “nuova” attenzione all’Ebraismo è un gesto di giustizia e di valenza culturale.

Come si fa a conoscere l’Ebraismo?

Si interpella Israele. Questo è utile che sia evidenziato perché siamo facilmente portati a decidere noi che cosa sia l’Ebraismo, come siano e chi siano gli ebrei.

Non è difficile interpellare Israele. Da sempre Israele si dice prima di tutto a se stesso e poi agli altri. E si dice in una maniera che chiamerei personalissima, specifica, creando uno stile unico di letteratura religiosa. Creando tutta una modalità di pensiero che costituisce un “unicum” nell’universo delle culture, quella che in seguito noi abbiamo chiamato “teologia narrativa”.

Israele, specie l’Israele biblico, non filosofeggia, non fa grandi riflessioni sui problemi fondamentali della vita. Israele narra, racconta. Da qui in poi possiamo dire che dovremmo giocare su due piani, interpellando Israele: da un punto di vista si può considerare ciò che Israele dice come ispirato da Dio, e questo appartiene ai credenti. Ma possiamo anche come studiosi prescindere da una lettura di fede e accorgerci che ciò che Israele dice è comunque di un interesse enorme e di una profondità, ricchezza, novità straordinaria, in mezzo a quelle che sono le grandi culture coeve.

Più si studia Israele più ci si accorge che non è solo una religione o un’etnia, o una nazione, o un gruppo sociale, o più gruppi tribali riuniti, e che non è neanche la somma di tutto questo.

Scrive Davide Megnagi: “Per quanto gli ebrei abbiano costituito attraverso i secoli una “comunità religiosa distinta, con fedi e modelli di culto specifici “, la religione appare largamente insufficiente a dare ragione della complessa e variegata fenomenologia dell’Ebraismo: né gli atteggiamenti ideologici e metafisici degli ebrei nei confronti della terra di Israele, da cui sono stati esiliati così a lungo, né i modi in cui si è reciprocamente definito il loro rapporto con le altre religioni e nazioni, si possono spiegare esclusivamente in termini di fede religiosa. Il termine religione (in ebraico dath) non compare mai nella Torà.

Altrettanto parziale appare la riduzione dell’ebraismo alle categorie di “nazione ” o di “gruppo etnico”, che hanno validità solo in quanto riferite “in gran parte a tipi di collettività sviluppatesi nell’era moderna”. Allo stesso tempo concetti come “comunità tribale”, “comunità santa” e “popolo”, di per sé vaghi possono al più denotare alcune caratteristiche della comunità ebraica degli albori, e rappresentare il nucleo di un programma religioso teso a fare di un intera collettività una “comunità di sacerdoti” (‘Am Kohanim, “popolo di sacerdoti”), testimone dell’unicità di Dio, della sua universalità e regalità nel mondo.

Dal momento che l’ esperienza storica dell’ ebraismo moderno è così fortemente intrecciata con le sue esperienze passate, i termini “moderni “, derivanti per lo più dall’esperienza storica dell’Europa moderna, non possono che risultare inadeguati a coprire l ‘intero ventaglio della stessa esperienza storica moderna degli ebrei. Da qui una delle ragioni del fascino dell’ebraismo e dell’inquietudine che suscita per il suo essere allo stesso tempo dentro e .fuori, lontano e prossimo nell’immaginario collettivo occidentale e cristiano “.

Si potrebbe parlare di un “universo ebraico” nel senso di un fenomeno etnico e storico che tocca tutti gli ambiti, incastonato come è nel tempo (biblico – della diaspora – dei ghetti – dell’Olocausto – del Sionismo – dello Stato) e nello spazio, (a partire dalla Mezzaluna fertile, agli spazi della diaspora; il che significa una compresenza degli ebrei in quello che una volta si diceva “il mondo allora conosciuto” e via via che si scoprono nuovi mondi, ecco nuove presenze ebraiche, fino ad oggi).

Il fenomeno Israele ha sollecitato l’interesse di molti studiosi. Mi limito qui a citare Toynbee e Weber i quali sono molto negativi nei confronti dell’Ebraismo. Toynbee sostiene che la civiltà rabbinica dell’esilio è solo l’esito di fossilizzazione della spinta originaria. Weber parla di “Popolo paria”. A contestare queste affermazioni è apparso nel 1993 il citato studio di Eisenstadt che applica all’ebraismo una categoria particolare e parla di “civiltà” esprimendosi in questi termini: “Il termine civiltà abbraccia tutti i tentativi di costruire o ricostruire la vita sociale secondo una visione ontologica in cui concezioni della natura, del cosmo e della realtà oltremondana e mondana si coniughino con la regolamentazione della principali sfere della vita sociale e dell’interazione tra sfera politica, autorità, economia, vita famigliare ecc. Sebbene civiltà e religioni siano strettamente intrecciate tra di loro nella storia dell’umanità molte religioni hanno costituito soltanto una componente, ma non necessariamente quella centrale, delle civiltà”.

Torniamo a Israele che racconta. Come tutti gli antichi popoli parla inizialmente in termini di religiosità. Ma sono termini così sostanziali, così coesi con l’espressione migliore della realtà umana, che continueranno a costituire – non solo per Israele – la fonte del diritto, del rispetto di quanto di meglio l’umanità possa esprimere in ambito d’identità e di rapporti.

Torah


Israele racconta. Prima oralmente, poi trascrivendo. Poi – nei secoli – producendo tutta una Tradizione vitale. Nasce la Torah. In mezzo a popolazioni idolatre e politeiste Israele – senza ritenersi da ciò impoverito, sapendo anzi di aver fatto una conquista grande – dice che c’è un Dio solo. E da qui viene la grandezza di Israele in quanto capace di universalità a tutti i livelli: se c’è un Dio solo, questo è il Dio di tutti. Un Dio “uno” che non è un “uno” matematico, ma I ‘unico, totalmente trascendente. Pensate quanto è straordinaria questa intuizione che nasce in un contesto di popoli che concepiscono divinità immanenti, idoli che hanno bisogno di essere costruiti da mano d’uomo.

L’altra sconvolgente particolarità d’lsraele è che narra di un Dio che si coinvolge nella storia dell’umanità. La novità è sconcertante soprattutto se la si proporziona alla piccolezza di questo “non ancora popolo”. Heschel approfondirà questo concetto nella sua opera : “Dio alla ricerca dell’uomo”.

Non è più l’uomo che cerca Dio: su questo concetto si sono costruite tutte le grandi culture antiche. La grandiosità e novità dell’intuizione di Israele è che Dio si mette alla ricerca dell’uomo. Israele non tenta di dire chi è Dio: Israele racconta come agisce Dio.

Questo Dio è un “Tu” che interpella l ‘uomo. Un Dio Persona, essere di relazione, al punto che si crea un interlocutore. E arriva sulla terra I ‘uomo. E arriva come essere capace di scelta, chiamato alla conoscenza, alla lode, all’amore, alla condivisione. Libero di dire sì o no. Un autore dice: “Da quando ha creato I ‘uomo, Dio ha perso la pace “. Si è trovato di fronte un interlocutore difficile. Per questo uomo Dio costruisce il cosmo come casa e gliela affida. Secondo la tradizione ebraica Dio ha creato il meno possibile perché I’uomo fosse suo collaboratore nel compimento del mondo. L’esperienza tutta ci insegna che se e quando l’uomo si inserisce nel disegno di Dio nel mondo c’è armonia e altrimenti è il disastro.

Un uomo chiamato all’amore. Dalla cultura ebraica ci viene con forza il concetto dell’amore. Pensate a Levitico 19, 18-34: “Amerai il tuo prossimo come te stesso… un forestiero nella vostra terra amatelo come voi stessi: anche voi foste forestieri…”. Un uomo fatto per lo Shalom, per il tempo e la modalità messianica della vita. Quando gli ebrei parlano di messianismo pensano a questo: ad una comunità e ad un tempo nel quale ci sia da parte di tutte le creature la realizzazione piena del disegno di Dio che è un disegno d’ amore.

Popolo


Israele narra e parla di un gruppo di tribù nomadi che sono interpellate da Dio. La chiamata di Dio fonda il Popolo. Non ci sarebbe popolo di Israele se non ci fosse stata questa autoconcezione (per un credente ispirata, per uno studioso un modo specialissimo assunto da questo nucleo umano per dirsi) di essere convocati da Dio. Nasce perciò il popolo come “popolo eletto”. Nell’autentica concezione ebraica – contrariamente a quanto spesso si sente dire – l’elezione non è un privilegio, è un impegno, una responsabilità. E percepirsi come popolo chiamato all’ascolto, costituito dall’impegno dell’ascolto e dunque dall’impegno di una risposta. Ascoltare e rispondere, praticare le “mitzvot” (i precetti) e costituire tutto un organismo di riti e preghiere (il culto) è ciò che struttura il popolo.

Scrive G. Della Pergola: “L ‘ebraismo nasce come distinzione. Dalla distinzione prendono forma il suo specifico modo di conoscere, la sua ermeneutica fondamentale, il suo metodo, la sua capacità di analisi, il suo rigore, il modo con cui si applica al mondo. Nell’ebraismo ogni cosa è determinata in quanto tale perché distinta: le acque sono distinte e separate dalla terra, la luce è distinta dalle tenebre. Così in Genesi si descrive la creazione: e il popolo di Israele è distinto e separato da ogni altro popolo. Anzi: addirittura è popolo “eletto “, scelto. È infatti popolo di Dio e non solo appartenente al mondo e alla storia degli uomini. Popolo santo “Kasher”, di sacerdoti, separato. Popolo che abita “al di là del fiume” a cui è stata data una Legge che è anche una Strada. Un popolo che cammina sulla strada di Dio. Distinto ma non solitario; separato, ma non “per sé solo “. Non come tutti gli altri, eppure né snob né aristocratico. Non confuso con gli altri seppure con gli altri: ma convinto che il modo più corretto per stare con gli altri parte dalla non rinuncia ad una definizione di sé, alla propria identità e alla propria memoria “.

È il concetto di Qahal: santa assemblea convocata che diventa popolo solo in forza della convocazione, non per scelta sua, nel tempo biblico, in cui Israele perde più volte la terra e poi ritorna, e nel momento diasporico, momento terribile, dal 70 d.C. in poi, in cui comincia, con la i distruzione del Tempio, lo spargersi ovunque che continua tuttora e che si riduce solo nel 1948 con la rifondazione dello Stato in terra di Israele.

In tutto questo tempo questa gente che non ha più terra, che ha un passato illustre ma passato, paradossalmente in minoranza ovunque si trovi, riesce a fare questa operazione incredibile di compresenza: assimilarsi senza perdersi nella realtà in cui vive, lasciarsi contagiare, e contagiare la realtà ospitante. Heschel dice: “Da quando ha perso la sua terra, per 2000 anni, Israele ha vissuto su un paese di pergamena. Ha vissuto sulle Scritture: ha fatto forza sulle Scritture: le ha lette, le ha trascritte, cantate, pregate, custodite, difese, ha dato la vita per le Scritture. Le ha “interpretate”. E in questo “interpretate” è il dato di grande e profonda religiosità che permea tutta l’etica di Israele, la sua maniera straordinaria di resistere alla violenza, di vedere la preziosità della vita per cui i Maestri diranno: “Chi uccide un uomo è come se avesse ucciso tutto il mondo”. Il senso della Tzedaqà (giustizia – carità) ha questo concetto profondo dietro la parola: quando compiamo carità stiamo solo obbedendo al comandamento, condividendo e rispettando il bene dell’altro. È onesto dire che Israele non ha avuto Inquisizione, non ha Jihàd (guerra santa), non ha preteso vendetta nemmeno dopo l’esperienza terribile dell’Olocausto

Terra


Dio chiama delle tribù nomadi nella persona di Abramo e fonda un popolo al quale dà (non solo promette) una Terra. Nella storia sacra ci sono battaglie accanite per la conquista della terra, ma la lettura che Israele ne fa è che Dio procura al suo popolo l’elemento che gli è indispensabile per dirsi tale: una terra su cui servirLo. Questa è una terra data. Proprio perché si ritiene depositario di un dono Israele si ritiene presente su quella terra perché Dio lì lo ha voluto. Per Israele la terra non è – come invece è per tutte le grandi religioni antiche – la terra madre, ma è una terra sposa. Una terra che Israele deve accogliere, scegliere quotidianamente, ogni giorno riscoprire, di cui deve ogni giorno innamorarsi, con la quale deve stringere un rapporto sacro perché su questa terra soltanto può compiere tutte le mitzvot.

Terra: un luogo preciso, concreto. Con la nostra ascetica cristiana noi abbiamo via disincarnato questo concetto e abbiamo difficoltà a entrare nelle categorie ebraiche: terra come un luogo preciso, donato da Dio. Donato però sotto condizione: nella Scrittura ogni volta che Dio parla con Israele a proposito della terra dice: “Se osserverete i precetti. Se sarete fedeli ” E ogni volta che Israele non è fedele il primo dono che gli viene tolto è la Terra. Ma poiché le promesse di Dio sono senza pentimento la terra non viene mai tolta definitivamente. Quando Israele si pente – contrariamente a quanto ha lungamente pensato la nostra cultura cioè: ormai Dio ha abbandonato Israele per sempre – Dio non si smentisce.

Una terra lunghissimamente sognata perché lungamente persa, luogo del difficile oggi e del problematico domani.

Dice Paolo De Benedetti: “Non si tratta di una terra simbolo, di una terra mistica, come quella Palestina che era il miraggio dei crociati (ai quali gli ebrei devono decine di migliaia di morti), oppure come quella Palestina vagheggiata dai pellegrini cristiani. La terra che Israele considera ne/la propria fede come elemento essenziale del rapporto con Dio, è una terra fatta di terra “.

E dice Ben Gurion: “Nessuno può capire che cos ‘è questo Stato per noi. È come una famiglia per chi non l ‘ha mai avuta. Un letto per chi ha sempre dormito per terra. Una coperta e un po’ di fuoco per chi ha trascorso una lunga notte all’aperto, tra il vento e sotto la pioggia “.

Renza Fozzati 

Roma – Tempio Maggiore
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